Festival di Cannes 1970

Quella del 1970 è l’edizione numero 23 del Festival di Cannes;viene inaugurata il 2 e termina il 16 maggio del 1970.
A Cannes si tiene annualmente uno dei più importanti appuntamenti per la cinematografia mondiale;assieme alla notte degli Oscar,
l’attribuzione della Palma d’oro è un avvenimento anche mondano,che richiama sulla Croisette nomi di richiamo del cinema,attrici e attori,registi e produttori alla ricerca di un riconoscimento prestigioso,visto che ad attribuire i vari premi sono esperti del settore.
Con un occhio alla qualità più che al Box Office;a differenza degli Oscar,la Palma d’oro è assegnata con più attenzione ai meriti artistici che a quelli commerciali.
In questa edizione a selezionare i film e i personaggi vincenti nelle varie categorie ci sono:

– Miguel Ángel Asturias,scrittore (Guatemala),presidente della giuria
– Guglielmo Biraghi, critico cinematografico (Italia)
– Kirk Douglas, attore (USA)
– Christine Gouze-Rénal, produttrice (Francia)
– Vojtech Jasny, regista (Repubblica Ceca)
– Félicien Marceau, scrittore (Francia)
– Serguei Obraztsov, regista (Russia)
– Karel Reisz, regista (Gran Bretagna)
– Volker Schlöndorff, regista (Germania)

La giuria è chiamata ad assegnare la Palma d’oro (o Gran Prix) ad un film scelto tra quelli in concorso,tra i quali spiccano M*A*S*H, regia di Robert Altman (USA),Metello, regia di Mauro Bolognini (Italia),Fragole e sangue (The Strawberry Statement), regia di Stuart Hagmann (USA),Indagine su un parà accusato di omicidio (Le dernier saut), regia di Édouard Luntz (Italia/Francia),Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, regia di Elio Petri (Italia),L’amante (Les choses de la vie), regia di Claude Sautet (Francia/Italia/Svizzera),Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, regia di Ettore Scola (Italia/Spagna)
Ottima la rappresentanza italiana,ma la Palma d’oro va a M*A*S*H di Altman,feroce satira antimilitarista che anche in patria ha avuto grande successo ma che nella notte degli Oscar del 1971 porterà a casa,su sei nomination solo quello per la miglior sceneggiatura.
Decisione molto contrastata quella della giuria;alcuni avrebbero preferito premiare Fragole e sangue di Hagman,peraltro film molto bello che racconta gli anni della contestazione in America.
Fuori concorso si segnalano Tristana di Bunuel,La vergine e lo zingaro di Christopher Miles,Non si uccidono così anche i cavalli? di Pollack e un altro film sul 68,Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (Woodstock), regia di Michael Wadleigh.
Il Grand Prix Speciale della Giuria va meritatamente a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, regia di Elio Petri e la grande annata del cinema italiano viene confermata dal Prix d’interprétation féminine a Ottavia Piccolo per Metello, regia di Mauro Bolognini
e per il Prix d’interprétation masculine assegnato a Marcello Mastroianni per Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, regia di Ettore Scola.
Il premio della giuria viene assegnato ex aequo a I falchi regia di István Gaál (Ungheria) e Fragole e sangue regia di Stuart Hagmann.
Il Prix de la mise en scène è assegnato a John Boorman per Leone l’ultimo,il Premio per la migliore opera prima al film francese Sciuscià nel Vietnam (Hoa-Binh), regia di Raoul Coutard.
Il film di Petri fa il bis attribuendosi il prestigioso Premio FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique,federazione internazionale della stampa cinematografica)
In ultimo,segnalo la presenza,nella Quinzaine des Realisatuers,quella di alcuni film italiani come Don Giovanni, regia di Carmelo Bene,I cannibali, regia di Liliana Cavani,L’urlo, regia di Tinto Brass.

Grand Prix: M*A*S*H, regia di Robert Altman (USA)

Grand Prix Speciale della Giuria: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, regia di Elio Petri (Italia)

Premio della giuria: Fragole e sangue (The Strawberry Statement), regia di Stuart Hagmann (USA)

ex aequo I falchi (Magasiskola), regia di István Gaál (Ungheria)


Prix d’interprétation masculine: Marcello Mastroianni – Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, regia di Ettore Scola

Prix d’interprétation féminine: Ottavia Piccolo – Metello, regia di Mauro Bolognini (Italia)

Metello, regia di Mauro Bolognini (Italia)

Leone l’ultimo (Leo the Last), regia di John Boorman (Gran Bretagna)

I tulipani di Haarlem, regia di Franco Brusati (Italia/Francia)

Indagine su un parà accusato di omicidio (Le dernier saut), regia di Édouard Luntz (Italia/Francia)

Dimmi che mi ami, Junie Moon (Tell Me That You Love Me, Junie Moon), regia di Otto Preminger (USA)

L’amante (Les choses de la vie), regia di Claude Sautet (Francia/Italia/Svizzera)

Paesaggio dopo la battaglia (Krajobraz po bitwie), regia di Andrzej Wajda (Polonia)

Tristana, regia di Luis Buñuel (Francia/Spagna/Italia)

Il ballo del conte d’Orgel (Le bal du comte d’Orgel), regia di Marc Allégret (Francia)

La vergine e lo zingaro (The Virgin and the Gypsy), regia di Christopher Miles (Gran Bretagna)

Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don’t They?), regia di Sydney Pollack (USA)

Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (Woodstock), regia di Michael Wadleigh (USA)

Cannes nel 1970,la Croisette

Cannes 1970,le foto

Il vincitore,Robert Altman

Florinda Bolkan,Ottavia Piccolo e Mastroianni ritirano i premi vinti dall’Italia

Gilbert Becaud e Liza Minnelli

Otto Preminger

Otto Preminger con Liza Minnelli

Sammy Davis e Kirk Douglas

Lea Massari,Michel Piccoli e Romy Schneider

Faye Dunaway

Romy Schneider

 

I senza nome

I senza nome (Le cercle rouge) è il penultimo film di Jean-Pierre Melville,uscito nelle sale nel 1970,quindi tre anni prima della morte del bravissimo
regista parigino.
Un vero e proprio testamento artistico,che precede di soli due anni l’ultimo film di Melville,Due contro la città nel quale il protagonista di I senza nome,Alain Delon,passerà (cinematograficamente parlando) dall’altro lato della barricata.
Un noir d’eccezione,I senza nome,anche se a voler essere precisi trattasi di “polar“,termine tecnico per identificare un film (ma anche i romanzi) che fondono elementi di genere poliziesco e noir (policier et noir),un film parlato pochissimo che lascia tutta la narrazione alle immagini,di conseguenza alle espressioni dei volti dei vari protagonisti.
Che sono quattro,fondamentalmente.
Il primo è Corey,un rapinatore che esce di prigione dopo una rapina;un perdente,come del resto gli altri due che si ritroveranno a condividere,per volere del fato,la sua stessa strada.


Il fato,dicevo.
Si,perchè il fato è il grande protagonista,assieme alla legge,del film e delle vite del citato Corey,di Vogel,rapinatore che in fuga dal treno che deve portarlo da Marsiglia a Parigi a rifugiarsi nel bagagliaio dell’auto di Corey e infine Jansen,ex tiratore scelto della polizia radiato dal corpo per problemi di alcolismo con conseguente delirium tremens e allucinazioni.
Tre sconfitti,tre uomini al (e del) “milieu” e legati inesorabilmente al mondo del crimine dal quale non possono ormai più sfuggire.
Inevitabilmente le vite dei tre finiranno per intrecciarsi fatalmente,per quel destino che alle volte spinge le vite degli uomini a incrociarsi.
E a condividere la stessa fine.

Corey,Vogel e Jansen decidono di fare un colpo,l’ultimo.
E lo sarebbe davvero se,dopo averlo eseguito perfettamente,non venissero traditi proprio dalla malavita e sopratutto se non avessero,alle loro calcagna,un mastino indomabile come il commissario Mattei che,inseguendo Vogel,finisce per incrociare il terzetto (ancora il destino) e a segnarne la fine.


Un film teso,senza sorrisi,scandito implacabilmente dalle vicende dei tre impegnati a portare a termine il colpo della vita e quella dell’implacabile commissario Mattei deciso a catturare Vogel.
Melville mescola con eccezionale bravura e senso della misura i temi a lui più cari,come la solitudine,l’amicizia,l’ineluttabilità del destino,creando tre figure che appaiono sconfitte sin dai primi fotogrammi.
Sono tre personaggi della malavita,eppure alla fine della storia la simpatia dello spettatore va a loro,agli sconfitti.
Non sappiamo molto delle loro vite,ma istintivamente simpatizziamo per quegli uomini traditi anche dalla legge omertosa della malavita,inseguiti implacabilmente dalla legge,quella stessa legge che in realtà tutela gli onesti cittadini.
Ma Melville semina,quà e là,dosi di veleno nei confronti di questa impacabile legge,dei suoi rappresentanti.
Non è forse un secondino a proporre a Corey il colpo?

I senza nome è davvero un gran bel film;da gustare e da assaporare in ogni suo fotogramma.Un film giocato su ombre,fotografiche e caratteriali.
Fotografiche perchè pur essendo un film a colori vede la colorazione stessa sfumare in colori tenui,malinconici.
Caratteriali perchè i tre protagonisti,che dovrebbero esserlo in negativo essendo dei criminali,posseggono un codice d’onore al quale sono ligi.
Bravissimi tutti i protagonisti,da Alain Delon a Gian Maria Volontè (che ebbe memorabili liti con Melville),a Yves Montand a Bourvil,che morirà improvvisamente subito dopo le riprese del film.
Quattro grandi attori e mai come in questo caso i complimenti non sono sprecati.
A quasi 50 anni di distanza,I senza nome mantiene una freschezza assolutamente unica e resta una delle migliori produzioni del decennio settanta.
Il film è disponibile,in una discreta versione,all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=vFAuMJ6cC6w&t=846s

I senza nome

Un film di Jean-Pierre Melville. Con Gian Maria Volonté, Alain Delon, Yves Montand, François Périer, André Bourvil Titolo originale Le cercle rouge. Poliziesco, durata 125 min. – Francia 1970

 

Alain Delon: Corey
Gian Maria Volonté: Vogel
Yves Montand: Jansen
Bourvil:[1] il commissario Mattei
Paul Crauchet: il ricettatore
Paul Amiot: il capo della polizia
Pierre Collet: il guardiano della prigione
François Périer: Santi
André Ekyan: Rico
Jean-Pierre Posier: l’assistente di Mattei
Yves Arcanel: il giudice istruttore
René Berthier: il direttore del P.J.
Jean-Marc Boris: il figlio di Santi
Jean Champion: il casellante
Yvan Chiffre: un poliziotto
Anna Douking: la vecchia amica di Corey
Robert Favart: il venditore vicino a Mauboussin
Roger Fradet: un poliziotto
Édouard Francomme: il guardiano del biliardo
Jean Franval: il proprietario dell’hotel

Regia Jean-Pierre Melville
Soggetto Jean-Pierre Melville
Sceneggiatura Jean-Pierre Melville
Produttore Robert Dorfmann, Jacques Dorfmann
Fotografia Henri Decaë
Montaggio Marie-Sophie Dubus, Jean-Pierre Melville
Musiche Eric Demarsan, Jimmy Webb
Scenografia Théobald Meurisse, Pierre Charron
Costumi Colette Baudot

Massimo Turci: Corey
Gian Maria Volonté: Vogel
Giuseppe Rinaldi: Jansen
Pino Locchi: Santi
Stefano Sibaldi: il commissario Mattei
Carlo Alighiero: il venditore vicino a Mauboussin
Alessandro Sperlì: il guardiano della prigione
Bruno Persa: Rico

Ultimo domicilio conosciuto

Car la vie est un bien perdu quand on n’a pas vecu comme on l’aurait voulu
Perché la vita è un bene perso quando non abbiamo vissuto come avremmo voluto…-una frase del grande poeta romeno Mihai Eminescu
chiude degnamente questo film bellissimo,autentico gioiello della tradizione noir francese.
Diretto da Josè Giovanni nel 1969,tratto dal romanzo “The Last Known Address” di Joseph Harrington,Ultimo domicilio conosciuto (in originale
Dernier domicile connu) il film è un noir più introspettivo e psicologico che non d’azione tout court.
Due personaggi completamente diversi tra loro,una Parigi grigia e frenetica,una storia dal finale amarissimo sono gli ingredienti di un film che già dai primi fotogrammi mostra un personaggio,quello del commissario Marceau Leonetti ligio al proprio dovere,un poliziotto che crede nella legge.
Fino al giorno in cui commette un passo falso,arrestando la persona sbagliata,il figlio ubriaco di un avvocato con agganci potenti,cosa che gli costa
il trasferimento in un arrondissement periferico.


Leonetti è un uomo solitario,con dei valori ma con alle spalle una tragedia che lo condiziona pesantemente,la morte della moglie e di suo figlio in un incidente.
Quando gli viene affidato un caso spinoso,la ricerca di uno scomparso che è ricercato anche dalla malavita,Marceau si trova ad essere affiancato da una giovane e inesperta collega,Jeanne Dumas.
Dopo un periodo di reciproca diffidenza,i due iniziano a lavorare al caso,giungendo a ritrovare l’uomo;ma le cose avranno sviluppi inaspettati…
Non illustro buona parte della trama perchè il film va scoperto e gustato senza avere indicazioni sulla trama,vedendolo quindi come un viaggio attraverso le disillusioni di Marceau e la candida fiducia di Jeanne,figura diametralmente opposta a quella del commissario,per gustare l’atmosfera distaccata,quasi nebbiosa di una Parigi distante,sopratutto per interrogarsi su alcuni interrogativi e spunti offerti dal film,come l’indifferenza della polizia nei confronti dei testimoni nei processi alla malavita,la mancanza di umanità sia della polizia che della malavita stessa.Ma non solo.
Tante chiavi di lettura per un film che,come dicevo,punta tutto sull’atmosfera;

siamo di fronte ad un vero e proprio noir,quindi un film che ha nella descrizione ambientale e psicologica i suoi punti di forza.Del resto Josè Giovanni è stato uno specialista del genere;film come Il clan dei marsigliesi o Due contro la città sono diventati dei veri e propri classici.
Come questo Ultimo domicilio conosciuto,che ha anche un altro punto d’eccellenza,la recitazione di Lino Ventura e Marlene Jobert.
Malinconico,dolente,disincantato il personaggio di Leonetti a cui Ventura trasmette una carica di umanità eccezionale,candida,entusiasta dapprima,disillusa alla fine Marlene Jobert,con quel suo volto malizioso ma al tempo stesso ingenuo.
Due ottimi interpreti per un film davero notevole.
Per chi volesse riscoprirlo c’è una bella versione su You tube,all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=YK7BsQpjCs4

Ultimo domicilio conosciuto

Un film di Josè Giovanni. Con Marlène Jobert, Lino Ventura, Michel Constantin Titolo originale Dernier domicile connu. Poliziesco, durata 95 min. – Francia 1969

Lino Ventura: ispettore Marceau Leonetti
Marlène Jobert: Jeanne Dumas
Michel Constantin: Greg
Paul Crauchet: Jacques Loring
Alain Mottet: Frank Lambert
Béatrice Arnac: Silvia
Guy Heron: Soramon
Albert Dagnant: Arnold
Monique Mélinand: signora Loring
Marcel Pérès: Lenoir
Germaine Delbat: signora Lenoir
Hervé Sand: Gravel

Regia José Giovanni
Soggetto Joseph Harrington
Sceneggiatura José Giovanni
Fotografia Étienne Becker
Montaggio Kenout Peltier
Musiche François de Roubaix
Scenografia Jean-Jacques Caziot e Claude Reytinas

I flani del 1973-Seconda parte

Il flano dello splendido A Venezia…un dicembre rosso shocking

Lo 007 dell’anno 1973:Si vive solo due volte

Ancora una volta prima di lasciarci

Il flano dell’ultimo capitolo della saga del pianeta delle scimmie,Anno 2670 ultimo atto

Baba Yaga

L’essenziale flano di Bisturi la mafia bianca

Il flano del bellissimo film di Fosse,Cabaret

Molto bello il flano di Cari Genitori

Casa di bambola

Flano dello spassoso Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?

Crescete e moltiplicatevi

Il flano del primo grande successo di Spielberg,Duel

Splendido film Effetto Notte…

Giordano Bruno

Gli occhi della notte

Il flano dell’ottimo Hanno cambiato faccia

I corpi presentano tracce di violenza carnale

I terrificanti delitti della via Morgue

Il flano del gran bel film di Scola Il commissario Pepe

Il delitto Matteotti

Il grande valzer

Incensurato,provata disonestà carriera assicurata cercasi

La più bella serata della mia vita

La verità secondo Satana

L’amante giovane

L’isola delle salamandre

Il flano dello splendido L’ultimo spettacolo

Macbeth

Malizia

Milano rovente

Gli anni degli sceneggiati Rai-Parte seconda

E le stelle stanno a guardare

L’idiota

La fiera delle vanità

La figlia del capitano

Le inchieste del commissario Maigret

Ligabue

I grandi camaleonti

Luisa Sanfelice

I racconti del faro

Melissa

Giocando a golf una mattina

Oblomov

I racconti del maresciallo

Sherlock Holmes

I Nicotera

Jekyll

Qui squadra mobile

L’eredità della Priora

Antonio Meucci,cittadino toscano contro il monopolio Bell

Le 5 giornate di Milano

Giancarlo Giannini in E le stelle stanno a guardare

Lina Volonghi in L’idiota

Ilaria Occhini in La fiera della vanità

Umberto Orsini in La figlia del Capitano

Gino Ceri in Le inchieste del Commissario Maigret

Flavio Bucci in Ligabue

Giancarlo Sbragia in La figlia del Capitano

Lydia Alfonsi in Luigia Sanfelice

Fosco Giacchetti in I racconti del faro

Luigi Vannucchi in Giocando a golf una mattina

Alberto Lionello in Oblomov

Turi Ferro in I racconti del Maresciallo

Nando Gazzolo in Sherlock Holmes

Micaela Esdra in I Nicotera

Massimo Girotti in Jekyll

Orazio Orlando in Qui squadra mobile

Anita Strindberg in L’eredità della Priora

Paolo Stoppa in Antonio Meucci cittadino toscano contro il monopolio Bell

Silvano Tranquilli in Le 5 giornate di Milano

Rossano Brazzi in Melissa

I Registi

Edmo Fenoglio

Daniele Danza

Sandro Bolchi

Leonardo Cortese

Flaminio Bollini

Vittorio Cottafavi

Alberto Negrin

Piero Schivazappa

Anton Giulio Maiano

Silverio Blasi

Mario Bava

Franco Rossi

Una romantica donna inglese

La romantica donna inglese del titolo del film di Losey è Elizabeth,moglie dello scrittore Lewis Fielding,madre di un bambino,donna dalla vita agiata
ma inappagata.
Le manca qualcosa,forse una presenza più affettuosa del marito,forse qualcosa che lei avverte ma non riesce a identificare con certezza.
Decide di prendersi un periodo di riposo e riflessione recandosi alle terme di Baden Baden in Germania;
qui conosce il bellissimo e affascinante Thomas,che dice di essere un poeta ma in realtà è solo un trafficante di droga.
Ne parla con il marito che è alle prese con la stesura di una sceneggiatura cinematografica.
Thomas arriva quindi a casa della coppia dove,complice il comportamento fin troppo conciliante di Lewis,i due allacciano una relazione.
Relazione che è scoperta da Lewis che allontana i due da casa.
La coppia,ormai non più clandestina ,si rifugia in Francia,sulla Costa Azzurra dove all’inizio sembra tutto filare liscio.
Ma le prime emergenze economiche mettono in difficoltà la coppia,mentre Swan,un boss della droga,che deve riscuotere un grosso debito da
Thomas riesce a rintracciarlo.


Il giovane avventuriero decide di non coinvolgere Elizabeth nel fallimento della sua vita e chiama Lewis,che riprende la moglie sotto il tetto coniugale.
E’ stata solo una tempesta che ha imperversato per poco nella loro vita,che riprende il vecchio status quo…
Joseph Losey in questo Una romantica donna inglese riesuma il tradizionale triangolo lui-lei l’altro, prende la ancor più tradizionale moglie insoddisfatta e romantica che soffre di carenza di affetto matrimoniale e trasporta il tutto sullo schermo,mettendo sullo sfondo una cornice platinata e di classe.
Che però resta fine a se stessa.
Il film non coinvolge,nonostante lo sfondo lussuoso.
Il tema della vita coniugale,dei suoi limiti in materia affettiva,il matrimonio borghese visto come gabbia dorata che imprigiona i sentimenti sono temi affrontati  in maniera ossessiva dal cinema.
Losey di suo ci mette una confezione impeccabile ma che non ottiene alcun effetto visibile e sopratutto non dice nulla di nuovo su questa tematica.
Elizabeth è una donna frustrata,schiacciata dalla evidente personalità egocentrica del marito che dal canto suo sembra soffrire del complesso del generale,ovvero
di colui che vuole che tutto attorno a se fili in ordine e senza sussulti.
In questo contesto la donna,insofferente della situazione,si lascia sedurre da un gigolò truffaldino e se vogliamo da strapazzo;Elisabeth alla fine ne ricava una sbandata


salutare,perchè il suo comportamento finisce per ravvivare nel marito l’interesse per lei.
Il suo colpo di coda ottiene l’effetto di svegliare,nel marito,l’attenzione per lei che ha dimostrato di avere personalità.
Tutto qui,siamo alla fiera del già visto,cambia solo il vestito sotto il quale daero c’è ben poco.
Film dai ritmi lentissimi,con personaggi sfumati;proprio quello di Elisabeth doveva essere approfondito,alla fine viene in qualche modo messo in risalto quello di Lewis,uomo
visto come ensemble di alcuni vizi capitali maschili,ovvero la superiorità machista,il perbenismo borghese,l’attenzione alle apparenze.
Il finale è molto debole,con il playboy finito fuori gioco e il ritorno alla normalità.
Intendiamoci non siamo di fronte ad un brutto film ma ad un film senza anima,in definitva poco interessante.
Bene gli attori,una Glenda Jackson borghese che più borghese non si può,imbronciata,classica casalinga insoddisfatta,bene Michael Caine che ha davvero la capacità di rendere,


attraverso mille sfumature,i caratteri dei personaggi che interpreta.
Discreto Berger,il solito bello e dannato condannato,ancora una volta a impersonare un personaggio con mille vizi e poche virtù.
Bellissima la fotografia,che passa dallo sfumato alla luminosità massima per il resto null’altro da segnalare.
Poco successo per Losey all’uscita del film,scarso pubblico tanto da aver confinato Una romantica donna inglese in un cassetto.
Film di difficilissima reperibilità in italiano.Vi segalo una bellissima versione inglese,in download all’indirizzo http://fboom.me/file/c90d5977435cb/rn7ti5eg.part1.rar
e http://fboom.me/file/a96b75fa140bd/rn7ti5eg.part2.rar

Una romantica donna inglese
Un film di Joseph Losey. Con Helmut Berger, Glenda Jackson, Nathalie Delon, Michael Caine, Michael Lonsdale, Kate Nelligan Titolo originale The Romantic Englishwoman.
Drammatico, durata 115 min. – Gran Bretagna 1975

 

 

Glenda Jackson: Elizabeth Fielding
Michael Caine: Lewis Fielding
Helmut Berger: Thomas
Michael Lonsdale: Swan
Béatrice Romand: Catherine
Kate Nelligan: Isabel
Nathalie Delon: Miranda
Reinhard Kolldehoff: Herman
Anna Steele: Annie
Marcus Richardson: David

Regia Joseph Losey
Soggetto Tom Stoppard
Sceneggiatura Thomas Wiseman
Produttore Daniel M. Angel
Musiche Richard Hartley

Un borghese piccolo piccolo

Nel 1981 Franco Battiato,cantautore siciliano,compone Bandiera bianca;nel brano ci sono alcuni passi che sembrano riecheggiare la trama del film di Monicelli,Un borghese piccolo piccolo.
Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare. rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare” o anche “Quante squallide figure che attraversano il paese com’è misera la vita negli abusi di potere“o ancora “Ho sentito degli spari in una via del centro quante stupide galline che si azzuffano per niente” sono perifrasi della pellicola di Monicelli,il de profundis personale del grande regista nei confronti della commedia all’italiana,quel filone florido della cinematografia italiana che aveva disegnato un’Italia profondamente diversa da quella dipinta dallo stesso regista
in tante commedie graffianti ma sostanzialmente solo ironiche sul “paese che non c’è” o sul “paese senza memoria” raccontato da Sciascia.
Siamo nel 1977,l’aria è bruma,anzi plumbea.
Non a caso siamo negli anni di piombo,in un paese dilaniato che ha perso la sua innocenza già da un decennio,con un boom economico ormai solo nella memoria e in preda ad una crisi morale e culturale senza precedenti.
Quasi avesse perduto ogni speranza sugli italiani (ma anche sull’umanità,ahimè),Monicelli consegna alla cinematografia un’opera crudele e senza speranza,in cui tutti i gangli del consesso civile sembrano incancreniti,preda di metastasi diffuse,un paese senza bussola e alla deriva,moralmente e umanamente raso al suolo.


Non si salva nulla,in Un borghese piccolo piccolo.
Il gatto a nove code di Monicelli sferza il sociale,il privato,il politico;è un film anticlericale ( il prete parla di unica speranza dell’umanità attraerso la morte) ma principalmente è un film nichilista.
L’italiano medio,il borghese piccolo piccolo (due aggettivi dequalificanti a significare la nullità umana del personaggio) esce a pezzi da questo ritratto al vetriolo degli italici vizi;un padre che elargisce consigli qualunquistici “Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena“,che ricorre al servilismo più abietto pur di realizzare i propri sogni di uomo fallito portando il proprio figlio (poco più che un inetto) ad affiancarlo nel lavoro.
Le speranze di ogni padre si sublimano in senso negativo in un uomo che non insegna al proprio figlio il rispetto verso se stesso ma lo porta drammaticamente ad essere un’ameba nella società,un altro valido (invalido) rappresentante di quella maggioranza silenziosa
che nel decennio settanta assistette immobile alla disgregazione del tessuto sociale.
C’è spazio per un altro carcinoma mortale della società,quella massoneria responsabile di nefandezze senza fine che nel 1981 si scopri aver metastatizzato tutte le componenti più importanti della società;tutti ricorderanno la loggia P2,con i suoi iscritti che appartenevano a tutte le categorie cardine,dall’esercito alla magistratura,dall’imprenditoria al giornalismo,alla cultura.
Monicelli questo non lo sa ma sferza senza pietà.
Non c’è un solo aspetto della vita civile che non venga brutalizzato,non c’è nulla e nessuno che possa essere salvato.

La trama:
la vita di Giovanni Vivaldi,grigio travet impiegato dello stato ruota attorno alle aspettative che nutre per suo figlio Mario,un giovane da poco diplomato.
Mario è un ragazzo qualsiasi,senza particolari doti;compiace la volontà di suo padre perchè in realtà non ha ambizioni se non quella di assecondare Giovanni,ormai vicino alla pensione e che sogna di poterlo far assumere al ministero.
Per far ciò Giovanni non esita a far quanto di più basso può un uomo;arriva a strisciare ai piedi dei dirigenti superiori,non esita a farsi massone durante una cerimonia al limite del farsesco e con l’aiuto del dottor Spaziani alla fine riesce a sapere la traccia del tema del concorso.
Ma il giorno fatidico in cui finalmente il suo Mario si appresta a superare la prova,i due si trovano coinvolti in una sparatoria e Mario muore.
La vista del figlio riverso sull’asfalto,la contemporanea malattia della moglie che non supera lo choc lo portano sulle soglie della follia.
Chiamato dalla polizia per un riconoscimento,Giovanni fa finta di non identificare l’omicida del figlio e da quel momento si trasforma in un implacabile giustiziere.
Catturato con uno stratagemma il giovane assassino,lo trasporta in un capanno e lo sevizia fino alla morte,atroce spettacolo al quale fa assistere anche la moglie…
Un borghese piccolo piccolo esce nel 1977,nel periodo storico che ho descritto.
Non c’era molta voglia di ridere,in quei tempi.

 


Inflazione a due cifre,terrorismo diffuso,crisi economica;l’Italia è appena uscita dalla crisi petrolifera che aveva disastrato l’economia,dalle domeniche a piedi,dall’emergenza colera e sta per avviarsi alla parte finale degli anni di piombo,che culmineranno l’anno successivo con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro.
Non ride nemmeno Alberto Sordi,che pure fino ad allora era stato il massimo rappresentante cinematografico dell’italietta,di quel paese dai tanti vizi e dalle poche virtù che l’attore romano aveva messo alla berlina fino ad allora.
E disegna un personaggio che ha fatto della mediocrità uno stile di vita.
Un personaggio che non ispira alcuna simpatia,verso il quale non si prova pietà.
Forse perchè vediamo realizzati in lui molti dei nostri stili di vita,molte delle nostre debolezze.
Sordi giganteggia creando visivamente un personaggio sconfitto,che abiura anche ai principi in cui crede;è un cattolico che diventa un massone,un cattolico che arriva ad uccidere dopo aver seviziato la sua vittima,colpevole certo ma verso la quale non ha la minima pietà che pure dovrebbe essere insita nella sua fede.
Questo principio,violato da Giovanni,lo ritroviamo nell’omelia del prete “…quegli uomini che mangiano,dormono,bevono,si accoppiano.defecano e poi vanno all’altro mondo,soltanto chi come noi è costretto ogni giorno ad ascoltare nel confessionale i racconti che gli uomini fanno delle loro sporcizie,delle loro nequizie,può esprimere un parere sul genere umano,sulla futilità delle cose terrene,degli stati,dei re,sulla vita nascosta dentro le case,se io dovessi dare un mio giudizio complessivo, emettere una sentenza io volentieri invocherei il diluvio universale ed emetterei una sentenza inappellabile di morte generale


E’ l’apoteosi del nichilismo.
Un film come detto all’inizio,crudele.
Non c’è un solo personaggio che si salvi in questo film.
Si pensi al dottor Spaziani,interpretato dal solito grande Romolo Valli,che riceve Giovanni mentre si sta facendo cadere dai capelli la abbondante forfora!
Un film che purtroppo sembra oggi riproporre tematiche tornate di grande attualità…
Per chi volesse vedere il film,c’è una versione di discreta qualità a questo indirizzo: http://www.dailymotion.com/video/x5vhnf5

Un borghese piccolo piccolo

Un film di Mario Monicelli. Con Shelley Winters, Alberto Sordi, Vincenzo Crocitti, Romolo Valli, Pietro Tordi, Mimmo Poli, Renato Romano, Roberto Antonelli, Ettore Garofalo, Paolo Paoloni, Renato Scarpa, Enrico Beruschi, Renato Malavasi, Francesco D’Adda, Ettore Garofolo, Renzo Carboni, Marcello Di Martire, Edoardo Florio Drammatico Durata 122 min. – Italia 1977

Alberto Sordi: Giovanni Vivaldi
Shelley Winters: Amalia Vivaldi
Romolo Valli: Dott. Spaziani
Vincenzo Crocitti: Mario Vivaldi
Renzo Carboni: Assassino
Enrico Beruschi: Cameriere
Renato Scarpa: Prete

Regia Mario Monicelli
Soggetto Vincenzo Cerami (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Sergio Amidei, Mario Monicelli
Produttore Luigi e Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Auro Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gitt Magrini

Incipit romanzo

Per ingannare il tempo in attesa che la caffettiera fischiasse, con un mozzicone di matita ritrovata nel fondo di un cassetto, sopra un brandello della busta del pane si mise a calcolare: fece qualche moltiplicazione, qualche sottrazione, divise i pensionati per tanti bambini; tolse qualche anno per prudenza, qualche altro per contemplare gli imprevisti e un buon dieci per cento d’errore.
Togli e metti, per navigare sicuro verificò il problema con la prova del nove. Decise che più o meno gli restavano quindici anni da vivere, che non poteva escludere i cento anni e che comunque dieci erano quasi matematici

« Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena.
D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono. Tu ormai sei sistemato,
noi siamo vecchi: non c’abbiamo altre ambizioni. Tutto quello che vogliamo è morire in pace, con la coscienza a posto. »

“Mario: Spaziani che ne facciamo di Mario?
Dr. Spaziani: Di chi?
Mario: Mario mio! Che lo buttiamo in mezzo alla strada? oppure gli facciamo fare l’operaio?”

“Ama chi ti ama, fosse pure un cane!”

“Mario, non siamo soli, dietro di noi c’è il Grande Incognito, il Capo sconosciuto della massoneria. Stiamo calmi, e se facciamo il nostro dovere, coll’aiuto di chi può, ce la faremo.”

“Alla fine, sempre, prima di chiudersi nei rispettivi uffici, gli impiegati si trovavano d’accordo che l’istituzione di una sana pena di morte avrebbe messo a tacere definitivamente tutta la violenza di questo mondo.”