Il Decamerone nero

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6 novelle boccaccesche mutuate dal Decameron con due varianti fondamentali: l’ambientazione non è medioevale e i protagonisti sono persone di colore.
La vicenda si svolge infatti in Africa, anche se la location del film va ripartita fra il Senegal e la Lucania, per la precisione nella provincia di Matera.
Nella prima novella, la più importante, il giovane Nahim, avendo appreso dell’esistenza di una regina volubile oltre che ricchissima e dalla bellezza leggendaria, decide di conquistarla usando però un espediente.

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Beryl Cunningham

Avendo saputo che tutti i pretendenti alla sua mano sono periti nel corso delle prove affrontate,con i suoi fratelli giunge al villaggio dove risiede la bellissima donna  e occupa una tenda vicino alla sua dimora.
Durante la notte inizia con i fratelli a fare un fracasso infernale, disturbando così il riposo della donna.
Alle rimostranze della regina Bella, Nahim risponde mostrando alla cameriera della stessa una gallina che produce uova d’oro.
Invitato a venderla, Nahim rifiuta chiedendo come compenso di poter vedere la regina a gambe nude.
La riluttante Bella, su consiglio della sua cameriera accetta.
Continuando con la sua tattica, il furbo artigiano costruisce prima un coccodrillo, chiedendo di poter vedere la regina a seno nudo ed in seguito un elefante d’oro, questa volta chiedendo di poterla vedere completamente nuda.

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Invano la donna cerca di convincere Nahim ad accettare terreni e mandrie, così alla fine cede, promettendo vendetta.
Quando Nahim vede la regina nuda, le dice che è un vero peccato che ” la abbia alla rovescia “; la regina, incredula, prende uno specchio che ovviamente riflette l’immagine al contrario e si convince così di non essere normale.
Nahim con le sue arte seduttive, convincerà la regina di averla riportata alla normalità e ben presto diverrà lo sposo di Bella.
Il secondo episodio, chiamato “Guarigione di una pazza per gli uomini“, vede protagonista un giovane di un villaggio, Malì, sposato ad una insaziabile ninfomane che va a letto con tutta la popolazione maschile del villaggio e poi, per non far torto al marito ogni volta che lo fa becco va a letto con lui.

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Quando nella sua casa arriva un amico che non lo riconosce più tanto il povero Malì è consumato dall’inesauribile fame di sesso della donna, Malì ormai alla disperazione chiede all’amico di aiutarlo.
Così il giovane sparge in giro la voce che la donna, quando è a letto con un uomo, gli taglia l’attributo virile.
La donna viene convinta dal furbo giovane a immergersi in un fiume che a sua detta ha proprietà miracolose, ovvero spegne il desiderio verso gli uomini.
Da quel momento le cose tra i due coniugi ritornano normali.
Nel terzo episodio, “Gli amanti puniti“, un pescatore, convinto a ragione che sua moglie abbia un’amante, si finge cieco.
Da quel momento riesce a castigare duramente l’adultera, beffando l’amante (orinandogli addosso, bastonandolo con la scusa di aver sentito un serpente ecc.); sempre fingendosi cieco, smaschererà l’amante della moglie facendolo passare per un assassino e facendolo di conseguenza giustiziare.

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Naturalmente, subito dopo la morte dell’uomo, riacquisterà la vista  a suo dire “grazie ad una pozione miracolosa di un grande stregone”.
Il quarto e brevissimo episodio si intitola “Vendetta di prostituta“, e narra le vicende di una prostituta che si vendica ferocemente dei potenti del villaggio radunandoli a casa sua a mezzanotte, promettendo ad ognuno di loro una notte d’amore all’insaputa l’uno dell’altro. Gli uomini fuggiranno via nudi dalla casa della donna, coprendosi di ridicolo.
Il quinto episodio, “Che cosa non ha fatto“, racconta le gesta dell’aitante Simoa che si traveste da donna per entrare nella casa dell’uomo più ricco e influente del villaggio.
Naturalmente grazie al suo travestimento, riuscirà a godersi le grazie della moglie e delle giovani figlie dell’uomo.
Per sei settimane Simoa si congiungerà per sei notti alle sei figlie della coppia e alla fine riuscirà anche a farsi sposare dal padrone di casa!
Nell’ultimo episodio, un giovane finge di accoppiarsi con un’asina mentre sta passando una coppia composta da un agricoltore anziano e dalla sua giovane moglie.

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Alle rimostranze dell’anziano che lo rimprovera di fare certe cose in pubblico e con un animale, il giovane risponde che è l’unico modo per eliminare i bruciori dell’asina.
La furba moglie dell’agricoltore finge così di avere lo stesso problema e convince il marito a rivolgersi al giovane per guarire.
Naturalmente il furbacchione si farà pagare la prestazione, e alla fine dopo aver vagabondato per i villaggi, ottenendo con furbizia sesso e cibo, riuscirà con uno stratagemma a conquistare una bella ragazza e ne farà la sua sposa.
Il decamerone nero è un decamerotico che non si discosta dalla media della produzione di questo particolare genere cinematografico; tuttavia ha qualche elemento di novità, costituito in primis dall’ambientazione che diventa esotica e non legata al tradizionale medioevo e sopratutto per l’utilizzo di attori esclusivamente di colore per l’interpretazione dei vari personaggi delle 6 novelle (non 5 come riportato dai vari siti)

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Uscito nel 1972, quindi in pieno boom del fenomeno decamerotico per la regia di Piero Vivarelli, Il decamerone nero si basa su sei novelle differenti tra loro, anche se le più importanti ( e se vogliamo le migliori) restano la prima e l’ultima.
Il prodotto finito è di medio livello, superiore ad esempio alla media di molte produzioni, anche se siamo sempre nell’ambito del cinema di genere, quindi senza grosse ambizioni e senza nemmeno grosse pretese.
A dare un tocco di originalità c’è l’utilizzo di un cast di assoluti sconosciuti, quasi che Vivarelli avesse voluto copiare lo stile del Decameron pasoliniano: naturalmente qui siamo ad un altro livello, le storie sono fini a se stesse e non hanno quella ricercatezza, quella tematica di fondo anticlericale e gioiosamente popolare che aveva il film di Pier Paolo Pasolini.

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Tuttavia si gustano storie che in qualche modo fanno sorridere per la loro ingenuità, storie che sono ambientate in villaggi pseudo africani e che prendono benevolmente in giro riti e superstizioni degli africani stessi.
L’unica attrice conosciuta è Beryl Cunningham, che interpreta la regina Bella: tutti gli altri sono dei carneade che però fanno il loro dovere, donando al film una patina surreale ma abbastanza fedele allo spirito del racconto.Vivarelli, autore fra l’altro di film come Il dio serpente, è un onesto mestierante e nulla più, ma quantomeno in questo film non utilizza a piene mani volgarità e lazzi gratuiti preferendo puntare su storie ingenue ma con un loro fascino.
Così alla fine se non si resta di certo entusiasti, non si può recriminare su molto avendo passato due ore tutto sommato piacevoli.

Qualche nudità scontata, la bella Cunningham, una buona fotografia e qualche location selvaggia sono i punti di forza del film.
Per passare due ore senza riflettere e senza annoiarsi eccessivamente.

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Il decamerone nero, un film di Piero Vivarelli. Con Beryl Cunningham, Djbril Diop, Serigne N’Diaye, Jacqueline Scott Erotico, durata 100 min. – Italia 1972.

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Beryl CunninghamLa regina Bella
Djbril Diop
Josy McGregor
Serigne N’Diaye
Jacqueline Scott
Yusussapha Ba
Isabelle Diallo
Fatou Diame
Gonzales
Dauda M’Baye
Issa Niang
Line Senghor

Regia:Piero Vivarelli
Sceneggiatura: Ottavio Alessi, Piero Vivarelli
Fotografia: Roberto Gerardi
Montaggio: Carlo Reali
Musiche: Griot Bana Cissokho, Luciano Michelini
Formato: Cinescope Eastmancolor

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La montagna del dio cannibale

La montagna del dio cannibale locandina 1

Susan Stevenson, affascinante moglie del professor Harry Stevenson parte per un’isola della Nuova Guinea alla ricerca del marito, scomparso durante l’esplorazione dell’isola; il professore era alla ricerca di una montagna venerata dalle tribù locali come sacra, ma difesa anche come luogo assolutamente tabu.
Ad accompagnare Susan c’è  Arthur Weisser ,suo cognato e un amico di Harry, il Professor Edward Foster
I due, arrivati in Guinea, assoldano delle guide e portatori locali per attraversare la foresta che conduce all’impervia montagna; il viaggio è ovviamente irto di pericoli, essendo la giungla popolata da animali feroci e sopratutto da temibili indigeni che si dice siano anche cannibali.

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Dopo un’estenuante marcia, il duo raggiunge una missione, presso la quale vive Manolo, un medico idealista che ha scelto di rimanere con la popolazione locale per rendersi utile.
Convinto il riluttante medico ad accompagnarli nella spedizione, Susan con Arthur e Edward si inoltrano sempre più nella giungla, dove ben presto accadono fatti sconvolgenti.
Muore Arthur (per colpa di Edward), muoiono alcuni portatori e infine il gruppo restante viene attaccato dalla tribù indigena dei Puca, che difende con ferocia l’accessibilità alla montagna.
I tre vengono fatti prigionieri, e Manolo apprende che in realtà Susan e Edward non sono alla ricerca del professor Harry (che è morto per opera dei Puca), bensi della mappa della località che custodisce un ricchissimo tesoro, un giacimento di uranio.

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Claudio Cassinelli è Manolo

Alla fine, Edward verrà mangiato dagli indigeni mentre Susan, venerata come una dea, riuscirà a salvarsi grazie a Manolo, e dopo l’ovvio pentimento ripartirà verso la civiltà in compagnia del medico.
Cannibal movie diretto da Sergio Martino nel 1978, nel periodo in cui si affermò il genere che ebbe le sue vette migliori grazie a Deodato e Lenzi, rispettivamente con Cannibal holocaust e Mangiati vivi, La montagna del dio cannibale è un prodotto discutibile, fiacco e diciamolo pure abbastanza noioso.
Il tutto nonostante le solite scene splatter che caratterizzarono queste discutibili produzioni, piene zeppe di orrori e sopratutto di barbare uccisioni di animali dal vivo, operate sia dall’uomo sia dagli animali stessi.
C’è la classica morte della scimmietta inghiottita dal serpente, il solito coccodrillo sventrato e altre scene girate dal vivo che furono caratteristica peculiare del genere cannibal movie giustificate secondo la logica delle varie produzioni dalla necessità di mostrare la vera natura della giungla, le sue leggi feroci ecc.

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In pratica il tutto si riduceva invece ad una ben triste documentazione di orrori spesso causati proprio dalle varie produzioni, ma questo è un discorso già affrontato, per cui non ci ritorno su.
Il film, come già detto, è privo di una sceneggiatura accettabile e sopratutto è interpretato malamente dagli attori protagonisti, quasi gli stessi fossero consapevoli della pochezza della storia da loro interpretata.
Ursula Andress, bellezza ormai quasi al tramonto, porta in giro per il film un’espressione stereotipata da bella borghese con la puzza sotto il naso incapace di capire quello che accade sotto i suoi occhi; ben di peggio fa Stacy Keach che risulta assolutamente incredibile e monocorde nella versione “cattiva” del solito  Giuda interessato ai soldi piuttosto che alla salvezza di un amico.
Piatta anche la recitazione di Claudio Cassinelli, svogliato e anche lui poco convinto ( e convincente) nei panni del provvidenziale salvatore.

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Sergio Martino, autore di alcune pregevoli opere come il poker servito tra il 1971 e il 1973 costituito dai thriller Lo strano vizio della Signora Wardh,La coda dello scorpione, Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, gira il film da mestierante, con discreta mano ma senza alcun lampo di genio.
Manca il ritmo, manca la sceneggiatura e sopratutto l’elemento splatter, che poteva essere l’unico rimedio per carpire l’attenzione dello spettatore è limitato alla parte finale del film, escludendo le citate immagini choc con protagonisti gli animali.

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Ursula Andress è Susan Stevenson

Assistiamo ad un’evirazione, a scene di cannibalismo e poco altro: latitando una storia credibile supportata da una recitazione adeguata, alla fine del film resta solo il ricordo di una monotona passeggiata nelle foreste della Guinea, qualche nudo della Andress peraltro castigato e poco più.
Il guaio è che il genere cannibal movie era uno dei più ripetitivi in assoluto, visto che si basava esclusivamente su alcuni elementi fondamentali, come le scene splatter, i soliti cattivissimi cannibali e le bellone semi discinte catturate e spesso o venerate come dee oppure destinate alla violenza carnale delle varie tribù.
Credo di poter tranquillamente sconsigliare la visione di questo film anche per evitare di addormentarsi sulla poltrona per colpa della soporifera dei fratelli De Angelis, qui ai minimi storici della loro produzione.

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La montagna del dio cannibale,un film di Sergio Martino. Con Ursula Andress, Claudio Cassinelli, Antonio Marsina, Franco Fantasia,Stacy Keach-Horror, durata 90 min. – Italia 1978

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La montagna del dio cannibale banner personaggi

Ursula Andress: Susan Stevenson
Stacy Keach: Edward Foster
Claudio Cassinelli: Manolo
Antonio Marsina: Arthur
Franco Fantasia: padre Moises
Lanfranco Spinola: console
Carlo Longhi: il pilota
Luigina Rocchi: Sura

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Regia     Sergio Martino
Soggetto     Cesare Frugoni, Sergio Martino
Sceneggiatura     Cesare Frugoni, Sergio Martino
Produttore     Luciano Martino
Casa di produzione     Dania Film, Medusa Distribuzione
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Eugenio Alabiso
Effetti speciali     Paolo Ricci
Musiche     Guido e Maurizio De Angelis
Scenografia     Massimo Antonello Geleng
Costumi     Massimo Antonello Geleng
Trucco     Adalgisa Favella, Franco Freda

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Realizzato nel pieno del filone cannibalico, pur se in anticipo sul granitico ed inarrivabile Cannibal Holocaust (datato 1979), si configura -per l’abbondante dose di estrema violenza (emersa soprattutto dall’edizione UNCUT circolata in DVD) – come la più eccessiva (graficamente parlando) regia di Martino. La durezza del plot e di conseguenza delle scene splatter è rarefatta in favore del garbo stilistico, che impone nel cast attori come Cassinelli, Stacy Keach ed Ursula Andress (quest’ultima non timorosa di fronte al nudo “di necessità”).

Questi cannibali hanno ben poco appetito e ciò si ripercuote sulla pellicola, che decolla solo nella parte finale, dove un’estirpazione di budella e un’evirazione ravvivano il tutto, ricordandoci che i “simpatici” indigeni in questione sono cannibali. Oltre a questo, anche la Andress cosparsa di una sorta di caramello contribuisce a riaccendere un po’ di interesse che, col passare dei minuti, era venuto meno, dovendo sorbirsi le solite camminate in giungla, con annesse leggende e qualche morticino qua e là (bell’attacco di coccodrillo con braccio strappato). Vedibile, ma nulla più.

Film esotico-avventuroso, con ampie escursioni antropofagiche, che contende a Cannibal Holocaust la palma di proto cannibal movie. La storia non è certo un granché ed anche la regia di Martino è piuttosto fastidiosa ed esecrabile soprattutto quando indulge in maniera sadica, morbosa e soprattutto gratuita e compiaciuta, in particolari di estrema violenza (vedi la scena del serpente che azzanna il babbuino) che si potevano tranquillamente evitare. In ogni caso assolutamente inferiore al film di Deodato.

Cannibal movie targato Sergio Martino, regista che nel passato ci ha regalato qualche prodotto dignitoso. Questa volta il disastro è totale: non basta certo la bellezza di una non più giovanissima Ursula Andress a rendere accettabile la pellicola. Personaggi improbabili, storia inesistente, recitazione insufficente: sono questi i dati salienti del film. Solo per gli amanti del genere.
Pellicola noiosa, probabilmente realizzata in fretta e furia per sfruttare il filone in voga nel periodo. Una vicenda che rimane sospesa a metà tra l’avventura e il violento, senza dare spunti a nessuno degli accoliti dei due generi. Molte lungaggini con poco senso, prestazioni degli attori da non rimarcare. La stessa Ursula Andress si limita a svolgere il compitino.

Escursione di Martino nel filone cannibal, in quel periodo particolarmente florido. Si nota che il film è stato fatto più per motivi economici che artistici, tuttavia l’indubbia professionalità di Martino e un cast di tutto rispetto favoriscono la riuscita di questa pellicola. Non mancano le classiche scene di animali che mangiano altri animali, così come parecchie sequenze trucide con protagonisti i cannibali (il tipo evirato su tutte). Ursula Andress ancora statuaria, locations d’effetto, azione ben dosata. Curiosa la presenza di un nano.

Martino è un regista visivamente troppo raffinato per cedere alle lusinghe di un vero e proprio cannibal movie: il film infatti è più adventure che cannibal, si diverte di più a fotografare una natura incontaminata e le grazie della Andress: esotismo ed erotismo. La sequenza finale (quella prettamente cannibal) è un po’ troppo simile a quella della grotta di Ultimo mondo cannibale; di suo ci mette tre scene sessualmente spinte (sesso etero, autoerotismo e sesso con animali) visibili solo nella versione integrale.

Il film, pur non raggiungendo le vette di quelli di Deodato e Lenzi, risulta godibile (grazie anche ad un master audio\video Noshame eccezionale). La cosa che salta subito agli occhi sono le location, veramente splendide. Per il resto ci troviamo davanti più ad un film d’avventura che ad un cannibal movie.

Il grande Sergio Martino, durante un festival, raccontò della fatica fatta per girare questo film: lui portava la responsabilità dell’opera ed i portatori tutti gli attrezzi! Comunque si raggiunge un buon risultato, fatte salve le solite, inutili e odiosissime scene di uccisioni di animali provocate, che effettivamente dal Martino non mi sarei aspettato (ma il mercato è il mercato, nel bene e nel male, come in questo caso!). Molto belli i paesaggi ed impeccabile, come sempre, la regia. Ursula Andress è nudissima, ma ho visto una vhs italiana censurata, purtroppo.

Film cannibalesco con i soliti stereotipi: evirazioni, animali che si mangiano l’un l’alro, budella estirpate etc. Non so cosa abbia in più o in meno rispetto ai vari Cannibal Holocaust o Mangiati vivi! I De Angelis hanno fatto di meglio, ma la loro musica non è troppo male, anzi. Discreti gli attori.

Uno dei pochi cannibal-movie con una morale ben trasmessa, mediante una trama coinvolgente e poco banale. La pecca di queste opere sta nel cimentarsi in un genere troppo “realistico” di fronte alle insidie della natura (vedi i duelli fra gli animali) e lo splatter gratuito dei cannibali che banchettano. Salvabile.

Una natura incontaminata e per certi versi affascinane e pericolosa, uno script banalotto ma con una messa in scena decente e la bellezza procace di Ursula Andress, questi gli ingredienti di un film con delle sequenze che oggi (per fortuna) non si potrebbero più realizzare – in stile Cannibal holocaust. Difficilissima da digerire la scena della scimmietta che cerca di divincolarsi dalla bocca del grosso serpente, per il resto la pellicola è rivolta prettamente agli appassionati del genere.

Dei Martino adventure è forse quello meno riuscito (insieme al Fiume del grande caimano) e manca totalmente la “follia” di quel cult che è L’isola degli uomini pesce. Il tema cannibal è piuttosto sottotono, quasi messo a forza, con le poche scene rintegrate, poi, in Mangiati vivi. Restano una buona presa spettacolare (buono l’attacco del coccodrillo), la Andress pittata e con un corpo ancora da favola e su tutti Antonio Marsina. Gli sfx sono ridicolissimi (l’evirazione fa sbellicare) e i cannibali davvero improbabili. Comunque godibile.

Tra i cannibal movie italiani è sicuramente il più “raffinato”, pur nella crudezza dei temi. La produzione è di levatura internazionale come confermano la presenza di Ursula Andress e Stacy Keach. È un mix di splendidi paesaggi esotici, una discreta trama avventurosa con concessioni alla violenza e allo splatter inferiori a quelle di prodotti simili. La regia mi è sembrata poco sicura proprio nelle scene finali quando compare l’infame tribù cannibale dei Puca e la tensione avrebbe dovuto essere al massimo: lì il film gira un po’ a vuoto.

Decisamente Sergio Martino con questo film ci stupisce. Al di là del fatto se voglia o no imitare i cannibal di Deodato, il film coinvolge non poco e ha un suo e vero e proprio significato. Pur se non è diretto tanto bene, lo spettatore riceve lo spirito d’avventura della pellicola, la quale poi si sposta nel cannibal totale dove, oltre a alle solite uccisioni di animali, c’è anche una castrazione e tanti altri particolari che non hanno fatto altro che penalizzare un film che decollava.

Se Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato è da considerare sicuramente come il capostipite del cannibal-movie italiano, questo di Martino a mio giudizio è il secondo più bello del filone. Belle le ambientazioni e molto curato in tutte le sue parti, è un film che non si dimentica assolutamente. Grande come sempre il mitico Claudione (indimenticato Raul Montalbani di Milano Violenta)

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Elena si, ma… di Troia

Elena si ma di Troia locandina

Nel periodo che precede la guerra di Troia, Savio e Ottone sbarcano sulle coste della Grecia, provenienti dall’Etruria e in cerca di pane e divertimenti oltre che di avventure;  i due vagabondi ne avranno abbastanza di avventure, a cominciare dall’incontro con la bella e infedele Elena che si trattiene sulla spiaggia con il suo amante Paride.
I due vengono così invitati a soggiornare presso la dimora di re Menelao, marito cornuto di Elena; quà i due compari  approfittano abbondanemente sia della cucina del re sia delle grazie di tutte le donzelle della corte fino all’arrivo di Ulisse, il quale avendo avuto a che fare già con loro, memore della brutta esperienza li fa cacciare dalla reggia.

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Elena pratica la respirazione bocca a bocca al finto svenuto Ottone

I due compari, dopo aver girovagato e campato alla giornata a spese dei polli che si fanno abbindolare da loro, finiscono per arrivare alla corte di re Priamo, nella quale ritrovano la bella Elena che è fuggita con Paride.
Dopo che Ottone ha addirittura insidiato la molto disponibile moglie di Menelao, i due compari corrono il rischio di essere giustiziati; l’arrivo della flotta achea salva loro la vita, perchè riescono a fuggire dalla città in fiamme.
Elena si ma di Troia è un film commedia, variante della serie decamerotici dalla quale riprende le gesta in qualche modo boccacesche dei protagonisti trasportando però gli avvenimenti indietro nel tempo, lontano da quel medioevo che caratterizzava l’ambientazione degli stessi.

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Don Backy

A dirigere il film troviamo Alfonso Brescia, che aveva già girato qualcosa del genere nel 1971, Le calde notti di Don Giovanni , bissato l’anno successivo da Poppea… una prostituta al servizio dell’impero; poichè siamo nel periodo di massimo fulgore del genere decamerotico, il regista non fa altro che raccattare quello che trova, mettere su una sceneggiatura appena decente e dirigere il tutto senza gran dispendio di mezzi.
Quello che vien fuori è un filmetto senza capo ne coda, con dialoghi al limite del surreale corredati dalle solite gag viste mille volte; ad abbellire e ingentilire il tutto vengono chiamate due attrici di B-movies, specializzate in commediole erotiche o in decamerotici, ovvero  Margaret Rose Keil, che interpreta Clitennestra e Christa Linder che presta il volto ( e principalmente il corpo) alla splendida e infedele Elena.

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Christa Linder è Elena di Troia

A parte le due bellezze nordiche, il cast è assolutamente deprimente; si passa da un Don Backy a tratti indisponente ad un Peter Landers goffo e inespressivo, passando per il solito Pupo De Luca (il cornuto Menelao) a Howard Ross, sicuramente poco adatto al ruolo del playboy ( a sua volta cornuto) Paride.
Inevitabilmente diventa inutile parlare anche di scenografia o location; girato al massimo risparmio, Elena si ma di Troia è davvero al minimo sindacale in tutto e per tutto.
A dover obbligatoriamente scegliere qualcosa da salvare, si può optare per il siparietto in cui Ottone insegna ad Agamennone, fratello di Menelao, come trattare la propria insoddisfatta moglie Clitennestra, ovvero attraverso l’uso di sane sculacciate.

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Naturalmente ben poco.
Cito, come un epitaffio, il giudizio lapidario del Morandini, di solito poco affidabile ma questa volta degno di menzione: “Filmaccio che prende a pretesto la guerra di Troia per contrabbandare amplessi e parolacce.”
Difficile trovare qualcos’altro degno di rilievo, se non le solite chiappe esposte o i generosi nudi della Linder, attrice sicuramente non molto espressiva ma dalle grazie assolutamente notevoli.

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Elena sì, ma… di Troia,un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Pupo De Luca, Howard Ross, Peter Landers,Margareth Rose Keil,Andrea Scotti, Christa Linder, Piero Leri, Carla Mancini, Michael Forest
Comico, durata 92 min. – Italia 1973.

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Elena si ma di Troia banner protagonisti

Don Backy     …     Ottone
Peter Landers         …     Savio
Pupo De Luca          …     Menelao
Margaret Rose Keil     …     Clitennestra
Andrea Scotti          …     Enea
Carla Mancini         … Una cameriera troiana
Michael Forest          … Agamennone
Christa Linder         … Elena di Troia

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Regia: Alfonso Brescia
Sceneggiatura: Mario Amendola, Alfonso Brescia,Renzo Genta,Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Vincenzo Vanni
Produzione: Franco Calabrese

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Un anno dopo Poppea, Brescia ci riprova col duo don Backy-Landers: prende il decamerotico imperante, lo trasporta nell’antichità e ci mette un po’ di scazzottate (Caponi per Hill, mentre Landers è lo Spencer di turno). Il film però non vale il precedente: bella la Linder, ma non vale la Benussi, livello attoriale generalmente più basso e sceneggiatura tirata via. Poppea si lasciava guardare: questo, invece…

Parallelamente ai decameroni, in Italia fiorirono una serie di pellicole – in chiave di “commedia erotica” – sulla linea di rivisitazioni storiche molto vaghe. Non poteva, data la potenzialità del titolo stesso, mancare quella in oggetto. La sceneggiatura non è molto interessante (opera, oltre al solito Regnoli, di Mario Amendola, zio del più noto Ferruccio), mentre la ricostruzione storica della guerra di Troia è solo un pretesto per dare corso alle esibizioni extraconiugali della bella (e chiaccherata) Elena, interpretata con certa disinvoltura dalla “gradevole” Christa Linder.

Il formidabile titolo è, naturalmente, il “qualcosa da salvare”. Ma ci si misero in cinque, se i credits sono veritieri, per scrivere entusiasmanti calembour sul genere “mercede/Mercedes”, “Fenicia/fiducia”, “Iberia/Siberia” eccetera: un po’ troppi. Noia sovrana, recitazione esecrabile, Alessandroni che addirittura rispolvera i suoi vocalizzi per Mah nà mah nà: in breve, una troiata. Oops, ci siamo cascati…

Variante decamerotica spostata indietro di qualche millenno e a sua volta in anticipo rispetto ai cloni del futuro Caligola brassiano. Cambiando l’ordine degli addendi però il risultato non cambia: sceneggiatura cialtronesca, pretese di comicità pateticamente velleitarie, recitazione no comment. Restano ovviamente le abbondanti e non certo spiacevoli razioni di nudo e di scene erotiche, abbastanza ardite per un film italiano del ’73 e affidate alle solite Christa Linder, Margaret Rose Keil, Lea Lander. Terribile il campionario maschile

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Sesso a domicilio (Ich, eine groupie)

Sesso a domicilio locandina

Ancora una volta un titolo fuorviante per un film che con il sesso c’entra molto marginalmente; tradurre Ich ein groupie (Io sono una groupie) con Sesso a domicilio significa strizzare l’occhio maliziosamente ad un pubblico di guardoni, mentre il film di Erwin C. Dietrich uscito nelle sale italiane nel 1971 è tutto tranne che un film per guardoni.
Del resto la parola groupie indica molto chiaramente a cosa il regista miri, ovvero raccontare la storia drammatica di Vicky, giovane londinese che scenderà all’inferno proprio per questa sua peculiarità, essere una groupie.
Con questo termine inglese venivano “etichettate” quelle ragazze che seguivano il concerti rock e pop e che spesso diventavano fans (anche esagitate) delle rockstar ma non solo; erano tantissime le formazioni di piccola e media fama che avevano le loro groupie che alla fine assecondavano anche la vita sregolata ed eccessiva dei componenti delle band.
Accadeva quindi che una groupie diventava l’amante fissa o temporanea dell’artista, spesso eccedendo in consumo di alcolici o droghe, ma molto spesso la groupie viveva una vita assolutamente normale limitandosi a seguire i concerti o gli avvenimenti artistici del gruppo o dell’artista che amava.

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Dietrich decide quindi di raccontare la storia drammatica di una di queste ragazze, divenuta groupie per caso e di seguirne le vicissitudini personali attraverso un viaggio che ben presto si trasformerà in un incubo.
Vicky infatti capita casualmente ad un concerto del chitarrista Steward West e se ne innamora perdutamente: da questo momento la sua sorte resterà legata indissolubilmente ai destini di Steward, che la inizierà anche ai piaceri proibiti delle droghe.

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La ragazza infatti quando Steward si trasferisce a Berlino per lavoro, decide di seguirlo e si mette in viaggio con Vivian un’altra sua amica conosciuta casualmente.
La mancanza di soldi costringe le due ragazze a diventare spacciatrici di marjuana, cosa che avrà conseguenze gravi perchè Vicky, che nel frattempo è arrivata in Svizzera finirà per essere violentata da un gruppo di duri motociclisti (gli Hell’s angels, angeli dell’inferno).
Arrivata a Berlino Vicky verrà iniziata dall’amica Vivian all’eroina e durante uno dei viaggi allucinati provocati dall’uso della droga, vedrà il suo amato Steward in una specie di sogno.

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Completamente nuda la ragazza si precipita in strada dove verrà travolta e uccisa da un auto che le sfonderà la testa.
Dalla descrizione della trama si evince che siamo di fronte ad u film ad alto tasso di drammaticità in cui il background del mondo della musica viene visto in una prospettiva molto particolare, attraverso la focalizzazione delle debolezze e dei vizi che fanno parte del mondo stesso.
Il viaggio di Vicky, iniziato per amore si trasformerà presto in un calvario che trasporterà la ragazza attraverso non uno, ma mille inferni; nulla le sarà risparmiato, dalla violenza fisica alla violenza psicologica attraverso la sperimentazione di droghe, sesso saffico, sesso violento e perfino un’esperienza di satanismo.
In tutto questo la macchina da presa agisce come un freddo bisturi, evidenziando la mancanza di valori che sembra essere caratteristica pregnante del mondo musicale.

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Ma è anche una violenza sociale, è una storia che si colora di tonalità cupe ascrivibili alla mancanza di una boa di riferimento; cosa propone la società a questi giovani che sembrano rifiutare i modelli pre costruiti dalla società stessa ?
Dietrich quindi segue con piglio da documentarista l’odissea della ragazza, astenendosi dallo stigmatizzare le scelte della ragazza e limitandosi a offrire visivamente un film molto crudo anche se discontinuo.
I pregi sono da rilevare nel tono asciutto del film, poco incline a pistolotti morali mentre i difetti sono da ricercare nelle cadute di ritmo del film stesso e in qualche scena di nudo arbitraria.

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Tuttavia, non avendo il film praticamente nulla di erotico, sono giustificate dalla necessità del regista di documentare la trasgressione anche sessuale del mondo che sta esplorando.
Probabilmente può nascere il sospetto, nello spettatore, di un’operazione per certi versi ammiccante all’uso smodato dello splendido corpo della protagonista, l’attrice Ingrid Steeger.
Va considerato però che il film è del 1970, che è di ispirazione teutonica e quindi proviene da un paese che aveva diversi anni di anticipo sulla morale italiana; la libertà sessuale era un fatto non solo acquisito ma anche di assoluta, totale esplicazione visiva senza secondi fini.
Ovvero, il nudo era una cosa talmente normale da essere rappresentato senza remore o tabù.

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In Italia infatti il film circolò in maniera underground, senza traduzione e con sottotitoli, che sicuramente danno un taglio molto più freddo e impersonale alla pellicola.
Un film da riscoprire, per conoscere un mondo poco esplorato come quello del dietro le quinte delle band musicali degli anni a cavallo fra la fine dei sessanta e gli inizi dei settanta.

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Sesso a domicilio,(Ich, eine groupie), un film di Erwin C. Dietrich . Con Ingrid Steeger, Steward West, Terry Mason Titolo originale Ich, ein Croupier. Drammatico, durata 93 min. – Germania 1971.

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Sesso a domicilio banner protagonisti

Ingrid Steeger … Vicky
Rolf Eden … Rolf
Vivian Weiss … Vivian
Stewart West … Stewart
Petra Prinz … Petra
Bruno Frenzel … Se stesso-musicista
Bernd Koschmidder… Se stesso-musicista
Bernd Noske … Se stesso-musicista
Reinhold Sobotta… Se stesso-musicista
Wolfgang Rumler… Se stesso-musicista
Joachim Schmidt… Se stesso-musicista
Andreas Scholz … Se stesso-musicista

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Regia: Erwin C. Dietrich,Jack Hill (non accreditato)
Sceneggiatura: Erwin C. Dietrich,Jack Hill (non accreditato)
Prodotto da : Erwin C. Dietrich
Musiche: Walter Baumgartner, Walter Senn

 

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Giochi erotici di una famiglia perbene

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Titolo idiota per un film che di erotico non ha praticamente nulla e che andrebbe inquadrato nel filone dei gialli/thriller, non fosse per alcuni particolari, come una sceneggiatura da brividi (in senso negativo) e l’interpretazione da prima recita in un asilo infantile del protagonista Donald O’Brien che pure nel corso della sua carriera qualcosa di buono l’ha fatta.
Purtroppo quando si è costretti a recitare con un soggetto sceneggiato in maniera molto approssimativa e sopratutto quando si è diretti da un regista come Francesco Degli Espinosa che nel corso della sua carriera ha diretto (per fortuna) solo due film( l’altro dei quali è  C’era una volta questo pazzo pazzo west) si corre questo rischio.

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Erika Blanc è Eva

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Malisa Longo è Elisa

A completare il fosco quadro ci pensa Renato Polselli, autore sia della sceneggiatura sia in buona parte dell’allestimento della pellicola.
La trama, ridotta all’osso, anche perchè c’è ben poco da spiegare, racconta delle vicende del professor Rossi, stimato e irreprensibile difensore della moralità (tanto da essere anche un alto esponente della lega che vuole eliminare il divorzio dall’ordinamento sociale) che, rientrando in casa, scopre di essere becco.

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La moglie ha infatti una relazione adulterina con quello che il miope professore crede essere un uomo, mentre in realtà è una donna, la bellissima Eva che è truccata con parrucca e baffi per ingannarlo.
Infatti Eva ed Elisa (la moglie di Rossi), sono in combutta; ma questo Rossi non lo sa ed avvelena la moglie per poi portarla in stato di semi incoscienza in riva ad un lago, dove la getta convinto di essersi liberato della moglie fedifraga.
In realtà Elisa non è affatto morta e ha simulato il tutto proprio con l’aiuto di Eva, che in seguito aggancia Rossi e ne diviene l’amante.
A complicare la situazione ci si mette anche la bella e un tantino sporcacciona nipote di Rossi, Barbara, che allaccia con l’uomo una relazione incestuosa.

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Maria D’Incoronato è Barbara

Nel frattempo Elisa prende a tormentare Rossi fingendosi un fantasma, portando l’uomo quasi sulla soglia della pazzia.
Ma con il classico colpo di scena Riccardo Rossi scopre che la moglie è viva e che se la intende proprio con Eva e le uccide entrambe, questa volta con una pistola.
Ma l’uomo ha fatto i conti senza l’oste, la bella e perversa Barbara, che uccide lo zio e dopo aver caricato i corpi dei tre in un auto fa esplodere la stessa facendola precipitare giù per un dirupo.
Ma il castigo è in agguato…

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Elisa e Eva le due complici/amanti

Come già detto Giochi erotici di una famiglia perbene già in partenza ha tutto per scoraggiare la visione del film stesso: una brutta sceneggiatura, improbabile e comunque scontata con in aggiunta la presenza in fase recitativa del rozzo e inespressivo Donald O’Brien, adattissimo a ruoli di duro nei western e inadattissimo a ruoli drammatici.
In aggiunta c’è la difficoltà di reggere il film con lo scarso cast a disposizione, che presuppone dietro la macchina da presa la presenza di un regista del calibro di Argento, Fulci o Bava.

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Poichè Francesco Degli Espinosa non è nessuno dei tre, ecco il fallimento totale della pellicola in agguato, non fosse per la presenza delle due bellissime e valide protagoniste del film, Erika Blanc e Malisa Longo.
Inespressiva, nonostante la caratterizzazione da porcellina del personaggio di Barbara la recitazione di Maria D’Incoronato.

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Film barboso e palloso oltre il limite di guardia, quindi; non fosse per i fugaci nudi della Blanc e della Longo che appagano almeno a livello visivo il voyeur che è in ognuno di noi, di questo film non ci sarebbe nemmeno da fare menzione.
Giochi erotici di una famiglia perbene, un film di Francesco Degli Espinosa, con Erika Blanc, Malisa Longo, Maria D’Incoronato, Donald O’ Brien Giallo Italia 1975

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Donald O’Brien     …     Professor Riccardo Rossi
Erika Blanc … Eva
Malisa Longo … Elisa Rossi
Maria D’Incoronato … Barbara

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Regia : Francesco Degli Espinosa
Sceneggiatura: Renato Polselli
Soggetto: Renato Polselli
Musiche: Felice Di Stefano,Gianfranco Di Stefano
Editing: Roberto Colangeli


Il sorriso del grande tentatore

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Allo scrittore italiano Roberto Solina arriva una richiesta di aiuto abbastanza inusuale; si tratta dell’invito del prelato polacco Monsignor Badenski che gli chiede di scrivere una memoria difensiva che gli permetta di spiegare le sue attività e il suo pensiero alle autorità ecclesiastiche che lo stanno giudicando.
Monsignor Badenski è ospite di un istituto religioso retto con dura disciplina da Suor Geraldine, alle prese da un lato con altri ospiti dell’istituto (tutti da prendere con le molle), dall’altro con dure esigenze di bilancio e di obbedienza ai suoi superiori.
Solina conosce così i vari ospiti, tutti molto differenti tra loro ma accomunati dalla necessità da parte delle autorità religiose di tenere separati gli stessi dalla comunità civile.

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Conosciamo così Marcos, anziano prelato confinato nell’istituto per aver sposato la causa dei patrioti cubani e di Fidel Castro, il leader comunista e ateo; il professor Villa considerato un eretico per le sue idee ortodosse, Ottavio Ranieri di Aragona nobile e principe messo da parte e nascosto alla vita sociale per essersi innamorato di sua sorella, Emilia Contreras (che amministra l’istituto stesso) accusata di aver fatto uccidere suo marito da un guerrigliero del suo paese del quale si era innamorata.
E ancora Monsignor Badenski stesso, accusato di aver collaborato con il partito nazista.

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Gabriele Lavia è Ottavio, Adolfo Celi padre Morelli

Il gruppo si ritrova sotto la guida spirituale della rigida suor Geraldine, che li tratta come peccatori da ravvedere usando gli strumenti più rigidi della religione, come il digiuno e la mortificazione del corpo in aggiunta ad una sorta di terapia di gruppo nella quale è aiutata da un altro prelato, Monsignor Morelli.
L’universo dei rinchiusi, come potremmo definirli, visto che non sono arbitri delle proprie vite nonostante suor Geraldine si affanni a dichiarare la loro assoluta libertà allo scrittore Solina, vive quindi un’esistenza monotona scandita dalle regole dell’istituto stesso.

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Ma gli ospiti convivono con i loro sensi di colpa, che sono presenti in essi in maniera più o meno evidente: la presenza di Solina altera l’equilibrio precario degli stessi, perchè l’uomo ha una coscienza critica sviluppatissima, da laico che guarda con fredda oggettività alla situazione del gruppo eterogeneo con cui è venuto a contatto.
Le contraddizioni delle varie personalità esplodono in maniera differente; il principe Ottavio, consumato dal senso del peccato che non gli appartiene, perchè lui sente amore vero per sua sorella, l’amore terreno e carnale, romantico e passionale ma condannato dalle leggi della morale alla fine sceglie di risolvere i suoi problemi con l’unica via di fuga che gli resta, il suicidio.

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Claudio Cassinelli è Roberto

Poco alla volta i vari “pensionanti” scelgono di allontanarsi da quel luogo, quasi siano riusciti a prendere coscienza del loro stato.
Va via Marcos, l’uomo che credeva davvero nella rivoluzione dei barbudos e va via anche Badenski che in realtà non è colpevole ma che ha cercato in ogni modo di salvare delle vite.
Emilia si lega morbosamente a Solina, ma alla fine lo abbandona.
E quando Solina torna nell’istituto per chiedere spiegazioni alla donna, ha l’amara sorpresa di ritrovare tutti i vecchi ospiti ritornati all’ovile.
L’istituto è per loro ormai l’unica casa rimasta e fuori da esso si sentono persi.
La società civile sembra a loro aliena e senza le ali protettrici della chiesa, delle sue regole, di suor Geraldine non sanno ormai più vivere, quasi fossero degli uccelli in gabbia rinchiusi da tanto di quel tempo da non saper più volare all’esterno.
Il condizionamento morale e psicologico delle regole ecclesiali ha quindi vinto anche sul senso di libertà, sul libero arbitrio di ognuno di loro.
Così Roberto Solina capisce che i suoi tentativi di risvegliare un minimo di coscienza individuale in loro è perfettamente inutile e dopo aver rifiutato ovviamente di entrare a far parte del gruppo, lascia quel posto angoscioso e appena all’aperto si reca ad una fontana per dissetarsi lungamente, quasi a simboleggiare il bisogno di pulizia che si è impadronito di lui.

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Glenda Jackson

Il sorriso del grande tentatore, opera di Damiano Damiani datata 1973 è un coraggioso anche se imperfetto tentativo di denunciare l’abbraccio mortale della chiesa e della sua morale verso chi tenta solamente di provare a vivere e ragionare con la propria testa.
Coraggioso perchè denuncia con forza, attraverso i dialoghi e le immagini dei poveri reclusi dell’istituto usando un linguaggio espressivo ben dosato e calibrato, imperfetto perchè realizzato attraverso l’introduzione di troppi personaggi che finiscono per appesantire il tutto e renderli meno concreti e più indistinti. Le varie psicologie sono per forza di cose affrontate con troppa superficialità, essendo i vari protagonisti portatori di storie dolorose e meritevoli di maggior approfondimento.
Ma se questo è un limite, non inficia di certo il risultato finale, che è robusto e interessante, di grande vigoria e ben calibrato.

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Ely Galleani

Damiano Damiani, uno dei registi più coraggiosi e impegnati del cinema italiano, affronta dopo lo scottante tema della mafia (Il giorno della civetta, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica), quello della giustizia imperfetta (L’istruttoria è chiusa: dimentichi), quello della giustizia fascista ipocrita e perbenista che condanna l’innocente Girolimoni solo perchè il regime non può mostrarsi fallace, affronta dicevo un tema scomodo come quello della libertà di coscienza di fronte alle leggi ferree della dottrina religiosa.
Lo fa attraverso un linguaggio non velleitario, che lascia il segno pur nei limiti sopra evidenziati.
Lo fa con un film robusto e ben congegnato nel quale si mette in mostra un sorprendente Claudio Cassinelli che riveste i panni dello scrittore Roberto Solina laico e illuminista contrapposto alla logica spietata, tutta di parte di suor Geraldine interpretata splendidamente da Glenda Jackson. E Damiani deve ringraziare anche gli attori co protagonisti del film, come l’ottimo Gabriele Lavia che tratteggia splendidamente la dolente e drammatica figura del principe Ottavio Ranieri d’Aragona che sceglierà coscientemente di porre termine alla sua vita consumato dai sensi di colpa per l’amore provato nei confronti della sorella Alessandra, la brava Sara Sperati.
Ancora, da citare le ottime prove di Arnoldo Foa (il dolente monsignor Badensky), di Adolfo Celi nei panni dell’aiutante di suor Geraldine padre Borelli, e infine la presenza garbata di Ely Galleani nel ruolo della fidanzata di Roberto.
Citazione e menzione per Lisa Harrow, la dolente Emilia Contreras, donna incapace di sfuggire al suo passato e che più di tutti sembra aver bisogno dell’abbraccio mortale di Santa Madre Chiesa.

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Glenda Jackson è Suor Geraldine, Lisa Harrow è Emilia Contreras

Il sorriso del grande tentatore è un film presso che invisibile sui circuiti televisivi per cui se riuscite a trovarne copia sul web godrete della visione di una pellicola che sicuramente non vi deluderà.
In ultimo cito l’imbarazzante recensione dell’ineffabile Morandini : il giudizio che riporto la dice tutta sul modo in cui l’enciclopedia cinematografica ahimè più diffusa vede (in maniera parziale e preoccupante) molte opere degne di ben altro rilievo da parte dei suo recensori.
Recita il Morandini: “Scontro simbolico – con finale alla pari – tra la superiora di un convento e il diavolo nei panni di un giovane scrittore. Rapporti tra Chiesa e nazismo, psicanalisi di gruppo, incesto, affarismo ecclesiastico e chi più ne ha più ne metta. Film ambizioso pieno di motivi non sempre approfonditi. Curiosa incursione di D. Damiani nella tematica spiritualista: un tentativo di volo con molto piombo nelle ali.”
A voi la sentenza, come giusto sia.

Il sorriso del grande tentatore, un film di Damiano Damiani. Con Adolfo Celi, Glenda Jackson, Claudio Cassinelli, Lisa Harrow, Arnoldo Foà, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Eduardo Ciannelli, Eleonora Morana, Fabrizio Jovine, Gabriele Lavia, Nazzareno Natale, Carla Mancini,Ely Galleani
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974.

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Claudio Cassinelli: Roberto Solina
Glenda Jackson: suor Geraldine
Lisa Harrow: Emilia Contreras
Arnoldo Foà: monsignor Badensky
Adolfo Celi: padre Borelli
Gabriele Lavia: principe Ottavio Ranieri d’Aragona
Francisco Rabal: vescovo Marquez
Duilio Del Prete: monsignor Salvi
Ely Galleani: fidanzata di Roberto
Rolf Tasna: monsignor Meitner
Sara Sperati: Principessa Alessandra Ranieri d’Aragona
Margherita Horowitz: Madre del principe Ottavio

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Regia     Damiano Damiani
Soggetto     Damiano Damiani
Sceneggiatura     Damiano Damiani, Audrey Nohra, Fabrizio Onofri
Produttore     Anis Nohra
Casa di produzione     Euro International Film
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Peter Taylor
Musiche     Ennio Morricone

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Notevole, con grandi presenze (Jackson, Harrow, Foà e Celi fanno sparire un Rabal di maniera), al punto che forse lo fanno sembrare ancor meglio di quello che è, con grande, originale colonna di Morricone. Regia sicura (ricca di pietà verso tutti) nel narrare il conflitto fra una non funzionante e moderna tolleranza ed una fideistica, ortogonale religiosità, che si rivela vincente (con tanto di “Inno alla gioia”) in un modo che lascia stupefatto Cassinelli, che qua e là sia atteggia a belloccio. Lisa Harrow, opima e lattea, è di raro fascino.

Lo scrittore Rodolfo Solina (Claudio Cassinelli) viene -quasi a forza- ingaggiato da Monsignor Badensky (Arnoldo Foà) per redigere un memoriale contro il comunismo a vantaggio della posizione cattolica pro-fascista. Ospitato in un istituto liturgico, l’uomo viene in contatto con personalità dissociate, sovente al limite tra solennità e peccato. L’espiazione, la sofferenza, la privazione: sono elementi radicati e imposti dalla severa rettrice del sacro luogo. Doloroso viaggio, tra chiaro-scuri (le scenografie con predilizione di grigio non sono casuali) lungo binari di umana povertà spirituale.

Conventuale e tortuoso, dominato da un incombente senso di peccato e di colpa e dalla ricerca di una falsa redezione all’interno delle mura ecclesiastiche. Scenografie claustrofobiche (solo nel finale c’è uno spiraglio d’aria fresca, conferito anche dal volto radioso della Galleani), eccellente score sincopato di Morricone e validissime prove di tutti gli attori: dalla severa Jackson al “Grande tentatore” Cassinelli, dall’ortodossia di Celi e Ribulsi alle eresie di Foà e Rabal, passando per il teatrale Lavia.

Insolito, curioso, magnetico, imperfetto ma interessantissimo film di Damiani, che mette sul tavolo tantissimo temi (forse troppi) e che, pur non essendo perfettamente riuscito, ha il pregio di catturare non poco l’attenzione dello spettatore, grazie ad un alone di mistero che si mantiene costante per tutta la pellicola, fino ad arrivare al ribaltamento finale che è degno di nota. “Ricco” il cast che fornisce una bella prova. Strepitosa la colonna sonora di Morricone. Immeritatamente sconosciuto, è una tappa intrigante di un bravo regista nostrano.

Molto interessante. Una storia sicuramente non banale che affronta, anche se non sempre in maniera adeguata, molti temi senza dubbio intriganti. Alcuni passaggi potrebbero lasciare insoddisfatti, ma il film è coraggioso e originale. Ottima la confezione, con una buona fotografia, un’ottima regia e una notevole colonna sonora di Morricone, che ancora una volta utilizza il coro in maniera geniale. Cast eccellente

Ambiguo ma (o forse proprio per questo) molto interessante, anzi direi perfino sconvolgente, assolutamente inusuale. La presenza di uno scrittore in un convitto religioso porta a galla e fa esplodere le contraddizioni e i tormenti dei vari personaggi, tutte persone dalla religiosità sofferta e con un passato pesantissimo. Anticlericale? Forse solo ad una lettura superficiale. Grande cast, ottima, al solito, la regia di Damiani. Da riscoprire e analizzare a fondo.


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Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio

Occhio malocchio prezzemolo e finocchio locandina

Commedia all’italiana del 1983 diretta da Sergio Martino e strutturata in due episodi.
Il primo, Il pelo della disgrazia, narra le vicissitudini di Altomare Secca (Lino Banfi) che ha problemi di vario ordine, sia sul lavoro dove ha come collaboratrice una ragazza svampita, sia a casa con una moglie che vive in pratica incollata alla tv divorando quantità industriali di telenovelas e con una figlia fidanzata ad un giovane a metà strada tra il punk e il lavativo.
Le cose per Altomare sembrano andare malissimo, ma subiscono un’ulteriore accelerazione verso il peggio quando viene a stabilirsi nell’appartamento di fronte al suo Corinto Marchialla, un distinto signore sulla sessantina con una moglie splendida, Ludovica.

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Lino Banfi con Dagmar Lassander

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… e con Mario Scaccia

Il superstizioso Altomare, a cui capitano ormai disavventure come al biblico Giobbe, attribuisce le disgrazie al nuovo venuto; sarà un mago a predire all’uomo la fine dei suoi guai se riuscirà ad estirpare al malefico vicino un pelo che l’uomo ha sul petto.
Da quel momento iniziano una serie di divertenti vicissitudini per Altomare, che è anche oggetto di attenzioni dalla splendida Ludovica: l’uomo rinunecrà ad un appunamento galante pur di poter togliere il pelo famoso dal petto di Corinto.
Ci riuscirà alla fine, rasando completamente il petto dello sfortunato Corinto che non è affatto la causa delle disgrazie di Altomare.
Infatti, come scoprirà con costernazione, la responsabile di tutto è la domestica di casa Secca, una praticante ridi voodoo…

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Paola Borboni

Il secondo episodio, Il mago, vede protagonista uno scalcinato maghetto di periferia, Gaspare Canestrari, che per sopravvivere mette in scena spettacoli indecorosi.
L’uomo è talmente mal ridotto da dover accettare ospitalità dalla sua fidanzata e da suo cognato, ma le cose per lui cambiano un giorno mentre sta passando sotto il balcone della Marchesa De Querceto.

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Anna Kanakis e Johnny Dorelli

La donna, molto anziana, attratta dalla sua voce lo fa entrare nella sua stanza da letto, dove fa bere a Gaspare una pozione che a suo dire lo trasformerà in un mago potentissimo in cambio di un semplice gelato al pistacchio.
Lo scettico Gaspare ben presto deve ricredersi, perchè si trasforma in un autentico mago capace di vari prodigi.
Il sortilegio tuttavia svanirà per incanto alla morte della Marchesa; preso dalla sua fama e dal successo Gaspare ha dimenticato di comprare il famoso gelato e i suoi poteri svaniscono nel momento peggiore, durante una diretta tv nella quale si appresta a sfidare il mago Silvan…
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio è una commedia di sufficiente livello, con due episodi però molto diseguali come ritmo e divertimento. Se il primo, Il pelo della disgrazia vede protagonista un irresistibile Lino Banfi, autentico alfiere di un certo tipo di comicità in bilico tra una dose tollerabile di volgarità e una maschera espressiva di consumata abilità, il secondo vede protagonista un Johnny Dorelli poco ispirato e molto a disagio con una storia peraltro confezionata in fretta e furia.

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Milena Vukotic

Nel primo episodio sono esilaranti le varie vicissitudini del povero Altomare, che sembra calamitare attorno a se tutte le negatività possibili e immaginabili; come non restare attoniti per esempio di fronte alle mancate avventure con due donne del calibro di Janet Agren e Dagmar Lassander? Oppure come restare indifferenti di fronte alla reazione di Corinto-Mario Scaccia che si risveglia con il torace completamente rasato da Altomare, alla ricerca del pelo maledetto?

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A ciò si aggiunga anche la presenza di ottimi comprimari come le citate Lassander e Agren, oltre alla sempre bravissima Milena Vukotic e a quella della simpatica salentina Gegia.
Menzione d’onore per Mario Scaccia, grandissimo attore di teatro che si diverte un mondo nel ruolo del luciferino Corinto, in realtà assolutamente innocente dall’accusa di essere un menagramo.
L’episodio con protagonista Dorelli ha qualche momento ilare, per merito della grande Paola Borboni che bestemmia come un carrettiere e che caratterizza da par suo il personaggio della Marchesa.
Bello anche lo schetch con protagonista una giovane Anna Kanakis nei panni di una donna che quando bacia o ha rapporti sessuali emana fortissime scariche elettriche.
Film da serata di svago che può valere una visione.

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Renzo Montagnani

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Dagmar Lassander

Occhio malocchio prezzemolo e finocchio, un film di Sergio Martino. Con Janet Agren, Johnny Dorelli, Lino Banfi ,Milena Vukotic, Dagmar Lassander,Anna Kanakis, Renzo Montagnani, Paola Borboni,Mario Scaccia Adriana Russo.Commedia, durata 119 min. – Italia

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Episodio 1, Il pelo della disgrazia

Lino Banfi: Altomare Secca
Milena Vukotic: Giovanna Secca
Janet Agren: Helen
Gegia: Mariella Secca
Elisa Kadigia Bove: Jenny, la governante
Dagmar Lassander: Ludovica Marchialla
Mario Scaccia: Corinto Marchialla
Luigi Costa Uzzo: Il Commissario
Bruno Rosa: Bruno. il commesso
Franco Javarone: il Re dell’Occulto
Andrea Azzarito: Carluccio
Jessica Leri: Commessa negozio
Dino Cassio: Ispettore torinese

Episodio 2, Il mago

Johnny Dorelli: Il Mago Gaspar
Paola Borboni: Marchesa De Querceto
Mario Brega: Alberigo
Franco Solfiti: Presentatore gara dei maghi
Ugo Bologna: Commendatore Raggiotti
Nicoletta Pietrasanti: Aiutante mago
Renzo Montagnani: Cavaliere Aldovrandi
Roberto Della Casa: un cliente del Mago
Silvan: sé stesso
Adriana Russo: la moglie di Gaspar
Anna Kanakis: una cliente del Mago
Calogero Caruana: Provocatore del Mago
Luigi Leoni:Artemio

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Regia     Sergio Martino
Soggetto     Franco Bucceri, Romolo Guerrini, Roberto Leoni, Franco Verrucci
Sceneggiatura     Mario Amendola, Franco Bucceri, Bruno Corbucci, Romolo Guerrini, Roberto Leoni, Sergio Martino, Franco Verrucci
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Eugenio Alabiso
Musiche     Guido De Angelis, Maurizio De Angelis