Amore vuol dir gelosia

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Essere circondati da donne può voler dire anche sentirsi imprigionato senza via d’uscita, soffocato dalle personalità, dai caratteri, dalle meschinerie e dalle ossessioni delle stesse: è quanto accade al dottor Gian Galeazzo Silvani Abruzzo, un dentista che vive nella amena isola di Procida, nel golfo di Napoli. L’universo femminile che soffoca Galeazzo è composto da una moglie assolutamente beghina e dalle vedute ristrette, cattolica osservante e praticante, la farmacista Licia, da una madre ( che si rivelerà, però, un’ancora di salvezza), dalla nonna, da due figlie e da una cameriera.

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Una vita tutto sommato senza picchi, in cui tutto è scandito da quell’universo al femminile, che cambia irrimediabilmente il giorno in cui galeazzo, armato di binocolo, sorprende una sua vicina in abiti succinti. La donna, Corinna, una splendida ex reginetta di bellezza, si offre involontariamente nuda al suo sguardo; da quel momento Galeazzo no vivrà che per il desiderio di farla sua.

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Corinna, che è sposata ad un vigile urbano donnaiolo, che però non risparmia le sue attenzioni focose alla giovane e bellissima moglie, alla fine cede alle attenzioni del vicino., sopratutto dopo aver scoperto le infedeltà del marito, che si divide anche con una focosa macellaia.Tra i due però l’adulterio non si consuma per una serie di imprevisti; Licia apprende della relazione, e tenta il suicidio.

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Dopo una serie di risse furibonde tra le due rivali, e dopo che Licia ha scoperto in se una sessualità repressa, che esplode nel paradosso di un eccesso di libertinaggio, i due amanti platonici consumeranno finalmente il loro adulterio grazie anche alla nonna di Galeazzo, che in punto di morte inviterà il nipote a dedicarsi a qualcosa di più costruttivo del rapporto con la famiglia, peraltro molto ipocrita, e grazie anche all’aiuto della madre, che collaborerà attivamente con il figlio, aiutandolo a consumare l’adulterio, culminato nella scena in cui Galeazzo e Corinna, in riva al mare,  a due passi da un gruppo di suore che fanno il bagno vestite, si vedrà aiutato a nascondersi da un provvidenziale telo alzato dalla madre, al riparo del quale i due potranno finalmente gustare il frutto proibito.

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Commedia gradevole, questa Amore vuol dir gelosia, pellicola diretta da Mauro Severino nel 1975, che si discosta dalle solite commedie sexy per la bonaria presa in giro nei riguardi della morale bigotta tipica dei paesi del sud Italia, per la descrizione, anche se superficiale, dell’universo ristretto in cui si trova a muoversi il povero Galeazzo, interpretato molto bene dal solito Montesano.

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Ben assortito il cast, che annovera una sempre affascinante Barbara Bouchet nel ruolo di Corinna, una satanica Mlena Vukotic, moglie repressa dapprima, libertina successivamente e Gino Santercole, il vigile urbano donnaiolo, focoso, manesco marito della bella Corinna. Un film che non pretende nulla, e che alla fine risulta gradevole proprio per questa sua spontanea semplicità

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Amore vuol dir gelosia,un film di Mauro Severino. Con Enrico Montesano, Milena Vukotic, Barbara Bouchet, Gino Santercole, Pino Ferrara, Anita Farra, Eleonora Morana, Giancarlo BadessiCommedia, durata 95 min. – Italia 1975.

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Amore vuol dire gelosia banner protagonisti

Enrico Montesano: Gian Galeazzo
Barbara Bouchet: Corinna Borotto
Gino Santercole: Amos Borotto, marito di Corinna
Milena Vukotic: Licia
Carmen Martínez Sierra: Donna Carmela, suocera di Gian Galeazzo
Pino Ferrara: capitano Bazzoni
Anita Farra: madre di Gian Galeazzo
Ada Tauler: Amalia, la macellaia
Giancarlo Badessi: Don Gino
Roberta Palombi: figlioletta di Gian Galeazzo
Stefania Pigiani: altra figlioletta di Gian Galeazzo
Eleonora Morana: pettegola confidente di Don Gino

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Regia Mauro Severino
Soggetto Mauro Severino
Sceneggiatura José Gutiérrez Maesso, Mauro Severino
Produttore Manolo Bolognini, Luigi Borghese
Casa di produzione Aetas Produzioni Cinematografiche (Roma), Tecisa Television y Cine (Madrid)
Fotografia Giuseppe Pinori
Montaggio Gian Maria Masseri
Musiche Adolfo Waitzman
Scenografia Gastone Carsetti
Costumi Luca Sabatelli

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L’opinione di Lina dal sito http://www.filmtv.it

Tipica commedia sexy all’italiana che alterna risate (poche) con siparietti erotici di effetto melenso. La trama è stiracchiata e banale, non noiosa, ma esile, ripetitiva e pure paradossale per certi versi. Peccato che Montesano si sia prestato a partecipare a questa mezza pagliacciata, che tentando la strada della satira sui tradimenti e sulle crisi di coppia, non centra il bersaglio e neanche ci si avvicina.

L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Prima del pessimo Tutti possono arricchire tranne i poveri, Mauro Severino dirige una pellicola realizzata in co-produzione con la Spagna, nella quale l’odontotecnico Giangaleazzo (Montesano), succube di una moglie (meridionale) frigida e tirchia, di una suocera invadente e due figlie, perde la testa per la disponibile e piacente Corinna (Barbara Bouchet), moglie di un grezzo e geloso vigile settentrionale. Comicità di grana grossa, con bersaglio sulla mentalità “religioso-bigotta”, tipica di certa cultura meridionale. Comunque vedibile e divertente.

L’opinione del sito http://www.cinetecadicano.blogspot.it

Mauro Severino costruisce una storia divertente rispettando tutte le convenzioni narrative della commedia sexy, tra voyeurismo, specchi che riflettono nudi femminili, serrature dalle quali spiare, bagni saponosi e amplessi comico – erotici. Non mancano una morale anti censura, il rifiuto del perbenismo di facciata di un’Italia bacchettona e una critica serrata alla grettezza piccolo – borghese. La provincia curiosa, i vizi privati e le pubbliche virtù, le persone che non si fanno i fatti loro, i tradimenti sulla bocca di tutti, le voci maligne del popolo, sono altri elementi interessanti. Bravi gli attori. Montesano è il mattatore con un personaggio tipico da Charlot frustrato, basato su una comicità slapstick, a metà strada tra le comiche del muto e il cartone animato, mentre la Vukotic è una buona moglie repressa doppiata in napoletano (non sappiamo da chi, inoltre è insolito che un’attrice del suo valore venga doppiata) e la Bouchet (doppiata da Vittoria Febbi) una sensuale vicina che parla in milanese.

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La fine dell’era napoleonica, con conseguente restaurazione, seguita all’esilio di Napoleone a Sant’Elena è lo sfondo di questo dramma storico diretto nel 1973 dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Vi si narra la storia di Fulvio Imbriani, nobile italiano aderente alla setta dei Fratelli sublimi, ex appartenente all’esercito napoleonico ed ex giacobino; l’uomo viene rilasciato dopo la prigionia seguita alla fine dell’era napoleonica, rientra in famiglia e sembra intenzionato a dimenticare il passato, godendosi finalmente la famiglia, la bella casa e gli ozi.

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Marcello Mastroianni

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Lea Massari

I buoni propositi di Fulvio vanno a rotoli nel momento in cui, nella sua vita, ricompare la bella Charlotte, la donna con la quale ha avuto una relazione, dalla quale è nato il piccolo Massimo. La donna ha con se una grossa somma, destinata ai patrioti italiani del sud Italia; Fulvio ruba i soldi, con l’intenzione di usarli per il figlio, per garantire allo stesso un futuro di studi e renderlo economicamente indipendente. Eshter, sorella di Fulvio, denuncia il complotto, con conseguente morte della povera Charlotte.

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Bruno Cirino

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Ma la situazione è destinata a complicarsi quando irrompe nella vita di Fulvio la giovane Francesca, che costringe l’uomo a riprendere i contatti con i ribelli, che sognano la liberazione del sud Italia. Fulvio e i ribelli arrivano nel sud, dove ancora una volta si consuma il tradimento del nobile; finale amaro.

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Allonsanfan è un film sul tradimento, sia quello dell’amicizia, quindi umano, sia su quello degli ideali; ideali di giustizia, libertà uguaglianza e pace sociale, che erano stati, almeno nelle intenzioni, il cardine principale su cui si era mossa la rivoluzione francese, e che Napoleone aveva in qualche modo tradito, esportando un’idea di uguaglianza sulla punta delle baionette, finendo per sradicare, in alcuni stati europei, un potere tirannico per sostituirlo con un alto non molto diverso. C’è questo, nel film dei fratelli Taviani, ma non solo.

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C’è un evidente parallelo tra la storia ottocentesca del nostro paese riportata in parallelo con i tempi in cui fu girato il film, la prima parte del decennio settanta, con le sue contraddizioni irrisolte, figlie del decennio sessanta, fatto di speranze disilluse. Un film amaro, in fin dei conti, che simboleggia la fine degli ideali, le speranze disilluse, l’egosimo e molto altro. Grande Marcello Mastroianni nel ruolo di fulvio, l’uomo che tradisce un pò tutti, e alla fine, cosa più importante, tradisce se stesso e i propri vecchi ideali.

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Mimsy Farmer

Molto brave le due interpreti principali femminili, Lea Massari nel ruolo di Charlotte e Mimsy Farmer in quello di Francesca; brava anche Laura Betti, che interpreta Esther, sorella di Fulvio. Asciutta la regia dei fratelli Taviani, il commento sonoro, delicato, è di Ennio Morricone.

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 Claudio Cassinelli

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Allonsanfan, un film  di Paolo Taviani, Vittorio Taviani con Marcello Mastroianni, Lea Massari, Laura Betti, Claudio Cassinelli, Bruno Cirino, Mimsy Farmer
Italia, 1973

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Lea Massari: Charlotte
Mimsy Farmer: Francesca
Laura Betti: Ester Imbriani
Claudio Cassinelli: Lionello
Benjamin Lev: Vanni “Peste”
Renato De Carmine: Costantino Imbriani
Stanko Molnar: Allonsanfan
Luisa De Santis: Fiorella
Biagio Pelligra: il prete
Michael Berger: Remigiano
Alderice Casali: Concetta
Bruno Cirino: Tito
Ermanno Taviani: Massimiliano

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Regia Paolo e Vittorio Taviani
Sceneggiatura Paolo e Vittorio Taviani
Produttore Giuliani G. De Negri
Casa di produzione Una Cooperativa Cinematografica
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gianni Sbarra, Adriana Bellone
Costumi Lina Nerli Taviani

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Spogliamoci così senza pudor

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Film a episodi diretto da Sergio Martino, su un soggetto di Raimondo Vianello e Sergio Continenza, anno 1976.

Primo episodio, Il detective: un uomo dubita della fedeltà della coniuge e così decide di assoldare un detective per pedinarla e scoprire le prove di un suo adulterio. Ma il detective, senza scrupoli, pur di raggranellare denaro, fabbrica delle prove false. Il cliente, tutt’altro che sciocco, scoprirà l’inganno, perchè il filmato compromettente girato dal detective lo vedrà protagonista con la moglie durante un loro rapporto coniugale;  l’uomo si vendicherà seducendo la moglie del detective

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Maria Baxa e Aldo Maccione

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Maria Baxa

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Barbara Bouchet

Secondo episodio, La squadra di calcio: un ex calciatore squalificato a vita per motivi truffaldini, viene chiamato da un suo amico, allenatore di una squadra femminile, a far parte del gruppo, ovviamente travestito da donna. Ne succederanno di tutti i colori, con il calciatore che vedrà scoperto l’nganno durante una partita nella quale segna dei goal, prima di essere colpito l basso ventre da una pallonata. L’arbitro e le altre ragazze scopriranno l’inganno.

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Enrico Montesano sotto la doccia nell’episodio La partita di calcio

Terzo episodio, L’armadio di Troia : Un produttore di film hard sogna un incontro ravvicinato con un’attricetta di un suo film. Non riuscirà nell’impresa per colpa di un ladruncolo che oltre che svaligiargli la casa,lo farà litigare con la moglie e gli soffierà l’attricetta.

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Nadia Cassini

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Alberto Lionello

Quarto episodio, La visita: un uomo e una donna, regolarmente sposati con altre persone, cercano disperatamente di poter consumare l’adulterio, ma un’improvvisa morte li pone di fronte ad una scelta:copulare sul letto del morto, quando il cadavere verrà rimosso.

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Ursula Andress

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Johnny Dorelli

Nonostante il cast di buon livello, il film non ha ritmo, e gli episodi non si discostano poi molto dal canovaccio della più trita commedia sexy. Forse l’unico episodio davvero divertente è quello che vede protagonista Enrico Montesano, nei panni del calciatore, Divertente la scena nello spogliatoio femminile nel quale il povero Montesano si trova attorniato da splendide ragazze nude, mentre lui è costretto a sudare ( in tutti i sensi) travestito da donna.

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La sequenza con Ria De Simone: un adulterio mai consumato

Da segnalare anche il duo Dorelli-Andress nell’ultimo episodio, con qualche trovata groottesca; discreto Maccione in tandem con Maria Baxa nell’episodio del detective, anche se il livello delle battute, come ” che imbecille, occhio di lince e orecchie di merda” danno un’idea del tono generale. L’episodio dell’armadio è davvero il punto più basso del film , nonostante Lionello e una Cassini quantomeno generosa nel mostrare le sue grazie ( esempio di battute: la madonna! ah no, volevo dire mia moglie“), mentre la parte della moglie del produttore è affidata alla olita bellissima Barbara Bouchet. Tra i co protagonisti troviamo Alvaro Vitali, nell’episodio del detective e Ninetto Davoli in quello dell’armadio, Ria De Simone in quello del detective. Tutto sommato film poco divertente,abbastanza scontato e anche poco scollacciato, secondo i canoni del genere di pellicola in cui rientra questo film.

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Spogliamoci così senza pudor, un film di Sergio Martino. Con Enrico Montesano, Johnny Dorelli, Barbara Bouchet, Ursula Andress, Ninetto Davoli,Alberto Lionello, Maria Baxa, Ria De Simone, Nadia Cassini,Aldo Maccione
Commedia durata 110 min. – Italia 1977.

Enrico Montesano: Dante Zatteroni (La squadra di calcio)
Barbara Bouchet: Violante (L’armadio di Troia)
Alberto Lionello: Giangi Busacca (L’armadio di Troia)
Ninetto Davoli: Pietro (L’armadio di Troia)
Nadia Cassini: Françoise (L’armadio di Troia)
Ursula Andress: Marina (La visita)
Johnny Dorelli: Marco Antonioli (La visita)
Alvaro Vitali: Broccolini (Il detective)
Gianrico Tedeschi: Silvestri (La visita)
Brenda Welch: prostituta (La squadra di calcio)
Roberto Della Casa: dipendente di Busacca (L’armadio di Troia)
Gianfranco Barra: allenatore (La squadra di calcio)
Armando Brancia: Presidente Bernasconi (La squadra di calcio)
Aldo Maccione: l’investigatore privato (Il detective)
Ria De Simone: la “presunta” moglie adultera (Il detective)
Fernando Cerulli: automobilista che soccore Busacca (L’armadio di Troia)
Daniele Vargas: Avvocato Sante Zenaro (La visita)
Marzio Honorato: Enrico (La squadra di calcio)
Angelo Pellegrino: Felice (L’armadio di Troia)
Maria Baxa: Maria (Il detective)
Sophia Lombardo: ragazza sulla barca (La visita)

 

Regia Sergio Martino
Soggetto Raimondo Vianello, Sandro Continenza
Sceneggiatura Raimondo Vianello, Sandro Continenza
Casa di produzione Medusa
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Roberto Gerardi, Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Enrico Simonetti

Una donna di seconda mano

Una donna di seconda mano locandina

Firenze, anni 50. Luca, uno studente orfano di entrambi i genitori, vive con suo zio Augusto, un donnaiolo cinquantenne, proprietario di un negozio di scarpe. L’uomo è legato sentimentalmente a Clelia, una sua dipendente. La donna ha una figlia, Simona, che è la ragazza di Luca. Un giorno suo zio, per svezzarlo sessualmente, lo porta in un bordello, dove il ragazzo conosce Nerina, una matura ma seducente prostituta.

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Enrico Maria Salerno è Augusto

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Rena Niehaus è Simona

Il giorno dopo, in seguito all’ennesimo rifiuto di Simona di avere rapporti con lui, la violenta.  La ragazza racconta tutto alla madre, che decide di vendicarsi. Istruisce la figlia a dovere, con l’incarico di sedurre il maturo Augusto. Il piano riesce, e Simona circuisce Augusto. Un amico di Luca scopre la ragazza mentre è in auto con il suo amante e informa il giovane, che reagisce male. Ritorna al bordello e si fa consolare da Nerina. Nerina però ha un suo piano: è stufa di essere una donna di seconda mano, come si definisce durante un colloquio con una collega, e medita di farsi sposare.

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Macha Meril

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Senta Berger

Nel frattempo Simona si sposa con Augusto, e il giovane per un pò riesce a consolarsi tra le braccia di Nerina. Ma un giorno la donna scompare, e sarà un amico camionista di Luca a scoprirla casualmente a Venezia: la donna è riuscita nel suo intento, ha sposato un ricco uomo d’affari. Luca, dopo aver respinto la corte di Simona, segue Nerina a Venezia, dove riesce a riallacciare la relazione. Ma la donna non vuol perdere quanto faticosamente conquistato, dichiara al giovane di non amarlo e lo lascia, prende un vaporetto e guarda in direzione del giovane, con uno sguardo appena velato dalla nostalgia, mentre Luca urla dal ponte che non la ama.

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Luca violenta Simona

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Nonostante l’ottimo cast, che include Enrico Maria Salerno (Augusto), Senta Berger (Nerina), Macha Meril ( Clelia), Rena Niehaus (Simona), Stefano Satta Flores (l’autista amico di Luca), Stefano Amato (Luca), Una donna di seconda mano, film del 1977 diretto da Pino Tosini e sceneggiato da Renato Izzo, scorre sullo schermo nella più assoluta indifferenza dello spettatore. Colpa principalmente di una trama scontata sin dall’inizio, di una sceneggiatura raffazzonata e sopratutto della scarsa volontà mostrata dal cast, che sembra svogliato e impigrito, quasi anestetizzato da ruoli senza spessore.

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Luca alla ricerca di Nerina nel bordello

A salvarsi è il solito Salerno, in parte la deliziosa Niehaus e parzialmente anche Senta Berger, troppo sorridente e poco incisiva. Un film che penzola tra il dramma e la commedia e che forse aveva l’ambizione di mostrare uno squarcio del mondo dei bordelli prima della legge Merlin. Alla fine tra qualche casto nudo, qualche amplesso una volta tanto mostrato con pudore, si arriva senza scossoni alla parte finale, che forse è la più interessante, non fosse per la fretta e per la scarsa incisività degli attori, tra i quali spicca in senso negativo proprio il protagonista principale, Stefano amato, che piattamente interpreta Luca.

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Poca roba, alla fine, forse l’unica cosa da rimarcare è la location, parzialmente ambientata a Firenze nelle parti iniziali e a Venezia in quelle finali. Un’altra nota dolente è il fiorentino di Augusto-Enrico Maria Salerno, davvero poco credibile anche nel doppiaggio.

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Una donna di seconda mano, un film di Pino Tosini con Stefano Amato, Senta Berger, Macha Meril, Rena Niehaus, Enrico Maria Salerno, Stefano Satta Flores, Bruno Valente, Italia 1977

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Senta Berger- Nerina
Enrico Maria Salerno:Augusto
Macha Meril:Clelia
Stefano Amato:Luca
Rena Niehaus:Simona
Stefano Satta Flores:l’autista

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Regia Pino Tosini
Soggetto Sergio Perillo
Sceneggiatura Renato Izzo
Casa di produzione Boxer Films
Fotografia Tonino Nardi
Montaggio Massimo Ferlicco
Musiche Michele Francesio
Scenografia Massimo Lentini

W la foca

W la foca locandina

Il film di Cicero, del 1981, segna la fine malinconica di un’epoca e l’inizio di un’altra. La commedia all’italiana è morta, e lo stesso cinema italiano è in debito d’ossigeno. Le sale si riempiono di prodotti nazionali di dubbio gusto, con titoli espliciti, come questo di Cicero che strizza l’occhio alla foca protagonista del film  ma anche ad una parte anatomica femminile, con il semplice cambio di una vocale.

W la foca 1Moana Pozzi e Lori Del Santo

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Lori Del Santo

Film a suo modo nemmeno da bocciare in toto, non fosse altro che per il tentativo di Cicero di gettarlo sulla goliardata pura, attraverso non sense e qualche buono spunto,che però sono solo sprazzi. Il resto è comicità davvero becera, sguaiata e di bassissima lega, ruotante tra l’altro attorno alle grazie di Lori Del Santo, fresca del successo ottenuto con il Drive in televisivo, epsoste in tutte le maniere possibili. Sulla trama ci sarebbe da glissare su, ma della recensione resterebbero solo le immagini, per cui provo ad esporla con poche parole, essendo anche scontata in maniera triste.

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Andrea, una giovane infermiera, si trasferisce a Roma, per sfuggire alla noia, ma anche per affrontare una nuova sfida lavorativa. Finisce per trovare lavoro presso la famiglia del dottor Patacchiola, uno strano tipo di medico che spende una fortuna in sostanze afrodisiache, famiglia che include anche una moglie più che ninfomane, un nonno satiro e allupato, una figlia beatamente ingenua che si concede al primo che capiti e un figlio che è così ritardato da non sapere nemmeno cosa si fa con una donna.

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Dagmar Lassander

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a destra: Michela Miti

Dopo aver vinto un concorso fotografico, Andrea si ritrova per casa una foca, premio del concorso stesso; nella famiglia ne succedono di tutti i colori, così come alla stesa Andrea capitano situazioni surreali. Alla fine, dopo aver fallito anche una prova televisiva, Andrea viene assunta da una signora molto ricca, che intende creare una clinica per ricchi  obesi ; sarà la sua fortuna.

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Se la trama appare scontata e in carta carbone con tante altre pellicole girate sul finire degli anni settanta, al regia di Cicero cerca di salvare il salvabile, imbastendo un’improbabile storia attorno a Lori del Santo; ma la triste realtà finale è quella di un film che più che surreale diventa grottesco, ma senza alcun senso positivo. Le battutacce dell’onnipresente Bombolo, il nonno eccitato, la moglie ninfomane sono le ennesime, stanche repliche dei vecchi film della commedia sexy.

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Il tentativo di rinverdirne le gesta naufraga totalmente, di fronte all’assoluta inconsistenza di una trama degna di menzione o di qualche situazione che susciti un minimo di ilarità. Siamo ormai negli anni ottanta, il risultato si vede, purtroppo.

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W la foca, un film di Nando Cicero. Con Lory Del Santo, Michela Miti, Riccardo Billi, Bombolo, Victor Cavallo, Franco Bracardi, Dagmar Lassander, Moana Pozzi, Alfredo Adami, Angelo Pellegrino, Fabio Grossi, Giovanni Attanasio, Sergio Di Pinto, Enio Drovandi, Anna Fall, Carmine Faraco, Vito Fornari, Bobby Rhodes, Carlo Marini

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Lory Del Santo: Andrea
Michela Miti: Marisa
Victor Cavallo: L’Imbianchino
Franco Bracardi: Il Barbone
Giovanni Attanasio: Il Portinaio
Sergio Di Pinto: Il Barista
Enio Drovandi: Il Tassista
Anna Fall: Domenica, cameriera straniera
Carmine Faraco: L’Amico di Marisa
Antonio Spinnato: Amante+Operaio
Vito Fornari: L’uomo che deruba Andrea
Carlo Marini: Michele
Bobby Rhodes: L’Amante di Domenica
Dagmar Lassander: La Moglie di Patacchiola
Bombolo: Il Dottor Patacchiola
Riccardo Billi: Il Nonno
Fabio Grossi: Il Figlio
Enzo Andronico): L’Esibizionista
Antonella Angelucci: La Donna sadica in Hotel
Ennio Antonelli: Il primo controllore
Maurizio Mattioli: Il secondo controllore
Angelo Pellegrino: Il Professore
Martufello: L’impiegato del Comune / Addetto alla Clinica
Giulio Massimini: Mario, alla reception dell’Hotel
Moana Pozzi: La ragazza del treno
Italo Vegliante: Uomo con il tic al cinema
Alfredo Adami: Paziente con 18 figli

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Regia Nando Cicero
Soggetto Galliano Juso
Sceneggiatura Nando Cicero, Francesco Milizia, Stefano Sudriè
Fotografia Giorgio Di Battista
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Detto Mariano
Scenografia Claudio Cinini

Il gatto

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Ugo Tognazzi e Mariangela Melato

Amedeo e Ofelia, due fratelli, hanno ricevuto in eredità dal padre uno stabile fatiscente con diversi appartamenti, tutti locati a canone fisso. I due, gretti, avidi, meschini, tiranneggiano gli inquilini, sopratutto dopo la proposta di un’immobiliare, che vuole acquistare lo stabile per una somma enorme, 500 milioni pro capite, con l’unico vincolo del palazzo libero da inquilini. La morte sospetta del loro gatto porta i due all’azione: spiando i condomini, cercano di capire quali vizi possano nascondere, in modo da trovare finalmente il casus belli che permetta loro l’agognato sfratto. Il primo a fare le spese della perfida e laida coppia di guardoni è un disgraziato commissario di polizia, che finirà per passare attraverso una montagna di guai sia con i suoi superiori sia con la stampa.

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Dalila Di Lazzaro

Amedeo e Ofelia iniziano così un’attività voyeuristica, che li porta a scoprire un piccolo bordello installato in uno degli appartamenti, frequentato da insospettabili avventori e da altrettanto insospettabili prostitute, fino alla scoperta (non casuale, ma costruita) di una improbabile centrale dello spaccio della droga, gestito da un gruppo di orchestrali in pensione.

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Con il ricatto e con altri mezzi sporchi, i due riescono a mandar via quasi tutti gli inquilini. Sarà la scoperta di un omicidio a provocare un’ accelerazione degli eventi, e alla fine i due finalmente si ritrovano con lo stabile sgombro. Ma il diavolo fa le pentole, dimenticando i coperchi…….

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Il gatto è un film grottesco, un classico lavoro alla Comencini, che assomiglia in maniera sinistra a Fratelli coltelli, film di molti anni successivo. Un prodotto in cui è difficile trovare un solo personaggio raffigurato in chiave positiva, a cominciare dai due avidi e amorali protagonisti, Amedeo-Ugo Tognazzi e Ofelia-Mariangela Melato, che si odiano, si disprezzano ma trovano nell’interesse un legame più forte del vincolo del sangue. I due usano mezzi bassi per muoversi comunque tra bassezze e miserie, in un universo costellato solo da persone alle quali non fanno difetto di certo le peggiori caratteristiche degli uomini.

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Meschinità, grettezza, arrivismo, tutto il peggio delle qualità negative racchiuse in un microcosmo, uno stabile che è decrepito e fatiscente come la moralità di coloro che lo abitano, proprietari inclusi. La storia del gatto diventa quindi un pretesto per una frustata generale, inferta da Comencini nel suo classico stile, anche se non così appariscente come per esempio nel citato Fratelli coltelli o nel ben più nichilista L’ingorgo, storia in cui proprio le qualità negative dei protagonisti diventano il centro della storia. La similitudine più azzeccata potrebbe essere, fatta salva l’ambientazione, il sottoproletariato, con il film di Scola Brutti sporchi e cattivi: un’umanità resa cinica ed egoista, vista attraverso quella che sembra essere la molla principale delle mosse umane, l’interesse. Comencini forse non graffia come altre volte, scegliendo di rimanere in bilico tra la commedia nera, la farsa, infarcita di grottesco e di situazioni al limite del surreale.

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Il gatto ha il suo limite proprio nell’essere monocorde, nel suo volere ad ogni costo dipingere in grottesco i personaggi del film stesso, rendendoli una massa amorfa di gente senza scrupoli, dignità o valori. Alla fine proprio le situazioni che si vengono a creare nel film diventano troppo macchinose: l’onorevole con la villa al mare accusato di aver avuto una relazione gay con un suo cameriere e di averlo ucciso, la ragazza dell’attico, cinica e amorale, che alla fine esce unica vera vincitrice dalla storia, i due stessi protagonisti principali, per i quali lo spettatore prova immediatamente repulsione e antipatia, caricaturizzati come sono, sin dal loro odioso dialetto milanese importato nella capitale. Un film quindi riuscito in parte, in cui le situaioni comico grottesche si accavallano, ma senza un ritmo ben definito. Un discorso a parte lo merita il cast, di rispetto: se Ugo Tognazzi e Mariangela Melato riescono, in qualche modo, a dare l’esatta dimensione della meschinità e dell’avidità ai loro personaggi, lo stesso non si può dire di Dalila Di Lazzaro, davvero a disagio nel ruolo della complessa inquilina dell’attico, così come poco convincente appare Philippe Leroy nei panni di in equivoco sacerdote. Il resto del film è popolato da caratteristi, che svolgono come possono il lavoro richiesto.

 

Film quindi in bilico tra luci ed ombre, comunque da vedere, come ogni prodotto del grande regista
Il gatto, un film di Luigi Comencini. Con Ugo Tognazzi, Philippe Leroy, Mariangela Melato, Dalila Di Lazzaro, Aldo Reggiani, Michel Galabru, Jean Martin, Matteo Spinola, Mario Brega, Adriana Innocenti, Armando Brancia, Raffaele Curi, Fabio Gamma, Bruno Gambarotta
Commedia, durata 115 min. – Italia 1977.

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Ugo Tognazzi: Amedeo Pegoraro
Mariangela Melato: Ofelia Pegoraro
Dalila Di Lazzaro: Wanda
Michel Galabru: commissario Francisci
Jean Martin: avv. Legrand
Aldo Reggiani: Salvatore
Adriana Innocenti: Principessa
Armando Brancia: capo della polizia
Philippe Leroy: Don Pezzolla
Angelo Matacena: Garofalo
Bruno Gambarotta: l’avvocato dell’immobiliare
Luigi Comencini: vecchio violinista
Mario Brega: killer barbuto
Raffaele Curi: se stesso, telecronista
Fabio Gamma: la guardia del corpo di Garofalo
Matteo Spinola: speaker televisivo
Vittorio Zarfati: anziano al processo
Pino Patti: portiere dello stabile
Franco Santarelli: il brigadiere
Nerina Di Lazzaro: sig.ra Tiberini
Lino Fuggetta: sig. Tiberini

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Regia Luigi Comencini
Soggetto Rodolfo Sonego
Sceneggiatura Rodolfo Sonego, Augusto Caminito, Fulvio Marcolin
Produttore Sergio Leone
Casa di produzione Rafran Cinematografica
Distribuzione (Italia) United Artists Europa
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danda Ortona

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L’anatra all’arancia

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Riduzione cinematografica  di una piece teatrale di Douglas Home e Marc Sauvajon, ripresa da Luciano Salce nell’omonimo film del 1975. Una coppia di maturi coniugi, con figli, Livi0 e Lisa, sono ormai ai ferri corti. Il loro rapporto è in crii, e ben presto Lisa confessa al marito di avere una relazione con Jean Claude, un uomo affascinante e per giunta molto ricco, oltre che proprietario di un castello.

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Barbara Bouchet

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Monica Vitti

Apparentemente Livio accetta la confessione della moglie senza traumi, ma saputo dalla moglie che ben presto partirà con l’amante per un lungo viaggio, invita i due, più la segretaria Patty, ad un incontro a quattro, cui segue l’invito nella splendida casa della coppia in riva al mare. Il furbo Livio intende ingelosire così la moglie, che in realtà è solo stanca del menage familiare, delle evidenti bugie del marito e di dover vivere alla sua ombra occupandosi solo della casa e della famiglia.

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Tre sequenze con la bellissima Barbara Bouchet

L’arrivo di Patty, disinibita e sexy, mette in crisi i propositi di Lisa, che scopre un sottile fremito di gelosia; memorabile in questo senso la scena in cui le due coppie di amanti sono nelle rispettive camere da letto e i due coniugi simulano rapporti sessuali molto soddisfacenti che in realtà non stanno conumando. Il perfido Livio arriva a prepapare l’anatra all’arancia, piatto simbolo del matrimonio con Lisa, facendo credere a Jena Paul e alla donna, di averla condita con un potente afrodisiaco.

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La commedia tra i protagonisti continua: Lisa annuncia che vorrebbe restare sola, Jean Paul medita di andarsene e il conflitto tra i due uomini sfocia nell’aggressione di Livio verso Jean Paul. Questo accelera la conclusione della storia: Lisa decide di imbarcarsi con Jean Paul e Livio, vistosi perduto, insegue la barca dell’uomo con il suo motoscafo. Ma ad un certo punto il motore della barca salta, fonde, e Livio disperato si accascia nella barca mormorando ” Lisa possa tu essere condannata ad essere infelice”. Ma Lisa non ce l’ha fatta a lasciare suo marito: si è lanciata in acqua e ha nuotato per tre miglia; con Livio, che si getta in acqua, raggiunge la riva, proprio mentre il motoscafo, incredibilmente, riprende vita e si dirige verso la terra ferma.

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A riva, mentre Livio la bacia, Lisa guarda verso un surfista, con un pò di nostalgia. Luciano Salce mantiene la struttura della commedia, usandone in pratica anche i tempi e i dialoghi, modificati in senso peggiore però, con qualche parolaccia e doppio senso di troppo. La location resta invariabilmente la stessa, la villa, con qualche escursione sulla spiaggia. I protagonisti, Ugo Tognazzi (Livio), Monica Vitti (Lisa), John Richardson (Jean Paul) e Barbara Bouchet (Patty), sono molto bravi, anche se va detto che la Vitti tende troppo a esagerare la sua recitazione, quasi volesse essere la vera protagonista in assoluto del film.

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Sicuramente più misurato ed impeccabile Tognazzi, con quel suo sguardo ironico, a tratti sarcastico, carico di intelligenza e bene anche una sorprendente Bouchet, nel ruolo comico forse meglio interpretato dall’attrice cecoslovacca. Film quindi gradevole, anche se con qualche sbavatura; inutili le scene tipo falshback, che finiscono per rallentare un film che è tutto dialoghi. La morale c’è, ed è una certa esaltazione dei valori della famiglia, approdo e porto sicuro dalle facili illusioni; tutto già visto, ma Salce ci mette qualcosina dal punto di vista dell’eleganza formale.

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L’anatra all’arancia,un film di Luciano Salce. Con Monica Vitti, Ugo Tognazzi, Barbara Bouchet, John Richardson. Antonio Allocca Commedia, durata 102 min. – Italia 1975.

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Ugo Tognazzi: Livio Stefani
Enrico Montesano: Enrico Tuccio
Monica Vitti: Lisa Stefani, moglie di Livio
Barbara Bouchet: Patty, segretaria e amante di Livio
John Richardson: Jean-Claude, amante di Lisa
Sabina De Guida: Cecilia, cameriera degli Stefani
Antonio Allocca: Carmine, cameriere degli Stefani

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Regia Luciano Salce
Soggetto dall’omonimo lavoro teatrale di William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon
Sceneggiatura Bernardino Zapponi
Produttore Mario Cecchi Gori
Casa di produzione Capital Films, Cinerix
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Armando Trovajoli
Tema musicale Canard à l’orange eseguita da Suan
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Luca Sabatelli
Trucco Giancarlo Del Brocco

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