La signora della notte


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Una classica coppia borghese, con lui, Marco, preciso e ordinato, anche per via della sua professione (è un ingegnere) e con lei, Simona,  insegnante di ginnastica aerobica a fare la brava mogliettina docile e fedele. Quadro idilliaco destinato a mutare quando una sera, rientrando dalla consueta passeggiata con il suo cagnolino, Simona viene assalita e violentata da un giovane. La violenza, lungi dal traumatizzarla, si trasforma in una rivelazione: la donna scopre di provare piacere durante il rapporto con il giovane, esplorando quindi una nuova dimensione della propria sessualità.

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Da quel momento il quadretto idilliaco cambia visceralmente; la donna inizia ad accettare le varie avance che le vengono offerte, anzi, inizia a provare un sottile piacere nel provocare reazioni nei maschi che incontra. Così assistiamo ad un incontro tra Simona e un suo amante impegnati in un focoso amplesso in auto, a quello con un cacciatore in una toilette, dove la donna, prima di congiungersi con l’uomo, pratica una fellatio con conseguente masturbazione al fucile dello stesso.

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A lungo andare la donna si trasforma quindi in una Signora della notte, periodo temporale in cui ama trasgredire per ricavarne perverso piacere. Le cose cambiano quando Marco finalmente si rende conto delle relazioni extraconiugali della donna. Ne segue un violento litigio, con tanto di ceffoni, che ha come conseguenza la separazione tra i coniugi. Ma tra i due, evidentemente, c’è qualcosa di più profondo, così Marco saprà riconquistare l’amore ( e la fedeltà? ) della moglie, usano un escamotage.

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Questo in breve il plot di La signora della notte, film di Pietro Schivazappa, autore non particolarmente prolifico fino al 1985, data di uscita di questo film erede della commedia sexy all’italiana, ormai divenuta border line della commedia softcore. Il regista, autore tra l’altro del buon Femina ridens, girato nel 1969 con la Lassander e Leroy e di Una sera c’incontrammo, commedia grottesca con Dorelli e la compianta Fran Fullenwider sceglie la via più facile per portare sugli schermi un’operazione ad assoluto scopo commerciale, ovvero spingere tutto, dai dialoghi alle immagini, sul sesso spinto e sulle giunoniche forme di Serena Grandi, di li a poco valorizzata ulteriormente dal famoso Miranda di Tinto Brass.

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Il film non ha alcuna dote particolare; la Grandi gira nuda in lungo e in largo, esponendo le burrose forme e producendosi in amplessi vari, inclusa qualche variazione Sul tema come nel caso della scena descritta della fellatio al fucile. La trama quindi viene piegata alla necessità di mostrare quanto più possibile del corpo della stessa Grandi, all’epoca del film in forma straordinaria. La ventisettenne attrice bolognese si impegna al meglio; ma la sua è una recitazione di tipo corporale, e non poteva essere altrimenti vista la trama del film. A parte la sua presenza e quella di Tiberio Mitri e di Stanko Molnar, il cast non si segnala se non per la latitanza da un minimo accettabile di sapienza recitativa.

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Alla fine lo spettatore va via dalla sala cinematografica convinto di essersi imbattuto in un onesto film erotico che nulla ha a che fare con il cinema vero, con l’aggravante che la parte voyeuristica della pellicola si limita all’esposizione, in tutte le salse, delle abbondanti natiche e degli oltraggiosi seni fuori misura di una Serena Grandi che recita solo con il corpo.
Probabilmente alla stragrande maggioranza del pubblico stesso la cosa resta totalmente indifferente; dopo 15 minuti di pellicola l’interesse per la storia precipita a zero, poi sotto zero, e gli unici momenti in cui la tensione sale sono quelli in cui ci si appresta alla nuova avventura erotica dell’insoddisfatta Simona.

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Film inutile e mortalmente noioso, quindi; Schivazappa, che dopo questo film girerà solo opera per la tv, si commiata dal cinema con un film che non meriterebbe nemmeno i commenti prolissi come questo.
Per una volta scrive bene un recensore del famoso sito cinematografico che così spesso contesto per le inesattezze dei plot narrati:
Serena Grandi è una moglie insoddisfatta che si concede ad amanti occasionali per sfuggire alla monotonia della vita coniugale. Storiellina esile confezionata su misura per le gustose esibizioni della protagonista. Involontariamente umoristico il finale (i coniugi ritrovano un equilibrio quando fanno l’amore per procreare, e non per esclusivo piacere).
Ultima annotazione: faccio eccezione alla regola e non attribuisco un voto alla pellicola.
Anzi, faccio di meglio; ignoro la pessima idea che ho avuto perdendo un’ora e mezza davanti ad uno schermo per guardare un prodotto così indignificante e scialbo.

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La signora della notte, un film di Piero Schivazappa. Con Serena Grandi, Tiberio Mitri, Fabio Sartor, Stanko Molnar, Francesca Topi
Commedia, durata 93 min. – Italia 1985.

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Serena Grandi: Simona
Fabio Sartor: Marco
Francesca Topi: Giuliana
Tiberio Mitri: Il barista

Regia: Piero Schivazappa
Sceneggiatura: Galliano Juso, Piero Schivazappa
Produzione:San Francisco Metro Film
Distribuzione:Medusa Distribuzione-Videogram
Montaggio:  Daniele Alabiso
Scenografia:  Bruno Amalfitano
Fotografia:  Giuseppe Ruzzolini
Musiche:  Guido De Angelis, Maurizio De Angelis

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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“Il film esibisce subito le credenziali: finiti i titoli di testa, si comincia con un congiungimento carnale. In auto, scomodissimo, da tergo. La media con cui questi congressi si susseguono è di uno ogni 7 minuti. Gli intervalli sono spesso riempiti da lezioni collettive di ginnastica aerobica che sono, discretamente allusive, simulazioni degli stessi. (¿) Il contenuto evidente del film è il masochismo. Schivazappa, regista colto, non trascura un’allusione: canna da fucile, bossolo che s’infila nella canna, bottiglia ecc. Il suo contenuto latente è la fallocrazia al livello più basso. Li conoscete quei maschietti che, sfusi o in compagnia, preferibilmente di sera, apostrofano per la strada le signore sole dicendo: ‘Ven scià che t’aduperi’, vieni qui che ti adopero, nei dialetti dell’Alta Lombardia, oppure con altre introduzioni altrettanto esplicite? Quella è l’ideologia di ‘La signora della notte’. Cinema minimale come quello dei fratelli Lumière, il porno riproduce sempre una scena delle origini: l’ingresso del treno nella stazione della Ciotat. Ma non si tratta più dello stesso treno né delle stesse stazioni.” (Morando Morandini, ‘Il Giorno’, 15 Aprile 1986)

“Il titolo, dunque, sta a simboleggiare la parte celata della donna, il suo lato notturno, sviluppato in una chiave che sintetizza Bataille, Reich e anni di autocoscienza femminista. Ma se gli intenti sono validi, dove il film rivela il suo lato debole è proprio nel discorso per immagini, ovvero nel compiacimento che lo spinge ai limiti del pornografico. Non c’è volgarità, tuttavia le situazioni era meglio suggerirle che costruirle così dettagliatamente: ne avrebbe guadagnato, in termini di spessore quasi psicanalitico, l’intera storia. Peccato, perché la pellicola rischia di farsi una fama da luci rosse (e, invece, è tutt’altra cosa, nonostante la pulita regia di Paolo Schivazappa e l’interpretazione solare di Serena Grandi (ma qui, a differenza del personaggio di Miranda, e di una solarità solcata da dubbi ed angosce). Gli altri interpreti sono Fabio Sartor (Marco), Alberto Di Stasio, Francesca Topi, Stanko Molnar e, in una breve apparizione, Tiberio Mitri.” (‘Il Tempo’, 15 Marzo 1986)

“Nel sottosuolo del film ci sarà anche il proposito di fotografare le smanie di certi sposi, e soprattutto di frugare nell’inconscio di signore che preferiscono essere prese con la violenza, ma poiché le ragioni della bottega prevalgono sull’ambizione dell’autore la superficie è d’una tristezza e monotonia senza fine: un susseguirsi di contorsioni sessuali, nei luoghi più vari, con dimenìo di bacini, parole sconce di circostanza e appropriate scritte sui muri, tette e pubi in libertà, e per ciliegina un uso improprio delle bottiglie di birra. Dispiace molto che un regista come Piero Schivazappa, dimentico dei suoi meriti di documentarista televisivo, per tornare al cinema dopo dieci anni si sia andato a impantanare in questa storia di gemiti e cosce, servita da dialoghi banalissimi nella loro scabrosità e da interpreti di terza fila. L’accoglienza riservatagli dal pubblico si condensa negli schiamazzi di chi, in sala, lamenta il dimagramento della protagonista rispetto a Miranda, e fra le comparse riconosce il pugile Tiberio Mitri.” (Giovanni Grazzini, ‘Il Corriere della Sera’, 13 Aprile 19

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