Cappuccetto rosso

Cappuccetto rosso locandina

Come i lettori più attenti del mio blog sanno, generalmente non mi occupo di cinema contemporaneo, per la più volte citata legge sul copyright dei fotogrammi.
La dovuta e necessaria eccezione è rappresentata da un film breve, quasi un cortometraggio, di un giovane e talentuoso regista pugliese, Stefano Simone.
Cappuccetto rosso, tratto da un romanzo di Gordiano Lupi, rappresenta una ottima prova del giovane regista, capace di utilizzare gli scarsi mezzi a disposizione ricavando, dal romanzo stesso, una fiaba nera in cui i personaggi ribaltano completamente i ruoli canonici della fiaba a cui fa riferimento il film.

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Cappuccetto rosso non è più la tenera e sperduta ragazzina che attraversa il bosco per andare a trovare la nonna, ma è un giovane all’apparenza ingenuo come la ragazzina, che si imbatte non nel lupo ma in una spietata killer.
Il ribaltamento della storia ha già qualche motivo di interesse e Simone ripercorre la storia dandole il giusto pathos, utilizzando cioè quello che più serve ad un giovane regista, ovvero la fantasia, l’intelligenza di capire come coinvolgere lo spettatore e sopratutto mostrando una buona conoscenza della macchina da presa.

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Il risultato è sicuramente di buon livello, sempre considerando il fatto che lo scarso budget ha costretto il giovane autore all’utilizzo di attori amatoriali, all’utilizzo di effetti artigianali e via dicendo.
Ma quello che conta oggi è l’idea di fare un cinema in cui ci sia la capacità di attrarre lo spettatore senza utilizzare mirabolanti effetti o nomi di cartello; Stefano Simone ci riesce, e vien da chiedersi cosa avrebbe ottenuto se avesse avuto alle spalle i finanziatori dei film di celebrati autori, per intenderci quelli dei cinepanettoni, un’autentica offesa all’intelligenza degli spettatori.

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Il cinema italiano risente proprio di questi problemi; qualche anno addietro venne proposto (qualcuno certamente ricorderà) il film Mutande pazze, finanziato dai contribuenti italiani,alla resa dei conti un’autentica presa per i fondelli, in cui venne sperperato denaro che avrebbe potuto aiutare registi come Simone ad emergere e farsi notare. E’ una vecchia storia, ahimè, che sembra ripetersi con puntualità.

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La crisi economica poi non aiuta certo i giovani volenterosi come il nostro Stefano a mostrare le loro qualità, anzi; i produttori non rischiano più nulla, preferendo la sicurezza dellepappine preconfezionate tipiche del cinema dei Vanzina, Parenti ecc.
Nihil sub soli novi.
Tra le cose che ho apprezzato maggiormente nel film di Simone c’è il sapiente utilizzo di una soundtrack molto efficace, unita alla capacità dello stesso di mantenere il ritmo ad un livello accettabile.
Ovviamente il prodotto finale risulta penalizzato oltre modo dalla recitazione, ma come già detto senza soldi è davvero problematico ricavare un prodotto eccelso.

Simpatica anche l’idea da parte di Stefano di rendere tributo a 3 grandi della cinematografia italiana, ingiustamente relegati fra gli autori di B movies o di cinema di genere come Fulci, Massaccesi e Bava: generalmente il tributo arriva sempre nei titoli di coda, sopratutto alla fine.
Stefano per evitare il solito problema della scarsa lettura degli stessi anticipa le cose, sicuramente anche per esaltare quelli che sono i maestri a cui si ispira.
Un giovane con ottime doti, quindi; attendiamolo con fiducia alle prese con storie più complesse e sopratutto con mezzi adeguati.In ultimo una breve citazione per l’autore della storia breve, Gordiano Lupi, il cui racconto tratto da Cattive storie di provincia costituisce la parte fondamentale del film.

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II critico cinematografico e scrittore, oltre che editore, ha sempre la capacità di dire cose semplici con parole semplici, il che oggi è merce rara.
Un bel duo, rien a dir, quello composto da Simone e Lupi, che vorrei rivedere all’opera.
Cappuccetto rosso, un film di Stefano Simone, con Luca Peracino, Soraia Di Fazio, Sara Ronco, Andrea Zamburlin, Giovanni Pipia-Horror- Italia 2009

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Regia: Stefano Simone
Produzione: Foglio Cinema
Sceneggiatura: Emanuele Mattana
Musiche: Luca Auriemma
Fotografia e montaggio: Stefano Simone

 

La moglie in bianco, l’amante al pepe

La moglie in bianco l'amante al pepe locandina

Peppino Patanè, dentista e Barone, tipico esempio di galletto ruspante di mezz’età, si barcamena tra la moglie,  cicciottella e stranita e la splendida amante Anna Maria.
La sua pacifica vita da gaudente viene stravolta dall’arrivo del figlio Gianluca, che si presenta alla stazione del paese dove Patanè vive, vestito di rosa e con tanto di orecchino (siamo nel 1980).

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Ria De Simone e Susan Scott

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Susan Scott

Ben presto al barone e a suo padre, ormai anziano e in punta di morte, sorgono molti dubbi sulla virilità del giovane, aggravati dalla sua passione per il culturismo. La morte del padre di Peppino sconvolge la famiglia, non per il dolore, ma per il testamento che l’anziano lascia.
Secondo le sue disposizioni, infatti, affinchè la famiglia Patanè possa ereditare il patrimonio Gianluca deve avere un figlio entro 12 mesi dalla morte del nonno.
Peppino cerca di mettere alla prova la virilità del figlio, facendolo incontrare con la sua amante Anna Maria, senza esito.

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Occorre quindi trovare una moglie al giovane e il caso arriva in aiuto del barone. Un sacerdote suo amico ha una nipote, Sonia, una ragazza dal passato turbolento; la donna, mimetizzata sotto  occhiali spessi e un vestito castigato si rivelerà una splendida fanciulla, fisicamente esplosiva.
Alla fine Sonia e Gianluca arriveranno alle nozze e daranno alla luce il tanto sospirato erede maschio, chiamato Calogero.
Tutto sembra funzionare per il meglio, ma il giorno della presentazione al paese del bimbo, mentre tutta la famiglia è festante sul balcone con il paese radunato sotto ad applaudire, si vede Gianluca mandare un bacio furtivo ad un suo amico culturista.

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Pamela Prati

La moglie in bianco l’amante al pepe, regia di Michele Massimo Tarantini (al soggetto ci si sono messi in 4 a lavorare!) è la più classica delle commedie sexy del periodo a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta (Il film è datato 1980); il canovaccio è quello ormai tradizionale del fertile filone famigliare, ovvero il padre mandrillo, il figlio imbranato, l’amante bellissima con la moglie ovviamente tutt’altro che appetibile e in mezzo stravaganti e improbabili amorazzi, tradimenti, fughe precipitose da camere da letto.

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Questa volta il prorompente Lino Banfi, che replica per l’ennesima volta il ruolo del marito fedifrago è alle prese con un figlio (interpretato malamente dall’inespressivo Javier Viñas) sospettato, con buona ragione, di essere gay. Attorno a questo trito e abusato punto fermo, si sviluppa una commedia con rari sprazzi di comicità, affidata più all’estemporanea capacità dell’attore pugliese di far ridere grazie al suo campionario di gag che ad altro.

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Non fosse per la presenza della splendida (anche se vistosamente in là con gli anni) Susan Scott/Nieves Navarro e per le superbe doti fisiche di Pamela Prati, davvero ci sarebbe ben poco da commentare.
La storia è sempre la stessa e mette assieme luoghi comuni (il meridionale che deve assolutamente far sfoggio di virilità) e battute da trivio, natiche e seni in primo piano e le solite scene girate in camere da letto di anonimi alberghi, luoghi di convegno sei soliti immancabili adulteri.
Tutto già visto altre volte, quindi.

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Cambia solo la protagonista femminile, che questa volta è la scarsamente (quasi nulla) espressiva Pamela prati, impegnata però a far sfoggio di un fisico davvero superbo.
Nel cast figura,anche se in una particina davvero marginale, Ria De Simone, mentre alla Scott è affidato il ruolo dell’amante di Peppino Patanè, che l’attrice spagnola ricopre con la consueta abilità.
Filmetto di grana grossa, con qualche sprazzo comico (limitatissimo) che suscita ilarità.

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La moglie in bianco… l’amante al pepe,un film di Michele Massimo Tarantini. Con Lino Banfi, Pamela Prati, Marina Porcel, Raf Baldassarre,Bruno Minniti,Susan Scott,Ria De Simone
Commedia, durata 85 min. – Italia, Spagna 1980.

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La moglie in bianco l'amante al pepe banner protagonisti

Lino Banfi: Giuseppe ‘Peppino’ Patanè / Calogero Patanè
Pamela Prati: Sonia
Marisa Porcel: moglie di Peppino Patanè
Javier Viñas: Gianluca, figlio di Peppino Patanè
Ria De Simone: sorella di Peppino Patanè
Susan Scott: amante di Peppino Patanè
Toni Ucci: Zio Cosimo

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Regia:     Michele Massimo Tarantini

Soggetto:     Luciano Martino, Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura:     Giorgio Mariuzzo, Bruno Di Geronimo, José Vicente Puente, Michele Massimo Tarantini
Musiche: Sereno De Sutti
Editing: Alberto Moriani
Costuni: Elio Micheli


Nel suo periodo di massimo fulgore cinematografico Lino Banfì girò moltissimi film dalle alterne fortune commerciali ma dal simile (limitato) spessore cinematografico. Questa pellicola si inserisce ottimamente nel filone erotico-pecoreccio in cui eccelse l’attore pugliese ma è nel complesso una delle meno divertenti: situazioni comiche riciclate da innumerevoli film precedenti, battute poco divertenti e cast (a parte Banfi) decisamente debole.

La carenza di una vera “star” femminile (debutto ufficiale per Pamela Prati, vero nome Paola Pireddu) viene aggirata con l’escamotage di affiancarle un “fisico” dignitoso come quello della Navarro (aka Susan Scott), che non mostra -per fortuna virile- particolari inibizioni al momento di rimuovere vestiti (pur attillati). Banfi ormai è lanciato in soggetti cretini (forse neanche sceneggiati) e tira fuori il meglio dell’improvvisazione da cabaret. La musica, sempre presente, non risolleva il clima di mestìzia che alberga nell’intero film.

Da parte mia è di culto as-so-lu-to. Banfi recita la parte del barone Patané talmente sopra le righe da farlo diventare uno dei suoi ruoli più divertenti. Anzi, il ruolo è doppio visto che nella prima parte lo vediamo anche nei panni del nonno sporcaccione. Certo tecnicamente si è visto di meglio, anche restando nella filmografia di Michele Massimo Tarantini, ma la storia è perfetta per le corde del comico barese ed il film guadagna punti su punti. Imbambolata ma da sturbo l’esordiente Pamela Prati, che non avrà mai grande fortuna col cinema.

Ma basta!!! Al miliardesimo film-pochade all’italiana Banfi ha chiarito essere un attore dal repertorio limitatissimo. Anche Totò faceva brutti film ma nonostante ciò era un genio. Quindi la giustificazione che Banfi era costretto da copioni beceri non regge. Questo, coproduzione spagnola con una starlet così poco memorabile come la Prati (sembra un trans), è tra i meno riusciti di un universo cinematografico che oggi sembra così poco politically correct ma che all’epoca era solo volgare. Nieves Navarro solleva la desolante situazione tette-culo.

Un Banfi scatenato così non lo avevamo mai visto: un susseguirsi di urla, gestacci, versi in pieno stile “banfesco” fanno da cornice a questa classica commedia degli equivoci (se così vogliamo chiamarla). C’è una giovane Pamela Prati (alla faccia a quelli che dicevano che era un travestito) e un nonnino che non è altro che Banfi sulla sedia a rotelle. Forse uno dei migliori film diretti da Tarantini.

 

Immacolata e Concetta, l’altra gelosia

Immacolata e Concetta l'altra gelosia locandina

Storie parallele di due donne, che finiranno per incrociare e condividere i destini delle loro vite.
La prima, Immacolata, sposata ad un uomo rozzo e madre di una ragazzina, ha una macelleria ma se la passa male. Per fronteggiare la difficile situazione economica, accetta le avance e la corte di un camorrista di piccolo taglio, Ciro Pappalardo, a cui un giorno porta una ragazzina orfana adottata da una vicina. Immacolata cerca di spingere la ragazza tra le braccia di Ciro, ma viene sorpresa proprio nel momento in cui la ragazza sta per avere un rapporto orale con l’uomo. Immacolata finisce così in prigione. Parallelamente, si svolge la vicenda di Concetta, una bracciante omosessuale, legata alla moglie di un contadino.
L’uomo affronta Concetta intimandole di porre fine alla relazione, ma la donna reagisce sparando e ferendo l’uomo ad un braccio. Anche lei finisce in prigione.

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Tempo dopo vediamo Immacolata in una squallida camera di una pensione; è in attesa di Concetta, che ha conosciuto in carcere e con la quale ha intrecciato un’amicizia particolare.
Tra le donne sboccia un amore passionale, che ben presto finisce sotto gli occhi di tutti; siamo in un piccolo centro dell’entroterra napoletano e la relazione scandalosa non può certo passare inosservata.
Ma Immacolata, sfidando i pregiudizi di tutti, porta Concetta a vivere con se, allontando nel contempo il marito, forte del fatto di essere l’intestataria sia della casa in cui vive sia della macelleria.
La vicenda diventa ancor più drammatica il giorno in cui la figlia di Immacolata, in seguito ad un incidente, rimane menomata.

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Marcella Michelangeli è Concetta

La donna, per far fronte alla malattia della figlia, accetta nuovamente la corte di Ciro, che le promette in cambio di intestarle una macelleria a Napoli dividendo i guadagni al 50%; ciò provoca la gelosia di Concetta, che però per qualche tempo sembra disposta a dividere la sua amante con l’uomo.
Ma Immacolata, che ama Concetta ma che ha anche una sessualtà “normale” in cui sente il bisogno di un uomo, resta incinta durante uno degli incontri con Ciro.
Concetta a questo punto, sicura che prima o poi la donna la abbandonerà, uccide a colpi di bastone Immacolata.
Film drammaticamente incentrato sul tema della diversità, ma non solo, Immacolata e Concetta l’altra gelosia affronta con coraggio tematiche scottanti, come l’amore lesbico tra le due protagoniste inserito in un ambiente apparentemente degradato, almeno a livello culturale.

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Le due donne protagoniste del dramma vivono in piccoli centri, quelli in cui le vite degli altri sono espsote ad una specie di effetto “lente di ingrandimento”, dove tutti i fatti, le esperienze, dove la stessa vita è controllata e giudicata dalla morale comune.
Così la relazione “scandalosa” tra le protagoniste finisce per diventare argomento di discussione; Immacolata cerca di sottrarsi a questa consuetudine portando la sua amante in casa, scacciando il marito rozzo e brutale, ma finisce per soccombere ad una sorta di nemesi che si accanisce sulla sua vita e su quella di Concetta, di per se abbastanza tribolate sia per l’umiltà dei mestieri che svolgono sia per le condizioni in cui vivono.

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Le due personalità delle protagoniste sembrano essere al tempo stesso complementari ma estremamente divergenti; a cominciare dalla loro diversità sessuale.
Mentre Concetta è manifestamente lesbica, tanto da aver interrotto la sua relazione precedente sparando al marito della sua amante, Immacolata scopre di essere attratta dall’amica/amante anche sessualmente, non rinunciando però alla sessualità tradizionale.
C’è un passo fondamentale del film in cui Immacolata è a letto con Concetta e le dice” quando sono a letto con te, non posso fare a meno di pensare ad un uomo, ma quando sto con un uomo penso sempre a te: è come un fuoco che comincia nello stomaco e finisce nel cervello…”
Ma tra le due la più passionale è proprio Concetta, che vive l’amore, il sesso, in maniera totale e completa; Immacolata sembra invece vivere il tutto anche in funzione della sua vita privata, fatta di un matrimonio fallito e da una maternità che le ha procurato il grande dispiacere dell’incidente occorso a quella figlia che tanto ama.
Proprio in nome di quella maternità Immacolata riallaccia la relazione con Ciro, spinta però anche dal desiderio di vivere una vita all’apparenza normale, testimoniata proprio da quella frase rivolta all’amante nel letto che condividono.

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Il film affronta questa realtà immergendola in un contesto sociale che è più deprimente che degradato; le vite al sole dei paesani, di Immacolata, di Concetta e di Ciro, della moglie di quest’ultimo e del marito di Immacolata sono vite a metà, vissute in un contesto in cui il diritto alla riservatezza, alla propria vita intesa come coacervo di tutte le libertà individuali, è annichilito dalla convenzione sociale, dal moralmente inaccettabile.
Così le due esistenze si consumano fino al drammatico e tragico epilogo, quando Concetta decide di uccidere l’amante, quasi consapevole di non poter avere, nè al presente tantomeno nel futuro, un punto fermo nella sua relazione con l’amante.
Dentro di se sa che dovrà sempre dividerla con un uomo, che sia il Ciro del momento o un altro.
Il film di Salvatore Piscitelli, che è un’opera prima, si rivela un’autentica sorpresa; principalmente perchè il regista mostra una capacità davvero rilevante di cogliere i vari aspetti della vicenda prediligendo l’aspetto umano prima che quello morboso.

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Ida Di Benedetto è Immacolata

Le scene di erotismo, alcune davvero ardite, sembrano immerse però in un lago ghiacciato, quasi a voler sottolineare l’estraneamento delle due donne dal contesto che le circonda.
La stessa camera d’albergo è quanto di più squallido si pssa immaginare, ta le due donne ci sono pochissime parole, ma tanta tenerezza, quella tenerezza di cui sono affamate, che la vita ha loro negato.
La macchina da presa indugia sui volti delle protagoniste alla ricerca delle loro anime, che ad un certo punto sembrano perse dietro sogni assolutamente irraggiungibili; eppure le due donne altro non chiedono che vivere una vita normale, assaporare un po di tenerezza.

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Il destino però ha in serbo il solito colpo di coda, crudele.
Il film è anche una grande prova delle due attrici, ovvero Ida Di Benedetto (Immacolata) e Marcella Michelangeli (Concetta); la prima interpreta alla perfezione la maschera quasi tragica di Immacolata, con piglio severo, senza nessuna concessione a cadute di tono o di tensione.

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La seconda è quasi straziante nei panni di un personaggio da tragedia greca; le due attrici finiscono così per integrarsi alla perfezione, raggiunta proprio nei momenti topici del film, come l’unione carnale nel loro primo incontro.
La sequenza saffica, che ripeto, non ha nulla di erotico o di morboso, è resa con stupefacente realismo.
Una grande prova, quindi, cosi come eccellente è la regia di Piscitelli.
Girato in presa diretta, il film è una testimonianza della capacità di raccontare una storia difficile senza eccedere i personalismi o in critiche più o meno velate alla società.
E’ privilegiata la realtà, la stessa che porterà le due protagoniste a dividersi definitivamente nel tragico finale.

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Immacolata e Concetta, l’altra gelosia, un film di Salvatore Piscicelli. Con Ida Di Benedetto, Marcella Michelangeli, Tommaso Bianco, Lucio Allocca,Lucia Ragni
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1980

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Ida Di Benedetto     …     Immacolata
Marcella Michelangeli    …     Concetta
Tommaso Bianco    …     Ciro

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Regia     Salvatore Piscicelli
Soggetto     Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura     Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Fotografia     Emilio Bestetti
Montaggio     Roberto Schiavone
Musiche     Rudy Beytelman

Film di esordio del regista partenopeo Salvatore Piscicelli (che lo ha scritto con la moglie Carla Apuzzo), Immacolata e Concetta è un melodramma sull’amore lesbico, realizzato senza concessioni alle facili morali ma in modo duro e contrario al politically correct (finale compreso). Ne deriva un aumento della credibilità della storia a cui contribuisce l’ottima interpretazione di tutto il cast (composto anche da attori non professionisti).

Esordio alla regia per il napoletano Salvatore Piscicelli, autore eccentrico e ingiustamente poco noto a dispetto d’una manciata di pellicole erotiche di certo interesse. Erotico (ma con valenze sociali non indifferenti) è, infatti, anche questo film -come traspare dal titolo- che analizza l’insolita relazione tra Immacolata (Ida Di Benedetto) e Concetta (Marcella Michelangeli), sviluppata dietro una permanenza carceraria e destinata a chiudersi in tragedia. Scritto dal regista in collaborazione con la moglie (Carla Apuzzo), il film tratta con coraggio l’amore diverso in un contesto reticente.

Piscicelli affronta coraggiosamente e con serietà i temi dell’emancipazione, del lesbismo e della famiglia omosessuale in un microcosmo partenopeo dove ancora vigono non solo oppressive leggi maschiliste e patriarcali, ma anche rigide norme sul delitto d’onore e il tradimento che finiscono con il contagiare anche una delle due “diverse”. Stile scarno, quasi documentaristico con rapide incursioni ai limiti del porno ed accenni fassbinderiani (i crudeli rapporti di potere). Intense le interpretazioni delle due protagoniste.

Dramma a tinte forti, ottimamente tenuto da un regista esordiente. Lo stile delle riprese è molto naturale, e la storia viene raccontata con qualche ellisse ma tutto sommato in modo tradizionale. La Di Benedetto mi ha sinceramente colpito con un’interpretazione coi fiocchi, di quelle che si ricordano; mentre la Michelangeli (doppiata) attraversa tutto il film con l’aria di una tossica in crisi di astinenza. Notevole.

Bella storia d’amore al femminile diretta da un regista napoletano che non ha avuto nel corso degli anni il credito che meritava. Un film crudo e coraggioso, compreso il finale, che affronta tematiche inusuali e scabrose ma lo fa con grande sobrietà narrativa senza dare spazio a pruriti lascivi e gratuiti e con un rigore visivo che non presenta alcun compiacimento stilistico e che è perciò degno di nota. Davvero bravissime le due interpreti principali.

Piscicelli esordisce alla regia con questo melodramma a tinte fosche incentrato su un amore saffico ambientato nel Meridione proletario in cui si cerca un’introspezione psicologica dei personaggi. Cast egregio e narrazione torbida che non può non portare ad un finale crudo.

Zeder

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Chartres (Francia), 1956
Il professor Meyer svolge ricerche su una teoria elaborata dal dottor Paolo Zeder; secondo quest’ultimo, che ha analizzato le sepolture dei popoli antichi, esistevano alcuni punti particolari della terra dove gli stessi popoli del passato seppellivano i morti con la convinzione che sarebbero tornati dall’aldilà. Questi terreni, chiamati K, avrebbero quindi la facoltà di mantenere in uno stato di animazione sospesa i corpi.
Meyer rinviene, grazie ad una ragazza usata come un radar, la tomba dello stesso Zeder, ma durante la ricerca la ragazza viene assalita da un’entità misteriosa e mutilata di una gamba.
La scena cambia e arriviamo ai giorni nostri.
Alessandra, giovane moglie di uno scrittore, Stefano, regala al marito in occasione del loro primo anniversario di nozze una macchina per scrivere.
Stefano, che fa lo scrittore, trova scritto sul nastro carbografico della macchina un inquietante racconto fatto da un ex prete, Luigi Costa, che racconta in maniera oscura di aver localizzato un terreno K, presso la necropoli di Spina, in prossimità di Rimini.

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Il falso Luigi Costa

Stefano, incuriosito, inizia delle indagini private che si riveleranno da subito molto pericolose; difatti un’organizzazione segreta francese, a cui appartiene il professor Meyer, che dopo 30 anni è ancora alla ricerca di un terreno K particolarmente “fertile”, segue i suoi progressi nelle indagini.
Lo scrittore, sulle tracce di Don Costa, che negli ultimi anni della sua vita aveva abbandonato l’abito talare, si imbatte in una serie di personaggi equivoci e legati in qualche modo alla vicenda, a cominciare dal suo più caro amico, il tenente Guido, per proseguire con la sorella cieca di Costa.

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La scoperta della tomba di Paolo Zeder

Proprio a casa di quest’ultima, Stefano apprende dalla donna della morte del ex sacerdote, avvenuta un mese prima.
Aiutato dalla moglie, Stefano scopre su indicazione di un primario della clinica dove è morto Costa, il luogo di sepoltura di quest’ultimo; nel cimitero di Spina Stefano rinviene la sepoltura dell’uomo ma non il suo corpo.
Con un’intuizione che sarà anche la sua rovina, Stefano arriva così alla colonia per bambini che il religioso seguiva anni prima.
Qui lo scrittore scopre che la misteriosa organizzazione francese ha installato un laboratorio segreto che monitorizza il corpo del sacerdote, seppellito a due metri di profondità nel famoso terreno K.
Stefano vede anche il sacerdote vivo passeggiare all’interno della stuttura che ospitava la colonia.

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L’inizio dell’enigma: un regalo mortale

Entrato nel laboratorio, Stefano si impadronisce di un nastro sul quale ci sono le prove degli esperimenti condotti dall’organizzazione e lo affida alla moglie, incaricandola di consegnarlo ad un amico esperto di storia.
Ma lo scrittore non ha fatto i conti con le potenti amicizie dell’organizzazione, a cui appartengono le persone di cui Stefano si fida; costoro si impadroniscono del nastro e uccidono la sventurata Alessandra.

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Don Mario e Stefano a colloquio

Nel frattempo l’ignaro Stefano, tornato all’interno della colonia, scopre con orrore che Don Costa, ritornato dalla morte, ha ucciso due degli appartenenti all’organizzazione.
L’effetto collaterale del ritorno dall’aldilà si concretizza quindi in un emergere di istinti bestiali i coloro che hanno osato sfidare la morte.
Tornato nell’hotel dove ha creato la sua base, Stefano scopre il cadavere della moglie.
Disperato, decide di seppellirla nel terreno K.
Alessandra torna dall’aldilà, e abbraccia Stefano, ma….

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La finta sepoltura di Costa

Zeder, diretto da Pupi Avati nel 1983, è il più bello tra gli horror girati negli anni 80;caratterizzato da una trama molto convincente non esente però da alcune contraddizioni, i distingue principalmente per la regia asciutta e a tratti assolutamente claustrofobica.
Zeder sembra composto da scatole cinesi, che il protagonista, lo scrittore Stefano, apre per trovarsi ogni volta di fronte ad un nuovo enigma.
L’atmosfera cupa del film ricorda La casa dalle finestre che ridono, opera meglio riuscita proprio in virtù di una sceneggiatura senza pecche.

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La necropoli di Spina

In questo film alcune forzature sono evidenti; tutte le persone che conosce Stefano diventano parte di una specie di complotto del silenzio e in qualche modo hanno a che fare con la storia; il che è abbastanza risibile, tenuto conto che il tutto nasce dal casuale acquisto da parte di Alessandra della macchina per scrivere acquisita ad un’ata.
Come sia possibile che Guido, l’amico poliziotto di una vita, che il professore a cui si rivolge Stefano, che il primario della clinica amico del padre di Alessandra abbiano tutti a che fare con la storia resta davvero un espediente poco credibile.

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La strana morte di Luigi Costa, spiato nella bara da una telecamera

Ma Avati riesce a far dimenticare queste stonature grazie al suo indiscutibile mestiere.
La tensione del film non si allenta mai, nemmeno nelle scene apparentemente più tranquille.
Così, man mano che la storia prosegue e introduce nuovi personaggi, si aspetta la soluzione dell’enigma, che arriva in un finale particolarmente intelligente, anche se inficiato da una certa fretta.
Altra caratteristica di Zeder è la quasi totale assenza dell’elemento splatter; le scene di sangue sono molto limitate e concentrate tutte nel finale.
Sul film aleggia quindi un’aria di mistero, di complotto in cui tuti gli elementi sono legati fra loro, quasi che Stefano sia rimasto invoschiato in una tela di ragno senza possibilità d’uscita.

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L’orrenda morte di Don Mario

Particolarmente indovinato il contrasto tra l’ombrosità di Stefano, personaggio interpretato dall’ottimo Gabriele Lavia e la solarità della moglie Alessandra, interpretata dalla sorprendente Anne Canovas, due figure contrapposte ma complementari che arricchiscono il film di un tocco di romanticismo, che avrà nel finale la sua esaltazione e al tempo stesso la sua tragica conclusione.

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La giusta punizione

Le musiche inquietanti di Riz Ortolani contribuiscono a rendere il film cupo e tenebroso, giungendo puntuali nei momenti topici della pellicola, ad esempio quando si sobbalza sulla poltrona in contemporanea all’incotro notturno tra Stefano e il sacerdote che ha sostituito Costa alla direzione della parrocchia, o anche nelle ultime sequenze, quando l’abbraccio mortale di Alessandra a Stefano riunisce i due amanti nella morte e quindi in un destino atroce, quello di essere dei non morti in un posto lugubre come l’ex colonia infantile.

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Abbraccio mortale

In rete Zeder sta acquisendo, sopratutto dopo l’uscita di un ottimo dvd rimasterizzatà, le dimensioni di un autentico cult.
All’epoca della sua uscita, pur riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico, Zeder non fece molti proseliti.
Sembra un destino beffardo, quello di Avati, essere riconosciuto, dopo quasi 30 anni, come un autentico maestro del cinema. La stessa sorte è toccata al più fortunato La casa dalle finestre che ridono, ritenuto già all’epoca della sua uscita un piccolo capolavoro.

Zeder, un film di Pupi Avati. Con Cesare Barbetti, Gabriele Lavia, Anne Canovas, Marcello Tusco, Bob Tonelli, Adolfo Belletti, Andrea Montuschi
Horror, durata 100 min. – Italia 1983.

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Morte di Alessandra…

Zeder 13
..
.e del vecchio Benni

Zeder 14Un falso amico

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Gabriele Lavia – Stefano
Anne Canovas – Alessandra
Paola Tanziani – Gabriella Goodman
Cesare Barbetti – Dr. Meyer
Bob Tonelli- Mr. Big
Ferdinando Orlandi – Don Luigi
Enea Ferrario – Mirko
John Stacy -Professor Chesi
Alessandro Partexano – Guido Silvestri
Marcello Tusco – Dottor Melis
Aldo Sassi- Don Mario
Veronica Moriconi-  Gabriella giovane
Enrico Ardizzone – Benni
Maria Teresa Tofano – Anna
Andrea Montuschi – Ispettore Bouffet
Adolfo Belletti- Don Emidio
Paolo Bacchi- Segretario di Mr. Big
Pina Borione – Helena
Imelde Marani – Nurse
Carlo Schincaglia- Guardiano del cimitero

Zeder banner cast

Soggetto PUPI AVATI

Sceneggiatura PUPI AVATI, MAURIZIO COSTANZO, ANTONIO AVATI

Scenografie GIANCARLO BASILI e LEONARDO SCARPA

Direttore di produzione FRANCESCO GUERRIERI

Costumi STENO TONELLI

Direttore della fotografia FRANCO DELLI COLLI

Colore TELECOLOR

Montaggio AMEDEO SALFA

Musiche composte e dirette da RIZ ORTOLANI

Edizioni musicali NEW POINT

Prodotto da GIANNI MINERVINI e ANTONIO AVATI

per la A.M.A. FILM

in collaborazione con ENEA FERRARIO

e la RAI – Radiotelevisione Italiana

Aiuto regista CESARE BASTELLI

Segretaria di edizione FIORELLA LUGLI

Operatore ANTONIO SCHIAVO-LENA

Assistente Operatore ANDREA BARBIERI

Fonico RAFFAELE DE LUCA

Microfonista PAOLO COTTIGNOLA

Ispettore di produzione LUCA BITTERLIN

Segretaria di produzione ROSA MERCURIO

Amministratore RAFFAELLO FORTI

Assistente cassiera FRANCESCA MONETA

Assistente scenografa LAURA CASALINI

Attrezzista FALIERO REGGIANI

Truccatore ALFONSO CIOFFI

Sarte LUISA CAVAZZA e CLARA MASINA BERTI

Fotografo di scena PIERMARIA FORMENTO

Assistente al montaggio PIERA GABUTTI

Aiuto assistente al montaggio LORETTA MATTIOLI

Mezzi Tecnici EL.MA.

Girato in TECHNOVISION

Negativi KODAK

Teatri di posa R.P.A. ELIOS

Studio fotografico ROBERTO RUSSO

Consulenza assicurativa CINESICURTA’

Colonne sonore effetti LUCIANO e MASSIMO ANZELLOTTI

Sonorizzazione COOPERATIVA DI LAVORO FONO ROMA

Con la collaborazione della C.V.D.

Mixage ROMANO CHECCACCI

Titoli e truke PENTA STUDIO

Immancabile. Nonostante alcuni rivoli non chiarissimi (la partenza di Mirco e madre [un altro complotto?], il “deus ex machina” del vecchio, la penultima morte) la pellicola sprigiona fascino, pure perché molte facce sono perfette ed alcune scene (le false tombe, Costa che scende le scale, lo scheletro dell’edificio) indimenticabili nella loro sobrietà. Avati non sbandiera, ma suggerisce e quel che un po’ si perde in chiarezza lo si guadagna nell’incanto. Non alle vette de La casa, ma un buon film, che cresce alla seconda visione. Citazione da Tourneur. La Marani (portafortuna avatiana) fa l’infermiera.

Da molti considerato un capolavoro (e in parte lo è), spesso il film è soggetto a lecite critiche su alcuni punti poco chiari (specialmente nel finale) della sceneggiatura. Quello che è certo è che resta impresso nella mente per la buona interpretazione di Gabriele Lavia, Anne Canovas e di tutto il resto del cast. Le indovinate locations (soprattutto il complesso di Cattolica nel quale è girato il suggestivo e memorabile finale) rendono questa pellicola unica nel suo genere. Molti punti di contatto con Pet Sematary…

Già la musica angosciante, durante i titoli di testa, è di buon auspicio. Per non parlare dell’inizio con la vecchina. Il respiro affannoso, simile a un vento maligno, che attraversa le mura della villa, è quasi raggelante. Le assi del pavimento si piegano. C’è qualcosa, qualcuno, o più di uno… Un horror di alto livello, con la giusta ambientazione, reso tale da un regista di qualità e intelletto, che ha saputo miscelare horror e thriller in giuste dosi. Il risultato appaga chi si gusta la pellicola, meglio in un luogo isolato, senza disturbi.

Lovecraftiano e zombesco. Dopo La casa dalle finestre che ridono, un altro saggio dell’inimitabile gotico padano di Avati, che ripropone le sue classiche tematiche horror in location romagnola: la possibilità di un contatto tra vivi e morti, uno stregonesco personaggio legato all’occulto, misteri, esoterismo, omertà, messaggi criptici, inquietanti dimore, sacerdoti spretati. Il risultato è eccellente e la paura assicurata.

Sette anni dopo La casa dalle finestre che ridono  Pupi Avati torna a dirigere un horror di ambientazione padana, ma stavolta dà più spazio al soprannaturale rispetto al film precedente. La storia, infatti, verte sui misteriosi esperimenti fatti per far tornare in vita i morti. Ancora una volta grazie ad una buona regia e ad una bella sceneggiatura la tensione e gli spaventi sono garantiti ed il tutto senza violenza ed effettacci da baraccone. Finale beffardo che verrà, probabilmente, ripreso da Cimitero vivente della Lambert.

Non male. Le stupende scenografie dove sorgono i famigerati terreni k risultano funzionali alla storia e molto inquietanti. Cast ricco (c’è anche il bravissimo doppiatore Cesare Barbetti), buoni momenti di terrore. Lavia una volta tanto offre una buona interpretazione in campo cinematografico, gradevole la partecipazione di Tonelli seduto dietro la scrivania.

Un buon film di genere, diretto con il consueto stile da Avati, che ambienta il film, come spesso càpita, nella sua Emilia-Romagna. Gli eventi orrorifici si susseguono lentamente, ma in un’atmosfera inquietante, e sono commentati dalle efficaci note musicali di Riz Ortolani. Inutile negarlo: il confronto con La casa dalle finestre che ridono è obbligato e certamente Zeder ne esce parzialmente perdente: gli manca quel qualcosa in più che ha reso il precedente film un cult inossidabile.

Horror soprannaturale avatiano al 100%, graziato dalla sempre affascinante e falsamente rassicurante ambientazione padana, si fa ricordare come uno dei migliori prodotti filmici del regista e in generale dell’horror italiano. Interpreti in parte, sceneggiatura macchinosa ma anche avvincente, belle musiche di Ortolani, regia sobria ma di classe. I momenti di paura ci sono eccome, incastonati tra atmosfere che riescono ad essere inquietanti non solo di notte, ma anche alla luce del sole. Assolutamente imperdibile!

Ottimo ritorno al thriller gotico per Avati. A livello di scrittura e di regia risulta anche nettamente superiore a La casa, questo grazie ad una sceneggiatura di ferro che non lascia spazio a tempi morti e ad una maturazione registica non indifferente. Non una scena risulta essere sbagliata o fuori posto. Tuttavia l’atmosfera malsana del suo film cult qui è assente. Col senno di poi lo si può considerare come un anello di congiunzione tra Argento e Fulci. Azzeccatissima di nuovo l’ambientazione.

Rivistolo, me ne sono innamorato. Forse anche grazie al magnifico dvd della Fox che restituisce in pieno le atmosfere di un film macabro e freddo, che passa dalle misteriose scene francesi a Chartres alle indagini di Lavia tra Cervia e Milano Marittima, mentre le figure di Paolo Zeder, ma soprattutto di don Costa, acquistano spessore fino a raggiungere un finale gelido, che l’immagine dello spretato in movimento tra le strutture in cemento consegna direttamente alla storia del cinema. Ottima prova di tutto il cast, diretto magistralmente.

È quantomeno buffo come nello stesso anno siano usciti questo film e “Pet Sematary” di King. Strano per la forte somiglianza. Invece del cimitero indiano abbiamo il terreno K, invece del figlio, la compagna. A me non entusiasma Pupi versione horror, nemmeno in La casa dalle finestre che ridono, e quindi non ne sono rimasto entusiasta. Le atmosfere ricordano Argento (altro di cui non vado pazzo) e le musiche di Ortolani sono al di sotto del suo standard. L’idea alla base è notevole e la realizzazione buona. Consiglio, ma non caldamente.

Ottimo horror di Avati anche se con qualche sbavatura di troppo. Scene colme di suspance e angoscia. L’idea sembra prendere spunto dal romanzo di King “Pet sematary”, riuscendo nell’impresa di sbalordire lo spettatore dinanzi allo schermo. Il cast non mi è sembrato molto all’altezza dell’opera (il protagonista sembra fatto di cera). Qualche minima similitudine con la trilogia di Fulci nell’idea dei territori K.

Non c’è che dire, Avati consolida la sua personale via “emiliana” all’horror con un lavoro denso, dall’atmosfera carica di paura (e di paure dei protagonisti), riprendendo ed ampliando il suo sfondo tipico, Bologna, coi suoi personaggi “qualunque”. Per suspence ricorda il Fulci di quegli anni. La storia si incentra sulle zone K, il film si poggia su un Lavia che a dispetto dell’immenso talento (manifestato inequivocabilmente a teatro) qui è monocorde, con un personaggio sciocco fino all’inverosimile e poco credibile. Finale beffardo. 3 pallini.

Nonostante una certa lentezza e alcune forzature nella sceneggiatura, a distanza di tanti anni rimane integra la forza suggestiva della storia, con un finale che regala un paio di sequenze molto brevi ma tra le più agghiaccianti nella storia del cinema horror. Reso ancora più inquietante dalle viscerali musiche di Riz Ortolani, è un film imperdibile per chi ha amato La casa dalle finestre che ridono.

Avati torna all’horror, ma non vi è nulla dell’atmosfera magica di La casa dalle finestre che ridono; qui, al contrario, tutto è ostico e freddo ed è difficile farsi coinvolgere. Buona la parte finale girata a Milano Marittima tra lo scheletro della vecchia colonia estiva. Storia strana, Lavia non emoziona, musica dissonante, finale con zombie ma d’autore. A mio parere è un mezzo passo falso.

Dopo La casa dalle finestre che ridono, Avati ci riprova con esiti non certo disprezzabili. La trama si snoda sulle prime come un curioso giallo dalle atmosfere solari che parte da un pretesto banale per poi approdare sui lidi del terrore e del pericolo. La mano di Avati si nota, soprattutto nell’aver creato atmosfere che pullulano di tensione (alcuni spaventi sono assicurati) e nella buona caratterizzazione dei protagonisti; buona la direzione degli attori (con la Canovas in testa) e la vispa fotografia di Delli Colli. Notevole.

I frati rossi

I frati rossi locandina

Siamo sul finire degli anni ottanta.
Il nuovo proprietario di un bella villa in stile piccolo castello và in visita alla sua proprietà.
Nello splendido parco che circonda la costruzione incontra una misteriosa ragazza che suona il violino, che gli rivolge poche e misteriose parole.

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Una presenza misteriosa nella villa…

L’uomo entra in casa e vede una splendida donna nuda che lo invita a seguirlo. Incuriosito, l’uomo la segue nei sotterranei della costruzione ma mal gliene incombe perchè finisce decapitato.
La storia ci porta poi indietro nel tempo, approssimativamente negli anni trenta.
Un nobile, Roberto Gherghi, che ha acquistato la villa, incontra nel parco della stessa una bella ragazza che si è rifugiata su di un albero per sfuggire al cane del nobile; l’uomo la aiuta a scendere e intavola con lei un’amichevole conversazione.
Tra i due nasce l’amore e li vediamo sposati poco dopo.

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Lei, Ramona, è una giovane artista e segue ovviamente il marito nella villa, dove fa conoscenza con Prisicilla, una strana figura a metà strada tra l’istitutrice e la cameriera. La donna è palesemente ostile nei confronti di Ramona, che dal giorno stesso del matrimonio si trova a convivere con un marito che dopo pochi giorni si assenta da casa adducendo misteriosi impegni di lavoro, che non la tocca lasciandola inspiegabilmente vergine e infine con Priscilla sempre più ostile e con una casa che sembra nascondere oscuri segreti.
Ben presto i motivi del misterioso comportamento di Roberto diventano chiari, così come l’atteggiamento di Priscilla; il nobile subisce l’influsso di una misteriosa organizzazione di uomini incappucciati, simili ai templari nelle vesti, che vogliono che Roberto conservi pura la donna per un atto sacrificale che dovrà svolgersi in un giorno prestabilito, in cui deve avvenire un fenomeno astrale ben preciso.
Lo stesso Roberto ha una relazione intima con Priscilla e Ramona lo scoprirà nel peggiore dei modi, sorprendendo i due amanti a letto.

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Lara Wendel

L’unica consolazione per Ramona è la presenza di Lucylle, una giovane cameriera che il marito ha assunto per aiutare Ramona nelle faccende domestiche; ma la ragazza finirà decapitata e la sua testa, infilata in un cestino da picnic, sarà rinvenuta, con sommo orrore, proprio da Ramona.
Ma la storia è destinata a complicarsi, quando dal passato compare la figura di un nobile che aveva violentato una bella zingara, che ha le stesse sembianze di Ramona; l’uomo poi aveva sposato la donna, perchè aveva finito con l’innamorarsene, e quando sopratutto Ramona scopre il ritratto di un’antenata del primo proprietario della villa, il nobile violentatore, in tutto e per tutto assomigliante a lei.

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Sarà proprio questa combinazione a……
I frati rossi di Gianni Martucci, datato 1988 tenta di riportare in auge il gotico italiano con risultati assolutamente deludenti.
Il film risente innanzi tutto del basso budget, cosa che costringe l’autore ad arrangiarsi con pochissimi attori e sopratutto a lesinare sui mezzi tecnici e sugli effetti visivi.

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Malisa Longo è Priscilla

Non sorretto da una sceneggiatura chiara, anzi, penalizzato da paurosi buchi oltre che da incongruenze inspiegabili (si veda la scena iniziale, con la misteriosa bionda che decapita il neo proprietario della villa), il film si barcamena tra il tentativo di essere credibile quando tenta di creare un’atmosfera adeguata durante le visite che Ramona fà nei sotterranei, dapprima con Lucylle e poi da sola e la necessità di giustificare la presenza dei Frati rossi, le cui azioni con relative motivazioni  restano davvero nebulose.

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L’antenata di Ramona prima dello stupro

Ad aggravare il tutto arriva la solita leggenda che si trasforma in realtà, ovvero il nobile che si innamora della zingara che ha violentato e che la consacra alle forze del male con il classico rituale a metà strada tra il pagano e il demoniaco.
La storia quindi arriva ad u finale quanto meno singolare, che non svelo per ovvi motivi; un finale però davvero poco in linea con quanto visto durante il film e che aggrava la sensazione di confusione che regna nella trama.
Il cast è però all’altezza ed eleva dall’assoluta mediocrità il film; bene le due protagoniste, Lara Wendel che interpreta Ramona e Malisa Longo che interpreta Priscilla.

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Gerardo Amato è sufficiente nella parte del nobile Roberto Garlini, discreta è la fotografia e la location.
Purtroppo il livello del cinema di genere horror/thriller, negli anni 80, risentì di una generale crisi di idee; il meglio era stato già prodotto negli anni sessanta e per buona parte degli anni settanta.

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L’ influenza di Bava su quest’opera è appena percettibile in alcune sequenze, ben lontane però dalle atmosfere del maestro, così come l’espediente di citare Fulci nei titoli quasi il regista avesse a che fare con questa pellicola risulta più un boomerang che altro.

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Film davvero modesto, che è anche il penultimo della carriera della Wendel, che si chiuderà con un altro film mediocre, La villa del venerdi di Mauro Bolognini e che è anche l’ultima opera degna di un minimo di rilievo di Malisa Longo, che in futuro lavorerà solo con Brass in Miranda e Snack Bar Budapest e in un terrificante Pierino.
Da segnalare, infine, che la versione internazionale contiene alcune sequenze non presenti nella versione italiana; il trailer del film non inganni, perchè è di gran lunga più interessante del film stesso.

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I frati rossi, un film di Gianni Martucci. Con Gerardo Amato, Lara Wendel, Chuck Valenti, Malisa Longo,Ronald Russo
Titolo originale The Red Monks. Horror, durata 91 min. – Italia 1988.

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Gerardo Amato  è Roberto Garlini
Lara Wendel è Ramona Curtis
Malisa Longo è Priscilla

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Regia: Gianni Martucci
Sceneggiatura: Pino Buricchi, Gianni Martucci
Soggetto : Luciana Anna Spacca, Pino Buricchi
Produzione: Pino Buricchi, Lucio Fulci
Musiche: Paolo Rustichelli
Editing: Vanio Amici
Costumi:Silvio Laurenzi

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Il cast è interessante e, tutto sommato, anche la storia: che si inserisce nel filone del gotico italiano. Ma lo fa fuori tempo massimo e la vicenda del castello e degli influssi astrologici cui la confraternita dei Frati Rossi vuole dedicare un sacrificio umano (Lara Wendel), appare debolmente portata sullo schermo, causa assenza di gore e nudità – magari – più insistite. Celebre per la controversia con Fulci (citato in locandina) non è poi film da disprezzare del tutto. Martucci ha firmato un paio di sexy commedie interessanti (La collegiale).

L’aria è proprio quella che si respira nella serie “Lucio Fulci presenta” e negli horror Reteitalia, tipici per il loro very-low budget; eppure qui la qualità è superiore, grazie ad una storia piuttosto avvincente, che privilegia l’atmosfera – valorizzata dalla fotografia dei sotterranei della villa – piuttosto che lo splatter, praticamente assente. Amato lavora con professionalità, la Wendel ha un aspetto più adulto rispetto al passato, ma è sempre prodiga di nudi integrali; la Longo pare rifarsi alla Iris di Buio Omega.

Chi sono mai questi frati rossi e cosa vogliono? Difficile capirlo anche a visione terminata. Colpa di una sceneggiatura poco chiara e con alcuni momenti davvero risibili e deliranti, che contribuisce notevolmente ad affondare un film per nulla coinvolgente. Suspence e splatter banditi in modo ingiustificato. Poco da salvare anche se c’è di peggio.

Indicibile boiata italica ottantiana, colpevolmente pubblicizzata con una presunta partecipazione di Fulci; ovvio che il Maestro con questo obbrobrio non abbia nulla a che fare. Basti dire che la cosa migliore sono i titoli di testa, con la grafica che riprende quella della locandina; per il resto tabula rasa, a parte qualche discreto movimento di mdp. Attori spaesati, sceneggiatura incomprensibile, tensione pari a zero, spfx pressoché inesistenti, location sciatte. In genere sostengo i B-movie, specialmente nostrani, ma qui non c’è speranza.

Bruttissimo e spentissimo film dell’orrore, dalla trama nemmeno poi così ridicola, ma che viene rovinato sia dal cast non eccezionale, sia dalla mancanza di nudi e scene puramente dell’orrore. Famoso per la controversia con Fulci che pare non ebbe colpe per questo disastro. Scadente.

È grazie a pasticci del genere che non amo il gotico. Noiosissimo, sembra un film della serie “Maestri del thriller” sia per la pochezza della messinscena che per la qualità. Ma qui non c’è il buffo tocco trash dei film di quel ciclo e non lo si può guardare nemmeno per farsi una risata. La confezione è ottima (cito la fotografia), ma la regia non ha classe né spigliatezza. Il tentativo di rilanciare il gotico (per quanto me ne possa importare…) lo apprezzo, ma la visione è tempo sprecato. Bellissima però la locandina (in stile minimalista).

Sembra un horror Mediaset ma non lo è. Sembra uno dei film della serie “I maestri del thriller” ma non lo è. Eppure il budget inesistente è evidentissimo. La fotografia è mediocre, la scenografia è scarna, gli effetti speciali inesistenti (forse esiste una versione uncut, chi lo sa) che a detta di alcuni vennero supervisionati da Fulci in persona (anche produttore). Scialba sceneggiatura, che altrimenti poteva trasformare il film in un piccolo cult: invece… Per lo meno c’è Gerardo Placido e qualche scena di nudo della Wendel. Mediocre.

 

Byleth,il demone dell’incesto

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Lionel e Barbara sono due fratelli, che hanno condiviso l’infanzia assieme, prima di separarsi.
Tornato a casa, trova sua sorella sposata ad un uomo molto più maturo di lei, Giordano; Lionel prova per la sorella un affetto morboso, ai limiti dell’incesto e non accetta il legame della stessa con il marito. La sua gelosia si spinge al punto di arrivare a spiarla, soffrendo quando la stessa è in intimità con il marito.
In paese intanto alcuni delitti sconvolgono la tranquilla e quieta vita dello stesso; alcune ragazze vengono uccise in maniera efferata.

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Il legame tra Lionel e i delitti appare chiaro a Giordano, che indagando, grazie anche all’aiuto di un prete, identifica in Byleth, il demone che provoca l’incesto, il responsabile della possessione diabolica del giovane.
Giordano cercherà di affrontare il demone, che compare con il volto del cognato cavalcando un destriero bianco, ma soccomberà al demone.
Lionel consuma finalmente il tanto sospirato incesto, ma Byleth (una specie di doppio cattivo di Lionel) vuole in olocausto anche sua sorella…

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Un gotico davvero poco memorabile, Byleth il demone dell’incesto, girato nel 1971 da Leopoldo Savona con lo pseudonimo Leo Colman ed uscito qualche anno dopo nelle sale con gran fanfara, visto il grandissimo successo riportato da L’Esorcista di Friedkin. Il regista, specializzato in western all’italiana fatica a dare un ritmo credibile al film, pur partendo da una buona intuizione e da un’idea apprezzabile.

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Purtroppo, penalizzato dalla mancanza di ritmo e sopratutto da un finale a dir poco frettoloso, il film imbarca via via acqua naufragando proprio nel finale.
L’espediente di condire il film con molte scene di nudo finisce poi per rendere il film stesso poco credibile sia come horror (latitano e molto scene splatter o anche semplicemente forti) sia come gotico, visto che l’ambientazione rimane confinante più con il sexy che con il classico terrore o la suspence.

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Purtroppo agli inizi degli anni settanta furono molti i registi a cedere ad un altro demone, quello della cassetta; non si spiega altrimenti la decisione di mostrare sequenze fuori contesto in cui le donne assassinate sono tutte svestite per convegni amorosi, quasi che nel paese teatro dei delitti ci fosse stato qualcuno a versare del viagra nell’acqua.
Mark Damon, che avevamo apprezzato in qualche modo in I tre volti della paura di Bava o in Nude si muore di Dawson/Margheriti è totalmente inespressivo; come Lionel è assolutamente monocorde, come demone anche.
Il cast femminile ovvero Caterina Chiani, Claudia Gravy, Silvana Pompili si segnala solo per avvenenza fisica e null’altro;siamo davanti davvero al nulla.

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La Gravy fa quello che può (davvero poco) e alla fine l’unico ad avere guadagnato la pagnotta è Aldo Bufi Landi, ovvero il povero marito che cercherà in maniera improbabile di sconfiggere il demone Byleth.
Poca roba davvero, quindi, per un film che ultimamente è stato rieditato; il che è ovviamente un mistero, visto che restano nel cassetto film di ben altra importanza rispetto a questo.

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Byleth – Il demone dell’incesto, un film di Leopoldo Savona. Con Mark Damon, Aldo Bufi Landi, Claudia Gravy, Franco Jamonte, Tony Denton, Fernando Cerulli, Carla Mancini
Horror, durata 92 min. – Italia 1971.

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Mark Damon  è Lionel Shandwell
Claudia Gravy è Barbara
Aldo Bufi Landi     è Giordano
Fernando Cerulli è il dottore
Silvana Pomilli è Floriana
Marzia Damon è la cameriera
Antonio Anelli è Il prete

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Regia: Leopoldo Savona
Sceneggiatura: Leopoldo Savona
Musiche: Vasil Kojukaroff
Editing: Otello Colangeli

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L’uomo che cadde sulla terra

L'uomo che cadde sulla terra locandina 2

Un oggetto proveniente dallo spazio profondo entra nell’atmosfera terrestre e precipita in un lago; all’interno c’è un alieno, proveniente da un altro pianeta. Apprenderemo in seguito che l’alieno ha famiglia ed è arrivato sulla terra perchè una terribile siccità ha colpito la sua gente, ed è in cerca di aiuto.
L’operazione però è complessa, e l’alieno, assunte sembianze umane, decide di sfruttare le proprie conoscenze tecnologiche per impiantare un’azienda; nasce così la World Enterprise, che in breve tempo lo rende l’uomo più ricco del pianeta.

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Assunto uno scienziato,Nathan Bryce, gli affida il compito di trovare una soluzione al problema del suo pianeta, costruendo una nave spaziale in grado di arrivarvi e di salvarlo.
Ma la vita sotto forma umana è molto difficile, e Thomas Jerome Newton (l’identità sotto la quale si nasconde l’alieno) ben presto cede alla tentazione dell’alcool, intrecciando anche una relazione con Mary-Lou.
Nel frattempo Nathan scopre la vera identità di Thomas, che viene seguito anche dalla Cia, perchè il suo impero economico minaccia aziende concorrenti.
Così Thomas….

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Film tratto  dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, The man who fell to earth, ovvero L’uomo che cadde sulla terra, venne girato nel 1976 da Nicholas Roeg, uno dei registi più geniali dell’ultimo secolo, autore di splendidi film come Walkabout, A Venezia un dicembre rosso shocking, Sadismo.
Come nel romanzo, un amaro apologo della solitudine, della disillusione, della diversità, il film ricalca le linee guida del romanzo di Tevis, assumendo una potenza ancor più devastante grazie alla geniale intuizione di Roeg di portare sugli schermi, nei panni del malinconico alieno Thomas il cantante rock David Bowie, che con il suo aspetto androgino e il volto scavato, quasi allucinato, forma una simbiosi con il personaggio interpretato difficilmente riscontrabile in altri film.

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Roeg riprende i temi tracciati da Tevis per tessere un film in cui la figura dell’alieno, costretto a celare la sua identità sotto un aspetto umano, diventa il paradigma stesso dell’esistenza degli umani; l’alieno vive le contraddizioni dell’umano con più sofferenza degli umani stessi, perchè si rende conto dell’assurdità delle loro vite, delle loro ambizioni.
Quel suo essere diverso lo porterà paradossalmente ad essere un emarginato per la sua ricchezza, e lo porterà fatalmente a soffrire di quegli stessi problemi che soffrono gli uomini.

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Thomas non è l’andoride Roy di Blade runner, che rimpiange la vita perchè ha visto cose incredibili, è molto più vicino ad un essere umano perchè si è calato tra loro, ha sperimentato vizi e virtù degli umani stessi; ha provato l’amore e l’alcool, l’inferno e il paradiso, ha scoperto le miserie degli umani e si è reso conto, con tristezza e malinconia, di essersi caricato addosso un problema senza nessuna soluzione, ovvero qualcosa che possa salvare le poche unità superstiti del suo popolo dall’estinzione.

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Così la parabola dell’alieno finisce per coincidere con il percorso di una vita umana, fatta di speranza e disillusione, di amarezze e di gioie, tutte mescolate senza soluzione di continuità.
Nel film molti passi testimoniano l’assoluta astrazione di Thomas dal contesto umano in cui vive; se il romanzo inizia con una frase importante «Non era un uomo, eppure era molto simile all’uomo» il film inizia con il classico impatto tra l’astronave e la terra.
Il primo impatto è proprio con l’elemento vitale che manca sul pianeta di Thomas, l’acqua; c’è una specie di stridente ironia tra il tragico destino che attende la gente di Thomas e l’abbondanza di quell’elemento vitale su un pianeta che lo sperpera in maniera allucinante.

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Thomas imparerà ben presto che lo strano pianeta sul quale è arrivato vive di forti contraddizioni; il denaro, l’autentico dio venerato dalla gente umana si trasforma per lui dapprima in un mezzo per raggiungere i suoi fini, e in ultimo nella causa prima dei suoi problemi e infine del suo destino.
E’ inconciliabile Thomas con la gente alla quale si è mescolato; i suoi occhi da rettile, il suo corpo senza sesso lo rendono davvero un alieno.
Eppure sembrerebbe esserci un contatto possibile tra questi due universi paralleli; è l’amore, ma Thomas ha da svolgere una missione.

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Tutto il film vive su questa atmosfera rarefatta, sulle violente contraddizioni che vive Thomas immerso in un ambiente alieno come e quanto lui.
La solitudine di Thomas si amplia e si confonde con quella di Mary Lou, ma in fondo sono soli anche gli altri umani; lo si capisce dalla mancanza di emozioni che trapela in molte sequenze del film, con l’alieno che attraversa un pianeta di gente sola anche se abituata a vivere in comunità.
Roeg conferisce al film un’aria malinconica e stranita, un’atmosfera lugubre e senza speranza, andando probabilmente oltre la stessa capacità di Tevis di rendere il senso di vuoto, di solitudine e di mancanza di speranze in cui si muove l’alieno del libro; ed è questo il gran merito di un regista capace come pochi di realizzare film in cui il senso di smarrimento dell’uomo arrivi quasi alla cosmicità delle esistenze rapportate all’infinito, ovvero quel senso di smarrimento e di paura che l’essere umano porta con se come una seconda pelle.

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L’uomo che cadde sulla terra è un film tecnicamente perfetto, in cui è davvero difficile trovare difetti tali da incrinarne il giudizio finale; quando un regista riesce a pareggiare ( e forse anche a superare) quel calderone di peculiarità che distinguono sempre un’opera scritta da una visiva, che per forza di cose ha tempi molto meno dilatati ed è di difficile espressione attraverso le immagini, allora ci si rende conto di essere davanti ad un’opera che può essere definita davvero un capolavoro.
Un’opera metafisica, esistenzialista, definitela come volete.
Ma un’opera assolutamente fondamentale della cinematografia.

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L’uomo che cadde sulla Terra, un film di Nicolas Roeg. Con Rip Torn, David Bowie, Buck Henry, Candy Clark, Bernie Casey, Jackson D. Kane, Rick Riccardo, Tony Mascia, Linda Hutton, Hitary Holland, Adrienne La Russa, Lilybelle Crawford, Richard Breeding, Albert Nelson, David Bowie, Peter Prouse, Jim Lovell
Titolo originale The Man Who Fell to Earth. Fantascienza, durata 118 (138) min. – Gran Bretagna 1976.

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L'uomo che cadde sulla terra banner protagonisti

David Bowie     …     Thomas Jerome Newton
Rip Torn    …     Nathan Bryce
Candy Clark    …     Mary-Lou
Buck Henry    …     Oliver Farnsworth
Bernie Casey    …     Peters
Jackson D. Kane    …     Professor Canutti
Rick Riccardo    …     Trevor
Tony Mascia    …     Arthur
Linda Hutton    …     Elaine
Hilary Holland    …     Jill
Adrienne Larussa    …     Helen
Lilybelle Crawford    …     Jewelery Store Owner
Richard Breeding    …     Receptionist
Albert Nelson    …     Cameriere

L'uomo che cadde sulla terra banner cast

Regia     Nicolas Roeg
Soggetto     Walter Tevis
Sceneggiatura     Paul Mayersberg
Produttore     Michael Deeley, Barry Spikings
Fotografia     Anthony B. Richmond
Montaggio     Graeme Clifford
Musiche     John Phillips, Stomu Yamashta

Dopo due miglia di cammino arrivò a una città. Prima dell’abitato vi era un cartello: HANEYVILLE, e sotto: 1400 AB. Andava benissimo, gli occorreva proprio una cittadina di quella grandezza. Era di mattina e ancora molto presto, aveva scelto quell’ora per la sua camminata in modo da approfittare del fresco. Non c’era ancora nessuno per la strada. Oltrepassò ancora parecchi isolati nella luce incerta, sconcertato dall’ambiente estraneo. Si sentiva tutto teso e un po’ spaventato. Cercò di distrarre la sua mente da ciò che si accingeva a fare: ci aveva già pensato abbastanza.
Nel piccolo centro commerciale trovò quello che cercava: un negozietto con l’insegna: LO SCRIGNO. A un angolo di strada lì vicino vide una panchina e andò a sedersi, con tutto il corpo indolenzito per lo sforzo del gran camminare.
Fu di lì a qualche minuto che vide un essere umano.


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Chilometrica pellicola, che alterna squarci di cospicuo interesse a lentezze soporifere, le cui motivazioni si stenta a comprendere. Il sentimento che emerge è quello della pietà, che nasce dalla situazione di partenza del protagonista e del fallimento della sua missione. Il messaggio politico, di critica alla nostra società, è spesso generico o stereotipato, per cui stenta ad andare a segno.

Alieno sulla Terra per salvare il proprio pianeta, ma è risucchiato dalla vita terrena e poi sequestrato. Da ricordare solo per la presenza di Bowie, carismatica popstar, e per qualche immagine ad effetto (per esempio, l’alieno lucertoloso senza ciglia). Ed è un peccato perché la storia sarebbe bella (Icaro come metafora dell’uomo, i cui ideali si infrangono facendolo cadere nell’alienazione), così come alcuni spunti visivi e una dinamica narrativa non convenzionale. Ma il film è noioso, sfilacciato, senza mordente: un’occasione sprecata.

Jerome Newton, imprenditore di origine aliena, scoprirà a sue spese le conseguenze della forza gravitazionale… Lo stile lisergico di Roeg, fatto di montaggi incrociati, ralenti e immagini subliminali, per quanto datato, fa faville su soggetti ad hoc. Qui restituisce le percezioni di un extraterrestre cui Bowie ha donato il suo corpo anodino e androgino. L’approccio alla fantascienza è adulto, con velleità sociali e psicologiche non proprio di prima mano. Il gioco delle allusioni invece è un po’ tirato per le lunghe: così torpore e stupore si alternano con discutibile perizia. Fascinoso.

Nichoals Roeg dirige un film di fantascienza originale ed interessante, purtroppo appesantito da lentezze esagerate. Non male la trama che vede David Bowie nei panni di un extraterrestre, perfettamente mescolato tra gli umani, che vuole tornare sul suo pianeta di origine. L’opera possiede un suo fascino innegabile e l’interpretazione di Bowie è da ricordare, ma il giudizio complessivo risente troppo della pesantezza del tutto. Comunque merita sicuramente una visione.

Un film di fantascienza con buoni spunti ma che appare quasi privo di post-produzione, essendo troppo, troppo lungo e sfilacciato nel suo evolversi. Idea di partenza buona e fedele al romanzo di Walter Tevis, con una grande interpretazione di David Bowie, ma il “mancato montaggio” ne fa una pellicola tediosa anche se lungimirante. Qui e lì spunti visivi interessanti.

Un film così-così, ed è un vero peccato perché l’occasione era ghiotta: David Bowie protagonista di un film che sembra uscito da una dalle sue canzoni. Ma la pellicola risulta lentissima, con una trama difficile da seguire e noiosa. Bene invece Bowie, che sembra interpretare se stesso nei panni dei suoi alter-ego più riusciti (Ziggy Stardust e thin White Duke): da ricordare solo per questo.

Tratto da un romanzo di Walter Tevis, pubblicato nel 1963, il film narra delle peripezie di un alieno umanoide che cerca in tutti i modi di permettere ai suoi (pochi) simili di raggiungere la Terra e la salvezza. La sottotrama ci riporta alla guerra fredda, alla necessità di segretezza da parte di diversi (alieni e non) all’interno della società americana che, con la scusa di “ricercare”, finirà sempre e immancabilmente per distruggerli. Il film, molto visionario, non riesce a rende completamente lo sensazione di oppressione presente nel libro.


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