La vedova del trullo

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La vicenda si svolge in Puglia, in un paese della provincia di Bari; Nicola, sposato alla bella Maddalena, prepara i fuochi artificiali per i festeggiamenti del santo patrono.
Durante l’operazione, qualcosa va storto e l’uomo muore, lasciando la povera Maddalena senza sostentamento.
Le persone più importanti del paese decidono di aiutare la bella e piacente vedovella, offrendole come abitazione un trullo presente in paese, unico esemplare rimasto di un lontano passato; ma la soluzione è ovviamente temporanea, così il parroco del paese decide di assumere Maddalena come perpetua.

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La bella donna però si trasforma in un’insidia troppo grande per il parroco, che la manda a servizio da un ricco proprietario del paese, Don Calogero.
Il quale ha un figlio; Marco, in preda a tempeste ormonali e che ben presto si invaghisce della donna, dimenticando sia le lezioni private sia la fidanzatina; Maddalena, costretta dalle vicissitudini a dover accettare l’ospitalità di Don Calogero, del quale è diventata infermiera, è costretta così a dimenarsi nella scomoda situazione.

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A cambiare radicalmente le cose,arriva un evento fortuito; fuori dal paese vengono scoperte delle grotte, e sul posto si reca l’equipe del professor Granini; quando Maddalena lo conosce, ha un sussulto, perchè l’uomo in pratica è la fotocopia del defunto marito.
Mentre sono in corso i festeggiamenti per il santo patrono, essendo passato un anno dalla morte di Nicola, Maddalena decide di seguire il professore accettandone la corte, non prima però di aver ceduto al giovane Marco, che così, calmati i suoi bollori, può tornare finalmente dalla fidanzatina.

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Film senza particolari pregi, ma nemmeno indecoroso, La vedova del trullo, di Franco Bottari, è uno degli ultimissimi rappresentanti del filone della commedia sexy; uscito nel 1979, quindi in pieno declino del genere, pur contando su un robusto cast di comprimari, come Carotenuto, Montagnani, Giuffrè, è un filmettino che specula principalmente sulle doti fisiche della vera protagonista del film, la diva del Crazy horse Rosa Fumetto.

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La spogliarellista, poco dotata dal punto di vista recitativo, abbonda invece in scene di nudo, mentre il film ha pochi momenti divertenti, non staccandosi mai dallo stantio copione del figlio del padrone di casa che cerca la propria iniziazione erotica a spese della solita procace colf.
Poco riuscita anche la parte riguardante la location; la provincia di Bari assomiglia troppo, dal punto di vista sociale, agli stereotipi tipici degli anni settanta, troppe volte riportati quasi fossero verità.

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Gli attori, ovvero il trittico di comici/caratteristi fanno la loro parte con diligenza; divertente, as usual, Renzo Montagnani che riveste il doppio ruolo di Nicola e di Granini, mentre Giuffrè e Carotenuto mantengono il loro standard naturale

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La vedova del trullo, un film di Franco Bottari. Con Mario Carotenuto, Renzo Montagnani, Carlo Giuffrè, Rosa Fumetto, Nino Terzo
Erotico, durata 93 min. – Italia 1979.

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La vedova del trullo personaggi

Rosa Fumetto: Maddalena
Renzo Montagnani: Nicola / Il Professore Luigi Granini
Mario Carotenuto: Sindaco
Carlo Giuffrè: Parroco Don Bonifacio
Nino Terzo: Maresciallo dei Carabinieri

La vedova del trullo cast

Regia Franco Bottari
Sceneggiatura Franco Bottari
Produttore Francesco Paolo Prestano
Casa di produzione Sirus International Films
Fotografia Maurizio Salvatori
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Stelvio Cipriani

America 1929 sterminateli senza pietà-Boxcar Bertha

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Siamo in America, nel 1929, all’epoca della grande depressione.
Bertha è una ragazza diciottenne, che ha perso il padre e perciò si è data ad una vita errabonda, senza meta.
Durante il suo vagabondare, conosce Bic Bill Shelly, un sindacalista, con il quale ha una breve incontro sessuale, al termine del quale l’uomo la abbandona.
In seguito, la ragazza conosce un uomo di colore, un baro, del quale la ragazza diviene la spalla.

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Barbara Hershey  è ‘Boxcar’ Bertha Thompson

Ritrovato Bill, che è prigioniero in un bagno penale, la donna riesce a liberarlo, assieme ad un suo amico. Con l’aggiunta di un uomo di colore, la ragazza compone con loro un quartetto  che, influenzato dalle idee di libertà di Bill, decide di attaccare il padrone di una compagnia ferroviaria, reo agli occhi del quartetto di essere uno schiavista.
Una serie di fortunate rapine permette per qualche tempo al gruppo di sognare la vittoria, ma l’Fbi è sulle loro tracce……

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America 1929, sterminateli senza pietà, intitolato negli States Boxcar Bertha, è il secondo film di Martin Scorsese, diretto nel 1972 , film che precede Mean Streets, la sua prima opera di grande successo.
Si tratta di un film nel quale il regista mette già in mostra il suo straordinario talento, attraverso una visione lucida e resa visivamente senza mediazioni del periodo della grande depressione, seguita al crollo della borsa di Wall Street e che determinò anche il crollo della media borghesia americana, che vide di colpo annientate piccole e medie fortune, con conseguenze catastrofiche sopratutto fra la classe lavoratrice.

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Scorsese adattò per lo schermo il romanzo autobiografico di Bertha Thompson, Autobiografia di una vagabonda americana, raccontando non solo la crisi economica, ma anche la vita degli hobos, dei senza tetto e senza reddito, attraverso una visione ad ampio spettro di altri problemi sociali come il razzismo e l’emarginazione.
La storia di Bertha, che diviene ben presto un’odissea, attraverso la quale la ragazza passa dallo stato adolescenziale alla vita da adulta, diviene un paradigma di tante storie americane, vite vissute nell’illusione pre crollo di Wall Street attraverso il periodo della grande depressione fino al New deal, che trasformerà nuovamente l’America in una terra promessa.

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Bertha diviene immediatamente adulta, perchè alla morte del padre è costretta a fare i conti con i problemi sociali, che le impediscono di avere una vita normale; si prostituisce, quindi immediatamente entra nel mondo dei grandi, in cui alle favole si sostituiscono i problemi esistenziali, come il dover sopravvivere.
Il tutto dopo aver conosciuto Bill, che la rende adulta, uno strano tipo di sognatore che decide con lei di attaccare il potere, rappresentato dal cinico e spietato Sartoris, copia carbone dei tanti profittatori che uscirono dalla grande crisi ancora più ricchi di prima.

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Scorsese racconta le loro vite, quella di Bertha, di Bill, di Rake, il baro che nasconde la sua provenienza per paura di mostrare le sue origini, di Von Morton, il nero che rappresenta la parte più discriminata d’America, ovvero la gente di colore diprezzata solo per l’appartenenza al ceppo etnico che pure tanto collaborò alla nascita della grande nazione.
Storie che si intrecciano, con destini quasi simili, comuni a quelli di tanti, troppi americani costretti a fare i conti con il grande sogno americano infrantosi davanti alle logiche del potere e del profitto.

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Storie che si chiudono con personali sconfitte, come del resto diventa una sconfitta il sogno di vedere una società più giusta, in cui le pari opportunità diventino davvero realtà e non solo parole scritte sulla costituzione della più grande democrazia del mondo.
Ecco, Scorsese fa proprio questo; puntare il dito sulla differenza sostanziale tra la teoria dell’uguaglianza e la pratica della stessa, assolutamente divergente quando deve essere applicata.
Lo fa usando un linguaggio scenografico molto forte, non privo di pecche, ma duro e diretto.

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Un sistema che andrà sempre più perfezionando, riuscendo a diventare in seguito uno dei registi più attenti a cogliere le contraddizioni della società americana; America 1929 è proprio l’anticamera di questo modo di vedere la storia americana, attraverso vite di emarginati, di disillusi, di coloro che vivono vite spesso disperate ai margini della società dell’opulenza.
Se questo film ha dei punti deboli, e non poteva essere altrimenti, vanno ricercati nel sacro furore che Scorsese mette nella descrizione della società e delle vite dei protagonisti, usando sia un linguaggio molto aggressivo, sia una virulenza di immagini che spiazzano lo spettatore, costretto a confrontarsi con una storia cruda e drammatica in cui i perdenti lo sono davvero, in cui l’attacco frontale del regista si manifesta in una serie finale di sequenze molto crude con qualche limite di comprensibilità sopratutto nelle varie sequenze temporali.

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Il film, prodotto da Roger Corman, ha come protagonisti Barbara Herhsey e David Carradine, rispettivamente Bertha e Bill; i due attori si integrano alla perfezione, dando vita ad una coppia di personaggi di notevole spessore interpretativo.
La Hershey, che all’epoca del film aveva 24 anni, si cala perfettamente nel ruolo scomodo di Bertha, riuscendo a dare al suo personaggio un candore misto a disillusione di qualità elevatissima, come del resto fa David Carradine, alle prese con un personaggio romantico, sognatore ma allo stesso tempo cinico come quello di Bill.
L’uscita del film suscitò scalpore, per il realismo e la crudezza delle immagini; in Italia Tullio Kezich, all’epoca critico di punta del Corriere, definì Scorsese come uno dei “quattro giovani registi più promettenti del cinema americano d’oggi “. Una lungimiranza condivisa da quanti restarono affascinati dal nuovo modo imposto da Scorsese di raccontare la quotidianità, le vite comuni, il sociale di quel pianeta dalle molteplici facce che sono gli Usa.

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America 1929 – Sterminateli senza pietà,un film di Martin Scorsese. Con Barbara Hershey, John Carradine, David Carradine, Barry Primus,Bernie Casey
Titolo originale Boxcar Bertha. Drammatico, durata 97 min. – USA 1972.

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Barbara Hershey     …     ‘Boxcar’ Bertha Thompson
David Carradine    …     ‘Big’ Bill Shelly
Barry Primus    …     Rake Brown
Bernie Casey    …     Von Morton
John Carradine    …     H. Buckram Sartoris
Victor Argo    …     McIver 1
David Osterhout    …     McIver 2
Grahame Pratt    …     Emeric Pressburger
‘Chicken’ Holleman    …     M. Powell
Harry Northup    …      Sceriffo Harvey Hall
Ann Morell    …     Tillie Parr
Marianne Dole    …     Signora  Mailler
Joe Reynolds    …     Joe Cox

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Regia: Martin Scorsese
Soggetto:    Joyce Hooper Corrington e John William Corrington
Sceneggiatura:     Martin Scorsese
Fotografia:    John M. Stephens
Montaggio:     Buzz Feitshans
Musiche:     Gib Guilbeau e Thad Maxwell
Scenografia:     Walter Starkey

Un Robin Hood americano: Bill, un sindacalista perspicace che ruba ai ricchi per aiutare i poveri, futuro martire di una società prevenuta ed ancora conservatrice per alcune sue maniere. Altri tre ragazzi l’accompagnano (come se fossero i dodici apostoli con Gesù), e sono: la sua ragazza “puttana” interpretata dalla brava Barbara Hershey, un “negro” e da un “vigliacco” giocatore di poker. Martin Scorsese già dimostra di essere un grande come regista e Corman (produttore) c’azzecca sempre, non c’é niente da fare…

Sullo sfondo polemico di un periodo di crisi dell’America, questa storia trasmette ironia, ribellioni, riflessioni e tragedie. Opera intelligente del giovane Scorsese che sfrutta bene l’occasione di “raccomandazione” offertagli da Roger Corman. Filone politico di un ambientalismo ostile alla razza nera e a quella “rossa”. Ottimi risvolti che denotano un film sopra le righe anche grazie ad un cast all’altezza. Nel finale si intravedono le capacità di uno dei registi che sarà destinato a rimanere parte della storia del cinema.

Mi ha sorpreso. Credevo di assistere ad un film di genere gang scontato e noioso. Invece ho assistito ad una bellissima storia, che tocca tematiche importanti e ci fa notare coma gli Usa di quei tempi fossero il contrario della democrazia. Ci finiscono tutti, sotto i colpi della polizia intollerante: comunisti, neri ed ebrei. Bravi gli attori, soprattutto la Hershey. Scorsese si dimostra un cineasta superbo.

Secondo lungometraggio di Scorsese, che con i soldi di Roger Corman e della AIP gira in economia seguendo la più consolidata formula del maestro della serie B. Un gangster movie secco e molto violento con protagonista la bravissima e bellissima Barbara Hershey nella parte di Boxcar Bertha, che rimasta orfana dopo la morte del padre si dà alla vita da fuorilegge insieme ad un sindacalista (David Carradine che recita insieme al padre John) e ad un giocatore d’azzardo (Primus). Tante le sparatorie e molto sangue fino allo straziante finale del treno.

La seconda opera di Scorsese mostra già le grandi capacità di questo regista che esplora le tematiche tipiche dei suoi film, una su tutte la violenza insita nella società americana (ma non solo) e tratteggia una galleria di perdenti che resta nella memoria. Bello, avvincente e soprattutto intenso. Sconosciuto ai più, va decisamente recuperato.

Dal romanzo autobiografico di Bertha Thompson, un truce affresco degli USA negli anni della Grande Depressione e il suo portato di povertà, sospetto, odio xenofobo, sindacalismo sovversivo e violente reazioni padronali. Spinti dalla saldissima regia di Scorsese, Hershey e Carradine jr. entrano a buon diritto nella lunga galleria di antieroi romantici del cinema americano; Carradine sr. concede un aristocratico cameo. Si scorgono analogie con Il clan dei Barker di Corman che, non a caso, lavora qui in veste di produttore.

 

La sorella di Ursula

La sorella di Ursula locandina

In un albergo situato sulla costiera amalfitana, arrivano due sorelle; la prima, Ursula, una bella ragazza, sembra in preda a qualche particolare trauma subito in passato.
Ha un comportamento ambiguo, sembra vedere nel futuro squarci di avvenimenti.
Sua sorella Dagmar, pur preoccupata, non da peso alla cosa.

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Ma ben presto una serie di misteriosi omicidi turba la quiete dell’albergo, che in realtà nasconde qualcosa.
Sarà un poliziotto che si spaccia per un tossico dipendente a scovare il misterioso assassino e a scoprire che all’interno dell’albergo avviene un traffico di droga.
Sintesi di un film assolutamente da dimenticare; siamo di fronte ad uno degli ultimi thriller degli anni settanta, uscito quando il genere era ormai avviato al tramonto.

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La regia di Enzo Milioni appiattisce ancor di più il film, di per se non sorretto da una sceneggiatura accettabile; diventa quindi fondato il sospetto che il film altro non fosse che un erotico mascherato da thriller.
Si, perchè è proprio l’eros a farla da padrone; sono numerose le scene di sesso presenti nel film, alcune davvero ai limiti dell’hard.
Una delle scene per esempio vede protagonista un fallo di dimensioni notevoli, che l’assassino usa per punire ritualmente le sue vittime.
Ma il film non possiede nerbo, e ben presto si spegne dietro la sequenza degli assassini in cui vediamo il killer avvolto dall’oscurità in qualsiasi momento, un espediente che la dice lunga sull’inventiva del regista.

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Così si scivola verso il finale, tra un amplesso e un nudo, mentre l’identità dell’assassino viene svelata senza provocare nessun sussulto, tanto diventa lapalissiana la sua figura di killer che uccide per motivi legati a traumi adolescenziali.
Se c’è un motivo per vedere il film, a parte la conturbante bellezza di Barbara Marzano, l’unica a elevarsi sulla soglia della dignità, è la splendida location del film.

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Girato nella bellissima Ravello, località fiabesca della costiera amalfitana,il film mostra parti di paesaggio che quantomeno fanno conoscere Amalfi, la stessa Ravello, attraverso una fotografia che ha il pregio, quanto meno, di essere molto chiara.
Il resto del film è davvero poca cosa, sia per la sceneggiatura davvero da brividi (in senso negativo) sia per la sciatteria e l’insulsaggine dei dialoghi, oltre a mostrare crepe vistose nelle sequenza temporali.

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A completare l’opera una colonna sonora pesante, in cui il sax la fa da protagonista senza creare un minimo di atmosfera.
Peccato, perchè se è vero che la trama dell’omicida traumatizzato puzzava di stantio, l’aver scelto un posto cosi bello come la zona di Amalfi avrebbe potuto creare contrasti molto forti tra la bellezza del paesaggio e la crudezza delle morti.
Alla fine, resta solo una quantità industriale di nudi.
E qualcuno si sarà consolato almeno con essi.

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La sorella di Ursula, un film di Enzo Milioni. Con Marc Porel, Stefania D’Amario, Antiniska Nemour, Barbara Magnolfi,Anna Zinnemann, Vanni Materassi, Yvonne Harlow, Giancarlo Zanetti
Erotico, durata 92 min. – Italia 1978

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Barbara Magnolfi     …     Ursula Beyne
Stefania D’Amario    …     Dagmar Beyne
Vanni Materassi    …     Roberto
Marc Porel    …     Filippo / Gianni Nardi
Anna Zinnemann    …     Vanessa
Antiniska Nemour    …     Jenny
Yvonne Harlow    …     Stella Shining

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Regia Enzo Milioni
Soggetto Enzo Milioni
Sceneggiatura Enzo Milioni
Produttore Armando Bertuccioli
Casa di produzione Supercine
Fotografia Vittorio Bernini
Montaggio Francesco Bertuccioli
Musiche Mimì Uva
Tema musicale Eyes performed by Yvonne Harlow
Scenografia Italia Verdelli
Costumi Anna Onori
Trucco Carlo Sindici

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Incontro d’amore-Bali

Incontro d'amore Bali locandina

Strano destino quello di questo film: girato da Ugo Liberatore nel 1970 con il titolo emblematico di Bali, nel 1972 uscì nei cinema con il titolo di Incontro d’amore e ancora successivamente come Incontro d’amore a Bali.
Della stesura originale del 1971 restava l’impianto generale, ma al film vennero aggiunte sequenze iniziali dirette da Paolo Heusch, che in teoria dovevano servire per completare la trama, ma in realtà aggiunsero ben poco al film, se non l’elemento torbido rappresentato dalla presenza di alcune scene di nudo girate da Ilona Staller, con lo pseudonimo di Elena Mercury.

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Laura Antonelli

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Scena presente solo nella seconda versione; Ilona Staller

La Staller in pratica prese il posto della Antonelli, che nella prima versione era la protagonista principale del film.
Il montaggio definitivo pur non snaturando il film, non aggiunse gran che al senso generale del film, limitandosi a proporre delle sequenze in cui viene in qualche modo esplicato il rapporto tra i due coniugi protagonisti del film.
La vicenda parte, nella versione definitiva, con l’omicidio da parte di Carlo di sua moglie Daria e il successivo arrivo della polizia; al commissario che chiede il perchè dell’assassinio, Carlo racconta la sua storia.

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Lui e Glenn, scrittori, partono per l’isola di Bali dove Carlo si diletta in fotografia e con l’amico partecipa alla stesura di un libro.
Glenn, in profonda crisi spirituale, trova in un bramino conforto per la sua anima, nonostante le benevole prese in giro dell’amico.
Sull’isola arriva Daria, la splendida moglie di Carlo, che ben presto inizia a provare simpatia e qualcos’altro per il giovane tormentato. arrivando alla fine ad offrirsi fisicamente pur di distoglierlo dagli strani pensieri che il giovane ha.
Tutto inutile, perchè alla fine, con la morte del bramino, anche Glenn subirà la stessa sorte.
Ritornato a casa,Carlo ucciderà la moglie, sopraffatto dalla gelosia e si ucciderà davanti agli occhi esterrefatti del commissario tagliandosi la gola con un frammento di vetro.

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John Steiner è Glenn

Incontro d’amore è un film che ha nell’ambientazione la sua parte migliore; lo splendido scenario dell’isola di Bali supplisce in qualche modo alla storia, francamente scontata e alla banalità dei dialoghi; il film è monotono, a tratti davvero noioso, non fosse per gli scenari intriganti che accompagnano la vicenda.
Così tra templi indù, lunghe pause e scenari esotici, si dipana la vicenda, fino al finale che ovviamente conosciamo tranne che per la parte che riguarda il suicidio di Carlo;

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chi ha avuto modo di vedere la prima stesura del film, non resta ovviamente disorientato dal passaggio del personaggio di Daria dall’interpretazione della Staller a quella della Antonelli. Viceversa immagino cosa abbia provato lo spettatore non al corrente dello stratagemma.
Gli attori svolgono diligentemente il loro ruolo; assolutamente ingiudicabile la Staller, che resta in scena pochi minuti, ripresa in volto per pochi fotogrammi, bene la Antonelli, assolutamente splendida, mentre Steiner che interpreta Glenn cerca di dare una profondità spirituale al suo personaggio con alterne fortune. Viceversa Umberto Orsini se la cava dignitosamente.Il commissario è interpretato da un sobrio Ettore Manni, mentre le musiche sono ben costruite da Giorgio Gaslini.

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Un film non memorabile di Ugo Liberatore, che veniva dal grande successo dell’altrettanto esotico Bora Bora; in questo caso, il fiasco al botteghino, si trasformò in una battuta d’arresto che vedrà la sua carriera in declino, con la parziale eccezione di Nero veneziano.

La pellicola è disponibile in un’ottima versione digitale di circa 700 mega,in italiano, ai seguenti link:

https://ultramegabit.com/file/details/lfDMOpDWeuI/Incont.part1.rar
https://ultramegabit.com/file/details/X6z591Nj0Y0/Incont.part2.rar
https://ultramegabit.com/file/details/vnDnYGBEe2U/Incont.part3.rar

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Incontro d’amore – Bali un film di Ugo Liberatore, Paolo Heusch. Con Ettore Manni, Umberto Orsini, John Steiner, Laura Antonelli, Ilona Staller, Carla Mancini, Petra Pauly
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1970.

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John Steiner … Glenn
Laura Antonelli … Daria
Umberto Orsini … Carlo
Petra Pauly … Brigitte
Johannes Schaaf … Bradford
Ettore Manni … Commissario di polizia
Lydiawati … Tillem

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Regia:Paolo Heusch, Ugo Liberatore
Sceneggiatura:Fulvio Gicca Palli,Pier Giuseppe Murgia,Ottavio Alessi,Ugo Liberatore
Produzione:Eliseo Boschi,Luggi Waldleitner
Musiche:Giorgio Gaslini
Montaggio:Giancarlo Cappelli,Lisbeth Neumann
Fotografia:Roberto D’Ettorre Piazzoli,Angelo Lotti
Production Design :Marilù Carteny,Andrea Crisanti,Gianni Scolari

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Dopo aver girato lavori come Bora Bora (ambientato nell’oceano Pacifico) o Il sesso degli angeli (trama: tre belle ragazze su una barca nel mare – fine), non esattamente grandi successi di pubblico nè di critica, Ugo Liberatore insiste con i suoi scenari prediletti in questo Bali, noto anche come Incontro d’amore: bastava il primo titolo. Il secondo è melenso e fuorviante, perchè la parte romantica della trama è blanda e neppure troppo importante ai fini della storia, che di partenza vorrebbe essere un dramma, ma ben presto finisce per divenire una cartolina esotica abbastanza patinata con accenni di erotismo a base di personaggi dalle vaghissime velleità intellettuali. Il fatto che in pratica si stia parlando di due film, comunque, cambia poco la materia del discorso; due film, sì: uno è quello effettivamente diretto da Liberatore, l’altro è costituito dagli inserti posizionati qua e là da Paolo Heusch e girati in Italia, su richiesta della produzione pesantemente insoddisfatta dalla pellicola licenziata dal primo. Heusch conferisce così alla trama un tocco di poliziesco che a ben guardare non guasta; il problema è però che la sceneggiatura di Ottavio Alessi (unico accreditato sui titoli di testa) fa in ogni caso acqua da tutte le parti. Anche gli interpreti, pur non disprezzabili in sè, non convincono granchè, forse non convinti della bontà del prodotto loro per primi; si parla di John Steiner, Umberto Orsini, Laura Antonelli (strasplendida, poco da aggiungere) ed Ettore Manni; la cosa senza dubbio migliore nel complesso è l’ariosa colonna sonora firmata da Giorgio Gaslini. Liberatore girerà un altro paio di pellicole prima di desistere e tornare a ciò che sapeva meglio fare, cioè le sceneggiature

L’opinione del sito http://www.cinetecadicaino.blogspot.com

Incontro d’amore (Bali) si ricorda per un’ambientazione perfetta e una suggestiva fotografia, non certo per una sceneggiatura sfilacciata e zeppa di buchi, per una storia che presenta molte incongruenze, giustificate con grande fatica da Ottavio Alessi. La stupenda scenografia balinese supplisce alla pochezza del soggetto, monotono, montato con compassata lentezza, tra lunghi silenzi, scenari esotici, templi indù, riti magici, inutili passeggiate tra giungla e oceano. Tecnica di regia indonesiana molto suggestiva, a metà strada tra il reportage naturalistico e la fiction, grande uso dello zoom con particolari degli occhi in primissimo piano, come se fossimo in un western di Sergio Leone. Parte romana più anonima, a parte una bella panoramica della città eterna che scorre sui titoli di testa e le sequenze truci dopo le brevi parti erotiche. Il genere passa dal mondo movie all’esotico – erotico, senza soluzione di continuità, ma grazie alla parte romana contamina persino il thriller con elementi di horror metropolitano e suggestioni magiche.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Undying

Titolo ripescato dal dimenticatoio verso il 2000, sottoforma di VHS, dalla infaticabile Shendene & Moizzi (della quale i cultori del cinema italiano sentono la mancanza). In effetti, pur essendo fascinosa l’ambientazione esotica e piacevole la presenza di attori scafati (nonché aggraziati), si fa fatica a sopportare – per intero – lo sviluppo di un plot drammatico che sfiora, in più contesti, la noia generata dalla banalità di situazioni (e dialoghi) e da una trama confusa e poco chiara. Solo per appassionati del cinema “segreto” italiano.
Il Gobbo

Liberatore, dopo Bora Bora tenta il bis esotico-erotico, ma poco erotico e più mistico-intellettuale: fiasco. Allora il produttore Bini fa girare a Paolo Heusch un prologo e un epilogo, con Cicciolina a “controfigurare” (le virgolette hanno un perché non svelabile) la Antonelli, e rimonta il film di Liberatore. Insomma, caos totale, fra locations notevoli, pretenziosità, ma poco pelo: questa è la versione che circola, il director’s cut appare verosimilmente palloso, ma forse più intrigante… Citato in Io sono un autarchico!
Homesick

Esotico, mistico e piuttosto fiacco. Spiccano comunque la bellezza ancora pudica della Antonelli e quella più selvaggia della Pauly, oltre ad una bellissima Elena Mercury-Ilona Staller nelle scene aggiunte da Paolo Heusch. Orsini è sempre molto professionale e Steiner incarna con convinzione la figura dell’occidentale in crisi mistico-esistenziale. Sensualmente avvolgenti le musiche di Gaslini; suggestiva la cornice balinese.
Daidae

Stupenda ambientazione esotica e ottime scene erotiche (anche se è palese l’uso della controfigura nelle scene più spinte). Film non eccezionale ma che si può digerire benissimo (non aspettatevi però chissà cosa). Ripescato dopo anni di oblio e passato anche in tv regionale.

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La notte dell’alta marea

La notte dell'alta marea locandina 1

Richard Butler è un maturo e affascinante direttore di un’agenzia pubblicitaria; don Giovanni impenitente, vive separato da sua moglie.
Un giorno casualmente incontra l’androgina Diana, enigmatica ragazza alla ricerca di un lavoro.
Richard, colpito dalla personalità magnetica della ragazza, le offre un lavoro, e contemporaneamente cerca di sedurla.
Ha inizio così un gioco delle parti, in cui il cacciatore, Richard, vede la sua preda sfuggirgli con ogni sotterfugio.
La ragazza inizia a fare il classico gioco del gatto con il topo, così Richard ormai preso nella trappola, si scopre attratto in maniera fatale dalla donna.

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A sistemare il tutto arriverà una salutare trasferta in un’isola, dove i due separeranno le loro vite per sempre; Richard avrà alla fine una notte d’amore con la bella Diana, mentre la stessa convolerà a giuste nozze con un giovane.
Luigi Scattini elabora un romanzo di Todisco, Il corpo, e lo trasforma in un film, La Notte dell’Alta Marea, che purtroppo ha pochi pregi e tanti difetti.
Il principale è la scelta dei protagonisti, Anthony Steel e Annie Belle; come racconta il regista nel suo blog, luigiscattini.wordpress.com, i protagonisti principali dovevano essere Marcello Mastroianni e Dalila Di Lazzaro.
Venuti a mancare loro, per una serie di problemi, Scattini dovette accontentarsi di Steel e Annie Belle, con conseguenze irreparabili.

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Se Steel appiattisce il personaggio di Richard attraverso una recitazione monocorde e a tratti irritante, la Belle fa di peggio, rendendo il personaggio di Diana gelido come un ghiacciolo consumato al Polo Nord.
Così, venuti a mancare i presupposti principali, ovvero la capacità degli attori di trasmettere un minimo di emozione, il film scorre senza alcun sussulto fino alla fine, appiattendosi in maniera totale.

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Annie Belle

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E a nulla valgono i tentativi del bravo Scattini di recuperare le cose attraverso la sua indubbia abilità nel presentare i paesaggi, che dovrebbero fare da contorno ad una storia di per se già vita e francamente poco attraente.
Così i paesaggi magici della Martinica, quelli splendidi del Canada, finiscono per essere l’unica attrattiva del film; a parte la colonna sonora di Timmy Thomas, autore della hit Why can’t we live together, scritturato per armonizzare il film e dargli un sottofondo esotico, non si riesce a trovare altro pregio nel film.

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Pam Grier

Che, ripeto, naufraga per colpe non imputabili al regista, che fa del suo meglio; ma Steel è davvero impresentabile e la Belle, che non ha mai avuto nella recitazione il suo punto di forza, riesce ad essere attraente solo quando si spoglia.
Bene invece Pam Grier, all’epoca poco conosciuta e bene anche Giacomo Rossi Stuart, sempre professionale e inappuntabile.
Per questa storia ci sarebbe stato bisogno di un’attrice con una personalità magnetica, capace di sedurre e attrarre lo spettatore; viceversa la platinata attrice francese appare talmente monocorde da indurre la sonnolenza piuttosto che un risveglio dei sensi.

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Scattini, che veniva dal controverso Blue nude e dal grande successo dei due film con la splendida Zeudi Araya, Il corpo e La ragazza dalla pelle di luna, chiude così in maniera anonima una carriera sicuramente dignitosa, in cui aveva messo in mostra qualità di rilievo.
La stessa Annie Belle si riciclerà in seguito nel cinema regionale, anche se non mancherà di apparire in alcune buone produzioni; Anthony Steel viceversa troverà un filone fertile nella tv, per la quale girerà delle fiction, fino alla sua morte avvenuta nel 2001 a Londra.

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In definitiva un’occasione sprecata, visto che il tema trattato, affidato ad un cast di ben altro tipo, avrebbe ottenuto il risultato di attirare lo spettatore su una storia deja vu, certo, ma non priva di fascino.
La notte dell’alta marea, un film di Luigi Scattini. Con Anthony Steel, Annie Belle, Pam Grier, Hugo Pratt, Giacomo Rossi Stuart, Gerardo Amato
Drammatico, durata 90 min. – Italia, Canada 1977.

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La notte dell'alta marea banner personaggi

Anthony Steel     …     Richard Butler
Annie Belle    …     Diana
Hugo Pratt    …     Pierre
Pam Grier    …     Sandra
Giacomo Rossi-Stuart    …     Guida
Alain Montpetit    …     Fotografo
Gerardo Amato    …     Philip

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Le frisson des vampires (Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi)

Le frisson des vampires locandina

Nel castello di due cugini arriva la bella Isa in compagnia di Antoine, suo marito. I due si sono appena sposati ( difatti lei indossa ancora l’abito nuziale), e intendono fermarsi a salutare i due che la ragazza non vede da quando era bambina.
Giunti al castello, vengono accolti da una strana donna, Isabelle, che racconta loro della morte dei due, che sono stati entrambi suoi sposi.

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I due, nonostante la brutta notizia, decidono di fermarsi al castello, nel quale dimorano anche due belle ragazze, Maid e Isolde.
In realtà i due cugini non sono morti, perchè sono due vampiri, che vivono come tutti i rappresentanti della loro specie esclusivamente di notte, aiutati dalle due conturbanti ragazze.

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Isabelle è anch’essa una vampira, e utilizza il suo potere per sedurre la ragazza; così, tra una messa nera in un cimitero, con Antoine che si rende conto del pericolo e i due vampiri che si apprestano a fare la festa a Isa, si arriva alla fine, quando Antoine tenta inutilmente di liberare la sua sposa dal gioco dei diabolici vampiri.
Le frisson des vampires, titolo originale del film di Jean Rollin, modificato con una buona dose di fantasia in Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi, sopratutto con il chiaro intento di depistare l’innocente spettatore, è uno dei film più brutti in assoluto dedicati ai vampiri.

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Sandra Julien

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A parte la trama, che raccontata così sembra quasi credibile, mentre in realtà non lo è affatto, perchè bisogna districarsi tra realtà, immaginazione e false piste, il film è ammorbato da una pestifera colonna sonora rock/psichedelica, che, unita alla lentezza esasperante del racconto, finisce per fare addormentare il malcapitato spettatore sul luogo che ha scelto per assistere alla proiezione.
Disomogeneo, confuso, noioso, Les frisson de vampires si segnala per i nudi della bella e inespressiva protagonista, Sandra Julien, e per una serie di trovate che alcuni cultori del trash hanno sempre giudicato geniali, come la scena imbarazzante della vampira che allo scoccare della mezzanotte esce invece che dalla tomba da un pendolo, il tutto colorato da una fotografia a tratti sinistramente assomigliante a quella del grande Mario bava, a cui Rollin sicuramente deve un largo tributo.

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Il guaio è che la lentezza dl film, davvero esasperante, si unisce a dei non sense che vengono praticamente replicati per tutto il film, che conta non più di 9 attori, peraltro alle rpese con dialoghi surreali quando non imbarazzanti.
Rollin, furbissimo, tiene viva l’attenzione dello spettatore attraverso un largo uso di nudi femminili; si spogliano tutte, le protagoniste del film.
Si spoglia Sandra Julien, ed è quanto meno un bel vedere, si spogliano le due ragazzotte, si spoglia anche la vampira, e questo è un male visto che è una visione davvero poco confortante.

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Per tutta la durata del film si sguazza tra la noia, la sorpresa in negativo, perchè non accade nulla, sopratutto di quello che il titolo fuorviante italiano promette; non c’è violenza, anzi, l’unica è quella esercitata sullo spettatore, visto il risultato finale.
La vergine, ovvero Isa, tale rimane fino alla fine, deludendo chi sperava in soluzioni erotiche diverse; a parte delle caste scene saffiche, degne di uno studio di posa, tanto sono artefatte, di scene sexy nemmeno l’ombra.

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I morti viventi, come abbiamo letto, non sono zombie alla Romero, ma due vampiri che non suscitano terrore o orrore quanto una liberatoria risata; i due protagonisti, gli attori Jacques Robiolles e Michel Delahaye, vestono come due fricchettoni invitati ad un party a base di acido, parlano come due dementi e si muovono come tali.
E non solo per l’idiozia dei dialoghi, bensi per proprie carenze interpretative.

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Insomma, se a qualcuno capitasse la recensione di un fanatico di Rollin, verrebbe il dubbio che chi vi scrive sia affetto da qualche problema; allora, per togliervi ogni dubbio, provate a vedere il film e fatemi sapere.
Però non ditemi che non vi avevo avvisato.
Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (Les frisson des vampires), un film di Jean Rollin, con Sandra Jullien, Michael Delahaye, Nicole Nancel, Jacques Robiolles, Catherine Tricot, Marie Pierre Tricot ,Horror, Francia 1970

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Le frisson des vampires banner protagonisti

Sandra Julien- Isla
Jean-Marie Durand – Antoine
Nicole Nancel – Isabelle
Dominique -Isolde

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Regia:Jean Rollin
Sceneggiatura:Monique Natan,Jean Rollin
Musiche:Groupe Acanthus
Montaggio:Olivier Gregoire
Distribuzione:Les Films ABC

Il mix erotismo horror, per quanto poco energico (siamo all’inizio dei “Seventies”), funziona soprattutto nel finale, nell’edizione insertata con estratti derivati da altra pellicola. Rollin predilige un clima ad effetto sedativo, in grado cioè di obnubilare la ragione e, in primis, la storia; che si sviluppa in maniera indistinta a causa, essenzialmente, della carenza di mezzi e del difetto dato da interpretazioni disastrose. Lento e a sublimazione di uno stato d’apatia cronica, che si sviluppa dal primo minuto di visione sino al finale.

Titolo assai rappresentativo dello stile di questo bislacco cineasta, e del suo catalogo di ossessioni e ascendenze colte tradotte in una filmografia indefinibile, fra l’autoriale e il regista della domenica a seconda del punto di vista (o dell’umore dello spettatore). Le trame non sono mai state una preoccupazione, i dialoghi sono preoccupanti, ma fra uno sbadiglio e l’altro Rollin indovina sequenze che lasciano di stucco (celebre la vampirazza bona che esce dall’orologio, idea che tornerà). Cut la versione italiana. Per amatori!

Titolo italiano roboante per un pacco di proporzioni cosmiche. Lento, presuntuoso, comico senza volerlo e triste quando invece vuol far ridere. Fotografia satura virata sul rosso, musica clone dei Pink Floyd, protagonisti maschili insopportabili nella parte dei cugini “vampiri borghesi”. Meglio la sposa Jullien e le due assistenti nane, queste almeno sempre o quasi nude. Un horror che non fa paura, un porno senza sesso. Il per certi versi avvicinabile (nel tema) Vampyros Lesbos di Jess Franco è di tutt’altro pianeta. Pessimo.

Film di suggestioni visive ottenute con un uso del colore anomalo che esalta le atmosfere gotiche di cui la pellicola è satura. Tutto ciò sopperisce ad un trama confusa ed ad una recitazione dilettantesca. Il risultato è incerto, sempre in bilico tra il film d’autore e lo z-movie. Spiazzante l’interpretazione dei due vampiri, assolutamente fuori dagli schemi del genere, che aggiunge un tocco surreale forse non voluto. A suo modo un film unico nel suo genere.

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La morte ha sorriso al suo assassino

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Una donna, Greta von Holstein, mentre è su una carrozza, ha un incidente; la ragazza, sbalzata dall’interno, picchia il capo e subisce un trauma con relativa perdita di memoria.
Greta assomiglia in maniera incredibile ad una donna, sua omonima, che si è vista per un attimo ad inizio film; il suo volto appare su una lapide, davanti alla quale c’è un uomo che piange.
Soccorsa dai padroni di una villa, i coniugi Walter  ed Eva  von Ravensbrück,la ragazza viene ospitata nella villa, dove risiede il dottor Sturges, che la cura e ne resta turbato; l’uomo, che conduce misteriosi esperimenti sulla resurrezione, resta particolarmente colpito da un medaglione-amuleto che Greta porta al collo.

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Greta si risveglia dopo l’incidente

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Eva Aulin è Greta

Nel frattempo la venuta di Greta sembra alterare in qualche modo gli equilibri della casa e delle vite dei suoi abitanti; parallelamente iniziano ad accadere strane cose.
Una cameriera della villa decide di licenziarsi, e si allontana in fretta dalla stessa, ma viene raggiunta e barbaramente trucidata con una fucilata in pieno volto.
Tra i coniugi von Ravensbrück iniziano i primi problemi; sia Walter,sia Eva, si invaghiscono della bellissima e impenetrabile Greta.Il rapporto a tre prosegue per qualche tempo, fino a quando Eva, accortasi della relazione di Greta con Walter, spinta dalla gelosia, con un tranello porta la ragazza nei sotterranei della villa, dove la mura viva.
La scomparsa della ragazza allarma Walter, che tuttavia deve prendere atto della situazione, e nonostante l’arrivo della polizia, ben presto il tutto arriva ad una fase di stallo.

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Gli esperimenti del dottor Sturges

Ma le sorprese stanno per iniziare:una sera nella villa Walter e Eva organizzano un ballo in maschera, durante il quale ecco apparire una donna che ha le stesse fattezze di Greta.
La quale insegue Eva e le mostra il suo volto che all’improvviso si trasforma in un orribile teschio; sconvolta, Eva si getta dal terrazzo della villa.
La morte arriva a colpire Walter, che viene ucciso e appeso come un animale squartato ai ganci della stalla, mentre il padre di Walter, che in realtà è il marito di Greta, viene lasciato morire rinchiuso in una tomba.

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Morte della cameriera…..

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… e dell’assistente di Sturges

Muore anche un servitore della villa, ucciso a coltellate; il commissario che intanto indaga sulle misteriose sparizioni e sulle morti, rinviene l’amuleto e decide di farlo esaminare da uno studioso.
Quest’ultimo rivela che l’antico amuleto serviva agli inca come parte di un rituale atto a far resuscitare i morti.
Il commissario decide di far visita al fratello di Greta, che si stava occupando del caso; ma lo rinviene morto.L’uomo infatti è stato ucciso proprio da Greta che gli ha lanciato contro il volto un gatto.
La soluzione del rebus è singolare; Greta era morta di parto anni prima, ma suo fratello la aveva richiamata in vita proprio grazie all’amuleto; ma quando il commissario si reca a trovare Greta nella sua tomba, scopre che è vuota………..

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La misteriosa Greta

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…mette in atto le sue arti di seduzione nei confronti di Eva

La morte ha sorriso all’assassino, girato da Aristide Massaccesi con il suo vero nome, è un horror/thriller girato nel 1972; pasticciato, a tratti quasi indecifrabile, mostra cose egregie (la solita mano di Massaccesi, abile e scaltra) a soluzioni tirate per i capelli, quasi un espediente per allungare il brodo e renderlo digeribile.
Il che accade solo a tratti; se la trama horror ha una sua logica, la ha meno la sceneggiatura, spesso lacunosa e incomprensibile; tuttavia il regista, abilmente, ci mette il suo mestiere riuscendo a tirar fuori un prodotto finito se non degno di rilevanza quanto meno non infame.
Il cast raggiunge a mala pena la sufficienza, essendo male assortito; a disagio Luciano Rossi, Klaus Kinskj appare come un corpo estraneo. Un tantino meglio Eva Aulin, che sopperisce con la sua bellezza, strappando però a mala pena la sufficienza.

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Eva Aulin

Un film decisamente in tono minore, arruffato, con pochi momenti brillanti, legati alle improvvise trasformazioni di Greta; il tutto condito da qualche blanda scena erotica con protagoniste la bella Aulin, che interpreta Greta e Angela Bo, che interpreta Eva.

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Klaus Kinski

La morte ha sorriso all’assassino,un film di Aristide Massaccesi. Con Klaus Kinski, Ewa Aulin, Giacomo Rossi Stuart, Attilio Dottesio,Marco Mariani, Fernando Cerulli, Giorgio Dolfin, Carla Mancini, Angela Bo, Luciano Rossi
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.

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L’orrenda trasformazione di Greta

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Nel sepolcro

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Morte del fratello di Greta

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Ewa Aulin: Greta von Holstein
Klaus Kinski: dottor Sturges
Angela Bo: Eva von Ravensbrück
Sergio Doria: Walter von Ravensbrück
Attilio Dottesio: ispettore Dannick
Marco Mariani: Simeon
Luciano Rossi: Franz
Giacomo Rossi Stuart: dottor von Ravensbrück
Fernando Cerulli: professor Kempte
Pietro Torrisi: assistente muto del Dr. Sturges


D’Amato cava sangue dalle rape, ma sempre rape rimangono. Lento, per arrivare a metraggio decente, impreziosito da fotografia splendida (molte le inquadrature dal basso) e da carezzevoli musiche di Berto Pisano (forse si sente pure il flicorno). Molta eco da Poe. Un po’ buffa l’ambientazione teutonica in un’orgia di… pini marittimi. I migliori sono Kinski e Dottesio (doppiato da Cigoli). La Aulin è, come spesso avviene, talmente candida da sfociare nel perverso

Esordio (ufficiale) in regia per Massaccesi, dopo una lunghissima gavetta come tuttofare nell’ambiente del cinema, ed unico film siglato con il suo vero nome (a fronte di un incalcolabile numero di pseudonimi). Si tratta di un horror gotico, con momenti di violenza grafica molto forti per l’epoca, come un volto sfigurato da un coltello, un cadavere sbudellato e una fucilata in faccia. La trama piuttosto contorta e confusa non preclude al regista la possibilità di portare sullo schermo buone sequenze di tensione e di erotismo.

Mentre tecnicamente qua e là qualcosina funziona (ma giusto qualcosa), dal punto di vista narrativo le cose non funzionano assolutamente: la storia, infatti, è confusionaria e farraginosa ma soprattutto sconta un ritmo molto lento che nemmeno un finale a sorpresa, anche se non troppo, riesce a risollevare. Solo per i fan del regista e, forse, nemmeno loro apprezzeranno.

Interessante gotico pieno di enormi pregi, ma con qualche difetto non indifferente. Tra i pregi ricordiamo l’ottima regia, la bellissima fotografia, la notevolissima colonna sonora e il buon cast. Tra i difetti invece abbiamo una storia lenta e sconclusionata, che fatica moltissimo ad ingranare e che non riesce assolutamente ad appassionare. Non mancano le scene splatter, a tratti fin troppo esagerate. Il finale verrà ripreso da un horror americano di poco successivo.

Storia horroromantica, dove la bellissima Ewa Aulin seduce tutti, spettatore compreso, con la sua dolcezza carica di sensualità all’inverosimile. Atmosfera morbida e torbida allo stesso tempo, condita da uno splendido tema musicale, perfetto per questo prodotto. Certo, la sceneggiatura alcune volte barcolla, ma l’insieme gustoso degli splendidi costumi e della suggestiva ambientazione, compensa adeguatamente le mancanze. Lo ricordo davvero volentieri questo film, bella creatura dell’indimenticabile Aristide Massaccesi.

 

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