Il corpo dell’anima

Il corpo dell'anima locandina

Un anziano signore sessantacinquenne vedovo e ricco vive in una grande casa in cui si è praticamente isolato dopo la morte della moglie.
Ad accudire le faccende domestiche è una donna filippina, che un giorno però si licenzia avendo avuto un’offerta di lavoro migliore.
Ernesto, questo il nome dell’uomo, per qualche giorno temporeggia.
Tutto sommato, Ernesto vive la sua condizione di lupo solitario senza grosse attese e senza grossi sussulti, lavorando ad una sceneggiatura cinematografica (il suo vecchio lavoro) sulla vita di Santa Teresa d’Avila.

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E’ un’esistenza che sembrerebbe grigia, la sua; i gesti sono abitudinari, le sue riflessioni, che ascoltiamo ad alta voce mentre scorrono le immagini del quotidiano dell’uomo appartengono alla mente di una persona che sembra aver perso tutti gli stimoli vitali.
Da quando sono rimasto vedovo una decina di anni fa, il sesso non ha più alcu rilievo nella mia vita“, racconta Ernesto, quasi a simboleggiare un’esistenza preordinata e avviata al tramonto senza più illusioni.
Ma le cose possono non essere immutabili.
Ernesto lo scopre il giorno in cui assume una nuova cameriera, che lavora nello stesso condominio di villette in cui abita lui.
Luana, la ragazza che accetta il lavoro, è una donna solare e dal sorriso perennemente stampato sul bel volto.
E’ anche una ragazza di estrazione popolare, con una sessualità libera e prorompente.

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Ernesto lo scopre il giorno in cui la vede passeggiare con il grembiule da lavoro e seminuda per la casa; “Non c’è dubbio che è la disinvoltura che colpisce in lei“, dice sinteticamente Ernesto.
L’atteggiamento della ragazza muta nei giorni successivi.
All’improvviso si presenta nuda davanti ad Ernesto, dando inizio così ad un sottile gioco erotico che coinvolgerà entrambi in maniera esponenziale.
Mi si offrì così con una specie di innocente impudicizia“, racconta Ernesto, che da quel momento inizia a fissare in un diario quasi giornaliero le sue impressioni e i suoi pensieri, quasi alla ricerca di una forma concreta che mantenga vivo il ricordo di quello che accade e che accadrà.
Il gioco delle parti si prolunga per un pò, con Ernesto che diventa quasi succube della bella Luana, che dal canto suo mostra una spregiudicatezza allo stesso tempo innocente e maliziosa.

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Se dapprima la donna mantiene un rapporto con il maturo uomo su un aspetto puramente contemplativo e voyeuristico, alla fine cede il suo corpo all’amante, che da quel momento sembra riacquistare interesse anche per la vita.
Ma Luana è giovane ed esuberante e non ha certo intenzione di legarsi in maniera esclusiva; così racconta al sempre più turbato Ernesto le sue avventure sessuali con altri uomini o con una sua amante, che arriva a portare in casa di Ernesto.
L’uomo prende a considerare Luana come una cosa sua, dimenticando sia l’atteggiamento indipendente della ragazza, sia l’enorme differenza di età.
Nel frattempo il gioco erotico tra i due diventa sempre più passionale e coinvolgente, sopratutto per Ernesto.

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Una sensuale ( e bravissima) Raffaella Ponzo è Luana

Al punto che l’uomo decide di concedersi una vacanza con lei ad Ischia, durante la quale spera di poter coinvolgere la ragazza in un’esperienza di coabitazione, pensando così di poterla avere solo per se.
Ma Luana riprende a comportarsi come sempre, un pò si nega un pò si concede, lasciando in pratica Ernesto in preda ai dubbi.
Io vado a letto con Giorgio perchè è carino con papà, ma con te non lo faccio per interesse. Allora perchè ti lamenti?
E’ la frase rivelatrice della personalità di Luana, donna libera e senza tabù, per cui il sesso è solamente un gioco senza pregiudizi morali.
Ernesto vorrebbe di più, vagheggia un’impossibile convivenza.
Al ritorno da Ischia tra la coppia non c’è più armonia; Luana appare fredda e distante mentre Ernesto è deluso da come sono andate le cose e sopratutto dalla scoperta, amara, di non poter assolutamente piegare la ragazza e di non poterne frenare la sensualità spontanea e prorompente.
Così Luana esce dalla vita di Ernesto che riprende la vita di un tempo.

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Scandita da giornate monotone e dall’interruzione del diario, quasi che la sua esistenzae le annotazioni giornaliere dipendessero unicamente dalla presenza della ragazza.
Due anni e mezzo dopo, Ernesto incontra casualmente per strada Luana.
Affettuosa come sempre, la ragazza che ha con se la bimba nata dal matrimonio avvenuto un anno prima con un coetaneo, racconta ad Ernesto la semplicità della sua vita e le difficoltà di andare avanti.
A quel punto l’uomo chiede a Luana di incontrarla qualche giorno più tardi; Ernesto ha nel frattempo avuto due infarti e sa che il terzo potrebbe essergli fatale, così prende una decisione probabilmente meditata da tempo.
Davanti ad un notaio, cede la nuda proprietà della sua villa e consegna alla donna un assegno da duecento milioni, raccomandandole di non vendere alla sua morte per meno di 5 miliardi la villa.
Commossa e in lacrime, Luana accetta quel segno di affetto e stima e si allontana.

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Lo stesso fa Ernesto, con il cuore più leggero.
Il corpo dell’anima, diretto da Salvatore Piscicelli, che firma anche la sceneggiatura con Carla Apuzzo, è un rigoroso e lineare film sulla condizione umana, sulla solitudine, sull’amore, sulla sessualità e su molto altro ancora. Un film poco capito, sia dal pubblico che dalla critica e ingiustamente dimenticato.
Chiunque provi a leggere le recensioni del film, scoprirà che nei titoli di testa che presentano il cast artistico e tecnico oltre ad un sunto della trama compare la dizione del genere come erotico.
Nulla di più lontano dal vero.
L’elemento erotico del film è finalizzato unicamente alla descrizione del rapporto sensuale che si stabilisce fra il maturo Ernesto e la prorompente e giovane Luana; cosa può avvicinare due culture così diverse, due generazioni separate da un abisso temporale di oltre quarant’anni se non un elemento comune a tutte le età, ossia il sesso?
Una sessualità che i due protagonisti vivono in maniera totalmente difforme.
Mentre Ernesto è ormai in una fase della vita dove il sesso è fatto di ricordi, nemmeno molto interessanti (come dice il protagonista), per Luana è un elemento essenziale della vita. La sua è una sessualità libera e spontanea, istintiva ai confini dell’animalesco.
Non esistono tabù e la ragazza lo dimostra coinvolgendo il maturo amante in vari giochi erotici.
Che però non hanno nulla di morboso ma sono solo espressione di una vitalità generosa, istintiva.
Piscitelli indaga sul solitario Ernesto descrivendone la vita piatta prima del ciclone Luana, il suo tentativo (a tratti patetico) di dominare una forza della natura come Luana.

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Un legame impossibile che tuttavia durerà nel tempo, nonostante i due si separino e prendano strade diverse nella vita.
Il finale riavvicina due mondi antitetici, stabilendo una comunione che è la cosa migliore del film, un messaggio di speranza e d’amore, un amore che valica i confini dell’età e della condizione sociale.
La MDP di Priscitelli indugia spesso sui dettagli; la casa di Ernesto, le sue piccole manie e infine la sua ossessione, finalemente scoperta per il voluttuoso corpo di Luana.
L’uomo torna alla vita grazie all’elemento che dona la vita, la sessualità; un gesto d’amore che permette l’esistenza e che si trasforma, per l’uomo, in una nuova linfa proprio quando tutto sembrava avviato ad un triste e solitario declino.
Il regista campano, autore di ottimi film come Immacolata e Concetta, l’altra gelosia e Le occasioni di Rosa film un’opera importante e affascinante.
Per il ruolo difficile di Ernesto chiama Roberto Herlitzka, attore preparato e serio, che nella sua carriera ha interpretato quasi sempre film d’autore, senza concessioni al commerciale; l’attore torinese lo ripaga con una splendida recitazione senza cedimenti e punti deboli.

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La vera sorpresa è Raffaella Ponzo, solare e prosperosa, un corpo voluttuoso abbellito da un volto sensuale e sorridente.
L’attrice romana purtroppo mal sfruttata in seguito, riesce a rendere con estremo realismo il personaggio sensuale e spontaneo di Luana regalando al pubblico anche la visione di un fisico mozzafiato.
Brevi parti anche per Ennio Fantastichini che interpreta il personaggio di Mauro, l’uomo che affida la sceneggiatura della biografia di Santa Teresa D’Avila e per Sabina Vannucchi che interpreta Gemma, nipote di Ernesto.
Belle le musiche e non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di una selezione di musicisti del calibro di Brahms,Mozart, Chopin, Bizet, Debussy,Ravel.
Un film da vedere assolutamente.

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Il corpo dell’anima
Un film di Salvatore Piscicelli. Con Ennio Fantastichini, Roberto Herlitzka, Sabina Vannucchi, Raffaella Ponzo,Gianluigi Pizzetti
Drammatico, durata 105 min. – Italia 1998.

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Raffaella Ponzo         …     Luana
Roberto Herlitzka         …     Ernesto
Ennio Fantastichini     …     Mauro
Gianluigi Pizzetti          …     Sandro
Sabina Vannucchi          …     Gemma

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Regia: Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura: Salvatore Piscicelli e Carla Apuzzo
Produzione: Enzo Gallo
Direzione fotografia: Saverio Guarna

Tutte le mattine del mondo

Tutte le mattine del mondo locandina

Ecco un film che è un’autentica perla tra le produzioni francesi degli anni 90, passato ingiustamente inosservato sui nostri schermi.
Tutte le mattine del mondo, opera del compianto regista d’oltralpe Alain Corneau, tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Quignard rappresenta un atto d’amore ed un tributo al mondo della musica.
Musica non per tutti.
Il film infatti è ambientato fra il XVII e il XVIII secolo, a cavallo quindi fra il Seicento e il Settecento, momento d’oro per la musica classica grazie alle attenzioni del Re Sole per la musica da camera.
Ed è proprio sulla musica da camera, sull’utilizzo e le composizioni della viola da gamba che Corneau costruisce quello che è un film rigidamente aristocratico in tutte le sue componenti, algido e distaccato anche nella passioni umane che attraversano la storia raccontata nel romanzo da Quignard, che ha poi collaborato con il regista di Meung-sur-Loire nella stesura della sceneggiatura.

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Madeleine fa il bagno nel laghetto, ignara dell’arrivo di Marais

Un film fatto di immagini di rarefatta bellezza, con una fotografia strepitosa e location calme e silenti, quasi scelte per rimarcare il distacco della natura e della musica dalle pulsioni dell’uomo.
Un film lentissimo, quasi didascalico, che avanza adagio per lasciare quanto più spazio possibile alla vera protagonista della pellicola stessa, la musica, vissuta dai due protagonisti come passione, amore e unica tensione vitale all’affermazione della propria sensibilità d’artista.
Gli inizi del film mostrano il Maestro Marin Marais mentre è intento a rievocare la sua carriera e la sua vita, fino dalle umili origini e dalla passione smodata per la musica da viola passando per l’incontro decisivo con Monsieur de Sainte Colombe.
Marin vuole soddisfare la propria ambizione, diventare un Maestro anch’egli e possibilmente entrare a corte che è poi la massima aspirazione di ogni musicista.

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Sainte Colombe insegna la viola a sua figlia

Così fa di tutto per diventare allievo di quello che è considerato il più grande virtuoso di quello strumento particolare che è la viola da gamba, ovvero Monsieur de Sainte Colombe, uomo dal carattere difficile; un vedovo che ha amato due cose nella vita, la musica stessa e la sua adorata moglie che lo ha lasciato vedovo con due figlie,Madeleine e Toinette.
L’incontro con Sainte Colombe si rivelerà decisivo, perchè l’uomo, dopo averlo ascoltato suonare rifiuterà di accoglierlo tra i suoi allievi, perchè come gli dice apertamente,”è un suonatore, non un interprete”.
Sarà grazie a Madeleine che convincerà il padre ad ascoltare una composizione originale di Marais che quest’ultimo finirà per diventare il miglior allievo del suo Maestro.
Inizierà contemporaneamente una relazione (più subita che voluta) con la dolce Madeleine, che terminerà in maniera tragica.

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Marais ottiene un grande successo personale il giorno che suona davanti a Luigi XIV in persona, ma questo gli varrà l’inimicizia con il suo Maestro, che gli rimprovererà una vocazione arrivista e mondana lontana dal mondo puro e assoluto della vera musica, suonata per se stessi e per passione piuttosto che per gli applausi e la fama.
Ma con il tempo la frattura si sana, nonostante la morte per suicidio della sfortunata Madeleine, avvenuta in seguito alla perdita del bambino che aspettava e all’allontanamento di Marais da lei.
Il quale tornerà molti anni dopo al suo capezzale per suonarle l’aria che aveva composto espressamente per lei, “La sognatrice”
Marais, sconvolto dalla morte della sua amante di un tempo finisce per spiare il suo ormai anziano Maestro, nel tentativo di carpirne i segreti più reconditi.

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Guillaume Depardieu è Marais da giovane

In un finale drammatico, Sainte Colombe da al suo ex allievo una lezione sulla vera musica, facendogli ascoltare la sua composizione più amata, “Le lacrime” che l’uomo aveva composto per la moglie.
Suonando in due, Marais apprende finalmente il segreto della musica, capace di evocare anche gli spiriti dalla morte: il suo percorso di vita è compiuto, adesso è finalmente un musicista.
Tutte le mattine del mondo è un film intriso di poesia, un autentico tributo alla musica e alla sua capacità di mettere l’uomo a contatto con i suoi sentimenti più reconditi; la musica è l’esaltazione dell’animo dell’uomo, la sua parte migliore e più poetica, la più ancestrale, attraverso la quale è possibile innalzarsi dal livello gramo dell’esistenza fino agli empirei del divino.

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Marais, ormai anziano, ricorda il passato

Questa è la lezione che il Maestro Sainte Colombe tenta di dare al suo allievo più brillante ma anche più mondano e deviato dall’illusione che basti suonare da virtuoso per essere nominato musicista.
Marais cade proprio in questo equivoco, lasciandosi trascinare dal fascino della corte e dei suoi lustrini, dalla ricchezza e dall’apparenza.
Quando capirà cosa ha perso nella vita sarà troppo tardi; il suo vecchio Maestro gli darà una lezione di vita quasi insostenibile, che andrà a sommarsi al rimorso per aver causato in qualche modo la morte della sua appassionata amante di un tempo, quella Madeleine che non ha più potuto riprendersi dopo l’abbandono di Marais sempre più attratto dalle sirene della corte del re Sole.
Per descrivere il percorso parallelo di vita dei due personaggi principali, Marin Marais, musicista che ebbe una certa fama nella sua vita e il Maestro Sainte Colombe, Corneau mette a confronto le due personalità opposte esaltandone difetti e pregi.

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La relazione tra Madeleine e Marais

Si nota la sua predilezione per il Maestro Sainte Colombe, uno dei personaggi più enigmatici della storia della musica, un uomo che non ha lasciato altro che tre manoscritti peraltro riscoperti solo in epoca recente.
Considerato ai suoi tempi l’interprete più straordinario di quel particolare strumento che è la viola da camera, Sainte Colombe è dipinto dal regista francese come un uomo serio e schivo a tratti anche scostante nel suo rifiuto assoluto di piegarsi alla mondanità in nome del successo.

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Viceversa Marais non è trattato benissimo.
Tratteggiato come un arrivista, edonista e narcisista, il musicista finisce per assomigliare ad un nano nei confronti del gigante Sainte Colombe.
Una delle caratteristiche vincenti della pellicola, oltre alla narrazione asciutta e rigorosa degli avvenimenti, scandita dai tempi dilatati in cui l’azione si evolve è la spettacolosa fotografia che avvolge come bambagia il film.
Paesaggi idilliaci si stagliano sullo sfondo delle avventure dei protagonisti; si pensi alla splendida sequenza in cui Marais sta per arrivare a casa di Sainte Colombe per la prima audizione e il suo primo incontro con Madeleine, che sta facendo il bagno nuda nel laghetto accanto alla dimora del Maestro, o ancora la cura quasi maniacale di Corneau nel sottolineare tutti i passaggi del film con un’attenzione che dona sicuramente un’aria aristocratica e barocca al film che si coniuga proprio con quello che sappiamo di quel periodo storico.
Per quanto riguarda il cast, vincente l’idea di affidare a Jean-Pierre Marielle il ruolo del burbero Sainte Colombe: l’attore di Dijon, molto popolare in Francia e conosciuto dal pubblico italiano più anzianotto per alcuni ruoli in film come  4 mosche di velluto grigio (1971) o Senza movente (dello stesso anno) rende il suo personaggio quasi indimenticabile.
Di buono standard qualitativo la recitazione di Gerard Depardieu, che interpreta Marais in età adulta.
L’attore francese però non è adatto alla parte, che avrebbe richiesto un attore meno “fisico” e più sfuggente come personalità.

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Madeleine, stanca e malata davanti al suo ex amante

Bene Anne Brochet, la Madeleine del film; l’attrice dona vigore al personaggio sfortunato della figlia di Sainte Colombe, vittima di un amore sbagliato. Impressionante anche la sequenza della morte di Madeleine, con l’attrice truccata talmente bene da sembrare un’altra persona.
Affascinanti le musiche per gli amanti del genere ma non solo; personalmente non conoscevo affatto la viola da gamba ed è stata una felice scoperta.
Un film molto bello, che credo possa essere definito uno dei più autentici tributi alla musa più nobile.

 Tutte le mattine del mondo
Un film di Alain Corneau. Con Gérard Depardieu, Jean-Pierre Marielle, Anne Brochet, Guillaume Depardieu,Michel Bouquet Titolo originale Tous les matins du monde. Drammatico, durata 114 min. – Francia 1991.

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Gerard Depardieu è Marais da adulto

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Jean-Pierre Marielle è Monsieur de Sainte Colombe

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Anne Brochet è Madeleine de Sainte Colombe

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Jean-Pierre Marielle: Monsieur de Sainte Colombe
Gérard Depardieu: Marin Marais
Anne Brochet: Madeleine
Guillaume Depardieu: Marin Marais da giovane
Carole Richert: Toinette
Michel Bouquet: Baugin
Jean-Claude Dreyfus: Abbe Mathieu
Yves Gasc: Lequieu
Yves Lambrecht: Charbonnières
Jean-Marie Poirier: Monsieur de Bures
Myriam Boyer: Guignotte
Violaine Lacroix: Madeleine da giovane
Nadège Teron: Toinette da giovane
Caroline Sihol: Mme. de Sainte Colombe

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Regia    Alain Corneau
Soggetto    Pascal Quignard (romanzo)
Sceneggiatura    Alain Corneau e Pascal Quignard
Produttore    Jean-Louis Livi
Produttore esecutivo    Bernard Marescot
Casa di produzione    Film Par Film, D.D. Productions, Divali Films, SEDIF, FR3 Films Production, Paravision International
Distribuzione (Italia)    Academy Pictures
Fotografia    Yves Angelo
Montaggio    Marie-Josèphe Yoyotte
Musiche    Jordi Savall
Scenografia    Bernard Vézat
Costumi    Corinne Jorry

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Il romanzo di Quignard dal quale è tratto il film omonimo

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Sainte Colombe:Les pleurs,Gavotte du tendre,Le retour
Marin Marais:Improvvisazione sulle Folies d’Espagne,L’arabesque
Le Badinage,La rêveuse
Jean-Baptiste Lully: Marche pour la cérémonie des Turcs
François Couperin: Troisième leçon de Ténèbres
Jordi Savall:Prélude pour Monsieur Vauquelin
Une jeune fillette da una melodia popolare
Fantaisie en mi mineur da un anonimo del XVII secolo

Tutte le mattine del mondo locandina 2

Il Dvd del film

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Locandina spagnola

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Space vampires

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Curioso horror/fantascienza diretto da Tobe Hooper nel 1985, Space vampires è un adattamento cinematografico del romanzo I vampiri dello spazio (The Space Vampires, 1976) di Colin Wilson, autore di innumerevoli opere di divulgazione su presunti atterraggi di extraterrestri sul nostro pianeta che avrebbero lasciato testimonianze come le piramidi ecc.
Un film detestato dalla maggior parte degli ammiratori del cineasta di Austin, a cui si devono pregevoli opere come Non aprite quella porta (1974),Quel motel vicino alla palude (1977) e Poltergeist – Demoniache presenze (1982), autore in questo caso di un film che parte bene e finisce male, utilizzando a piene mani una sceneggiatura i cui si trovano espliciti riferimenti ad Alien di Scott o al Dracula cinematografico.

Detestato perchè considerato (con molte ragioni) un film debole nella sua struttura e furbo proprio per l’utilizzo ( a tratti spudorato) di copioni dei film citati; da Alien Hooper prende di peso l’astronave terrestre che si imbatte in quella aliena mentre dal Dracula prende i classici vampiri che non succhiano sangue ma energia vitale.
Unica concessione e novità di un film che aggiunge anche sequenze alla Romero ed è tributario in qualche modo anche del primo Bava.

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La storia inizia con un’astronave terrestre che viene inviata a studiare un manufatto alieno scoperto da studiosi terrestri nella coda della cometa di Halley.
La Churchill con al comando il colonnello Tom Carlsen e altri astronauti scopre all’interno di quella che è una gigantesca astronave aliena le bare trasparenti di tre esseri in tutto simili agli umani. Mal gliene incorre, perchè dopo aver trasportato le bare all’interno della Churchill per il personale di bordo iniziano i guai.
Che sono rappresentati proprio dai tre alieni che altro non sono che veri e propri vampiri spaziali alla ricerca di energia vitale da sottrarre alle vittime per poter continuare a vivere.
Da questa breve descrizione della trama si intuisce subito che il film di Hooper non presenta particolari motivi di interesse di innovazione di un genere, quello horror fantascientifico che ha avuto qualche piccolo gioiello che ha saputo coniugare non solo una storia piena di effetti speciali con un racconto credibile, ma anche tensione latente e un qualche messaggio sui rischi di incontri con civiltà aliene.
Il riferimento chiaramente è all’Alien di Ridley Scott, capolavoro del cinema di fantascienza contaminato dall’horror diretto dal grande regista inglese nel 1979, dal quale Hooper riprende di sana pianta l’espediente dell’astronave che si imbatte in una sua replica non umana. Ma se nel film di Scott la Nostromo incontra una specie aliena non antropomorfa dalle caratteristiche specifiche orribili (nascono da uova, sono mostruosi nelle sembianze e sono letali nella loro aggressività), in Space vampires la Churchill ha un incontro ravvicinato con una specie perfettamente identica a quella umana, tant’è vero che una aliena senza nome avrà una relazione appassionata con Tom Carlsen, unico sopravvissuto della Churchill stessa.

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Nel film di Scott, estremamente più cupo nella sua metafora sui pericoli dell’universo e sulla paura congenita della mente umana verso tutto ciò che non è corrispondente ai canoni conosciuti, tutto ruota avviluppato all’atmosfera lugubre e claustrofobica della lotta tra l’alieno e l’unica sopravvissuta all’attacco degli alieni, Ellen Ripley mentre nel film di Hooper non vi è alcuna traccia di approfondimenti metafisici, in quanto tutto viene ridotto ad un’esplosione pischedelica di atti di vampirismo mescolati ad una spruzzatina furbissima di sesso come del resto testimoniato dal personaggio dell’aliena che gira completamente nuda per quasi tutto il film, seducendo con il suo corpo gli sventurati che incontra.

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L’espediente di Hooper finisce per diventare l’unico vero motivo di interesse: quando c’è la May in scena tutto sembra acquisire un minimo di interesse insieme alle scene di “vampirismo spaziale” che lasciano le vittime incartapecorite e prive di energia vitale, destinate a diventare degli orrendi zombie che a poco a poco metteranno a soqquadro Londra.
Il vampiro che succhia energia è comunque una novità almeno gustosa; niente più canini affilati che si conficcano nella giugulare delle vittime ma un travaso di energia vitale che mantiene le tre creature aliene in vita.

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Nel film ci sono sequenze gustose, come quella in cui la vampira aliena succhia l’energia ad un malcapitato che è entrato nella sala in cui è adagiata apparentemente priva di vita; un collega dell’uomo corre in suo aiuto ma deve passare attraverso diverse porte a vetri e quando arriva intelligentemente si avvicina alla vampira con il risultato di essere vampirizzato anche lui.
Altra sequenza che non passa inosservata è quella riservata al finale, quando Carlsen apprende della vera natura e della forma delle creature aliene dalla voce metallica dell’aliena donna, che racconta di aver preso la sua forma in base alle preferenze della mente di Carlsen stesso!
Aldilà di queste ingenuità più o meno volute, non è che il film annoi più di tanto; tutto sommato gli effetti speciali reggono anche se non sono lontanamente paragonabili a quelli di Alien, così come una certa tensione è latente nel film ed esplode anche se limitatamente con la vampirizzazione delle malcapitate vittime degli alieni.

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Un discorso a parte merita la magnifica Mathilda May, che interpreta il personaggio dell’aliena seduttrice; a parte il fisico spettacoloso, la May riesce a dare un’aria di inumanità al suo personaggio, rendendolo simile ad un robot in forma umana. Poichè per larga parte del film gira nuda, lo spettatore non può non ammirare le grazie così generosamente esposte, che alla fine risultano essere uno dei pochi punti di forza del film stesso. L’attrice francese possiede un discreto talento e una sensualità prorompente che non passano inosservate.

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In ultimo, la regia di Tobe Hooper; il regista non appare particolarmente ispirato così come non convince molto la sceneggiatura del recentemente scomparso Dan O’Bannon, autore di opere molto più affascinanti come il citato Alien, di Dark Star o di Il ritorno dei morti viventi.
Buone le musiche opera di Henry Mancini, suffciente la fotografia di Alan Hume.
Un film non di certo indimenticabile che però ha dalla sua qualche freccia al suo arco; può valere una visione, sopratutto da parte di chi vuol disimpegnarsi al massimo e non intende lambiccarsi il cervello su sceneggiature complesse.

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Un film di Tobe Hooper. Con Steve Railsback, Peter Firth, Frank Finlay, Mathilda May, Patrick Stewart,Aubrey Morris, Michael Gothard, Nicholas Ball, John Hallam, Nancy Paul, John Keegan, Owen Holder, Peter Porteous, Jerome Willis, Katherine Schofield, Derek Benfield, James Forbes-Robertson, John Woodnutt, Christopher Jagger, Bill Malin, Jamie Roberts, Russell Sommers
Titolo originale Lifeforce. Horror-Fantascienza, durata 116 min. – Gran Bretagna, USA 1985.

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Steve Railsback    …     Colonnello Tom Carlsen
Peter Firth    …     Colonnello Colin Caine
Frank Finlay    …     Dr. Hans Fallada
Mathilda May    …     L’aliena Vampira
Patrick Stewart    …     Dr. Armstrong
Michael Gothard    …     Dr. Bukovsky
Nicholas Ball    …     Roger Derebridge
Aubrey Morris    …     Sir Percy Heseltine
Nancy Paul    …     Ellen Donaldson
John Hallam    …     Lamson
John Keegan    …     Guardia
Chris Jagger    …     Il primo Vampiro
Bill Malin    …     Il secondo Vampiro
Jerome Willis    …     Anatomo patologo
Peter Porteous    …     Primo Ministro
Katherine Schofield    …Segretaria del Primo Ministro
Jamie Roberts    …     Rawlings
Russell Sommers    … Ufficiale di navigazione

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Regia     Tobe Hooper
Soggetto     Colin Wilson (romanzo)
Sceneggiatura     Don Jakoby, Dan O’Bannon
Fotografia     Alan Hume
Montaggio     John Grover
Effetti speciali     Apogee Productions Inc.
Musiche     James Guthrie, Henry Mancini, Michael Kamen.

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Claudio Capone: colonnello Tom Carlsen
Cristiana Lionello: L’aliena Vampira
Renato Cortesi: colonnello Colin Caine
Marcello Tusco: Dr. Hans Fallada
Gianni Bonagura: dottor Armstrong
Pietro Biondi: dottor Bukovsky

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Identificazione di una donna

Identificazione di una donna locandina

Un regista cinematografico, due donne, l’impossibilità pratica di penetrare la psicologia delle due donne perchè sia lui, Niccolò, sia le due donne, Mavi e Ida sono mondi distanti o universi paralleli e contigui con i quali sono possibili solo teorici scambi ma non contatti profondi.
E’ il senso di Identificazione di una donna, il film di Michelangelo Antonioni forse più solare e schematico, quello meno impenetrabile e dal messaggio più chiaro.

Identificazione di una donna 1

Thomas Milian e Lara Wendel

Una ricerca affannosa della donna, mostrata in una veste psicologica forse discutibile, piena com’è di contraddizioni e debolezze ma potente e affascinante.
La vicenda si snoda attorno alla ricerca di Niccolò di un personaggio femminile per un suo film, che lo porta ad incontrare la misteriosa e sensuale Mavi; una donna sfuggente e piena di segreti, ambigua anche sessualmente come avrà modo di scoprire Niccolò, che dal momento in cui fa la sua conoscenza si ritrova a fare i conti anche con strane telefonate e strani messaggi che sembrano partire da quel mondo totalmente alieno che è l’ambiente alto borghese che la donna frequenta.

Identificazione di una donna 2

 Daniela Silverio è Mavi

E dal quale Niccolò non solo non si sente attratto, ma addirittura respinto: quella gente parla e comunica con la stessa lingua, con lo stesso linguaggio verbale ma in modo così dissimile dal suo da sembrare estraneo come una lingua marziana.
Un mondo con valori che Niccolò non apprezza e non ama, che è costretto a frequentare al margine solo perchè Mavi vi appartiene.
La donna è figlia, è prodotto di un ambiente ostile e a se stante: lui non riesce a comunicare, se lo fa intraprende un impossibile contatto solo con Mavi, che però mostra i segni di una personalità mutevole e incomprensibile.
Anche nell’amore la donna è un misto di passione e riservatezza, di ambiguità e spregiudicatezza. Non a caso quando Mavi all’improvviso scompare, Niccolò che si è messo sulle sue tracce scopre aspetti illuminanti della donna, come la sua propensione alle avventure saffiche.

Identificazione di una donna 4

Nel mezzo della ricerca Niccolò si imbatte in Ida che sembra essere il rovescio esatto della personalità di Mavi: tanto quest’ultima è lunare e misteriosa, tanto Ida è concreta e quasi solare nella sua maniera di vivere.
La relazione con Ida sembra partire bene, tant’è vero che Niccolò la porta con se a Venezia.
Ma quando scopre che la donna aspetta un figlio da un altro ricade preda dei dubbi, delle convenzioni e dei timori latenti della sua mente e l’abbandona.
A questo punto,si chiede Niccolò, che senso ha fare un film con protagonista una donna? Molto meglio un film di fantascienza, in cui si è tesi verso altri misteri insondabili come l’universo e la scoperta della propria esistenza, delle proprie radici che però restano appunto un mistero non rivelabile.

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In Identificazione di una donna il personaggio di Niccolò è un personaggio preda di dubbi e di paure, che vediamo concretizzarsi nell’impossibilità di accettare la vita misteriosa di Mavi e le certezze di Ida, donna che è consapevole del suo ruolo e di ciò che vuole veramente.
Lui, in mezzo a un microcosmo femminile impenetrabile nelle motivazioni di fondo annaspa e finisce per smarrirsi, tanto da rinunciare malinconicamente a quello che era il suo progetto iniziale.
Ha bisogno di amore (il suo rapporto con la moglie è deteriorato) ma non sa come cercarlo e si affida all’istinto che però lo tradisce, proponendogli donne che sono troppo lontane da quello che lui è, da quello a cui aspira.
Ma è al tempo stesso uno che si aggira smarrito in un mondo che sembra essere sfuggente sia a livello sociale sia nelle persone stesse che lo frequentano.

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L’incomunicabilità con gli altri assume contorni ancor più grotteschi quando tenta un impossibile dialogo con una ragazza che conosce Mavi e che lui incontra in piscina.
Nel tentativo goffo di stabilire un colloquio con lei, ad un certo punto Niccolò le chiede cosa le piaccia nella vita, dopo aver ricevuto risposte lapidarie alle domande precedenti ( un pò stupide, ammettiamolo).
La risposta della ragazza è lapidaria e allo stesso tempo raggelante: “mi piace masturbarmi, e se lo fa un altro è meglio e più di tutto se è una donna”
Niccolò sperimenta così l’impossibilità di un dialogo amichevole o umano, ritrova quel senso di estraneità che sembra allontanarlo dalle persone, dalla società.
In questo quadro la sequenza della piscina è illuminante e determinante per la struttura del racconto, perchè sintetizza l’assioma iniziale e finale del film; sempre nello stesso dialogo la ragazza spiega il perchè della sua affermazione dicendo che ” una donna lo fa per farmi piacere, un uomo per se stesso, per far vedere che è virile.”
Il senso del film, come del resto il senso della filosofia di Antonioni è espresso tra le righe di questo dialogo e può essere rappresentato da una parola sola, incomunicabilità.
Un tema caro al regista, affrontato da sempre, sin dai suoi esordi dietro la macchina da presa.

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Nei due fotogrammi: Christine Boisson è Ida

L’altro tema presente nel film è il senso di estraneante presenza di Niccolò nella società; l’uomo non riesce a capirla, non accetta i suoi limiti e le sue debolezze, come dice ad un certo punto del film all’amico che gli chiede che senso abbia un’altra storia d’amore nello sfacelo e nella corruzione che li circonda,usando ancora una volta con una risposta illuminante: “Ma è proprio la corruzione il cemento che tiene unito il nostro paese e sono i corrotti i primi che vogliono vedere delle storie d’amore”.

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Identificazione di una donna è un film insolitamente ricco di parti parlate e di dialoghi, materiale inusuale nella cinematografia del Maestro; dialoghi a tratti criptici, ma anche affascinanti nella loro abilità metaforica.
Un film anche splendidamente fotografato, opera di Carlo Di Palma che restituisce colore e luminosità ad un film che altrimenti sarebbe risultato tetro e probabilmente indigeribile;il compianto maestro romano aveva già lavorato con Antonioni in Deserto rosso, in Blow up ecc. e questa volta dona al film di Antonioni una serenità che spezza in anticipo le catene di un possibile racconto avviluppato attorno al tema centrale.
L’ottimo risultato finale del film è anche merito di una complessa alchimia che coinvolge non solo la bella, fascinosa ed esistenzialista sceneggiatura del film e la fotografia lussuosa, ma anche la recitazione del protagonista principale della storia, quel Niccolò che abbiamo visto essere uomo a tratti sfiduciato a tratti impaurito, a tratti ancora fiducioso o smarrito.
Sto parlando di Thomas Milian, attore di grandissime qualità che era reduce da anni di film di cassetta basati sul personaggio di Er monnezza e di Nico Giraldi, che gli avevano dato grande popolarità ma che lo avevano tenuto lontano da parti importanti nel cinema d’autore.

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Milian, nonostante il caratteristico accento che non lo mai abbandonato, riesce a dare forma ad un personaggio complesso e sfaccettato come quello di Niccolò caratterizzato come già detto da una personalità proteiforme. L’abilità dell’attore di origine cubana si mette al servizio del Maestro con esiti ragguardevoli e lo stesso dicasi per il cast femminile, con le brave (e belle) Daniela Silverio nella parte dell’enigmatica Mavi e
Christine Boisson in quella di Ida. Spazio anche ad una misurata ed intrigante Lara Wendel nel ruolo della ragazza della piscina.
Identificazione di una donna è un film poco amato da buona parte della critica e degli spettatori, nonostante i pregi che ho evidenziato prima.
Colpa probabilmente di un complesso di fattori ai quali non è estranea la prevenzione verso l’attore principale da parte di molti critici e sopratutto per il soggetto considerato non all’altezza dei precedenti.

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Il grande regista di Ferrara era reduce dal parziale successo di Il mistero di Oberwald (da un soggetto di Jean Cocteau) diretto nel 1980 e poco dopo l’uscita di questo film verrà colpito da un ictus che lo priverà dell’uso della parola e lo lascerà parzialmente paralizzato. Sarà solo nel 1995 che lo troveremo di nuovo dietro la macchina da presa per la direzione di Al di là delle nuvole, in co-regia con Wim Wenders altro gioiello della cinematografia di uno dei più sensibili registi italiani di sempre.

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Identificazione di una donna
Un film di Michelangelo Antonioni. Con Tomas Milian, Christine Boisson, Daniela Silverio, Marcel Bozzuffi, Veronica Lazar,Lara Wendel, Luisa Della Noce, Itaco Nardulli, Sandra Monteleoni, Giampaolo Saccarola, Carlos Valles, Sergio Tardioli, Paola Dominguin, Arianna de Rosa, Pierfrancesco Aiello, Giada Gerini, Alessandro Ruspoli, Gianpaolo Saccarola, Enrica Fico, Maria Stefania d’Amario, Enrica Antonioni
Drammatico, durata 128 min. – Italia 1982.

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Identificazione di una donna banner personaggi

Tomas Milian     …     Niccolò
Daniela Silverio          …     Mavi
Christine Boisson          …     Ida
Lara Wendel         … La ragazza della piscina
Veronica Lazar          …     Carla
Enrica Antonioni          …     Nadia
Sandra Monteleoni         …     Sorella di Mavi
Marcel Bozzuffi         …     Mario
Gianpaolo Saccarola          … Il gorilla
Arianna De Rosa          … Amica di Mavi
Dado Ruspoli         …     Padre di Mavi
Sergio Tardioli          … Macellaio
Itaco Nardulli         …     Lucio
Paola Dominguín         … La ragazza alla finestra

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Regia     Michelangelo Antonioni
Soggetto     Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura     Michelangelo Antonioni, Gérard Brach, Tonino Guerra
Produttore     Antonio Macrì
Fotografia     Carlo Di Palma
Montaggio     Michelangelo Antonioni
Musiche     John Foxx, Japan, Tangerine Dream
Scenografia     Andrea Crisanti
Costumi     Paola Comencini

 

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Tutti i diritti riservati.

O anche: Identificazione di Antonioni, trattando il film nel ruolo del protagonista Niccolò Farra (Tomas Milian) in maniera quasi biografica vicende personalissime dell’autore, da tempo lontano dalla macchina cinematografica. Pur essendo opera densa di significati e valorizzata da un convincente (e combattuto, nella ricerca di una protagonista che non riesce a definire) Tomas Milian regna un clima di noia perenne, surclassato giusto da due scene di sesso parecchio audaci tra il protagonista e Daniela Silverio, soprattutto quella della masturbazione “feroce” sulla donna. Presentato a Cannes.

Forte degli scenari lunari e nebbiosi stile new wave e delle musiche elettronico-spaziali dell’immenso John Foxx, Antonioni sintetizza i suoi ben noti discorsi su incomunicabilità, alienazione e frivolezze borghesi aggiornandoli agli anni Ottanta. Milian, compitissimo, veste i panni del regista in crisi di mezza età e si confronta con l’erotismo audace ma elegante emanato dalla sensuale bellezza della Silverio e della Boisson. Echi da L’avventura, La notte e Deserto rosso; finale da fantascienza colta.

Eccetto le “prestazioni ginniche” dei protagonisti, il film è davvero lento e noioso: colpa di una sceneggiatura troppo verbosa, piena di facilonerie verbali e di stupide metafore che non possono non irrittare e soprattutto non annoiare lo spettatore comune. Quel che ne viene fuori è una “polpetta” indigesta che scontenta tutti e che difficilmente piacera a qualcuno. L’ultimo Antonioni prima dell’ictus.

Discreta la prima parte, soprattutto per la presenza della Silverio (una meteora, peccato). Poi lei passa la mano e il film si appiattisce, complici alcuni dialoghi squallidi come quello girato nella piscina. Il tormento esistenziale di Niccolò e alcune letture ideologiche (vedi la coppia di terroristi) sono altrettanto imbarazzanti in un film che comunque nel complesso può andare anche perché non pretenzioso come altri del regista. Doppiaggio tirato via.

Terrificante e confusionario film di Antonioni sulla ricerca della donna giusta da parte di un regista, con frasi cretine spacciate per memorabili, confusione narrativa a livelli altissimi, noia e supponenza, difetti di Antonioni che qui si sommano all’inizio della sua decadenza. Forse Milian sperava di girare un capolavoro ma si è ritrovato in un tedioso guazzabuglio e a nulla può la sua indubbia bravura.

Ultimo film di Antonioni prima dell’ictus che lo colpì (quindi per alcuni il suo vero ultimo film), è una sorta di compendio (anche autobiografico essendo il prot un regista) di ciò che è già stato fatto: trama da finto giallo(come quasi tutti i suoi film), una persona che scompare (L’Avventura) e un finale allegorico (Zabriskie point). Molto parlato, con abbondanti scene di sesso molto spinte (messe forse per impedire crisi narcolettiche?), metterà a dura prova i fan di Milian, che ci regala un’ottima performance. I fan di Antonioni sanno già cosa li attende…

Identificazione e ricerca della donna giusta, quella con la quale le parole sono superflue e basta il silenzio, come quando ci si trova immersi nella natura. Un regista in crisi e il suo rapporto con sè e le giovani donne che incontra. Dialoghi naturali e spontanei, grande lavoro psico-intellettuale. Solo per un pubblico “colto”…

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Fantasmi (Haunted)

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David e Juliet Ash sono due gemelli molto uniti; durante uno dei loro giochi nella campagna inglese (siamo all’inizio del novecento) accidentalmente David provoca la caduta della sorella che finisce nelle acque di un laghetto e muore annegata nonostante il disperato tentativo di aiuto da parte di David.
Anni dopo ritroviamo David in America, dove si è trasferito con la madre; è diventato adulto e si è laureato in psicologia.
Ottenuta una cattedra in un’università inglese, ritorna nella madrepatria.

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L’idilliaco scenario del castello dei Mariell

Siamo nel 1928, David studia principalmente tutte le manifestazioni sul paranormale; è uno scettico, che si occupa di smascherare medium e falsi fantasmi.
Un giorno decide di accettare l’invito di un’anziana signora, Tess Webb che lo pressa con disperate richieste di aiuto; così David si trasferisce nel Sussex a Edbrook Hall.
Ad accogliere David alla stazione di Edbrook è la bellissima Christine Mariell, che gli mostra immediatamente simpatia.
L’arrivo nel quieto posto di campagna, in uno splendido castello vittoriano immerso in una natura tranquilla e silenziosa e sopratutto il primo approccio con la signora Tess che parla di presenze oscure nel castello convincono David di una situazione patologica della donna, rafforzata anche dai suoi convincimenti sulla materia.

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I tre fratelli Mariell

Al castello, David conosce anche i due fratelli di Christine ovvero Robert e Simon che da subito mostrano di non nutrire grande simpatia per lui e contemporaneamente inizia a notare la strana atmosfera che si respira nella casa.
La notte infatti qualcuno lo rinchiude nella stanza e all’indomani fa presente la cosa ai tre fratelli che però mostrano di non credergli.
E’ l’inizio di una serie di accadimenti misteriosi che vedono David man mano che il tempo scorre, iniziare a vacillare nelle sue convinzioni.

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Christine dipinta da suo fratello Robert

Piccoli fenomeni inspiegabili dapprima e oscure presenze in seguito portano David a credere che in quel castello avvenga davvero qualcosa di insolito, come la disperata Tess tenta di dirgli, ostacolata però da Robert e Simon. A parlare di una malattia mentale è anche il dottor Doyle, medico di famiglia che ha in cura Tess, la quale è nel castello in virtù della lunghissima collaborazione dei genitori dei ragazzi ai quali ha fatto da balia sopratutto dopo la morte avvenuta in India degli stessi.
Christine mostra sempre più apertamente la sua attrazione per David, che però si rende conto dell’aperta avversione del fratello Robert verso un loro legame più profondo.
Il giovane infatti compare sempre nei momenti meno opportuni, quando sembra che l’attrazione tra David e Christine debba finalmente concretizzarsi.
Nel frattempo però i piccoli avvenimenti inspiegabili a cui ha assistito David acquistano contorni sempre più inquietanti;

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Kate Beckinsale è Christine

una lampada che esplode all’improvviso provocando un incendio che si spegne misteriosamente, la figura di una bambina che David vede passeggiare nel parco e altri segnali lo portano a modificare profondamente le sue convinzioni.
A nulla vale un colloquio con il dottor Doyle che lo convince di essere preda dei sensi di colpa per la morte di Juliet; dopo un brevissimo periodo di tranquillità, gli avvenimenti oscuri si susseguono e prendono una piega drammatica.
David finisce per rischiare la vita cadendo nel laghetto del castello e subito dopo crede di morire bruciato vivo nella cantina dello stesso; nel primo caso è proprio Christine a salvarlo, nel secondo lo convince di aver immaginato tutto.
La ragione di David vacilla, sopratutto nel momento in cui vede Christine posare nuda per Robert e subito dopo baciarlo appassionatamente.
Ancora una volta crede di aver immaginato tutto e si lascia irretire dal fascino di Christine, con la quale vive una appassionata notte d’amore.

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David, Aidan Quinn

Ma al risveglio, non trovando la ragazza, David esce di casa in tempo per vedere la misteriosa bambina che si incammina per il bosco.
L’uomo la segue e giunge in un cimitero fa un’agghiacciante scoperta: su una lapide trova i tre nomi di Robert, Simon e Christine con le date di nascita e la data della loro morte, avvenuta in contemporanea nel 1923.
Sconvolto, David corre a casa del dottor Doyle, ma la trova vuota e all’interno scopre l’identità della misteriosa bambina….
Ancora una volta mi fermo qui con la trama, per evitare di rivelare il finale a sorpresa del film, anche se per lo spettatore più smaliziato non è certo un finale inaspettato.
Fantasmi (Haunted nella versione originale) è un thriller ambientato nel mondo del paranormale diretto da Lewis Gilbert nel 1995; un film che anticipa un prodotto molto simile come argomento e come trattazione ovvero lo splendido The others, uscito sei anni dopo e diretto benissimo da Alejandro Amenábar.
A differenza di The others, il film di Gilbert è meno claustrofobico e più bucolico, se mi si passa l’espressione.
C’è uno stridente contrasto di fondo, infatti, fra il castello soleggiato e immerso in una splendida cornice naturale di Fantasmi e quello più lugubre e dalle finestre perennemente chiuse di The others, come ricorderanno coloro che hanno visto il film di Amenábar.

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“Non aver paura David, vieni con me…”

Un film che vive diversi momenti di pausa e descrittivi con una tensione che solo a momenti si respira palpabile e concentrati peraltro nella seconda parte del racconto; qualche sequenza è davvero ben realizzata, come quella dell’incendio nella cantina, oppure quella in cui David rischia di annegare soffocato dalle alghe o ancora il balletto finale tra i tre fratelli e la vecchia Tess.
Smontato da parte della critica e da qualche deluso spettatore, Fantasmi è un buon prodotto di genere che vive su una buona sceneggiatura e sopratutto su una fotografia con i contro fiocchi.
Grazie ad una location da favola, con paesaggi in stile cartolina e ambientato in un castello che farebbe la felicità di ogni amante della natura, il film di Gilbert si snoda attraverso il percorso di cognizione di David, che da fiero negazionista del paranormale si troverà a dover fare i conti con una realtà che lo riporterà indietro fino all’infanzia, al momento cioè della morte della sua amata sorella Juliet.
E’ proprio con il ricordo di Juliet che dovrà fare i conti David, costretto dagli avvenimenti a barcamenarsi in una situazione limite, stretto da un lato dalla sua infatuazione per Christine, dall’altro a fare i conti con i fenomeni paranormali che gli si scateneranno attorno prima della drammatica conclusione.

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L’incendio nella cantina

Una conclusione in linea con il racconto, ben congegnata e che permette allo spettatore di non rimpiangere il tempo perso fino ad allora.
I personaggi chiave sono ben interpretati, a cominciare da quello principale di David a cui presta il volto Aidan Quinn, per passare alla fascinosa e sensuale Kate Beckinsale che interpreta l’ambigua Christine.

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David inizia ad intuire la verità

Molto bene anche Anna Massey (la governante Tess), Anthony Andrews (Robert Mariell) e Alex Lowe (suo fratello Simon), così come una garanzia è John Gielgud nel ruolo del dottor Doyle.
Gilbert dirige con mano ferma un film che poteva essere insidioso e quindi scivolare nel solito prodotto a sensazione; viceversa riesce a creare un minimo di atmosfera senza strafare, senza ricorrere cioè a candelabri e teschi, musica notturna e stridore di porte.
Il regista londinese, oggi novantunenne e conosciuto per i tre film diretti sulle avventure dell’agente 007 (Agente 007, si vive solo due volte,Agente 007, la spia che mi amava e Agente 007, Moonraker: operazione spazio ) ha una mano ben diversa da quella di Amenábar, che in The others propone un lavoro più finemente angoscioso e psicologico; tuttavia ottiene risultati discreti e il giudizio su quest’opera, per quanto mi concerne, è largamente positivo.

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Fantasmi
Un film di Lewis Gilbert. Con Anna Massey, Aidan Quinn, John Gielgud, Kate Beckinsale,Anthony Andrews
Titolo originale Haunted. Thriller, durata 108 min. – Gran Bretagna 1995

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Christine accoglie David alla stazione

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David e il dottor Doyle

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Frammenti di verità affiorano dal passasto…

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Christine e David

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Tess, la governante

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Juliet e David

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L’incidente di Christine

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La misteriosa presenza…

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La sorellina di David, Juliet

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La terrificante scoperta finale

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Aidan Quinn             … Prof. David Ash
Kate Beckinsale        … Christina Mariell
Anthony Andrews      …     Robert Mariell
John Gielgud          … Il Dottor Doyle
Anna Massey         …  Tess Webb
Alex Lowe          … Simon Mariell
Geraldine Somerville          … Kate
Victoria Shalet         … Juliet Ash
Linda Bassett          … Madame Brontski
Liz Smith         …La vecchia zingara
Peter England          … David da giovane
Alice Douglas         … Clare
Edmund Moriarty     …Liam
Emily Hamilton          … Mary

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Regia: Lewis Gilbert
Romanzo: James Herbert
Sceneggiatura: Timothy Prager, Bob Kellet, Lewis Gilbert
Produzione: Anthony Andrews, Francis Coppola e altri
Musiche: Debbie Wiseman
Editing: John Jympson

Caligola, la storia mai raccontata

Caligola la storia mai raccontata locandina

Ennesima variante della storia di Gaio Giulio Cesare Germanico , l’imperatore romano passato alla storia con il nome di Caligola (piccola caliga, la calzatura dei legionari romani).
Una versione in puro stile Massaccesi, che per l’occasione si firma David Hills e che ebbe disavventure a non finire con la censura, un po come il predecessore Caligola diretto da Tinto Brass.
Il film parte mostrando l’attentato alla vita dell’imperatore da parte del poeta Domizio, attentato fallito e che costerà al poeta stesso una terribile punizione; all’uomo vengono tagliate la lingua e tutti i tendini, di modo che finisce per diventare un osceno burattino che Caligola fa vivere dietro una tenda.
A Roma sono in molti ad essere stanchi degli eccessi e della follia di Caligola; alcuni senatori congiurano per assassinarlo mentre Caligola se ne va tranquillamente in spiaggia, dove incontra la bella vergine Livia, fidanzata ad Ezio che è il figlio del console Marco Tullio Gallo.

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Il crudele imperatore violenta la ragazza che in preda alla vergogna si suicida.
Dopo di che, rientrato a Roma, sparge la voce che la ragazza è stata assassinata da un gruppo di cristiani; ma a non credere alla versione di Caligola sono un po tutti, a partire dalla più cara amica di Lidia, Miriam, una ragazza egiziana che da quel momento giura vendetta.

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In un impeto di follia, l’imperatore decide di costruire un grande tempio e per finanziarlo organizza un’ orgia alla quale viene invitata la nobiltà romana costretta a pagare un pesante dazio e costretta anche ad assistere ad uno spettacolo in cui l’imperatore passa da una crudeltà all’altra facendo combattere in una grande sala uomini fino alla morte, facendo accoppiare una donna con un cavallo e facendola così morire oppure sacrificando un gran numero di ragazze vergini ingaggiate proprio per la festa.
Durante il baccanale, Miriam decide di sedurre l’imperatore e ucciderlo, spinta in questo dal senatore Cornelio. Così, dopo essersi deflorata e aver dedicato la sua perduta verginità al dio Anubis, Miriam si apparta con Caligola. Ma al momento di ucciderlo, la donna ha un ripensamento e colpisce il senatore Cornelio.
La vendetta di Caligola per il mancato attentato è ferocissima; alcuni senatori vengono sodomizzati con ferri roventi e muoiono dissanguati, altri si vedono uccidere i familiari e ad uno di essi viene ordinato di uccidere sia la moglie che i figli.

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Nel frattempo Miriam sembra essere diventata succube dell’imperatore.
Probabilmente ne è innamorata e accetta la proposta di Caligola di sposarla, ma prima delle nozze vede al collo dell’imperatore una medaglietta che portava Lidia.
Miriam decide di drogare con dei filtri magici Caligola in modo da farsi rivelare la verità, ma l’uomo viceversa precipita in una serie di incubi durante i quali rivede tutte le vittime della sua follia. Al risveglio, ancora ottenebrato dalle droghe, colpisce Miriam con la sua spada.

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Nel frattempo i senatori romani sono riusciti a convincere Ulmar, il fido pretoriano di Caligola, a partecipare ad un attentato che questa volta riesce.
Mentre è sulla spiaggia, l’imperatore che nel frattempo ha preso coscienza delle sue malefatte e vorrebbe convincere i senatori di voler cambiare vita, viene ucciso dalle frecce scagliate da Ulmar.
Caligola, la storia mai raccontata è un film del 1982, diretto con larghezza di mezzi da Aristide Massaccesi/Joe D’Amato ed è tutto tranne che un film con un minimo di obiettività storica.
La leggendaria crudeltà dell’imperatore romano, molto probabilmente esagerata dai suoi numerosi detrattori appare qui esasperata ancor più che nel Caligola di Brass; l’imperatore da sfoggio di una crudeltà da psicopatico, a partire dalla crudele punizione inflitta a Domizio passando per lo stupro della bella Livia per finire con la scena del massacro dei senatori durante l’orgia.
Il Caligola di Massaccesi è un film eccessivo, violento e sanguinolento, come nello stile del regista romano; un film assolutamente inaffidabile dal punto di vista storico, basti pensare al finale in cui Caligola finisce trafitto dal suo pretoriano mentre nella realtà venne ucciso dai tribuni Cassio Cherea e Cornelio Sabino e da alcuni pretoriani assieme a sua moglie Milonia Cesonia e la loro figlia bambina, Giulia Drusilla quando aveva appena ventinove anni.

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La pellicola ha più pregi come slasher ( e per gli amanti dell’hard come pellicola erotica) che come film con una sceneggiatura accettabile; la mano del regista di talento c’è, ma è anche al servizio degli stinti più bassi dello spettatore.
Tuttavia c’è una certa cura, nella pellicola e per una volta il cast sembra davvero all’altezza della situazione.
C’è una splendida Laura Gemser, all’epoca del film trentaduenne e al massimo del fulgore fisico, che da vita al personaggio di Miriam, la schiava che vorrebbe vendicare l’amica Lidia e che finisce viceversa per innamorarsi dell’imperatore, salvo ricredersi quando scoprirà la verità sulla morte di Lidia.

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E c’è anche David Brandon a interpretare Caligola con sufficienza, anche se va detto che nella realtà storica l’imperatore era un pezzo d’uomo che superava un metro e novanta di statura.

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Ancora una volta Massaccesi quindi si rivolge alla sua musa cinematografica, Laura Gemser e ancora una volta ritaglia un ruolo per suo marito Gabriele Tinti; alla fine il prodotto ha una sua dignità anche se come tutti i film di Massaccesi occorre districarsi tra le varie versioni.
Quella originale infatti durava 125 minuti ma venne sforbiciata dalla censura in modo tale che alla fine il film durava 86 minuti; distribuito come Caligola, la storia mai raccontata ebbe anche una versione parallela  intitolata Caligola… l’altra storia.
Oggi sono disponibili dvd in versione integrale che però non aggiungono praticamente nulla alla storia se non alcune sequenze particolarmente forti come quella in cui una donna masturba un cavallo e molte scene tipiche del cinema hard core, che vennero utilizzate in seguito dal regista romano per il film Caligola, follie del potere che apparteneva al filone hard.

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Caligola… La storia mai raccontata
Un film di Joe D”Amato. Con Laura Gemser,David Brandon,Oliver Finch, Charles Borromel,Larry Dolgin, Fabiola Toledo, Alex Freyberger
Drammatico/Erotico, durata 90 min. – Italia 1982.

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Caligola banner protagonisti

David Brandon: Caligola
Laura Gemser: Miriam
Oliver Finch: Messala
Cristiano Borromeo: Petreio
Fabiola Toledo: Livia
Sasha D’Arc: Ulmar
Alex Freyberger: Ezio
Larry Dolgin: Cornelio Varrone
Gabriele Tinti: Marcello Agrippa
John Alin: Marco Tullio Gallo
Ulla Luna: Cinzia
Michele Soavi: Domizio
Mark Shanon: Mario

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Regia     David Hills
Soggetto     David Hills, Richard Franks
Sceneggiatura     David Hills, Richard Franks, Victoria J. Newton
Produttore     Alexander Sussman
Casa di produzione     Metaxa Corporation, Cinema 80
Fotografia     Federico Slonisco
Montaggio     George Morley
Musiche     Carlo Maria Cordio
Scenografia     Lucius Pearl, Michael Loss
Costumi     Helen Zinnerman

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Film molto spinto, al limite del visibile, dove l’erotismo cede il posto al disgusto nella scena dell’impalamento realizzato durante un’incontenibile orgia o in quella del forzato accoppiamento con cavallo. David Brandon nei panni del “deviatissimo” Caligola è bravissimo, la regia di Joe D’Amato è garanzia di riuscita ed il cast è composto da nomi di certo interesse come ad esempio l’allora sconosciuto Michele Soavi, cui tocca la parte di vittima sacrificale. Il registro erotico risente della spinta violenta, che ben si coniuga con il tema trattato.

Le fonti filosenatoriali su Caligola ci hanno tramandato la figura di un imperatore pazzo, depravato, empio, sacrilego, megalomane e crudele: D’Amato resta fedele a questa tradizione e la rimpolpa negli aspetti sessuali e horror, con abbondante ricorso ad uno splatter talvolta insostenibile. Perfetti l’ambiguo Brandon e il vecchio mentore inascoltato Borromel (efficacemente doppiato da Michelotti); la Toledo riluce di bellezza in una tunica candida e sottile. Suggestiva e visionaria la fotografia.

Le nefandezze dell’imperatore, pervertito e psicopatico, epilettico e malato mentale, disinteressato al bene di Roma e completamente alienato da ogni tipo di valore, si fermano di fronte al corpo della Gemser; e scoppia l’amore! Il miglior Joe D’Amato dopo Buio Omega, si scatena nell’estremo: violenza, sesso, orge (purtroppo con inserti hardcore, anche se discretamente integrati), duelli all’ultimo sangue con il sangue che schizza sugli spettatori mentre mangiano e tanto altro. Ancora una bella storia d’amore che trasuda sangue: 4 pallini al sangue!

Ovvio tentativo di bissare il successo di Io Caligola con un film che ha a come pro una buona ricostruzione d’epoca e un discreto cast e, come contro (nonostante riconosca l’abile messa in scena dell’orgia), alcune scene disgustose che fanno storcere il naso inficiando un po’ il risultato (come la scena della cacca in Salò e le 120 giornate di Sodoma, per intenderci). Bravo Brandon e perfetto per il ruolo in un film perverso e pornografico.

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A due passi dall’inferno

A due passi dall'inferno locandina

John è reduce dall’esperienza terribile del manicomio, dove è stato ricoverato negli ultimi due anni su richiesta di sua zia Marta, la cui sorella (madre di John) si è suicidata.
Il giovane dopo la morte della madre era scappato e aveva girovagato per l’Europa, vivendo di espedienti e furti. Arrestato, era stato condotto davanti ad un giudice che ascoltata la zia aveva disposto il suo internamento in un istituto psichiatrico.
Qui il giovane aveva vissuto macerato dall’odio e dominato dal desiderio di vendetta fino al giorno in cui un giudice aveva deciso la sua temporanea scarcerazione e l’affidamento a sua zia Marta, unica parente che vive in una splendida casa con le tre figlie.
La donna che vive su una sedia a rotelle conseguenza di una paralisi in realtà odiava profondamente la sorella, alla quale rimproverava una condotta  a suo modo di vedere profondamente immorale.

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Così John arriva nella splendida casa di Marta, dove ad accoglierlo ci sono anche le cugine Therese (che disprezza John), Esther (che prova attrazione e affetto per lui) e infine Maria che fa da contraltare alle due sorelle; la ragazza infatti prova sentimenti contrastanti per suo cugino, con il quale ha avuto rapporti sessuali durante l’adolescenza.
In questa atmosfera John, che è profondamente provato dalle sue esperienze precedenti, prepara quella che dev’essere la sua vendetta nei confronti di quella famiglia che ritiene responsabile delle disavventure sue e di sua madre.
Non a caso, all’uscita dall’ospedale psichiatrico, John ha portato con se due vecchie foto, simbolo del suo legame con il passato e anche memoria futura per non dimenticare l’accaduto.

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Trova un lavoro, all’interno di un mattatoio, dove assiste alla macellazione di animali e alla fine del lavoro presa la sua paga comunica al proprietario che non tornerà più, in quanto non ha più nulla da imparare.
E’ una rivelazione di quella che è la sua strategia per la vendetta.
Iniziano così i meticolosi preparativi per la vendetta, ma il giovane cosa farà davvero?
Questa la trama (per tre quarti) di un film molto particolare, un horror metafisico che si distingue da molti altri prodotti del genere per un’accurata preparazione, per un’atmosfera plumbea e di attesa che fa da preludio ad un finale davvero sorprendente e che non svelo proprio per lasciare allo spettatore il gusto di seguire le vicende di un giovane che al primo apparire da la sensazione di essere un folle, ma che è viceversa personaggio ricco di sfumature.
Claudio Guerin Hill, regista del film A due passi dell’inferno, molto popolare in Spagna con il titolo La campana del infierno e nel resto del mondo come A bell from hell dirige un ottimo film denso di atmosfera e a tratti angosciante, usando spesso i topos tipici della cinematografia horror ma con una padronanza del mezzo tecnico davvero impressionante.
La storia si sviluppa in maniera angosciante man mano che prosegue nel suo lento e sepolcrale svolgimento, tra boschi immersi nella nebbia e atmosfere piovose lugubri come quelle dei film vampireschi, ma con un occhio di riguardo alla lucida follia di John, in un gioco delle parti dove è praticamente impossibile stabilire chi siano le vittime e chi i carnefici.
L’inizio stesso del film sembra fatto apposta per immergere lo spettatore in un’atmosfera inquietante, con la MDP che mostra il lavoro di John intento a costruire un calco del suo volto, prima di inquadrare la faccia stessa deformata in un ghigno diabolico; a seguire, vediamo John alle prese con le dimissioni dall’ospedale mentre ritira i suoi effetti personali e strappa la foto della cugina davanti allo sguardo perplesso dell’anziano addetto.
In un’atmosfera sempre più angosciante, seguiamo il giovane alle prese con l’album di foto che ricordano un passato anche felice, in netto contrasto con l’ambiente lugubre, scarsamente illuminato e silenzioso in cui si trova. Poi, via via, il lavoro al mattatoio, la campana in bronzo issata sulla chiesa del villaggio, l’ingresso delle tre giovani sorelle in una atmosfera resa livida dalla nebbiolina e dalla pioggia mentre John è a tavola con lo psicologo e con sua zia Marta, il registratore a bobine sul quale John ha registrato la voce di Maria, la chiesa del villaggio con i due campanili, ripresa per un minuto nel silenzio più assoluto e sempre immersa nell’atmosfera liquida e ansiosa che pervade la pellicola,il beffardo e finto tentativo di stupro di Maria da parte di tre cacciatori, il folle scherzo cinematografico di John che finge di strapparsi gli occhi e via via tutte le sequenze che si alternano sullo schermo.
Come sfondo, una musica lugubre appena accennata.
Il sole è una rarità, così come non ci sono scene naturali che mostrino una natura quieta e tranquilla; anche quando il giovane è vicino al mare, lo stesso è agitato e si infrange sugli scogli con formidabile violenza.
E’ in questo momento che Guerin sceglie di simboleggiare con l’immagine della natura in tempesta quello che evidentemente si agita nel cuore di John, che vediamo scavare una fossa mentre una nenia infantile assolutamente incongrua si sostituisce all’organo.
Lentamente, ma inesorabilmente, il film si inerpica verso la parte centrale del racconto, sempre spiazzando lo spettatore con quelli che sembrano gesti folli di un John che è ripreso anche mentre all’interno del mattatoio sistema i ganci scorrevoli usati per appenderci il bestiame in attesa di essere squartato.
Il regista è lento metodico e ossessivo anche quando riprende il giovane a tavola con la zia e con le cugine immerso in dialoghi freddi e senza sorrisi; introduce anche un elemento che sembrerebbe normalizzare gli eventi quando mostra John spingere la carrozzella di sua zia Marta in giardino e offrirle un fiore, simbolo di una riappacificazione assolutamente falsa.

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Il finale devo ometterlo, come già detto, ma conferma l’ottima struttura mantenuta fin dall’inizio; il giovane attore Renaud Verley che interpreta John da al suo personaggio nel corso del film sfumature che permettono di cogliere solo in parte i travagli dell’animo che agitano John, contribuendo in maniera determinante alla riuscita dell’impianto narrativo, così come la recitazione di Viveca Lindfors rende particolarmente affascinante il personaggio dell’ambigua zia Marta.
Molto bene Maribel Martín, Nuria Gimeno e Christina von Blanc rispettivamente nei ruoli di Esther, Therese e Maria; il resto del cast fa professionalmente da contorno.
A due passi dall’inferno ha avuto da subito la fama di film maledetto.
A contribuire in maniera determinante ci fu la morte sul set del regista Claudio Guerin, che nell’ultimo giorno di riprese cadde dal campanile dove stava girando le ultimissime riprese.

Una morte davvero singolare, almeno come raccontato da chi era presente sul set.
Pare che Guerin stesse iniziando le riprese quando il suo assistente gli chiese 5 minuti per cambiare le impostazioni delle macchine da presa. Guerin acconsentì e salì sul campanile. Sembra che la campana abbia suonato all’improvviso facendo perdere l’equilibrio al regista, che precipitò al suolo.Alcuni dei presenti, convinti si trattasse di un espediente di scena applaudirono, ma ben presto si resero conto che non si trattava di un trucco scenico. Quando accorsero sul posto dove Guerin era caduto, poterono solo constatarne la morte.

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Aveva solo 34 anni e sicuramente prospettive eccellenti, come del resto già si era notato dal film precedente del regista stesso, quel Un solo grande amore con protagonista la nostra Ornella Muti uscito nel 1972.
Per chi volesse seguire la ricostruzione degli ultimi drammatici momenti di vita del regista, consiglio questo video disponibile su You tube all’indirizzo http://youtu.be/2q3gThdMLMc in cui il programma spagnolo Cuarto milenio suggerisce quella che è l’ipotesi più probabile sulla sua morte.

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Le ultimissime scene del film vennero riprese da Juan Antonio Bardem, che per rispetto a Guerin non figura nemmeno tra i crediti; qualcuno probabilmente ricorderà Bardem per L’altra casa ai margini del bosco.
Un film che consiglio, aldilà delle speculazioni sulla sua fama maledetta e su tante ipotesi soprannaturali seguite alla tragica morte di Guerin; un film claustrofobico e funereo nel suo svolgimento come raramente mi è accaduto di vedere.

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A due passi dall’inferno
Un film di Claudio Guerin Hill. Con Renaud Verley, Viveca Lindfors, Alfredo Mayo, Christine Betzner Titolo originale La campana del infierno. Horror, durata 106 min. – Spagna, Francia 1973.

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A due passi dall'inferno banner personaggi

Renaud Verley    …     John nella versione inglese, Juan in quella spagnola
Viveca Lindfors    …     Marta
Alfredo Mayo    …     Don Pedro
Maribel Martín    …     Esther
Nuria Gimeno    …     Teresa
Christina von Blanc    …     María (as Christine Betzner)
Erasmo Pascual    …Il prete
Susana Latour    …     La madre di John

A due passi dall'inferno banner cast

Regia: Claudio Guerin Hill
Soggetto:Santiago Moncada
Produzione: Robert Ausnit, Claudio Guerín, Luis Laso
Musiche: Adolfo Waitzman
Editing: Magdalena Pulido
Costumi: Maiki Marín

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