Spartacus, sangue e sabbia (Blood and sand)

Spartacus sangue e sabbia locandina

Gaio Claudio Glabro, legato romano che comanda l’esercito di stanza in Macedonia per combattere i barbari Geti che sono alleati dei nemici storici dei romani guidati da Mitridate IV re del Ponto, arruola una tribù di Traci grazie all’odio di questi ultimi nei confronti dei Geti, che spesso razziano i territori Traci.
A spingere per accettare l’offerta romana è un Trace (nome sconosciuto, ma diverrà famoso come Spartacus) convinto che si possa porre un freno alle quotidiane scorribande dei Geti; ma ha fatto i conti senza l’enorme ambizione di Claudio Glabro e di sua moglie, Lithyia figlia di un console romano.

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Claudio Glabro infatti per combattere Mitridate lascia al suo destino il villaggio del Trace che, assalito dai Geti, viene completamente distrutto.
A salvarsi dal massacro è proprio il Trace che, disertando e umiliando davanti ai suoi uomini Claudio Glabro, fugge con sua moglie Sura; la sua avventura dura poco, perchè viene catturato proprio da Claudio Glabro e dai suoi uomini.
Spartacus così viene inviato con una galea a Capua, mentre la sventurata Sura viene venduta come schiava.
Nella città campana Spartacus viene gettato in un’arena per un combattimento gladiatorio; la sua sorte sembra segnata perchè deve affrontare ben quattro gladiatori.

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Ma sovvertendo ogni pronostico Spartacus vince e viene quindi graziato dal senatore Albinio, che lo cede a Quinto Lentulo Batiato che possiede una scuola di addestramento per gladiatori.
Spartacus, che ora ha questo nome assegnatogli proprio da Batiato viene preso in consegna da Enomao, che gli insegna i primi rudimenti dell’arte gladiatoria.
Accolto con ostilità dai gladiatori della scuola, Spartacus diventa amico di Varro, finito nella scuola per aver contratto dei debiti di gioco. Lui, cittadino romano, ha quindi scelto consapevolmente la propria strada, al contrario dei gladiatori di Batiato fra i quali figurano il cartaginese Barca e il campione di Capua Crisso.
Per Spartacus l’unica ragione di vita resta il ricordo di Sura e la speranza che Batiato riesca a rintracciarla.
Dopo alcuni combattimenti e dopo essere stato punito più volte per la sua indole ribelle, Spartacus sconfitto in combattimento da Crisso finisce nella fossa dell’Ade, un luogo infernale dove si svolgono combattimenti senza regole e che finiscono sempre con la morte di uno dei due contendenti.

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A spedirlo nella fossa è Batiato, che è pieno di debiti e che riesce a recuperare un pò delle sue perdite proprio grazie a Spartacus che si fa onore nei combattimenti.
Nel frattempo Crisso diviene l’amante fisso di Lucrethia la bella moglie di Batiato anche se il suo cuore batte per la schiava Mira; Spartacus viene reintegrato nella scuola gladiatoria e addestrato da Enomao per combattere ” l’ombra della morte”, l’invincibile gladiatore Theokoles, un gigantesco combattente che non ha mai perso un incontro e che ha risparmiato nella sua carriera solo Enomao che era stato l’unico a resistergli.

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Crisso e Spartacus dopo la diffidenza iniziale sotto la guida di Enomao riescono a  sconfiggere il temibile Theokoles anche se durante il combattimento Crisso rimane gravemente ferito.
Spartacus diventa un eroe e ottiene finalmente la libertà di Sura che Batiato ha acquistato da un mercante siriano.
Ma…..
Non mi inoltro nel racconto perchè da questo punto in poi la trama è piena di colpi di scena che è meglio non svelare se si è deciso di seguire la fiction.
Prodotta da Steven S. DeKnight per la Starz Media, Starz Productions Spartacus blood and sand, in italiano Spartacus sangue e sabbia è una fiction che nella prima stagione era composta da 13 puntate, mentre la seconda Spartacus: Vengeance, verrà trasmessa a gennaio del 2012.
Una fiction caratterizzata dall’estrema violenza delle scene e dalla presenza di numerose scene di sesso, molte della quali così al limite che sono state censurate in Italia nella prima visione del serial, salvo poi passare in seconda serata (sul canale Sky).

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La morte dell’ “ombra della morte”, il terribile Theokoles

Un serial che mostra un evidente tributo al film 300 uscito nel 2007 per la regia di Zack Snyder, dal quale riprende la fotografia cupa e virata sul plumbeo e sopratutto lo slow motion nelle azioni di battaglia ma che mantiene caratteristiche originali sul piano del ritmo e della sceneggiatura.
Pur non contemplando nel cast nomi di primo piano (l’unica quasi star è Lucy Lawless), Spartacus mostra un cast di tutto rispetto con attori sicuramente all’altezza della situazione.
Anche se spesso il serial abbandona la realtà storica per immergersi in un’atmosfera da leggenda, lo spirito storico ha una sua ricercatezza contando su citazioni di fatti ed eventi realmente accaduti.
Molto ben realizzata l’atmosfera della scuola gladiatoria di Batiato così come i combattimenti gladiatori sembrano rispondere alle nostre conoscenze sul periodo in cui vennero disputati.
Le scene ad alto pathos sono numerose; grazie ad effetti scenici di prim’ordine i combattimenti sono estremamente realistici e ricordano quelli del Gladiatore di Ridley Scott ma anche, come già detto 300 di Snyder.

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Al film con protagonista un’altra leggenda della storia antica, Leonida capo dei trecento spartani che si immolarono per salvare Atene si ispirano i produttori del serial Spartacus sopratutto nelle scene d’azione.
Si vedono così corpi madidi di sudore staccare arti, colpire con violenza e lasciare ferite ripugnanti nei corpi, in un diluvio di violenza.
In una scena particolarmente cruenta, Spartacus nella fossa assiste ad un combattimento in cui il vincitore dell’incontro stacca letteralmente il volto del defunto esponendo il macabro trofeo al pubblico.
Merito della credibilità del personaggio è anche l’interpretazione del bravo e sfortunato Andy Whitfield, scomparso l’ 11 settembre del 2011 in seguito ad un fulmineo Linfoma che lo ha portato nella tomba all’età di 39 anni, lasciando costernato il pubblico che già si era affezionato sia al personaggio di Spartacus sia a questo attore estremamente espressivo dotato di una corporatura invidiabile.
Particolarmente interessante è anche l’ambientazione cameratesca che caratterizza la scuola gladiatoria di Batiato; i rudi gladiatori sono capaci di eccessi di ferocia ma anche di gesti delicati, come quello di Crisso che regala alla schiava Mira una collana di opale o come l’amicizia disinteressata che lega Spartacus a Varro o ancora il legame omosessuale tra il terribile Barca (il cartaginese che si dice abbia ucciso suo padre nell’arena) e il giovane e timido Pietro.

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Dipinti negativamente invece i personaggi legati all’ambientazione romana; si va dal crudele e cinico Batiato (interpretato molto bene da John Hannah) alla lussuriosa e infedele Lucrethia, interpretata da Lucy Lawless che a 43 anni ha deciso di spogliarsi sul set mostrando un fisico mozzafiato fino alla biondina Lithyia interpretata dalla ventottenne attrice australiana Viva Bianca di chiare origini polacche.

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Un mondo, quello romano, visto nella sua parte non bellica (se si esclude la sequenza iniziale), nella sua parte ludica consistente in divertimenti legati principalmente ai giochi gladiatori che erano uno degli svaghi preferiti dai romani.
La figura di Spartacus, morto a 39 anni ( incredibile coincidenza con la morte dell’attore Andy Whitfield) crocefisso dai nemici romani dopo la sconfitta  delle sorgenti del fiume Sele ad opera di Crasso è ovviamente ammantata di leggenda e caratterizzata da un codice d’onore molto ferreo e sopratutto condizionata dal grande affetto che lega il gladiatore Trace alla compagna Sura.

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Forse nella realtà le cose non andarono così, ma questa è una fiction ovviamente e la platea ha le sue esigenze.
Lo Spartacus storico venne ucciso in battaglia, crivellato dai colpi dei romani dopo averne fatto strage; il suo corpo martoriato da infiniti colpi non venne rinvenuto.

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Terribile sorte capitò invece agli schiavi ribelli; forse 60.000 di loro morirono in battaglia mentre i 6000 fatti prigionieri ebbero una sorte terribile.
Quale monito per futuri schiavi che avessero deciso di seguire l’esempio del Trace ribelle, Casso li fece crocefiggere tutti sulla strada che da Capua arrivava a Roma.
Ritornando al serial, consiglio a tutti la sua visione possibilmente senza la presenza di minori in quanto come già segnalato sia le scene di violenza che quelle di sesso sono davvero esplicite.

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Spartacus, sangue e sabbia (Spartacus, Blood and sand), regia di Michael Hurst, Rick Jacobson, Jesse Warn con Andy Whitfield, John Hannah, Manu Bennett, Lucy Lawless, Peter Mensah, Nick Tarabay, Viva Bianca, Lesley-Ann Brandt, Jai Courtney, David Austin, Siaosi Fonua, Craig Walsh Wrightson, Erin Cummings, Antonio Te Maioha, Eka Darville, Raicho Vasilev, Daniel Feuerriegel, Ande Cunningham, Janine Burchett Serial Tv Usa 2010

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Spartacus sangue e sabbia banner personaggi

Andy Whitfield: Spartacus
John Hannah: Quinto Lentulo Batiato
Lucy Lawless: Lucrethia
Peter Mensah: maestro Enomao
Manu Bennett: Crisso
Viva Bianca: Lithyia
Craig Parker: Gaio Claudio Glabro
Jai Courtney: Varro
Katrina Law: Mira
Erin Cummings: Sura
Nick E. Tarabay: Ashur
Antonio Te Maioho: Barca
Lesley-Ann Brandt: Naevia
Craig Walsh Wrightson: Marco Decio Solonio
Eka Darville: Pietro
Raicho Vasilev: Gnaeus
Brooke Williams: Aurelia
John Bach: Tito Calavio

Spartacus sangue e sabbia banner cast

Regia Michael Hurst, Rick Jacobson, Jesse Warn
Produttore     Steven S. DeKnight
Produttore esecutivo     Joshua Donen, Sam Raimi, Robert G. Tapert
Casa di produzione Starz Media, Starz Productions
Titolo originale     Spartacus
Paese     Stati Uniti d’America
Anno     2010 – in produzione
Formato     serie TV
Genere     azione, storico, drammatico
Stagioni     1
Episodi     13
Durata     53 min (episodio)

Spartacus sangue e sabbia banner doppiatori

Fabio Boccanera: Spartacus
Franco Mannella: Quinto Lentulo Batiato
Alessandra Cassioli: Lucrethia
Paolo Marchese: maestro Enomao
Andrea Lavagnino: Crisso
Giò Giò Rapattoni: Ilithya
Christian Iansante: Gaio Claudio Glabro
Francesco Bulckaen: Varro
Barbara Bruno: Mira
Letizia Scifoni: Sura
Alessandro Rigotti: Ashur
Marco Benvenuto: Barca
Francesca Fiorentini: Naevia
Gerolamo Alchieri: Marco Decio Solonio
Alessio Puccio: Pietro

Spartacus sangue e sabbia banner episodi

1    The Red Serpent     Il serpente rosso
2     Sacramentum Gladiatorium     Il giuramento dei gladiatori
3     Legends     I vulcanalia
4     The Thing in the Pit     Le fosse dell’Ade
5     Shadow Games     Scontro all’ultimo sangue
6     Delicate Things     Oscure trame
7     Great and Unfortunate Things     Io sono Spartacus
8     Mark of the Brotherhood     Il marchio della confraternita
9     Whore     La maschera di Diana
10     Party Favors     Scambio di favori
11     Old Wounds     La ferita
12     Revelation     Rivelazioni
13     Kill Them All     Uccidiamoli tutti

Spartacus sangue e sabbia banner recensioni

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L’attrice Lucy Lawless interpreta Lucrethia

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La statua dedicata a Spartacus nel Jardin des Tuilleries di Parigi

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Incisione d’epoca raffigurante il gladiatore Spartacus

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Spartacus

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Lucrethia

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Varro

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Batiato

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Enomao

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Crisso

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Asur

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Mira

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Theokoles

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Pietro

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Barca

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Solonio

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La schiava io ce l’ho e tu no

La schiava io ce l'ho e tu no locandina

Playboy e scapolo impenitente, Demetrio Cultrera ha tutto ciò che desidera; è ricco, ha fascino e le donne certamente non gli mancano.
Tuttavia anche per lui arriva il momento di accasarsi e la scelta ricade su Rosalba, anche lei ovviamente ricchissima in quanto figlia di un industriale che ha fatto fortuna con la pesca del tonno.
Siamo in Sicilia ovviamente, e Demetrio detto Dedè ha una concezione arcaica sia del matrimonio sia della moglie, per cui subito dopo le nozze si trova a fare i conti con Rosalba che è donna moderna, assolutamente non incline ad accettare un ruolo subalterno al marito.
Come se non bastasse, la donna vuole che sia proprio Dedè ad adeguarsi alla sua vita mondana, coinvolgendolo in feste e costringendolo in pratica a frequentare l’alta società e il consueto corredo di feste e festicciole.
Se all’inizio Dedè sembra accettare la situazione suo malgrado, ben presto diventa insofferente al mondo che frequenta e così ripiega su Elena, una matura donna che lo appaga sessualmente la dove la moglie Rosalba rivendica anche nella vita sessuale la sua indipendenza.

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Lungi dal migliorare, la vita di Dedè si trasforma in un incubo stretto com’è tra la spocchiosa personalità della moglie, i suoi insopportabili amici e l’ossessiva passionalità dell’amante Elena.
Drasticamente, Dedè decide di tagliare i ponti e si separa da sua moglie; per poter vivere una vita tranquilla senza l’ossessione di una moglie, ha la bella pensata di procurarsene una priva di una volontà propria.
E quale miglior soluzione esiste per avere una donna che sia obbediente, che non abbia un carattere proprio e che si lasci dominare dal maschio padrone se non quella di procurarsi come nell’antichità una schiava?
Così Dedè parte per l’Amazzonia con una borsa piena di denaro, deciso ad ogni costo a comprarsi una vera e propria schiava e con l’aiuto di Von Thirac, un vero e proprio ufficiale nazista la individua in Manua.
La donna è una splendida brasiliana che non parla una sola parola di italiano, ma che in compenso è conscia del suo ruolo subalterno a quello dell’uomo come del resto accadeva nella sua tribù.

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Gli inizi della convivenza sono idilliaci, perchè Manua asseconda tutti i desideri dell’uomo, arrivando anche a fargli da “cavallo” e trascinando Dedè su un risciò per le strade.
Contemporaneamente Dedè si vede ammirato sconfinatamente dagli amici e detestato cordialmente dalla ex moglie e dal suo entourage, mentre si ritrova a dover combattere anche con la furia della ex amante Elena.
Così iniziano i suoi guai, anche perchè qualcuno inizia a fargli notare che lo schiavismo è moralmente inaccettabile e vietato dalla legge e da quel momento iniziano davvero i guai perchè la sua ex moglie…
La schiava io ce l’ho e tu no è una commedia divisa nettamente in due parti; nella prima c’è spazio per una garbata satira che in qualche punto è anche divertente pur partendo da spunti ormai triti e ritriti come il machismo siculo, il rapporto dominante del maschio in famiglia e via dicendo mentre nella seconda  scivola inesorabilmente nel grottesco prima e nella farsaccia di terz’ordine poi.

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Lando Buzzanca è Dedè

Giorgio Capitani, regista del film, basandosi su una sceneggiatura di Sandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello tenta inutilmente l’impossibile mix tra la commedia satirica intelligente e la più scontata commedia sexy partendo sin dal principio con le polveri bagnate.
Ormai troppe pellicole avevano ( e avranno) un peccato originale consistente nell’abuso di luoghi comuni; i siciliani sono tristemente sempre i soliti, arcaicamente legati alle tradizioni, maschilisti e se vogliamo anche un tantino donnaioli per appagare un non meglio identificato gallismo che se è (secondo alcuni registi) un denominatore comune del maschio italico, assume ancor più concretezza quando si scende nel sud Italia.
Una visione quindi abbastanza grossolana della realtà familiare del sud, che aveva si qualche effettiva inclinazione ai rapporti subalterni in famiglia tra uomo e donna ma non in misura così rilevante come descritto purtroppo in tante pellicole.
Questo film non si discosta dalla media, pur partendo da un’idea base che avrebbe potuto essere svolta meglio.
Ma Capitani sceglie la via più facile, con un occhio al botteghino e l’altro al produttore.

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Veronica Merin è Manua

Così ingaggia il re della commedia farsesca Lando Buzzanca che replica per l’ennesima volta il ruolo del galletto allupato che, questa volta, non va ad insidiare le donne degli altri ma cerca di procurarsi una compagna fedele e ubbidiente in tutto e per tutto reclutandola in pratica come schiava.
Idea già di per se aberrante, anche se mimetizzata dietro la facciata della commedia farsesca.
Ad un primo tempo in cui assistiamo alle difficoltà di ambientazione del buon Dedè nella società spocchiosa ed arrogante dei ricchi fancazzisti siciliani e osserviamo il suo impossibile rapporto con una moglie che stravolge i ruoli ordinari per tentare di plasmare il marito secondo i suoi gusti intellettuali segue purtroppo un secondo tempo in cui a tratti ci si vergogna anche di assistere ad una commedia che in fondo è cosa talmente leggera da non potersi prendere sul serio.

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Quello che da veramente fastidio è veicolare l’idea della schiava, mortificata dal suo padrone in ogni situazione; Dedè, per esempio, a tavola con gli amici costringe la povera Manua a mangiare un cosciotto quasi fosse un cane, la costringe a declamare un’assurdo decalogo in cui tutto si conclude con l’aberrante “la donna non deve rompere i co*****i”, che di per se è già un motivo per abbandonare la visione del film.

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Catherine Spaak è Rosalba

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Adriana Asti è Elena

Una commedia farsesca, certo, ma che bisogno c’è, se non si vuole fare denuncia, di veicolare messaggi cosi tristi e squallidi come quello che vuole la donna utilizzabile solo come oggetto eminentemente riproduttivo e casalingo?
Capitani, che in seguito si specializzerà in commedie all’italiana (Pane, burro e marmellata, Bruciati da cocente passione, Aragosta a colazione, Bollenti spiriti ecc.) confeziona un film quindi moralmente molto discutibile e cinematograficamente poco interessante.
Il film funziona solo a sprazzi per merito del solito Lando Buzzanca che ispira simpatia solo con la sua presenza (una quarantina i film interpretati nel florido filone della commedia sexy nei soli anni 70) e che fa la sua parte, così come una bella Catherine Spaak e una sacrificata Adriana Asti (Elena l’amante di Dedè) fanno la loro.
La schiava Manua è interpretata dalla sconosciuta Veronica Merin, alla sua prima e ultima comparizione cinematografica; l’attrice si segnala solo per il suo petto ben fatto e null’altro, mostrando per tutto il film un’aria svagata come quella di una ragazzetta a cui hanno concesso una vacanza premio in una località esotica.
Nel cast c’è anche Gordon Mitchell (il folle nazista) e la solita schiera di comprimari.
Null’altro da segnalare se non la rarità con cui questo film è stato trasmesso fino ad oggi, che a ben vedere è più cosa buona che cattiva.

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La schiava io ce l’ho e tu no
Un film di Giorgio Capitani. Con Adriana Asti, Catherine Spaak, Lando Buzzanca, Veronica Merin, Paolo Carlini,Nanda Primavera, Gianni Bonagura, Renzo Marignano, Corrado Olmi, Gordon Mitchell, Sergio Ferrero, Mauro Vestri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1972.

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La schiava io ce l'ho e tu no banner personaggi

    Lando Buzzanca: Dedé
    Catherine Spaak: Rosalba
    Adriana Asti: Elena
    Veronica Merin: Manua
    Gianni Bonagura: Commissario Balzarini
    Paolo Carlini: Manlio
    Renzo Marignano: Corrado
    Gordon Mitchel: Von Thirac

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Regia     Giorgio Capitani
Soggetto     Nino Longobardi
Sceneggiatura     Sandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Casa di produzione     Medusa
Distribuzione (Italia)     Medusa
Fotografia     Sandro D’Eva
Montaggio     Renato Cinquini
Musiche     Piero Umiliani

Zona di guerra

Zona di guerra locandina 2

Una famiglia inglese composta da padre, madre e da due figli, Tom e Jessie si trasferisce sulla costa del Devon.
La mamma dei due ragazzi è incinta alle ultime settimane, i due ragazzi pur molto affiatati fra di loro hanno caratteri molto differenti.
Se Jessie appare come una ragazza all’apparenza normalissima, Tom è invece un ragazzo taciturno, introverso e probabilmente complessato dal volto devastato dall’acne giovanile, preda di quell’inquietudine giovanile che non ha motivazioni specifiche quanto piuttosto è summa di problemi di adattamento, di prime pulsioni sessuali non espresse e di altri fattori.

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La vita nelle campagne del Devon sembra trascorrere tranquilla nella sua monotonia e di li a poco la mamma dei due ragazzi partorisce una bimba che viene chiamata Alice.
Tom diventa sempre più silenzioso e i suoi dialoghi con la famiglia sono praticamente inesistenti, anche perchè suo padre è quasi assente e sua madre sembra molto presa dalla nuova maternità.
Un giorno Tom scopre casualmente delle foto di sua sorella nuda e collega la cosa a piccoli indizi che ha ricavato quà e là, come l’aver trovato suo padre e sua sorella nudi nella vasca da bagno.

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Tom decide di affrontare la sorella mettendola di fronte alla realtà delle cose, mostrandole quindi le foto proibite di cui è in possesso; Jessie dapprima nega l’evidenza, poi per distrarlo gli parla della sua ignoranza in materia di cose sessuali offrendosi di fargli conoscere l’amore fisico con la complicità dell’amica Carol.
Così accade.
Approfittando di un viaggio del padre, Tom si “apparta” con Carol in una stanza ma mentre la ragazza si spoglia e lo bacia arriva Jessie; di fronte alla sorella Tom ha una reazione di pudore, si riveste e si allontana.

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Al loro ritorno a casa i due fratelli scoprono con orrore che la piccolissima Alice ha delle perdite di sangue nelle parti intime: Tom decide di rivelare il terribile segreto che lo opprime a sua madre che però affronta la cosa con incredulità.
Il ritorno del padre drammatizza la situazione, perchè l’uomo ovviamente nega anche l’evidenza.
Ma un giorno il ragazzo segue suo padre e sua sorella in un bunker sulla costa, sede degli squallidi incontri sessuali tra i due e fotografa tutto.
Assiste impietrito al rapporto sessuale innaturale tra i due e ….
Zona di guerra (The war zone) è un film che colpisce direttamente allo stomaco in maniera dirompente.
Una pellicola che affronta un tema scabrosissimo come l’incesto aggravato dalla pedofilia all’interno della famiglia è di per se già un boccone indigesto da digerire.
Quando poi questo boccone viene servito con immagini e ambientazione tra le più tristi e lugubri immaginabili si ha un pranzo che letteralmente fa su e giù nello stomaco.

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Questo è l’impatto emotivo che produce Zona di guerra, opera prima dietro la macchina da presa dell’attore Tim Roth.
La zona di guerra a cui fa riferimento il titolo è quella che funge da scenario in cui si muovono i protagonisti di questo allucinante dramma ma non solo. E’ anche il bunker in cui avvengono gli incontri tra i due impossibili amanti; lui, il padre snaturato e lei la giovane che accetta forse anche segretamente compiaciuta il ruolo umiliante di surrogato della madre, che ha appena dato a lei e al fratello un’altra sorellina destinata anch’essa a diventare parte tragica della storia.
Sin dall’inizio del film siamo immersi in un’atmosfera che ha quasi del lugubre; a far presagire l’inizio della tempesta che sconvolgerà la vita dell’intera famiglia (nessuno escluso) c’è anche la casa scelta dai genitori dei ragazzi come abitazione.
Siamo sulla costa del Devon, che nel film appare brumosa, con un cielo plumbeo coperto perennemente da nuvole e con un mare tempestoso che fa da specchio alle anime dei protagonisti, agitate anch’esse da oscure pulsioni.

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Non è certo l’immagine rassicurante fornita dai depliant turistici: è una natura ostile che sembra riflettere i caratteri dei personaggi, in primis quello del complessato e timido Tom, che nel corso del film dovremmo imparare o  quanto meno dovrebbe  suscitarci un moto di simpatia.
La cosa non accade e sia lui che gli altri peronaggi della famiglia ci ispirano man mano che la storia entra nel vivo un senso di repulsione e di distacco.
Troppo amara la loro realtà, troppo paranoici i loro comportamenti.
Tra i due fratelli sembra esserci un rapporto non tanto dissimile da quello incestuoso tra padre e figlia.
Non c’è sesso tra loro, è vero, ma c’è un’atmosfera torbida piena di cose inespresse, di parole non dette, di istinti primordiali latenti.
La madre forse è consapevole di quello che accade sotto i suoi occhi, forse no.
La reazione alla vista di Alice bagnata nelle parti intime da sangue sembrerebbe comprovare la sua innocenza, pure la reazione alle parole del figlio ci suscita tanti dubbi.

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Il padre poi è l’elemento satanico della storia: non pago di violare sua figlia venendo meno così non solo al legame di sangue ma anche al rispetto per la giovane età di Jessie prosegue la sua opera scellerata sulla piccolissima Alice, manifestando in seguito tutta la sua cinica bestialità portando la sventurata “complice” Jessie in un luogo terribile, quel bunker che evoca immagini dolorose di guerra e sangue.
Probabilmente tra tutte le sequenze durissime del film, quella del rapporto sessuale tra Jessie e suo padre è la più disturbante.

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Roth punta la mdp su due feritoie che lasciano passare squarci di luce all’interno del bunker in penombra; riprende il padre di Jessie mentre sodomizza la ragazza da una distanza di sicurezza, quasi volesse mettere da parte lo spettatore ed evitargli lo choc della visione dell’atto snaturato.
Pochi secondi e il padre di Jessie si ritrae ormai pago, mentre Tom ha ormai distaccato lo sguardo dalla scena e la ragazza piange sommessamente.
Fino a questo momento abbiamo visto un Roth che presenta una galleria degli orrori senza prendere alcuna posizione.
Lui è un giornalista che redige un articolo senza metterci niente di personale, documentando come un naturalista le cose, senza scendere in ovvi giudizi morali.

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Quelli che il pubblico inevitabilmente esprime a fine pellicola, disturbato da una storia resa visivamente come un dipinto di Bosch, una specie di anticamera degli orrori che ci ha trasportato in una dimensione che fortunatamente non viviamo.
Si, perchè se è vero che la maggior parte delle violenze vengono consumate all’interno delle pareti domestiche è anche vero che l’incesto resta un tabù fortissimo per la stragrande maggioranza della gente comune.
E verrebbe da dire per fortuna.
Tim Roth esordisce con il botto, girando un film crudele e durissimo, nero più della pece e mostrando un talento assolutamente straordinario per un esordiente.
Abilmente, costruisce un cast di gente normale, di attori non di grido che siano in grado di riflettere la banalità della vita di una famiglia borghese.

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Ray Winstoe è il padre cinico e bestiale, Tilda Swinton (quasi irriconoscibile post maternità reale) è la madre succube, Freddie Cunliffe è Tom, ragazzo inquieto e adolescente complessato mentre Kate Ashfield è Carol l’amica di Jessie quasi incredule quando, presa in mano la situazione, sta per iniziare sessualmente Tom e viene interrotta proprio dall’amica Jessie, l’attrice Lara Belmont che è poi la lieta sorpresa del film, con la sua interpretazione soffertissima.
The war zone ha ricevuto critiche entusiastiche quasi unanimi; a parte il pubblico è stata proprio la critica ad esaltare l’esordio dietro la MDP di Tim Roth, l’ormai leggendario pianista sopra l’oceano.

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Un’opera sorprendentemente matura e dolorosa, che trasporta lo spettatore alle soglie di un inferno condiviso da tante famiglie, molte delle quali sconosciute e rinchiuse nei confini di mura domestiche che sono teatro di drammi autentici, in cui vengono meno i pilastri stessi dell’umanità individuale.

Zona di guerra
Un film di Tim Roth. Con Ray Winstone, Tilda Swinton, Lara Belmont, Freddie Cunliffe, Kate Ashfield,Titolo originale The War Zone. Drammatico, durata 98 min. – Gran Bretagna 1998.

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Zona di guerra banner personaggi

Lara Belmont: Jessie
Ray Winstone: Papà
Freddie Cunliffe: Tom
Tilda Swinton: Mamma
Colin Farrell: Nick
Kate Ashfield: Lucy
Annabelle Apsion: infermiera

Zona di guerra banner cast

Regia     Tim Roth
Soggetto     Alexander Stuart
Sceneggiatura     Alexander Stuart
Fotografia     Seamus McGarvey
Montaggio     Trevor Waite
Musiche     Simon Boswell
Scenografia     Michael Carlin

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Fiore di carne (Turks fruit)

Fiore di carne locandina

Turks fruit, o Turkish fruit o ancora Turkish delight (in italiano Fiore di carne) è uno dei film più importanti dell’intera cinematografia olandese, oltre che essere uno dei tre film più visti di sempre nel paese dei tulipani (naturalmente tra i film diretti in lingua orange).
Girato nel 1973 dal geniaccio olandese Paul Verhoeven, arrivò in Italia mutilo di molte scene e passò quasi inosservato, prima di riscuotere il giusto successo che meritava.
Tratto dal romanzo Turks fruit di Jan Wolkers, narra la storia di Eric, un giovane artista (per la precisione scultore) olandese che vivrà una intensa storia d’amore con la bella Olga che finirà tragicamente.
Il film inizia mostrandoci Eric che si sveglia da un incubo nel quale carica giovani autostoppiste che porta nel suo studio e con le quali  ha intensi rapporti sessuali che però non lo appagano.

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E’ come se Eric soffrisse per qualcosa che è accaduto nel recente passato.
Ed è proprio quello che vediamo in un flashback.
Eric raccoglie una bella e affascinante autostoppista, Olga; i due familiarizzano subito e dopo poco scoprono di essere fatti l’uno per l’altra.
Così la coppia vive una intensa storia d’amore, segnata da una sessualità sfrenata e appagata in ogni occasione e momento libero.

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Due fotogrammi con la bravissima e bellissima Monique Van De Ven

Dopo poco Eric e Olga decidono di vivere insieme e sposarsi ma incontrano la feroce resistenza della madre di Olga, poco propensa a far maritare sua figlia con quello scultore che vive praticamente alla giornata.
Ma la volontà di Olga finisce per imporsi e i due coronano il loro sogno.
Dopo un iniziale periodo di armonia, Olga inizia a comportarsi in maniera stravagante, mettendo in ansia il compagno.
Il punto di rottura arriva durante una festa, durante la quale la ragazza flirta apertamente con uno sconosciuto, suscitando l’ira di Eric che la schiaffeggia.

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I due si lasciano ed Eric, arrivato nel suo studio, distrugge tutto ciò che gli ricorda la ormai ex moglie.
Ma la donna gli è entrata nel sangue e così Eric fa di tutto per rincontrarla, rimanendo però choccato dal comportamento della ex moglie, che sembra ormai priva di freni inibitori.
Eric tenta di rivedere la ragazza, incontrando però la ferma opposizione della famiglia.
Riuscirà a vederla per pochissimo con la scusa di preparare le carte del divorzio e durante l’incontro Olga gli rivela che sta per sposare un uomo d’affari americano.
Il matrimonio di Olga dura poco e la ragazza ritorna in Olanda.
Eric, che non l’ha mai dimenticata, la rivede un giorno vestita in maniera stravagante e la vede anche comportarsi in maniera assurda.
La ragazza sviene per strada ed è ricoverata in un ospedale, dove le viene diagnosticato un tumore al cervello in forma ormai terminale.
Sarà proprio Eric ad esserle affianco nelle ore che precedono la sua morte.

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Schematicamente, è questa la storia di Fiore di carne, film assolutamente e totalmente anticonvenzionale, diretto da Verhoeven alla sua seconda opera da regista cinematografico ( la prima era stata Gli strani amori di quelle signore) preceduta da una serie di short e documentari.
Paul Verhoeven, regista assolutamente visionario, mostra da subito il suo particolare talento nel descrivere storie anticonvenzionali e che vanno contro la morale corrente, usando sia un linguaggio cinematografico sia delle immagini molto forti e sopratutto influenzate dal cinema sessantottino, quello che per intenderci aveva espresso un nuovo modo di fare cinema, molto più diretto e privo di fronzoli, essenziale e anche se vogliamo politicamente scorretto.
Sono proprio i temi post sessantotto a fare capolino qua e là nel film; Eric e Olga vivono una tradizionale storia d’amore solo nella parte che riguarda i sentimenti, che sono gli stessi dagli albori dell’umanità, poi tutto viene stravolto nella visione del regista olandese.

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La coppia vive una sessualità aperta, quella che i giovani dell’epoca usarono per rimarcare la loro differenza dalle generazioni precedenti. Questo porta la coppia ad essere in aperta sfida con i valori tradizionali della società, quegli stessi valori che la figura anticonformista di Eric viola clamorosamente.
Non è un caso che i problemi maggiori lo scultore li avrà proprio con la morale borghese dei genitori della ragazza, che lo vedono come fumo negli occhi.
Può l’amore tra i due vincere questi ostacoli?
Certamente, sopratutto se si è giovani, non ci si preoccupa delle convenzioni borghesi e anzi ci si fa beffe di tutto ciò che costituisce il potere borghese stesso.

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Olga ed Eric vivono una sessualità sfrenata e giocosa, in netta opposizione al tradizionalismo sessuale borghese; il loro è un amore sensuale che si libera in amplessi che non tengono in alcun conto i limiti imposti dalla morale.
Ad un certo punto però il film diventa spiazzante; sembra quasi che Olga rivendichi a se stessa il libero arbitrio di poter scegliere un altro compagno, di poter vivere la propria vita sessuale senza le costrizioni di un legame univoco.
Così lo spettatore segue un pò stupefatto il comportamento altalenante della ragazza, che fino a poco prima sembrava pazzamente innamorata del giovane artista.
Il quale dal canto suo adora quella ragazza dai comportamenti estremi, disinibita e tenera, anticonformista e allegra.
Seguiamo quindi il repentino cambio di ruoli con l’improvvisa fine del legame tra Eric e Olga, un po delusi ma sopratutto sconcertati.

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Possibile che tutto si sia trasformato solo in un’esaltazione del ruolo femminile, nella radicalizzazione delle scelte dovute ad una libertà finalmente acquisita dalle donne e nello specifico da Olga?
Non è così naturalmente e il finale riporta il film in binari tradizionali.
La storia assume un aspetto che vira sul tragico, con un epilogo che lascia l’amaro in bocca.
Fiore di carne è un film bello e ben girato, sopratutto ben interpretato da due attori che avranno un luminoso futuro, sopratutto Rutger Hauer che sembra incarnare perfettamente lo spirito ribelle e anticonformista dell’artista Eric, mentre le bella Monique Van De Ven riesce a calarsi benissimo nel ruolo scabroso della ribelle Olga che andrà incontro ad un terribile destino.

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Il film contiene immagini al limite dell’esplicito, anche se Verhoeven non varca mai il confine che avrebbe portato il film verso una deriva pericolosa; non dimentichiamo che siamo nel 1973, che la morale negli altri paesi non è evoluta come quella olandese.
In Italia infatti il film circolò molto ai margini, privando il pubblico di una pellicola sicuramente superiore agli standard; la presenza di molti nudi della Van De Ven però era qualcosa che la censura non poteva lasciar passare facilmente, così il film ebbe una distribuzione quasi underground.
Verhoeven, che l’anno successivo avrebbe girato quel gioiellino che è Kitty Tippel mostra da subito le sue doti peculiari, che consistono in una visione lucida e anticonformista della realtà quotidiana resa visivamente con immagini spesso disturbanti ma quanto mai opportune.
Un cinema da maestro che avrà i suoi punti di massimo fulgore in Spetters e L’amore e il sangue, prima del percorso altalenante del regista con film come Basic Istinct, Robocop e Atto di forza.

Fiore di carne
Un film di Paul Verhoeven . Con Rutger Hauer, Monique Van De Ven, Mariol Flore Titolo originale Turks Fruit. Drammatico, durata 95 min. – Paesi Bassi 1974

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Monique van de Ven     …     Olga Stapels
Rutger Hauer         …     Eric Vonk
Tonny Huurdeman          …     Madre di Olga
Wim van den Brink          … Padre di Olga
Hans Boskamp          …     Winkelchef
Dolf de Vries          …     Paul
Manfred de Graaf          …     Henny
Dick Scheffer         …     Accountant
Marjol Flore          …     Tineke

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Regia     Paul Verhoeven
Soggetto     Jan Wolkers (romanzo)
Sceneggiatura     Gerard Soeteman
Produttore     Rob Houwer
Fotografia     Jan de Bont
Montaggio     Jan Bosdriesz
Musiche     Rogier van Otterloo

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Incipit con un paio di flash violenti, poi si passa all’erotico, inizialmente ironico, poi romantico e infine morboso, per poi assistere ad un ultimo cambio di rotta nei 20 minuti finali. Il film è discretamente realizzato ed eccessivo nel senso più positivo del termine (belle scene di sesso ad esempio, molto realistiche pur non andando oltre il softcore), ma i numerosi cambi di tono finiscono per abbassare il livello generale. Perfettamente in parte i due protagonisti. Privo di equilibrio, ma nel complesso riuscito.

La sua bella carica trasgressiva ce l’ha e riesce a variare con efficacia tra lo scherno alla società tipico del periodo e un romanticismo a tinte forti. In questo modo corregge il dubbio iniziale che fosse un film per “assatanati”. Raffinabile a livello di fotografia e montaggio ma comunque diretto con personalità e con due ottime prestazioni da parte dei protagonisti.

Né con te né senza di te… è assoluto, prepotente, folle, l’amore tra Erik ed Olga, è una vita a parte, non ci rientra nella vita quotidiana, fatta di obblighi, di compromessi, di piccolezze… è un amore bambino, innocente e indecente come tutti i bambini, che vive solo nel presente. Film estremamente romantico, che non teme neppure il finale alla Love Story: si mantiene ruvido, intenso, disturbante, persino nell’ultima dolcezza, quei pasticcini, un dono da innamorato adolescente, l’addio a un amore che non diventerà adulto. Spietato, sincero e sognante.

Io l’ho imbroccato bene, ma capisco come sia facile uscirne schifati. Il realismo è fuori dal comune, tutto viene esplicitato al massimo, ma pure l’amore più forte in assoluto che abbia mai visto in un film… è qui! Ed è di lui per lei, anche se fin quasi alla fine sembra che sia lui il più trasgressivo e bestiale. Libertà assoluta uguale sentimenti veri.

È davvero un ottimo film questa pellicola di esordio di Verhoeven. Ha il grande pregio di delineare benissimo i protagonisti e il forte rapporto che si crea fra i due personaggi, che poi sfocia nell’ossessione e infine nella follia (le cui conseguenze sono narrate nel violento e cupissimo prologo). Molto realistico, nessuna patinatura (sessualmente è molto esplicito), né toni melodrammatici. Non eccezionale a livello tecnico (brutta fotografia), ma ottima regia. Rutger Hauer è come sempre ottimo, ma anche l’attrice protagonista non è da meno.

L’ho visto almeno 4/5 volte, ma in olandese! Mi piace moltissimo perché è il primo film che vedo in cui i sentimenti sono/sembrano autentici, bestiali, umani, mi fa sognare ed è inevitabile innamorarsi dei personaggi, soprattutto di Erik. Un film unico, ma mi rendo conto non per gli schizzinosi

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Un fotogramma di un cineracconto del film

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L’avvocato del diavolo

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Vivere in una cittadina di provincia, essere un ottimo avvocato con un curriculum impressionante di vittorie, avere una moglie bellissima e una casa adeguata ed  infine essere un uomo affascinante e pieno di glamour.
Un sogno.
Eppure Kevin Lomax incarna tutto questo, è l’americano di successo, forse senza scrupoli ma sicuramente avviato ad una vita ricca di soddisfazioni.
Ma spesso anche l’avere tutto può sembrare limitativo, così quando uno studio legale di New York decide di assumerlo, Kevin non ha bisogno poi di pensarci molto.
Ha vinto un difficile processo in cui ha difeso un professore dall’accusa di essere pedofilo ed è sempre più sulla cresta dell’onda.

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Keanu Reeves è Kevin Lomax

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Charlize Theron è Mary Ann,la moglie di Kevin

Così accetta di parlare con il capo dello studio legale, John Milton che è personaggio ambiguo ma anch’esso pieno di fascino e sopratutto molto ma molto convincente quando propone a Kevin di diventare l’avvocato numero uno della città.
Poco alla volta Kevin si imbarcherà in difese di potenziali omicidi, invaghito sempre più dello status symbol americano che ti porta in qualche modo a vendere l’anima al diavolo pur di avere successo.
Questo poi è quello che accade a Kevin, che poco alla volta scivola sempre più verso un abisso in cui il male in pratica non esiste, ma esite solo l’appagamento del proprio ego.
Intreccia una relazione proibita con la splendida Christabella Andreoli trascurando la giovane moglie Mary Ann.
La donna inizia a non capire più il marito, anche se frastornata dal successo dello stesso e dall’improvvisa ricchezza che li avvolge nella sua spirale di perdizione.

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Al Pacino è John Milton

Mary Ann, circondata da oscuri eventi, presagi e altri stani accadimenti si avvia sull’orlo di una pericolosa crisi schizofrenica, mentre Kevin si allontana sempre più inseguendo il miraggio del successo.
Ma il successo ha un prezzo elevatissimo e Kevin si appresta a pagarlo.
Mary Ann, sempre più sconvolta si suicida e il giovane avvocato scopre che Milton altri non è che il signore dei demoni, Satana in persona che lo ha spinto a seguire la strada che conduce dritta all’inferno……
L’avvocato del diavolo esce nelle sale nel 1997, dieci anni dopo un altro film dedicato ai signori del male, Angel heart ascensore per l’inferno, nel quale troviamo non Satana ma Lucifero nel ruolo di tentatore e traviatore dell’anima di Angel.

 

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La differenza tra i due film è notevolissima, l’unico punto di contatto è nella presenza di due tra i più grandi attori di Hollywood, ovvero Robert De Niro in Angel heart e Al Pacino in questo Avvocato del diavolo.
Se De Niro aveva interpretato quasi come comparsa il ruolo di Louis Cyphre, caratterizzandolo però con il suo mostruoso talento e rendendo il suo personaggio indimenticabile pur nella brevità del tempo passato in scena nella pellicola, Al Pacino ha molto più spazio a disposizione e ne approfitta per giganteggiare a tal punto che se non ci fosse stato un ottimo Keanu Reeves a fargli da contraltare, alla fine avrebbe completamente oscurato tutti.
Il film naviga tra diversi generi, ispirandosi al thriller, all’horror e al cinema drammatico in senso stretto.
Taylor Hackford, il regista, predilige il tono drammatico, raccontando una New York affamata, assetata di successo e contemporaneamente popolata di gente che dietro una maschera di rispettabilità nasconde vizi e debolezze in egual misura.

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E’ una città con un’anima sporca, tutta in nero, come del resto sottolineato dal brano dei Rolling Stones Paint it black; c’è arrivismo, c’è competizione e tutti sono disposti a tutto pur di diventare qualcuno.
Kevin a ben guardare altro non è che l’immagine offuscata di questa società opulenta e marcia.
Rappresenta il successo voluto a tutti i costi e con qualsiasi metodo, come dimostrerà accettando cause ambigue proposte dal suo satanico padre.
Che non solo lo guiderà attraverso una scalata al successo in cui Kevin perde se stesso, ma che finirà per fargli perdere anche l’affetto di Mary Ann, vittima incolpevole della smodata ambizione del marito.
Kevin corrompe se stesso e facendolo danna la sua umanità, ma non solo; lui non lo sa, ma è solo una pedina di un gioco enorme e nel finale scopriremo che Satana lo ha generato e guidato per motivi precisi.
Lui deve generare un figlio e deve farlo con una donna infernale, non con l’angelica Mary Ann; e poichè Kevin è bello ed affascinante ecco che il ruolo di Christabella Andreoli è anche piacevole.
Kevin si renderà conto dell’errore e cercherà di porvi riparo, ma….

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Un film molto bello, che può rivaleggiare con il citato Angel heart Ascensore per l’inferno e non solo per la trama scorrevole e la buona sceneggiatura.
La tensione si mantiene alta nel film e poichè si spazia da momenti drammatici a momenti in cui c’è la stessa tensione di un giallo lo spettatore segue con piacere l’evolversi della storia sullo schermo.
Kevin non è particolarmente simpatico, come personaggio, così quando il film finisce tutto sommato non si rimpiange affatto il destino che lo attende; Keanu Reeves bello e affascinante come un angelo fa la sua parte con moderazione e sobrietà, senza sbracare.
La bellissima Charlize Theron interpreta in maniera convincente la virginea Mary Ann, forse l’unica vera vittima incolpevole della storia.
Ma il male deve prevalere, alla fine e lei che ha seguito il marito nella grande mela senza tanta convinzione, spinta solo dall’amore è la preda dell’olocausto,la vittima sacrificale delle ambizioni del marito.

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Di Pacino ho già detto; difficile trovare un solo errore nella sua parte tanto che se si dovesse raffigurare in maniera terrena Satana probabilmente si potrebbe ricorrere a lui per dipingerlo in un quadro di ispirazione infernale.
Brava anche Connie Nielsen, ambigua e sottilmente erotica.
Un film decisamente riuscito che continua a trovare nuovi estimatori, segno che Taylor Hackford, autore per altro del vedutissimo Ufficiale e gentiluomo, di Il sole a mezzanotte e di Due vite in gioco ha saputo cogliere nel segno.
Il regista di Santa Barbara ha diretto 13 film, non molti per la verità, ma tutti con in comune un senso rigoroso del ritmo.

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L’avvocato del diavolo
Un film di Taylor Hakford. Con Al Pacino, Charlize Theron, Keanu Reeves, Jeffrey Jones, Judith Ivey,Connie Nielsen, Craig T. Nelson, Tamara Tunie, Ruben Santiago-Hudson, Debra Monk, Vyto Ruginis, Laura Harrington, George Wyner, Pamela Gray, Heather Matarazzo, Chris Bauer
Titolo originale The Devil ’s Advocate. Thriller, durata 144 min. – USA 1997.

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Keanu Reeves: Kevin Lomax
Al Pacino: John Milton / Satana
Charlize Theron: Mary Ann
Jeffrey Jones: Eddie Barzoon
Judith Ivey: Sig.ra Alice Lomax
Connie Nielsen: Christabella Andreoli
Craig T. Nelson: Alexander Cullen
Tamara Tunie: Sig.ra Jackie Heath
Ruben Santiago-Hudson: Leamon Heath
Debra Monk: Pam Garrety
Vyto Ruginis: Mitch Weaver
Laura Harrington: Sig.ra Melissa Black
Pamela Gray: Sig.ra Diana Barzoon
Heather Matarazzo: Barbara
George Wyner: Meisel
Leo Burmester: procuratore della Florida
Chris Bauer: Lloyd Gettys
Delroy Lindo: Phillipe Moyez
James Saito: Takaori Osumi
Monica Keena: Alessandra Cullen
Vincent Laresca: ragazzo in metropolitana
Roy Jones Jr.: pugile
Paul Benedict: Walter Krasna
George O. Gore II: ragazzo ad Harlem
Don King: cameo
Al D’Amato: cameo

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Regia     Taylor Hackford
Soggetto     Andrew Neiderman
Sceneggiatura     Tony Gilroy, Jonathan Lemkin
Produttore     Arnold Kopelson, Anne Kopelson, Arnon Milchan
Fotografia     Andrzej Bartkowiak
Montaggio     Mark Warner
Musiche     James Newton Howard, Mick Jagger, Keith Richards
Scenografia     Bruno Rubeo

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Giancarlo Giannini: Al Pacino
Luca Ward: Keanu Reeves
Claudia Catani: Charlize Theron
Paolo Buglioni: Jeffrey Jones
Massimo Corvo: Craig T. Nelson

L'avvocato del diavolo banner citazioni

Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio: a Dio piace guardare! È un guardone giocherellone! Riflettici un po’: lui dà all’uomo gli istinti… ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo bravo, cosmico, spot pubblicitario del film! Fissa le regole in contraddizione! Una stronzata universale! Guarda, ma non toccare… tocca, ma non gustare… gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista, un gran sadico! È un padrone assenteista! Ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo? NO, MAI! Io sto qui con il naso ben ficcato nella terra e ci sto dalla notte dei tempi.

Il prossimo millennio è qui dietro l’angolo Kevin, Eddie Barzoon guardatelo bene, perché è lui l’uomo immagine del prossimo millennio. Non è un mistero da dove arrivi la gente come lui, è gente che affina l’avidità umana al punto che riesce a spaccare un atomo tanto acuto è il desiderio; si costruiscono un ego grande come una cattedrale e collegano a fibre ottiche il mondo con ogni impulso dell’ego. Lubrificano anche i sogni più ottusi con fantasie a base di oro e di dollari finché ogni essere umano diviene un aspirante imperatore, il suo proprio Dio! E a questo punto dove si va?! E mentre noi ci arrabattiamo da un affare all’altro, chi è che tiene d’occhio il pianeta? L’aria si inquina, l’acqua imputridisce, perfino il miele delle api ha il gusto metallico della radioattività e tutto si deteriora sempre più in fretta. Non c’è modo di riflettere né di prepararsi. Si comprano futuri si vendono futuri dove non c’è nessun futuro. Siamo su un treno impazzito figliolo! Abbiamo miliardi di Eddie Barzoon che corrono a passo di jogging verso il futuro, tutti quanti si preparano a ficcare un dito in culo all’ex pianeta di Dio e poi se lo leccano e si mettono a digitare sulle loro immacolate tastiere cibernetiche per calcolare le stramaledette ore da fatturare e finalmente prendono coscienza; il biglietto te lo devi pagare da solo. Il gioco è cominciato, è tardi per ritirarsi adesso, ormai hai la pancia troppo piena… Un uccello malandato! Gli occhi iniettati di sangue e urli per chiedere aiuto, indovina un po’? Non c’è nessuno in giro! Sei tutto solo Eddie, sei un figlioletto rigetto di Dio. Forse è vero, forse Dio ha lanciato i dadi una volta di troppo e cosi ci ha fregati tutti.

Le spalle di una donna sono gli avanposti della sua mistica. E il suo collo, se è vivo, ha tutto il mistero di una città di confine; di una terra di nessuno. È il conflitto fra la mente e il corpo. Vedi… il tuo colore naturale darebbe risalto ai tuoi occhi.

Il senso di colpa, è come un sacco pieno di mattoni. Non devi fare altro che scaricarlo.

… Per esempio, c’è una bella ragazza e ci faccio l’amore in tutti i modi immaginabili, poi lei va in bagno ha un’esitazione, si volta… e vede me, non ha scopato con un plotone di Marines, solo con me ed ha tutta l’aria di una che si domanda: come diavolo avrà fatto? Con me le donne sorridono come la Gioconda.

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Bestialità

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Una ragazzina traumatizzata, una coppia matura in crisi. Un triangolo amoroso che verrà a comporsi e poi disfarsi con tragedia greca in agguato.
Sembrerebbe la classica storia pruriginosa tipica della commedia sexy italiana post 1975, almeno a leggere alcuni commenti assolutamente inaffidabili redatti da improbabili critici che non hanno visto altro che qualche frammento della pellicola in oggetto.

Le cose stanno ben diversamente, perchè Bestialità è uno dei film “maledetti” degli anni 70, un film abbastanza brutto ma coraggioso, che appartiene ad un tipo di cinema che oggi nessuno si sogna più di proporre.
Un cinema che non aveva paura di affrontare i tabù sessuali, come l’incesto e l’omosessualità o come la bestialità, la zoofilia che è alla base della sceneggiatura del film che andiamo a scoprire.
Siamo nel 1976 anno di svolta per il cinema italiano.

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La grande crisi è arrivata, per motivi più volte elencati; la tv uccide il cinema, perchè porta nelle case migliaia di pellicole a costo zero attraverso gli innumerevoli canali televisivi privati che trasmettono 24 ore al giorno in prevalenza film, molti dei quali recentissimi.
Peter Skerl con l’aiuto di Luigi Montefiori (che si firma al solito Eastman) scrive la sceneggiatura di questo film che tratta un argomento assolutamente tabù per il cinema, affrontato in rarissime occasioni e mai in termini così espliciti.
La storia racconta le vicende della giovanissima Janine, che un giorno scopre la propria madre in atteggiamenti intimi con il cane di famiglia.

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Al trauma per l’improvvisa scoperta si aggiunge quello per la reazione del padre che dopo aver ammazzato l’animale da fuoco alla casa e porta via la moglie.
Janine finisce così in una casa di cura, per rimettersi dal trauma, dall’epilessia e da una gravissima forma di sifilide che probabilmente le ha trasmesso la madre.
Un giorno la ragazza decide di averne abbastanza e fugge dalla clinica per rifugiarsi sull’isola nella quale ha vissuto il trauma adolescenziale; qui trova rifugio grazie ad un pastore, Ugo, e si lega al cane di quest’ultimo, un doberman ribattezzato (con pochissima fantasia) Satana.
Qualche tempo dopo sull’isola arriva una matura coppia, composta da Paul e da sua moglie Yvette; i due sono ormai in crisi affettiva nonostante l’antico affetto li unisca ancora.

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Yvette, conosciuta Janine, le si lega morbosamente; dapprima nella donna affiora un affetto materno che però ben presto si trasforma in qualcosa di ben diverso.
Le due donne, la matura Yvette e l’adolescente Janine diventano amanti e decidono di coinvolgere nei loro giochi saffici il marito della donna, Paul.
I tre formano quindi un triangolo perfetto, in cui tutto sembra funzionare a meraviglia e difatti il rapporto tra i coniugi sembra rinascere.
Ma Janine si lascia portare dall’istinto e un giorno replica l’esperienza della madre; mentre è su una roccia, ha un rapporto con il suo cane che però la sbrana.
Il pastore che ha raccolto la giovane Janine uccide il malcapitato Satana a bastonate e ….
Bestialità è un film abbastanza anomalo fin dalla trattazione di argomenti scabrosi come il lesbismo, la relazione tra persone mature e un’adolescente (eminentemente erotica), la zoofilia.
La mescolanza di questi tre ingredienti origina un film confuso e a tratti malsano, dai dialoghi surreali e pretestuosi.
Sentire Paul dissertare sul senso della vita e giustificare la sua relazione ai limiti della pedofilia, anzi sicuramente pedofila visto che il personaggio di Janine nella sceneggiatura ha 16 anni, è abbastanza penoso oltre che assurdo.

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La lentezza del film, scandita solo dalle carezze saffiche tra Janine e Yvette, in seguito allargate al felicissimo Paul quasi incredulo della grazia che gli è capitata assume contorni grotteschi anche nelle scene di nudo.
Vedere le chiappe al vento di Philippe March (che interpreta Paul) o i ripetuti accoppiamenti con Eleonora Fani (Janine) e la moglie Yvette (Juliette Mayniel) trasmette un senso di tristezza abbastanza profonda, aldilà dell’aspetto poco coinvolgente dello scenario erotico.
Ancora più desolante è il finale del film, che da tragedia greca innescata dalla morte di Janine sbranata da Satana e vendicata dal pastore Ugo che uccide il povero animale a bastonate (un brutto esempio di cultura anti animalista) si trasforma quasi in farsa grottesca con la matura Yvette che scopre di essere incinta e contemporaneamente scopre anche di essere stata infettata dalla sifilide, cosa che porterebbe la donna a mettere al mondo un figlio probabilmente malato.

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Un brutto pasticciaccio, quindi, che ha però il merito di affrontare con un certo coraggio un tema scomodo come la zoofilia, senza mostrare peraltro più del necessario e contenendo le scene erotiche (ammesso che lo siano) con i cani nei limiti accettabili del decoro.
Tra le pochissime luci del film si possono citare il fascino e la bravura di Leonora Fani, che all’epoca del film aveva 22 anni ma ne mostrava come minimo 7-8 in meno; aiutata dal suo volto da eterna ragazzina, la Fani riesce a dare contorno e spessore ad un personaggio certamente difficile e cavandosela con dignità anche nelle numerose scene di sesso, che la coinvolgono in esperienze abbastanza problematiche come i baci saffici con la Mayniel (che all’epoca in cui venne girato il film aveva 40 anni) e gli amplessi con Paul/Philippe March.

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Quest’ultimo è la vera pietra al collo della pellicola: l’attore francese che sarebbe poi scomparso 4 anni dopo all’età di 55 anni è legnoso e monocorde ed anche palesemente a disagio nelle scene di sesso.
Molto meglio la brava Mayniel che mostra oltre ad una padronanza evidente dei mezzi scenici un superbo fisico, robusto ma armonico alla bella età di 40 anni.
Sul film aleggia la colonna sonora di Gori, morbosa al punto giusto e che ricorda la classica Djamballa che era la soundtrack di Il dio serpente, mentre la fotografia è ingiudicabile; chi non ha visto questo film nelle sale ha potuto farlo solo attraverso le Vhs. Non mi risulta infatti che le tv private lo abbiano trasmesso e se lo hanno fatto lo hanno trasmesso in analogico.
I fotogrammi del film provengono da un riversaggio VHS-Rip e la qualità scadente dei fotogrammi mostra come molti passaggi del film stesso siano ingiudicabili dal punto di vista estetico/fotografico.

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Questi fotogrammi sono gli unici esistenti in rete e sono ovviamente edulcorati dalle scene di sesso con i cani (peraltro molto ma molto velate).
In ultimo, solita testimonianza della malafede di alcuni critici della domenica.
Ecco come viene descritta la trama in un sito specializzato: “I protagonisti sono: una donna che è innamorata del suo dobermann; una figlia che è gelosa della madre; un marito che è geloso del dobermann e infine il cane che è geloso del marito. Alla fine l’animale sbrana la ragazza e viene ucciso dal marito. Insensato.
Inutile dire che l’anonimo recensore avrà visto qualche porno su una rete privata e lo ha scambiato per questo film oppure più probabilmente si è inventato la trama…..

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Bestialità
Un film di Peter Skerl. Con Leonora Fani, Philippe March, Juliette Meyniel, Marisa Valenti,Ennio Balbo, Piero Mazzinghi, Lorenzo Fineschi, Franca Stoppi, Ilona Staller, Cinzia Romanazzi
Drammatico/Erotico, durata 85 min. – Italia 1976.

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Philippe March    …     Paul
Juliette Mayniel    …     Yvette
Enrico Maria Salerno    …     Ugo
Leonora Fani    …     Jeanine
Franca Stoppi    …     La madre di Janine

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Regia: Peter Skerl
Sceneggiatura: Peter Skerl, Luigi Montefiori (George Eastman)
Produzione: Peter Skerl, Luigi Valenti
Musiche: Coriolano Gori
Editing: Peter Skerl, Maurizio Mancini

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Gli anni’70 non sono solo (e soltanto) stati quelli della commedia sexy, del giallo e del poliziesco. Sono stati anche, in misura tutt’altro che contenuta, quelli del disagio esistenziale, della “maladolescenza” e, più in generale, della difformità di concezione sull’edonismo applicato all’atto sessuale. Un mini filone, a base di bestialità assortite, fece la sua comparsa: cani o serpenti gli amanti prediletti da ragazze men che piccine. Questo è l’esemplare meno volgare e che più degli altri attirò pubblico nelle sale. La musica tetra e il partner aggiudicato (dobermann) lo rendono avvilente.

Da un’idea di Luigi Montefiori. Sulle cupe note di Gori, prologo ed epilogo zoofili e violenti delimitano una scipita storia di coniugi borghesi in crisi: il contatto con un’isolana giovane e selvaggia fa loro riscoprire la perversione dei sensi. Dialoghi verbosi e vuoti – decorati da uno strip-tease della Staller – si alternano a scene di sesso tra la Fani e la coppia March-Meyniel. Salerno parla poco e bastona, Muller filosofeggia insensato. Scabroso, con pretese autoriali frustrate.

Una ridicolaggine bella e buona, girata male e con le pessime musiche di Lallo Gori, forse riciclate, chissà. Dialoghi irritanti, storia elementare… è davvero arduo salvare qualcosa in questa pellicola, sebbene ci siano alcuni bravi attori (Muller, Salerno, lo stesso Balbo). Appare anche la Staller in uno dei suoi tipici ruoli degli anni ’70, e come se il film non fosse già abbastanza bizzarro di suo, Maria Tedeschi ad un certo punto accenna persino uno strip. Quando è troppo, è troppo.

Si parte alla grande, con una sequenza edipico-zoofila trashisticamente imperdibile. Poi si tenta la carta dell’erotico (più o meno) classico, con scenari vagamente esotici e una buona dose di noia, mentre il ridicolo si limita ai dialoghi allucinanti (si legga sotto) e ad alcune inquadrature (per via di una regia a dir poco pessima). L’attenzione sale nell’ultima mezz’ora, quando il senso dell’assurdo e del trash tornano finalmente a farsi sentire. Incredibile la presenza di alcuni grandi nomi, tra attori e doppiatori. Musiche di Gori spassose.

Non si è mai visto nulla di simile e mai si ripeterà. Un mix tra zoofilia e poesia pura, lontano anni luce dalle boiate caserecce di Luigi Russo o le “bestie” della Marina Fajese. Scioccante, perverso ma anche ipnotico e, per certi versi, surreale. La Fani è al massimo dello splendore. Si vede che dietro c’è una regia che ricerca la bellezza estetica, distante da quelle dei nostri “classici” registi di genere. Peter Skerl, regista svedese con qualche ambizione, ci regala qualcosa di unico e indimenticabile.

America oggi

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America oggi (1993) di Robert Altman è uno spaccato sugli Usa che assomiglia pericolosamente e in maniera sinistra alla società moderna di uno qualsiasi dei paesi industrializzati, non necessariamente occidentali.
Un film cinico e crudele e allo stesso tempo asettico come una sala operatoria, cattivo al punto giusto e didascalico, con storie intrecciate legate fra loro da sottilissimi fili a con protagonista un’umanità disorientata e a tratti amorale, maleducata e sfrontata, rissosa e priva di orientamento.

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Altman utilizza 9 racconti e 1 poesia di Raymond Carver, lo scrittore di Clatskanie morto 23 anni addietro all’età di 50 anni e li trasforma in potenti immagini cinematografiche  usando un linguaggio crudo ed essenziale, un pò come sono le vite dei vari protagonisti del film.
L’America pre 11 settembre appare desolante, chiusa in egoismi personali, in cui i rapporti umani appaiono mediati solo dall’interesse o dall’ego dei vari soggetti, pronti ad aggredire e a plagiare le vite altrui.
Gli altri però fanno lo stesso, così alla fine guardiamo amareggiati un gatto che si morde la coda, riflettendo però su quanto siamo simili noi a quella gente che ci appariva distante anni luce.

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Si, perchè nel frattempo il film di Altman si è attualizzato, così che un italiano piuttosto che un inglese o un francese possono riconoscere buona parte dei propri difetti in una pellicola che non risparmia niente.
Il senso desolante di deja vu nella vita quotidiana si fa così pressante e per fortuna il grande regista americano si limita ad una fredda esposizione di storie e situazioni, senza accennare ad alcun biasimo morale o senza prendere posizione.
Il film dura 188 minuti, un’enormità.
Le storie che seguiamo sullo schermo, intimamente collegate fra loro si incrociano, si dividono.
I protagonisti litigano, fanno cose tremende sotto i nostri occhi; lo spettatore finisce per chiedersi se dentro di se non aleggi malignamente lo spettro evocato sullo schermo, se quel personaggio in fondo in qualche modo non gli somigli.
Dal volo degli elicotteri iniziale, quasi un Apocalipse now in versione metropolitana al terremoto finale, non potentissimo ma che sembra presagire lo spettro del temutissimo Big one, il terremoto che raderebbe al suolo buona parte dei totem della civiltà americana, è un susseguirsi di storie tragiche nella loro banalità.
Così come in fondo è banale l’esistenza dell’uomo qualunque descritta nel film, fatta di birra e sesso ma anche di malignità, rivalità e gelosie.

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La donna sposata con due figli, che lavora come voce erotica e che cambia il pannolino alla figlia mentre sussurra parole a luce rossa al telefono, sotto lo sguardo quasi assente di un marito frustrato è una delle immagini più spietate del film. E’ un “lavoro” semplice, il suo; in fondo parlare di sesso orale mentre tuo figlio segue la tv o tua figlia ti sputa in faccia l’omogeinizzato è sempre meglio che alzarsi presto per andare in fabbrica.
Cosa c’è di meglio che ripetere oscenità stando semplicemente seduta a casa o impegnata nelle faccende domestiche?
E’ questa l’America oggi di Altman.
E’ quella dei pescatori in libera uscita che mentre pescano sulle rive di un torrente rinvengono un corpo nudo di ragazza e decidono di non privarsi del divertimento, ignorandolo e continuando a pescare; “Perchè pisci nell’acqua?“, chiede uno dei pescatori, “Mi piace il rumore che fà” è la risposta di colui che scopre il cadavere della ragazza che giace poco sotto il pelo dell’acqua.
The show must go on, il divertimento deve andare avanti perchè è il personale che conta, non l’altro.
Così i pescatori sono l’emblema di un americano medio ormai narcotizzato a tal punto da considerare la morte degli altri un intralcio, una limitazione al proprio piacere.

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C’è l’americano crudele e menefreghista, rappresentato dal telegiornalista che in ospedale sta seguendo un avvenimento drammatico, la morte del figlio mentre suo padre con il quale non è più in contatto da tanti anni si disinteressa della sorte del nipote, recandosi a far visita ad un giovane nella stanza accanto, con il quale non ha nessun legame di sangue e che non ha mai visto prima: è la disgregazione della famiglia?
In un certo senso si, perchè la famiglia tradizionale ormai è un dinosauro estinto da tempo, consumato dall’egoismo personale e dalla mancanza di valori, che ormai resiste solo nel ricordo come qualcosa che c’era e non c’è più, che non richiede nemmeno il rimpianto.
America oggi è la coppia mal assortita con lui ubriacone e alcolizzato e lei cameriera, che si riavvicinano dopo un incidente durante il quale la donna travolge e uccide il figlio dei vicini.

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Tutte le storie sono legate fra loro, come dicevo all’inizio ma in realtà possono essere considerate come vite parallele di universi paralleli, distanti e destinati a non incontrasi se non per puro caso, a incrociare le vite non volutamente ma per quella causalità che è poi una delle caratteristiche specifiche della vita.
Questi i tanti pregi del film.
Che venne giustamente omaggiato alla Mostra del cinema di Venezia con il Leone d’oro.
Tuttavia un difetto di base c’è ed è grande come una casa.
Tre ore e passa di film sono davvero tante per un film che in pratica dedica oltre 20 minuti in media ad ogni singolo episodio pur inquadrabile in un quadro di fondo omogeneo; la tendenza di Altman ad essere principalmente didascalico e a basare gran parte del film sui dialoghi può ingenerare insofferenza nello spettatore.

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Generalmente film così lunghi appartengono alla tradizione dei film d’avventura o alle epopee alla Dottor Zivago o ad affreschi (grandiosi) come i film di Leone.
Altman osa l’inosabile arrivando a mostrare 180 minuti di vita vera in cui però ad un certo punto ci si smarrisce proprio per l’estenuante concatenarsi delle storie e delle vicende dei vari protagonisti; un difetto non da poco.
Quando Altman gira America oggi è reduce dal gran successo di I protagonisti, girato l’anno precedente che ottenne la Palma d’oro a Cannes; è quindi un periodo fecondo, quello del gran regista americano, reduce da anni di lavoro quasi oscuro segnato da produzioni low budget e da sperimentazioni.
Per questo film ingaggia un gruppo di attori emergenti o già affermati, inserendo anche la star Jack Lemmon; nel cast troviamo Andie MacDowell e Julianne Moore, Tim Robbins e Madeleine Stowe, Jennifer Jason Leight, Tom Waits… insomma un cast che alla fine risulta omogeneo nonostante le diverse scuole di recitazione dalla quale provengono gli attori, che si muovono all’unisono sullo sfondo asettico della città degli angeli.
A fare da collante al film, una colonna sonora classica fino al midollo.

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Si spazia (in senso letterale strettissimo,perchè la mente vola sulle note) da Bach a Dvorak con il suo cello, da Igor Stravinsky a Mark Isham; una musica che ci trasmette il senso apocalittico del film.
L’apocalisse di Altman, la rivelazione in senso letterale non è quella biblica, ma è quella metropolitana, la disperata solitudine dei gesti e delle parole, di tutti i protagonisti messi di fronte alla loro realtà quotidiana che rappresenta il passato, il presente e probabilmente anche il futuro.

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Noi sappiamo che al momento non è ancora accaduto quanto lasciato presagire da Altman; ma l’America oggi del 1993 non è l’America post 11 settembre, quella per intenderci che ha scoperto di essere vulnerabile e non più invincibile, il grande mito dell’epopea storica americana.
E’ una nazione piena di contraddizioni che si sono acuite e che Altman in qualche modo aveva presagito.
Qesto forse è il gran merito di America oggi, l’aver posto delle domande senza retorica, l’aver mostrato un mondo in crisi già vent’anni addietro.
Una crisi che è allo stesso tempo strutturale,individuale, sociale, collettiva, di sistema e di ideologia.
Tanta carne al fuoco cucinata benissimo da uno dei grandi maestri della cinematografia.

America oggi
Un film di Robert Altman. Con Anne Archer, Jack Lemmon, Madeleine Stowe, Lily Tomlin, Tim Robbins,Matthew Modine, Tom Waits, Buck Henry, Andie MacDowell, Fred Ward, Peter Gallagher, Bruce Davison, Julianne Moore, Chris Penn, Jennifer Jason Leigh, Robert Downey Jr., Frances McDormand, Lori Singer, Lyle Lovett, Huey Lewis
Titolo originale Short Cuts. Drammatico, durata 188 min. – USA 1993.

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America oggi banner personaggi

Andie MacDowell: Ann Finnigan
Bruce Davison: Howard Finnigan
Jack Lemmon: Paul Finnigan
Julianne Moore: Marian Wyman
Matthew Modine: Dr. Ralph Wyman
Tim Robbins: Gene Shepard
Madeleine Stowe: Sherri Shepard
Anne Archer: Claire Kane
Fred Ward: Stuart Kane
Jennifer Jason Leigh: Lois Kaiser
Chris Penn: Jerry Kaiser
Lili Taylor: Honey Bush
Robert Downey Jr.: Bill Bush
Tom Waits: Earl Piggot
Lily Tomlin: Doreen Piggot
Frances McDormand: Betty Weathers
Peter Gallagher: Stormy Weathers
Annie Ross: Tess Trainer
Lori Singer: Zoe Trainer
Lyle Lovett: Andy Bitkower
Buck Henry: Gordon Johnson
Huey Lewis: Vern Miller

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Regia     Robert Altman
Sceneggiatura     Robert Altman, Frank Barhydt
Fotografia     Walt Lloyd
Montaggio     Suzy Elmiger Geraldine Peroni
Musiche     Johann Sebastian Bach Antonín Dvorák Gavin Friday Victor Herbert Mark Isham Doc Pomus Igor Stravinsky

Capolavoro di uno dei più grandi registi americani contemporanei: con questo film (cui devono molto Magnolia di Anderson e Crash di Paul Haggis), Altman conferma la sua abilità nel raccontare storie; la sceneggiatura è quasi perfetta e la durata del film (pur non indifferente) non pesa sullo spettatore grazie alle ottime performance di un grande gruppo di attori (tra i migliori del cinema americano) tra i quali spiccano Jack Lemmon e Julianne Moore.

Un capolavoro. Il graffio beffardo e amaro del grande Altman colpisce ancora con un affresco di storie meschine e disperate di una grande metropoli sull’orlo del baratro: il terremoto fisico, pronto a sancire apocalitticamente la fine di un mondo che ha perso l’orizzonte dell’etica e dell’umanità. Straordinaria la capacità di raccontare “banalmente” le micro-storie “banali” dei diversi personaggi “banali” che si intrecciano più o meno casualmente, trasformando tutto in una catastrofe antropologica. Epocale.

Tratto da un libro di racconti di Carver, un gran film corale griffato Altman che si conferma il regista più capace nel girare pellicole di questo tipo. Tante storie che si intrecciano molto bene tra loro con denominatore comune lo sguardo impietoso e pessimista nei confronti del popolo americano. La durata fiume (tre ore piene) non impedisce un ottimo controllo del materiale narrativo e dell’incastro tra i vari pezzi. Inoltre tutti gli attori del ricchissimo cast sono diretti, al solito, molto bene e fanno la loro parte.

Alcuni giorni nelle vite di abitanti di LA, fatterelli, amori, liti, drammi. Ispirato ai racconti di Raymond Carver, il film è il capostipite di un filone i cui epigoni non sono riusciti ad avvicinarsi al modello, forse proprio per la mancanza di una solida base di scrittura. La cruda prosa minimal di Carver finisce sullo schermo disegnando storie comuni che ci costringono a guardare, o almeno a sbirciare anche dentro di noi. Straziante l’episodio (quasi letteralmente preso dal racconto) della torta di compleanno. Non per tutti, ma bellissimo.

America oggi sta agli anni 90 come Nashville stava agli anni 70. Assoluto capolavoro Altmaniano, forse il suo film testamento, una summa di tutto il suo cinema. Gli elicotteri all’inizio che sovrastano Los Angeles fanno venire alla mente il Coppoliano Apocalypse now, Jennifer Jason Leigh che fa sesso telefonico mentre è affacendata in lavori domestici, un cadavere di donna che galleggia nelle fogne, Chris Penn che dà improvvisamente di matto ed esplode in una violenza feroce e inaspettata con l’arrivo del terremoto… Capolavoro.

Episodi drammatici come la perdita di un figlio, ordinari come mariti e mogli con amanti vari, surreali come una madre che alleva i propri figli mentre lavora al telefono per una hot-line: è questo il quadro bizzarro che Altman riesce a cucire insieme realizzando un film di oltre 3 ore che non pesano assolutamente. Lo spettatore si diverte a riconoscere dai piccoli curatissimi particolari le peculiarità di ogni personaggio. Un cast eccezionale mantiene alto il livello recitativo.

Ennesimo grande film per l’indiscusso Maestro del cinema corale USA. Uno sguardo approfondito, veritiero ma distaccato nelle vite di una serie di personaggi che vivono nella realtà e che vivono la vita come tutti noi, ognuno con i propri problemi, ognuno con i propri ostacoli da superare. Altman dirige l’intricata matassa splendidamente, con lo sguardo analitico e lucido di chi vuole lasciare allo spettatore la possibilità di giudizio. Ma i toni disperati e impietosi non lasciano scampo… anche ai non americani, ovvio. Egregiamente interpretato.

Uno splendido manifesto core. Le storie di nove o più famiglie si intrecciano, si collegano tra loro in un modo o nell’altro, anche solo per uno sguardo o una situazione. Uno scontro continuo che scivola in un vortice di tensione, culminante con un avvenimento/metafora finale. Ed è in questo modo che possiamo seguire le vite e le vicissitudini di alcuni personaggi dell’America anni ’90 allo sbando. Altman si “limita”, in maniera eccellente, a raccontare gli avvenimenti con grande lucidità e partecipazione, lasciando a noi la libertà di giudicare.

America oggi è un’appropriata traduzione italiana di ciò che il film vuole mostrare: una nazione quanto più malata e disastrata anche nei ceti medi (-alti). Le tre ore di durata certo non facilitano la gestione del ritmo ed infatti si notano alcuni cali sopratutto nella parte centrale, che pur non essendo gravi si fanno sentire. Comunque bilanciato è il cast, composto da molti volti noti. Ottima la regia di Altman.

Interessante sguardo realista dell’America (di ormai 20 anni fa), il film è l’intreccio di vite di molti personaggi a Los Angeles; più che altro si sofferma sui problemi delle giovani coppie, i tradimenti, le insicurezze e i rapporti genitore/figlio. Un film vero e drammatico che raccoglie qualche giorno di quotidiana vita intrecciata in un meccanismo perfetto di incontri/scontri.

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