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The Life of David Gale

A Bitsey Bloom, giovane e rampante giornalista specializzata in reportage a sfondo sociale viene affidato dal direttore
della sua testata l’incarico di intervistare per sei ore David Gale, un ex professore di Università molto stimato all’epoca delle docenza accusato
di aver strangolato e ucciso Constance Harraway, sua amica e fidata collaboratrice che l’uomo affiancava nella lotta per l’abolizione della pena di morte.
Con l’ausilio di un giovane praticante, Zack Stemmons, impostogli dal direttore, Bitsey si reca nel braccio della morte nel quale è rinchiuso Gale, in attesa di essere giustiziato mediante un’iniezione letale.
Qui ha modo di conoscere la storia dell’uomo, la discesa all’inferno dello stesso causata da una allieva che in realtà si è fatta possedere con violenza volontariamente.
Per Gale era scattato il licenziamento e ciò aveva causato anche la fine del già traballante matrimonio, oltre a seri problemi di alcolismo.
Ma David Gale non aveva rinunciato al suo impegno, sempre aiutato da Constance, che scoprirà essere malata terminale di leucemia.


Attraverso una serie di eventi Bitsy scoprirà che in realtà Gale è innocente e farà una scoperta che la porterà verso una sorpresa finale…
In estrema sintesi questa è la trama di The Life of David Gale, film diretto da Alan Parer nel 2003, giocato su un doppio piano: il primo quello del racconto di ciò che si può nascondere dietro la pena capitale, il secondo quello della vita nascosta di Gale e di Constance, due appassionati sostenitori dei diritti umani e dell’abolizione di quella barbarie che è la pena di morte.
Parker lo fa con un linguaggio assolutamente scorrevole, intrecciando quasi fosse un thriller la storia di David Gale e la verità che si cela dietro la morte di Costance, anche lei  impegnata,nonostante la vita stia sfuggendole di mano, in una battaglia fatta in nome dell’umanità.
Il regista, autore di grandi film come Fuga di mezzanotte,Saranno famosi,Birdy le ali della libertà,Angel Heart ascensore per l’inferno e Mississipi Burning, aggiunge un’altra ottima regia al suo prestigioso curriculum,
con un film asciutto e nel quale il flashback della vita di Gale si sposa mirabilmente con il tentativo estremo di Bitsy di salvargli la vita, dopo
che la stessa, tramite alcuni colpi di scena ben congegnati, è riuscita ad ottenere le prove che Costance è morta non perchè uccisa da lui, ma per un suicidio.


Quello che sorprende è il finale, avvincente, che alcuni detrattori hanno trovato irreale e che invece, a mio parere, chiude degnamente una pellicola che apre uno squarcio su un tema da sempre dibattuto negli Usa, quello della pena di morte,
barbaro retaggio di civiltà di grado decisamente più basso di quella americana, tanto decantata tra i paesi democratici. Il finale, dicevo, appare quasi beffardo perchè trascina il film in direzione opposta a quella che si era intuita fino a tre quarti di film.
Per non accennare nemmeno di sfuggita al finale stesso , dirò che Parker fa suo il detto “la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni“, un finale che lascia sia l’amaro in bocca sia il dubbio sulla reale posizione del regista sul tema del film.
Momenti topici del film sono il dibattito tv fra David Gale e il governatore,nel corso del quale riesce a mettere nell’angolo lo stesso facendogli citare nientemeno che Hitler oltre alla descrizione della casa dell’omicidio arredata come un barraccone circense,gestita
da una ragazza che per 20 dollari intrattiene i turisti dell’orrore, un’altra abitudine purtroppo non solo americana, quella della spettacolarizzazione del male.


Grande contributo alla riuscita del film lo danno una sempre bravissima Kate Winslet (Bitsy), Kevin Spacey in grande spolvero nel ruolo di David Gale e la ottima Laura Linney nel ruolo di Constance. Da segnalare anche la buona prova di Gabriel Mann ( Zack Stemmons), valida spalla di Bitsy.
Un film scorrevole, ben congegnato e che si fa seguire con interesse e che vi consiglio caldamente di vedere.

The Life of David Gale 

di Alan Parker,con Kevin Spacey, Kate Winslet, Laura Linney, Gabriel Mann, Matt Craven, Rhona Mitra, Leon Rippy, Cleo King, Constance Jones, Lee Ritchey, Cindy Waite, Jim Beaver Drammatico, durata 131 min. – USA 2003.

Kevin Spacey: David Gale
Kate Winslet: Bitsey Bloom
Laura Linney: Constance Harraway
Lee Ritchey: Joe Mullarkey
Gabriel Mann: Zack Stemmons
Matt Craven: Dusty Wright
Rhona Mitra: Berlin
Leon Rippy: Braxton Belyeu
Melissa McCarthy: Nico/Goth Girl

Regia Alan Parker
Sceneggiatura Charles Randolph
Produttore Nicolas Cage, Alan Parker
Casa di produzione Saturn Films
Fotografia Michael Seresin
Montaggio Gerry Hambling
Musiche Alex Parker, Jake Parker
Scenografia Geoffrey Kirkland

febbraio 25, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | 2 commenti

Gli abbracci spezzati

In seguito ad un drammatico incidente stradale nel quale ha perso la vista,Mateo Blanco ha deciso di cambiare il proprio nome in Harry Caine e con questa nuova identità firma le sceneggiature e i racconti con i quali ha proseguito la sua carriera,dopo essere stato un apprezzato regista cinematografico.
L’arrivo in studio di un giovane che dice di chiamarsi Ray X sconvolge la sua vita; dietro questo pseudonimo Mateo riconosce subito Ernesto Martel junior, figlio di quel Ernesto senior che tanto gli ha cambiato la vita.
Con l’aiuto di Diego, figlio della sua valida collaboratrice Judith, che gli è rimasta accanto in silenzio per anni, Mateo rievoca le vicende che lo hanno portato fino al fatidico giorno dell’incidente.
Così ricorda la bella Magdalena, una giovane che aveva conosciuto casualmente ;Lena,conosciuta così da tutti, era legata sentimentalmente più per riconoscenza che per vero affetto al ricchissimo e maturo Ernesto Martel senior, che la aveva aiutata in un momento di grave difficoltà, sostenendo le spese mediche per aiutare il padre di lei.


L’uomo, persona estremamente gelosa, aveva ceduto malvolentieri al desiderio di lei di fare l’attrice e aveva così finanziato un film diretto proprio da Mateo.
Sul set Mateo e Lena si erano innamorati, scoperti subito da Ernesto che aveva utilizzato suo figlio per spiarli con l’ausilio di una telecamera. L’uomo aveva anche utilizzato un’interprete del linguaggio per carpire i dialoghi fra i due innamorati;
la gelosia aveva portato l’uomo a tentare di uccidere Lena spingendola giù dalle scale; salvatasi miracolosamente Lena aveva accettato di restare con Ernesto a patto di poter finire il film, ma un violento pestaggio subito l’aveva convinta ad abbandonarlo.
Così Mateo e Lena si erano rifugiati a Lanzarote,in cerca di una nuova vita.
Una sera l’auto sulla quale viaggiava era stata violentemente investita da un fuoristrada e Lena aveva avuto la peggio,morendo sul colpo mentre Matia era rimasto cieco.
Così 14 anni dopo Mateo è alle prese con la sua vita difficile, aiutato dal giovane Diego e da Judith, che però trova finalmente il coraggio di rivelargli retroscena sconosciuti mentre sarà Ernesto Junior a completare il mosaico proiettando un filmato che aveva girato la sera dell’incidente,
alla proiezione del quale assiste Diego…


Decisamente un buon film questo Gli abbracci spezzati, diretto da Pedro Almodovar nel 2009, costruito attorno ad una solida sceneggiatura raccontata visivamente con un linguaggio scorrevole che passa agevolmente dal registro drammatico al romantico toccando il giallo
con capacità stilistica.
La tecnica del flashback non è mai invasiva, anzi.
Con equilibrio Almodovar evita i continui andirivieni tra passato e presente, uno degli errori che spesso registi meno capaci capaci commettono.
Il risultato è un’opera in equilibrio tra passione e dramma ben bilanciata, con un finale che farà riaffiorare cose non dette, omissioni, uno squarcio sulle nebbie del passato che porteranno Mateo non solo a comprendere l’accaduto, ma anche a placare il dolore che in lui la scomparsa di Lena ha lasciato.
E che porteranno anche una sorprendente rivelazione.
Un film quindi assolutamente ben fatto, agevolato dalla magnetica presenza di Penelope Cruz, attrice di razza e di Lluís Homar, davvero pregevole
nell’interpretazione di Mateo.
Bene anche José Luis Gómez nel ruolo del possessivo e violento Afredo Martel senior e c’è spazio anche per Angela Molina, nel ruolo piuttosto defilato della madre di Lena.
Un film essenziale, senza grossi fronzoli, che si lascia apprezzare per la capacità di passare tra i generi e nel racconto senza stacchi, ma con un percorso fluido e accattivante.
Un film consigliato.

Gli abbracci spezzati
un film di Pedro Almodóvar, con Penélope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano. Titolo originale: Los Abrazos Rotos. Genere Drammatico, – Spagna, 2009, durata 129 minuti, distribuito da Warner Bros Italia.

Penélope Cruz: Magdalena “Lena” Rivero
Lluís Homar: Mateo Blanco / Harry Caine
Blanca Portillo: Judit García
José Luis Gómez: Ernesto Martel
Rubén Ochandiano: Ernesto Martel figlio / Ray-X
Tamar Novas: Diego
Ángela Molina: Madre di Lena
Chus Lampreave: Portinaia
Kiti Manver: Madame Mylene
Lola Dueñas: Lettrice di labbra
Mariola Fuentes: Edurne
Carmen Machi: Chon
Rossy de Palma: Julieta
Alejo Sauras: Álex

Regia Pedro Almodóvar
Soggetto Pedro Almodóvar
Sceneggiatura Pedro Almodóvar
Produttore Agustín Almodóvar, Esther García
Casa di produzione El Deseo
Distribuzione in italiano Warner Bros.
Fotografia Rodrigo Prieto
Montaggio José Salcedo
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Antxón Gómez, Víctor Molero
Costumi Sonia Grande

febbraio 23, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

La grande bellezza

In una serata romana, ad una festa chiassosa frequentata dalla alta borghesia romana e da parvenu, si muove un gruppo di conoscenze comuni a Jep Gambardella, un brillante giornalista e critico teatrale.
Uomo cinico, disincantato, Jep ha scritto in passato un romanzo dal grande successo, ma poi ha avuto il “blocco dello scrittore” e si è limitato a seguire l’inclinazione che aveva da giovane, quando 40 anni prima era approdato nella città eterna con la voglia di diventare il punto fermo della mondanità.
E Jep c’è riuscito.
Protagonista di tutte le feste più importanti della capitale,frequenta un gruppo consolidato formato da Romano, uno scrittore teatrale alla ricerca di un successo, da Lello, un commerciante di giocattoli marito infedele di Trumeau, da Dadina, direttrice del giornale per il quale lavora Jep, una donna nana ma dalla grande personalità e intelligenza. Il gruppo è completato da Stefania, una scrittrice che crede di essere alternativa al sistema ma che in realtà è la sua espressione più deleteria, dalla ricchissima Viola, madre di un giovane con gravi disturbi della personalità.
Un gruppo eterogeneo,che la sera si ritrova a tutte le feste di una Roma decadente sia nei costumi che nella morale, che Jep guarda con il disincanto di un uomo che, a 65 anni, ha ormai visto e assaporato tutto il possibile.


Ma proprio il sessantacinquesimo compleanno porterà delle novità, tutte spiacevoli tranne l’ultima, che lo cambierà radicalmente.
Inizia incontrando il marito del suo primo amore, Elisa,morta improvvisamente, l’unica donna che abbia veramente amato,prosegue con l’incontro con una donna bella e fondamentalmente onesta, Ramona,che però è affetta da un male incurabile e che lo lascerà ancora più solo e disilluso.
E via via il suicidio del figlio di Viola, l’allontanamento di Stefania alla quale ha spiattellato,con brutale sincerità le contraddizioni nelle quali la donna ha sempre vissuto e infine l’abbandono del gruppo da parte di Romano,deciso a tornare ad una vita più umana nel paese di nascita e di Viola, che dopo la morte del figlio ha deciso di spogliarsi di tutte le sue ricchezze e di andare a vivere come missionaria in Africa.
Ormai anche solo oltre che disilluso, Jep trova un’inaspettata scialuppa di salvataggio in suor Maria, una donna invecchiata precocemente dalle privazioni a cui si è sempre sottoposta.
Suor Maria, in odore si santità, con poche parole lo porterà a riconsiderare la propria vita, a recuperare le radici, a tornare quindi a trovare ispirazione per un nuovo romanzo e quindi per una nuova vita.


La grande bellezza di Paolo Sorrentino, premio Oscar 2014 e pluri premiato ai Golden Globe, agli European Film Award e ai David di Donatello è un film assolutamente particolare nel panorama cinematografico italiano (ma non solo).
Un film immerso, difeso da una cortina fumogena creata ad arte da Sorrentino, con il suo classico modo di far cinema in cui il gusto per l’iperbole si unisce a quello per la dissacrazione ma anche alla poesia attraverso un linguaggio visivo sicuramente sconcertante ma dal grande effetto.
Un film in cui il racconto di una Roma decadente e priva ormai di riferimenti di ogni genere (morale in primis) si mescola all’analisi delle vite prive di significato, vuote, dedite solo all’effimero della Roma bene.
Ogni personaggio viene mostrato nei suoi limiti, derivanti da un complesso di circostanze che culminano nelle notti festaiole e assolutamente inutili passate tra feste e droga, alcool a fiumi e discorsi vacui, quando non vuoti in maniera mortificante.
Jep Gambardella attraversa questo mondo in modo consapevole, attratto eppur allo stesso tempo schifato dalla vacuità delle cose; il suo cinismo,la sua viva intelligenza non riescono a frenarlo su quella che ormai è una strada senza ritorno, fatta di un’assenza presso che totale di sentimenti che alla fine si tramuta anche in una voglia di vivere ridotta al lumicino.
Ma alle volte basta poco per trovare un inaspettato gancio nel cielo.


Jep,dopo una serie di avvenimenti anche drammatici con i quali si troverà a confrontarsi (incolpevole) finirà per frenare proprio sull’orlo del precipizio,grazie al quasi miracoloso incontro con Suor Maria.
L’analisi spietata della quasi totalità della vita,passata in un edonistico quanto effimero piacere, tanto epidermico da aver lasciato solo un senso di vuoto assoluto nella sua anima lo premierà anche oltre i suoi limiti, sicuramente oltre le sue aspettative.
La grande bellezza mescola l’ormai chiaro anticlericalismo di Sorrentino, esplicitato da due scene in particolare,la scena del prelato e della suora in un locale lussuosissimo e la figura del Cardinale Bellucci,uomo vuoto e interessato solo al cibo con una critica neanche tanto velata alla cultura della capitale (lo spettacolo teatrale,la giovanissima pittrice che insozza le tele scagliano secchi di vernice).
Si salva poco,della capitale.
Solo parte della bellezza straordinaria della sua arte, dei suoi monumenti, dei suoi palazzi.
Poi nulla più.


Un discorso, quello di Sorrentino, avvolto nel suo classico nuvolone depistante, fatto di immagini ai limiti del grottesco e da dialoghi a volte criptici ma di sicuro effetto.
Un film quindi anche provocatorio, che mescola un linguaggio poetico che qui e la si fa prepotente ad un’analisi spietata della società.
Un film di sicuro effetto,nel quale si mescola un cast di grande effetto :davvero bravo Servillo, ma la vera protagonista è un’eccellente Sabrina Ferilli,che risulta molto convincente in uno dei pochissimi personaggi positivi del film, quello della sfortunata Ramona.
Tra i tanti personaggi segnalo il bravissimo Verdone, Pamela Villoresi e i camei di Fanny Ardant e Antonello Venditti oltre al piccolo sipario dell’avventura galante di Jep con la sciocca, insulsa Orietta, interpretata da Isabella Ferrari.
Unica cosa ostica è ascoltare alcuni brani del film, festaioli e dissacranti, emblemi del trash degli anni 2000 come A far l’amore comincia tu (sic) e Mueve la coilta, il re di quella cosa deprimente che sono i balli di gruppo.
Ma c’è anche spazio,come contraltare per The Beatitudes (Kronos Quartet) e per la Sinfonia n. 3 (Dawn Upshaw).
Tra trash e bellezza,un film di cui almeno si discute,tanto.
Infine un plauso alla splendida fotografia di Luca Bigazzi.


Un film da vedere.

La grande bellezza
un film di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi,Galatea Ranzi, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Roberto Herlitzka, Massimo De Francovich, Giusi Merli, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Dario Cantarelli, Ivan Franek, Anita Kravos, Luciano Virgilio, Vernon Dobtcheff, Serena Grandi, Pasquale Petrolo, Giorgia Ferrero, Aldo Ralli, Ludovico Caldarera, Maria Laura Rondanini, Anna Luisa Capasa, Francesca Golia Genere Drammatico, – Italia, Francia, 2013, durata 150 minuti, distribuito da Medusa.

 

Toni Servillo: Jep Gambardella
Carlo Verdone: Romano
Sabrina Ferilli: Ramona
Carlo Buccirosso: Lello Cava
Iaia Forte: Trumeau
Giovanna Vignola: Dadina
Pamela Villoresi: Viola
Galatea Ranzi: Stefania
Franco Graziosi: Conte Colonna
Sonia Gessner: Contessa Colonna
Giorgio Pasotti: Stefano
Giusi Merli: Suor Maria “La Santa”
Dario Cantarelli: Assistente della Santa
Roberto Herlitzka: Cardinale Bellucci
Serena Grandi: Lorena
Massimo Popolizio: Alfio Bracco
Anna Della Rosa: “Non fidanzata” di Romano
Luca Marinelli: Andrea
Ivan Franek: Ron Sweet
Vernon Dobtcheff: Arturo
Pasquale Petrolo: Lillo De Gregorio
Luciano Virgilio: Alfredo
Anita Kravos: Talia Concept
Massimo De Francovich: Egidio
Aldo Ralli: Cardinale
Gabriela Belisario: Maria
Isabella Ferrari: Orietta
Annaluisa Capasa: Elisa De Santis
Severino Cesari: Poeta Muto Sebastiano Paf
Fanny Ardant: Se stessa
Antonello Venditti: Se stesso
Rino Barillari: Se stesso

 

Regia Paolo Sorrentino
Soggetto Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Produttore Nicola Giuliano, Francesca Cima, Fabio Conversi
Produttore esecutivo Viola Prestieri
Casa di produzione Indigo Film, Medusa Film, Babe Films, Pathé
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Effetti speciali Rodolfo Migliari, Luca Della Grotta
Musiche Lele Marchitelli
Scenografia Stefania Cella
Costumi Daniela Ciancio
Trucco Maurizio Silvi

 

febbraio 21, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Corpo e anima

In un macello di una città dell’est Europa arriva una nuova responsabile del controllo qualità; nello stesso luogo lavora anche Endre, il direttore amministrativo,un tipo solitario e con il braccio sinistro paralizzato. Anche Maria è una donna solitaria, anzi, sembra quasi asociale. Risponde a monosillabi e rifiuta ogni contatto con gli altri dipendenti dell’azienda.
L’arrivo di una psicologa, chiamata per analizzare le personalità dei dipendenti, uno dei quali ha versato un liquido afrodisiaco per animali in un contenitore d’acqua porta a galla le personalità dei due protagonisti, che inaspettatamente hanno qualcosa in comune. Entrambi infatti fanno gli stessi sogni, sono due cervi che vivono liberi nella foresta e finiscono per incontrarsi e scambiarsi il cibo.
Poco alla volta Maria e Endre scoprono di avere qualcosa in comune oltre i sogni ed inizia per loro un lento percorso, reso problematico sopratutto dal comportamento della ragazza, che vive come una reclusa e che frequenta
uno psicologo infantile ,immersa in un mondo adolescenziale dal quale sono esclusi i rapporti umani e in cui non c’è altro spazio che per il lavoro.
Endre, con molta pazienza, riuscirà a colmare il divario fra il mondo di lei e il suo, quello di un uomo disilluso e ormai rassegnato all’abitudine…
Corpo e anima, diretto da Ildikò Enyedi è un film praticamente perfetto.


Elegante, ipnotico, racconta con un linguaggio cinematografico fatto di silenzi, di immagini quasi rallentate l’incontro di due anime chiuse in un silenzio imperscrutabile.
Che appare tale almeno fin quando, con lo scorrere del film, non iniziano a colloquiare. In un modo difficile, reso complicato dalle proprie nature di esseri solitari, immersi in particolari mondi dai quali gli altri sono esclusi.
Per motivi diversi ma che in fondo non hanno molta importanza.
Lui risente della sua menomazione, anche se non da a vederlo, lei è anafettiva ed incapace di relazionarsi essendo rinchiusa in un mondo infantile, il cui unico rifugio e il sogno.
Ed è la dimensione onirica ad unirli, l’unico modo che troveranno per fare uno un passo verso l’altro, colmando quell’abisso che altrimenti li avrebbe resi due lupi solitari.
Maria imparerà a conoscere i totem della civiltà moderna, sarà un banale cellulare a metterla in contatto fisico con Endre, così come scoprirà il valore della musica.
La scoperta rischierà di trasformarsi nella sua fine e sarà solo il caso a salvarla. A riportarla alla vita, quella fatta di sensazioni e di contatto fisico, in una parola sola d’amore.


Un film davvero molto bello, che richiede però un approccio assolutamente nuovo verso un linguaggio cinematografico fatto di silenzi, di inquadrature spesso prese dalla distanza. Di cose non dette.
E di contrasti fortissimi, come lo squallore del posto di lavoro dei due protagonisti, un macello in cui vediamo delle povere mucche avviarsi alla morte e la lussureggiante foresta protagonista dei loro sogni.
Sono due cervi, liberi.
Di vivere assieme, di bere nel lago, di fare una vita essenziale seguendo il ritmo della natura.
Quella natura che non tradisce e che anzi ti restituisce l’umanità.
Questo punto di contatto li farà crescere individualmente, portandoli verso una realtà in cui tutti e due potranno completarsi, lei imparando ad amare, lui ritornando ai sentimenti.
Un film delicato,dolce.


Che parte piano e che sviluppa, con lentezza, un percorso del quale davvero per oltre metà film non si capisce la meta.
Ma che diventa chiara quando i due protagonisti si aprono e prendono coscienza di se stessi.
E lo squallore del mattatoio, i corpi dei bovini squartati lasciano il posto alla poesia di un amore particolare, fra due esseri che lo hanno dimenticato (Endre) o non lo hanno mai conosciuto e del quale ignorano l’esistenza (Maria).
Premiato giustamente con l’Orso d’oro di Berlino, Corpo e anima ha avuto anche la nomination agli Oscar,che con un po di coraggio
la parruccona Hollywood avrebbe potuto premiare tranquillamente. Il film ha due grandi punti fermi: una regia intelligente e sensibile, quella della regista ungherese Ildikó Enyedi e quella dei due attori protagonisti,


Géza Morcsányi (Endre) e sopratutto lei, una strepitosa Alexandra Borbély, l’attrice slovacca che merita il plauso per la capacità addirittura sbalorditiva di dare quell’espressione imbambolata, priva di sentimento, anafettiva come dicevo all’inizio
e che si rivela magnetica a tal punto da chiedersi, minuto dopo minuto, cosa nasconde dentro di lei, l’enigma della sua figura.
Un film davvero particolare finalmente fuori dai binari e dagli schemi.
Consigliato assolutamente.

Corpo e anima
un film di Ildikò Enyedi, con Alexandra Borbély, Morcsányi Géza, Ervin Nagy, Pál Mácsai, Júlia Nyakó. Titolo originale: A teströl és a lélekröl. Genere Drammatico, – Ungheria, 2017, durata 116 minuti.

Géza Morcsányi: Endre
Alexandra Borbély: Mária
Zoltán Schneider: Jenő
Ervin Nagy: Sanyi
Tamás Jordán: psicologo di Mária
Zsuzsa Járó: Zsuzsa
Réka Tenki: Klára
Júlia Nyakó: Rózsi
Itala Békés: Zsóka
Éva Bata: moglie di Jenő
Zsófi Bódi: Piroska
Attila Fritz: Peti
Ábel Galambos: Tomi
Pál Mácsai: detective
Nóra Rainer-Micsinyei: Sári
Rozi Székely: Teri
Vince Zrínyi Gál: Béla

Regia Ildikó Enyedi
Sceneggiatura Ildikó Enyedi
Produttore Ernő Mesterházy,
András Muhi,
Mónika Mécs
Casa di produzione Inforg-M&M Film
Distribuzione in italiano Movies Inspired
Fotografia Máté Herbai
Montaggio Károly Szalai
Effetti speciali Balázs Novák
Musiche Ádám Balázs
Scenografia Imola Láng
Costumi Judit Sinkovics
Trucco Orsolya Petrilla

febbraio 19, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Band Aid

Anna e Ben sono una coppia con grossi problemi dovuti ad una serie di fattori,che vanno dall’incapacità da parte di lui di avere un lavoro fisso fino
ai postumi dell’aborto spontaneo subito dalla donna tempo addietro e che in qualche modo ha scavato un solco fra loro. I due litigano di continuo, il che in realtà è un buon segno,perchè vuol dire che tentano di mantenere in
piedi un rapporto complesso.E in effetti i due si amano,anche se i litigi fra i due diventano sempre più frequenti.Ma ad una festa di loro amici casualmente si ritrovano ad improvvisare una canzone che ha per testo uno dei tanti litigi fra loro;
visto il risultato divertente ottenuto,quasi una valvola di sfogo in cui dire musicalmente il proprio pensiero,la coppia inizia a cantare nel loro garage e con l’ausilio di un amico vicino di casa,il bizzarro Dave, cantano dicevo alcune canzoni ispirate


ai quotidiani bisticci che intercorrono fra loro. I tre portano il singolare “concerto” in sale pubbliche, dove riscuotono un inaspettato successo.
La coppia ha così trovato qualcosa che sembra finalmente riunirli, una complicità fatta anche dallo sforzo comune verso qualcosa che li appassiona.
Ma paradossalmente la fine delle liti sembra mettere ancor più in crisi il loro rapporto,fino a quando sfocia in un litigio pesantissimo, durante il quale i due si scambiano accuse feroci con la conseguenza che Anna caccia di casa il marito.
Che però ha la fortuna di parlare con sua madre, donna intelligentissima che gli apre gli occhi su cosa significa essere donna, sulla differenza fra la chimica stessa dell’essere uomo e essere donna; nel frattempo Anna decide di cantare da sola e quando lo
fa troverà un Ben diverso ad ascoltarla e …
Band Aid, film del 2017 diretto da Zoe Lister-Jones,che è la protagonista della pellicola interprete del personaggio di Anna è una operazione cinematografica di livello medio superiore, grazie anche ad una sceneggiatura


brillante che racconta la storia di un matrimonio come tanti altri, che però riesce a sopravvivere grazie a due fattori base. Il primo è l’affetto che al di là di tutto è sempre presente nella coppia, poi per quello che sembra un limite e che invece finisce per diventare
lo spunto per un diverso inizio, ovvero la tendenza da parte della coppia a litigare su tutto,mettendo in discussione il partner ma anche se stessi.
Cosa che verrà accentuata quando i due,separatisi, si troveranno finalmente a fare i conti con il rischio di una rottura definitiva; Ben,grazie al provvidenziale intervento di sua madre,inizierà a vedere il comportamento della moglie con occhi diversi mentre Anna,che si è sfogata
urlando la sua rabbia e sfogandola lasciandosi finalmente andare avrà modo di riflettere sul loro rapporto,grazie anche alla musica,al suo potere terapeutico che la porterà a cantare,con un dolce motivo e in pubblico, il suo mondo interiore, quel mondo che in fondo
non chiede altro che di potersi esprimere .Ed è proprio la musica il collante che riunirà i coniugi,che finalmente troveranno qualcosa che li unisce anche superando le notevoli differenze di carattere e di modi di approcciare la vita.


Un film ben fatto,nonostante la pecca di qualche dialogo forse troppo surreale,ma che affronta con piglio sereno quello che è l’eterno dilemma della coppia,l’abitudine così come la conflittualità.
E la vera sorpresa del film è il tono grottesco ,surreale che permea lo stesso.
Bene gli attori,con particolari elogi alla brava ed espressiva Zoe Lister-Jones che interpreta Anna,buone anche le musiche.
Un film del quale consiglio la visione.

Band Aid

un film di Zoe Lister-Jones,con Zoe Lister-Jones, Adam Pally,Colin Hanks, Brooklyn Decker, Hannah Simone, Jesse Williams,Angelique Cabral, Adam Pally, Nelson Franklin, Majandra Delfino, Fred Armisen, Chris D’Elia, Chrissie Fit, Susie Essman, Ravi Patel, Jenna Lyng Adams,
Kat Purgal, Elisha Yaffe, Amy Pawlukiewicz Commedia, durata 91 min. – USA 2017.

Zoe Lister-Jones – Anna
Adam Pally – Ben
Fred Armisen – Dave
Susie Essman – Shirley
Hannah Simone – Grace
Retta – Carol
Ravi Patel – Bobby
Brooklyn Decker – Candice
Erinn Hayes -Crystal Vichycoisse
Jesse Williams – Skyler
Jamie Chung – Cassandra Diabla
Nelson Franklin – Ned
Angelique Cabral – Lauren
Majandra Delfino – Maria
Gillian Zinser – Sheena

Regia di Zoe Lister-Jones
Prodotto da Natalia Anderson e Zoe Lister-Jones
Sceneggiatura di Zoe Lister-Jones
Musiche di Lucius
Fotografia di Hillary Spera
Montaggio di Libby Cuenin

febbraio 18, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Un amore di gioventù

Camille ha 15 anni ed è al primo amore.
L’oggetto di quell’amore totalizzante, che lascia insonne,che spera debba durare tutta la vita è il diciannovenne Sullivan, che la ricambia.
Ma l’entusiasmo giovanile, l’ardore di Camille deve anche confrontarsi con gli stessi limiti posti dalla giovane età dei protagonisti; Sullivan, anche se innamorato, vuole i suoi spazi
e più che altro è ansioso di trovare il suo ruolo nella società e non può accontentarsi dell’adorante compagnia di Camille.
Decide quindi di partire per il sud America per un viaggio che dovrebbe durare meno di un anno,o almeno così racconta alla ragazza.Ma in realtà Sullivan ha già deciso di di trasferirsi
definitivamente,via da una Parigi che sente come opprimente e disumanizzata e via anche da un sentimento che ormai vive come una prigione.
Così parte lasciando nello sconforto la ragazza, che da quel momento vive solo per le lettere che il giovane le invia; ma che ben presto si diradano fino a cessare del tutto.


Camille vive la situazione in maniera traumatica tanto da arrivare ad un tentativo di suicidio; ma si riprende e poco alla volta torna alla vita, grazie allo studio e alla passione per l’architettura.
Dopo qualche anno la troviamo brillante architetto,con una vita faticosamente ricostruita anche grazie all’amore del maturo Lorenz, che ne ha fatto anche la sua allieva prediletta.
I due vanno a vivere assieme e per la ragazza tutto sembra scorrere placidamente.
Ma un giorno,in un autobus,incontra la mamma di Sullivan che le rivela che il giovane è tornato da tre anni e che vive a Marsiglia ma che ogni tanto torna a Parigi; così Camille da alla donna il suo numero di telefono
e i due giovani si rivedono. Un attimo e la magia di quell’amore di gioventù ritorna, riportando il tempo all’adolescenza e ai primi fremiti amorosi.
Ma Sullivan è davvero convinto che sia quella la sua strada? Basta l’amore a colmare tutto e a placare quell’ansia che il giovane continua a sentire?
E Camille può davvero conciliare i ricordi,l’amore travolgente con l’affetto che ora prova per Lorenz?
Una storia sull’amore giovanile, quello che non si dimentica più,quello fatto di speranze e ansie,di attese e litigi,di baci e passioni è l’oggetto del racconto cinematografico di Mia Hansen-Løve, regista, attrice e sceneggiatrice di origine parigina,


una città che conosce bene e che mostra frenetica e robotizzata.Sia attraverso le parole che pronuncia Sullivan,il protagonista,sia attraverso le immagini, opposte a quelle della campagna francese assolate e solitarie,
che mostrano un ritmo di vita decisamente più umano con un paesaggio bucolico che sembra restituire umanità.
Un amore di gioventù, film del 2011,porta sullo schermo quindi la storia di un amore,di quello che poteva essere e che invece non sarà.
Perchè i sogni di gioventù devono convivere con la realtà quotidiana ma sopratutto con le legittime aspirazioni di chi dalla vita si aspetta qualcosa di diverso dal tran tran o dall’alienazione della metropoli.Ed è quello che Sullivan sembra provare,un senso di oppressione
dovuto all’affetto soffocante di Camille ma anche la ripulsa per l’abbraccio mortale della metropoli.
Camille invece vive un sogno,quello dell’amore che ti pervade e riempie le giornate.
Forse dalla vita non vorrebbe altro,oltre al compimento degli studi e una professione ma c’è un abisso fra le aspirazioni e i risultati che si raccolgono,sopratutto quando la meta dei tuoi sogni non condivide gli stessi.


Un film dall’andamento molto descrittivo, che esamina i sentimenti ma che lo fa in modo troppo superficiale.
Quello di Camille finisce per sembrare più un amore ossessivo, vissuto nel ricordo,idealizzato,che una cosa concreta con un futuro davanti.
E lo stesso personaggio della ragazza appare imprigionato in una nuvola rosa,che Sullivan, più inquieto anche perchè agitato da tormenti interiori, di certo non condivide.
Così le vite dei due giovani prendono strade differenti, ma noi spettatori assistiamo solo alla parte che riguarda quella di Camille,attraverso le sue esperienze che in realtà si riducono al completamento degli studi e
al nuovo amore per Lorenz;un amore non certo travolgente,ma quieto e probabilmente più responsabile.
Poi il ritorno del primo amore che pone in discussione tutto.
Ma quanto c’è ancora di vivo e quanto invece è solo idealizzazione di un ricordo? Forse per Camille molte cose sono rimaste inalterate,ma per Sullivan stanno ben diversamente.
In Un amore di gioventù purtroppo manca l’anima.


Troppo freddo il linguaggio visivo, poco analizzata la figura di Sullivan, troppo presente il quotidiano di Camille,fatto della ripetizione degli stessi gesti quotidiani.
Scuola,lavoro,lavoro e scuola.
Su un canovaccio così striminzito non si può imbastire un discorso organico e difatti il film resta al palo,inespresso.
Tutto si riduce ad una analisi epidermica di un sentimento complesso da analizzare come l’amore,qui visto più come idealizzazione che come qualcosa di profondo e maturo.
Lunghe pause, qualche momento felice quando la regista mostra le assolate campagne francesi ma è ben poco.
In quanto ai due attori principali,Lola Creton e Sebastian Urzendowsky,recitazione sufficiente e adeguata al clima del film;da segnalare la bella fotografia limitatamente agli esterni campestri del film.
Pellicola che raggiunge una striminzita sufficienza, ignorata praticamente dal pubblico e dalla critica.

Un amore di gioventù
un film di Mia Hansen-Løve, con Lola Creton, Sebastian Urzendowsky, Magne-Håvard Brekke, Valérie Bonneton, Serge Renko.Titolo originale: Un amour de jeunesse. Genere Drammatico, – Francia, Germania, 2011, durata 111 minuti.

 

Lola Créton: Camille
Sebastian Urzendowsky: Sullivan
Magne-Håvard Brekke: Lorenz
Valérie Bonneton: madre di Camille
Serge Renko: padre di Camille
Özay Fecht: madre di Sullivan

Regia Mia Hansen-Løve
Sceneggiatura Mia Hansen-Løve
Produttore Philippe Martin, David Thion, Gerhard Meixner (co-produttore), Roman Paul (co-produttore)
Casa di produzione Les Films Pelléas, Razor Film
Distribuzione in italiano Teodora Film
Fotografia Stéphane Fontaine
Montaggio Marion Monnier
Scenografia Mathieu Menut, Charlotte de Cadeville
Costumi Bethsabée Dreyfus
Trucco Michel Vautier

febbraio 16, 2020 Posted by | Sentimentale | , , | Lascia un commento

Opera senza autore

Dresda,1937

Nella città tedesca e nel museo locale il piccolo Kurt Barnert accompagnato dalla zia Elisabeth May assiste alla mostra sull’opera degenerata,così chiamata dai nazisti perchè non corrispondente all’ideologia dominante. Kurt adora sua zia, una donna eccentrica ma intelligente, che però paga i suoi atteggiamenti con la reclusione in un ospedale psichiatrico nazista in quanto sospettata di essere schizofrenica. Scoppia la guerra, Dresda viene bombardata ma Kurt è lontano, al sicuro nelle campagne mentre sua zia Elisabeth  anche se completamente sana di mente e priva di problemi psicologici viene mandata in un lager per morire in una camera a gas.
Il responsabile della sua deportazione è il tenente colonnello SS Carl Seeband, responsabile del progetto eugenetico nazista, volto a eliminare disabili,malati di mente e portatori di handicap dalla società tedesca, in quanto in grado di minare la purezza ariana e considerati un peso per la società.


La guerra finisce e Kurt si ritrova a vivere nella parte occupata dall’esercito russo mentre Seeband riesce a salvare da un parto travagliato la moglie del comandante russo del campo in cui è detenuto, scampando
così alla giusta punizione per il suo passato.
Il giovane Kurt mostra talento in pittura,tanto da essere accolto dalla prestigiosa Accademia d’arte di Dresda che indottrina i giovani artisti secondo l’ideologia socialista; durante gli studi conosce e si innamora, ricambiato,della bella Elisabeth (Ellie).
I due decidono di sposarsi, nonostante la ferma opposizione del padre di lei, che altro non è che Carl Seeband,responsabile della morte della zia del giovane. Kurt e Elisabeth si sposano e il giovane continua a dipingere pur senza entusiasmo; l’idea imperante socialista
che lo obbliga a dipingere cose che non sente sue, schematiche, lo porta ad abbandonare Dresda per Berlino, dove per miracolo evitano di restare bloccati nella Berlino est destinata a diventare il baluardo dell’ideologia comunista.
Dopo una serie di vicende, Kurt scoprirà la verità su suo suocero ma sopratutto…


Un gran bel film,Opera senza autore, tutto giocato su trent’anni di storia tedesca vista attraverso la vita di Kurt e contemporaneamente teso a mostrare il rapporto simbiotico esistente fra l’individuo e l’arte.
Diretto dal regista Florian Henckel von Donnersmarck nel 2018,il film,nonostante la durata di 188 minuti riesce a tener desta l’attenzione dello spettatore proprio per la capacità del regista di proseguire il racconto degli avvenimenti sul doppio binario biografico/storico e artistico/identitario
usando la vita di Kurt come trait d’union delle due cose. Che si integrano perfettamente mostrando da un lato la pace precaria prima, la guerra poi ,la pace e il comunismo a cui la vita di Kurt finisce per legarsi intimamente,indissolubilmente.
La vita di un giovane pittore, capace e dotato che deve scontrarsi con le briglie imposte dall’ideologia, che Kurt riuscirà a sciogliere, trovando una dimensione personale nella quale la libertà di espressione porta l’artista alla sua massima espressione,
quella che senza lacci e laccetti libera la fantasia,l’estro,la capacità comunicativa. In una parola l’arte vera,con la A maiuscola, non solo la tecnica fine a se stessa,l’eccesso di formalismo nemico giurato del vero artista.


Florian Henckel von Donnersmarck lo fa con un linguaggio cinematografico lineare e coerente,intersecando arte e vita di continuo senza però propendere per una delle due cose; il discorso deve essere globale,perchè vita e arte devono essere complementari,non ci può essere una vera maturità artistica senza una vita piena e coerente. Tesi ardita,visto che non sempre le cose sono così schematiche ma nel film è questo che ci viene mostrato e di conseguenza la linearità del film non viene inficiata.
Gran parte del merito va anche ascritto ai bravissimi attori utilizzati nella pellicola, a partire da Tom Schilling (Kurt Barnert) passando per Sebastian Koch(il dottor Carl Seeband) alla bellissima Saskia Rosendahl (Elisabeth May) per finire con Paula Beer (Elisabeth Seeband),tutti in parte ed espressivi.
Film che vale anche come documento storico, visto che passa attraverso anni terribili come quelli della guerra fino alla divisione di Berlino e alla guerra fredda, con momenti salienti come la visita al museo dell’arte con i dipinti “degenerati” e i campi di sterminio,passando dagli orrori dell’eugenetica all’ideologia comunista e alla fuga di coloro che non credevano nel socialismo reale.
Bello, consigliato davvero per chi ama il grande cinema.

Opera senza autore

un film di Florian Henckel von Donnersmarck, con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci. Titolo originale: Werk ohne Autor. Genere Drammatico, Thriller, – Germania, 2018, durata 188 minuti

Tom Schilling: Kurt Barnert
Sebastian Koch: Prof. Carl Seeband
Paula Beer: Ellie Seeband
Saskia Rosendahl: Elisabeth May
Oliver Masucci: Prof. Antonius van Verten
Ina Weisse: Martha Seeband
Florian Bartholomäi: Günther May
Hans-Uwe Bauer: Prof. Horst Grimma
Ben Becker: caporeparto
Antonia Bill: infermiera
Rainer Bock: Dr. Burghart Kroll
Jonas Dassler: Ehrenfried May
Lars Eidinger: curatore dell’esposizione

Regia Florian Henckel von Donnersmarck
Soggetto Florian Henckel von Donnersmarck
Sceneggiatura Florian Henckel von Donnersmarck
Produttore Florian Henckel von Donnersmarck
Produttore esecutivo Max Wiedemann
Casa di produzione Pergamon Film, Wiedemann & Berg Filmproduktion
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Caleb Deschanel
Montaggio Patrick Sanchez-Smith
Effetti speciali Simon Giles
Musiche Max Richter
Scenografia Silke Buhr
Costumi Gabriele Binder
Trucco Maurizio Silvi

febbraio 14, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

L’estate all’improvviso

Inghilterra,1913

La costa della Cornovaglia è il punto di raduno di un gruppo di giovani artisti di talento. Fra loro spiccano i coniugi Harold e Dolly e il talentuoso
AJ Munnings, pittore tutto genio e sregolatezza; c’è anche il giovane Joey Carter-Wood,che viene raggiunto da sua sorella Florence, scappata da Londra e da suo padre,uomo possessivo che vorrebbe farla sposare con un uomo che non ama.
E’proprio l’arrivo della giovane Florence a mettere in subbuglio il gruppo di amici: sia AJ che Gilbert Evans, l’unico a non essere un artista ma un militare si innamorano di lei.
Folorence divide equamente le attenzioni dei due spasimanti,con un atteggiamento ambiguo; da un lato frequenta AJ,attratta dalla sua abilità pittorica e desiderosa di carpire i segreti della sua arte mentre in contemporanea flirta con il bel maggiore Gilbert,che ha un carattere diametralmente opposto ad Aj, che comunque resta il suo migliore amico.


Tanto è esuberante, incline al bere, donnaiolo Aj,tanto Gilbert appare posato, riflessivo.
Florence, con grande sorpresa di tutti, accetta di sposare AJ,vincendo anche l’ostilità di suo padre, poco incline ad avere un genero artista; ma il giorno stesso del matrimonio,subito dopo il si, la donna inspiegabilmente tenta il suicidio e si salva solo miracolosamente. Il matrimonio fra i due si rivela tutt’altro che felice, sopratutto perchè Florence non accetta di avere rapporti con il marito.
La donna si riavvicina a Gilbert,che,nel frattempo,ha deciso di partire per l’Africa come volontario.
Ma prima di partire…
Un film che parte benissimo, L’estate all’improvviso, diretto nel 2013 da Christopher Menaul su un soggetto letterario di Jonathan Smith, Summer in February che è anche il titolo originale della pellicola in inglese.
Parte bene,dicevo , ma cambia quasi radicalmente nel momento stesso nel quale entra in scena il personaggio di Florence che appare troppo ondivaga nelle sue decisioni.
Enigmatica, la giovane artista, anch’essa dotata, sembra accettare la corte di AJ più per ammirazione verso il talento del pittore che per affetto vero, che sembra invece nutrire per il maggiore Gilbert che fra l’altro


è ben visto da suo padre. Salvo poi, dopo pochissimo dal matrimonio, fare marcia indietro e allacciare una relazione adulterina con Gilbert,del quale resterà incinta con conseguenze funeste per tutti.
Una grande occasione mancata, perchè gli ingredienti c’erano tutti, dalla splendida fotografia, luminosa e ispirata ad una location assolutamente incantevole,che include posti da favola come Penzance, Prussia Cove , la spiaggia di Porthcurno e Lamorna,
località della Cornovaglia che ti fanno innamorare del posto a prima vista.
Purtroppo al film manca profondità.
Non viene spiegato in alcun modo l’atteggiamento bizzarro di Florence, che sembra nutrire un affetto ben superiore per Gilbert che per AJ, salvo sposare quest’ultimo senza un motivo apparente.
Tutto è lasciato all’interpretazione dello spettatore,che non sa che pesci pigliare proprio perchè mancano riferimenti, dialoghi che spieghino le decisioni della donna.


Mancando il fondamento del film, l’introspezione psicologica,si finisce per ammirare una bella tela senza anima, un paesaggio freddo come una foto scattata più con fretta che con il sentimento.
E questo inficia gravemente il giudizio finale.
La tendenza al melodramma, che diventa sempre più evidente verso la parte finale del film manca di coerenza. L’atmosfera ridanciana iniziale del film vira rapidamente, senza un adeguato percorso verso un finale che sembra
più casuale che degna conclusione di un percorso; gli stessi tre personaggi principali smarriscono quasi la bussola, presi come sono in una sceneggiatura che appare nevrotica, indecisa.
Un vero peccato, perchè l’idea di partenza era ottima.
Ma gli ingredienti di un film sono tanti e occorre un’alchimia equilibrata, non casuale.


I tre attori principali Emily Browning,Dominic Cooper e Dan Stevens appaiono quasi a disagio,sopratutto Emily Browning che non è convincente nel ruolo di Florence,ma va detto che la colpa non è certo sua.
Affrontare un personaggio così ambiguo,non caratterizzabile è impresa impossibile e difatti la Browning recita come può ma senza incidere,così come gli altri due protagonisti.
Paradossalmente va meglio per gli attori di contorno,che,grazie ai ruoli defilati che rivestono riescono ad essere più convincenti.
Intendiamoci, non è certo un brutto film, una visione può meritarla.
A patto di accettare buchi nella sceneggiatura e la superficialità della trama.

L’estate all’improvviso

un film di Christopher Menaul.Con Emily Browning,Dominic Cooper, Dan Stevens, Mia Austen, Hattie Morahan, Max Deacon, Shaun Dingwall.Drammatico,Inghilterra 2013 Durata 101 minuti

Dominic Cooper … AJ Munnings
Dan Steven … Gilbert Evans
Mia Austen … Dolly
Hattie Morahan … Laura Knight
Max Deacon … Joey Carter Wood
Shaun Dingwall … Harold Knight
Michael Maloney … Pittore
Emily Browning … Florence Carter Wood
Tom Ward-Thomas … Frank
Joshua James … Bertie
Ollie Marsden … Walter
Roger Ashton-Griffiths …Jory

Regia Christopher Menaul
Romanzo Jonathan Swift
Musiche Benjamin Wallfisch
Fotografia Andrew Dunn
Montaggio Chris Gill e St. John O’Rorke

febbraio 13, 2020 Posted by | Drammatico, Sentimentale | , , , | Lascia un commento

Tokyo Love Hotel

I Tokyo Love Hotel sono le mete preferite (o obbligate) delle coppie regolari e non della capitale nipponica.
Posti in cui si rimane per qualche ora o per la notte, in cui si consumano veloci amplessi o ore d’amore più lunghe nel caso dei più abbienti.
Ed è in uno di questi Hotel che si svolgono le vicende di un gruppo eterogeneo di persone,coppie di giovani in prevalenza ma anche una coppia clandestina di  funzionari di polizia e un’altra composta da Satomi e dal suo compagno Yasuo, entrambi in attesa del passare delle ultime 48 ore,termine dopo il quale un vecchio reato di Satomi sarà prescritto.
Ma la coppia più seguita dal regista è quella composta da Toru e Saya; lui è un ex receptionist di un grande albergo, che attualmente presta servizio proprio in un Love Hotel all’insaputa di Saya, una cantautrice che ha ricevuto una proposta discografica per un disco,al quale però dovrà partecipare da sola escludendo la sua band.


La prima amara sorpresa per Toru arriva quando l’albergo nel quale lavora viene scelto come location per un film porno.
Chiamato in camera per consegnare delle pizze Toru trova sul set del film porno sua sorella Miyu, che partecipa alla pellicola come protagonista;Miyu non cerca nemmeno di difendersi,raccontando a suo fratello come
lo tsunami del 2011 ne abbia messo in ginocchio la sua famiglia. Miyu non ha trovato lavoro,scegliendo alla fine di diventare un’attrice porno.
Ma le brutte sorprese per Toru non sono finite.
Nell’albergo arriva anche Saya, che si concede al suo impresario in cambio di un contratto discografico.
Ci sono poi Heya,una ragazza sudcoreana che deve tornare in patria e che invece della hostess fa la squillo e Chong,il suo fidanzato,che scoperta la vera attività della sua ragazza la prenota per due ore e le confida di essersi prostituito anche lui.
E altre storie, come quella di Hinako,una ragazza scappata di casa circuita da Masaya,un giovane che l’ha adescata per introdurla nel mondo del porno ma che alla fine farà vincere i sentimenti e verrà brutalmente pestato per non aver compiuto il suo
“dovere”. Tutte storie che avranno il loro epilogo in un arco di tempo brevissimo,una notte…


Storie avvilenti e storie di ordinaria amministrazione, amore e sesso, una morale sempre più elastica e uno sguardo a tratti ironico,spesso quasi comprensivo da parte del regista Ryūichi Hiroki in questo Tokyo Love Hotel,film uscito nelle sale nel 2014.
Una pellicola francamente sconcertante per il pubblico italiano.
Lo sguardo di Hiroki è fin troppo indulgente verso i personaggi dei quali racconta le storie; storie nelle quali appare in evoluzione quella che è la morale e il costume, che il regista esamina senza emettere giudizi morali ma con un’evidente intenzione comprensiva
verso atteggiamenti che vengono giustificati quasi come necessari di fronte alle situazioni quotidiane.
Così fare un porno per tirare a campare può avere una logica se non ci sono alternative, prostituirsi può averne altrettanta perchè in fondo il fine giustifica i mezzi.
Anche se non espresso in modo esplicito il concetto appare quasi lampante nella disanima del film; la tesi portante è che se l’umanità ha perso la bussola in fondo ci si aggrappa dove si può .E se questo fa a botte con il sentire e l’agire che rappresentano la normalità, allora amen.
La prostituta Hena, uno dei personaggi minori,si trasforma quasi in una infermiera, una missionaria per i suoi clienti,che consola e a quali dona un’ora di pseudo amore.


E’ solo sesso?
Appunto,quindi che male c’è?
Tesi francamente discutibili, ma va anche detto che la visione del regista rispecchia una cultura e un modo di sentire che per noi europei non può avere la stessa valenza.
La cultura orientale si è evoluta in altro modo rispetto alla nostra, i loro valori a volte non coincidono con i nostri.
Il film ha dei momenti interessanti,altri spiacevoli, ma mantiene un interesse di fondo che non viene mai meno. Certo,personaggi, linguaggio e situazioni risultano ostiche da comprendere ma alle volte può essere utile gettare uno sguardo su realtà differenti dalla nostra.
E Tokyo Love Hotel lo fa,usando immagini blandamente erotiche, storie a tratti quasi paradossali e un intreccio di fondo forse un tantino forzato ma che alla fine risulta vincente.
Bene gli attori per un film che merita una visione.

Tokyo Love Hotel
Un film di Ryuichi Hiroki. Un film con Sometani Shôta, Atsuko Maeda, Lee Eun-woo, Son Il-kwon, Kaho Minami, Matsushige Yutaka Titolo originale: Sayonara kabukichô. Genere Drammatico – Giappone, 2014, durata 135 minuti.

Shōta Sometani: Toru Takahashi
Atsuko Maeda: Saya Iijima
Lee Eun-woo: Heya
Son Il-kwon: Chong-su
Kaho Minami: Satomi Suzuki
Yutaka Matsushige: Yasuo Ikezawa
Nao Ōmori: Kazuki Takenaka
Jun Murakami: Kagehisa Amemiya
Tomorowo Taguchi: Masashi Kubota
Shūgo Oshinari: Masaya Hayase
Miwako Wagatsuma: Hinako Fukumoto
Aoba Kawai: Rikako Fujita
Tomu Miyazaki: Ryūhei Shinjo
Yoichi Okamura: Cliente maniaco
Asuka Hinoi: Miyu Takahashi

Emanuele Ruzza: Toru Takahashi
Joy Saltarelli: Saya Iijima
Gaia Bolognesi: Heya
Francesco Venditti: Chong-su
Fabrizia Castagnoli: Satomi Suzuki
Gianni Bersanetti: Yasuo Ikezawa
Riccardo Scarafoni: Kagehisa Amemiya
Daniele Giuliani: Masaya Hayase
Eva Padoan: Hinako Fukumoto
Antonella Baldini: Rikako Fujita
Nicola Marcucci: Ryūhei Shinjo
Manfredi Aliquò: Cliente maniaco
Giulia Tarquini: Miyu Takahashi

Regia Ryūichi Hiroki
Sceneggiatura Haruhiko Arai, Futoshi Nakano
Produttore Mikihiko Hirata, Naoya Narita, Yasushi Minatoya, Kazuya Naito
Produttore esecutivo Tadayoshi Kubo, Osamu Fujioka
Casa di produzione Tokyo Theatres Co., W Fields, Gambit
Distribuzione in italiano Tucker Film
Fotografia Atsuhiro Nabeshima
Montaggio Jun’ichi Kikuchi
Musiche Ayano Tsuji, Shin Yasui

febbraio 11, 2020 Posted by | Drammatico | | Lascia un commento

La vita segreta della signora Lee

Per Pippa Lee è il momento di un cambio di vita radicale.
In seguito ad un infarto subito da Herb,suo marito,molto più grande di lei, ha deciso di seguirlo in quella che l’uomo chiama la residenza della pensione dopo una vita passata nell’editoria.
E’ anche il momento di guardare al passato con occhi nuovi, rivedere quello che è accaduto e sopratutto capire il perchè sia diventata per tutti una specie di enigma vivente.
Perchè Pippa sembra avere per tutti parole di comprensione, essere conscia del suo ruolo di moglie e madre di due figli ormai adulti,un figlio che è ormai prossimo a diventare avvocato e una figlia fotografa e reporter di zone di guerra,che però ha con lei un rapporto conflittuale.
Attraverso l’uso del flash back conosciamo così particolari sulla vita di Pippa, sulla sua famiglia nativa,con una madre dall’umore incostante che avendo 5 figli e un marito pastore protestante tirava avanti assumendo sempre più anfetamine e che la plasmava secondo i desideri del momento,come una bambola o come una vamp per esempio, condizionandole l’infanzia.


Fino al giorno in cui aveva deciso di trovare una strada nuova, allontanandosi da casa accolta da sua zia, che intratteneva una relazione saffica con una scrittrice/fotografa.
Poi la fuga anche dal nuovo rifugio, scoperta da sua zia mentre posava per delle foto erotiche scattate da Kat, la sua compagna e l’inizio di una fase turbolenta, con l’assunzione di stupefacenti fino al momento di svolta,l’incontro con Herb, editore con 30 anni più di lei, il matrimonio e la nascita di figli.
Così la vita di Pippa aveva preso una strada sicura tranquilla e borghese, fino al presente, in cui la donna è diventata per amici e vicini un punto di riferimento, un porto sicuro e una confidente alla quale ricorrere nei casi di problemi quotidiani.
Che ovviamente non mancano,come in tutte le esistenze.
Pippa però è rimasta troppo nell’ombra, sacrificando se stessa alla famiglia e al marito, un uomo terrorizzato dall’età che avanza e dalla morte al punto che allaccerà una relazione extraconiugale con l’amica di sua moglie, Sandra,una donna fragile ed emotiva sposata ma in crisi con suo marito.
La scoperta inaspettata porterà Pippa ad analizzare in modo diverso tutto ciò che la circonda e a prendere coscienza di se stessa; si è annullata, è stata una moglie fedele ma ora è il momento di cambiare.
Ed è esattamente quello che la donna farà…


Un film che si muove tra flash back e presente analizzando il comportamento di una donna che realizza,nel momento in cui tutto sembra scorre come un placido fiume, una nuova possibilità di vita dopo essere stata nell’ombra,tranquilla custode
e moglie affettuosa relegata in un ruolo marginale, quasi un soprammobile bello ma di pura decorazione per un marito fondamentalmente egoista e per degli amici e conoscenti abituati a vederla troppo in ruoli subalterni.
E’ la sintesi di La vita segreta di Pippa Lee, film diretto da Rebecca Miller (figlia del grande commediografo Arthur) nel 2009; una storia raccontata come una biopic nella quale si assiste all’evoluzione di una donna che finalmente prende coscienza di se stessa
dopo un’infanzia condizionata fortemente da una madre instabile e un’adolescenza turbolenta, segnata dalla ribellione e dagli eccessi,fatta di occasionali amanti e di droghe fino all’episodio che la spingerà ancora una volta a mettere in discussione tutto, alla ricerca
del suo vero ruolo umano e sociale.
Non più moglie fedele e madre, donna comprensiva con tutti e confidente,ma persona capace di scegliere e di decidere, di riannodare i fili dell’esistenza con la consapevolezza che ci sono nuove sfide,nuove occasioni.


Con un uso non ossessivo del flashback la Miller mostra così quella che è stata la vita di Pippa Lee almeno fino all’incontro con suo marito,che la donna sposerà quasi avesse una missione,prendersi cura di un uomo tanto più anziano di lei.
Herb, suo marito, si trasformerà in un padre pigmalione, un doppio ruolo che però finirà fatalmente per stringere Pippa in un recinto.
Dal quale la donna avrà la forza di uscire,complice anche un avvenimento che porterà le cose in una direzione imprevista.
La vita segreta di Pippa Miller è anche un film blandamente satirico sul vuoto pneumatico che sembra avvolgere le esistenze borghesi, prive di problemi concreti e quindi soffocate dalla noia generata dall’agiatezza; il barbecue,le cene, il pettegolezzo,amori clandestini,ovvero
l’armamentario con cui si combatte un quotidiano fondamentalmente votato alla noia.
Per contrappasso la ribellione e la presa di coscienza di una donna,Pippa, che finalmente realizza come oltre i simboli citati ci sia una via differente ;la vita non termina certo con un tradimento,anzi,può ricevere nuova linfa e spingere a decisioni impreviste.


Film gradevole, caratterizzato dalla presenza di un cast di sicuro valore: da Robin Wright Penn (Pippa Lee) a Keanu Reeves ( Chris) da Julianne Moore (Kat) a Alan Arkin (Herb) e Winona Ryder (Sandra), da Maria Bello (Suky) Monica Bellucci (la prima moglie di Herb) ogni componente
del cast fa la sua parte con professionalità facendo acquisire valore ulteriore al film.
Che resta una commedia leggera con momenti drammatici tenuti volutamente con bassi profili; perchè lo scopo della MIller è quello di raccontare un’evoluzione,quella di Pippa,che avviene per gradi.
Dall’iniziale senso di colpa agli accadimenti di varia natura che condizioneranno la vita di Pippa, tutto è mostrato con abilità dalla Miller e il risultato finale è un film di buon livello che si gusta senza particolari momenti di noia.
Consigliato.

La vita segreta della signora Lee

Un film di Rebecca Miller. Con Winona Ryder, Robin Wright, Julianne Moore, Keanu Reeves, Monica Bellucci, Blake Lively, Maria Bello, Alan Arkin, Zoe Kazan, Robin Weigert, Tim Guinee, Mike Binder, Madeline McNulty, Ryan McDonald, Drew Beasley, Christin Sawyer Davis, Beckett Melville, Adam Shonkwiler, Cornel West, Audrey Lynn Weston, Teresa Yenque Titolo originale: The Private Lives of Pippa Lee.Drammatico, durata 100 min. – USA 2009.

 

Robin Wright Penn: Pippa Lee
Keanu Reeves: Chris
Monica Bellucci: Gigi
Winona Ryder: Sandra
Alan Arkin: Herb Lee
Maria Bello: Suky Sarkissian
Julianne Moore: Kat
Blake Lively: Pippa Lee adolescente
Robin Weigert: Trish
Zoe Kazan: Grace Lee
Mike Binder: Sam Shapiro

Regia Rebecca Miller
Soggetto Rebecca Miller
Sceneggiatura Rebecca Miller
Produttore Brad Pitt, Lemore Syvan
Casa di produzione IM Global
Fotografia Declan Quinn
Montaggio Sabine Hoffmann
Scenografia Michael Shaw

febbraio 9, 2020 Posted by | Commedia | , , , , , , , | Lascia un commento