Milano difendersi o morire

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Tardo poliziottesco targato 1978;  Milano, difendersi o morire, narra la storia di Pino Scalise, un giovane reduce da un lungo soggiorno in galera.
All’uscita dal carcere, il giovane è costretto a cercarsi un rifugio e lo trova presso un suo zio, padre di due giovani, Teresa e Marina.
Casualmente, Pino incontra la cugina Marina in un locale dove la giovane si prostituisce.
La banda da cui è virtualmente tenuta prigioniera la ragazza è retta con pugno di ferro da Don Ciccio, sulle cui tracce è il commissario Marani, che agevola il rientro di Pino nella società civile, sicuro che il giovane lo condurrà proprio sulle tracce del boss.

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Marc Porel è Pino

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George Hilton è il Commissario Marani

Don Ciccio ben presto decide di utilizzare il giovane per i suoi loschi traffici, e ricattandolo tenendo sotto sequestro la giovane Marina, tenta di piegare il giovane ai suoi voleri.
Dopo alcune vicissitudini, Pino sarà costretto a cedere al volere del boss, che nel frattempo ha preso in ostaggio anche Teresa.
Così Pino è costretto a diventare un trafficante di droga, ma il commissario Marani vigila………

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 Anna Maria Rizzoli

Milano, difendersi o morire, diretto da Gian Antonio Martucci è un classico poliziottesco, talmente classico da non distinguersi dai molti altri cloni della seconda metà degli anni settanta.
Nessun elemento innovativo; la miscela è quella tradizionale del genere.
Il solito commissario solerte e furbo, il delinquente che tale non è alla ricerca del riscatto, le bellone di turno, il rapimento, il cattivone che riceve la giusta punizione.
Sangue, un pò di violenza, il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione.
Il cast fa il suo dovere con sufficienza, mettendo in mostra un George Hilton in versione standard, con faccia adeguata e furbizia latente nei panni del commissario di polizia, un Marc Porel abbastanza convincente nei panni del giovane Pino, angariato dal suo passato e dal solito boss spietato.

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A loro due si aggiungono le due sorelle Marina e Teresa, la prima interpretata dalla bella Anna Maria Rizzoli, la seconda dall’affascinante Barbara Magnolfi, che si segnala anche per una sequenza di nudo mozzafiato davanti ad uno specchio.
Poco altro da segnalare per un film anonimo, ne bello ne brutto, che comunque è passabile quanto meno sul piano del ritmo, anche se sembra una ripetizione di tante altre pellicole di questo genere che furoreggiò per qualche anno nella parte centrale e successiva degli anni settanta.

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Tra i comprimari segnalo l’onnipresente Al Cliver.

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Barbara Magnolfi

Milano… difendersi o morire, un film di Gianni Martucci. Con George Hilton, Marc Porel, Al Cliver, Anna Maria Rizzoli, Guido Leontini, Barbara Magnolfi, Nino Vingelli, Franco Diogene
Poliziesco, durata 98 min. – Italia 1978.

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Marc Porel     …     Pino Scalise
George Hilton    …     Commissario Morani
Anna Maria Rizzoli    …     Marina ‘Fiorella’
Al Cliver    …     Domino
Mario Novelli    …     Nosey
Guido Leontini    …     Don Ciccio
Silvia Mauri    …     Anna
Osvaldo Natale    …     Assistente Natale
Amparo Pilar    …     Assunta
Parvin Tabrizi    …     Alicante
Nino Vingelli    …     Nicola
Barbara Magnolfi    …     Teresa

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Regia     Gianni Martucci
Produttore     Giuseppe Zappulla
Casa di produzione     Ariete Cinematografica
Distribuzione (Italia)     Rex Films Home Video
Fotografia     Richard Grassetti
Montaggio     Vincenzo Vanni
Musiche     Gianni Ferrio
Scenografia     Sergio Palmieri (arredatore)
Costumi     Marika Flandol

“Porel, malavitoso appena scarcerato, per amore di una prostituta (Anna Maria Rizzoli) subisce ricatti, sino a decidere di collaborare con il commissario Morani (un Hilton sottotono a dir poco). Mediocre polizi(ott)esco diretto da un cineasta più versato alla commedia (La collegiale, La dottoressa sotto il lenzuolo) e titolare del controverso I frati rossi, horror gotico realizzato fuoritempo massimo. Carico di scene erotiche e con dose di nudo più insistito – garantito dalle belle presenza femminili (la Rizzoli e la Magnolfi) – fa sfoggio di scene fuori tema, a cominciare dai titoli di testa.

Poliziottesco in piena regola incentrato su uno dei temi principe del genere: il revanchismo. Nessuna novità e tante ovvietà per una pellicola di scarso interesse e consigliata solo ai fan del genere. Anche la confezione non presenta alcun elemento di particolare rilievo.

Un film non brutto, ma sostanzialmente piatto. I bellissimi titoli di testa fanno sperare nel classico filmaccio “di genere” sporco, marcio e claustrofofico, ma ben presto la storia prende una piega banale e scontata. La sceneggiatura è mediocre, i dialoghi funzionano abbastanza bene ma quello che manca è proprio la struttura narrativa, che risulta piuttosto approssimativa. Un film che tutto sommato si segue piacevolmente, ma per gli appassionati del cinema di genere c’è di molto, ma molto meglio.

Più noir che poliziesco. Film che racconta una storia semplice con una sceneggiatura senza particolari buchi che si segue piacevolmente ma che però non offre grandi idee. Purtroppo il film soffre di una fase centrale piuttosto lenta e noiosa mentre il resto del film è gradevole, soprattutto l’inizio. Marc Porel è piuttosto “imbolsito”, Hilton nel ruolo del commissario non ha mai molto convinto. Le attrici del film si offrono quasi tutte in nudi integrali. Girato sì a Milano (periferia però), ma diversi automezzi hanno la targa di Cremona…

Fumettone melodrammatico con qualche spruzzata di poliziottesco. Hilton è valido come Commissario sopra le righe, Porel fa l’ex galeotto siculo ma è doppiato con accento francese e Leontini da semplice sgherro, in altre più dignitose pellicole, si trasforma in boss tendente alla lacrimuccia. Vari nudi integrali (bello quello della Magnolfi, finta sedicenne). Risultato molto sotto la media con scene d’azione raccogliticce e una Rizzoli oca monolitica.

I titoli di testa su immagini documentaristiche virate in seppia (cariche della polizia, manifestanti a volto coperto, tossici che si bucano) lasciano ben sperare; invece segue un melodramma di impostazione ottocentesca e i tutti i luoghi (commissario duro ma comprensivo, la puttana dal cuore d’oro…) della celebre “sceneggiata napoletana” direttamente chiamata in causa da Al Cliver. Siccome il budget è basso, il perfido boss è Guido Leontini, più credibile nei panni abituali del gregario.

L’ho finito a fatica, molto noioso. Mi è parso più una “sceneggiata” che un vero e proprio poliziottesco, anche perché l’azione langue assai. Splendida la Rizzoli. Belle e adatte le musiche di Gianni Ferrio, anche se in un pezzo copia paro paro Dave Brubeck.”

 

Il paramedico

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Mario Miglio è un infermiere dalla vita tranquilla; sposato alla splendida Nina, ha un solo handicap, rappresentato dalla teledipendenza della moglie, che passa ore intere davanti alla tv; gli unici rapporti tempestosi che ha sono quelli con il custode dello stabile in cui abita, un maniaco delle pulizie, con il quale, alla fine, litigherà di brutto.
La vita di Mario cambia irreparabilmente per colpa di una bella Fiat Argenta, vinta casualmente.

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Rossano Brazzi e Daniela Poggi

L’auto, l’ammiraglia della Fiat anni 80, viene rubata, e da quel momento per Mario iniziano una serie interminabile di peripezie, che lo porteranno ad essere arrestato, perchè l’auto servirà ad alcuni terroristi.
Ma……….

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Enrico Montesano

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Il paramedico, film del 1982 diretto da Sergio Nasca, è una commedia cucita addosso ad Enrico Montesano, che nei primi anni ottanta godeva di grande popolarità.Il comico romano, con la sua mimica, la sua buffa maniera di parlare, il suo romanesco autentico, bucava lo schermo, tanto che il regista decise di affidargli la parte dell’infermiere furbo, ma sfigato, che vinta una bella auto si da alla pazza gioia non sapendo che di li a poco sarebbero cominciati i suoi guai.
Una commedia però abbastanza singolare, che dopo una buona metà del suo percorso sembra diventare qualcosa d’altro, finendo però per restare un’incompiuta.

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Edwige Fenech

Il personaggio di Mario però non va oltre i confini della macchietta, tant’è vero che Montesano, di solito straripante, in questo film appare impacciato e spaesato.
Accanto al comico romano si muove Edwige Fenech, in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche; la bella attrice difatti avrebbe concluso la sua carriera sei anni dopo, con all’attivo solo altre due apparizioni dopo quella nel film di Nasca.

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Altro elemento femminile della storia è la splendida Daniela Poggi, quasi sempre senza veli, che sfoggia un fisico da paura; il resto del film vive sulla mimica facciale di Enzo Robutti, che interpreta il Commissario di Polizia, di Rossano Brazzi, nei panni di Augusto Pinna faccendiere legato all’eversione, di Enzo Cannavale, lo sfigatissimo Avvocato Generoso Gallina, che si vanta di non aver mai fatto liberare un suo cliente.

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Una commedia di basso profilo, quindi, in cui le battute sono legate solo alla verve di Montesano, che appare spento, come già detto, legato sopratutto all’utilizzo del dialetto romanesco, con contorno di Li mortacci…”e altre frasi tipiche del repertorio popolare romano.
Il paramedico, un film di Sergio Nasca, Con Enrico Montesano, Edwige Fenech, Leo Gullotta, Rossano Brazzi, Enzo Liberti, Enzo Cannavale, Ugo Fangareggi, Enzo Robutti, Franco Diogene, Clarita Gatto, Daniela Poggi, Marco Messeri
Commedia, durata 105 min. – Italia 1982.

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Enzo Robutti: Commissario di Polizia
Barbara Herrera: L’ipocondriaca
Daniela Poggi: Vittoria
Enrico Montesano: Mario Miglio
Marco Messeri: Spartaco
Leo Gullotta: Sostituto Procuratore
Edwige Fenech: Nina Miglio
Mauro Di Francesco:
Enzo Cannavale: Avvocato Generoso Gallina
Rossano Brazzi: Augusto Pinna
Pietro Zardini: Guardiano del garage

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Regia     Sergio Nasca
Soggetto     Sergio Nasca, Enrico Montesano
Sceneggiatura     Sergio Nasca, Enrico Montesano, Laura Toscano, Franco Marotta, Gianfranco Manfredi
Produttore     Fulvio Lucisano
Casa di produzione     Italian International Film
Distribuzione (Italia)     Medusa
Fotografia     Giuseppe Aquari
Montaggio     Enzo Siciliano
Musiche     Armando Trovajoli


“Stranissima pellicola d’impianto comico, ma che vira, nel secondo tempo, verso atmosfere cupe e seriose: le implicazioni dei media sulla circolazione di “false notizie”, la P2 – chiamata nel film B2 – e alcune connessioni tra magistratura (un bravo Leo Gullotta) e potere politico. Ottimo il cast, che brilla (nella compagine femminile) per la bellezza (e bravura) di una sublime Daniela Poggi. Enzo Robutti è un nevrotico commissario (e ricorda quello di Zucchero, miele e peperoncino). Montesano a tratti è retorico, ma convincente.

Classico “Montesano-movie” di onesta fattura, uscito nel suo miglior periodo artistico. Il film di Nasca ha la virtù di aver sfruttato l’allora attuale argomento della “loggia P2” per imbastire una sorta di commedia brillante che, nel secondo tempo, strizza l’occhio allo “spy movie all’amatriciana”. La prima parte risulta decisamente riuscita e brillante, la seconda invece ha dei cali piuttosto evidenti. Sponsor, nel film, l’allora novità in casa Fiat: l’ammiraglia “Argenta”.

Ambiziosa commedia che vorrebbe farsi indignata ma nun gne affà. Questo principalmente per la scelta sbagliata del protagonista, che pure nei momenti drammatici continua a fare il comico. Con un attore come Manfredi o Dorelli sarebbe stato un piccolo gioiellino. Del resto nemmeno Nasca pare credere troppo all’operazione, probabilmente interessato alla parte invettiva, imbastisce una mezza truffa inducendo il pubblico a credere di trovarsi davanti a un film comico. Tuttavia la confezione è molto buona. Curioso. L’abito non fa il monaco. L’automobile sì.

Un Montesano in grande spolvero in un one-man-show che non può che piacere ai fan dell’attore romano. La storia, improbabile, scorre via liscia senza punti morti, anche perché Montesano non smette un attimo di snocciolare battute su battute: alcune meno felici di altre, certo, ma tale è la quantità che nell’insieme non ci si fa caso. Il cast di contorno è di ottimo livello, con Cannavale in una parte piccola ma molto divertente, una Poggi mozzafiato ed il solito Robutti ai limiti dell’isteria.

Leggere il cast dei film di quel periodo era una botta di vita: Montesano, Fenech, Robutti, Cannavale, Gullotta, Poggi, Di Francesco, Messeri, Brazzi, Monni e Fangareggi. Potrei anche chiudere qui il mio commento, visto che la grandezza del nostro cinema stava proprio nella formazione che veniva messa in campo in ogni pellicola. Naturalmente Montesano è “leader maximo” e gli altri stanno dietro.

Straordinaria prova di Montesano… Il film è pienamente anni ’80: per il genere di automobili che girano, l’arredamente delle case e tanti altri particolari (come il boom delle televisioni private e i loro assurdi programmi). Geniale l’assurda concatenazione di fatalità che porta all’arresto del Nostro… e poi quando decide di “vuotare il sacco” (si fa per dire, visto che in realtà si inventa tutto) gli vengono promessi regali, auto di lusso, ecc… Un film attuale, veramente attuale…”

Miriam si sveglia a mezzanotte

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Miriam e John Blaylock sono una coppia sposata; una sera agganciano una coppia di punk in un locale notturno, li invitano nella loro elegante casa e li uccidono succhiando subito dopo il loro sangue.
Miriam, infatti, è una vampira, ormai viva da oltre 40 secoli.
Ha sposato, tre secoli prima, il musicista John, promettendogli la vita eterna.
Mentre accadono questi fatti, la scena si sposta sulla vita di Sarah Roberts, una valente studiosa che da tempo segue il caso di animali soggetti ad un precoce invecchiamento, dovuto ad una decadenza accelerata delle cellule.

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Susan Sarandon è Sarah

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David Bowie è John

E’ a lei che si rivolge John, un giorno che scopre come anche a lui stia accadendo la stessa cosa; il suo organismo invecchia di colpo a vista d’occhio, e l’uomo si reca nello studio della dottoressa per cerarvi un rimedio.
Ma in sole due ore John passa dalla giovinezza alla vecchiaia, e riesce a malapena a tornare a casa, dopo aver tentato inutilmente di aggredire un giovane di colore per succhiarne il sangue.
John si rivolge disperato a Miriam, chiedendogli di aiutarlo, ma la donna confessa di non poter fare nulla per lui; lei è l’unica ad essere destinata ad essere immortale, per i suoi amanti c’è un destino peggiore della morte.

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L’invecchiamento veloce di John

Invecchiati fin quasi ad essere ridotti pelle e ossa, vengono sepolti, dalla diabolica Miriam, in casse mortuarie e conservati in solaio.
Proprio qui Miriam depone il suo ultimo marito, dopo averlo rinchiuso, ancor vivo, in una bara, al fianco di quelle dei suoi numerosi amanti che si sono succeduti nel corso dei secoli.
La donna vede in tv la dottoressa Sarah Roberts e rimane affascinata dai suoi studi; il caso vuole che arrivi a casa sua proprio Sarah, rimasta colpita dal breve colloquio con John, che portava sul suo corpo proprio i segni della malattia da lei studiata.
Miriam la soggioga e ne fa la sua amante, subito dopo la vampirizza.

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Quando Sarah si rende conto di quello che le è accaduto, torna da Miriam, appreso il suo destino, decide di morire.
Si auto infligge una profonda ferita con la croce Ank egizia che Miriam porta al collo.
Ma è come se a quel punto venisse meno un sortilegio: Miriam, sconvolta, fugge in solaio dove nel frattempo le anime dei suoi vecchi amanti sono finalmente uscite dai loro sarcofaghi, libere dalla terribile  maledizione.
Miriam precipita dal solaio e si schianta sul pavimento, trovando la morte.
Il finale del film vede…………

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La celebre sequenza della seduzione

Horror atipico e fuori da tutti i canoni, questo film di Tony Scott, fratello di Ridley; un film decisamente innovativo anche.
Miriam si sveglia a mezzanotte, girato nel 1983, presenta diversi elementi inusuali, a cominciare da una fotografia molto curata e raffinata, che riporta ad opere come Pretty baby, di genere completamente diverso o ai film di Hamilton, senza per questo avvalersi dell’uso esagerato dell’effetto flou.
Inusuale anche per il ritmo e la narrazione stessa del film, che si snoda su binari molto lenti e descrittivi, senza l’utilizzo del solito splatter, di bidoni di sangue e di scene da sobbalzare sulla sedia.

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Scott predilige il dialogo, usando una struttura narrativa che crea un’atmosfera rarefatta, in cui le vicende dei coniugi Blaylock sembrano prendere la piega più della storia d’amore disperata piuttosto che la solita brama di sangue tipica dei film con protagonisti eponimi di Dracula.
Se l’atmosfera del film è rarefatta, basata sui dialoghi e sulle atmosfere, le storie dei tre personaggi assumono ben presto l’amaro sapore della tragedia.
Se John pagherà con una fine atroce l’amore per la sua bellissima e incorrotta moglie vampira, Sarah in qualche modo rischierà di fare la stessa fine, e forse a lei sarà riservata la stessa orrenda sorte di miriam, costretta a vivere in eterno uccidendo gli altri per mantenersi giovane, per sfidare in pratica le leggi del tempo e della natura.
Incredibile l’inizio, con scene prese in un locale gotico/punk, in cui imperversa la celebre “Bela Lugosi Is Dead” dei Bauhaus, con ovvi riferimenti al re del cinema muto, uno dei primi vampiri dello schermo; in seguito, quando il film cala di velocità per diventare descrittivo e analitico, ecco apparire la melodia triste di Schubert, suonata da una ragazzina allieva di Miriam e del mairto.
pezzo forte del film è la celebre sequenza lesbo tra Miriam e Sarah, che dura davvero un’eternità, pur non possedendo nulla di morboso o degno di un voyeur; tutti i passaggi sono sottolineati, ovviamente in maniera non casuale, dal canto della schiava Mallika e della principessa Lakmè, tratto dall’opera Lakmè di Léo Delibès.
L’amore tra le due donne è commentato da questa musica, reso visivamente da una fotografia morbidissima e reso quasi pudico dall’utilizzo della dissolvenza e grazie all’ausilio di veli, che nascondono le nudità delle due donne, appena intravedibili.
I baci saffici tra Sarah e l’etera e aristocratica Miriam, sembrano avvolgere il film in un manto di astrazione che rende la scena indimenticabile.

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bene anche il finale, nel quale si scioglie la maledizione di Miriam e se ne apre un’altra… forse.
Il cast è ovviamente di assoluto rilievo: mentre a David Bowie è affidato il compito di marito e amante dell’immortale Miriam, alla bionda, algida e aristocratica catherine Deneuve è affidato quello della bellissima Miriam.
Del resto, chi più della bionda attrice francese avrebbe potuto impersonare un vampiro con un aria di superiore altezza rispetto agli altri umani, un’essere del quale innamorarsi perdutamente e altrettanto perdutamente dannarsi l’anima?
Sarah è interpretata da una dolente e bravissima Susan Sarandon, che  tratti sembra davvero persa in un’altra dimensione; la simpatia che ispira il suo personaggio dura fino alla fine del film, trascendendo anche un finale in cui ua volta tanto viene demolito il detto che il delitto non paga.
Un’opera di grande fascino, quindi, decisamente molto al di sopra della media, in cui Scott mostra già talento da vendere.
Cosa del resto confermata in seguito.

Miriam si sveglia a mezzanotte, un film di Tony Scott. Con Catherine Deneuve, David Bowie, Susan Sarandon, Cliff De Young, Dan Hedaya, Bessie Love
Titolo originale The Hunger. Horror, durata 97 min. – USA 1983.

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Catherine Deneuve: Miriam Blaylock
David Bowie: John
Susan Sarandon: Dottor. Sarah Roberts
Cliff De Young: Tom Haver
Dan Hedaya: Tenente Allegrezza
Bessie Love: Lillybelle
Dan Hedaya     …      Allegrezza
Rufus Collins    …     Charlie Humphries
Suzanne Bertish    …     Phyllis
James Aubrey    …     Ron
Ann Magnuson    …     La ragazza della  Discoteca
John Stephen Hill    Il ragazzo della  Discoteca
Shane Rimmer    …     Arthur Jelinek
Bauhaus    …     Il gruppo che suona in Discoteca

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Regia     Tony Scott
Soggetto     Whitley Strieber
Sceneggiatura     Ivan Davis, Michael Thomas
Produttore     Richard Shepherd
Fotografia     Stephen Goldblatt
Montaggio     Pamela Power
Effetti speciali     Martin Gutteridge
Musiche     Denny Jaeger
Scenografia     Clinton Cavers

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“È una pellicola vampiresca, dotata di inconsueta eleganza e di dolce immaginazione. Benché io non ami certo alla follìa David Bowie come attore, devo dire che la scelta sua e quella della algidissima Catherine Deneuve costituiscono un’arma vincente. Un bel film.

Raffinata pellicola sul vampirismo, intrisa di una forte vena d’erotismo che percorre (di fondo) l’intera sceneggiatura. Patinato, cerebrale, intriso di una componente di romanticismo quasi stucchevole, ma nobilitato da una colonna sonora vivace ed interessante. Deputato inizialmente alla regia, Alan Parker ha ceduto la mano al più commerciale Tony Scott…

Film di vampiri che può vantare una bella fotografia e ottimi attori. Per il resto la storia scorre molto (troppo) lenta e non mostra particolari innovazioni. L’esordio cinematografico di Tony Scott (fratello del ben migliore Ridley) è un film discreto e con tutta probabilità resta anche il suo migliore. Il film ha dato spunto per una serie di telefilm (credo prodotta proprio da Scott).

Una Catherine Deneuve stupenda (controfigurata nelle scene lesbiche con la Sarandon). Il sangue che dona la vita è ossessione della protagonista (visto la sua natura) e soprattutto di Bowie, vampiro suo amante, che invecchia senza possibilità di scampo e che si consola presto con la Sarandon. Scene di sesso patinate, ottima ambientazione chiusa (l’appartamento della vampira). Ricordo anche una bella scena sanguinaria. Anche per me supera bene i due pallini, senza ombra di dubbio.

Ottima pellicola girata dal fratello di Ridley Scott, che in questa occasione (e non solo in questa) dimostra di saper usare molto bene la macchina da presa, caratterizzando il film con una regia altamente professionale. La sceneggiatura è intrigante e la Deneuve splendida ed ambigua. Perfetto anche Bowie con il suo personaggio e incredibile la sequenza con cui invecchia velocemente. Ottimo esordio registico, un film che consiglio vivamente.”

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Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo

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Una bella professoressa di astrofisica, che insegna all’università e vive in campagna accudita da una giovane cameriera veneta sogna di incontrare gli extraterrestri.
Tre giovani studenti, che bramano la loro insegnante, decidono così di affittare dei costumi da alieni incluse delle finte armi aliene e irrompono nella casa di campagna, dove, con la scusa di studiare il corpo umano, finiscono per approfittare della situazione.
A correre in aiuto della professoressa è un vicino, con una bella e giovane moglie.
Una volta andato via il vicino, i tre dapprima avranno rapporti con la professoressa e con la cameriera, infine con la vogliosa vicina.

Incontri molto ravvicinati 14 Maria Baxa

L’imbroglio verrà scoperto, con buona pace di tutti.
Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo si caratterizza per una serie interminabile di primati; è il film più scombinato, peggio recitato, più trash della cinematografia italiana, a pari merito con un altro film delirante, La croce delle sette pietre.

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Un film nel quale già dalla trama, scopertamente boccaccesca, si capisce in che genere di film ci si appresta ad imbattersi.
Tutto è chiaro dopo poche battute; i tre goliardici giovinastri, vestiti da improbabili marziani, intendono godersi le grazie di Emmanuelle (la professoressa), che già nel nome rimanda all’eroina della Arsan, e finiscono anche per godere di quelle della cameriera di Emmanuelle, la solita disinibita e improbabilissima veneta Monica Zanchi e quelle della bella Marina Daunia, moglie del cornuto vicino della professoressa.

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Mario Gaiazzo, che intendeva fare una parodia del fortunato film di Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo, sceneggia una sguaiata, becera e improbabile commedia erotica, ma non fa in tempo a dirigerla per un incidente accaduto sul set del film.
Viene quindi sostituito da Gianfranco Baldanello, che si arrangia con i pochi soldi della produzione ( e si vede), usando come set una casa di campagna e il vicino fiume.
Il film, alla fine, deve essere costato quanto una brioche con cappuccino, visto che di attori se ne contano dieci, che gli effetti speciali consistono in tre costumi anche divertenti, con la prolunga fallica sull’elmo dei marziani, che di costumi se ne usano pochi, visto che le tre protagoniste sembrano avere una speciale allergia a tutti i tipi di tessuto.

Incontri molto ravvicinati 2Monica Zanchi

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Il prodotto finale è un pasticcio erotico in cui non si può davvero salvare nulla, tant’è vero che nel corso degli anni il film è diventato un’icona del cinema di serie Z, una vera perla trash ricordata sopratutto per qualche ardita scena dello stesso.
Una delle quali vede impegnate in un rapporto saffico la Baxa e la Zanchi, le due vere protagoniste del film, con un primo piano in cui la Zanchi bacia le parti intime della Baxa; una scena al calor bianco, nella quale non sembrano essere state usate controfigure.

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La pellicola si snoda quindi tra gli approcci dei tre furbacchioni ai danni delle due donzelle, che alla fine scopriranno la verità dando il via ad un’orgia in cui i tre giovinastri, già paghi di aver goduto delle loro grazie, nonchè di quelle della moglie del vicino, sembrano farsi onore fino in fondo.
Una esaltazione del trash, quindi.

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Le battute sono davvero inqualificabili, come alcune sequenze destinate a diventare un esempio di quello che in un film non si deve mai fare; basti ricordare una delle scene iniziali, nella quale i tre pseudo marziani fanno spogliare la povera Emanuelle e le girano intorno parlando un linguaggio fatto di fischi e parolacce (fischi molto umani, del resto, quelli che si emettono per ammirazione di una bella figliola) oppure alcune battutacce degne dei film di Pierino.
Il finale è quanto di più trash si potesse immaginare per una pellicola già di per se povera di trovate; i 5 protagonisti si consolano in gruppo, con primi piani delle facce estasiate dei ragazzi.
Parlare di recitazione, a questo punto, non ha alcun senso.

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Maria Baxa, la Emmanuelle professoressa ingenua e disponibile, ha dalla sua un bel fisico, due begli occhi verdi e null’altro, mentre la Zanchi espone il suo corpo efebico con grande naturalezza e spigliatezza, non mostrando alcun pudore anche nelle scene più ardite.
In ultimo la Daunia è forse tra le tre quella che sembra più a suo agio, nei panni della vogliosa moglie del vicino; il suo fondo schiena, ripreso più volte, è davvero da antologia.
Filmaccio brutto e inguardabile in tutti i sensi, quindi.
Paradossalmente, diventato uno dei film trash più ricercati in assoluto.

Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo, un film di Mario Gariazzo e Gianfranco Baldanello,con     María Baxa, Maria Daunia, Mario Maranzana, Monika Zanchi, Erotico Italia 1978

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María Baxa     …     Emmanuelle
Mónica Zanchi    …     Monica
Mario Maranzana    …     Carmelo
Marina Daunia    …     Maddalena
Jimmy il Fenomeno    …     Jimmy
Alessio Pigna    …     Alessio
Orazio Donati    …     Orazio
Calogero Buttà    …     Calogero

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Regia Mario Gariazzo
Sceneggiatura Mario Gariazzo, Thomas Lang
Fotografia Aldo Greci
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Alessandro Alessandroni

L’onorevole con l’amante sotto il letto

L'onorevole con l'amante sotto il letto locandina

L’onorevole  Armando Battistoni vive tranquillo dividendosi tra sua moglie Virginia (che ha un amante, un collega del marito) e la sua amante, Anna Vinci, professoressa di scienze naturali.
Quest’ultima lavora fuori Roma presso una scuola privata, fino a quando non viene allontanata per aver rimproverato aspramente i fratelli Pacetti, figli dell’intoccabile sindaco locale.
Per Armando i guai cominciano proprio di qui, allor quando Anna arriva a Roma per chiedere aiuto al suo amante onorevole.

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Janet Agren e Lino Banfi

Divisi da un cardinale prima, da un vescovo in cerca di favori poi, in ultimo dalla moglie fedifraga, Armando e Anna decidono di concedersi una vacanza in montagna, dove però guarda caso, è destinata ad arrivare anche Virginia con il suo amante.
La boccacesca vicenda prosegue tra equivoci di vario genere, fino al finale da fotoromanzo rosa, quando cioè Anna lascerà il suo maturo amante per un giovane ferroviere, partendo con lui.

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Lori Del Santo, la cameriera

Rozza e scollacciata commedia sexy, L’onorevole con l’amante sotto il letto non sfugge al peggior clichè di questi film seriali, nei quali il peso totale del film e della sceneggiatura è affidato da un lato al solito Lino Banfi, che fa del suo meglio, senza riuscirci, per tenere a galla una storia sgangherata e vista mille volte, mentre dall’altro lato c’è la bellona di turno, questa volta la nordica e affascinante Janet Agren.

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Alvaro Vitali

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A completare il tutto la solita procace cameriera, Lori Del Santo, più nuda che vestita e il solito segretario che alla fine è quello che ci guadagna di più, un Alvaro Vitali presenza imprescindibile di questi film seriali a metà strada tra il demenziale e la commedia pecoreccia.
Mariano Laurenti, il regista, non ci mette nulla di nuovo, affidando il tutto alle solite gag di Banfi e mostrando epidermide delle protagoniste, ammiccando così sguaiatamente al pubblico di palato grosso.

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A completare il cast, un antipatico in maniera patologica Teo Teocoli, la sventurata Marisa Merlini, ormai abituata ad accettare parti becere in filmacci di serie B,(questa volta nella parte di Virginia, moglie adultera di Armando) un professionista come Gigi Reder (il vescovo) quasi vergognoso e timoroso.

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Film che va annoverato tra quelli appartenenti agli ultimi fuochi della commedia sexy, uscito nelle sale nel 1981, quando proprio la commedia sexy stessa era ormai stata seppellita senza rimpianti sia dai produttori sia dal pubblico, sempre più scarso nelle sale e sempre più selettivo, vista anche la grandissima offerta televisiva di questo genere di pellicole, che passavano a tutte le ore sopratutto nei canali televisivi della provincia, che prolificavano come funghi.

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L’onorevole con l’amante sotto il letto, un film di Mariano Laurenti. Con Janet Agren, Lino Banfi, Alvaro Vitali, Marisa Merlini, Giacomo Furia, Gigi Reder, Galliano Sbarra, Leo Gullotta, Teo Teocoli, Clarita Gatto, Renzo Ozzano
Commedia, durata 92 min. – Italia 1981.

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L'onorevole con l'amante sotto il letto banner personaggi

Lino Banfi     …     Armando Battistoni
Janet Agren    …     Anna Vinci
Alvaro Vitali    …     Teo Mezzabotta
Marisa Merlini    …     Virginia Battistoni
Teo Teocoli    …     Controllore
Giacomo Furia    …     Zio Efisio
Gigi Reder    …     Vescovo
Leo Gullotta    …     Segretaria Sgarbozzi / Onorevole Sgarbozzi
Lory Del Santo    …     Cameriera
Jimmy il Fenomeno    …     Suor Consuelo
Galliano Sbarra    …     Passeggero del treno

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Regia Mariano Laurenti
Soggetto Luciano Martino, Francesco Milizia
Sceneggiatura Francesco Milizia, Alberto Silvestri
Produttore Camillo Teti
Fotografia Federico Zanni
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Gianni Ferrio

More (Di più, ancora di più)

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Una storia d’amore funesta e distruttiva con lo sfondo di una Parigi appena intuibile e della splendida Ibiza, condita da una colonna sonora scritta in otto giorni dai Pink Floyd.
E’ questa l’essenza del film More (uscito in Italia con l’aggiunta di Di più ancora di più), film del 1969 diretto dal regista di origini iraniane Barbet Schroeder.
Una storia dal vago sapore underground, che racconta il percorso di sola andata all’inferno di un giovane tedesco, Stefan, che in una Parigi che intravediamo solo a tratti conosce una giovane efebica e affascinante, sfuggente, di nome Estelle.

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La ragazza, dopo un approccio iniziale soft, inizia il giovane Stefan all’uso di marijuana, prima di portarlo su sostanze più pesanti.
Sarà proprio ad Ibiza, in una splendida cornice naturale che contrasta pesantemente con la cupezza della relazione tra i due, che diviene con il passare dei giorni sempre più torbida e legata alla progressiva assuefazione delle varie droghe che i due giovani usano, che la storia raggiungerà l’acme e la sua drammatica conclusione.

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Sicuramente More è un film passato alla storia più per la splendida e avvolgente colonna sonora dei Pink Floyd piuttosto che per la storia raccontata, anche se film sulla droga, a fine anni sessanta, sono da considerarsi rarità.
Il problema principale del film è la sua funzione eminentemente didascalica, legata più al torbido rapporto che lega i due protagonisti più che ad una indagine sui perchè della diffusione nel mondo giovanile dell’uso delle droghe leggere e pesanti.

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Il dramma della droga è visto infatti in un microcosmo chiuso, quello di Stephan e Estelle, non rapportato alla società, ai problemi di adattamento dei giovani alla stessa o ai problemi tipici dell’essere giovani.
Schroeder sceglie la strada dell’illustrazione del percorso iniziatico del giovane tedesco, che un po per amore, un po per curiosità, un po ancora per spirito di avventura, sceglie di seguire la perduta e ammaliatrice Estelle nel suo viaggio senza ritorno, verso una dipendenza che fatalmente avvolgerà nelle sue spire il giovane, portandolo alla tomba.

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La scelta più felice del regista è quella di usare un netto contrasto tra la storia cupa e drammatica che man mano vediamo scorrere sotto i nostri occhi e il paesaggio assolutamente solare, spettacoloso di un’Ibiza da cartolina o da documentario della National Geographic.
Alcune scene sono davvero splendide e ben curate, come quella in cui il giovane tedesco è seduto sul bordo di un traghetto con l’acqua che spumeggia, oppure quella in cui i due giovani, in un momento sereno, prendono il sole e fanno il bagno completamente nudi, novelli Adamo ed Eva.

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Pure, il senso di forte incompiuta, resta davvero palpabile.
I due giovani appaiono legati da un sentimento quasi vuoto, in cui il sesso, la droga, sembrano travolgere tutto, senza che il regista esprima mai un suo punto di vista oggettivo, che sia una condanna delle droghe in tutta la loro vasta gamma oppure un tentativo qualsiasi di demonizzare la cosa.
In questo More appare distante anni luce da opere molto più complesse e diversamente strutturate come Cristiana F.noi i ragazzi dello zoo di Berlino, opera sicuramente molto più efficace nel descrivere l’anticamera dell’inferno della tossico dipendenza.
Ma in effetti l’intenzione del regista era quella di raccontare una storia d’amore con un finale amaro, con la droga solo sullo sfondo della vicenda.

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E in questo bene o male colpisce nel segno.
Aiutato sicuramente per massima parte dalla colossale colonna sonora dei Pink Floyd, orfani del geniaccio Barrett che aveva pagato il suo tributo alla dea droga. Una colonna sonora sontuosa, pure non apprezzata universalmente, anzi.
I fan dei Pink Floyd spesso la escludono dai lavori del gruppo, considerandola troppo leggera e poco omogenea.
Aldilà delle meschine considerazioni di bottega, l’album che fa da colonna sonora è bello e intrigante; così come il film, tralasciando molte lacune in fase di sceneggiatura, si lascia vedere.

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Bene i due attori protagonisti, una splendida, conturbante ed efebica Mimsy Farmer e Klaus Grunberg, l’impacciato e stralunato Stephan.
Può valere la pena riguardarlo a distanza di oltre 40 anni dalla sua uscita, per ricordare un mondo ormai completamente dissolto.

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More (Di più, molto di più), un film di Barbet Schroeder. Con Mimsy Farmer, Klaus Grunberg, Heinz Engelmann Titolo originale More. Drammatico, durata 117 min. – Gran Bretagna 1969.

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Regia     Barbet Schroeder
Soggetto     Barbet Schroeder
Sceneggiatura     Barbet Schroeder, Paul Gegauff
Casa di produzione     Les Films du Losange
Fotografia     Nestor Almendros, Fran Lewis
Montaggio     Denise De Casabianca, Rita Roland
Musiche     Pink Floyd

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L’alcova

L'alcova locandina

Elio de Silveris, ufficiale dell’esercito italiano, ritorna nella sua villa in un luogo imprecisato.
Ad attenderlo c’è sua moglie, Alessandra, che nel frattempo. vista la lontananza del marito, si è consolata con la sua segretaria e factotum Wilma.
L’arrivo di Elio ridesta i sensi sopiti di Alessandra, che inevitabilmente trascura Wilma, che altrettanto inevitabilmente soffre lo stato delle cose.
Ma ad aggravare la situazione, ecco un colpo di scena; l’ufficiale reca con se una splendida donna abissina, Zerbal, che presenta come una sua preda di guerra.
La donna è vista da subito come fumo negli occhi sopratutto dalla legittima consorte, che però ben presto scopre di essere attratta dalla nuova arrivata.

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Annie Belle (Wilma) e Lilli Carati (Alessandra)

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Laura Gemser

Così tra le due nasce una intensa relazione saffica, ben vista dal marito, mentre Wilma, ormai messa completamente da parte, ripiega su un giovane ufficiale.
L’atmosfera nella villa diventa sempre più viziosa; ai giochi lesbici delle due donne, si aggiunge Elio, che proietta filmini porno, eccitando ancor di più i sensi delle protagoniste.
Ma l’eccesso di erotismo gioca uno scherzo fatale.

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Alessandra e Zerbal, ormai indissolubilmente legate, per gioco legano Wilma ad un letto, facendola violentare dal guardiano della villa.
La cosa sconvolge la ragazza, che confessa tutto al giovane ufficiale.
Così, una sera, mentre Elio, Alessandra e Zerbal sono seduti a tavola in giardino, fra torce che illuminano la villa, Wilma e il suo compagno arrivano non attesi.

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Laura Gemser è Zerbal

Zerbal si avvicina alla ragazza, ma il giovane ufficiale lancia in segno spregiativo un oggetto verso lei; cadendo, l’oggetto rovescia una candela, che appicca il fuoco al sottile vestito di Zerbal.
Un attimo e la donna è preda delle fiamme.
Morirà bruciata viva, senza che i presenti possano ( o vogliano) fare qualcosa per salvarla.

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Film scopertamente erotico di Joe D’Amato, diretto nel 1984, L’alcova tuttavia si discosta dai film a luce rossa che imperversavano in quel periodo, pur se le tematiche e molte scene del film sono ai limiti labili del confine con il cinema hard.
Il film ha una sua sceneggiatura, sorprendentemente ben fatta, e si avvale anche di una splendida fotografia, che immerge il film in un’atmosfera quasi d’annunziana, come del resto recita il titolo del film.

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L’aria che si respira è morbosa, decadente; i personaggi agiscono per istinto, un istinto animalesco, che li porta ben oltre la morale comune.
I rapporti lesbici si sprecano, e sono la costante del film.
Ma la storia è ben diretta, ha una sua logica, pur nei limiti di un’operazione di marketing cinematografico.
Non a caso come protagoniste del film D’Amato sceglie due star del cinema erotico, Laura Gemser e Lilli Carati, affiancati da una sfiorita Annie Belle.
Delle tre la più conturbante è proprio l’attrice orientale, che in qualche modo tiene a galla il suo personaggio, rivestendolo di un’aura di esotismo e mistero.

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Lilli Carati appare spaesata, forse perchè già da tempo alle prese con i suoi gravi problemi di dipendenza dalla droga.
Appare appesantita, stralunata, pur mantenendo uno standard recitativo sufficiente.
Annie Belle appare ancor più estranea; sfiorita, appesantita, con i capelli castani, appare quasi irriconoscibile, dall’efebica ragazza che a metà anni settanta aveva interpretato film come La fine dell’innocenza.
Al Cliver fa la sua parte, dignitosamente.
Alla fine, paradossalmente, proprio i difetti decritti fanno si che il prodotto risultante sia accettabile.
Gli attori ci mettono buona volontà, assecondando un D’Amato che sembra aver ritrovato l’antica mano, l’abilità nel creare storie torbide condendole con un pizzico d’erotismo (forse molto più di un pizzico), creando atmosfere lussuriose, malsane e intriganti, in cui il sesso, le sue derivanti sono la struttura stessa del racconto.
Del resto reggere un film con otto attori non è da tutti.
D’Amato ci riesce.

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Qualche nota sulle attrici; per Annie Belle questo è uno degli ultimi film interpretati.
Dopo questo, arriverà La venexiana, in cui ha una breve parte e il terrificante La croce dalle sette pietre, uno dei film più scombinati mai girati in Italia; anche Lilli carati è ormai al tramonto, visto che dopo L’alcova girerà Voglia di guardare e Lussuria, prima di prendere la strada senza ritorno del film hard.
Laura Gemser invece continuerà la sua onesta carriera, grazie anche alla sua bellezza sottile, che manterrà presso chè intatta.

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L’alcova, un film di Joe D’Amato. Con Al Cliver, Lilli Carati, Annie Belle, Nello Pazzafini, Laura Gemser Commedia, durata 86 min. – Italia

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