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La moglie vergine

La bella e sensuale Valentina è sposata con Giovannino, che ha da tempo visto sfiorire la sua virilità; paradossalmente la moglie quindi pur essendo sposata è ancora vergine.
Il che crea problemi non solo alla coppia, ma anche al vulcanico zio di Giovannino, Federico e alla madre della ragazza, Lucia. Il rapporto di coppia va così intristendosi, mentre Federico non perde occasione per correre dietro a tutte le gonne che riesce ad agganciare e
Lucia tenta invano di consolare la sposina. La situazione si aggrava quando arrivano la vulcanica coppia formata da Gianfranco e Brigitte, amici degli sposi.
I due, estremamente disinibiti, sono degli autentici amanti del sesso e non perdono occasione per farlo vedere. La situazione tra i coniugi raggiunge il punto di rottura e una sera, mentre sta per scatenarsi un temporale Valentina fugge riparando presso un campo di giovani hippy dove Valentina finalmente si concede ad un giovane conosciuto da poco.


Giovannino corso a trovare la moglie con sua suocera,si trova costretto a riparare in un rifugio con sua suocera, che lo guarirà dal complesso di Edipo che è alla base della sua temporanea impotenza.Difatti tornato a casa e riconciliatosi con sua moglie finirà per ritrovare la perduta virilità.
Da quel momento i due sposi andranno a vivere a casa di Lucia…
Film appartenente al florido filone della commedia sexy, La moglie vergine, diretto da Franco Martinelli, padre di Enzo Castellari , è il tipico prodotto dell’epoca, imbastito su una storia tutto sommato abbastanza scontata tranne che per il finale e sul robusto cast di caratteristi.
Martinelli, che l’anno precedente aveva diretto Grazie nonna, richiama la Fenech, che in quel periodo girava anche 6 film in un anno, ingaggia Renzo Montagnani, attore malleabile e in grado di adattarsi a qualsiasi storia, Carroll Baker, ormai presenza costante nel cinema italiano e sopratutto chiama tre bellezze molto diverse tra loro per i ruoli di contorno, ovvero Gabriella Giorgelli, Florence Barnes e la giovane Maria Rosaria Riuzzi, creando un cast che almeno esteticamente ha un suo valore.


Se il film non si discosta molto da tanti, troppi prodotti del periodo, si gusta quanto meno qualche felice battuta, affidata sopratutto al solito Montagnani, chiamato a dare pepe alla vicenda; il buon Renzo come al solito caratterizza il personaggio di Federico con la solita verve di sensualità, espressa ancora una volta con una forsennata corsa dietro tutte le gonne che incontra. La Fenech si spoglia come suo solito, mentre la Baker, costretta ormai a ruoli da donna matura, se la cava dignitosamente. L’attrice americana, ormai 45 enne, si mostra parzialmente nuda solo in penombra per comprensibili motivi. Alla Barnes è affidato il ruolo di Brigitte,
la vulcanica amica di famiglia mentre la Riuzzi è Camilla, una delle conquiste del satiro Montagnani; un cast caratterizzato dunque principalmente dalla presenza di attrici sexy e disponibili sopratutto a mostrarsi come mamma le ha fatte.
Il ruolo di Giovannino è affidato ad un imbarazzato Lovelock, sicuramente più adatto a parti da duro che a quelle della commedia.
Film tutto sommato senza infamia e senza lode, girato quasi per intero in una villa di via Casale Lumbroso a Roma, una delle location più utilizzate dal cinema settanta e sull’incantevole lago di Iseo.

Una discreta versione del film è disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Fo6u2aMSN5A&t=1472s

 

La moglie vergine

un film di Franco Martinelli, con Carroll Baker, Florence Barnes, Edwige Fenech, Gabriella Giorgelli, Ray Lovelock, Renzo Montagnani,Michele Gammino,Antonio Guidi, Commedia,  durata 91 min. – Italia  1976.

Edwige Fenech     …     Valentina
Carroll Baker    …     Lucia
Renzo Montagnani    …     Federico
Ray Lovelock    …     Giovannino Arrighini
Michele Gammino    …     Gianfranco
Florence Barnes    …     Brigitte
Gabriella Giorgelli    …     Matilde
Gianfranco De Angelis    …     Maurice
Antonio Guidi    …     Avvocato Caldura
Rosaura Marchi    …     Gabriella
Dino Mattielli    …     Ufficiale  carabinieri
Gastone Pescucci    Dottore
Maria Rosaria Riuzzi    …     Camilla

Regia Franco Martinelli
Soggetto Carlo Veo, Marino Girolami
Sceneggiatura Carlo Veo, Marino Girolami
Casa di produzione Flaminia
Distribuzione in italiano Fida
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Armando Trovajoli

aprile 5, 2020 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

La forma dell’acqua

Gli Usa nel 1962 sono nel bel mezzo della guerra fredda e l’amministrazione Kennedy si ritrova a dover fronteggiare il blocco sovietico anche con nuove armi; in questo clima di contrapposizione non solo ideologica si svolgono le vicende della giovane Elisa, una ragazza uscita da un orfanotrofio che ora lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio segreto governativo.
Elisa è muta, divide la sua vita fra il lavoro, l’unica persona che le mostri amicizia, l’afroamericana Zelda e il suo coinquilino Gilles, anche lui un emarginato per la sua omosessualità.
Nel laboratorio della base viene portata una strana creatura, un essere che sembra essere una mutazione umana di un pesce; l’uomo anfibio è stato catturato in Amazzonia, sottratto alla popolazione indigena che lo venerava come un essere speciale e dai grandi poteri.
L’essere infatti ha straordinarie capacità guaritive e la sua particolare conformazione fisica scatena gli appetiti dei militari, decisi a scoprirne le caratteristiche fisiche che gli permettono di vivere sott’acqua.


La creatura viene affidata al colonnello Strickland, uomo crudele che incurante della somiglianza della creatura con gli umani la tratta come cavia di laboratorio.
Elisa però riesce a stabilire una comunicazione con l’essere,portandogli da mangiare e colloquiando con lui tramite il linguaggio dei sordomuti e con la musica, facendo ascoltare alla creatura i suoi dischi; ma la stessa Elisa non impiega molto a scoprire che il suo nuovo amico
è destinato ad una fine orribile, la vivisezione.
Un insperato aiuto arriva dalla spia sovietica Hoffstetler, che si oppone alla decisione del Kgb di sopprimere la creatura per evitare che le sue particolarità fisiche possano essere utilizzate come arma dagli americani.
Si arriva così ad uno scontro fra Strickland da un lato, ormai ossessionato dalla creatura e dal trio composto da Elisa, Hoffstetler e Gilles dall’altro, decisi a salvare l’anfibio dal suo destino di morte…


Diretto nel 2017 da Guillermo del Toro,La forma dell’acqua è stato il film di maggior successo di quell’anno; premiato con 4 premi Oscar per il miglior film, il miglior regista, la migliore scenografia e la migliore colonna sonora ha poi raccolto
altri importanti riconoscimenti in tutto il mondo a cominciare dal Leone d’oro alla mostra di Venezia passando poi per i Golden Globe e i prestigiosi British Academy Film Awards e numerosi altri premi in tutto il mondo.
Meritati,senza dubbio.
Costruito come una favola moderna ma lontana dalla concezione di favoletta edificante in stile la bella e la bestia, La forma dell’acqua è strutturato come film dalle tonalità cupe che con sapienza mescola temi purtroppo universali sulla tolleranza del diverso,che sia esso un portatore di handicap (Elisa), una minoranza etnica (Zelda), un diverso come orientamento sessuale (Gilles).
L’ambientazione è quella sospesa fra isterismo e caccia alle streghe tipica della guerra fredda anni 60,con i blocchi Usa e Urss divisi dalla reciproca diffidenza che culminerà nella crisi dei missili di fine 1962; ma per il film ben più importante è
la contemporanea presenza di temi sociali universali angoscianti quanto e più di una contrapposizione ideologica in fondo riservata solo ai potenti che tirano i fili dell’umanità/burattina.


Negli Usa c’è ancora un irrisolto tema di divisione razziale, la diversità sessuale è qualcosa da nascondere con vergogna e da emarginare, della democrazia tanto declamata come la più compiuta al mondo si vede solo la facciata scintillante, come una vecchia soubrette che nasconda sotto un metro di cipria rughe profonde.
Guillermo del Toro non affonda i colpi.
Resta molto in superficie, privilegiando la storia e consolidando, con un finale giudicato da molti troppo buonista, la sua personale visione del tema fondante l’intero film, la tolleranza.
Molte critiche hanno riguardato proprio questo aspetto del film, dimenticando che non sempre è necessaria una visione disincantata e cinica del presente e del futuro; l’umanità può e deve avere una speranza, e il finale del film conforta questa tesi.
Anche se, sotto un’ottica realistica, il messaggio non è poi così grondante speranza; i due diversi devono nascondersi, perchè quel loro non essere allineati ai canoni di perfezione richiesti dalla società non si coniuga nemmeno lontanamente con i canoni stessi.


E allora la fuga assume i connotati di un passaggio ad una clandestinità dove poter essere se stessi, in un mondo che possa accettare le loro “imperfezioni” per quelle che sono.
Il suggerimento del finale è proprio quello; la creatura e la ragazza vanno verso la casa di lui, almeno verso quella che lui considera tale portando con se Elisa, creatura pura e eterea, che ha accettato la diversità dell’anfibio come riflesso della sua condizione.
Un film molto bello,reso affascinante dalla bellissima interpretazione di Sally Hawkins,quella che impropriamente hanno paragonato alla “bella” della storia La bella e la bestia.
Anonima, lontana dai canoni estetici della bellezza,una Hawkins acqua e sapone incarna perfettamente la figura della dolce Elisa, emarginata per la sua impossibilità al dialogo. Altrettanto brava è l’espressiva Octavia Spencer, la Zelda del film, protagonista secondaria di tante pellicole di successo come Spider-Man,Essere John Malkovich,La verità nascosta e tante altre; bene anche
il carognesco Michael Shannon ( Richard Strickland) e Doug Jones (la creatura),pur limitato nelle espressioni dal travestimento.
Decisamente attraente la colonna sonora,premiata con un Oscar e che riporta in auge gli anni 50 e 60 della musica americana,dallo swing al jazz al tip tap.
Un film coinvolgente,da vedere.

La forma dell’acqua
Regia di Guillermo Del Toro, con Sally Hawkins, Michael Shannon , Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg. Titolo originale: The Shape of Water. Genere Drammatico, Fantasy, Sentimentale, – USA, 2017, durata 119 minuti,distribuito da 20th Century Fox Italia.

Sally Hawkins: Elisa Esposito
Michael Shannon: col. Richard Strickland
Richard Jenkins: Giles
Doug Jones: uomo anfibio
Michael Stuhlbarg: dott. Robert ‘Bob’ Hoffstetler / Dimitri
Octavia Spencer: Zelda Delilah Fuller
Nick Searcy: gen. Frank Hoyt
David Hewlett: Fleming
Lauren Lee Smith: Elaine Strickland
Morgan Kelly: uomo della torta
Stewart Arnott: Bernard
Nigel Bennett: Mihalkov
Martin Roach: Brewster Fuller
John Kapelos: Arzoumanian
Jayden Greig: Timmy Strickland
Brandon McKnight: Duane

Pino Insegno: col. Richard Strickland
Franco Zucca: Giles
Loris Loddi: dott. Robert ‘Bob’ Hoffstetler / Dimitri
Cinzia De Carolis: Zelda Delilah Fuller
Flavio De Flaviis: gen. Frank Hoyt
Franco Mannella: Fleming
Eleonora De Angelis: Elaine Strickland
Roberto Gammino: uomo della torta
Luca Biagini: Bernard
Roberto Fidecaro: Mihalkov
Simone Mori: Brewster Fuller
Angelo Nicotra: Arzoumanian
Giulio Bartolomei: Timmy Strickland
Fabrizio De Flaviis: Duane

Regia Guillermo del Toro
Soggetto Guillermo del Toro
Sceneggiatura Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Produttore Guillermo del Toro, J. Miles Dale
Produttore esecutivo Liz Sayre
Casa di produzione Bull Productions, Fox Searchlight Pictures, TSG Entertainment, Double Dare You Productions
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Dan Laustsen
Montaggio Sidney Wolinsky
Musiche Alexandre Desplat
Scenografia Paul D. Austerberry
Costumi Luis Sequeira
Trucco Kristin Wayne

aprile 4, 2020 Posted by | Drammatico, Fantastico | , , | Lascia un commento

Tulipani-Amore,onore e una bicicletta

Anne, sul letto di morte di sua madre Chiara,è costretta a promettere alla stessa di portare dopo il trapasso le sue ceneri nella natia Puglia.
Qualche tempo dopo ritroviamo la ragazza su una moto con side car, con il sedere per aria ustionato ,accompagnata in ospedale da
Immacolata e Vito.
Qui però vengono raggiunti da un funzionario di polizia, che accusa la ragazza di omicidio; per evitare l’arresto della ragazza Immacolata e Vito
raccontano quello che è accaduto negli ultimi giorni rievocando la storia dei genitori di Anna.
Che non è figlia di Chiara,come ha sempre creduto,ma di una coppia olandese, Gauke e Ria, una ragazza che suo padre ha conosciuto durante un viaggio e della quale si è innamorato, unione dalla quale è nata Anna. Gauke, arrivato in Italia dalla lontana Olanda in bicicletta, era stato accolto amichevolmente dalla gente di un paesino pugliese e sopratutto da Piero e sua moglie Chiara.


Da Piero acquista un casolare, diventando amico dello stesso e aiutandolo quando al giovane viene chiesto il pizzo per tenere aperta la sua attività.
Gauke aveva rimesso su il trullo e coltivato il terreno, creando magicamente dal nulla una coltivazione di tulipani, che avevano riscosso una grande successo.
La felicità di Gauke raggiunge la completezza il giorno in cui arriva in paese Ria con la piccola Anna; da quel momento però hanno inizio una serie di vicissitudini legate
proprio alla presenza di un losco individuo e della sua banda di estorsori, che avrà un epilogo drammatico…
Ovviamente ometto buona parte della trama per non rovinare l’effetto sorpresa di Tulipani,amore onore e bicicletta,deliziosa opera del 2017 firmata dal regista olandese Mike Van Diem,autore di una regia
autorevole e precisa per una pellicola che fa della semplicità un’arma formidabile.
Una trama semplice, senza orpelli inutili viene messa al servizio di un racconto che esalta sia la proverbiale accoglienza della gente del sud sia la vita semplice delle campagne della Puglia, in una vicenda senza tempo
che ha i contorni della favola.


Una favola che però tale non è,vista la presenza di una banda di malfattori che taglieggiando la popolazione locale vive una situazione parassitaria alla quale la gente del luogo non può o semplicemente non vuole opporsi.
E’ proprio Gauke,l’uomo venuto dal nord Europa a insegnare alla gente del paese che la dignità e la libertà sono elementi fondamentali,che opporsi si può e si deve.
Per questo dovrà pagare un alto prezzo ma la lezione che lascerà sia agli abitanti del paese, sia a sua figlia sarà di fondamentale importanza per la crescita di tutte le componenti in gioco.
A raccontare la storia della famiglia di Anna sono due protagonisti che hanno vissuto in prima persona le vicende raccontate; abbellite, un pochino esagerate nella forma, diventate quasi leggenda ma che insegneranno a Anna prima, all’ispettore poi,
a rispettare e sopratutto ricordare un uomo con la u maiuscola, quel Gauke che, sorretto da valori umani e morali assoluti, sarà un esempio da ricordare per la gente del luogo.


Che difatti all’arrivo di Anna, accolta da Immacolata con un affetto enorme, reagisce come se tornasse all’ovile un figlio lontano da troppo tempo, un figlio amato e che rappresenta per la comunità un esempio di continuità con il passato.
E la stessa Anna rimarrà stregata dal posto, dalla sua vita semplice,fatta di cose veramente importanti, lontana anni luce dal gelo e dalla pioggia del Canada, dalla sua vita opaca.
In più imparerà a conoscere finalmente quei genitori che troppo presto ha dovuto abbandonare.
Un film senza fronzoli, raccontato con una semplicità disarmante, un’arma che tanti registi dovrebbero scoprire,copiare.
E’ nella semplicità che alle volte ci si deve rifugiare se davvero si vuol dare messaggi degni di essere ricordati.
Mike Van Diem descrive una storia semplice con un’ironia bonaria, che alle volte muove il sorriso proprio per il suo disarmante candore, quello che nasce dal racconto di un uomo visto come un super eroe dalla gente del luogo.
Che in realtà è solo un uomo proveniente da un mondo diverso.


Con mano felice il regista assembla un cast di attori di eccellente livello, pronti a mettersi al servizio di una storia che aveva comunque delle insidie; l’agro dolce è sapientemente dosato e gli attori e le attrici vi si adeguano ottimamente.
Brava per esempio Ksenia Solo nella parte di Anna, volto acqua e sapone che ben si integra con la semplicità delle vicende raccontate e del paesino assolato che è il fulcro del racconto; molto bene anche Giorgio Pasotti (Piero),Donatella Finocchiaro (Chiara giovane),
Anneke Sluiters (Ria) e sopratutto una validissima Linda Vitale (Immacolata). Menzione d’onore per Giancarlo Giannini, guest star del film alle prese con il ruolo del bonario, bonario ispettore di polizia, chiamato a indagare su una morte che di certo non ha rattristato nessuno.
Molto belle le location con segnalazione del palazzo della Regione Puglia a Bari, sul Lungomare Nazario Sauro, utilizzato come banca nella sequenza nella quale Gauke va a ritirare il denaro ricavato dalla vendita dei suoi terreni in Olanda, sommersi da una disastrosa alluvione
a metà degli anni 50. Vorrei anche aggiungere una menzione d’onore per Gijs Naber (Gauke), espressivo e coinvolgente nella sua interpretazione e per il regista stesso, capace di raccontare una Puglia degli anni 70 le cui condizioni di vita erano davvero come mostrate nel film.
Non il solito luogo comune sul sud Italia,ma la dimostrazione che documentarsi serve sempre; la Puglia era davvero ospitale, sopratutto nell’entroterra, dove ancora vigevano valori pregnanti,come la solidarietà, l’accoglienza e l’amicizia.
Un film da vedere,assolutamente

Amore, Onore e una Bicicletta

Un film di Mike Van Diem. Con Ksenia Solo, Giancarlo Giannini, Gijs Naber, Donatella Finocchiaro, Lidia Vitale,Giorgio Pasotti, Peter Schindelhauer, Michele Venitucci, Anneke Sluiters, Elena Cantarone
Titolo originale Tulipani: Love, Honour and a Bicycle. Commedia, durata 100 min. – Paesi Bassi, Italia, Canada 2017

Ksenia Solo … Anna
Giancarlo Giannini … Catarella
Gijs Naber … Gauke
Donatella Finocchiaro … Chiara
Lidia Vitale … Immacolata
Giorgio Pasotti … Piero
Michele Venitucci … Vito
Totò Onnis … Lo Bianco
Anneke Sluiters … Ria

Regia Mike van Diem
Sceneggiatura Peter van Wijk e Mike van Diem
Musiche Jim McGrath e Ari Posner
Montaggio Jessica de Koning
Fotografia Luc Brefeld e Lennert Hillege
Production Design Harry Ammerlaan

aprile 1, 2020 Posted by | Commedia, Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento

Third Person

Tre vicende interconnesse anche se da un filo molto tenue si sviluppano in tre luoghi differenti; a Parigi Michael, scrittore che ha anche vinto il Pulitzer
si è rinchiuso in un albergo per scrivere un libro e ha lasciato in America sua moglie. Nell’albergo dimora anche Anna, una scrittrice che vorrebbe un aiuto nella stesura del suo libro e che ha una relazione complicata, conflittuale con Michael.
Nello stesso tempo a Roma Scott, che di professione ruba le idee e i progetti di stilisti è costretto a sottrarre le opere di alta moda italiana, che detesta profondamente così come detesta in genere l’Italia. In un bar della capitale conoscerà Monika, una rom
molto bella che dopo alcune vicende si troverà a vivere una storia d’amore con Scott, all’inizio niente affatto disinteressata ma che evolverà con il tempo.
E a New York si dipana la vicenda del pittore Rick e della ex moglie Julia, che, accusata di aver tentato di uccidere il figlio, si è vista togliere lo stesso dai servizi sociali e che per tentare di vedersi riaffidare il figlio è costretta a ingaggiare un’impari battaglia legale
con il ricco marito.


Le tre storie, fra alti e bassi si avviano alla conclusione che,per una serie di coincidenze si scopriranno legate anche se molto alla lontana, con un finale aperto.
Third Person, film del 2015 diretto da Paul Haggis soffre di alcuni peccati capitali imperdonabili, tali da inficiare anche il poco di buono ricavabile da una visione di oltre 135 minuti durante la quale lo spettatore è chiamato all’improbo sforzo di decifrare le situazioni che si succedono
e che trovano nel finale una spiegazione non solo oscura, ma fuorviante, che porta lo spettatore a interrogarsi sul reale valore di quanto ha seguito.
Uno dei peccati capitali è rappresentato dall’espediente di creare i tre personaggi femminili come depositari di segreti inconfessabili; Anna ha una relazione proibita con suo padre (lo scopriamo alla fine), Monika ha accettato l’aiuto ( e anche la corte) di Scott per spillare soldi, almeno inizialmente e Julia, personaggio per il quale si prova una istintiva simpatia, legata al ruolo di madre che combatte contro il denaro pur di riavere suo figlio in realtà non è la persona innocente che si immaginava.


Ecco quindi che il gioco di ombre di Haggis si trasforma nel solito bieco ritratto di donne opportuniste,pronte a tutto pur di realizzare i propri scopi.
Certo, anche Michael non è un agnellino,visto che ha corteggiato Anna principalmente per studiarne le reazioni e per farne la protagonista del proprio libro, ma sembra essere un peccato veniale di fronte alle colpe della donna stessa.
E infine c’è il solito triste repertorio anti italiano: Scott odia l’Italia perchè non ama la moda italiana, disprezza i romani e Haggis di suo ci aggiunge il personaggio antipaticissimo del barista (interpretato da Scamarcio) e figure di romani pavidi.
Insomma c’è abbastanza per detestare una pellicola irritante, irrisolta e che per una volta ha visto d’accordo molta parte della critica e del pubblico, che hanno stroncato senza appello un film


pretenzioso, presuntuoso che vorrebbe stimolare chi guarda e portare lo stesso spettatore all’uscita del labirinto attraverso una visione confusa e contraddittoria di vicende
che in comune hanno solo l’ambiguità. In questo Haggis si è mantenuto coerente, con un finale che più ambiguo e sconcertante che mai.
In quanto al cast,ricchissimo, che include Kim Basinger (molto sacrificata) e Liam Neeson,Maria Bello e Moran Atias,Olivia Wilde e il nostro Scamarcio,oltre a Adrien Brody sono tutti largamente insufficienti,penalizzati anche dalla confusione di una sceneggiatura a tratti indecifrabile.
Spiace stroncare così un film diretto da un regista che aveva esordito con il sorprendente Crash Contatto fisico e che ha scritto la sceneggiatura del bellissimo Million Dollar Baby; ma  la voglia di strafare, di stupire, di essere originali porta ad una spocchiosa supponenza che,tradotta in linguaggio cinematografico si tramuta in un naufragio quasi totale.
Un film del quale sconsiglio assolutamente la visione

Third Person
Un film di Paul Haggis. Con Liam Neeson, Olivia Wilde, Adrien Brody, Moran Atias, James Franco, Mila Kunis, Kim Basinger, Maria Bello, Riccardo Scamarcio, Vinicio Marchioni, David Harewood, Caroline Goodall, Isabella Blake-Thomas,
Gisella Marengo, Loan Chabanol, Patrick Duggan, Emanuela Postacchini Titolo originale Third Person. Drammatico, durata 130 min. – Belgio 2013. – Distribuito da M2 Pictures

Liam Neeson: Michael O’Leary
Olivia Wilde: Anna
Mila Kunis: Julia
James Franco: Rick
Adrien Brody: Scott
Moran Atias: Monika
Maria Bello: Theresa
Kim Basinger: Elaine
Riccardo Scamarcio: Marco
Vinicio Marchioni: Carlo
Caroline Goodall: Dr. Gertner
David Harewood: Jake Long
Bob Messini: Giuseppe
Oliver Crouch: Jesse
Fabrizio Biggio: Claude
Vincent Riotta: Gerry
Daniela Virgilio: Claire
Katy Louise Saunders: Gina
Loan Chabanol: Sam

Regia Paul Haggis
Soggetto Paul Haggis
Sceneggiatura Paul Haggis
Produttore Paul Haggis, Paul Breuls, Michael Nozik
Produttore esecutivo Nils Dünker, Fahar Faizaan, Arcadiy Golubovich, Andrew David Hopkins, Tim O’Hair, Guy Tannahill, Anatole Taubman
Casa di produzione Corsan, Hwy61
Distribuzione in italiano Moviemax
Fotografia Gianfilippo Corticelli
Montaggio Jo Francis
Effetti speciali Terence Alvares
Musiche Dario Marianelli
Scenografia Laurence Bennett
Costumi Sonoo Mishra
Trucco Tracey Levy, Maurizio Silvi
Sfondi Raffaella Giovannetti

marzo 31, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , | Lascia un commento

The Sessions-Gli incontri

Mark, scrittore poeta e giornalista vive da più di trent’anni in un polmone d’acciaio a causa di una poliomielite che lo ha reso tetraplegico; il suo corpo
non risponde ad alcuna sollecitazione, ma l’uomo conserva intatte tutte le funzioni mentali oltre al controllo di alcune corporali.
Nonostante la condizione terribile in cui è costretto a vivere, Mark riesce ad apprezzare ancora la vita, la sua sensibilità lo spinge a scrivere articoli e poesie toccanti; a provvedere a lui si avvicendano delle persone, fra le quali la bella Amanda della quale l’uomo si innamora. In contemporanea Mark stringe un rapporto di amicizia, che va oltre quello strettamente legato alla confessione con padre Brendan, un prete sensibile e intelligente da poco arrivato nella parrocchia di Mark. Ed è a lui che Mark, profondamente religioso, si rivolge per confidare
paure e speranze, sogni e desideri, incluso quello di provare per la prima volta un’esperienza sessuale con una donna. Brendan capisce che con Mark non possono valere le rigide leggi cattoliche e di conseguenza lo incoraggia a vivere la propria sessualità,anche perchè Mark ha ormai capito che la vita che gli resta è davvero poca. Amanda, la sua assistente, di fronte alla dichiarazione d’amore dello scrittore sceglie di andar via nonostante la donna sia attratta da Mark; al posto di Amanda arriva Vera, una ragazza


dalla mentalità aperta e disponibile che da quel momento si impegna per cercare di aiutare Mark nella ricerca di una persona disposta a fargli esplorare la sessualità.
E la trova nella persona di Cheryl, una terapeuta del sesso disponibile ad una serie massima di sei incontri sessuali con Mark. Così
con l’aiuto anche di un’altra paraplegica amica di Mark, che presta la propria casa per gli incontri inizia il particolare rapporto fra Cheryl e Mark.
Che inizialmente è puramente sessuale.
Mark scopre grazie alla sensibilità di Cheryl che lo mette a proprio agio il complesso mondo della sessualità ma dopo quattro incontri accade quello che Cheryl in qualche modo aveva immaginato, ovvero l’innamoramento dello scrittore.
Quello che non aveva previsto però è il proprio coinvolgimento emotivo,che si trasforma ben presto in un sentimento al quale Cheryl, sposata e madre di un figlio non può e non vuole cedere.
Così suo malgrado fedele a quanto stabilito in fase di conoscenza decide di interrompere le sedute.
Una sera in seguito ad un blackout Mark rischia di morire per il mancato funzionamento del polmone d’acciaio; ricoverato in ospedale e salvato in extremis conosce Susan una giovane e bella infermiera.


Sarà proprio Susan a restare al fianco di Mark negli ultimi quattro anni di vita dell’uomo,con dedizione ed amore.
Ai funerali di Mark sarà lei a leggere una poesia d’amore, la stessa che l’uomo aveva dedicato a Cheryl e che la donna aveva letto
entrando in crisi, affascinata dalla ricchezza del mondo interiore di Mark.
Basato sul racconto autobiografico di Mark O’Brien On Seeing a Sex Surrogate il regista Ben Lewin trae il film The Sessions Gli incontri nel 2012, scegliendo con acume di dare alla storia altamente drammatica di Mark O’Brien un taglio ironico, allentando cioè
la tensione dovuta alla narrazione di una vita quasi impossibile, quella di Mark costretto, confinato in un polmone d’acciaio con una mente lucidissima e sensibile ma alle prese con una infinità di problemi legati alla propria condizione.
Così il racconto cinematografico si spoglia opportunamente del facile pietismo e si trasforma nel racconto del quotidiano di una persona che in realtà a differenza dei normo dotati ha solo l’impossibilità di essere autonomo. Una differenza non da poco, certo,
ma che la grande sensibilità di Mark porta l’uomo stesso ad affrontare con la caparbietà di chi non si arrende al proprio destino una vita che può comunque riservare momenti di serenità.


La scoperta della sessualità, tema scomodo da parte di chi vede nei tetraplegici esseri ormai confinati in un limbo fisico quasi da emarginare assume in questo film una valenza a più dimensioni.
Mark è un essere umano come gli altri, con gli stessi sogni e gli stessi desideri; quelli di poter vivere storie d’amore, all’apparenza impossibili da realizzare ma che Mark caparbiamente insegue, aiutato in questo dalle persone che lo circondano, come Padre Brendan,un uomo che per primo capisce come la concezione di peccato tipica della religione non possa essere applicata ad una persona che vive una condizione esistenziale assolutamente straordinaria.
Quello di un normo dotato è un mondo fatto di movimento, di relazioni sociali, di desideri appagabili proprio grazie alla condizione di libertà nel quale si muove; un tetra plegico è impossibilitato, un guscio vuoto che imprigiona la mente che però è vitale, che soffre e gioisce come quella di chiunque.
Ed è la prima delle persone straordinarie, sensibili nelle quali Mark si imbatte .La seconda è Vera, la giovane assistente che lungi dallo scandalizzarsi per le richieste di Mark non solo ne comprende i bisogni ma ne agevola la realizzazione.
C’è poi Cheryl, la figura centrale del film, una donna che si dedica ad una professione che ha un confine invisibile con la prostituzione ma che in realtà ha una valenza che va ben oltre il mero rapporto sessuale.
Una donna che traghetterà Mark dalla vita inanimata, priva della manifestazione del proprio mondo interiore al suo opposto, ovvero alla consapevolezza che anche la sessualità è possibile in un tetraplegico; una sessualità che non è sfogo dei sensi, ma un bisogno di contatto umano che Mark,per la prima volta,


potrà sperimentare. Cheryl scoprirà che i sentimenti vanno ben oltre l’esteriore e questa consapevolezza la spingerà a mostrare a Mark la strada da percorrere.
E che Mark esplorerà accanto a Susan, l’ultima persona della vita dell’uomo, che renderà più sereni gli ultimi anni di vita dello stesso. Donna straordinaria, che riesce a capire come Mark possegga una merce rara, un mondo interno fatto di sentimenti forti, pregnanti.
Uno splendido film,senza dubbio.
Il taglio leggero di The Sessions-Gli incontri fa piazza pulita di un rischio di partenza, quello del taglio pietistico di una storia che invece in alcuni momenti si alleggerisce a tal punto da far dimenticare la vera condizione fisica dello scrittore.
Ma il racconto deve far sorridere, lasciare spazio anche al rovescio della medaglia della condizione di infermità dei tertraplegici; gli incontri sessuali fra Cheryl e Mark assumono una connotazione leggera, pur tra le ovvie difficoltà dell’atto.
Il tutto con delicatezza,con sorrisi che mitigano il magone che inevitabilmente prende lo spettatore,costretto a paragonare la propria condizione di persona sana e vitale opposta a quella di un portatore di handicap.
Straordinarie le prove attoriali.


Helen Hunt,che interpreta Cheryl, ottenne la nomination all’Oscar,battuta da Anne Hathaway con I Miserabili,una scelta che grida vendetta; perchè il personaggio di Cheryl  è tutt’altro che facile da rendere visivamente,perchè richiede un equilibrio di espressioni che vanno dal faceto al drammatico,con mille sfaccettature. Helen Hunt ci riesce oltre le più rosee previsioni così come avrebbe meritato l’Oscar anche John Hawkes,che interpreta splendidamente Mark,un ruolo e un personaggio di estrema difficoltà
per un normo dotato; bene anche William H. Macy (padre Brendan), prete fuori dagli schemi,personaggio di grande umanità e intelligenza reso con una interpretazione impeccabile.
Brave anche Robin Weigert (Susan) e sopratutto Moon Bloodgood (Vera).
Da apprezzare la luminosa fotografia,in netto contrasto con la presunta cupezza della storia per un film da non perdere assolutamente.

The Sessions-Gli incontri
di Ben Lewin, con John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood, Annika Marks, Rhea Perlman. Titolo originale: The Surrogate. Genere Drammatico, – USA, 2012, durata 95 minuti, distribuito da 20th Century Fox Italia.

John Hawkes: Mark O’Brien
Helen Hunt: Cheryl Cohen-Greene
William H. Macy: padre Brendan
Moon Bloodgood: Vera
Annika Marks: Amanda
Adam Arkin: Josh
Rhea Perlman: Mikvah Lady
W. Earl Brown: Rod
Robin Weigert: Susan
Blake Lindsley: Dr. Laura White
Ming Lo: Clerk
Rusty Schwimmer: Joan
Jennifer Kumiyama: Carmen

Regia Ben Lewin
Soggetto Mark O’Brien
Sceneggiatura Ben Lewin
Produttore Judi Levine, Stephen Nemeth, Ben Lewin
Produttore esecutivo Maurice Silman, Julius Colman, Douglas Blake
Casa di produzione Fox Searchlight Pictures, Such Much Films, Rhino Films
Distribuzione in italiano 20th Century Fox Italia
Fotografia Geoffrey Simpson
Montaggio Lisa Bromwell
Musiche Marco Beltrami
Scenografia John Mott
Costumi Justine Seymour
Trucco Natalie Wood

marzo 29, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Room in Rome

Dopo una serata passata in un locale notturno Alba e Natasha, che si sono incontrate casualmente mentre bevevano tornano verso i rispettivi alberghi.
Alba invita Natasha a bere un ultimo bicchiere e dopo una iniziale esitazione quest’ultima accetta; nella stanza è Alba a tentare un primo approccio verso Natasha, che cerca di resistere ad un istinto che evidentemente le dice il contrario, ma al momento di consumare l’atto sessuale Alba, vinta anche dall’alcool si addormenta.
Natasha va via dall’albergo, mentre Alba viene svegliata dall’insistito trillare di un cellulare; è quello della prima donna, che lo ha perso poco prima di andar via.
Pochi minuti dopo Natasha bussa alla porta della stanza.


E questa volta la voglia di provare qualcosa di diverso, l’eccitazione per la novità, l’isitintiva attrazione che prova per Alba sfociano in un rapporto saffico tra due donne che, come scopriremo,vengono da paesi diversi,da esperienze dissimili. Non potrebbero essere più differenti fra loro,le due amanti: Alba, spagnola e dal temperamento latino è bruna e di altezza standard, Natasha è russa, alta e slanciata, bionda.
E anche sessualmente le preferenze delle due donne sono agli antipodi.
Mentre Alba è attratta solo da persone dello stesso sesso, Natasha è eterosessuale; ma oltre il sesso le due donne cercano evidentemente altro e iniziano a confidarsi particolari sulle rispettive vite, pur promettendosi che quella serata rimarrà un unicum. Le due donne infatti devono rientrare nei rispettivi paesi, ma nonostante ciò la promessa di non rivedersi più nessuna delle due intende rivelare particolari veritieri della propria vita.
Così Alba inventa una improbabile relazione con uno sceicco arabo mentre Natasha racconta di essere un’attrice laureata in storia dell’arte.
Ma attraverso la cortina fumogena alzata ad arte dalle due donne iniziano ad affiorare mezze verità che dipanano poco alla volta
sia le personalità delle due donne sia le loro condizioni reali di esistenza.


Così si apprende che Alba è legata ad un’altra donna che ha due figli, uno dei quali è morto tragicamente mentre Natasha è una tennista e in realtà si chiama Dasha, che ha una sorella gemella alla quale sono accadute cose terribili, cosa che inizialmente Natasha stessa ha raccontato
come se fossero accadute a lei e sopratutto che è in procinto di sposarsi. Tutto ciò è intervallato da momenti di sesso e di dolcezza che poco alla volta sembrano incrinare la rigida promessa di uscire dall’albergo e di tornare alle proprie vite senza rimpianto…
Film di impianto teatrale, Room in Rome (Habitation in Rome) del regista spagnolo Julio Medem diretto nel 2010 è caratterizzato da elementi tipici delle piece teatrali riportate sullo schermo; dialoghi lunghi e chiarificatori, esplicativi dei reali stati d’animo delle protagoniste, silenzi, passione.
Una passione che si tramuta in una presenza delle due donne praticamente nude in scena per la quasi totalità del film, fatta salva la parte iniziale del corteggiamento e la parte finale, quando Alba e Natasha devono fatalmente lasciarsi, fedeli ad un patto stabilito da subito.
In mezzo c’è il sesso, l’unico strumento che hanno per dar sfogo ad un istinto primordiale, che però con il passare dei minuti si ammanta di sentimento, evoluzione naturale di una storia che acquista sempre più la natura di estremo bisogno di affetto. Le vite delle due donne evidentemente sono monche, prive di qualcosa che invece Alba e Natasha trovano reciprocamente l’una nell’altra.


Così dalle mezze bugie e dalle mezze verità si passa ad un dettaglio della verità, della realtà, che le due donne vivono con sensi di colpa, problemi, paure.
Se Alba è legata in una specie di matrimonio con un’altra donna, Natasha sta per sposarsi ma nessuna delle due è realmente felice nella propria realtà quotidiana.
Ed è questo che troveranno in se stesse. Così, dopo il sesso che pure ha molta importanza in questa fase embrionale di rapporto eccoci assistere all’evoluzione di qualcosa di strutturalmente diverso,che originerà un finale aperto.
Se in fase di analisi del film occorre tener conto della difficoltà di reggere un racconto cinematografico con due soli personaggi non si può non guardare con sospetto all’espediente di mostrare sempre nude Alba e Natasha, anche se una giustificazione è data proprio
dalla natura del rapporto che si stabilisce fra le due donne. Purtroppo ci sono anche peccati mortali, nella pellicola; qualche dialogo fumoso e astruso di troppo inficia il suo interesse,così come appare ben più grave l’inserimento del personaggio di Max, un cameriere
che assume più una portanza caricaturale che funzionale alla storia. Basti pensare alla proposta di portare loro un cetriolo sterilizzato,cosa della quale lo spettatore può immaginare l’utilizzo, originato da una richiesta bislacca di Alba, che chiede per telefono allo stesso Max
un vibratore,cosa che generalmente gli alberghi non hanno in dotazione per i loro clienti.


Qualche caduta di stile però non deve sviare il giudizio finale,che può dirsi orientato ad una sufficienza quanto meno per la mancanza nel film stesso di scene di sesso spinte allo stremo; tutto è mostrato con delicatezza, manca l’atto sessuale esplicito che in qualche modo
funziona come deterrente per un pubblico fatto solo da voyeur.
Certo, non è un film che si possa definire totalmente espresso, un po per i difetti che ho elencato prima un po per una narrazione che si aggira come un viandante in una nebbia fitta.
Ma alla fine il giudizio non è di stroncatura,la stessa adottata da buona parte della critica e del pubblico,probabilmente sviati proprio dalla costante presenza di due protagoniste sempre nude e intente a discorsi alle volte cerebrali.
In quanto a Elena Anaya (Alba) e Natasha Yarovenko (Natasha) va elogiata la loro capacità di rendere credibili i loro personaggi e la storia d’amore fra loro; inguardabile viceversa Lo Verso,penalizzato da un personaggio ridicolo di cui francamente si poteva fare a meno.
Va elogiata la fotografia patinata, raffinata per un film con molti limiti e qualche pregio.

Room in Rome
un film di Julio Medem,con Elena Anaya, Natasha Yarovenko, Enrico Lo Verso, Najwa Nimri. Titolo originale: Habitación en Roma. Genere Drammatico – Spagna, 2010, durata 109 minuti.

Elena Anaya: Alba
Natasha Yarovenko: Natacha
Enrico Lo Verso: Max

Regia Julio Medem
Soggetto Julio Medem
Sceneggiatura Julio Medem
Produttore Julio Medem,
Alvaro Longoria
Casa di produzione Morena Films in associazione con Alicia Produce, Intervenciones Novo Film 2006, Wild Bunch, con la partecipazione di TVE, Canal+
Fotografia Alex Catalán
Montaggio Julio Medem
Musiche Jocelyn Pook
Scenografia Montse Sanz
Costumi Carlos Díez
Trucco Susana Sánchez

marzo 26, 2020 Posted by | Drammatico, Erotico | , , | Lascia un commento

The Door in the Floor

Ted Cole, sua moglie Marion e la piccola Ruth ,figlia della coppia vivono nella esclusiva Long Island, in un bellissimo posto sul mare.
Ma la serena, placida località non sembra influire minimamente sulla dinamica di vita della coppia, ormai alla fine del rapporto matrimoniale.
All’origine della profonda crisi tra Ted e Marion c’è la condivisione di una terribile esperienza, la morte in un incidente stradale dei loro due figli adolescenti.
L’esperienza ha lasciato un solco profondissimo, incolmabile tra i due che ormai pur condividendo lo stesso tetto hanno in comune solo il ricordo dei due giovani scomparsi, ritratti in innumerevoli foto che fanno mostra di se in casa.


Scrittore di libri per bambini, Ted divide il suo tempo fra avventure galanti, come quella con la procace vicina Evelyn, l’alcool e lo squash. Proprio la debolezza per l’alcool ha causato la sospensione della patente di Ted, che si vede costretto ad assumere il giovane Eddie sia come assistente che come autista per tutto il periodo in cui non potrà guidare.
Eddie,che ammira profondamente Ted tuttavia ben presto resterà deluso dal comportamento dell’uomo, che dimostra un assoluto disinteresse per la moglie,che nel frattempo vive in uno stato di totale apatia, ancora traumatizzata dal tragico evento che ha sconvolto la sua vita.
Marion allaccia una relazione con Eddie, resa problematica sia dalla grande differenza di età fra i due, sia dall’impossibilità di immaginare un futuro della storia stessa.
Ted assiste alla relazione quasi con indifferenza, intervenendo però proprio nel momento nel quale la piccola Ruth scopre sua madre e Eddie a fare sesso.
E’ il momento di rottura per la coppia: ormai non hanno più nulla da dirsi e Marion abbandona la casa, lasciando anche sua figlia a vivere con il marito…


Dal romanzo di grande successo di John Irving, Vedova (A Widow for One Year) del 1998 il regista Tod Williams trae nel 2004 il film The Door in the Floor, una pellicola di stampo intimista che si dipana attraverso i temi del senso di colpa, del senso di vuoto e delle conseguenze irreparabili nella vita
di un’esperienza devastante come la perdita di un figlio. Che in questo caso sono addirittura due a cui bisogna aggiungere l’impossibilità di ricreare un punto di contatto tra i coniugi divisi più che dalla mancanza d’amore quanto dal fardello di ricordi legati all’incidente,originato da colpe dei due protagonisti.
Sia Ted che al momento dell’incidente aveva bevuto sia Marion,che non aveva tolto la neve dal vetro posteriore e dagli indicatori di direzione, si colpevolizzano dell’accaduto, attribuendo inconsciamente le cause sia a se stessi che al coniuge.


Questa mancata accettazione delle proprie “colpe “individuali, il continuo ricordo dei due ragazzi che li osservano dalle numerose foto esposte in casa alimenta un ricordo straziante, quasi un monito costante, uno sguardo accusatore che li riporta sempre all’incidente.
Lo stato di tensione apparentemente sedato esplode nel momento in cui Ted trova un casus belli nella relazione di sua moglie con Eddie; è il momento in cui si arriva alla resa dei conti,non tanto per l’adulterio, visto che da questo punto di vista Ted non è certo da meno della moglie
quanto perchè le cose non dette, il risentimento verso se stesso e verso la moglie provocano fatalmente la rottura del sottilissimo filo che ancora li univa.
Coerentemente Marion sceglie la via più difficile, quella di abbandonare quella casa carica di tristi ricordi, lasciando a suo marito anche la piccola Ruth, scelta decisamente meno coerente e difficile da capire, visto che rappresenta l’unico legame con una vita che ormai
è più un fardello che un’esperienza da proseguire.


L’unico motivo comprensibile è da ricercarsi nella difficoltà di Marion di proseguire il suo cammino di madre, presa com’è ormai dai fantasmi del passato; non è in grado di essere una buona madre e quindi abbandona anche l’unico legame che ancora la trattiene.
I fantasmi di una vita irrimediabilmente dissolta hanno quindi la meglio sull’affetto o forse proprio l’affetto,in questo caso verso la piccola Ruth costringono Marion ad una fuga in avanti, verso un futuro presumibilmente incerto se non inesistente.
Un film in cui il dramma si sposa alla impossibilità del ricominciare a vivere.
Ted cerca nell’alcool e nel sesso palliativi che non possono riempire il vuoto creatosi, lo stesso dicasi per Marion,il cui legame con i figli è ovviamente, in quanto madre, assolutamente inscindibile.
E la fine è quindi scritta in partenza.


Il problema è che lo spettatore è chiamato a intuire il tutto,perchè i dialoghi non sono mai esplicativi degli stati d’animo dei protagonisti. Quello che si vede sullo scherma è un risultato, non una motivazione psicologica; Marion e Ted non suscitano empatia, i loro tormenti interiori infatti restano solo sulla carta.C’è una grande differenza tra il film di Williams e uno che in qualche modo affrontava la crisi matrimoniale seguita alla morte di un figlio, quel La stanza del figlio di Nanni Moretti di ben altro spessore e drammaticità.
Tuttavia la recitazione di Jeff Bridges è abbastanza incisiva mentre decisamente in ombra Kim Basinger, alle prese con un personaggio abbozzato. La donna che in Eddie sembra trovare più che un amante una specie di fantasma emotivo del figlio è personaggio grezzo, quasi incolore. Statuaria,prorompente l’ex signora Cruise,Mimi Rogers, che però con il suo personaggio nulla aggiunge al film se non un fisico quasi sempre esposto generosamente.
Una discreta fotografia e una regia molto manieristica rendono la pellicola poco più che sufficiente.

The Door in the Floor

Regia di Tod Williams, con Kim Basinger, Elle Fanning, Jeff Bridges, Jon Foster, Bijou Phillips, Mimi Rogers. Genere Drammatico – USA, 2004, durata 111 minuti

Elle Fanning: Ruth Cole
Jeff Bridges: Ted Cole
Kim Basinger: Marion Cole
Jon Foster: Eddie O’Hare
Larry Pine: Interviewer
John Rothman: Minty O’Hare
Harvey Loomis: Dr. Loomis
Bijou Phillips: Alice
Mimi Rogers: Evelyn Vaughn
Mike S. Ryan: Reception Fan
Libby Langdon: Donna alla reception
Louis Arcella: Eduardo Gomez
Robert LuPone: Mendelssohn
Rachel Style: Bookstore Assistant
Amanda Posner: Frame Shop Clerk
Donna Murphy: Frame Shop Owner
Marion McCorry: Bookstore Customer
Kristina Valada-Viars: Effie
LeAnna Croom: Glorie Mountsier
Claire Beckman: Mrs. Mountsier
Tod Harrison Williams: Thomas Cole
Carter Williams: Timothy Cole

Regia Tod Williams
Soggetto John Irving
Sceneggiatura Tod Williams
Produttore Anne Carey, Michael Corrente e Ted Hope
Produttore esecutivo Amy Kaufman e Roger Marino
Casa di produzione Focus Features, This Is That Productions, Revere Pictures e Good Machine
Distribuzione in italiano Eagle Pictures
Fotografia Terry Stacey
Montaggio Affonso Gonçalves
Effetti speciali Conrad V. Brink, Conrad F. Brink, Ed Drohan e Charles Simunek
Musiche Marcelo Zarvos
Scenografia Thérèse DePrez
Costumi Eric Daman
Trucco Jane English, Susan Germaine, Lori Hicks, Thomas Nellen, Valli O’Reilly, Aaron F. Quarles, Sacha Quarles, Ronnie Specter e Mitch Stone

marzo 25, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

La Papessa

Nell’inverno dell’814 nasce Johanna,figlia del prete di Ingelheim ,non desiderata e tanto meno amata dal burbero genitore.
Sin da piccola Johanna mostra doti non comuni e un’intelligenza vivissima che portano il maestro Esculapio ad interessarsi di lei, nonostante l’aperta ostilità del padre.
Nell’ottocento la figura femminile è decisamente subordinata a quella maschile,il ruolo sociale della donna è ridotto esclusivamente alla cura della casa e alla crescita dei figli.
Johanna ha altre ambizioni, vorrebbe studiare e quando il suo maestro va via da Ingelheim sceglie di scappare di casa per evitare una sorte altrimenti segnata, quella di moglie e madre.


Sarà a Dorstadt che la ragazza riceverà buona parte della sua istruzione, una scelta che la conforterà nelle sue idee, espressa in una frase emblematica pronunciata da Johanna: ” Come può la donna essere inferiore all’uomo nella creazione. Lei fu creata da una costola di Adamo, ma Adamo fu creato dall’argilla. Eva ha quindi la medesima origine. In quanto a forza di volontà, la donna può essere considerata superiore all’uomo. Eva mangiò la mela per amore della conoscenza e dell’erudizione. Adamo mangiò la mela soltanto perchè fu Eva a chiederglielo
Ma ben presto dovrà fare i conti con i sentimenti. Si innamorerà infatti del Conte Gerold, il suo protettore, ma la concomitanza della guerra e della gelosia della moglie dell’uomo li separerà, costringendo Johanna a fare una scelta radicale. Infatti, per poter sfuggire a guerre e e ai pericoli ai quali la sua condizione di donna la espone si trasforma in un monaco con una radicale modifica del corpo.
Nel monastero dei benedettini di Fulda,con il nome di Johannes Anglicus, la ragazza viene accolta e da quel momento studia medicina e contemporaneamente si dedica allo studio di Dio e della religione.


Tuttavia il pericolo di essere scoperta è sempre più grave, per cui la donna si trasferisce a Roma, dove si dedica con successo alla cura dei malati.
La sua abilità la porta a diventare ben presto medico del Papa Sergio II, che lei riuscirà a guarire. Ma non a salvare dalle congiure interne del Vaticano. Dopo alcune peripezie, Johanna riesce a salire sul trono di Pietro,ma l’incontro con il suo primo amore,il Conte Gerold segnerà la sua fine…
Tratto dal romanzo omonimo di Donna Woolfolk Cross, La Papessa, diretto dal regista tedesco Sönke Wortmann nel 2010 è un affresco storico basato sulla leggenda della Papessa Giovanna, una di quelle nate in un periodo storico in cui l’anticlericalismo diventa anche militante e non bada a mezzi per squalificare la reputazione della chiesa.
Una leggenda, quindi, che pur citando personaggi realmente esistiti non ha alcun fondamento di verità; mancano completamente testimonianze o documenti storici che confortino l’origine di quella che alcuni hanno considerato come una verità, adducendo
tesi francamente discutibili come supporto della leggenda stessa.
L’esistenza di due sedie “stercorarie” o “gestatorie”,ovvero dei troni in marmo sui quali si sarebbe dovuto sedere il Papa,subito dopo la scoperta e lo scandalo di una donna divenuta Papa in realtà è da ascriversi ad una motivazione specifica, quella di ricordare che il Papa è un essere umano e come tale ha funzioni corporali umane, espletabili attraverso il foro praticato nella sedia.
E non per saggiarne la virilità, attraverso il tocco dei genitali per accertarsene.


Il film ripercorre la leggenda secondo la versione narrata da Giovanni di Metz quattro secoli dopo i presunti avvenimenti; Wortmann segue fedelmente il romanzo e contemporaneamente mostra la condizione avvilente della donna. Particolarmente riuscita è la prima parte,
nella quale si assiste alla descrizione delle miserevoli condizioni di vita proprio delle donne, costrette ad una condizione di assoluta sottomissione al maschio, che nel film prende corpo nelle scene di violenza alle quali è sottoposta la sventurata madre di Johanna e che provocheranno
nella stessa la voglia di emanciparsi rifiutando un copione già scritto.
Ben riuscita anche la parte ambientata a Roma, fra intrighi di palazzo e meschinerie, fra medici più vicini a stregoni che a scienziati.
La riuscita del film va ascritta in gran parte all’attrice Johanna Wokalek, volto spigoloso e mascolino la cui trasformazione da donna a uomo,complice anche un taglio di capelli tipicamente clericale e un fisico non prorompente, diventa estremamente credibile, rendendola androgina ma al tempo stesso conservandone la femminilità, esaltata dalla scena nella quale Johanna fa il bagno nel fiume nuda,davanti a quello che diventa il suo amante.
Bella anche l’ambientazione del film,con una descrizione degli ultimi secoli dell’evo antico molto efficace.
Una pellicola scorrevole, di interesse che si snoda per 150 minuti attraverso alterne vicende che riescono a tener viva l’attenzione dello spettatore.
Una pellicola della quale consiglio la visione.

La Papessa
un film di Sönke Wortmann. con Johanna Wokalek, David Wenham, John Goodman, Iain Glen, Anatole Taubman, Jördis Triebel. Titolo originale: Die Päpstin. Genere Drammatico – Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna, 2009, durata 149 minuti, distribuito da Medusa

Johanna Wokalek: Giovanna
David Wenham: Gerold
John Goodman: Papa Sergio II
Edward Petherbridge: Esculapio
Anatole Taubman: Anastasio
Jördis Triebel: Gudrun
Alexander Held: Lotario
Tigerlily Hutchinson: Giovanna a 6-9 anni
Lotte Flack: Giovanna a 10-14 anni
Iain Glen: padre di Giovanna
Oliver Cotton: Arsenio
Suzanne Bertish: Arnaldo
Richard van Weyden: Eustasio
Branko Tomovic: Pasquale
Giorgio Lupano: imprenditore romano

Laura Lenghi: Giovanna
Francesco Bulckaen: Gerold
Stefano De Sando: Papa Sergio II
Dario Penne: Esculapio
Alessio Cigliano: Anastasio
Antonella Baldini: Gudrun
Franco Mannella: Lotario
Aurora Manni: Giovanna a 10-14 anni
Roberto Pedicini: padre di Giovanna
Luciano De Ambrosis: Arsenio
Sonia Scotti: Arnaldo
Saverio Moriones: Eustasio
Francesco Sechi: Pasquale

Regia Sönke Wortmann
Soggetto dall’omonimo romanzo di Donna Woolfolk Cross
Sceneggiatura Heinrich Hadding, Sönke Wortmann
Produttore Martin Moszkowicz, Oliver Berben, Christine Rothe
Casa di produzione Constantin Film, ARD Degeto Film, Dune Films
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Tom Fährmann
Montaggio Hans Funck
Musiche Marcel Barsotti
Scenografia Bernd Lepel
Costumi Esther Walz

marzo 24, 2020 Posted by | Storico | , | Lascia un commento

Wild

Cheryl ha un passato remoto fatto di ostacoli e problemi; ha iniziato da piccola,con la separazione dei suoi. Sua madre, stanca di botte da parte del marito alcolizzato e violento lo ha lasciato,portandosi dietro Cheryl e suo figlio . Ma la vita è stata durissima, fra difficoltà economiche a cui si sono aggiunti, quando la ragazza è cresciuta, problemi di droga e promiscuità.
Anche il matrimonio con Paul è naufragato, quando suo marito ha scoperto i numerosi tradimenti della donna e la sua dipendenza da droghe.
A completare il quadro c’era stata la morte per cancro della amata Bobbie ,sua madre, una donna che nonostante i problemi aveva sempre mantenuta una incrollabile voglia di vivere,una serenità che in qualche modo influirà sulle decisioni successive di Cheryl.
Che infatti si iscrive ad una maratona di trekking che la porterà attraverso il deserto e infine le montagne,1600 chilometri che la trasformeranno,portandola ad una profonda riflessione su se stessa e ad una nuova maturità.


Una trama semplice per un on the road movie, anche se più che di strada si tratta di sentieri attraverso il deserto e di scoscese strade di montagna, navigando tra pericoli e con unica compagna la propria solitudine.
E’ questo Wild, film diretto da Jean-Marc Vallée ,sceneggiato dal grande scrittore Nick Hornby e tratto dal romanzo Wild – una storia selvaggia di avventura e rinascita,scritto da Cheryl Strayed è chiaramente autobiografico,
infatti non a caso la protagonista della pellicola ha il nome della scrittrice e racconta il lungo processo di redenzione, se vogliamo usare un termine un pochino improprio per quello che è un viaggio alla ricerca del proprio io,fatto in solitaria.
Attraverso le difficoltà, trascinandosi dietro uno zaino pesantissimo e pieno di cose inutili, dimostrazione dell’assoluta incompetenza della protagonista in quello che sarà più un percorso di sopravvivenza che uno di trekking.
A piedi, con poco cibo e quasi senza soldi, se non quelli che Paul le invia nei vari punti di ristoro che la donna incontra nel suo tragitto, Cheryl dovrà confrontarsi con i suoi demoni,con il passato e gli errori commessi, dalla droga all’aver tradito numerose volte


Paul, un uomo che non solo non meritava il trattamento ricevuto, ma che avrebbe potuto guarirla dai suoi fantasmi interiori.
Durante il lunghissimo viaggio fatto attraverso l’implacabile sole del deserto o le nevi e il gelo della montagna Cheryl avrà modo di conoscere altri esploratori come lei, alcuni dei quali si arrenderanno.
Ma Cheryl,per la prima volta nella vita, dimostrerà a se stessa di valere, di essere capace di risorgere come l’araba fenice dalle proprie ceneri.
Ceneri alle quali ormai si era ridotta.
Wild è principalmente un film introspettivo, che ricorda a tratti Into the wild di Sean Penn, anche se il Christopher di quest’ultimo ha motivazioni molto differenti da quelle di Cheryl; ci sono i paesaggi solitari ad accomunare le due storie, in particolare in Wild c’è
la contemporanea presenza del viaggio interiore intimamente legato al cammino tra la natura, alle volte ostile, alle volte madre.
La selvaggia bellezza del deserto contrasta in modo fortissimo con la parte finale del film, quando alla sabbia e ai paesaggi desolati e brulli si sostituisce il candore delle nevi, la bellezza dei maestosi alberi di montagna, il vento e il freddo; una delle cose migliori del film,


assieme all’intervallarsi continuo delle scene del passato, che raccontano quella che è stata la vita disordinata di Cheryl e il presente, il cammino verso una nuova consapevolezza. Che porterà la protagonista a vincere la sua battaglia, a recuperare un suo posto nella società e alla fine
a trovare un nuovo equilibrio,testimoniato dal matrimonio e dalla nascita di due figli.
Un film di buon livello, nel quale particolarmente apprezzabile è la mancanza delle tradizionali esagerazioni dei pericoli del deserto e della solitudine.
In genere in tantissimi film i protagonisti si ritrovano di fronte innumerevoli pericoli, killer spietati a due o quattro zampe. In Wild non c’è nulla o quasi di tutto questo, semplicemente un percorso che chilometro dopo chilometro, giorno dopo giorno,porta la protagonista
a valorizzare se stessa, a pensare al passato come un qualcosa di superato, dal quale imparare gli errori passati.
Molto brava Reese Witherspoon ( Cheryl Strayed),bene anche Laura Dern (Bobbie) e gli altri attori del film, fra i quali cito in particolare Thomas Sadoski (Paul)
Bella la fotografia, un film che vale la pena vedere.

Wild
Un film di Jean-Marc Vallée. Con Reese Witherspoon, Laura Dern, Thomas Sadoski, Michiel Huisman, Gaby Hoffmann, Kevin Rankin, W. Earl Brown, Mo McRae, Keene McRae, Charles Baker, J.D. Evermore, Jeffree Newman, Brian Van Holt, Cliff De Young,
Cathryn de Prume, Nick Eversman, Leigh Parker Biografico,durata 115 min. – USA 2014. – 20th Century Fox Italia

Reese Witherspoon: Cheryl Strayed
Laura Dern: Bobbi Lambrecht
Gaby Hoffmann: Aimee
Michiel Huisman: Jonathan
Charles Baker: T.J.
Keene McRae: Leif
Kevin Rankin: Greg
Thomas Sadoski: Paul
W. Earl Brown: Frank
Brian Van Holt: Ranger
Nick Eversman: Richie
Cathryn de Prume: Stacey
Cliff DeYoung: Ed
Mo McRae: Jimmy Carter
Jan Hoag: Annette
J.D. Evermore: Clint
Leigh Parker: Rick
Evan O’Toole: Kyle
Will Cuddy: Josh
Cheryl Strayed: donna sul camion

Federica De Bortoli: Cheryl Strayed
Alessandra Korompay: Bobbi Lambrecht
Benedetta Degli Innocenti: Aimee
Sacha De Toni: Jonathan
Enrico Di Troia: T.J.
Manuel Meli: Leif
Alessandro Quarta: Greg
Francesco Bulckaen: Paul
Paolo Marchese: Frank
Fabrizio Russotto: Ranger
Paolo Vivio: Richie
Roberta Paladini: Stacey
Paolo Bessegato: Ed
Marco De Risi: Jimmy Carter
Doriana Chierici: Annette
Massimiliano Plinio: Clint
Marco Vivio: Rick
Lorenzo D’Agata: Kyle
Alessandro Rigotti: Josh
Daniela D’Angelo: Lou
Ambrogio Colombo: Spider
Guido Sagliocca: Dave

Regia Jean-Marc Vallée
Soggetto Cheryl Strayed (memorie)
Sceneggiatura Nick Hornby
Produttore Bruna Papandrea, Reese Witherspoon, Bill Pohlad
Produttore esecutivo Nathan Ross, Bergen Swanson, David Greenbaum
Casa di produzione Fox Searchlight Pictures
Pacific Standard
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Yves Bélanger
Scenografia John Paino

marzo 23, 2020 Posted by | Biografie | , , , | Lascia un commento

Medicus-The Physician

Inghilterra,attorno all’anno 1150

La medicina come scienza è ancora in fase embrionale. Le conoscenze scientifiche sono ridottissime e a farla da padrone è una pseudo scienza
che mescola alla rinfusa pratiche empiriche e cure improbabili.
A farne le spese è la madre di Robert Cole, il protagonista della storia, che muore per “il male al fianco”, probabilmente una banale appendicite trasformatasi in peritonite.
Il ragazzo ha anche un dono non desiderato: è in grado di vedere la morte, semplicemente toccandolo,di un qualsiasi ammalato.
Morta la madre, con i 2 fratellini adottati controvoglia da un’altra famiglia, Robert non ha altra scelta che convincere Barber, un burbero cerusico dilettante ad accoglierlo nella piccola baracca ambulante che l’uomo, cavadenti e fornitore di cataplasmi dalla dubbia utilità,conduce in giro per il paese.

Ma Robert, con il passare degli anni sviluppa un grande interesse per la medicina e dopo un’operazione di cataratta subita da Barber, il suo protettore al quale si è unito da parte di cerusici ebrei, sceglie di andare in Oriente,
per seguire gli insegnamenti di Ibn Sina, l’uomo che è a conoscenza di segreti della medicina assolutamente straordinari per l’epoca buia nella quale il giovane vive.
Per farlo è però costretto a cambiare nome e a circoncidersi; Ibn Sina vive in Egitto,dove i cristiani non sono assolutamente ben visti. Così Robert diventa Jesse Ben Benjamin e dopo un viaggio lunghissimo
attraverso l’Europa e dopo aver rischiato la vita nel deserto arriva finalmente a Isfahan.
Durante la drammatica camminata nel deserto ha avuto modo di conoscere la bella Rebecca, una ragazza ebrea che sta andando in città per sposare un ricco ebreo; fra i due nasce immediatamente un’amicizia


che però deve fare i conti con una tempesta di sabbia, dalla quale il solo Robert esce indenne.
A Ishafan dopo alcune peripezie Robert ha modo di conoscere Ibn Sina, che lo prende sotto la sua ala protettrice e subito dopo riesce anche ad ingraziarsi lo Scià Ala ad-Daula, che regna incontrastato sulla città.
Ma un nemico terribile è in arrivo verso la città: sono tribù Sefardite, crudeli e integraliste, che vogliono rovesciare lo Scià e che per raggiungere lo scopo non esitano a scatenare il più mortale dei nemici, la morte nera ovvero la peste.
Sarà proprio Robert a intuire che le pulci dei topi provocano il mortale contagio, guadagnandosi il rispetto di Ibn Sina e la gratitudine di Ala ad-Daula.
Nel frattempo ritrova Rebecca,scampata al deserto e che si è sposata e subito dopo ammalata di peste.
E’ l’inizio di un nuovo dramma…
Dal racconto Der Medicus di Noah Gordon il regista di Monaco di Baviera Philipp Stölzl trae questo Medicus-The Physician (2013),un film davvero bello che ha molti punti di interesse nella sua sceneggiatura e nello svolgimento della pellicola stessa.
La storia ovviamente romanzata delle peripezie di Robert si trasforma in uno spaccato storico su quello che era il mondo pre medioevale, un mondo che viveva sospeso tra magia e religione,tra cure empiriche condizionato dalle religioni,che vietavano
le autopsie e che quindi impedivano il progresso della scienza medica.


Cattolicesimo, ebraismo e islamismo facevano il bello e il cattivo tempo, tenendo in pratica la popolazione nell’ignoranza più totale, facendo quindi sviluppare un mondo parallelo popolato di ciarlatani che ammazzavano più gente di quanta ne curavano.
Il viaggio di Robert, fra pericoli di ogni genere si trasforma anche in una navigazione ne meno di quelle imposte dai cattolici e dagli ebrei.
Proprio la figura di Robert, il giovane che possiede un dono terribile, più una maledizione che un dono a dire il vero, si trasforma
in quella di un uomo alla ricerca della vera essenza della medicina. Sarà lui a sfidare le leggi praticando la prima autopsia segreta, rischiando la vita, così come sarà lui a salvare la città che lo ha accolto da un flagello che per tutti i secoli del medioevo e per buona parte dell’evo successivo
portò milioni di morti in tutto il mondo.
La morte nera era la principale causa di morte in Europa e lo divenne anche in Oriente; nel film è immaginato un ruolo fondamentale svolto da Robert che però,per inciso,è solo un mero espediente narrativo. Ci vollero secoli per capire cosa davvero trasportasse la peste in giro per il mondo.
Ma questo ovviamente ha un’importanza davvero relativa; quello che conta nel film è seguire la storia del giovane,la sua odissea e la sua storia d’amore con Rebecca.


In fondo siamo di fronte ad un romanzo che mescola, con sapienza, storia e fantasia: la figura di Ibn Sina assomiglia molto a quella di Avicenna, medico, filosofo, matematico, logico e fisico persiano le cui opere più famose, Il libro della guarigione e Il canone della medicina
furono le prime basi della medicina del medioevo. Ma essendo vissuto prima dell’anno mille Avicenna l’ho tirato in ballo forse in maniera inopportuna; è allora più probabile che la figura di riferimento sia quella di Averroè, il medico e filosofo che davvero traghettò la medicina verso l’era moderna.
Comunque sia del film mi preme sottolineare i grandi meriti, che vanno da uno stile registico davvero interessante ad un racconto che si snoda senza grosse forzature, trasformandosi in un’opera
che si gusta appieno senza noia per oltre due ore. Ottimi gli attori del cast, fra i quali segnalo il solito grande Ben Kinglsley (Ibn Sina), il giovane ed interessante Tom Payne (Robert) ,la bella e brava Emma Rigby (Rebecca) e la solita sicurezza rappresentata dall’attore svedese Stellan Skarsgård ( il cerusico Barber).
Molto bella l’ambientazione, belli i costumi.
Un film del quale consiglio vivamente la visione

Medicus The Physician
Un film di Philipp Stölzl. Con Ben Kingsley,Tom Payne, Ian T. Dickinson, Emma Rigby, Michael Jibson, Stellan Skarsgård ,Fahri Yardim, Makram Khoury , Olivier Martinez, Hossein Andalibi, Mourad Zaoui, Robert A. Foster, Manuela Biedermann, Adam Thomas Wright, Michael Marcus, Dominique Moore, Elyas M’Barek Avventura – Germania 2013.

Tom Payne: Rob Cole/Jesse Ben Benjamin
Emma Rigby: Rebecca
Stellan Skarsgård: cerusico Barber
Ben Kingsley: Ibn Sina
Olivier Martinez: Scià Ala ad-Daula
Elyas M’Barek: Karim
Fahri Yardım: Davout Hossein
Michael Marcus: Mirdin
Stanley Townsend: Bar Kappara
Adam Thomas-Wright: Rob Cole 10 anni
Makram Khoury: Imam

Lorenzo De Angelis: Rob Cole/Jesse Ben Benjamin
Benedetta Ponticelli: Rebecca
Angelo Nicotra: cerusico Barber
Stefano De Sando: Ibn Sina
Andrea Lavagnino: Scià Ala ad-Daula
Roberto Stocchi: Davout Hossein
Leonardo Della Bianca: Rob Cole 10 anni

Regia Philipp Stölzl
Soggetto Noah Gordon
Produttore Wolf Bauer
Nico Hofmann
Casa di produzione UFA Cinema
Degeto Film
Beta Cinema
Distribuzione in italiano Universal Pictures
Musiche Ingo Ludwig Frenzel

marzo 21, 2020 Posted by | Drammatico, Storico | , , , , , , | Lascia un commento