Il marito in vacanza

Il marito in vacanza locandina

Il Presidente del S.I.A.M. (Sindacato Italiano Autonomo Maestri) e il bidello della scuola dove il Presidente è anche direttore scolastico, Vinicio, si recano in un albergo cittadino per accogliere i partecipanti al raduno dei maestri che dovranno eleggere il nuovo Presidente del sindacato.
Fra loro ci sono la bella Lucia Corradini e il maestro Liberti, entrambi candidati alla successione per la guida del sindacato.

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Folgorato dalla Corradini, il Presidente tenta da subito l’arma della seduzione in concorrenza con Liberti, anche lui rapito dal fascino della Corradini.
Il maestro Liberti è però accompagnato dalla bella e miope moglie, alla quale la mamma ha raccomandato di non peredere l’occasione per agevolare l’elezione del marito, usando ovviamente l’arma della seduzione.
Così nell’albergo si assiste ad una girandola di scambi di stanza, con il presidente che tenta inutilmente di sedurre la bella Lucia, incontrando sempre ostacoli imprevisti mentre a Liberti capita anche di peggio.

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L’allupatissimo Vinicio, dopo aver puntato inutilmente la fidanzata del geloso Agenore e dopo essere andato in bianco per una serie di circostanze, riesce ad agganciare la signora Liberti spacciandosi per un dirigente ministeriale, ma andando anch’egli in bianco.
Alla fine, dopo alcune situazioni grottesche, sia il presidente che Vinicio resteranno con un pugno di mosche in mano, mentre l’unico a portare a casa un’inaspettata notte d’amore sarà il segretario dell’Arcivescovo fratello del Presidente, giunto inopinatamente nell’albergo.
Ad essere eletta sarà Lucia, che ripartirà dall’albergo in compagnia del fidanzato alla guida  di una meravigliosa Porsche Carrera cabrio.
Sciaguratissimo filmaccio appartenente al filone della commedia sexy, a cui già da tempo era stato recitato il de profundis, Il marito in vacanza altro non è che una produzione a budget ristrettissimo che riprende di sana pianta gag

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viste molteplici volte in altre commedie del filone e riproposte senza un benchè minimo di novità, con esiti finali assolutamente nefasti.
Non c’è una sola situazione che non sia già stata vista, a partire dalle solite docce della professoressa di turno (Lilli Carati che interpreta Lucia Corradini), per passare alla solita svampita cameriera con fidanzato geloso (Bombolo), per finire con le solite e stantie gag dello scambio di stanze, degli allupati avventori di turno, del solito bidello in crisi ormonale e l’immancabile (purtroppo) arcivescovo coinvolto suo malgrado in boccacesche vicende.
Film inguardabile sotto tutti i punti di vista, con Renzo Montagnani, Enzo Cannavale e Bombolo costretti per vil pecunia a replicare per l’ennesima volta ruoli ormai visti troppe volte nel recente passato.
Poichè siamo nel 1981, quindi all’inizio della fase più acuta della crisi del cinema, l’operazione di Alessandro Lucidi e Maurizio Lucidi appare come un tentativo velleitario di riempire i portafogli investendo il minimo possibile e riducendo i costi al massimo.
Poichè nel film e nella sceneggiatura manca un qualsiasi motivo di interesse, con un plot assolutamente inesistente e affidato solo alla professionalità dei tre comici citati, quello che vien fuori è un guazzabuglio che fa rimpiangere anche il peggior decamerotico.

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C’è poi una domanda banalissima da fare, e cioè: ma il titolo precisamente a cosa si riferisce? E’ una trappola per gonzi, visto che di mariti in vacanza non esiste nemmeno una pallida ombra oppure la carenza di idee si esprime sin dal titolo?
I tre compianti comici, Montagnani,Cannavale e Bombolo, rispettivamente nei ruoli del Presidente, di Vinicio e di Agenore (tutto fare dell’albergo) fanno davvero il minimo indispensabile per guadagnarsi la pagnotta, recitando svogliatamente.

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Obbligati a ciò anche dalla mancanza di una sceneggiatura almeno accettabile; Montagnani replica stancamente il ruolo del gaudente pronto a tuffarsi nel letto della prima bipede umana che possegga seni e natiche, sdoppiandosi anche nel ruolo dell’Arcivescovo fratello del presidente che finirà in ospedale a seguito degli imbarazzanti equivoci scatenatisi nell’albergo.
Cannavale accetta un ruolo davvero deprimente come quello dell’arrapatissimo bidello che va in bianco con tutte le prede adocchiate e che alla fine rimedia solo la visione di una delle docce della bella Corradini.
Quest’ultima è interpretata da Lilli Carati, visibilmente fuori forma e alla sua ultima apparizione in un film “normale”, prima della triste stagione delle pellicole a luci rosse.
La Carati appare svagata, colpa probabilmente della sua dipendenza dalle droghe mentre l’altra bellona del film, Cinzia De Ponti si guadagna la pagnotta solo perchè ha un fisico perfetto che mette in mostra in maniera invero pudica, lasciando allo spettatore la visione del suo scultoreo seno.

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Bombolo fa il suo, ovvero l’inserviente trascurato dalla sceneggiatura, che tampina sempre la fidanzata da geloso e importuno fidanzato, mentre la parte della svampita cameriera è affidata a Marcella Petrelli, che si segnala anch’essa per l’esposizione dei seni e nulla più.
Commediaccia trucida, sboccata e noiosissima, quindi.
La regia dei Lucidi è piattissima e scialba, anche per motivi contingenti; aldilà del mostrare un andirivieni frenetico per le scale dell’albergo non si fà, per cui alla fine tutto tristemente torna.
A proposito; ma a quale mente balzana è venuto il lampo di genio di proporre un albergo di buon livello con tanto di piscina privo di un banalissimo ascensore come evidenziato nella storia?

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Mah.
Gli amanti della commedia sexy rimarranno delusi anche dalla mancanza di amplessi e di nudi, fatta eccezione per due docce ( a distanza di pochi minuti) della Carati ; il film quanto meno è castissimo ed evita anche i minuti di prammatica generalmente dedicata ad orgasmi imulati.
Ecco, forse è questa la novità introdotta da Il marito in vacanza; in tempi di crisi, si risparmia anche sul sesso,oltre che sulla comicità.

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Il marito in vacanza
Un film di Maurizio Lucidi. Con Enzo Cannavale, Lilli Carati, Renzo Montagnani, Angelo Pellegrino,Marcella Petrelli, Paolo Baroni
Commedia, durata 83 min. – Italia 1981

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Lilli Carati: Luisa Corradini
Marcella Petrelli:la cameriera
Renzo Montagnani:il presidente del S.I.A.M.
Cinzia De Ponti:la signora Liberti
Roberto Caporali:Liberti
Enzo Cannavale: il bidello Vinicio
Bombolo: Agenore

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Regia     Maurizio Lucidi
Soggetto     Romano Scandariato
Sceneggiatura     Francesco Milizia
Distribuzione (Italia)     Martino
Fotografia     Cristiano Pogany
Montaggio     Alessandro Lucidi
Musiche     Piero Umiliani

Il dio chiamato Dorian

Il dio chiamato Dorian locandina

Due mani tremanti, sporche di sangue sotto un rubinetto che porta via in lunghi rivoli il segno di quello che resta di un omicidio.
Non sappiamo di chi sono, perchè pochi istanti dopo siamo proiettati nella swinging London che ci appare in tutta la sua decadente bellezza nel periodo a cavallo fra il finire degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta.
Troviamo Dorian Gray, un giovane bellissimo, in uno dei tanti night che popolavano la vita notturna della capitale londinese e di la lo seguiamo mentre osserva stupito lo splendido ritratto che il suo amico pittore Basil gli ha fatto a sua insaputa. Nella casa di Basil, in cui c’è anche il gallerista Henry Wotton, Dorian sembra quasi ipnotizzato dal dipinto; una volta in suo possesso, gli si rivolge quasi fosse una cosa viva, chiedendogli se fosse possibile mantenere sul suo corpo quella selvaggia bellezza.

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Marie Liljedahl è Sybil Vane

Esaudito da qualcosa di misterioso, ritroviamo Dorian, bellezza sfolgorante, approfittare delle sue doti fisiche per circuire dapprima la giovane Sybyl, che si ucciderà per lui e poi, in una lunghissima e allucinata caduta verso l’abiezione più estrema lo vediamo corrompere donne mature, giovani e infine avere rapporti anche con il maturo Henry Wotton.
Ma questa discesa senza freni nell’abisso della lussuria e dell’amoralità non resterà senza conseguenze.
Un giorno infatti Dorian scopre con orrore che il dipinto invecchia a vista d’occhio mostrando su quello che era il suo bellissimo volto ritratto, i segni delle turpitudini commesse.
Dopo aver litigato con Basil, che ritiene in qualche modo responsabile della cosa, Dorian lo uccide.
E’ l’atto finale, perchè il volto del ritratto diventa mostruoso.
Dorian, impugnato un coltello, si uccide davanti al ritratto che improvvisamente torna a mostrare le fattezze originali mentre il corpo di Dorian subisce un’orrenda metamorfosi.
Il dio chiamato Dorian, per la regia di Massimo Dallamano esce nel 1970 e subisce la sorte del precedente Le malizie di Venere ovvero pesanti censure e tagli, nonostante  il regista faccia l’impossibile per rendere poco visibili le situazioni erotiche in cui il suo Dorian Gray viene a trovarsi.
Un’atmosfera ben diversa da quella in cui era immerso il romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, che uscì in una Londra profondamente diversa nel 1890, in piena epoca vittoriana e con lo scrittore costretto ad affrontare un processo per omosessualità che lo devastò.

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L’inizio della relazione con Sybil

Dallamano tenta un’operazione ardita se non impossibile; ridurre un romanzo basato sulla sottile esaltazione dell’estetismo wildiano, una corrente in forte ascesa nell’epoca vittoriana, una celebrazione della bellezza e della giovinezza opposta al rigore puritano e bacchettone della stessa atmosfera vittoriana in un film che coniughi la necessità di mostare azione con la lentezza dei dialoghi dello scrittore, impegnato in un’opera di difficile equilibrismo.
Il film si discosta ovviamente dal romanzo, prima di tutto perchè ambientato in epoca contemporanea poi per la scelta specifica di Dallamano di privilegiare la parte erotico/dissoluta del protagonista.

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Margaret Lee è Gwendolyn

Il Dorian di Wilde all’inizio del romanzo è giovane ed innocente, mentre quello di Dallamano lo vediamo subito impegnato a seguire lo spettacolo osè di un travestito in un locale notturno.
Entrambi però cambiano il loro modo di essere subito dopo l’arcana trasformazione che avviene nel loro fisico: sono giovani e belli probabilmente per tutto il corso della loro vita, mentre ad invecchiare è il ritratto bellissimo creato da Basil.
Il Dorian di Dallamano però si immerge voluttuosamente in una spirale di depravazione: lo vediamo circuire e sedurre la bella Sybil che morirà per lui, lo seguiamo mentre allaccia una relazione torbida e sensuale con la splendida Gwendolyn che ha la sua stessa morale elastica, fino alle fugaci relazioni per volgar denaro intrecciate con la matura signora Ruxton o con la signora Clouston.Il film si immerge volutamente in un’atmosfera malata, alla deriva tra personaggi moralmente discutibili e socialmente elevati, quasi esistesse una correlazione precisa tra le due cose.

Che è poi l’humus nel quale sguazza il romanzo di Wilde, ma le similitudini terminano quà.
Dallamano è molto formale, si barcamena tra un erotismo di facciata e una blandissima fustigazione alla società corrotta nella quale naviga il suo Dorian; che ci appare bellissimo e dannato, sempre con lo splendido corpo ostentato e ripreso da ogni angolazione.

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Beryl Cunningham è la fotografa Adrienne

La fotografia accuratissima da al film un’aura particolare, quasi estraneando il film stesso dall’epoca storica in cui è girato, ma è solo un dettaglio perchè nonostante questo, nonostante la presenza del bello e dannato Helmut Berger, nonostante il cast faccia il suo lavoro con scrupolo non ci si allontana più di tanto da un bel esercizio di stile.
Colpa di una trama conosciuta a memoria, con la sola variante minima del finale, colpa anche di una pigra indolenza della pellicola che scorre senza grandi guizzi verso il fatidico The end.
Però va detto che il film in fondo è gradevole e si lascia guardare con piacere.

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Una delle tante amanti di Dorian

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Ore d’amore con Sybil

Il regista milanese cambia il dettaglio finale della morte di Dorian, trasformandola da un evento sovrannaturale ad un suicidio indotto dalla visione, attraverso il quadro, delle scelleratezze commesse che compaiono in un veloce flash back nei momenti finali, ricordando a Dorian l’omicidio di Basil, la morte di Sybil ecc.
Scrive Wilde nel suo romanzo:
“Si guardò intorno e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward. Era stato ripulito più volte, finché non c’era rimasta la più piccola macchia; era lucido e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l’opera del pittore e tutto quello che essa significava. Avrebbe ucciso il passato; morto questo, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell’anima e senza le orrende ammonizioni di questa sarebbe stato in pace. Afferrò l’arma e colpì il ritratto.

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Helmut Berger interpreta Dorian Gray; il giovane assiste stupefatto al capolavoro dell’amico Basil…

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Basil mostra il ritratto all’amico Dorian

Si sentì un grido e un fracasso: un grido così orribilmente straziante che i servi spaventati si svegliarono e uscirono dalle loro camere. Due signori che passavano di sotto sulla piazza si fermarono a guardare la grande casa, poi ripresero il cammino finché incontrarono un agente e lo portarono indietro. L’agente suonò più volte il campanello ma nessuno rispose. La casa era tutta al buio, eccetto una luce a una finestra dell’ultimo piano.Dopo un po’ si allontanò, fermandosi in un portico vicino a sorvegliare la casa.
– Di chi è questa casa? – chiese il più anziano dei due signori.
– Del signor Dorian Gray – rispose la guardia.
Si guardarono l’un l’altro con un sorrisetto e si allontanarono.
Uno dei due era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nel quartiere della servitù, i domestici mezzo vestiti si parlavano tra di loro bisbigliando; la vecchia signora Leaf piangeva e si torceva le mani; Francis era pallido come un morto.
Dopo un quarto d’ora circa, prese con sé il cocchiere e uno dei lacchè e salì le scale. Bussarono, ma nessuno rispondeva; gridarono, ma tutto taceva. Finalmente, dopo un vano tentativo di forzare la porta, salirono sul tetto e si calarono sul balcone. Le finestre cedettero con facilità; i serramenti erano vecchi.
Entrando, trovarono, appeso al muro, uno splendido ritratto del loro padrone, come lo avevano visto l’ultima volta, mirabile di gioventù e di bellezza eccezionali. Steso sul pavimento c’era il cadavere di un uomo in abito da sera, con un coltello nel cuore.
Aveva il viso avvizzito, rugoso, repellente. Solo dopo aver esaminato gli anelli poterono identificarlo.”
Massimo Dallamano tronca il suo film proprio sul volto ormai mostruoso di Dorian mentre il ritratto ritorna alla bellezza originaria; il film è finito, in fondo non è stato tempo speso male.

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L’arcana metamorfosi del ritratto è completa

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L’orrenda metamorfosi di Dorian Gray

Il Dio chiamato Dorian
Un film di Massimo Dallamano. Con Margaret Lee, Herbert Lom, Helmut Berger, Beryl Cunningham,Eleonora Rossi Drago, Isa Miranda, Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Richard Todd, Renato Romano, Maria Rohm
Drammatico, durata 104 min. – Italia 1970.

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Helmut Berger     …     Dorian Gray
Richard Todd         …     Basil Hallward
Herbert Lom          …     Henry Wotton
Marie Liljedahl         …     Sybil Vane
Margaret Lee         …     Gwendolyn
Maria Rohm          …     Alice Campbell
Beryl Cunningham     …     Adrienne
Isa Miranda         …     La signora Ruxton
Eleonora Rossi Drago         …La signora     Clouston
Renato Romano         …     Alan
Stewart Black          …     James Vane
Francesco Tensi          … Il signor Clouston

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Regia: Massimo Dallamano
Sceneggiatura: Marcello Coscia, Massimo Dallamano,Günter Ebert
Produzione: Samuel Z. Arkoff,     Harry Alan Towers
Musiche: Carlos Pes, Peppino De Luca
Editing: Leo Jahn,Nicholas Wentworth

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Il flano del film

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Helmut Berger e Marie Liljedhal in una foto pubblicitaria

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Unfacebook

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Unfacebook è il nuovo lavoro di Stefano Simone, giovanissimo regista di Manfredonia classe 1986 tratto da un romanzo breve di Gordiano Lupi; si ricostituisce quindi la coppia che aveva dato origine al lavoro precedente di Simone, il lungometraggio Cappuccetto rosso che ho recensito sul mio blog l’anno scorso.

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Va detto subito che Unfacebook segna un salto di qualità importante per il giovane regista.
Non tanto per l’eccellente livello tecnico raggiunto, quanto piuttosto per la maturità mostrata grazie anche alla maggiore disponibilità di mezzi di cui ha goduto il regista, che gli ha permesso di utilizzare per esempio attori sicuramente più credibili e sopratutto maggiori mezzi tecnici a disposizione.

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Guardare Unfacebook significa immergersi in un lavoro per molti versi affascinante, per altri coinvolgente.
il plot della storia è solido, e questa non è certo una novità.
Lupi, autore del romanzo breve, da profondo conoscitore di cinema sa come creare racconti semplici ed essenziali, sui quali poi è facile strutturare delle sceneggiature cinematografiche.
Lo scrittore di Piombino non usa una prosa piena di fronzoli e non allunga mai il brodo oltre il necessario; Stefano Simone ha semplicemente rispettato la regola basilare di una sceneggiatura rispettabile, ovvero non stravolgere il racconto cercando di essere fedele ad esso.
Ma, al tempo stesso, il regista lavora in maniera autonoma, utilizzando il suo estro per trasportare in imagini quello che è un racconto moderno a tutti gli effetti, che prende spunto dal fenomeno in vertiginosa crescita dei social network, nello specifico quel Facebook che oggi è in grado di coinvolgere centinaia di milioni di persone, che funziona da cassa di risonanza di avvenimenti locali e che li amplifica in modo esponenziale, come dimostrano le recenti rivoluzioni in Egitto e Tunisia, nate quasi casualmente proprio sul social network più diffuso.

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Stefano Simone quindi trasporta nel modo più fedele possibile l’atmosfera ombrosa e da autentico mistery del romanzo breve Il prete in un linguaggio visivo privo di fronzoli e orpelli, badando decisamente al sodo e costruendo un’atmosfera particolarmente claustrofobica nonostante il film sia girato essenzialmente all’aperto.
I punti di forza di Unfacebook sono diversi e mostrano l’evidente tributo del regista ai maestri del thriller made in Italy (ma non solo) dei quali si è nutrito per la sua formazione artistica; Fulci, D’Amato e Bava per esempio, così come le atmosfere da primo Argento.

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Simone si stacca però dai canoni tradizionali scegliendo di colorare il film con i simboli del social network facebook, il bianco e l’azzurro, che uniti alla solarità della location, abbacinante e tersa come solo i paesaggi pugliesi sanno esserlo, donano al film quell’aria vagamente country che trasportano la fantasia verso i piccoli centri di una nazione che potrebbe benissimo non essere più l’Italia, ma un qualsiasi paese africano per esempio.
Il film è strutturato con una logica impeccabile: personaggio principale, secondario, storia sobria e accennata, soluzione dell’enigma, finale aperto.

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In mezzo, un paesaggio quasi lunare, perchè animato solo dai personaggi principali della storia, alcuni dei quali si muovono quasi come automi, dei fantasmi che si muovono in un paese/città dai quartieri periferici assolati e deserti, simbolo di un’alienazione che non è solo paesaggistica ma anche umana.
Lo spettatore prova un senso di disagio nel muoversi attraverso la MDP del regista che indugia su cumuli di detriti o su edifici in rovina o costruiti e abbandonati, tra vie deserte che testimoniano l’esistenza di vita solo attraverso i feticci della civiltà, le automobili e le case, le antenne satellitari e i negozi.

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Questa l’atmosfera, quindi.
Nella quale si muovono come ombre i due protagonisti principali della storia, il sacerdote Don Carlo che Lupi descrive nelle parti iniziali del suo romanzo mentre legge attonito il quotidiano Il Tirreno che racconta la scarcerazione di un pluriomicida e il commissario Mario Saltutti, impenetrabile ed enigmatico come le vittime degli omicidi che costellano il romanzo stesso.
Simone sceglie invece un inizio diverso, mostrandoci la feroce esecuzione di una probabile vittima della camorra (lo intuiamo dai gesti e dalle modalità dell’esecuzione stessa) alla quale assite, non visto, un ragazzino.
Il terribile rumore dello sparo squarcia e buca la pellicola, come il sangue che schizza sul muro.
Ecco, ancora quel senso di estraneazione che coglie lo spettatore, quel senso di gelo davanti ad una scena che viene descritta con quotidiana frequenza dai telegiornali e che ci vede ormai testimoni assuefatti proprio dalla ripetitività delle azioni stesse.

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Da quel momento seguiamo le vicende parallele di Don Carlo, nauseato da quei peccatori che è costretto ad assolvere nel confessionale e quelle dell’impenetrabile e impassibile commissario, che si troverà immerso in un’atmosfera degna dei quartieri ghetto di una città come New York, disumani e freddi, nei quali la vita umana e il suo rispetto sono ormai un semplice e trascurabile dettaglio.
Il giovane prete utilizza le sue conoscenze informatiche e i moderni sistemi tecnologici per iniziare una sua personale guerra al male, combattendo la violenza e il male stesso con la violenza e il crimine.
Che differenza c’è tra lui e le sue vittime, qual’è il confine tra la richiesta di giustizia e l’utilizzo di un sistema violento che porta all’eliminazione fisica del male attraverso la violenza stessa?
Non lo sappiamo, perchè la MDp di Simone si limita giustamente a mostrare i fatti nella loro crudezza, senza tentare improbabili se non impossibili disquisizioni socio/culturali.

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Così i morti ammazzati passano sullo schermo senza soluzione di continuità; vediamo morire per suicidio un pedofilo che si evira, un’adultera che si squarcia la gola e poi uno dietro l’altro un altro suicida e i morti ammazzati per ordine di Don Carlo.
Che, utilizzando un libro sull’ipnosi e la chat Unfacebook si crea un piccolo esercito di giustizieri fedelissimi e ciechi ad ogni remora morale.
Sarà il commissario a dipanare il mistero prima del finale che spiazza.
Unfacebook è un film con tante luci e poche ombre, ombre che paradossalmente appartengono più al romanzo che al film stesso.
Opinabile è quanto scrive il buon Gordiano Lupi a proposito dei Cavalieri Templari visti come zombie obbedienti e privi di volontà autonoma, ma qui entriamo in un campo dove rischiano di predominare i sofismi.
Simone si allontana in modo autonomo dal racconto descrivendo in maniera differente i suicidi, sostituendo la location originale, la toscana Piombino, con quella più degradata, per certi versi di Manfredonia; la conoscenza del territorio e la scelta della periferia della cittadina sono alla fine un’arma vincente per il film.

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Così come ben riuscita è la scelta di inserire brevi sequenze in bianco e nero in perfetto stile fumetto che interagiscono con la pellicola, accompagnata dalla angosciante musica di Luca Auriemma, che contribuisce a rendere ancora più claustrofobica ed estraneante la pellicola.
Un film da vedere che coinvolgerà lo spettatore, attraverso il percorso di vita di Don Carlo e quello del Commissario Saltutti, assolutamente antitetici; il primo si arroga il diritto di decidere in nome di Dio, ergendosi a suo braccio armato e decidendo di interpretare la sua volontà in un supremo atto di folle egoismo.
Il secondo muovendosi come un’ombra senza un sorriso, un segno di vitalità che non siano le scarne parole che rivolge al suo superiore o all’agente che collabora con lui.
In mezzo, i moderni giustizieri di Don Carlo, loro si veri zombie creati elettronicamente e tecnologicamente attraverso quello che sembra essere il futuro sociale di buona parte dell’umanità, il mondo tenebroso e affascinante di Internet.
Ecco, Simone ha il merito di aver mostrato questo in un film thriller, ovvero i rischi della tecnologia come supporto ad una storia di morti ammazzati.

Che spirano in modo orribile, sia che muoiano con la gola squarciata con il rumore netto del coltello che taglia e accappona la pelle, sia che muoiano colpiti da pallottole o piuttosto da coltellacci da cucina.
Unfacebook è quindi un film da assaporare, che non lascerà assolutamente indifferenti.
Così come possiamo già immaginare il 25 enne regista dauno alle prese con il suo prossimo film, che speriamo trovi finalmente un produttore davvero all’altezza, in modo da permettere al regista l’utilizzo di attori professionisti e location più articolate.

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Perchè a Simone il talento non manca davvero, perchè per certi versi appare come crudele e insensata la decisione di finanziare vanzinate e non film affascinanti e controversi come questo Unfacebook.

Unfacebook, un film di Stefano Simone, con Paolo Carati, Giuseppe La Torre, Tonino pesante, Fabio Valente, Tonino Potito,Filippo Totaro, Sabrina Caterino, Pia Conoscitore, Mimmo Nenna, Ivano Latronica Thriller, Italia 2011

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Regia: Stefano Simone
Sceneggiatura: Pia Conoscitore, Dargys Ciberio, Antonio Universi
Dal racconto Il prete di Gordiano Lupi
Fotografia e montaggio: Stefano Simone
Musiche: Luca Auriemma
Effetti speciali: Lorenzo Giovenga, Giuliano Giacomelli
Operatore: Marco La Torre
Produzione: Jaws entertainment

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Il regista di Unfacebook, Stefano Simone

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Lo scrittore Gordiano Lupi, autore del romanzo breve Il prete dal quale è tratto il film

Unfacebook è un buon film, stilisticamente pregevole, girato con una fotografia che vede colori dominanti il bianco e il blu (non a caso i colori di Facebook), ma pure il bianco e nero, il grigio e i toni scuri. Il montaggio è rapido e la suspense non manca, cosa non scontata in un film indipendente italiano; la narrazione è omogenea e non ci sono buchi di sceneggiatura. Merito di Pia Conoscitore, Dargys Ciberio e Antonio Universi, oltre che del regista. Simone riprende le zone più degradate di Manfredonia per costruire un’atmosfera noir, ma spesso cita anche Pier Paolo Pasolini (Accattone, Mamma Roma…) quando si sofferma su palazzi cadenti e borgate di periferia. Interessante la tecnica usata in diversi momenti della storia che si svolgono nel centro cittadino, sia per la rapida soggettiva che per il disegno animato stilizzato che prende il posto delle immagini girate. Simone usa il genere thriller – horror non fine a se stesso, ma per affrontare i problemi della società contemporanea, per criticare l’uso smodato dei social network, del cellulare e delle chat, per raccontare una generazione priva di sogni e per analizzare il cambiamento della vita in provincia. “Il fine giustifica i mezzi”, dice il prete mentre insegna filosofia a svogliati e disinteressati studenti, facendo propria una massima di Nicolò Machiavelli che introduce molto bene a quello che sarà il suo modo di fare giustizia.
Gordiano Lupi, intervista a http://www.kultunderground.org/
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Taxi girl

Taxi girl locandina

La giovane e bella Marcella per sbarcare il lunario lavora come tassista con l’auto che ha ereditato dal padre.
Le cose non vanno benissimo e Marcella tra l’altro si trova a dover piantare anche il suo spasimante Ramon quando scopre che l’uomo non è affatto single, ma sposato ad una rozza e manesca donna che le spara contro il taxi un giorno che Marcella si apparta in un boschetto con il suo amante.
Le disavventure di Marcella proseguono, mentre la ragazza deve svicolarsi dalle attenzioni di Alvaro e da quelle di un agente di polizia che ha conosciuto dopo la fine del suo legame con Ramon; Marcella infatti rischia di finire dapprima nell’harem di uno sceicco incapricciatosi di lei e in seguito dalle grinfie di un mafioso che tra l’altro traffica anche in droga.

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Edwige Fenech

Marcella però permetterà al commissario della sua città di arrestare il pericoloso trafficante dopo un inseguimento rocambolesco…
Taxi girl, film del 1977 vede ricostruirsi la coppia Edwige Fenech/Michele Massimo Tarantini, regista di questo film: i due avevano già lavorato assieme nel fortunato La poliziotta fa carriera (1976), uno dei film più visti di quell’annata.
La miscela è praticamente identica, con la bella Fenech a interpretare la simpatica Marcella in una serie di gag costruite attorno alla sua prorompente bellezza.

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Non è uno dei film nei quali la Fenech abbonda in docce o in nudi, e il regista romano prova a cucirle addosso un ruolo comico scegliendo anche una sceneggiatura ricca di gag.
Alla fine si assiste ad un prodotto non sgradevole, grazie anche all’uso sapiente del regista dei migliori caratteristi della commedia sexy come Alvaro Vitali, Aldo Maccione, Gianfranco D’Angelo ed Enzo Cannavale che fanno il loro dovere con professionalità.
Il ritmo nella pellicola c’è e c’è anche qualche gag gustosa come l’agguato teso dalla moglie di Ramon (un simpaticissimo George Hilton, effeminato e chic) mentre Marcella e Ramon sono appartati in una strada di campagna nel taxi della ragazza.

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I limiti sono ovviamente i soliti del genere, ovvero una sceneggiatura ridotta all’osso per una commedia destinata a strappare solo qualche sorriso e null’altro.
Ma come evidenziato più volte, la commedia sexy in realtà non si proponeva alcun risultato ambizioso e nello stretto ambito delle commedie di genere Taxi girl non sfigura.
Michele Massimo Tarantini del resto è stato regista molto prolifico nel genere della commedia sexy: suoi sono film come La dottoressa ci sta col colonnello, L’insegnante al mare con tutta la classe, La moglie in bianco… L’amante al pepe,La dottoressa preferisce i marinai, ovvero alcune tra le commedie sexy più fortunata degli anni settanta.
La Fenech è nel momento di massimo splendore fisico e la cosa non può non balzare agli occhi nelle scene di nudo (molto castigate) che compongono una delle strutture portanti del film. L’attrice nata a Bona era, all’epoca del film, sulle soglie dei 30 anni ed era ormai diventata un punto fermo di questo genere di pellicole.

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In Taxi girl troviamo anche altri caratteristi utilizzati spessissimo nelle commedie di genere come il valido Michele Gammino e Rossana Di Lorenzo che da vita ad un personaggio rozzo (ma efficacissimo), quello della moglie ricca di Ramon, costretto dalla consorte a dover chinare sempre il capo in cambio di una vita da saprofita.
Un film tutto sommato gradevole, senza picchi e senza grosse lacune, un prodotto medio della commedia sexy.

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Taxi Girl,un film di Michele Massimo Tarantini. Con George Hilton, Enzo Cannavale, Edwige Fenech, Aldo Maccione, Adriana Facchetti,Enzo Liberti, Gastone Pescucci, Giacomo Rizzo, Gianfranco D’Angelo, Alvaro Vitali, Franco Diogene, Michele Gammino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1977

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Taxi girl banner personaggi

Edwige Fenech      … Marcella
Aldo Maccione            … Il gangster Adone Adonis
Michele Gammino     …     Walter
Alvaro Vitali                   …. Alvaro
George Hilton                …. Ramon
Rossana Di Lorenzo     … Ornella , moglie di Ramon
Enzo Cannavale     … il Commissario Angelini
Franco Diogene       … Lo sceicco Abdul Lala

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Regia     Michele Massimo Tarantini
Soggetto     Francesco Milizia, Luciano Martino
Sceneggiatura     Michele Massimo Tarantini, Francesco Milizia
Casa di produzione     Dania
Distribuzione (Italia)     Titanus – Creazioni Home Video
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Raimondo Crociani
Musiche     I Pulsar Music Ltd.

Ossessione carnale- Vampyres

Ossessione carnale Vampyres locandina

Un misterioso personaggio con un cappello che gli copre buona parte del volto entra in una camera da letto mentre Fran e Miriam sono impegnate a scambiarsi carezze saffiche.
L’uomo crivella di colpi le due donne e poi si allontana.
Anni dopo l’accaduto, le due donne ritornano nel sinistro castello che le ha viste morire non più in forma umana e mortale ma come delle creature assetate di sangue, anche se esteriormente bellissime come nel momento della loro morte.
Per vivere hanno bisogno di sangue, così se lo procurano attirando nella loro dimora gente che passa per la strada che costeggia il castello; sono ignari automobilisti che vengono irretiti dalle splendide donne, sedotti e poi uccisi a colpi di coltellacci da cucina.

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Le bellissime vampire, Miriam e Fran

Una sera a cadere vittima delle due diaboliche amanti è Ted, un passante che raccoglie Fran dal ciglio della strada mentre è intenta a chiedere un passaggio in auto ; contemporaneamente nel parco del castello sono fermi con la loro roulotte due giovani in viaggio di nozze, John e Harriet.
Tra Fran e Ted scoppia improvvisa la passione, e l’uomo, sedotto abilmente da Fran non riesce a sottrarsi al fascino ambiguo e irresistibile della donna.
Dopo una notte d’amore, Ted si risveglia nel letto che ha diviso con la donna ferito ad un gomito e con una strana e persistente debolezza che sembra fiaccargli non solo il corpo, ma anche la mente.
A fatica, l’uomo riesce ad uscire dal castello dove ha un colloquio con Harriet; anche la giovane sposa nutre dei sospetti su quel castello sinistro e sulle sue bellissime inquiline e le esterna a Ted che decide così di allontanarsi in fretta da quel posto lugubre.

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Ma salito in auto e percorsi pochi metri, Ted è colpito da un sonno irresistibile e cade riverso sul sedile dell’auto.
Al risveglio trova Fran accanto a lui, sdraiato nel letto della donna.
Con lei ci sono la bellissima Miriam e un altro guidatore di passaggio che ha accettato di fermarsi al castello.
Ted ripiomba in un sonno profondo, mentre Miriam, portato lo straniero di passaggio nella sua camera, ha con lui un intenso rapporto sessuale.
Ma per l’incauto straniero è in arrivo un’orribile morte; le due amanti lo sgozzano, succhiano il suo sangue dopo di che vanno a farsi una doccia con annesso rapporto saffico.

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Quando Ted si risveglia è ancora più debole del giorno precedente ma è anche ancora più deciso a scoprire cosa nascondano le due diaboliche donne.
Raggiunge così il ciglio della strada dove un auto della polizia sta facendo i rilievi su un’ automobile che ha avuto un incidente.

 

Alla guida c’è lo straniero ucciso da Miriam e Fran, il malcapitato Rudolph.
Tornato indietro Ted si avventura nel castello, che gli appare sempre più pericoloso e sinistro ma essendo troppo debole per proseguire le sue indagini, torna a letto dove viene raggiunto da Fran questa volta in compagnia di Miriam.
I tre si avventurano in un rapporto sessuale che si conclude con l’inevitabile sonno di Ted ormai succube della diabolica coppia e troppo stanco per poter pensare di fuggire nuovamente dal castello.
E’ Harriet a scoprire quello che accade nel castello, perchè avventuratasi nei sotterranei, scopre il giaciglio di Fran, immobile e immersa in un sonno profondo.

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Ma per Harriet e John la scoperta sarà fatale, e Ted, che nel frattempo è riuscito in qualche modo a recuperare le forze…..
 Ossessione carnale, conosciuto anche come Vampyres  è un horror vampirifico convenzionale girato da Joseph Roger Larraz a cavallo tra il 1974 e il 1975.
Si tratta di un prodotto che si eleva sulla media dei tradizionali film dedicati ai vampiri grazie ad una ambientazione molto ricercata in cui spicca l’aria tetra e malinconica del castello e sopratutto quella del parco, in cui particolarmente apprezzabile è un’aria di decadente abbandono sottolineata anche dagli alberi quasi spogli, da una leggera nebbia che sembra opprimere i protagonisti e rimarcare l’aria di mistero che circonda la costruzione.

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Nulla di particolarmente nuovo, sia nel plot che nella sceneggiatura vera e propria, ma nel caso di Ossessione carnale troviamo un’eleganza formale che manca nella stragrande maggioranza dei film del genere vampiresco.
Larraz, che l’anno precedente aveva diretto il discreto L’ombra dell’assassino e che in seguito girerà film più spiccatamente erotici come Malizia erotica, Las alumnas de madame Olga e sopratutto Los ritos sexuales del diablo, bada quindi molto ai particolari immergendo il film in una atmosfera decadente quanto sottilmente erotica.

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Se nel film sono importanti le scene “di sangue”, quindi i vari omicidi di cui si rendono responsabili le due diaboliche amanti, atrettanta importanza va data all’ambientazione sensuale che Miriam e Fran riescono a creare per attirare come ragni nella loro tela le mosche di passaggio, in questo caso i giovani viaggiatori che incautamente accettano di dare loro un passaggio o di seguire nella magione infernale.
Sicuramente gran parte del merito va ascritto alle due protagoniste ovvero le affascinanti Marianne Morris alias Fran, la bruna vampira che si “innamora” di Ted e di Anulka Dziubinska, la vampira bionda che appare in netto contrasto fisico proprio con la vampira sua amante.
Le due recitano molto bene le loro parti, così come va segnalata la prova della brava Sally Faulkner che interpreta la sventurata Harriet, colei che intuisce da subito cosa si nasconde nel castello ma che non riuscirà tuttavia a sfuggire ad un terribile destino.
Bene anche il cast maschile con Murray Brown a interpretare Ted, la vittima delle due vampire che però in qualche modo sarà l’unico a passare quasi indenne tra le grinfie della diabolica coppia.
Attori e attrici che avranno percorsi cinematografici molto dissimili tra loro; Anulka Dziubinska, attrice inglese di origine polacca lavorerà in Lisztomania di Russell per poi specializzarsi in serie tv, mentre Marianne Morris scomparirà subito dopo un paio di film di scarso valore.

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Stessa sorte per Murray Brown mentre Sally Faulkner si creerà una lusinghiera carriera in tv, che continua anche oggi.
Ossessione carnale è un film che appare spesso nelle filmografie dedicate ai vampiri come esempio di film divenuto culto grazie anche alle doti citate prima e che ancora oggi ha un suo sinistro , innegabile fascino.

Ossessione carnale
Un film di Joseph Roger Larraz. Con Brian Deacon, Marianne Morris, Anulka Murray Brown Titolo originale Vampyres. Horror, durata 87 min. – Gran Bretagna 1974

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Ossessione carnale Vampyres banner personaggi

Marianne Morris     …     Fran
Anulka Dziubinska          …     Miriam
Murray Brown         …     Ted
Brian Deacon          …     John
Sally Faulkner         …     Harriet
Michael Byrne          …     Playboy
Karl Lanchbury          …     Rupert
Margaret Heald         …     Receptionist
Gerald Case          …      Agente
Bessie Love          …     Signora americana
Elliott Sullivan          … Marito della signora americana

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Regia: José Ramón Larraz (come Joseph Larraz)
Seceneggiatura:D. Daubeney e Thomas Owen
Produzione: Brian Smedley-Aston
Musiche: James Kenelm Clarke
Editing: Geoff R. Brown

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Ossessione carnale Vampyres flano
Un flano del film

Angel heart ascensore per l’inferno

Angel heart ascensore per l'inferno locandina

New York, 1955
L’investigatore privato Harry Angel riceve la telefonata di un avvocato, che vuol affidargli l’incarico di rintracciare una persona per conto di un suo cliente.
Pur titubante, Harry si reca all’indirizzo fornitogli dall’avvocato, dove, all’interno di una chiesa di uno dei tanti santoni americani, trova il suo nuovo cliente Louis Cyphre.
Quest’ultimo gli affida l’incarico di trovare per suo conto una persona scomparsa 12 anni addietro, un cantante di una certa fama di nome Johnny Favorite, con il quale a suo dire ha un conto in sospeso.

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Robert De Niro è Louis Cyphre

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Mickey Rourke è l’investigatore privato Angel

L’ultimo indizio sulla vita di Favorite, scomparso misteriosamente nel nulla, risale a 12 anni prima, quando l’uomo era stato ricoverato in una clinica specializzata, dopo essere ritornato dalla guerra sfigurato e in preda ad una totale amnesia.
Attirato dai 5000 dollari promessi da Cyphre come ricompensa in caso di soluzione fruttuosa, Angel parte alla ricerca del misterioso Johnny Favorite, partendo proprio dalla clinica in cui era degente prima di scomparire nel nulla.
Qui scopre che Johnny è stato dimesso dal dottor Albert Fowler, uno dei medici della clinica che ne ha favorito la scomparsa alterando la cartella clinica su ordine di un uomo e una donna che gli hanno pagato 25.000 dollari in cambio del silenzio.

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L’uomo, schiavo della morfina, viene cosi costretto da Angel a raccontare tutti i particolari di sua conoscenza, ma quando l’investigatore ritorna da lui dopo essersi assentato per poco tempo per comprare da mangiare lo trova riverso sul letto con un occhio squarciato da un colpo di pistola.
Un evidente suicidio, a prima vista.
Angel decide di seguire le scarse informazioni in suo possesso e dopo una breve puntata a Coney Island dove apprende dell’esistenza di alcuni amici di Johnny che vivono nel sud degli States, parte per la Louisiana.

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Qui rintraccia Toots Sweet, chitarrista amico di Johnny che suona in un locale di New Orleans e che appartiene ad una setta voodoo che pratica sacrifici animali e riti orgiastici ; ma Angel non fa in tempo ad apprendere molto di più  perchè l’uomo viene ucciso ferocemente e mutilato dei suoi genitali che gli vengono ficcati in gola.
Sempre seguito dall’ombra della morte, ma ormai invischiato nella ricerca drammatica di Favorite che appare sempre più come un ombra inafferrabile e sinistra, Angel si reca nello studio di una chiromante/maga, Margaret Krusemark che sembra avere qualche legame con Johnny.
Ma anche la donna viene trovata uccisa poco dopo il colloquio con Johnny; l’investigatore la ritrova con il petto squarciato e con il cuore asportato, riversa sul pavimento della casa in cui abitava.
Sempre più inquieto, Angel riesce a parlare con la giovanissima Epiphany Proudfoot, figlia di una donna che Johnny aveva amato e apprende così da lei che è la figlia naturale dell’uomo e che sua madre è morta.
Ormai Angel ha in mano diversi elementi che diventano più chiari dopo un drammatico colloquio con Ethan Krusemark, padre della defunta Margaret: da lui apprende che Favorite, dodici anni prima, aveva fatto un patto con il diavolo per avere successo, sacrificando la vita di un giovane soldato. Ma dopo il primo lusinghiero successo, l’uomo era partito per la guerra ed era tornato in condizioni orribili, sfigurato e senza memoria.

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Era stato proprio Ethan a presentare Johnny a Margaret;Favorite era molto potente ed era in grado di evocare i demoni, in particolare il principe di essi, Lucifero.
Con Satana Johnny aveva fatto un patto, il successo in cambio dell’anima, ma al momento di rispettare i patti l’uomo si era rifiutato e aiutandosi con un antico libro che descriveva come impadronirsi di un’anima era riuscito a scambiare i propri ricordi e la propria vita con quella del giovane soldato offerto in olocausto al principe delle tenebre.
Il piano del cantante era di appropriarsi dell’identità del soldato, ma accadde che venne arruolato e spedito in guerra dalla quale tornò senza memoria e devastato nel volto.
Erano stati quindi Ethan e sua figlia Margaret a corrompere il dottor Fowler e a portare via Johnny.
Le scoperte di Angel sono quelle che Louis Cyphre attendeva: durante un drammatico colloquio con lui, Harry Angel apprende la terribile e sconvolgente verità….

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Angel heart, ascensore per l’inferno (titolo originale Angel heart) è un film del 1987 diretto dal regista inglese Alan Parker rielaborato dal romanzo Falling angel di William Hjortsberg del 1978.
Parker, autore di grandi successi e di ottimi film come Fuga di mezzanotte (1978),Saranno famosi (Fame, 1980),Pink Floyd The Wall (1982) e nel futuro di Mississippi Burning – Le radici dell’odio (1988) e di The Commitments (1991) crea qui il suo film più affascinante e riuscito, mescolando con grande sapienza visiva gli elementi thriller e horror contenuti nel romanzo di Hjortsberg.
Un film in cui la storia si mescola alle immagini in maniera così perfetta da creare un amalgama raramente tanto ben riuscito nella storia del cinema di genere.
L’aria del film, la sua atmosfera è quanto di più malato e malsano si possa immaginare; lasciando da parte la storia, già di per se abbastanza lugubre con morti ammazzati, demonio e spiritismo, voodoo e bassi istinti umani come l’ambizione e il tradimento, ci si immerge in un’atmosfera umida e appicicaticcia come l’onnipresente pioggia della Luoisiana, come l’aria restituita dagli onnipresenti ventilatori che costellano il film e che sembrano rimandarci contro un pò di quell’aria umida e soffocante che Harry Angel respira ad ogni passo che compie verso l’atroce verità finale.
E’ l’aria opprimente del profondo sud degli Usa, in cui l’affascinante e malinconico suono delle chitarre si mescola ad arcani e primordiali riti voodoo e in cui seguiamo con crescente senso di oppressione i progressi che Angel fa nella sua ricerca dell’inafferrabile e misterioso Johnny Favorite, un uomo amato e odiato in egual misura.

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Amato dalla mamma di Epiphany, a cui ha lasciato come unica eredità quella stupenda figlia che poi durante un rito voodoo avrà un figlio nientemeno che dal principe delle tenebre e in egual misura idolatrato da Margaret, la sensitiva occultista che, come racconta il padre, “da piccola ha imparato prima a leggere i tarocchi e poi a scrivere“.
Detestato in egual misura dai suoi vecchi compagni di band, temuto e allo stesso tempo disprezzato.
Questo è quello che vediamo scorrere sullo schermo, mentre l’indagine di Harry ci trasporta in un mondo opprimente in cui tutti sembrano voler sfuggire ad un segreto che ritengono aver riposto in un angolo del passato.
Ma Louis Cyphre, ovvero Lucifero, il principe dei demoni, non lascia mai una sua preda e quando il mistero su quello che ha realmente fatto Favorite appare chiaro, al detective privato Harry si presenterà la sconvolgente verità, annunciata dal demone stesso che appare imperturbabile, senza come dice lui “zampa caprina e puzza di zolfo”

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Angel heart è anche principalmente una gigantesca gara tra due attori splendidi: Mickey Rourke e Robert De Niro.
Il primo crea un personaggio per il quale inspiegabilmente lo spettatore parteggia prima di apprendere la sua reale identità e questo va ascritto alla bravura dell’attore americano che sembra anch’egli respirare a fatica l’atmosfera insalubre della Louisiana, quel misto di musica e sudore, di pioggia e di tanto odiate galline, di voodoo e morte che lo segue come un’ombra.

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Charlotte Rampling

Il secondo si sacrifica in un ruolo più defilato, ma sicuramente di uno spessore inarrivabile: chi più di De Niro può far scorrere sotto le mani un uovo e disquisire su di esso e sulla religione mantenendo un’aria tra il sarcastico e il diabolico?
Due grandi attori complementari, quindi.
A cui vanno aggiunti Charlotte Rampling /Margaret, Lisa Bonet/Epiphany Proudfoot ovvero le due donne protagoniste del film, misurate e affascinanti.
Bene anche il resto del cast, così come particolarmente opprimenti e riuscite sono le musiche di Trevor Jones mentre da oscar è la fotografia di Michael Seresin.
Un film di straordinario valore, quindi, in cui paradossalmente è più interessante il contorno ovvero la descrizione ambientale fatta da Parker di quanto lo sia la trama che tutto sommato, se escludiamo ovviamente il finale, appare abbastanza prevedibile.
Da inserire nell’elenco degli horror/thriller a sfondo parapsicologico e demoniaco meglio riusciti di sempre.
Angel Heart – Ascensore per l’inferno
Un film di Alan Parker. Con Mickey Rourke, Charlotte Rampling, Robert De Niro, Pruitt Taylor Vince, Lisa Bonet,Stocker Fontelieu, Brownie McGhee, Michael Higgins, Elizabeth Whitcraft, Eliott Keener, Charles Gordone, Dann Florek, Kathleen Wilhoite, Judith Drake, George Buck, Gerald Orange
Titolo originale Angel Heart. Drammatico, durata 113 min. – USA 1987

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Angel heart ascensore per l'inferno banner personaggi

Mickey Rourke     …     Harry Angel
Robert De Niro          …     Louis Cyphre
Lisa Bonet         …     Epiphany Proudfoot
Charlotte Rampling          …     Margaret Krusemark
Stocker Fontelieu         …     Ethan Krusemark
Brownie McGhee         …     Toots Sweet
Michael Higgins         …     Dr. Albert Fowler
Elizabeth Whitcraft          …     Connie
Eliott Keener          …     Detective Sterne
Charles Gordone          …     Spider Simpson
Dann Florek         …     Herman Winesap
Kathleen Wilhoite          …     Nurse
George Buck          …     Izzy
Judith Drake          …     La moglie di Izzy
Gerald Orange     …                     Il pastore John

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Regia     Alan Parker
Soggetto     William Hjortsberg
Sceneggiatura     Alan Parker
Produttore     Alan Marshall, Elliott Kastner
Fotografia     Michael Seresin
Montaggio     Gerry Hambling
Musiche     Trevor Jones

Angel heart ascensore per l'inferno banner citazioni

“Secondo alcune religioni, l’uovo è il simbolo dell’anima, lo sapeva?” (Louis Cyphre)
“C’è morte dovunque, di questi tempi” (Louis Cyphre)
“Io lo so chi sono” (Angel)
“La carne è debole, solo l’anima è immortale” (Louis Cyphre)
“Ahimè, com’è terribile la verità quando la si apprende troppo tardi “(Louis Cyphre)
“Solo gli sbirri e le cattive notizie non bussano!” (Angel)

 

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Storia malsana, ben condotta in ambienti suggestivi, con svolgimenti ambigui, popolata da personaggi ben tagliati, (nel senso che si fa in modo che di loro qualcosa si veda ma, contemporanemente, si fa percepire che qualcosa resta nell’oscurità). Rourke ce la mette tutta ma sparisce, quasi inevitabilmente, accanto a De Niro e agli occhi taglienti della Rampling.

Strana commistione tra thriller e horror realizzata dal regista britannico Alan Parker. Più che la trama in questo film sono primari la caratterizzazione dei personaggi, in particolare lo scalcinato e dimesso ma affascinante Harold Angel, oltre che il personaggio (luciferino in senso letterale) reso da Robert De Niro e le atmosfere noir che si esprimono attraverso le belle inquadrature e la fotografia torbida delle location adottate (specie New Orleans).

Alan Parker è regista cui il genere sta stretto, e quindi solo marginalmente affronta la tematica horror. Meglio: la storia dell’investigatore privato (un bravissimo Mickey Rourke) attraversa una serie di momenti strettamente di genere (il rituale voodoo, ad esempio), ma questi sono marginali rispetto al viaggio “spirituale” che conduce il protagonista in luoghi decadenti (per inciso: ottima la fotografia) e violentati da pioggie dove l’acqua è sostituita dal sangue. Un percorso in discesa, che precipita in un caotico (ma affascinante) finale.

Discreto thriller horrorifico, con qualche decisa puntata nell’erotismo, girato da Parker con grande eleganza e che si rivela abbastanza (ma non del tutto) avvincente, a causa di una sceneggiatura un po’ farraginosa e con qualche lungaggine che, a tratti, rischia di diluire la tensione che ci si aspetterebbe da una pellicola del genere. Bello il colpo di scena finale, anche se non del tutto imprevedibile. Ottime le ambientazioni. Piacevole, ma non certo essenziale.

Forse la miglior interpretazione di Mickey Rourke che rimane comunque offuscata da quella di Robert De Niro. Parker dirige un buon noir che presenta una trama interessante e che si sviluppa in modo del tutto originale. Molto bella anche la fotografia volutamente “sporca”. Consigliato.

Buon thriller a sfondo satanico che mescola sapientemente una trama quasi da hard boiled con numerosi spunti onirici ed orrorifici. La regia è curatissima, la fotografia opprimente quanto basta e la trama molto intrigante (nonostante qualche passaggio possa lasciare momentaneamenti perplessi). Grandi interpretazioni di Rourke e De Niro. Gustosissimo il colpo di scena finale. Godibile e ben realizzato e quindi da vedere.

Non indegno anzi, ci son buoni momenti e Rourke è al top della forma. Ma oleografico nell’illustrazione della Louisiana (Parker commette tutti i peccati che si possono commettere nel nome del “cartolinesco”) e fumettistico nel soggetto. Sappiamo già tutto dopo 20 minuti. Però, in mezzo, seguendo il girovagare dell’ennesimo private eye bollito capita di imbattersi in belle situazioni e il film, se lo si prende come giocattolone costoso si fa seguire. Tra il piacevole e il ridicolo.

Incursione di Parker nel giallo/horror, con esiti superlativi. La storia, tratta dal bel romanzo di William Hjortsberg “Fallen Angel”, si mantiene abbastanza fedele al libro e anzi ne migliora alcune parti (ad esempio ambienta il finale in una piovosa e sempre suggestiva New Orleans). Mickey Rourke dà una delle sue migliori interpretazioni di sempre e De Niro si mantiene su toni sobri riuscendo comunque a risultare inquietante nel ruolo demoniaco. Il finale giunge inaspettato e trascina il film verso una soluzione surreale ma d’impatto.

Bel film di Alan Parker, con Mickey Rourke nei panni dell’investigatore privato assoldato da mister Louis Cypher per ricercare tale Johnny Favorite. La verità sarà agghiacciante. De Niro si cala in modo ammirevole nei panni di Cypher, diciamo in modo… luciferino. Il gran pregio del film è nella recitazione, nella fotografia “sporca” e in uno script avvincente e inquietante che porta dove non si immaginava di arrivare. Parentesi voodoo. Bene.

Il miglior lavoro di Alan Parker, regista discreto che con gli anni si è perso un po’. Partendo da un buon romanzo di William Hjortsberg, apparso a puntate su Playboy, il regista britannico trae dalla fonte romanzesca il meglio, lo depura del superfluo (o del poco funzionale) e trasmette nel racconto tutta la sua visionarietà. Il risultato è un tripudio di nero e sangue, di vudù e credenze popolari, simbolismi e morti. Ottimi gli attori anche se Rourke è una spanna sopra tutti, superbe le ambientazioni e le musiche.

Thriller d’alta classe dai risvolti paranormali. Buona intepretazione degli attori principali (Mickey Rourke e Robert de Niro), ma anche di Charlotte Rampling, un’attrice troppo presto dimenticata dagli spettatori. Quanto a Lisa Bonet, la Denise de I Robinson, qui è veramente in forma splendida, come Rourke che allora era un sex-symbol. Ritmo serrato, colpi di scena a getto continuo e ambientazioni a New Orleans. Insomma, è una pellicola che t’inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma.

Bel thriller ben diretto dall’ottimo Parker e interpretato in maniera magistrale da un Rourke mai più a questi livelli e, soprattutto, da un De Niro inquietante come poche volte è accaduto. Gran ritmo, un paio di scene da ricordare e in particolare quella tra Rourke e la Bonet a letto, violenta e erotica allo stesso tempo. Colonna sonora da mandare a memoria. Da riscoprire.

Lungometraggio di qualità sopraffina diretto con maestria da un ispiratissimo Alan Parker ed interpretato con convinzione da un cast decisamente in parte. Punti di forza del film sono le opprimenti atmosfere da noir che si fondono magnificamente con una trama da thriller e con situazioni da puro horror. Rourke è perfetto nella parte di uno sfatto detective privato invischiato in una situazione dai risvolti macabri, De Niro è quanto di più diabolico si sia mai visto sullo schermo fino ad ora. Inutile l’appellativo di cult in quanto troppo riduttivo.

Ottimo giallo con venature horror e splendida e cupa ambientazione anni ’50. L’asso nella manica del film sta nelle scene con Louis Cypher (De Niro) e soprattutto nel finale insospettabile e inquietante. Rourke dà il meglio di sè e resta una delle sue interpretazioni migliori, ma anche Robert De Niro (con sole 4 scene a disposizione) riesce ad essere incisivo e memorabile. Imperdibile.

Tenebrosa sciarada, sinistro indovinello, ottimo mix di generi (detective story, noir, thriller, horror). Angel regge proprio l’anima con i denti, si vede, e la sua ricerca del fantomatico cantante Johnny, dalle nebbie di New York alle paludi di New Orleans, è uno slalom tra simboli di decadenza, di perdizione, di morte. Parker si appropria dei luoghi comuni dell’ horror soprannaturale – demoniaco e li stilizza in maniera estrema, inserendoli in una storia originale, dolorosa, diabolicamente beffarda! Rourke è al suo meglio, De Niro è sottile..

Alla fine il conto del diavolo si paga sempre. Un dismesso investigatore deve ritrovare un individuo per conto di un inquietante figuro. Una lucida discesa nei meandri della paura e della disperazione. Ambientata nelle atmosfere infide della Lousiana, la pellicola si avvale di un valido cast e di una narrazione elettrizzante, anche se lievemente contorta.

Alan Parker si dimostra, come sempre, bravo e versatile, affrontando una tematica per lui inedita come l’horror. Lo fa in modo personale, naturalmente, puntando su una trama di indubbio fascino, complessa al punto giusto senza essere artificiosa. Rourke si cala bene nell’ambiguità del personaggio assegnatogli, e De Niro istrioneggia da par suo. Non manca qualche sequenza di macabro impatto visionario, come pure un finale di grande efficacia.

Al diavolo bastava aspettare la morte di Johnny Favorite per incassarne l’anima, ma ha voluto che il cantante “furbo” se ne rendesse conto; da qui la nascita del romanzo di William Hjortsberg e di questo intrigante ed avvincente film. Poche cose non convincono in questo lavoro, anzi forse una sola, il finale; non per la “quasi sorpresa”, quella ci sta tutta (anzi, è come detto sopra il film stesso), ma per la frettolosità dell’esecuzione rispetto ai tempi della storia e per gli inutili occhi colorati del “nipotino”. Rourke e De Niro perfetti.

Amo alla follia questo superlativo Southern Gothic – ispirato al romanzo “Fallen Angel” di William Hjortsberg – secondo me uno dei migliori film degli anni ’80 e il più bello in assoluto di Alan Parker. Regia curatissima, atmosfere perfette e attori in stato di grazia. Splendida la scena del passionale amplesso fra Mickey e la Bonet, sottolineato musicalmente dal brano “Soul on Fire” di LaVerne Baker (1929-1997): canzone e sequenza divenute per me cult assoluti, come ovviamente l’intero film.

Delirante quanto deliziosa pellicola made in USA: due grandissimi attori (Rourke e DeNiro) sono al servizio di un Alan Parker visionario, crudo, spirituale. Scene che rimarranno scolpite nella memoria dello spettatore per molto tempo. C’è tutto in questo film: gli appassionati di horror-thriller-mystery sono avvertiti.

Chi cerca l’horror rimarrà, come si suol dire, a bocca asciutta. Nonostante il risvolto esoterico (abbastanza evidente fin dall’inizio), ci troviamo davanti ad vero e proprio giallo, bello ma complessivamente non troppo avvincente. Parker si dimostra un maestro nel valorizzare ogni dettaglio dei suoi scenari: come la Dublino di The Commitments, qui New York e la Louisiana degli anni 50 diventano un vero valore aggiunto. Bravo Rourke, De Niro elegantemente magnetico, sebbene il suo “diabolico” personaggio sia destinato a poche e brevi sequenze.

Ottima pellicola, piena di suspence. Un thriller che non annoia. Intriganti i riferimenti al voodoo, affascinante un Robert De Niro forse lasciato un po’ in disparte; un finale di quelli che difficilmente si riuscirebbe ad ipotizzare. Sicuramente da vedere.

Nudo e selvaggio

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Un aereo da turismo sorvola i cieli dell’Amazzonia; a bordo c’è un eterogeneo gruppo di persone che si è assemblato a San Sebastian.
Tra loro ci sono il prof. lbanez di professione paleontologo con sua figlia Eva, il capitano dei Marines in congedo John Heinz e la sua poco amata compagna Betty, il fotografo brasiliano Josè con le sue due modelle Monica e Belinda che devono realizzare un servizio fotografico e Kevin Hall, un giovane yankee che si occupa di ricerca e compra vendita di ossa di animali preistorici.

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Lo schianto del Piper nella giungla

L’aereo ha come destinazione il capoluogo Manaus, ma il prof.Ibanez riesce a convincere il pilota ad effettuare un’escursione nella valle dei Dinosauri, un posto assolutamente interdetto ai civili perchè riserva dei ferocissimi Aquara.
Ovviamente la deviazione costa cara al gruppo, perchè una violenta perturbazione porta fuori rotta il piccolo Piper che così finisce per precipitare proprio all’interno della zona interdetta.

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Nello schianto la modella Monica, il professor Ibanez e il pilota dell’aereo perdono la vita, mentre i superstiti recuperate le poche cose che hanno potuto salvare dal velivolo si accingono ad una pericolosissima traversata della foresta, sotto la guida di Heinz che ha esperienza di giungla avendo combattuto in Vietnam.
E’ proprio l’ex Marines a rivelarsi prezioso, riuscendo a far superare allo sparuto gruppo le insidie della foresta, infestata da serpenti e coccodrilli, bestie feroci e ovviamente dai feroci Aquara.
Ma il gruppo diventa sempre più sparuto; la moglie di Heinz finisce in una buca con le sabbie mobili e viene inghiottita senza che nessuno possa fare niente per lei, Josè viene assalito dai piranha che gli mangiano gli arti provocando tali sofferenze nell’uomo che Heinz è costretto a ucciderlo e in ultimo anche lo stesso capitano muore investito da una marea di frecce scagliategli contro dai feroci Aquara.

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Gli unici sopravvissuti, ovvero Kevin, Eva e la modella Belinda subiscono un attacco degli Aquara che riescono a catturare le due donne.
Belinda e Eva vengono selvaggiamente torturate, ma grazie a Kevin riescono a scampare ad un atroce destino; il giovane infatti le libera sparando addosso agli indigeni e uccidendone un gran numero.

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La fuga riprende e i tre impadronitisi di una imbarcazione, navigano alla cieca lungo il corso d’acqua principale.
Ma è destino che le loro peripezie non debbano terminare.
I tre finiscono tra le mani del crudele avventuriero China, che sevizia Kevin e uccide Belinda dopo aver brutalizzato la sventurata Eva.
Kevin riesce a liberarsi e ingaggia un duello mortale con l’uomo, che alla fine uccide.

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Dopo aver liberato gli schiavi di China, Kevin ha un colpo di fortuna; il socio in affari di China arriva nell’accampamento del defunto avventuriero per prendersi la sua parte di bottino, consistente in una cassetta di smeraldi.
Kevin ruba gli smeraldi e si appropria dell’elicottero con il quale è arrivato il trafficante e, imbarcata Eva, fugge verso la libertà.

Nudo e selvaggio è un film del 1984 diretto da Michele Massimo Tarantini, conosciuto anche con il titolo aggiuntivo di Cannibal ferox 2 o anche con il titolo internazionale Massacre in Dinosaur Valley, e appartiene anche se in modo molto marginale al florido filone dei Cannibal movie, pur non essendo propriamente un film splatter o con ambientazione prettamente cannibalesca come i titoli del genere Cannibal.

Il regista romano, conosciuto principalmente per una serie di film appartenenti alla commedia sexy come La liceale ,La poliziotta fa carriera , La professoressa di scienze naturali , La poliziotta della squadra del buon costume, affronta per la prima volta il genere Cannibal movie nel momento in cui il filone è ormai completamente esaurito.

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Lo fa firmandosi con il nome Michael Lemick per dare un tocco di internazionalità al film, che tale appare allo spettatore più sprovveduto; il cast infatti elenca attori dai nomi “stranieri”, come Michael Sopkiw, Suzane Carvalho, Milton Morris, Marta Anderson, Joffre Soares, Gloria Cristal, Susan Hahn, ma ovviamente trattasi di mero espediente commerciale.
Il film è da considerare a tutti gli effetti un B movies, che tenta di mescolare in maniera abbastanza grossolana gli archetipi del genere Cannibal, ovvero erotismo e violenza con immagini forti e un plot che però non solo è abusato in larga parte, ma che è anche utilizzato al peggio.
Difatti complici un cast di attori assolutamente mal assortito e una sceneggiatura poverissima e già vista, scarsi mezzi a disposizione e alcune trovate che scivolano nel tragicomico, il film precipita nella farsa e nel finale anche nel grottesco, con un happy end talmente abusato da gridare vendetta.
Tutto il peggio dei film d’avventura viene mescolato al genere Cannibal condendolo con tocchi di erotismo consistenti in stupri e nudi a profusione, utilizzando gli effettacci del genere stesso ovvero i piranha che divorano le gambe del fotografo (decapitato dall’ineffabile Marines) per terminare come tutti i salmi con il solito cattivo che uccide e violenta le due protagoniste prima si subire il giusto castigo.

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Il tutto appesantito anche, come già detto, da una recitazione primordiale, ovvero da attori in erba in un cast in cui non si salva assolutamente nulla, a partire dall’inespressivo e quasi tonto protagonista, tal Michael Sopkiw del quale si ricordano solo due apparizioni in filmacci come Shark: Rosso nell’oceano e 2019 – Dopo la caduta di New York per finire con le due bellezze che arrivano alla fine del film, ovvero Suzane Carvalho (Eva, attrice mai più sentita nominare) e Susan Hahn, anch’essa definitivamente scomparsa dalle scene dopo questo film.
Un film davvero di una pochezza imbarazzante annoverabile tra i trash che infestarono come i piranha della pellicola gli sventurati anni 80, che per numero di produzioni di bassa lega non ebbero niente da invidiare ai decenni precedenti e successivi.

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Un film di Michele Massimo Tarantini. Con Michael Sopkiw, Suzanne Carvalho . Avventura, durata 94 min. – Brasile 1984.

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Nudo e selvaggio banner personaggi

Michael Sopkiw     …     Kevin Hall
Suzane Carvalho         …     Eva Ibañez
Milton Rodríguez          …     Capitano John Heinz
Marta Anderson          …     Betty Heinz
Joffre Soares         …     José
Gloria Cristal          …     Monica
Susan Hahn         …     Belinda
Maria Reis          …     Myara
Andy Silas         …     China
Leonidas Bayer         …     Prof. Pedro Ibañez
Carlos Imperial         …     Pilota del Piper
Samuka    …     Un indigeno
Ney Pen         … Un indigeno
Jonas Dalbecchi         … Carlito

Nudo e selvaggio banner cast

Regia: Michele Massimo Tarantini (come Michael E. Lemick)
Sceneggiatura:Michele Massimo Tarantini, Dardano Sacchetti (non accreditato)
Produzione: Chris Rodrigues
Editing: Michele Massimo Tarantini
Costumi: Zenilda Barbosa

 

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