L’isola delle svedesi

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Di svedesi neanche a parlarne, solo tanta noia in questo thriller scialbo uscito nelle sale nel 1969 e poi finito in soffitta senza più essere editato in digitale; avendolo visto nella versione super rimaneggiata trasmessa da un’emittente privata orba di ben 16 minuti di girato presumo sia stato censurato preventivamente di scene lesbiche, essendo quest’ultimo il tema portante del film.
Diretto nel 1969 da Silvio Amadio,regista eclettico capace di spaziare dl western al peplum e convertitosi in seguito al decamerotico prima (Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano,…E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro) e alla commedia sexy in seguito con la quadrilogia interpretata da Gloria Guida (La minorenne,Peccati di gioventù,Quella età maliziosa e Il medico…la studentessa),

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questo film ha un solo elemento parzialmente innovativo, ovvero aver introdotto una storia saffica in un film girato in un periodo in cui il tema del lesbismo non era certo pane quotidiano per i registi nostrani.
La storia si incentra proprio sul rapporto morboso che viene a nascere e svilupparsi tra Manuela ed Eleonora, due amiche che si incontrano su una spiaggia dove la seconda si è rifugiata dopo aver divorziato; Manuela,in seguito ad una lite con il fidanzato Franco lo pianta in asso raggiungendo Eleonora, con la quale stabilisce un rapporto morboso che sfocia in un rapporto omosessuale.
Che nel film è più sussurrato che mostrato.
A rompere le uova nel paniere arriva Franco, che scopre la relazione tra le due donne e briga per riprendersi Manuela;ci riesce, con grande scorno di Eleonora che decide di eliminare fisicamente il rivale in amore.
Con un fucile di precisione spara all’uomo uccidendolo, ma non ha fatto i conti con Manuela, che,innamorata di Franco usa lo stesso sistema di Eleonora.

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Trama sintetica su un film in cui accade davvero ben poco, con qualche dialogo pseudo femminista di Eleonora, qualche nuotata in costume adamitico delle protagoniste peraltro riprese da lontano per evitare le forbici della censura e davvero poco altro.
Amadio si ispira abbondantemente al film del francese Chabrol Les biches-Le cerbiatte, uscito in Italia con l’allusivo titolo Lesbiches, senza trattino per giocare sulla parola lesbiche, di ben altro spessore e tensione riprendendo il tema delle due amanti e il finale tragico, dove per la verità cambia l’arma dl delitto (un coltello) e la vittima (la più anziana delle due amanti) ma non l’oggetto del contendere, un uomo del quale si è innamorata la protagonista più giovane.
Non può esserci paragone però tra i due film, visto che quello di Chabrol ha profondità e rigorosa tensione, la dove queste caratteristiche mancano quasi del tutto in L’isola delle svedesi.

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Che resta prodotto mediocre e deludente.Da salvare le due belle protagoniste Catherine Diamant e Ewa Green mentre da dimenticare l’espressione inebetita di Hillinger.
Non posso suggerire link, vista la mancanza in rete degli stessi.

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Un film di Silvio Amadio. Con Nino Segurini, Catherine Diamant, Ewa Green Drammatico, durata 91 min. – Italia 1969

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Catherine Diamant … Eleonora
Ewa Green … Manuela
Wolfgang Hillinger … Franco
Nino Segurini … Maurizio

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Regia:Silvio Amadio
Sceneggiatura: Silvio Amadio,Luigi Mordini,Roberto Natale
Produzione:Gino Mordini
Musiche:Roberto Pregadio
Fotografia:Joe D’Amato
Montaggio:Gino Caccianti

 

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L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Al di là di una certa eleganza formale, c’è molto poco. La sceneggiatura sta in in paio di foglietti, le sequenze in campo lungo sono interminabili, la recitazione è a livelli molto bassi, alcuni effetto-notte sono pessimi. Resta la bellezza della Sardegna e di alcuni paesaggi. Se non altro, Amadio non dà l’impressione di voler volare alto, nonostante un paio di citazioni “alte” (“Honni soit qui mal y pense” e “Sic transit gloria mundi”). Nulla in più

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Nell’isola in questione non ci sono vere svedesi, ma piuttosto due amiche intime (intimissime, e chi vuol capire capisca) il cui rapporto tende a frantumarsi con l’arrivo di un ex-amante, destinato a diventare, tutto d’un colpo, preda di una gelosa lesbica assassina. Pellicola che percorre diversi binari “di genere” con predominanza di tensione, di tipo erotico, sfociante in un finale altamente drammatico. Di Silvio Amadio sul Davinotti abbiamo scritto diverse volte, e se c’è un film per il quale questo eccentrico autore merita d’essere riscoperto, questo è L’Isola delle Svedesi…
L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

In rotta col possessivo fidanzato, la bella Manuela va su un’isola, ospite dell’amica Eleonora. Scocca la scintilla… Notevole lesbo-esotico (si fa per dire, siamo a Caprera!), con prevedibile svolta thriller-tragica, e percorso da tutti i fremiti dell’epoca: decisamente il cinema-bis era la nostra vera Nouvelle vague. Le due bellone protagoniste si denudano ogni volta che possono, per la gioia degli spettatori, che nondimeno smoccolano all’indirizzo della censura, visti gli evidenti, numerosi tagli della versione tv. Da vedere, comunque

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Il lungo preambolo erotico-esotico sulla crisi di coppia e l’illusoria fuga verso oasi incontaminate si sviluppa come Les biches, uscito solo un anno prima: l’idillio tra due amiche rotto dall’arrivo di un terzo incomodo e il suo esito tragico, che accelera alle spinte thrilling e ai colpi di fucile di Top sensation. Più allusivi che espliciti, i richiami saffici si limitano ad affettuose carezze e sguardi complici, mentre la fotografia celebra la fusione panica tra i nudi della Diamant e il paesaggio marino. Si respira aria anni Sessanta: prepotenze maschiliste e sgargianti arredi pop.

L’opinione di Vstringer dal sito http://www.davinotti.com

Titolo assolutamente fuorviante per questa storiella saffica che vira sul thriller, roba oggettivamente forte per l’Italia del 1969 anche perché l’elemento erotico è ben più che abbozzato. Regolarmente tagliate le sequenze più calde, rimangono splendide vedute paesaggistiche (Caprera) e un sufficiente sforzo di introspezione psicologica: Amadio non è Kubrick, ma rimane uno dei migliori artigiani dell’erotico ibrido all’italiana, con un solido mestiere registico e gli occhi aperti sulla contemporaneità.

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Un amore oggi

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Tra il finire degli anni sessanta e i primi anni settanta apparvero sugli schermi diversi film assolutamente anticonvenzionali, con tematiche differenti ma accomunati dal desiderio, da parte dei registi, di raccontare in modo alternativo la società, l’amore, la vita matrimoniale, coinvolgendo cioè tutti i capi saldo su cui la società stessa si fonda.
Film come Calamo, Un attimo di vita e altri raccontavano in modo diverso e sopratutto con stili completamente diversi la realtà, spesso in maniera confusa ma quantomeno difformi dagli standard abituali.
Un amore oggi, diretto da Edoardo Mulargia nel 1970 prova a raccontare una storia d’amore alternativa, quella tra due persone con un vissuto triste alle spalle, che si incontrano, si innamorano e alla fine vedranno i loro destini cambiati irreversibilmente.

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Lui è Albert, un fotografo e reporter tormentato dai traumi subiti nell’infanzia e che ha visto aggravare le cose dalla sua esperienza lavorativa in Vietnam mentre lei, Myra,che vive in una strana comunità hippy ha a sua volta visioni e ricordi di sua madre morta ad Auschwitz.
I due si innamorano, si prendono, si amano ma l’amore non basta a salvarli da un passato tanto triste.
Mille difetti e pochi pregi per questo inusuale viaggio tra le personalità devastate di due personaggi che vivono il presente senza riuscire a liberarsi di un passato triste;i condizionamenti che provengono dai loro ricordi sono talmente radicati in loro da impedire anche ad un sentimento totalizzante come l’amore di fugare le nubi che costantemente avvolgono le loro menti.

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Sostanzialmente il film di Mulargia, passato dai western a questo che è un film difficilmente classificabile appare come un guazzabuglio disarmonico di situazioni ed emozioni.
Appesantito da fastidiosissime voci fuori campo che cercano di far luce sui passati oscuri dei protagonisti, mozzato brutalmente in alcuni passaggi da flashback inopportuni e insistiti, Un amore oggi risente anche di un peccato originale che inficia da subito la credibilità del film.
Mulargia affida a Juliette Mayniel, all’epoca trentaseienne, la parte di Myra che la massimo nel film dovrebbe averne meno di trenta; la Mayniel è vistosamente troppo matura e sopratutto è poco credibile il personaggio di una donna di quell’età che vive come una hippy la sua vita, mescolata a quella di un gruppo di strani personaggi che evidentemente rappresentano la ribellione di un gruppo di giovani borghesi alla società.

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Tra le poche cose buone c’è da rilevare una certa freschezza innovativa nell’uso quasi schizofrenico della macchina da presa e per contraltare all’età vistosamente avanzata della Mayniel, l’indubbio fascino dell’attrice moglie dell’attore Vittorio Gassman che nelle sequenze finali mozza il fiato con la corsa sulla spiaggia, completamente nuda, sequenza però ripresa in modo tale da lasciar intravedere piuttosto che essere esplicita, tributo pesante alla censura dell’epoca.
Un amore oggi è quindi una pellicola che richiede un grosso sforzo per essere seguita compiutamente e non è detto che alla fine ne valga la pena; troppi dialoghi, spesso pallosi, voce fuori campo invasiva e sopratutto recitazione piatta e poco incisiva da parte di tutto il cast rendono indigesta la pellicola stessa.
Da salvare quindi ci sono solo le intenzioni di Mulargia, la bellezza statuaria della Mayniel, l’ambientazione marina della storia e pochissimo altro.

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Film tra l’altro assolutamente dimenticato e mai più rieditato in digitale; in rete è presente una versione molto scadente del film che è scaricabile (sempre con le stesse avvertenze, di cancellare il film dopo la visione per i motivi banali che ho più volte espresso) all’indirizzo http://wipfiles.net/mpnreyvn1xa2.html.
Ricordo comunque che essendo il file superiore ad 1 giga dovrete creare un account fittizio per effettuare il download.

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Un film di Edoardo Mulargia, con Juliette Mayniel,Gino Lavagetto,Mirella Pamphili,Ugo Adinolfi Drammatico, Italia 1970

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Juliette Mayniel … Myra / Helena
Gino Lavagetto … Albert Hart

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Regia; Edoardo Mulargia
Sceneggiatura:Edoardo Mulargia
Produzione:Giorgio Marzelli
Fotografia:Antonio Modica
Montaggio:Gino Caccianti
Production Design : Gianfrancesco Ramacci
Costume Design : Anna Maria Albertelli

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L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Incredibile esito dell’incontro fra Mulargia e il cinema sessantottesco: Vietnam ed Auschwitz, hippies stracciaculi che citano Timothy Leary e stereotipatissima vicenda di educazione repressiva raccontata fuori campo, pazzeschi momenti “onirici” e dialoghi devastanti, la Mayniel bona ma palesemente stagionata per la parte, morriconismo di riporto nelle musiche. Insomma, una follia – e una delizia! Preferiamo il Mulargia western, ma questo ha da esser visto per poterci credere.

L’opinione di Renato dal sito http://www.davinotti.com

Film bizzarro, difficile da catalogare. In due parole una tormentata storia d’amore sullo sfondo di una comunità hippy romana; ovviamente gli hippy sono visti “à la Mulargia”, cioè in modo mooolto pittoresco. In ogni modo il film ha un suo fascino particolare, non assomigliando a nessun’altro che abbia mai visto. Forse l’insistito ricorso alla voce off (che non dà pace per tutti i 90 minuti) contribuisce più di altri elementi a rendere la visione una specie di “esperienza mistica”… provare per credere.
L’opinione di Dusso dal sito http://www.davinotti.com

Inaccettabile pellicola di Mulargia che come lato positivo ha una bella colonna sonora e la Mayniel che corra nuda spesso sulla spiaggia ma poco credibile nel ruolo di una hippie, visto che all’epoca era già sui 36. Difficile giudicare un film quasi interamente girato in una tenda su una spiaggia con lui e lei che parlano in modo pazzesco e come se non bastasse è sempre presente una voce fuori campo a ricordarsi il passato del protagonista… Squallidi poi alcuni flashback.

L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com

Fotoreporter tormentato dalla guerra e dai ricordi di un’educazione repressiva e hippy che convive col fantasma della madre uccisa a Auschwitz si incontrano e si amano. Date le premesse, è chiaro che finirà male. Goffo tentativo autoriale di Mulargia, non privo però di un suo fascino retrò, con gli hippies che leggono Timothy Leary, i titoli dei giornali sul Vietnam o l’invasione della Cecoslovacchia, gli incubi psichedelici dei protagonisti. La Mayniel corre su e giù per la spiaggia, nuda o avvolta da tuniche e parei deliziosamente vintage.

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De Sade 2000 (Eugenie)

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Sul suo letto di morte, la giovane Eugénie Radeck detta le sue memorie allo scrittore Attila Tanner che annota scrupolosamente il tutto.
Eugenie vive con il patrigno, Albert Radeck,dopo che sua madre è morta;il rapporto tra i due è esemplare ed Eugenie adora letteralmente il patrigno.
Ma Albert Radeck ha una vita assolutamente segreta e non è affatto con gli altri la persona affettuosa che è quando si trova in compagnia di Eugenie;l’uomo scrive libri a sfondo sadico ed erotico e per creare storie sempre più avvincenti mette in pratica terribili omicidi.
Quando Eugenie scopre la cosa, invece di fuggire decide di diventare complice dell’uomo e subito dopo sua amante.
I due diventano così una coppia omicida fino al giorno in cui Albert sceglie come vita un giovane musicista,Paul.
La ragazza frequenta il giovane e alla fine se ne innamora provocando la terribile reazione di Albert che uccide Paul, ferisce mortalmente Eugenie e alla fine si uccide.
Ed è proprio una Eugenie in fin di vita a raccontare ad Attila tutta la sua storia, implorando lo scrittore affinchè la aiuti a morire.Ma non è necessario l’intervento dell’uomo, perchè Eugenie chiude gli occhi per sempre.

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De Sade 2000, o anche Eugenie, titolo con il quale il film è decisamente più famoso è diretto nel 1974 da Jesus Franco,che si ispira al romanzo “Eugénie de Franval” del Marchese de Sade utilizzando come protagonista principale, nel ruolo della timida dapprima, perversa poi Eugenie l’attrice Soledad Miranda, al suo ultimo film prima dell’incidente mortale che la strappò alla vita a soli 27 anni.Musa con Lina Romay del regista spagnolo, Soledad Miranda da vita ad un personaggio sensuale ed erotico in modo impressionante, mostrando che, avesse avuto la fortuna di vivere, sarebbe diventata un’attrice di rilievo nel firmamento cinematografico.
Pellicola molto curata dal punto di vista fotografico un pochino meno da quello della sceneggiatura, Eugenie è comunque uno dei migliori prodotti di Jess Franco, che in questa pellicola bada molto ai particolari, oltre a comparire nella parte marginale di Attila.

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La storia ha un suo svolgimento logico, anche se un collante maggiore tra gli omicidi non avrebbe affatto guastato nulla;tuttavia è la conturbante e maliziosa, ma al tempo stesso Soledad a calamitare l’attenzione e probabilmente senza la splendida attrice andalusiana il film non avrebbe avuto lo stesso fascino.
Eugenie segue, nella filmografia di Franco il buon Lo specchio del piacere; è il periodo migliore del regista che poco tempo dopo inizerà la sua produzione di massa incentrata principalmente su film porno.
Per quanto riguarda la reperibilità del film, su You tube è presente una splendida versione ma non in italiano; seguendo questo link https://www.youtube.com/watch?v=lXAVWnh8HYs potrete comunque godervi il film che è facilmente decifrabile se si ha qualche rudimento d’inglese

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De Sade 2000 (Eugenie)
di Jesus Franco, con Soledad Miranda,Paul Müller,Greta Schmid,Andrés Monales,Jesús Franco,Alice Arno Drammatico/Thriller,Lichtenstein 1974

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Soledad Miranda: Eugénie Radeck
Paul Müller: Albert Radeck
Jesús Franco: Attila Tanner
Andrés Monales: Paul
Greta Schmidt: Kitty
Alice Arno: fotomodella
Karl Heinz Mannchen: cabarettista

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Regia Jesús Franco
Soggetto Marchese de Sade (Eugénie de Franval)
Sceneggiatura Jesús Franco
Produttore Karl Heinz Mannchen (Prodif Ets./Vaduz, Liechtenstein)
Fotografia Manuel Merino
Montaggio Clarissa Ambach
Musiche Bruno Nicolai

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L’opinione di Giurista 81 dal sito http://www.filmtv.it

Film che viene ricordato come l’ultima pellicola interpretata dalla sensuale Soledad Miranda, prima dell’incidente stradale che le sarà fatale. Probabilmente anche per tale ragioni alcuni fan di Jess Franco reputano De Sade 2000 come uno dei suoi capolavori. Tale conclusione, a mio avviso, è un po’ affrettata pur ritenendo l’opera (per la cura nella messa in scena) tra i migliori lavori dell’artigiano spagnolo.
Il film è incentrato su un soggetto decisamente morboso e incestuoso. Abbiamo un patrigno e la sua giovane figlioccia che decidono di adescare delle vittime consenzienti per i loro giochi sadici. I due fotografano e riprendono il tutto, chiedendo pose sempre più spinte e partecipando alle stesse. Ciò che i malcapitati non sanno è che tali giochi si concluderanno con la loro morte.
Dunque un soggetto interessante e coraggioso per l’epoca, impreziosito da una fortissima componente erotica, ma non sfruttato appieno da Franco. Il film ha delle parti ultra dilatate (specie all’inizio) e trova delle soluzioni per mascherare l’identità degli assassini piuttosto macchinose e poco verosimili, pretendendo poi di far passare gli omicidi (la loro messa in scena lascia un po’ a desiderare) come assassinii perfetti. Non c’è traccia della polizia, l’unico che indaga è uno scrittore, interpretato dallo stesso Franco, che spia la coppia per sua semplice curiosità intellettuale (sembra quasi ammirarli).
Ciò di cui si sente la mancanza maggiore sono degli sviluppi centrali finalizzati a dare verve a una storia che invece procede tra un assassinio e l’altro, coinvolgendo poco lo spettatore (scene erotiche a parte).
Nonostante tutto il film si lascia guardare e ha un epilogo melodrammatico di puro gusto franchista (la giovane scopre il vero amore, ma non potrà gustarselo) che risolleva un po’ le sorti.
Bene Muller (i più lo ricorderanno nel ruolo del direttore bastardissimo nella saga Fantozzi) e la Miranda (a mio avviso più “fatale” in film quali Vampyros Lesbos, She Killed in Ecstasy o Una Venere senza nome per l’Ispettore Forrester). Comparse tutti gli altri
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Scritto in sei giorni – nell’anno di (dis)grazia 1788 – Eugenie Depranval rappresenta un classico della depravazione sadiana, con disagevoli risvolti incestuosi non meno disturbanti del contenuto filosofico di De Sade (la sofferenza partorita dal piacere e/o viceversa). Franco, qui ispirato come poche altre volte, avvantaggiato da un piacente e prestante Soledad Miranda (alla quale, inevitabilmente, spetta il ruolo della castigata, in tal caso dal patrigno cui presta corpo l’adatto Paul Muller) sviluppa un film complesso e avvincente, destinato a traghettarci al di là del Bene e del Male.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Gli omicidi – applicazione criminale delle teorie sadiane e scaturigine della passione morbosa tra figlia e patrigno – si consumano nel contrasto tra esterni plumbei e innevati ed esterni caldi ed eleganti; tale immobilismo narrativo si increspa in dirittura d’arrivo, quando un rapido sguardo alla realtà del tempo – l’incontro con il musicista cheguevariano – fa esplodere la tragedia familiare. La Miranda, scalza e in succinti abitini oppure in nudi integrali, è una vittima/carnefice che paralizza con la sua carica erotica colma d’innocenza e dolcezza, così come di malizia e perversione

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Una donna come Eva

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Una casalinga un po frustrata, ormai ridotta alla stregua di una sguattera che vive una vita piatta, barcamenandosi tra il menage famigliare, i figli, la casa da pulire.
Una casalinga qualsiasi, quindi.
Che però vedrà la vita cambiare radicalmente durante un viaggio in Francia, dove conosce la giovane Liliane, una ragazza indipendente e sopratutto agli antipodi dal suo stile di vita.
Una donna dalle idee assolutamente femministe, che vive la sua libertà come condizione irrinunciabile.
Tra la tradizionalista Eve e la emancipata Liliane scoppia una passione tumultuosa, che porta Eve a prendere coscienza del suo stato e a decidere di lasciare il marito per riacquistare la sua libertà.

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Ma a questo punto la donna è costretta ad una dura battaglia legale per ottenere l’affidamento dei figli che il marito chiede esclusivamente per se.
Poichè lo stesso ha deciso di intraprendere una relazione con una vecchia amica di Eve ed essendo quest’ultima legata ad una relazione considerata proibita,i giudici decidono l’affidamento dei figli al marito della donna.
Che si batte come una fiera per i propri diritti, che cozzano però contro i pregiudizi di una società solo all’apparenza libera ma nella realtà dei fatti profondamente omofoba.
Finale amarissimo.
Diretto nel 1979 da Nouchka van Brakel, regista olandese alla sua prima opera tradotta in italiano, Una donna come Eva, traduzione letterale del titolo d’uscita del film in Olanda Een vrouw als Eva racconta una vicenda complessa di amore lesbico tra una donna sposata e una dalla vita completamente opposta, con conseguenti problematiche legate più al personale delle due protagoniste che alle conseguenze pratiche di un amore visto comunque come amorale dalla società olandese,pur all’avanguardia nelle conquiste sociali e civili.

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E’ proprio il sentimento anti omosessuale o meglio anti lesbico, i pregiudizi che esso suscita ad essere uno dei due temi portanti del film,che finisce però per affrontare un altro tema scottante, quello del futuro dei figli di una coppia tradizionale che si scioglie e l’affidamento da definire degli stessi figli una volta che la madre degli stessi sceglie un’unione non tradizionale.
Il film verte proprio su questo, sull’impossibilità da parte della società di accettare come normale un legame lesbico, tanto da elevarlo al rango di famiglia.
La durissima battaglia legale tra Eve e il marito è il terreno di scontro di due concezioni antitetiche della famiglia, con scontata predilezione per quella fatta da un uomo e una donna.
Il punto cruciale del film diventa proprio il momento in cui il marito di Eve annuncia al giudice la possibilità di un matrimonio per dare ai figli una famiglia classica, in netto contrasto con la relazione impossibile e non riconosciuta (almeno all’epoca) tra Eve e Liliane.

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Finisce in maniera scontata: i giudici optano per l’affidamento al marito, che garantisce ai figli la sicurezza sociale di un matrimonio fra due esseri umani di sesso diverso, in perfetta linea con quanto sia le leggi che la morale corrente proteggono ed esaltano.
Inutile la battaglia di Eve, che in questo non è minimamente supportata da Liliane, che è attratta da Eve e non di certo dai suoi figli.
Film amaro e lucido, interpretato da due attrici bravissime e anticonformiste come Monique Van de Ven e Maria Schneider, che rendono particolarmente vividi i loro personaggi, consegnando due ritratti di donne assolutamente particolari.
Monique Van de Ven, l’Eve del film, passa da una condizione di vita tradizionale, in cui contano solo i figli da accudire, la casa e l’asservimento al marito ad una condizione totalmente opposta, che passa attraverso una relazione lesbica che la donna vive con amore ma anche con la spada di Damocle dell’affetto che prova per i figli, un legame simbiotico che non è annullabile da nulla, nemmeno dall’amore.
Liliane è invece una donna libera, senza legami, che si infatua di Eve ma non al punto di condividere la battaglia che l’amante farà per la custodia dei figli.

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Le due attrici mostrano quindi in modo esemplare le due personalità dissimili, caratterizzandole in maniera pressochè perfetta.
Brava la regista Nouchka van Brakel nel cogliere dettagli, nell’esaltare l’amore tra le due donne (anche in senso biblico) ma sopratutto capace di cogliere le problematiche della vita di Eve lanciando al tempo stesso una specie di guanto di sfida alla morale corrente della società.
Un film purtroppo quasi introvabile nella versione italiana, che circola solo sui p2p peraltro in versione non completa.

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Una donna come Eva
Un film di Nouchka Van Brakel. Con Maria Schneider, Peter Faber, Monique Van De Ven, Marijke Merckens Titolo originale A Woman Like Eve. Drammatico, durata 93 min. – Olanda 1979

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Monique van de Ven … Eve
Maria Schneider … Liliane
Marijke Merckens … Sonja
Peter Faber … Ad
Renée Soutendijk … Sigrid
Anna Knaup … Britta
Mike Bendig … Sander
Truus Dekker … La mamma
Helen van Meurs …L’avvocato
Karin Meerman …Una zia
Theo de Groot … Zio
Trudy de Jong … Un’altra zia
Marjon Brandsma … Margreet
Elsje Scherjon … Assistente sociale

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Regia: Nouchka van Brakel
Soggetto:Nouchka van Brakel, Judith Herzberg
Produzione:Matthijs van Heijningen
Musiche:Laurens van Rooyen
Fotografia:Nurith Aviv
Montaggio:Ine Schenkkan
Art direction:Inger Kolff

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L’opinione di Maso dal sito http://www.filmtv.it

Sfiora il cult movie questo intenso film olandese in cui Monique Van de Ven interpreta il ruolo della Eva del titolo, sposata e turbata madre di due figli, che durante la visita
ad una comunità hippies in Francia scopre la sua sessualità nascosta in seguito all’incontro con Lilianne, Maria Schneider, che è una ragazza senza radici e già conscia del proprio essere.
La prova delle due attrici è da elogiare, e regge la difficile rappresentazione di una passione inaspettata tutta al femminile in cui le scene di nudo esplodono senza censure virtuosistiche ed i corpi di Monique e Maria possono fondersi senza inibizioni visto che entrambe sono due fuoriclasse del nudo disinvolto e sfrontato; allo stesso tempo riesce a raccontare la sociopatia della protagonista costretta alla rottura con il marito e a scendere a compromessi per non perdere i suoi figli mancando ai doveri di una madre, una scena e una battuta in particolare mi hanno sempre colpito
in questo film: nella casa barcone dove stanno trascorrendo il week end Lilianne è seccata dalla presenza dei figli di
Eva e le dichiara “Amo te non i tuoi figli” a sottolineare una personalità che non vuole dare chance alla stabilità e ostenta ancora un fiero femminismo.
La regia della Van Brakel non si discosta dal tono drammatico, realistico della storia e non è quindi particolarmente memorabile ma nello scavo dei
caratteri ha avuto la mano felice, favorita ovviamente dalla presenza di due icone come la Schneider: attrice non eccezionale ma mitica e maledetta e la Van de Ven più equilibrata, molto bella e capace nella recitazione.

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La monaca di Monza

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Versione romanzata (un po troppo) dello scandalo che coinvolse Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino e il suo amante,il conte Gian Paolo Osio e che Alessandro Manzoni avrebbe immortalato nel suo immortale I promessi sposi.
Diretto nel 1969 da Eriprando Visconti, nipote del celebre Luchino, La monaca di Monza racconta in modo sommario e storicamente poco attendibile la vicenda che coinvolse Suor Virginia e Osio, suo amante e nel film suo stupratore prima e innamorato poi.
Una relazione proibita che nei fatti storici durò almeno 10 anni e che vide il conte Osio mantenere la sua relazione peccaminosa con Virginia dapprima e poi con altre tre sorelle poi, relazione dalla quale nacquero due figli, il primo dei quali morto dopo il parto.
Da questi fatti storici Visconti romanza la realtà, immaginando che a madre superiora di un convento di Monza dia rifugio al conte Osio, braccato dalle autorità.
Qui il violento e seduttore Osio stupra la superiora, che però si lega a lui diventando l’amante del conte e mettendo alla luce un figlio con la complicità tacita delle suore.

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Visconti riprende quindi lo scandalo scoppiato agli inizi XVII secolo per girare un’opera senza infamia e senza lode, nella quale latitano oltre alla credibilità storica il ritmo e la dinamica.
Tutto il film si riduce infatti ai rapporti controversi tra i due amanti impossibili, mostrandoci un conte Osio stupratore dapprima e convinto innamorato poi e basandosi principalmente sugli aspetti morbosi della vicenda.
Stretto tra la logica commerciale e la necessità di dover creare un prodotto che riuscisse a superare gli scogli della censura, Visconti si barcamena e accontenta i suoi produttori dando un senso morboso all’operazione che compie senza però spingere tantissimo sulle scene erotiche proprio per evitare le forbici censorie.
Siamo nel 1969 e il moralismo dell’ente censorio è pronto ad abbattersi sulle pellicole più scabrose; l’argomento poi è di quelli tosti per cui dal punto di vista dei produttori la paura è ben comprensibile.
Tuttavia Visconti esagera con la travisazione storica:le figure di Virginia e Osio escono completamente differenti dalla realtà storica, così come inventata di sana pianta è il racconto dello stupro.
A questo proposito apro una parantesi.

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Dai resoconti storici sappiamo, dagli atti del processo che si tenne contro Marianna de Leyva che la donna, dopo un inizio burrascoso dei suoi rapporti con lo scapestrato conte Osio, allacciò con esso una relazione peccaminosa, che vide coinvolte a vario modo in una torbida partouze due consorelle del convento, Suor Ottavia e Suor Benedetta.
Per ben 11 anni il gruppo si macchiò di crimini orrendi, che probabilmente però vennero perpetrati dal conte Osio; la prima vittima fu suor Caterina, una religiosa che, scoperta la tresca, aveva deciso di parlarne ed in seguito altre persone, coinvolte in vario modo vennero eliminate fisicamente.
Tuttavia alla fine lo scandalo scoppiò con la conseguenza che Virginia venne condannata ad essere murata viva in una cella di un metro per te, con un’unica presa d’aria, nella quale l’ex religiosa visse per 13 anni, fino al perdono che le venne concesso e che le permise di vivere fino alla sua morte da religiosa.

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Il conte Osio pagò duramente i suoi misfatti.
Condannato a morte, riuscì a rifugiarsi presso una famiglia, che però lo uccise e lo decapitò.
Tornando alla pellicola,non potendola giudicare in modo troppo severo perchè comunque Visconti mostra doti più che sufficienti, guidando con equilibrio le varie componenti che permettono la realizzazione di un film , quindi fotografia, montaggio ecc. possiamo elogiare senza riserve il cast,composto da ottimi attori che svolgono in modo impeccabile le parti loro assegnate.
Molto brava e sopratutto raffinata Anne Heywood, dai lineamenti aristocratici e dai movimenti altrettanto nobili,bene anche Tino Carraro,Carla Gravina e Antonio sabato e tutti gli atri caratteristi inclusa una giovanissima Rita Calderoni.
Musiche discrete di Ennio Morricone.
La monaca di Monza è un film reperibile, in ottima qualità, sui p2p.

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La monaca di Monza – Una storia lombarda
Un film di Eriprando Visconti. Con Luigi Pistilli, Antonio Sabato, Anne Heywood, Hardy Krüger, Caterina Boratto, Giovanna Galletti, Giulio Donnini, Maria Michi, Carla Gravina, Renzo Giovampietro, Tino Carraro, Laura Belli, Michel Bardinet, Rita Calderoni, Francesco Carnelutti Drammatico, durata 102′ min. – Italia 1969.

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La monaca di Monza banner protagonisti

Anne Heywood … Virginia de Leyva
Hardy Krüger … Padre Paolo Arrigone
Antonio Sabato …Il conte Giampaolo Osio
Anna Maria Alegiani … Suor Ottavia Ricci
Margarita Lozano … Suor Benedetta Homati
Giovanna Galletti …Suor Angela Sacchi
Caterina Boratto … Suor Francesca Imbersaga
Renzo Giovampietro … Vicario Saraceno
Laura Belli … Suor Candida Colomba
Maria Michi … Suor Bianca Homati
Michel Bardinet … Giovanni degli Hortensi
Pier Paolo Capponi … Conte Taverna
Francesco Carnelutti …Cantastorie
Tino Carraro … Monsignor Barrea
Giulio Donnini … Molteno
Carla Gravina … Caterina da Meda
Luigi Pistilli … Conte Fuentes

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Regia Eriprando Visconti
Soggetto Eriprando Visconti, Giampiero Bona
Sceneggiatura Eriprando Visconti, Giampiero Bona
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Flavio Mogherini

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La monaca di Monza banner recensioni

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Curiosa l’idea di mettere in scena le vicende della monaca di Monza ricostruite attraverso gli atti del processo che vide protagonista la donna, che ricorda l’idea di Dreyer per La passione di Giovanna d’Arco; partendo da quanto riportato nel libro di Mario Mazzucchelli Una storia lombarda e con una sceneggiatura del regista e di Gian Piero Bona, ecco che per l’ennesima volta nel cinema italiano torna sul grande schermo la controversa figura protagonista anche de I promessi sposi manzoniani (ci avevano già pensato in passato Gallone, Pacini e altri ancora). Il problema principale è che il ritmo latita, i dialoghi sono un pochetto artificiosi e – anche per i due motivi appena riportati – la fredda impostazione della narrazione pare più adatta a uno sceneggiato televisivo o a un fotoromanzo che a un film vero e proprio; non sono comunque male le scelte del cast, che vedono impiegata nel ruolo centrale Anne Heywood e, al suo fianco, Hardy Kruger, Antonio Sabato, Margherita Lozano e Caterina Boratto (e in una particina c’è anche la futura diva di Z-movies Rita Calderoni). Non essendo ancora nell’era dello sdoganamento del sesso al cinema, l’erotismo piuttosto forte che la storia sottende è comunque castigato; le scene di Flavio Mogherini funzionano così come la colonna sonora di Ennio Morricone e a completare un cast tecnico di prima qualità troviamo i costumi di Danilo Donati, la fotografia di Luigi Kuveiller e il montaggio di Sergio Montanari.

L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Torbido conventuale diretto dal duca di Modrone nipote di Luchino conte di Lonate Pozzolo, lontanissimo dal Manzoni (qui la sventurata risponde sempre e volentieri) ma aderente alla verità storica dell’amour fou fra suor Virginia de Leyva e lo scopereccio Giampaolo Osio. Malgrado le aspirazioni alte e la notevole caratura della compagine tecnica l’insieme, fra pulsioni erotiche e secentesche cupezze ecclesiastiche, è più in zona fotoromanzo nero che affresco in costume. Non è necessariamente un difetto.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Anche in questa ricostruzione delle sventure di Marianna de Levya e Giampaolo Osio il cinema di Visconti jr. pencola tra logica commerciale e libera autorialità; ovvero, resta incerto tra distendersi sull’epidermide sensazionalistica e morbosa della vicenda (lussurie, intrighi, scandali e supplizi da romanzo d’appendice) o inciderla con il ricorso a fonti storiche dirette e le raffinatezze estetiche ereditate da zio Luchino. Interpretazioni nella media, con balzi di Carraro e della Gravina. Al cantastorie Carnelutti il regista affida il proprio amore per la natia terra lombarda.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

La storia la conosciamo: le debolezze della carne, che si fanno ancora più eclatanti quando si indossa un abito religioso. La pellicola è lenta e lontana dalla perfezione stilistica dello zio Visconti. Non basta mettere in scena torture corporali per placare il desiderio di possedere l’aitante playboy, così come ispirarsi al capolavoro I diavoli di Ken Russell per realizzare un’opera degna di restare nella memoria dello spettatore. Fallisce perfino Morricone con la sua patetica melodia, mentre resta l’erotismo libidinoso. Anticlericale e morboso.

 

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Bibliografia:
Roberto Gervaso, La monaca di Monza. Venere in convento, Bergamo, Bompiani, 1984
Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, Dall’Oglio editore, 1962
G. Farinelli ed E. Paccagnini, Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva, Monaca di Monza, Milano, Garzanti, 1989

La monaca di Monza foto Virginia de Leyva

Suor Virginia in un dipinto d’epoca

La monaca di Monza foto Gian Paolo Osio

Gian Paolo Osio

La monaca di Monza foto convento Madonna delle Grazie a Monza

Foto d’epoca del Convento delle Grazie a Monza

La monaca di Monza foto arcivescovo Federico Borromeo

L’arcivescovo Borromeo,che istituì il processo a Suor Virginia

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