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La pelle


Sgradevole.Spietato.Cattivo.
Eppure anche terribilmente vero,allucinante.
Un viaggio tra le umane miserie mostrato senza alcun filtro,attraverso la testimonianza di prima mano dello scrittore Curzio Malaparte,(pseudonimo di Kurt Erich Suckert ) autore di La pelle,un’opera neorealistica sulle sue esperienze come ufficiale di collegamento con l’esercito americano del neonato,scalcinato esercito italiano post fascista.
Un romanzo sgradevole,dal quale Liliana Cavani trae un film molto aderente all’opera di Malaparte,trasmettendo con le immagini il viaggio attraverso l’inferno di Malaparte (novello Virgilio) che accompagna una moltitudine di Dante attraverso le bolge dell’inferno stesso,che in questo caso è una Napoli in cui la guerra ha lasciato ferite talmente profonde da aver trasformato gli stessi abitanti della città in anime perdute,pronte ad ogni bassezza per salvare la vita,per il pane e perchè no,per i simboli di quelli che saranno i totem del futuro,come un semplice pacchetto di sigarette.
La Cavani dirige La pelle nel 1981,in un momento storico in cui il cinema italiano vive ormai solo di glorie passate,che sta per essere travolto da una crisi scaturita da fattori contingenti,dei quali ho ampiamente parlato in altre occasioni.


Il prodotto finale è una pellicola che disturba,pur facendo riflettere.
Un film in cui tutti i protagonisti appaiono in bianco e nero,senza sfumature e con la predominanza totale del secondo colore.
Curzio Malaparte,protagonista del film,il Virgilio del viaggio,è un uomo ormai cinico e disincantato,che ha visto nel corso della sua vita nascere e poi agonizzare quel fascismo a cui in principio aveva aderito con entusiasmo,salvo poi abbandonare quando la dittatura aveva mostrato il suo vero volto,portando il paese,gli italiani,alla rovina economica,morale e materiale.
Malaparte,come detto all’inizio,è ufficiale di collegamento con i “liberatori americani“,che deve guidare attraverso un acclimatamento culturale problematico ad un rapporto che sia il più morbido possibile con gli ex nemici,ora alleati,quegli italiani
che da un giorno all’altro hanno cambiato alleanza,tra diffidenze comprensibili degli ex nemici.


Diffidenze che Malaparte non smette mai di sottolineare,senza però mai prendere posizione,quasi fatalmente rassegnato all’impossibilità oggettiva di conciliare le culture di due mondi inconciliabili,storicamente e socialmente.
Con l’appoggio del generale Mark Clark,tipico yankee preoccupato più dalle apparenze che dalla sostanza,Malaparte conduce di volta in volta i suoi compagni di viaggio,come il Tenente Jimmy Wren o il Capitano Deborah Wyatt,attraverso una Napoli ridotta ad una casbah impenetrabile di abiezione morale,sconvolta dalla fame,dai bombardamenti,dalla miseria.
Così,di volta in volta,guardiamo esterefatti la prostitute napoletane (una marea) che cambiano colore al pube “perchè i neri amano le bionde“,un carro armato che due soldati americani tentano di vendere al losco Eduardo Mazzullo e che mentre avviene la trattativa


viene completamento smontato da una banda di scugnizzi napoletani,la ragazza vergine che il padre mostra,a pagamento,alle truppe americane e che fa dire a Malaparte “Quel popolo che nelle strade faceva commercio di se stesso, del proprio onore, del proprio corpo, e della carne dei propri figli,
poteva mai essere lo stesso popolo che pochi giorni innanzi, in quelle stesse strade, aveva dato così grandi e così orribili prove di coraggio e di furore contro i tedeschi?“,i bambini venduti dalle madri ai soldati marocchini che abusano sessualmente degli stessi.
E poi il soldato yankee che salta su una mina e resta con le budella in mano,la sirena servita al pranzo a cui sono presenti il Generale Mark Clark e la Capitano Deborah Wyatt,i soldati tedeschi venduti a peso da Marzullo che ne ricaverà ben 50.000 dollari.
Un campionario di varia umanità che Malaparte riassume così “Napoli […] è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica.
Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. […] Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.
Il finale del film è pervaso da un pessimismo senza fine,e lo testimoniano gli ultimi minuti dello stesso,nei quali accadono alcuni fatti:dapprima l’eruzione del Vesuvio,con il classico ognuno pensi per se,con ulteriori distruzioni che colpiscono una città già martoriata;lo stupro del capitano Deborah Wyatt, perpetrato dai suoi stessi soldati e infine la drammaticissima scena finale che fa esclamare a Malaparte,rivolto al tenente Jim “Tu vai,Jim,tu vai.Hai vinto“,mentre guarda i poveri resti di un civile travolto da un carro armato e ridotto ad una poltiglia sanguinolenta.
E’ la definitiva resa di un uomo che ha perso anche l’ultimo brandello di speranza,quella speranza ammantata di cinismo che nonostante tutto lo aveva sorretto per tutto il percorso fatto.
Un finale triste,desolante.
Così come desolante è tutta la storia raccontata da Liliana Cavani con immagini terribili,un vero pugno nello stomaco.
Un pugno negli occhi anche,perchè visivamente il film non risparmia nulla.


Solo la scena dello stupro è tralasciata,quasi a simboleggiare la differenza tra due stupri di differente portata,quello perpetrato ai danni di una città secolarmente sfruttata dai vari dominatori che si sono succeduti al potere e quello ai danni di una cittadina americana proprio da quei soldati che Malaparte aveva difeso,dicendo “Voglio bene agli americani, qualunque sia il colore della loro pelle, e l’ho provato cento volte, durante la guerra. Bianchi o neri, hanno l’anima chiara, molto più chiara della nostra.
Voglio bene agli americani perché sono buoni cristiani, sinceramente cristiani. Perché credono che Cristo sia sempre dalla parte di coloro che hanno ragione. Perché credono che è una colpa grave aver torto, che è una cosa immorale aver torto.
Perché credono che essi soli son galantuomini, e che tutti i popoli d’Europa sono, più o meno, disonesti. Perché credono che un popolo vinto è un popolo di colpevoli, che la sconfitta è una condanna morale, è un atto di giustizia divina.
Liliana Cavani chiama, a raffigurare Malaparte,a darne sfumature e dettagli,personalità e pensieri,un ottimo Mastroianni,che viaggia per tutto il film con un sorriso a metà strada tra il rassegnato e il comprensivo,il cinico e lo sconfortato.
Bravi anche Burt Lancaster (il Generale) che è uno yankee tutto di un pezzo,incarnazione di quell’America così ben descritta da Malaparte nel pensiero su citato,una ottima Claudia Cardinale e un altro giovanottone tipicamente yankee,Ken Marshall,ovvero il Tenente Jimmy Wren.
In ultimo segnalazione per il losco trafficante Marzullo,splendidamente interpretato da Carlo Giuffrè.
Un film da vedere,possibilmente in una serata in cui non si è di pessimo umore….

La pelle

Un film di Liliana Cavani. Con Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Burt Lancaster, Marta Bifano, Ken Marshall,Jacques Sernas, Cristina Donadio, Liliana Tari, Peppe Barra, Carlo Giuffrè, Jeanne Valérie, Nuccia Fumo, Linda Moretti, Alexandra King, Yann Babilee, Cristina Arnadio, Maria Rosaria Della Femmina, Gianni Abbate, Anna Maria Ackermann, Concetta Barra, Giselda Castrini, Antonella Cioli,
Giovanni Crosio, Antonio Ferrante, Giuliana Gargiulo, Elio Polimeno, Paolo Pieri, Bruno Parisio, Anna Walter, Dan Waddle, Bob Braun, Gene Tootle, Jack Flick, Marc Dyer, Brad Nimmo, Steve Reardon,Al Braun, Tomas Arana Drammatico, durata 133 min. – Italia 1981.

Marcello Mastroianni: Curzio Malaparte
Burt Lancaster: Generale Mark Clark
Claudia Cardinale: Principessa Consuelo Caracciolo
Ken Marshall: Tenente Jimmy Wren
Alexandra King: Capitano Deborah Wyatt
Carlo Giuffré: Eduardo Mazzullo
Yann Babilée: Jean-Louis
Jeanne Valérie: Principessa a Capri
Liliana Tari: Maria Concetta
Peppe Barra: Sarto
Cristina Donadio: Amica di Anna
Rosaria della Femmina: Amante di Jimmy
Jacques Sernas: Generale Guillaume
Giselda Castrini: Mafalda

Regia Liliana Cavani
Soggetto Curzio Malaparte
Sceneggiatura Robert Katz, Liliana Cavani
Produttore Renzo Rossellini jr., Alain Poiré
Musiche Lalo Schifrin, Roberto De Simone

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo.

“Non posso abbandonare i miei morti, Jimmy. I vostri morti ve li portate in America. Ogni giorno partono per l’America piroscafi carichi di morti. Sono morti ricchi, felici, liberi. Ma i miei morti non possono pagarsi il biglietto per l’America, sono troppo poveri. Non sapranno mai che cosa è la ricchezza, la felicità, la libertà. Sono vissuti sempre in schiavitù; hanno sempre sofferto la fame e la paura. Saranno sempre schiavi, soffriranno sempre la fame e la paura, anche da morti. E’ il loro destino, Jimmy. Se tu sapessi che Cristo giace fra loro, fra quei poveri morti, lo abbandoneresti?”
“Non vorrai darmi a intendere” disse Jimmy “che anche Cristo ha perso la guerra.”
“E’ una vergogna vincere la guerra” dissi a voce bassa.

Curzio Malaparte

maggio 7, 2018 - Posted by | Drammatico | , , ,

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