Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno

Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno locandina

Un aereo da turismo che trasporta la giornalista Dale Ardor e Flesh Gordon (attenzione, non Flash ma Flesh ovvero carne) viene investito da raggi provenienti dal pianeta Porno per ordine del malvagio imperatore Wang il pervertito.
I raggi provocano negli esseri umani una crescita esponenziale della libido, con conseguenze facilmente immaginabili. A bordo dell’aereo tutti vengono presi dall’irresistibile volontà di accoppiarsi, inclusi i due piloti che lasciano imprudentemente i comandi.
Solo Flesh mantiene un certo autocontrollo e resosi conto della situazione si lancia con Dale dall’aereo mentre quest’ultimo privo di comando si schianta nel bosco.
Dale e Flesh atterrano vicino l’abitazione dello scienziato Vaffa che nel frattempo ha creato un’astronave in grado di raggiungere il pianeta Porno; cosi i tre a bordo del velivolo dall’inequivocabile forma fallica viaggiano verso il mondo lontano.
Investiti ancora una volta dai raggi libidinosi, i tre inscenano una mini orgia ma riescono a mantenere il controllo del velivolo e atterrano sul pianeta dove però vengono catturati dai soldati di Wang, non prima però di essere sfuggiti ai “penosauri”, mostri somigliantissimi all’organo sessuale maschile.

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Il penesauro (penisaurus nell’edizione originale)

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La bizzarra astronave di Vaffa

Dopo varie avventure, incluso l’incontro con una gigantesca maitresse cosmica con un occhio bionico, una gamba di metallo e un uncino al posto della mano, i tre amici con l’aiuto di un principe locale gay vestito da Robin Hood riescono a sconfiggere Wang uccidendo anche un gigantesco mostro che parla in siciliano e fuggendo da Porno poco prima che salti tutto per aria.

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Candy Samples è Nellie, capo amazzoni

Gustosa parodia delle avventure di Flash Gordon, l’eroe creato dalla matita di Alex Raymond molto prima della seconda guerra mondiale, Flesh Gordon andata e ritorno dal pianeta Porno (Korno nell’edizione italiana censurata) prende in giro il personaggio di Flash e della bella Dale introducendo l’elemento erotico e inserendo nella storia una serie di sconclusionate e parodistiche avventure, oltre a storpiare e cambiare i nomi dei vari protagonisti.

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Così il Dottor Zarkov (Zarro nell’edizione italiana) diventa il Dottor Jerkov, ribattezzato con molta fantasia Vaffa in italiano, il pianeta Mongo diventa Porno,l’imperatore Ming diventa Wang ( “Sua paraculaggine” o anche “Sua schifosità) mentre la figlia di Ming, la bella Aura diventa una ninfomane dedita all’autoerotismo più sfrenato.
Il film è costellato di micro gag volgari ma in definitiva spassose nell’ottica di un film parodia che di certo si proponeva il compito di mostrare quanta più epidermide femminile possibile e sopratutto di dissacrare il personaggio di Raymond.
Il risltato finale è un film che si lascia guardare, solleticando gli istinti più biechi dello spettatore, grazie ad una serie di invenzioni creative e visive tutto sommato divertenti, come i penosauri già descritti, il Principe che è gay e che non perde occasione per tastare il sedere di Vaffa o di Flesh e sopratutto il mitico mostro che compare alla fine, dallo spassoso accento siciliano.

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Quest’ultimo è ovviamente una caricatura di King Kong; difatti scala la torre del palazzo di Wang con nelle mani la bella Dale, alla quale toglie con una certa delicatezza i vestiti prima di essere centrato nel fondo schiena da un colpo fortunoso di Vaffa con conseguente “minchia, mi hanno colpito allo culo” pronunciato dal mostro con un irresistibile accento siciliano (nell’edizione americana c’è un eloquente “Oh God, my ass, my ass”)

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I registi Michael Benvenistee Howard Ziehm creano quindi un film parodia che può definirsi riuscito, pur rientrando nel filone trash; va detto che le riprese sono molto curate, grazie anche all’utilizzo dell’animazione fatta con la creta in passo uno, ovvero fotogramma per fotogramma che conferisce alla pellicola una bizzarra e buffa animazione.
Divertente anche l’inserimento di piccoli cartelli con scritto “intervallo” e di scene a fermo immagine con disegni erotici di Flesh.
Il resto del film si fa guardare con un certo piacere, anche se ovviamente siamo ad un livello in cui l’elemento trah è assolutamente preponderante; ma alcune situazioni, alcuni dialoghi, gli appellativi con cui i soldati si rivolgono a Wang sono davvero spassosi.

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Il film ebbe diversi problemi con la censura, in Italia, anche perchè uscito nel 1974 ovvero nell’anno di massimo impegno della censura; fosse arrivato tre anni più tardi avremmo avuto modo di vedere la versione non censurata che in pratica inserisce qualche dialogo più “pesante” (è il caso del computer di bordo che scrive dapprima “cazzi amari” e poi “cazzi amarissimi” quando l’astronave fallica viene colpita) e sopratutto qualche scena erotica come quella in cui Dale è obbligata ad avere un rapporto saffico con una gigantesca donna di colore.

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Una scena merita di essere ricordata per il suo sapore goliardico e di scherno, ovvero quella in cui Wang fa precipitare i tre amici nelle condotte fognarie della città; i tre, senza perdersi d’animo, nuotano nelle tubature uscendo alla fine da una porta sulla quale campeggia un eloquente WC.

Un film a tratti divertente, molto trash ma di quel trash che strappa volenti o nolenti un sorriso.
In fondo i 90 minuti del film passano piacevolmente, tra frizzi, lazzi, parolacce e donnine discinte: per una serata all’insegna del totale disimpegno siamo di fronte ad una scelta ideale.

Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta porno, un film di Michael Benveniste, Howard Ziehm– Con Jason Williams, Suzanne Fields, Joseph Hudgins, Candy Samples -Erotico, durata 90 minuti Usa 1974

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Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno PROTAGONISTI

Jason Williams: Flesh Gordon
Suzanne Fields: Dale Ardor
Joseph Hudgins: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
William Dennis Hunt: Imperatore Wang il pervertito
Candy Samples: Nellie, capo amazzoni
Mycle Brandy: Amora
John Hoyt: Prof. Gordon
Lance Larsen: Prince Precious (Principe Pirla)
Craig T. Nelson: Il mostro (voce)
Robert V. Greene:Voce narrante

Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno cast

Regia     Michael Benveniste, Howard Ziehm
Soggetto     Michael Benveniste
Sceneggiatura     Michael Benveniste
Produttore     Bill Osco, Howard Ziehm
Fotografia     Howard Ziehm
Montaggio     Abbas Amin
Effetti speciali     Walter R. Cichy, Tom Scherman, Howard Ziehm
Musiche     Ralph Ferraro
Scenografia     Donald Lee Harris
Costumi     Ruth Glunt
Trucco     Bjo Trimble, Marcina Motter

Cesare Barbetti: Flesh Gordon
Micaela Esdra: Dale Ardor
Luciano De Ambrosis: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
Renato Mori: Imperatore Wang il pervertito
Fiorella Betti: Nellie, capo amazzoni
Flaminia Jandolo: Amora
Giorgio Piazza: Prof. Gordon
Gianni Marzocchi: Prince Precious (Principe Pirla)
Sergio Fiorentini: Il mostro (voce)
Romano Ghini: Voce narrante

I “raggi Sex”, provenienti dal Pianeta Korno (sic!) hanno l’effetto d’indurre l’umanità intera in uno stato di “trombomania” irrefrenabile. Chi a destra, chi a sinistra, si scopa tutti come dei matti. Tocca al prode Flesh (ovvero Carne), metterci una pezza e per far ciò parte in compagnia del prof. Jerkoff (cioè a dire Eiacula) e della procace fidanzata Dale Ardor (ossia Bollore). Il mezzo, di forma fallica con annessi razzi-testicolari (retroattivi, eh?!), approda all’insolita sorgente, e… Spazio è tiranno, mi fermo qua: peccato. Una cretinata esilarante, realizzata in miseria, ma efficace.

Incredibile come siano cambiati i tempi: all’epoca della sua uscita i distributori dovettere cambiare (nel titolo) il nome del pianeta da “Porno” a “Korno” per motivi di censura. Il film è una parodia dei fumetti di Flash Gordon: ha momenti piuttosto divertenti e parecchie belle donne al naturale. Non è certo un capolavoro e neanche ci si avvicina, ma può risultare gradevole per passare un’ora e mezza di svago totale. Discreti gli effetti speciali a passo uno. Pare (ma non è certo) che in origine ne esistesse una versione hard.

Quando lo vidi all’epoca mi sbellicai dalle risate! Da ragazzino non sapevo che esistessero i film erotico-parodistici e questa pellicola (insieme a SuperVixens di Russ Meyer, che vidi più o meno in quello stesso periodo) fu per me una piacevolissima sorpresa. Particolarmente demenziale il doppiaggio italiano, che fa riferimenti a Pier Paolo Pasolini e simili. Peccato che oggi non si riesca a trovarne una copia italiana decente (e meno che mai in dvd). Davvero deludente il “sequel”, girato molti anni dopo…

E non liberarci dal male

E non liberarci dal male locandina

Prima di inoltrarmi nella descrizione del plot di questo film e nella recensione dello stesso, ho l’obbligo di precisare che le due attrici protagoniste del film, uscito nelle sale nel 1971 ma girato nel 1970, all’epoca delle riprese erano entrambe maggiorenni, avendo sia Jeanne Goupil che Catherine Wagener superato abbondantemente la maggiore età.
Difatti la Goupil è nata a Soisy-sous- Montmorency il 4 aprile del 1950, mentre Catherine Wagener (scomparsa il 2 maggio di quest’anno) era nata il 1 gennaio del 1950; questa precisazione è importante perchè come i lettori più affezionati del mio blog sanno, non pubblico mai foto di minorenni in pose equivoche.
E non liberarci dal male è un film del 1971, oggetto di scandalo e di pesanti censure in diversi paesi, a causa delle sue tematiche abbastanza forti e sopratutto perchè le due attrici, dall’aspetto così adolescenziale, vennero scambiate agli inizi per due minorenni con conseguente messa la bando della pellicola stessa.

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Per la verità i motivi della censura stessa riguardano un pò tutta l’architettura della pellicola, partendo da alcune sequenze disturbanti sopratutto per coloro che professano la fede cattolica per arrivare alle sequenze finali, passando per uccisioni di piccoli animali, riti blasfemi, seduzione di adulti ecc.
E’ quello che fanno due ragazzine di buona famiglia, Anne e Lora, che nell’età della pubertà (stanno per fare la comunione) decidono di votarsi a Satana e al male, iniziando così una vicenda personale che le porterà a incrociare indissolubilmente i propri destini fino al tragico finale.
Le due ragazze, che frequentano un istituto religioso, iniziano la loro carriera di discepole del male denunciando una suorina che hanno visto attraverso il buco di una serratura in atteggiamenti affettuosi con un’altra suora per proseguire poi la loro irresistibile cavalcata sulle strade del male seducendo ( e negandosi) ad un pastore a cui bruceranno poi tutto il raccolto di fieno, uccidendo degli inermi canarini e infine praticando una vera e propria messa nera con delle ostie consacrate rubate in chiesa.
In un crescendo diabolico, le due ragazzine seducono un uomo per poi respingerlo nel momento del “fattaccio”, con la conseguenza che l’uomo tenta di violentare Lora, venendo però ucciso da Anne.

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Le due diaboliche amiche gettano il corpo dell’uomo in un lago e proseguono sulla strada che hanno intrapreso, organizzando per il ritorno a scuola un ultimo, drammatico colpo di teatro….
Come già detto E non liberarci dal male ebbe traversie giudiziarie in vari paesi e i motivi sono facilmente comprensibili mentre scorrono le immagini sullo schermo: le nefandezze delle due giovanissime protagoniste generano da subito un’atmosfera malsana, malata, che si respira per tutto il film.
Osserviamo infatti le adolescenti spiare e accusare una povera suora di lesbismo, le vediamo provocare gli adulti con la loro sessualità in erba, le seguiamo mentre sconsacrano i simboli cardine della religione cattolica, mentre profanano ostie e tentano opera di seduzione nei confronti di preti, mentre uccidono piccoli uccelli per arrivare al culmine della loro breve ma “intensa” carriera di discepole del male, ovvero l’assassinio di un uomo colpevole di essersi fatto irretire dalle loro grazie acerbe generosamente offerte e poi negate.

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Il film, immerso in questa opprimente atmosfera, narra quindi un viaggio letteralmente verso l’inferno delle due ragazze, mentre attorno la vita sembra scorrere con monotonia ma anche con tranquillità: è questo uno dei grandi contrasti della pellicola, che vive proprio sulla iniziazione al male di Anne e Lora che scelgono di votarsi a Satana forse per noia o forse perchè il fascino del male stesso, in quella età in cui non si hanno ancora ben chiari i confini della morale, può irretire e ammaliare molto più del bene.
Vediamo le due ragazzine esercitare un fascino irresistibile sugli uomini, che pure dovrebbero guardare con orrore alle offerte sessuali delle ragazzine, li osserviamo mentre perdono la testa di fronte alla sessualità esposta senza pudore dalle due, che giocando con il fuoco rischieranno davvero di bruciarsi, come nel caso dell’uomo che tenta la violenza su Lora e che verrà ucciso, segnando così il punto di non ritorno della carriera diabolica delle due amiche.

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Il finale tragico e inconsueto suggella il patto di sangue delle due amiche, ormai votate all’auto distruzione, che però avrà anche come conseguenza la fine dell’incubo in cui la piccola comunità scolastica e anche quella dei cittadini è venuta improvvisamente a trovarsi.
Joel Seria, che in seguito avrebbe diretto quel piccolo gioiello che è Folli e liberi amplessi-Les galettes de Pont-Aven (1975), dirige con mano sicura l’esordiente Jeanne Goupil e Catherine Wagener ottenendo da loro il meglio; questo film resterà per entrambe il punto massimo della loro carriera, anche se va detto che la Goupil avrà una lunga e onorata carriera in tv.
L’atmosfera opprimente del film si sposa ad una sceneggiatura equilibrata, opera dello stesso regista, che utilizza per il film un cast di illustri sconosciuti.
Buone sia l’ambientazione sia la fotografia, per un film che risulta ancora oggi godibile per la sua carica trasgressiva e per la tematica che non ha mai perso, purtroppo, originalità.

E non liberarci dal male,un film di Joël Séria. Con Jeanne Goupil, Catherine Wagener, Gérard Darrieu Titolo originale Mais ne nous delivrez pas du mal. Drammatico, durata 100 min. – Francia 1971

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E non liberarci dal male banner personaggi

Jeanne Goupil     …     Anne
Catherine Wagener         …     Lore
Bernard Dhéran          …     L’automobilista
Gérard Darrieu          …     Émile
Marc Dudicourt          … Il cappellano
Michel Robin         …     Léon
Véronique Silver         …     La contessa
Jean-Pierre Helbert         … Il Conte
Nicole Mérouze         …     La signora Fournier
Henri Poirier         …      Fournier
Serge Frédéric         …     Il parroco
René Berthier          …     Gustave
Frédéric     …     Il fattore
Jean-Daniel Ehrmann         …Il commissario

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Regia: Joël Séria
Sceneggiatura: Joël Séria
Prodotto da:Bernard Legargeant    ….     produttore
Ken Legargeant    ….     produttore esecutivo
Romaine Legargeant    ….     produttore esecutivo
Joël Séria    ….     coproduttore
Musiche originali di Claude Germain e Dominique Ney
Fotografia di Marcel Combes
Montaggio di Philippe Gosselet
Costumi di Simone Vassort

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Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Un inno alla bravura delle due protagoniste, senza le quali l’aria morbosa e sgradevole che si respira durante il film sarebbe andata certamente perduta. A dare un altro tocco inquietante alla pellicola la musica; da citare la scena notturna in barca e la discesa verso l’abisso delle due diaboliche protagoniste.

Dai lugubri titoli di testa si intuisce già che questo film sarà un’esperienza spiacevole, il classico film dal fascino malato. L’atmosfera è morbosa, opprimente, senza compromessi; i temi trattati sono e sarebbero tuttora scabrosi, tra un veemente anti-cristianesimo, deviazioni sessuali di vario genere e cattiverie assortite. Non è un caso che le due giovanissime protagoniste (perfette nel ruolo) leggano come una bibbia il “Maldoror” di Lautrémont durante il film. Coraggioso, ben realizzato, lento ma inesorabile. Bellissimo. Da vedere.

Altro che Amore 14. Le protagoniste di Deliver us a stento li raggiungono i quattordici… eppure fumano, rubano, inneggiano a satana, provocano. Torturano, minacciano, spiano suore baciarsi, delano. Sputano ostie, appiccano incendi, sconsacrano vesta, avvelenano uccelli, si denudano. Si fanno rincorrere, si sottraggono, subiscono violenza, sbadigliano in chiesa, fanno eccitare preti, leggono poeti maledetti, irridono contadini. Uccidono. Altro che Amore 14. Questo film provoca irrita critica eccede sbaglia e bestemmia. Cose impensabili nell’era della messa in latino e delle fiction sacrali.

Pellicola considerata blasfema e quindi censurata e bandita in alcuni stati, mostra inoltre alcune uccisioni di piccoli volatili (spero siano finte!), contribuendo a renderla difficile. Due giovani ed agiate studentesse di un collegio cattolico praticano segretamente un culto oscuro e compiono una serie di nefandezze per compiacere il proprio signore. Il livello criminale di tali azioni, inizialmente puerile, si alza pericolosamente, fino a giungere ad un punto di non ritorno che ha il suo epilogo nell’allucinante finale.

Essere adolescenti non è mai semplice. Difficile tenere a bada la frenesia, l’ebrezza del proibito scoperto (e violato) poco a poco, la voglia di ribellarsi e capire il valore delle proprie azioni. Talvolta lo scotto da pagare è alto e riporta alla realtà due ragazzine che vogliono giocare a fare le grandi; ma solo per un attimo: c’è ancora tempo per l’ultimo affronto ai benpensanti. Tosto per l’epoca, visto oggi è quasi una versione edulcorata di una realtà giovane spesso ben più maligna. Ma questa, è un’altra storia. Non male, le ninfette.

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Cattivi pensieri

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Un banale contrattempo costringe l’avvocato milanese Mario Marani a rientrare a casa; sull’aeroporto nel quale attende il suo volo si è addensata una fittissima nebbia e come conseguenza il volo sul quale Mario doveva imbarcarsi viene cancellato.
Rientrato in casa, trova sua moglie, la bellissima Francesca, che dorme il sonno del giusto.
Mario si dirige verso uno stanzino e al suo interno ha la disgrazia di vedere un paio di piedi nudi.
Convinto che nel piccolo ripostiglio si nasconda l’amante di sua moglie, Mario porta con se Francesca in un lungo giro di lavoro durante il quale spera di scoprire chi sia in realtà la figura da lui vista nello stanzino.

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Edwige Fenech e Ugo Tognazzi

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I vari indiziati sono, di volta in volta, le persone della cerchia frequentate dalla coppia, ma la verità è che nello stanzino era rimasto chiuso il figlio del portinaio che si era nascosto nella casa per ammirare i fucili da caccia di Mario.
Quest’ultimo ha un’amante, ma nonostante tutto rimarrà con il dubbio che anche Francesca gli restituisca la pariglia.
Ugo Tognazzi è stato indiscutibilmente un grande attore; molto differente invece il discorso sulla sua capacità di mettersi dietro la macchina da presa.
E Cattivi pensieri, il penultimo film da lui diretto prima della eccellente prova offerta con I viaggiatori della notte, mostra proprio queste sue vistose lacune, ovvero mancanza di ritmo e mancanza del guizzo che distingue il purosangue dal cavallo normale.

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Luc Merenda con la Fenech

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Siamo nel 1976, Ugo Tognazzi è ormai considerato uno dei quattro grandi del cinema italiano ed è contemporaneamente impegnato nella direzione di questo film come regista mentre come attore compare in Al piacere di rivederla, in Telefoni bianchi, in  Signore e signori, buonanotte e infine come attore anche in Cattivi pensieri.
La storia è abbastanza banale, una storia di corna come tante altre ne abbiamo visto sullo schermo; l’unica variazione di rilievo al clichè classico del marito geloso che alla fine sembra ossessionato dal fatto di essere becco (mentre a lui è concesso avere un’amante, come da italico copione) è l’introduzione di sequenze abbastanza osè anche per un’attrice come la Fenech, generalmente ben disposta nel mostrare abbondantemente il suo magnifico corpo.
Ma a Tognazzi non riesce nessuna delle intenzioni iniziali; il film non solo si dimostra lentissimo e banale, ma alla fine riesce nella difficile impresa di trasformarsi in un letale sonnifero e contemporaneamente in una palude melmosa dalla quale si riemerge con l’impressione di aver sprecato davvero male il proprio tempo.

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Imbarazzante anche la recitazione dei protagonisti, quasi fossero consapevoli di partecipare ad un film di bassa lega.
Il che se vogliamo è il naturale sbocco di cento e passa minuti di tedio assoluto, infarcito di inutili volgarità e sopratutto con la spocchiosa pretesa di girare un film con non nascoste velleità di satira di costume.
La realtà è  diversa in maniera desolante.
La storia è un deja vu continuo; lo stereotipo dell’italiano infedele ma intransigente quando si tratta di corna personali e sopratutto dialoghi rozzi e tagliati con l’accetta sono un calcestruzzo impossibile da digerire.
Un peccato per Tognazzi, che qualche cosa di buono (come regista, of course) riuscì a mostrarla nel film successivo, quel già citato I viaggiatori della sera che rimane opera di gran valore ampiamente sottovalutata.

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Il che, alla luce dell’opacissima prestazione fornita con Cattivi pensieri, rimane dilemma amletico da sciogliere, ovvero: Tognazzi avrebbe potuto fare di meglio perchè aveva finalmente imparato a stare dietro la MDP oppure il tutto fu casuale, un po come il concerto perfetto che riesce una volta sola?
Poichè l’Ugo nazionale non girò più nulla, questo è davvero un dilemma insolubile.
Va detto che se il film è davvero poca, pochissima roba, lo si può ricordare per alcune chicche rappresentate dal curioso cast; la presenza per esempio della cosidetta signora della tv Mara Venier, della top model Veruschka, del bravo e sfortunato giornalista sportivo Beppe Viola (che aveva lavorato già con Tognazzi in Romanzo popolare) e dal nudo di Luc Merenda (bissato poi in Action di Tinto Brass) oltre che dalle eleganti presenze di Massimo Serato e Orazio Orlando.

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Cattivi pensieri,un film di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi, Massimo Serato, Luc Merenda, Orazio Orlando,Edwige Fenech, Veruschka, Mario Bernardi, Piero Mazzarella, Paolo Bonacelli, Mara Venier, Mircha Carven, Yanti Somer, Pietro Brambilla, Angelo Pellegrino
Commedia, durata 105 min. – Italia 1976

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Ugo Tognazzi: Mario Marani
Edwige Fenech: Francesca Marani
Paolo Bonacelli: Antonio Marani
Piero Mazzarella: Concierge
Yanti Somer: Paola
Mara Venier: signora Bocconi
Laura Bonaparte: signora Retrosi
Mircha Carven: Lorenzo Macchi
Pietro Brambilla: Duccio
Veruschka: amante di Mario
Orazio Orlando: Avvocato Borderò, socio di Mario
Massimo Serato: Carlo Bocconi
Luc Merenda: Jean-Luc Retrosi
Guido Nicheli: ospite
Beppe Viola: commissario di polizia
Angelo Pellegrino: assistente di Confindustria
Riccardo Tognazzi: Gino

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Regia     Ugo Tognazzi
Soggetto     Ugo Tognazzi, Antonio Leonviola
Sceneggiatura     Ugo Tognazzi, Antonio Leonviola, Enzo Jannacci, Beppe Viola
Produttore     Edmondo Amati
Fotografia     Alfio Contini
Montaggio     Nino Baragli
Musiche     Armando Trovajoli

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Profumo di donna

Profumo di donna locandina

A Giovanni Bertazzi, una giovane recluta in permesso premio viene affidato un compito all’apparenza molto semplice: fare da attendente al capitano in pensione Fausto Consolo che è rimasto privo della vista e di un arto in seguito ad una esplosione.
Il compito di Giovanni è anche quello di accompagnare il Capitano a Napoli, dove dovrà incontrare il suo vecchio amico Vincenzo privo anch’esso della vista.
Partiti in treno da Torino, i due fanno tappa a Genova, ove il Capitano affida al giovane il compito di procurargli una prostituta, cosa che Giovanni fa con riluttanza mentre nella fermata successiva nella capitale, la scena è tutta riservata all’incontro tra Fausto e un suo cugino prete dal quale scaturirà un dialogo crudele in cui tutta l’amarezza del capitano sulla sua triste condizione fisica si scontrerà con la logica un pò farisea di Don Carlo.

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Agostina Belli

A Napoli i due finalmente incontrano Vincenzo e qui trovano la bellissima Sara che ha conosciuto da piccola il Capitano e che da allora è invaghita di lui. La donna tenta di corteggiare Fausto, ma quest’ultimo è arrivato nella città partenopea con un solo scopo, quello di suicidarsi con l’amico Vincenzo. Il progetto dei due fallirà per imperizia e per un sussulto di autoconservazione; se prima Fausto aveva respinto fermamente la corte della ragazza, nelle ultime drammatiche sequenze, quando capisce di non poter vivere da solo, chiama a se disperatamente la donna. Giovanni può tornare a casa, sicuramente arricchito dall’esperienza di aver conosciuto quell’uomo che così tanto gli ha insegnato.
Questa in estrema sintesi la trama di Profumo di donna, film diretto dal grande Dino Risi nel 1974, che sceneggiò con Ruggero Maccari una riduzione cinematografica del romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino.

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Vittorio Gassman

Un film davvero molto bello, sia come ambientazione sia come storia tout court, che si dipana attorno al confronto generazionale tra Fausto e Giovanni, un rapporto che diverrà nei pochi giorni in cui i due viaggeranno assieme, quasi una sorta di apologo tra due ruoli opposti ma che alla fine potranno arrivare a toccarsi, un rapporto padre/figlio che tali non sono geneticamente ma che trova alcun punti di contatto che avvicinano i due personaggi principali.
In mezzo le lezioni di vita del capitano, reso cinico dalla sofferenza e dalla perdita della vista, che serviranno all’ingenuo Giovanni per capire che la vita offre tante sfaccettature quante lui non riesca ad immaginare per mancanza di esperienza e per l’inevitabile immaturità.
Giovanni imparerà alcuni dettagli che potranno servirgli nella vita, come distinguere una donna e il suo lavoro solamente attraverso l’olfatto oppure cosa più importante a non fidarsi mai delle apparenze.

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La regina del circo, Moira Orfei, interpreta la parte della prostituta chiesta dal Capitano e cercata da Giovanni

Perchè dietro la mancanza della vista e il cinismo che Fausto mostra al suo giovane attendente c’è il dramma di un uomo che non è solo un semplice non vedente, ma un uomo profondamente solo che vede però molto meglio di tanti suoi simili normo dotati.
Lo dimostra quando riesce ad aprire gli occhi a Giovanni sull’infedeltà della sua fidanzatina, quando riesce a mettere in un angolo Don Carlo e i discorsi abbastanza banali e retorici che quest’ ultimo fa giustificando con la fede l’esistenza del male; un discorso puamente teorico che il sacerdote fa non avendo sperimentato sulla sua pelle il male e il dolore fisico.
Anche Vincenzo, che pure è un non vedente come Fausto, in realtà non possiede le caratteritiche del Capitano, la sua profonda perspicacia, quel cinismo latente e dolente che porta il capitano a vedere oltre l’apparenza e che in pratica lo costringe a isolarsi da tutti, come mostrerà nel corso del suo tormentato rapporto con Sara, che vorrebbe amare e che proprio per questo respinge.

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Hai sentito? Odore di femmina!

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La risata beffarda di Fausto all’offerta da parte di Sara del suo amore

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Sara fugge in lacrime, rifiutata dal Capitano

Sara, che ama profondamente il Capitano, riuscirà a far breccia nel cuore di Fausto proprio nel momento in cui lo stesso mostra tutta la fragilità che si nasconde dietro la sua teoria; il fallito suicidio mostra a Fausto quanta importanza possa avere ancora per lui un ostegno morale ancorchè fisico, sopratutto se questo gli viene donato dall’unica persona che in fondo lo ama davvero.
Perchè Vincenzo è solo un amico peraltro non particolarmente acuto come lui e Giovanni è solo un personaggio che transita per qualche istante nella sua vita; cos’altro resta al Capitano a cui aggraparsi, quale speranza può nutrire ancora se non quella di prendere quell’amore disinteressato che Sara gli mostra?
Se Profumo di donna ha delle lacune, queste vengono letteralmente oscurate dalla gigantesca prova d’attore di Vittorio Gassman, che da corpo ad una delle più belle e intense rapresentazioni di un personaggio nella storia del cinema. Talmente convincente da sembrare quasi una proiezione di un alter ego nascosto,  una rappresentazione visiva del proprio intimo che probabilmente non era tanto lontano da quello del Capitano Fausto.
Gassman recita a tutto tondo, assecondato dal compianto, bravissimo Alessandro Momo che di li a poco sarebbe scomparso tragicamente (Roma, 20 novembre del 1974) in seguito ad un incidente motociclistico che procurò dei guai all’attrice Eleonora Giorgi, proprietaria del mezzo con cui Momo ebbe l’incidente fatale. L’attore infatti non aveva ancora compiuto 18 anni essendo nato a Roma il 25 novembre del 1956.

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Lo sfortunato Alessandro Momo

Un destino tragico, quello di Momo, morire 5 giorni prima del suo compleanno proprio mentre si stava affermando come una giovane star in seguito ai successi travolgenti dei due film da lui interpretati sotto la regia di Salvatore Samperi, Malizia e Peccato veniale.
Anche Agostina Belli mostra tutto il suo talento nell’interpretazione della giovane Sara: curiosamente in alcune recensioni la Belli viene ridimensionata, mentre in realtà riesce a caratterizzare benissimo il personaggio della dolce Sara, ancora di salvezza e unico futuro possibile per il maturo Capitano.
Il film di Risi è armonico e ben calibrato e diventerà uno dei punti fermi della cinematografia italiana degli anni settanta.
A pensarla nello stesso modo infatti furono i giurati del premi David di Donatello, che premiarono Risi per la miglior regia dell’anno e Gassman per la migliore interpretazione; l’attore genovese bissò il risultato l’anno dopo a Cannes dove venne nuovamente insignito del premio per la migliore interpretazione maschile. Nel 1976 il film ottenne anche il Cesar come miglior film.

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L’ultimo dialogo tra due amici

Profumo di donna,un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Agostina Belli, Moira Orfei, Alessandro Momo, Franco Ricci,Lorenzo Piani, Vernon Dobtcheff, Carla Mancini, Alvaro Vitali, Elena Veronese, Sergio Di Pinto, Stefania Spugnini, Torindo Bernardi, Al Pacino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1974.

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Vittorio Gassman: Capitano Fausto Consolo
Alessandro Momo: Giovanni Bertazzi
Agostina Belli: Sara
Moira Orfei: Mirka
Torindo Bernardi: Vincenzo
Alvaro Vitali: Vittorio, il barista
Franco Ricci: Tenente Giacomino
Elena Veronese: Michelina
Stefania Spugnini: Candida
Marisa Volonnino: Ines
Sergio Di Pinto: Raffaele
Vernon Dobtcheff: Don Carlo

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Regia     Dino Risi
Soggetto     Giovanni Arpino
Sceneggiatura     Ruggero Maccari, Dino Risi
Fotografia     Claudio Cirillo
Montaggio     Alberto Gallitti
Musiche     Armando Trovajoli
Scenografia     Lorenzo Baraldi
Costumi     Benito Persico

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Ottima regìa. Gassman immenso pur quando gigioneggia, il povero Momo bravino, la Belli (non credibile come napoletana) di una bellezza e di una freschezza tanto note quanto notevoli. Ci sono pure Alvaro Vitali e Di Pinto. Vernon Dobtcheff, non accreditato, è un ottimo Don Carlo. L’unica cosa che stona è il finale, diverso rispetto al libro, che in molti passi è seguito parola per parola. Commedia drammatica che sfocia nel lacrimoso, ma di alto livello. Ruffianamente bella la musica di Trovajoli.

Bel film di Dino Risi, decisamente superiore al remake americano, che tuttavia si avvale della presenza di Pacino. Il film, la cui buona sceneggiatura è tratta da un romanzo di Arpino, è dominato dalla figura del protagonista, interpretato da un Gassman che giganteggia sul resto del cast, dando vita a una figura che è nel contempo esplosiva, ma anche cinica e tragica, per un film dal retrogusto amaro.

Successone, e vetrina per un formidabile (e incontenibile) Gassman, che si mangia a merenda tutto il cast (però Momo è perfetto per la parte, poverino). Amaro, poco consolatorio, non un Risi capitale, ma comunque eccellente e superiore – nonostante la superlativa prova di Pacino – al pur valido remake. La Belli ha recentemente confessato pessimi ricordi del clima sul set, che a suo dire la videro spesso presa nel mezzo fra i due Grandi Cinici.

Timido militare di leva deve accompagnare in viaggio un ufficiale cieco. Un film bellissimo sulla storia potente di un vecchio allupato, esuberante e loquace, che umilia un ragazzo spalancandogli però le porte a un mondo diverso e conturbante. I toni da commedia all’italiana, che accompagnano tutto il lavoro riservando molte occasioni di riso o sorriso, sottolineano questo divario, ma soprattutto l’amaro baratro della solitudine in cui sta il protagonista (un grandissimo Gassman), rivelandoci la sua intima fragilità dietro la corazza di macho.

Grossa delusione. La partenza è in grande stile, all’insegna dell’istrionismo di un grandissimo Gassman, che nasconde la propria debolezza dietro una scorza di cinismo ed arroganza; poi, pian piano, tutto precipita verso un finale melenso e stucchevole, complice l’insopportabile personaggio della Belli, folle di un assurdo amore dettato da libidinosa pietà. C’è pure Alvaro Vitali, orribilmente (e imperdonabilmente) doppiato. Molto meglio il più vigoroso remake a stelle e strisce.

Discreto film di Risi dominato dalla grandissima prova di Gassman, l’assoluto protagonista di una bella storia che, grazie alla sua comicità spesso nera ed abbastanza cattiva (e nonostante qualche cedimento ad un po’ di patetismo), coinvolge e diverte non poco lo spettatore. Decisamente superiore allo scialbo rifacimento di Brest.

Commedia amara diretta da Dino Risi e ottimamente interpretata da Vittorio Gassman; non riuscita al 100%, comunque molto interessante e ben più valida del remake americano (interpretato da Al Pacino). Anche Alessandro Momo è ben addentro alla parte e Agostina Belli, sempre bellissima, se la cava, anche se improponibile come napoletana. Un buon esempio di drammatico che sfiora il melenso, ma che sa rimanere su buoni livelli. Da vedere.

Fino all’arrivo a Napoli un mezzo capolavoro, imperniato sia sul vivace road-movie intrapreso dall’austero comandante che tiene sotto schiaffo il timido cadetto sia, soprattutto, sulla figura di Gassman, che con una prova sontuosa si rilancia in grande stile dopo qualche anno di stanca. La tappa partenopea rallenta tutto il film, che si sposta troppo sul sentimentale, focalizzandosi sull’infelice personaggio incarnato dall’insipida Belli. Momo invece è molto credibile. Eccedono nel melò le belle note di Trovajoli. Diverso, ma non migliore del suo remake.

Sarebbe stato da 3 pallini, ma rovina tutto l’entrata in scena di Agostina Belli qui in una delle sue parti peggiori (non che reciti male.. ma il personaggio è veramente una lagna fuoriposto). Ottimi Momo e Gassman (uno dei nostri migliori attori di sempre), da dimenticare la Belli. Passabile nonostante le musiche tristi e la parentesi sentimentale.

Bellissimo film in cui il protagonista emerge con il suo cinismo che cela la disperazione per una realtà non accettata; Momo fa da contraltare come Trintignant nel Sorpasso (ma è ancor più giovane ed inesperto). Dolce la Belli, anche se non si comprende fino in fondo perché si innamori di una canaglia simile. Da ricordare il cameo di Moira Orfei. Il remake è proprio un altro film.

Un Gassman memorabile tratteggia ed interpreta un altezzoso ufficiale dell’Esercito non vedente a causa di un incidente sul campo. Dopo una valida prima parte, incentrata su un lungo viaggio in treno, la narrazione approda a Napoli, dove tra feste e riflessioni si rischia il tragico epilogo. Una splendida Belli ed un promettente ma sfortunato Momo, accompagnano il Mattatore in questa digressione sulla vita e sulla morte.

Sopra ogni cosa un film dei ricordi. Come si facciano film così carichi di sentimenti, è difficile da sapere, a noi comuni mortali il compito di saperli leggere. Il Gassman di questo film è inarrivabile: recitazione, contemplazione del proprio ego, sublimazione dei movimenti. Nei paraggi il resto del cast, ammira. Tutto funziona a meraviglia grande Risi. La Napoli piena di sole e incorniciata va bene così.

Melanconico a partire dal tema musicale che apre e chiude, ma con quella risata cinica che tra Risi e Gassman trova la sua naturale collocazione. Si perde talora in eccessi ma la sua bellezza sta di gran lunga nell’interpretazione del mattatore, qualcosa che spazza via il resto del cast: beffardo, drammatico, istrionico, cinico (appunto), fornisce una fotografia più che umana dell’uomo (non dimenticandosi di farlo notare tra i dialoghi finali). Da vedere.

Gassmann in una forma a dir poco strepitosa. Location tutte azzeccate. Paragonata all’interpretazione di Al Pacino che con questo film ha vinto l’Oscar, Gassman lo meriterebbe a maggior ragione postumo. Agostina Belli in questo film appare bella e affascinante come non mai.

Dino Risi è un grandissimo regista. L’ho scritto spesso e convintamente lo ribadisco oggi parlando di questo film, girato più di vent’anni fa. Era una storia bellissima, estratta da un romanzo di quel genio dimenticato che era Giovanni Arpino. Il libro si chiamava Il buio e il miele ed è una storia di un militare diventato cieco, della sua disperata vivacità, della poesia tragica della voglia di vivere, comunque, a ogni costo. Vittorio Gassman è il protagonista, in linea con i grandi personaggi con i quali aveva, negli anni precedenti, attraversato la miglior commedia italiana. » (Gian Luigi Rondi)

Profumo di donna banner citazioni

È una fortuna essere ciechi perché i ciechi non vedono le cose come sono ma come immaginano che siano. (Fausto)
 Sai cos’è l’amico? Un uomo che ti conosce a fondo e nonostante ciò ti vuole bene. (Fausto)
Hai sentito? Odore di femmina! (Fausto)
Paura di che? Il peggio che ci poteva capitare ci è già capitato. (Fausto )
È una fortuna essere ciechi: perché i ciechi non vedono le cose come sono, ma come immaginano che siano.(Fausto)

L’arma,l’ora,il movente

L'arma l'ora il movente locandona

Il piccolo Ferruccio, orfano di genitori e “adottato” da un convento femminile, assiste non visto all’omicidio di un prete, Don Giorgio.
Il prelato, un insegnante di musica presso il convento, aveva una vita privata assolutamente non consona ai voti presi: era stato infatti l’amante di Orchidea (protettrice del piccolo Ferruccio) e in seguito di Giulia, subito dopo aver troncato la sua relazione con Orchidea.
Le indagini vengono affidate al commissario Boito, che indagando, scopre i legami proibiti tra il parroco e le due donne ma sospetta del sagrestano di don Giorgio, che aveva avuto dei trascorsi in galera.

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Caduta la pista, il commissario indirizza i suoi sospetti sul marito di Orchidea, ma nel frattempo a morire sotto le mani del misterioso assassino è Giulia, uccisa in pieno giorno nel parco del convento.
Il marito di Orchidea muore apparentemente suicida, il che per Boito equivale ad una sorta di confessione; così il commissario decide di chiudere il caso.
Avendo intrecciato una relazione sentimentale proprio con Orchidea, si appresta a sposarla, ma durante la cerimonia religiosa accade che….

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L’arma, l’ora, il movente è un thriller convenzionale girato da Francesco Mazzei nel 1972, su sceneggiatura dello stesso regista e di Mario Bianchi e Vinicio Marinucci: uno dei tantissimi thriller della produzione iniziale dei primi anni settanta, i più fortunati per questo genere, lanciato da registi come Fulci e Bava ma sopratutto nati sull’onda dello straordinario successo di L’uccello dalle piume di cristallo, primo thriller di Dario Argento.
Un film demolito dalla critica e da buona parte degli spettatori, che pure così malvagio non è.
Se la trama non è certamente nuova e il finale non riserva particolari sorprese perchè lo spettatore più attento ha già identificato il colpevole, L’arma,l’ora il movente si guarda comunque con interesse, perchè il film ha un minimo di suspence e sopratutto perchè Mazzei fa onestamente il suo mestiere.

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Il cast recita decentemente e sorprende trovare Renzo Montagnani in una parte “seria”, così lontana da quelle che saranno il suo trademark, ovvero il comico sornione protagonista di tante commedie sexy o del filone della commedia all’italiana.
La simpatia naturale che il compianto Renzo ispira fa dimenticare alcune lacune dell’attore, che anche quando recita seriamente non rinuncia mai veramente a gigioneggiare e a mettere la sua caratteristica ironia nel personaggio interpretato.

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Nel cast figura anche Bedy Moratti (figlia del petroliere e sorella dell’attuale presidente dell’Inter Angelo), al suo primo vero film da protagonista, così come presente è anche un’altra compianta attrice specializzata in ruoli secondari, Eva Czemerys. Bravo il piccolo Arturo Trina, che interpreta il personaggio chiave della storia ovvero il piccolo Ferruccio.
Il prete “playboy”, Don Giorgio, è interpretato con moderazione da Maurizio Bonuglia.
Tutto sommato, con scarso materiale tecnico e con un budget stringatissimo, Mazzei tira fuori un’opera che non delude totalmente.

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Certo, il plot inizale è quello che è e il regista maschera qualche incertezza della sceneggiatura ricorrendo ad un espediente che sarà il più utilizzato negli anni a venire, ovvero inserire quà e là qualche nudo anche abbastanza osè delle due protagoniste.
Un film diventato, con il passare degli anni, un autentico mistero: chi è riuscito a vederlo lo ha fatto o al cinema o in qualche edizione riversata su vecchie VHS, in quanto non è stato praticamente mai riproposto dalle tv private ne risulta a tutt’oggi editato in Dvd.
Come noterete dai fotogrammi che ho scelto per illustrare il film, essi risultano quasi gialli e sbiaditi, per colpa della bassa risoluzione usata per il riversaggio in VHS.
Se riuscite a trovarlo in qualche modo, guardatelo: non è certo un film rappresentativo di un’epoca ma ha qualche freccia al suo arco.

Aggiornamento

Il film è disponibile su You tube, in versione completa all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=ftlbXZs_3-o

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L’arma, l’ora, il movente ,un film di Francesco Mazzei. Con Renzo Montagnani, Bedy Moratti, Eva Czemerys, Arnaldo Bellofiore,Adolfo Belletti, Salvatore Puntillo
Giallo, durata 105 min. – Italia 1972.

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Renzo Montagnani     …     Commissario Franco Boito
Bedy Moratti         …     Orchidea Durantini
Eva Czemerys          …     Giulia Pisani
Salvatore Puntillo          …     Moriconi
Claudia Gravy         …     Suor Tarquinia
Arturo Trina          …     Ferruccio
Anselmo Barsetti         … Il sacrestano
Maurizio Bonuglia          … Don Giorgio
Gina Mascetti         … La madre superiora    

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Regia: Francesco Mazzei
Sceneggiatura: Francesco Mazzei, Bruno Di Geronimo, Vinicio Marinucci, Mario Bianchi
Fotografia: Giovanni Ciarlo
Montaggio: Alberto Gallitti
Musiche: Francesco De Masi
Produzione: Julia Roma
Distribuzione: Panta

Siamo tutti in libertà provvisoria

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Durante un incontro amoroso con una misteriosa donna, l’onorevole Virgizio viene colto da infarto e muore. Ai funerali la vedova dell’onorevole, parlando con i figli, si dice convinta che il marito sia morto durante un’orgia.
Confida così i suoi dubbi al giudice Langellone, del quale è amico; il giudice è momentanemente sottoposto a indagini per aver partecipato ad una riunione di magistrati di orientamento politico fascista.
Langellone riesce a convincere il suo superiore della necessità di riaprire le indagini, nonostante quest’ultimo non abbia alcuna intenzione di concedere l’autorizzazione.

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Marilù Tolo: Emilia moglie di Langellone

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Macha Méril : Gisella moglie di Mario De Rossi

Ma con furbizia Langellone ottiene ciò che vuole e affida le indagini al Commissario Panzacchi, un integerrimo funzionario di polizia che affronta il suo lavoro con entusiasmo, nonostante capisca che la legge non è uguale per tutti.
Avrà modo di veder confermati i suoi peggiori sospetti, man mano che le indagini entrano nel vivo e permettono di far luce sulla vicenda.
Nel frattempo, viene sottoposto a indagini Mario De Rossi, un solerte e incorruttibile funzionario del ministero di giustizia, un uomo anonimo ma tutto di un pezzo, già trasferito due volte per non aver voluto accettare l’uso delle bustarelle nei ministeri in cui aveva prestato servizio.
Per sua sfortuna, il nome di De Rossi viene trovato tra le carte dell’onorevole defunto, e il pover’uomo, non riuscendo a ricordare dove fosse la sera dell’accaduto finisce per essere arrestato.

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Riccardo Cucciolla: Mario De Rossi

Panzacchi, con tenacia, ricostruisce intanto la vicenda, grazie anche all’aiuto assolutamente involontario di una sua vecchia conoscenza milanese, Giuseppe Mancini detto ‘Pulcinella’ un ex palo di una banda.
Mancini infatti racconta di come abbia collaborato a trasportare il corpo dell’onorevole Virgizio fuori da un appartamento affittato di volta in volta a coppie illegali e gestito proprio dalla moglie di De Rossi, una donna profondamente innamorata del marito ma anche amante della bella vita.
La donna approfittava dell’ingenuità di Mario De Rossi facendogli credere di vincere frequentemente al lotto, giustificando così le cospicue entrate della gestione della casa d’appuntamento che la donna utilizzava con la collaborazione di un malvivente di mezza tacca.
Proseguendo le indagini, Panzacchi scopre anche il nome della misteriosa donna che era con l’onorevole durante il congresso carnale clandestino;si tratta di Emilia, moglie del giudice Langellone che si concedeva svariati amanti per sfuggire alla routine matrimoniale.

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I coniugi Langellone

Il commissario naturalmente indirizza con malizia i sospetti del giudice raccontandogli di aver trovato tra le carte del morto poesie d’amore dell’amante a Emilia, in cui sospirava d’amore e desiderio, di voglia di baciarle “quella tua voglia di fragola che hai sulla coscia”
Langellone collega immediatamente la moglie al morto e durante un colloquio notturno costringe la moglie a confessare.
Il giorno dopo presenta un’arringa al suo superiore, unitamente ad una lettera di dimissioni.
Ma il superiore riesce ad insabbiare tutto, promuovendo il giudice ad altro ufficio e soffocando lo scandalo.
L’unico a rimetterci davvero è il povero De Rossi, che finisce in un manicomio completamente fuori di senno, assistito però amorevolmente da sua moglie Gisella.

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Francesca Romana Coluzzi: la vedova Virgizio

Film disomogeneo, disorganico, penalizzato da una eccessiva lunghezza e da alcuni “siparietti” davvero monotoni, Siamo tutti in libertà provvisoria esce nelle sale italiane nel 1971 per la regia di Manlio Scarpelli, più conosciuto per aver scritto sceneggiature di fiction televisive (all’epoca chiamate serie Tv) come Il commissario De Vincenzi e la riduzione televisiva del Sandokan.
Creato con dispendio di mezzi e con un cast di primissimo piano, Siamo tutti in libertà provvisoria mostra la corda dopo poco più di venti minuti, arenandosi in una serie di ritratti poco incisivi e superficiali dei protagonisti della vicenda.
Che sicuramente, nelle intenzioni di Manlio Scarpelli e Ruediger von Spiess che curarono la sceneggiatura, prevedeva una sorta di satira sociale sui mali della giustizia e sul perbenismo della buona società, sulla inutilità di essere portatori di valori sani (testimoniata dalla ingiusta reclusione di De Rossi) e viceversa sul delitto che paga, anche se in questo caso siamo davvero di fronte a reati di pochissimo conto che colpiscono più la morale che le leggi che governano la società civile.
Il mondo della magistratura è visto come un’ambiente più simile ad una giungla, dove vige la legge del più forte che un mondo dove il cittadino sa di potersi rivolgere per ricevere giustizia; ma il tutto è raccontato sia in parole che in immagini così sommarie e mal definite da risultare sterile.
Deprimenti sono ad esempio le interruzioni della narrazione intervenute per mostrare gli incubi del povero De Rossi, che non riesce in alcun modo a spiegarsi come la giustizia possa sbagliarsi un modo tanto maldestro, così come assolutamente fuori luogo è la lunga partita a carte tra il commissario Panzacchi e il piccolo furfante Pulcinella.

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Philippe Noiret,Il giudice Langellone

L’ultima perla è il duello in aula tra l’avvocato difensore e la pubblica accusa, naturalmente anche questo girato ad alta velocità e con immagini sfumate, quasi a voler simboleggiare il confine tra sogno e realtà.
Il cast, pur di gran livello, non riesce a uscire dalla palude dei luoghi comuni e del deja vu che infestano la sceneggiatura; così troviamo un buon Riccardo Cucciolla che interpreta con garbo e in maniera dolente lo sfortunato e onesto de Rossi accanto a Vittorio De Sica assolutamente svogliato e svagato nel ruolo poco credibile del napoletano Mancini-Pulcinella, bene Ivo Garrani nel ruolo del capo dei magistrati e bene anche Cirino (il commissario Panzacchi), Macha Meril (la moglie di De Rossi), Marilu Tolo (la moglie di Langellone). Malissimo Noiret(Langellone) ,

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lento apatico e doppiato in maniera dilettantesca e altrettanto male Lionel Stander, l’avvocato difensore di De Rossi. Piccole parti per Francesca Romana Coluzzi (la moglie dell’onorevole Virgizio) e per la grande Lia Zoppelli, che interpreta la direttrice di un atelier.
Vi segnalo la amena recensione del Morandini, assolutamente sbagliata che mostra ancora una volta l’inattendibilità di parte delle recensioni stesse; fate voi stessi il confronto fra il plot “vero” e quello del Morandini stesso; “Protagonista è un poveraccio afflitto da una moglie che crede di avere il bernoccolo degli affari. La donna si lancia in una serie di speculazioni ai limiti del codice e chi ne fa le spese è il marito che si ritrova da un giorno all’altro indiziato di reato. Durante l’istruttoria lo accusano formalmente di peculato. A suo carico ci sono solo indizi, ma intanto per il poveraccio è una via crucis di cui non s’intravede nemmeno la conclusione.” Sic….

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Langellone rinfaccia a Emilia la sua doppia vita

Siamo tutti in libertà provvisoria,un film di Manlio Scarpelli. Con Vittorio De Sica, Riccardo Cucciolla, Lionel Stander, Philippe Noiret, Mario Pisu, Claudio Gora, Vinicio Sofia, Vittorio Sanipoli, Riccardo Garrone, Mimmo Poli, Ivo Garrani, Andrea Bosic, Umberto Raho, Marilù Tolo, Macha Méril, Francesca Romana Coluzzi, Bruno Cirino, Francesco Sineri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1971.

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Philippe Noiret e Ivo Garrani

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Bruno Cirino :Commissario Panzacchi

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Vittorio De Sica: Giuseppe Mancini detto ‘Pulcinella’

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Claudio Gora

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Riccardo Cucciolla     …     Mario De Rossi
Philippe Noiret         … Giudice  Francesco Langellone
Macha Méril          … Gisella moglie di Mario De Rossi
Bruno Cirino         … Commissario Panzacchi
Lionel Stander         … Avvocato Bartoli
Vittorio De Sica         … Giuseppe Mancini detto ‘Pulcinella’
Marilù Tolo         … Emilia moglie di Langellone
Ivo Garrani         …Procuratore generale
Francesca Romana Coluzzi          … Moglie dell’onorevole Virgizio
Claudio Gora          … Capo del Ministero, superiore di De Rossi
Vittorio Sanipoli     …     Questore
Lia Zoppelli         … Direttrice dell’atelier
Umberto Raho         … Di Meo

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Regia     Manlio Scarpelli
Sceneggiatura     Manlio Scarpelli, Ruediger von Spiess
Casa di produzione     Zafes Film
Fotografia     Marco Scarpelli
Montaggio     Carlo Reali
Musiche     Augusto Martelli

La legge violenta della squadra anticrimine

La legge violenta della squadra anticrimine locandina

Il florido filone del poliziesco all’italiana o poliziottesco ha prodotto una caterva di pellicole per lo più girate nell’arco temporale di una decina d’anni, che va grosso modo dal 1969 al 1979 salvo eccezioni sia prima che dopo questo periodo.
La legge violenta della squadra anticrimine è uno dei tantissimi prodotti del genere, un film che non presenta particolari motivi d’interesse sia nel plot sia nella parte tecnica, con un cast di livello appena passabile e scene d’azione molto limitate.
Ha però qualcosa che, personalmente, lo rende speciale: è infatti uno dei rarissimi film girati nella mia città, Bari.
Nel 1976 il regista Stelvio Massi autore di poco più di una trentina di regie cinematografiche, dopo il lusinghiero successo di Mark il poliziotto e del sequel Mark il poliziotto spara per primo con protagonista il compianto divo dei fotoromanzi Lancio Franco Gasparri, adatta per lo schermo una sceneggiatura di Lucio De Caro e decide di girare il film nel capoluogo pugliese.

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Morte di un boss

Divide quindi il set tra Bari e Trani, dove ambienta poche scene girate principalmente fuori dal tribunale , non come erroneamente riportato da alcuni recensori.
Le scene più drammatiche, quelle dell’assalto al furgone postale che daranno il via alla narrazione vera e propria dopo la parte introduttiva vennero girate nell’androne di casa mia, mentre le scene della fuga a piedi dei rapinatori vennero riprese nelle immediate adiacenze, ovvero sul lungomare e nei pressi della Provincia, con alcune escursioni nella zona Rai; per chi conosce la mia città fa sicuramente un certo effetto vedere Capolicchio fuggire per il Lungomare Nazario Sauro e sbucare improvvisamente su Corso Cavour, nei pressi del teatro Petruzzelli che troneggia fiero nella sua antica bellezza, prima di essere completamente distrutto da un incendio doloso nel 1991.

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John Saxon, il commissario Jacoviello arresta un piccolo rapinatore

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Antonella Interlenghi, moglie del commissario Jacoviello

Ricordo ancora la troupe di Massi impegnata nelle riprese, tra il fatidico ciak si gira e i problemi legati ai curiosi che non avevano mai visto prima le riprese di un film e che guardavano con aria sorpresa dritti nell’obiettivo della macchina da presa, cosa facilmente riscontrabile in alcuni fotogrammi relativi all’inseguimento per le vie del centro, a cui vennero aggiunte sequenze sfasate come location girate a Trani.
Un’esperienza particolare, che avevo già vissuto quando in città vennero girate alcune scene di Polvere di stelle, con protagonisti Monica Vitti e Alberto Sordi, anche queste girate all’interno del Petruzzelli (ero fuori e cercavo disperatamente di essere preso tra le comparse che figuravano all’interno del teatro) e sul Lungomare Nazario Sauro, dove sorgeva l’Albergo delle Nazioni che divenne anche il set ideale di La legge violenta della squadra anticrimine.

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La sequenza della rapina

Questo film, come dicevo agli inizi, non ha particolari motivi di interesse, per cui farò una breve descrizione del plot mentre parlerò diffusamente delle varie location, illustrandole con i fotogrammi orignali del film, sperando naturalmente di non annoiarvi con una descrizione “turistico-amarcord” della mia città.
La storia narrà le vicende di Antonio Blasi, un giovane che partecipa ad una rapina ad un furgone blindato, nel corso della quale uccide un carabiniere a colpi di mitra.
Il giovane nella fuga ruba un auto, scegliendo però il personaggio peggiore, ovvero quella del fratello del capo della criminalità locale, Dante Ragusa

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Lino Capolicchio (Antonio Blasi) in fuga: alle sue spalle il Teatro Petruzzelli di Bari

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Rosanna Fratello è Nadia, la donna di Antonio

Per colmo di sventura all’interno dell’auto si trova una cartella contenente documenti compromettenti per il boss, che testimoniano affari loschi con alcuni politici.
Braccato dai sicari di Ragusa e dal commissario Jacovella, un uomo duro che crede nella repressione violenta della criminalità, Antonio finirà per trovare collaborazione solo in Maselli, un giornalista responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno in conflitto con Jacovella per i modi poco legali che quest’ultimo usa.
Antonio verrà ucciso da un sicario armato di fucile proprio davanti alla sede del giornale, mentre sta per consegnarsi a Jacovella e Maselli.
Grazie alle carte recuperate dal commissario, il feroce boss verrà arrestato.

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Lee J.Cobb è il boss Ragusa

Una storia abbastanza lineare, onesta  e diretta con mano agile da Massi, che si avvale di un cast abbastanza omogeneo nel quale figurano John Saxon (Jacovella), il compianto Renzo Palmer (il giornalista Maselli),Lee J. Cobb /Ragusa), Lino Capolicchio (lo sfortunato Antonio Blasi), Rosanna Fratello (Nadia, la donna di Blasi) e Antonella Interlenghi (la moglie di Jacovella); tutti recitano su uno standard accettabile rendendo così la visione del film abbastanza godibile.
Quindi uno dei tanti polizieschi senza infamia e senza lode, come dicevo agli inizi.
Impreziosito però dalla location.
In apertura di film si vede infatti una panoramica della città ripresa dall’alto, che mette in risalto alcuni dei punti più belli di bari, come la Basilica di San Nicola o lo splendido lungomare che appare com’era 35 anni fa qundi non ancora protetto dalle barriere frangiflutti, con il Teatro Margherita com’era all’epoca (sede in una sala cinematografica) che di li a poco avrebbe chiuso i battenti per essere restaurato un terzo di secolo dopo.

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Jacovella alla ricerca di Antonio

Si vede il teatro Petruzzelli e la stazione di Bari, lo storico palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno abbattuto stupidamente per lasciar posto ad un mostro realizzato con grandi vetrate oscurate, si vede il ponte di Corso Cavour appena costruito e altre strade che permettono una full immersion in una città che nei trent’anni successivi avrebbe subito profonde trasformazioni, quasi tutte in meglio.
Qualche giorno fa ho rivisto il film più che altro per assaporare il fascino di una città che ormai è solo il pallido ricordo di quella che era un tempo; fa un certo effetto vedere le strade della città vecchia (un tempo pericolosissime) attraversata dalle auto, prima di divenire fortunatamente zona interdetta al traffico e cuore pulsante della vita notturna della città, oggi riportata ad uno splendore che probabilmente non ha mai conosciuto davvero.
Stesso effetto nel vedere il lungomare così indifeso, preda delle mareggiate che periodicamente distruggevano parte di esso, prima che un violentissimo maestrale lo distruggesse quasi completamente e che costrinse l’amministrazione comunale a rifarlo per intero e a dotarlo di una barriera frangiflutti che da allora ha impedito alla furia del mare di far danni.
Ancora, strade secondarie con attività ormai scomparse da tempo, qualche conoscente immortalato mentre guarda stupito gli inseguimenti, il palazzo nuovo della Gazzetta del Mezzogiorno in via Scipione l’africano con le sue rotative e un interno così profondamente diverso da oggi,

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Vendetta sul padre di Antonio

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I due fidanzati progettano la fuga

il Barion e il Circolo della vela, oggi completamente ricostruito; la fiera del Levante, forse una delle cose che ha subito i cambiamenti peggiori, oggi in preoccupante declino segnata dalla crisi e soffocata dai debiti, il maestrale in piena regola che accolse la troupe di Massi il giorno in cui girarono le scene della rapina, la casa diroccata in cui si rifugia Antonio con Nadia con sullo sfondo lo splendido e un atntino inquietante paesaggio di Castel del Monte…
Insomma, l’occasione ideale per ricordare tempi ormai lontani anche nella memoria, alla ricerca di quella che era una città oggi irrimediabilmente scomparsa in alcuni suoi aspetti esteriori.
Una scena in particolare mi ha colpito profondamente: una panoramica sulla zona antistante il Barion chiamata dai baresi N’derr a la Lanze, che più o meno significa nella zona di Crollalanza, l’uomo che costrui lo splendido lungomare di Bari in piena epoca fascista, l’unica cosa degna di essere ricordata di quel periodo oscuro.
Nella breve sequenza si vedono ancora i venditori abusivi di cassette stereo e di “mangianastri”, di accendini taroccati e di oggetti di dubbia provenienza, che resistettero fino a metà degli anni 90 prima di essere sloggiati definitivamente dal sindaco che ricostrui la città vecchia, Simeone Di Cagno Abbrescia.
Per chi ama la mia città o voglia conoscerla com’era un terzo di secolo addietro il vedere questo film vale più di un qualsiasi archivio di foto inanimate: un viaggio alla scoperta di una città dal fascino davvero particolare.
La legge violenta della squadra anticrimine,un film di Stelvio Massi. Con Antonella Lualdi, Lee J. Cobb, John Saxon, Renzo Palmer,Rosanna Fratello, Guido Celano, Pasquale Basile, Alfredo Zammi, Lino Capolicchio, Giacomo Piperno, Thomas Hunter
Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1976

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La legge violenta della squadra anticrimine banner personaggi

John Saxon: Commissario Jacovella
Lee J. Cobb: Dante Ragusa
Renzo Palmer: Maselli, direttore del giornale
Lino Capolicchio: Antonio Blasi
Rosanna Fratello: Nadia
Antonella Lualdi: Anna Jacovella
Thomas Hunter: Agente Turini
Giacomo Piperno: Giordani, giornalista
Guido Celano: Padre di Antonio
Alfredo Zammi: Pasquale ‘Nino’ Ragusa
Pasquale Basile: Nicola, domestico di Ragusa
Francesco D’Adda: Operatore radio

La legge violenta della squadra anticrimine banner cast

Regia     Stelvio Massi
Soggetto     Lucio De Caro
Sceneggiatura     Lucio De Caro, Piero Poggio, Maurizio Mengoni, Dardano Sacchetti
Casa di produzione     PAC
Distribuzione (Italia)     PAC
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Mauro Bonanni
Musiche     Piero Pintucci
Scenografia     Carlo Leva
Costumi     Carlo Leva

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Veduta panoramica della città vecchia e del Lungomare, zona Margherita

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Renzo Palmer all’interno del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno

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John Saxon e Renzo Palmer di fronte alla Cattedrale (da non confondere con la Basilica di San Nicola)

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Veduta aerea, sullo sfondo il Castello Svevo e la Basilica di San Nicola

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La sede della Fiera del Levante, con l’indicazione 39a edizione (oggi siamo alla 74a)

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Veduta esterna di parte del complesso della Basilica di San Nicola

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Scorcio del porto dei pescatori

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I rapinatori fuggono per via Spalato, davanti all’ingresso della sede della Provincia

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Capolicchio in fuga dopo la rapina: tutte le attività alle sue spalle oggi non esistono più

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Il poliziotto a sinistra è appoggiato al muro dell’Albergo delle nazioni

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Posto di blocco all’altezza della zona Rai, nei pressi di Piazza Gramsci

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Antonio e Nadia in fuga: alle spalle si intravede Castel del Monte

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Lo storico mercatino del pesce di “N’derr a la Lanze”

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Una bottega artigiana in Via Disfida di Barletta nella città vecchia

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Via Disfida di Barletta, che costeggia la Basilica di San Nicola

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L’ex mercato “dei contrabbandieri” nella zona “N’derr a la Lanze”

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Veduta di Piazza Moro (ex Piazza Roma), sede della Stazione Centrale

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John Saxon davanti la nuova sede della Gazzetta del Mezzogiorno