Colpo in canna

Colpo in canna locandina

Da un aereo che atterra in Italia, sbarca Nora Green; ha la divisa da hostess, e sembra una tranquilla, ingenua e un tantino sprovveduta ragazza americana.
La ragazza in realtà deve consegnare una lettera ad un boss della mala napoletana.
Nella lettera, scritta da un fantomatico personaggio che si firma l’Americano, ci sono minacce per Silvera, il boss.
La ragazza viene quindi pestata, perchè il boss la ritiene complice dell’Americano; la ragazza, abbandonata fuori da un circo, viene raccolta ed ospitata da Manuel, un trapezista che lavorava proprio con Silvera. Tra i due nasce una storia, ma la sua presenza crea scompiglio in città.

Colpo in canna 2

Ursula Andress

La banda rivale di Silvera, capitanata dal boss Calò, inizia a seguirla, così come fanno gli uomini del commissario del commissario Calogero.
Tra colpi di scena, inseguimenti, scazzottate si arriva al finale, quando si scopre che Nora in effetti è tutt’altro che una sprovveduta hostess, ma fa parte di una banda bene organizzata che da scacco matto alle bande rivali e alla polizia.
Colpo in canna, film del 1975 di Fernando Di Leo è un fiacco tentativo di coniugare il film giallo con connotazioni poliziesche con quello comico; il primo ad accorgersene fu proprio il regista pugliese, che difatti non lo annoverò mai tra i prodotti da ricordare.

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Il film, che mescola molte scene d’azione con la fisicità sexy ed estrema della protagonista, la biondissima Ursula Andress risente proprio dell’equivoco di partenza. Il film non è un giallo, ma semplicemente sfrutta alcune situazioni tipiche del giallo, non è un noir e alla fine si trasforma in uno strano prodotto che non ha nemmeno del comico, perchè di battute divertenti ce ne sono poche, e la parte comica, pur affidata a gente che on la comicità ci viveva, come Banfi e Giuffrè, risulta penalizzata proprio dall’intreccio improbabile tra le avventure della pseudo hostess e la lotta tra bande.

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Basti pensare all’inserimento, nel film, del personaggio assolutamente fuori contesto del piccolo gangster interpretato da Jimmy il fenomeno, oppure alla legnosità di Marc Porel, che nelle parti semi serie non è mai andato a nozze.
Intendiamoci, il film non è inguardabile, quanto piuttosto slegato e privo di mordente; la presenza della citata Andress, che si spoglia in alcune scene, vale quanto meno il prezzo del biglietto, così come, parlando di cose più serie, le scene finali dell’inseguimento tra l’auto del commissario Calogero e l’auto di Nora Green sono ben girate e coinvolgenti.

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Peccato per Di Leo, che avrebbe voluto dare un taglio ben diverso alla pellicola, ma che alla fine tira fuori un prodotto davvero modesto.
Si salvano, come già detto, la Andress, ma solo ed esclusivamente per la parte “fisica”, visto che anche lei non emerge dal grigiore generale del film, il solito Lino Banfi e la piccola parte di Maurizio Arena, il vero capo della banda.

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Colpo in canna, un film di Fernando Di Leo. Con Aldo Giuffré, Ursula Andress, Marc Porel, Maurizio Arena,Woody Strode, Loris Bazzocchi, Nello Pazzafini, Renato Baldini, Rosario Borelli, Isabella Biagini, Lino Banfi, Salvatore Billa, Ettore Geri, Lorenzo Piani, Pietro Ceccarelli, Carla Brait, Carla Mancini, Gino Milli, Omero Capanna, Brunello Chiodetti, Sergio Ammirata, Enzo Spitaleri
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1974.

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Ursula Andress …     Nora Green
Woody Strode …     Silvera
Marc Porel …     Manuel
Isabella Biagini …     Rosy
Lino Banfi …     Commissario Calogero
Aldo Giuffrè …     Don Calò
Maurizio Arena …     Padre Best
Rosario Borelli …     Umo di Silvera
Carla Brait …     Carmen
Renato Baldini …     Ali
Raul Lovecchio …     Il cieco
Sergio Ammirata …     Commissario Ammirata
Loris Bazzocchi …     Nora Henchman
Jimmy il Fenomeno …     Tano
Roberto Dell’Acqua …     Zanzara

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Regia Fernando Di Leo
Soggetto Fernando Di Leo
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Casa di produzione Cineproduzioni Daunia 70
Distribuzione (Italia) Alpherat
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Luis Enriquez Bacalov
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Gaia Romanini

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Ilsa la belva delle SS

Ilsa la belva delle SS locandina

Capostipite del florido filone dei film nazisploitation, Ilsa la belva delle SS è qualcosa di ben diverso da un film; mancando nello stesso una trama organica, potrebbe passare per un documentario sulle atrocità naziste, non fosse per tutta una serie di particolari che lo rilegano, a buon diritto, tra i film trash erotico/splatter, che è poi il traguardo a cui puntò il regista dello stesso, Don Edmonds, regista e attore americano che nel corso della sua carriera di cineasta ha all’attivo solo poche pellicole.

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Dyanne Thorne è Ilsa

Ilsa è un contenitore di orrori mescolati in tutte le salse, che punta principalmente sulla dettagliata descrizione per immagini di torture e efferatezze ai danni del solito gruppo di malcapitate; in questo caso le stesse finiscono in un campo comandato dalla spietata Ilsa, che sperimenta sulle prigioniere la resistenza al dolore. Per fare questo non esita a praticare torture inimmaginabili sulle povere cavie, sottoponendole a prove devastanti, come la penetrazione con falli elettrificati e altre raffinatezze che vengono mostrate allo spettatore.
Il tentativo, molto maldestro, di mascherare una sorta di parata di belle donne discinte sottoposte a sevizie sessuali e fisiche

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come documentazione degli orrori nazisti inizia da subito, quando immagini in bianco e nero del fuhrer introducono alla vicenda, con il solito sbarco dai camion delle prigioniere che vengono immediatamente denudate e sottoposte alle abominevoli ispezioni corporali.
Fin qui le cose vanno abbastanza bene anche dal punto di vista storico; era prassi consolidata, nei campi, quella di controllare detenuti e detenute per evitare che persone infette potessero contagiare, più che gli altri detenuti, le guardie stesse dei lager.
Dopo poco però ci si rende conto di dove il film vada a parare: iniziano le torture ai danni delle prigioniere, torture sadiche senza giustificazioni, che vedono le malcapitate bollite vive, ustionate  a morte, penetrate con falli elettrificati, frustate fino alla morte mentre l’ineffabile Ilsa si sollazza con i prigionieri maschi, che poi evira senza pietà.

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Se la figura di Ilsa ricorda quella di Ilse Koch, la cagna di Buchenwald, lo fa solo negli aspetti più deliranti della pur triste vicenda della kapò del campo di Buckenwald; è tutto da dimostare che la mente perversa della donna abbia poi davvero ideato torture fini a se stesse, per il solo gusto sadico di praticarle.
Cosi il film si snoda attraverso le dettagliate torture, storie appena abbozzate delle vite delle stesse nei campi, mentre  si sofferma con compiacimento sulle perverse figure delle carceriere, che frustano senza pietà mentre sono completamente discinte, sempre desiderose di obbedire, con voluttà, agli stravaganti ordini della direttrice del campo.

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Che mantiene anche buone relazioni diplomatiche con i suoi superiori, come dimostrato quando arriva un gerarca nazista per ispezionare il campo, e viene sedotto dalla ineffabile Ilsa.
In questo caso anche le alte sfere appaiono come un branco di ipodotati atti solo alle perversioni personali; il gerarca chiederà ad Ilsa non un normale rapporto  fisico, ma di farsi orinare addosso!
Il film quindi si snoda attraverso immagini più o meno crude, fino alla parte finale, che vede le donne del campo reagire e prendere possesso dello stesso, fino all’inevitabile arrivo di una colonna militare mandata a far pulizia per evitare che le truppe alleate trovino traccia degli orrori perpetrati nel campo stesso.

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E’ la fine di Ilsa, che viene giustiziata da un ufficiale tedesco mentre è legata ad un letto è attende di essere liberata; ovviamente due prigionieri sono riusciti a fuggire, in modo da poter raccontare quanto effettevamente accaduto.
Inutile dire che Ilsa la belva delle SS è un film senza alcun valore ne storico ne cinematografico; la recitazione degli attori è assolutamente approssimativa, a cominciare da quella della prosperosa Dyanne Thorne, volto e sguardo da nazista ma espressiva come un cocomero. Il resto del cast è assemblato secondo criteri rigorosamente fisici; vengono privilegiate comparse prosperose, che possano in qualche modo attrarre l’occhio concupiscente dello spèttatore.
Il resto, come ampiamente detto, è un campionario di orrori gratuiti.

Il film, che è girato in pratica in due baracche ricostruite e in un laboratorio di tortura che sarà il centro di molte produzioni simili, arriva al finale senza aver mostrato alcunchè di rilevante.
La Thorne, che si mostra ardimentosa negli amplessi con i prigionieri, mostra con parsimonia il suo prosperoso petto, che in pratica fu l’unico vero motivo del suo successo (davvero molto limitato) cinematografico.

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Inaspettatamente per gli stessi produttori, il film ebbe un discreto successo, tanto da convincere gli stessi a produrne altri; il che, visto il finale di Ilsa la belva delle SS, che vede la morte della donna, fu davvero una forzatura , sopratutto alla luce dello squallore assolto dei sequel.

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Ilsa la belva delle SS, un film di Don Edmonds. Con Dyanne Thorne, Gregory Knoph, Tony MumoloTitolo originale Ilsa, She-Wolf of the S.S..  Erotico,  durata 90 min. – USA  1973.

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Dyanne Thorne: Ilsa
Gregory Knoph: Wolfe
Tony Mumolo: Mario
Maria Marx: Anna
Nicolle Riddell: Kata
Jo Jo Deville: Ingrid
Sandy Richman: Maigret
George Flower: Binz

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Regia Don Edmonds
Soggetto Jonah Royston
Sceneggiatura Jonah Royston
Produttore David F. Friedman
Produttore esecutivo Karl Bergen
Casa di produzione Aeteas Filmproduktions
Distribuzione (Italia) Anchor Bay Entertainment
Fotografia Glenn Roland
Montaggio Kurt Schnit
Trucco Joe Blasco

Senza buccia

Senza buccia locandina

Quattro amici trascorrono le vacanze estive alle isole Eolie in Sicilia.
Sono i due fratelli Giuliano e Nora, ricchi e annoiati ragazzi della Lombardia bene, Barbara la fidanzata di Giuliano e il giovane e timido Daniele.
Quest’ ultimo è il classico ragazzo disinibito solo a parole; in realtà è ancora a digiuno di donne, un pò per la timidezza e un pò perchè sembra imbranato.

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Ilona Staller è Trella

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Lo dimostra il fatto che Nora, stufa di attendere il primo passo del giovane, molla tutto e se ne va con degli amici.
Il terzetto superstite un giorno incontra casualmente in mare una coppia di giovani scandinavi rimasti in panne con la loro barca; i due, naturisti convinti, accettano l’invito di Giuliano di aspettare nella villa dei suoi genitori l’arrivo di qualcuno che possa sistemare la loro imbarcazione.
Per Barbara, la ragazza di Giuliano, iniziano i problemi; Trella, la ragazza scandinava, va in giro nuda tutto il tempo e su di lei alla fine mette gli occhi il suo fidanzato.Barbara arriverà a tentare il suicidio, mentre nel frattempo nella villa arriva un’amica della famiglia di Giuliano; è Adriana, una bella e affascinante donna, che ben presto diventa l’ossessione di Daniele.

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Olga Karlatos è Adriana

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Lilli Carati è Barbara

Il giovane si innamorerà perdutamente della donna, che gli cederà prima di tornarsene a casa.
Senza buccia,di Marcello Aliprandi, ricavato da una sceneggiatura di Ugo Liberatore, è un banale filmetto senza grosse pretese; già il titolo è indicativo di dove si voglia andare a parare, ovvero in una mega sfilata di nudi integrali, una volta tanto anche maschili.
La storia è ovviamente quanto di più banale si potesse immaginare, ed è sviluppata senza grossa fantasia, anche perchè francamente c’era ben poco da inventari, oltre alla solita avventura del ragazzo con la donna matura e la solita bega amorosa tra fidanzati, questa volta culminata con un tentativo di suicidio.

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Tra le protagoniste femminili, ovvero Lilli Carati, che è Barbara, Ilona Staller, che interpreta Trella e la Olga Karlatos, che interpreta Adriana, l’unica a mantenere un livello decoroso di recitazione è proprio quest’ultima, che è anche l’unica a mantenere la buccia.
La stessa Karlatos è di gran lunga più seducente, vestita, della Staller e della Carati nude; va da se che la Staller figura praticamente solo come nudo itinerante, vista la sua assoluta mancanza di espressività.
Il film è girato nello splendido scenario dell’isola di Vulcano, nelle Eolie; mare stupendo e natura lussureggiante, che finiscono per essere uno dei motivi di interesse della pellicola.

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Per quanto riguarda i tre attori maschi, ovvero Maurizio Lupi, Juan Carlos Naya, Maurizio Interlandi, stendiamo un velo pietoso; a parte l’imbarazzante difficoltà di interpretazione, i tre sono molto a disagio nel ruolo dei naturisti.
Aliprandi, che veniva dal discreto successo del thriller soprannaturale Un sussurro nel buio mostra evidenti limiti con il genere erotico;siamo nel 1979, e tornerà sul set con il discreto Morte in Vaticano.

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Senza buccia, un film di Marcello Aliprandi, con Lilli Carati, Olga Karlatos, Ilona Staller, Maurizio Lupi, Juan Carlos Naya, Maurizio Interlandi, Taida Urruzola, Miki Vouk Erotico, Italia 1979

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Olga Karlatos     …     Adriana Berri
Juan Carlos Naya    …     Daniele
Maurizio Interlandi    …     Giuliano
Taida Urruzola    …     Nora
Miki Vouk    …     Bjorn
Ilona Staller    …     Trella
Lilli Carati    …     Barbara
Maurizio Lupi    …     Maurizio

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Regia Marcello Aliprandi
Soggetto Ugo Liberatore
Sceneggiatura César Fernández Ardavín
Fotografia Raúl Pérez
Montaggio Giorgio Serrallonga
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Fernando Imbert
Costumi Jaime Pérez Cubero

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Storie di vita e malavita

Storie di vita e malavita locandina

Nel 1975 Carlo Lizzani, dopo aver diretto Mussolini ultimo atto, gira un film strutturato come un documentario sul losco e sporco mondo dello sfruttamanento minorile della prostituzione. Il titolo, Storie di vita e malavita, sembra anticipare il contenuto dello stesso, un viaggio attraverso più storie di ragazze che per svariati motivi entrano nel mondo della prostituzione, rimanendone fatalmente vittime.

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Sono storie di ragazze che vengono dal sud, quindi figlie di realtà particolarmente abbruttenti, oppure figlie della buona borghesia settentrionale, accomunate dall’età, dall’inesperienza e dalla fragilità; già dalle scene d’esordio si intuisce che il film di Lizzani non si limita solo alla denuncia, ma intende sferrare un colpo diretto all’ipocrisia e contemporaneamente denunciare il losco sottobosco di papponi, depravati e viziosi che ruota attorno al mondo del sesso.

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La prima storia, quella di una madre vestita da stracciona, che viaggia con la figlia minorenne fingendo di chiedere passaggi agli autotrasportatori, a cui poi offre la propria ragazza per 5000 lire è già il primo segnale di vite vissute in prossimità dell’inferno; un inferno fatto di miseria, squallore e mancanze di prospettive per una vita dinitosa.
Anche la seconda storia è una di quelle che parlano di miseria, di fame e emigrazione; la giovanissima Rosina, a cui è morto il padre in un incidente sul lavoro, arriva al nord per cercare lavoro. Si innamora di un giovane, Salvatore detto velluto, che la illude e poi la spinge, lentamente e inesorabilmente, sul sentiero della prostituzione, dove la ragazza sperimenterà la propria degradazione umana (davvero molto forte e disturbante la scena del cliente che intinge scarpe e pane nel bidet colmo di acqua lurida); quando tenterà di fuggire, per ritornare a casa in Sardegna, decisa ad accettare il destino che la vuole moglie di un uomo molto più anziano, verrà sfregiata dal suo amante.

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C’è poi la storia di Gisella, ragazza costretta a vivere in una famiglia dalla mentalità ristretta, educata in maniera eccessivamente repressiva dal punto di vista dell’educazione sessuale, finita per caso in un giro squallido e venduta al miglior offerente perchè vergine, c’è Daniela, prostituta per noia e per ribellione verso una famiglia che si disinteressa completamente di lei, presa com’è dalla sua vita oziosa e amorale, con un padre che frequenta ragazzine prostitute e una madre ninfomane.

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C’è la ragazza rimasta incinta, scaricata al nord per soffocare lo scandalo, che finirà per prostituirsi; le toglieranno il bambino e lei finirà in una struttura psichiatrica, ormai incapace di comunicare.
Storie terribili, di sfruttamento e di isolamento, di vite bruciate nel fiore degli anni; come la storia di Albertina, baby prostituta che “lavora” ovunque capiti, nel camerino di un grande magazzino dell’epoca o in una cabina telefonica o quella di Laura, che finirà sul marciapiede con l’unica compagnia di un cane, che verrà ammazzato da una banda di papponi.

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Tutte storie che ovviamente finiscono male, perchè non c’è uscita dall’inferno, o per le meno non un’uscita dignitosa, ma solo degradante; l’unica storia a concludersi diversamente è proprio quella inziale. La madre che fa prostituire per bisogno la figlia, in collaborazione con quest’ultima, ucciderà un pappone che taglieggiava le due donne.

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Film molto amaro e pessimista, questo di Lizzani; se un limite c’è, è da ricercarsi nella recitazione spesso dilettantistica dei protagonisti, sicuramente voluta dal regista per far assomigliare il film ad un documentario. Il che provoca ovviamente problemi di leggibilità dello stesso film, che spesso si smarrisce in bilico tra la cronaca e la necessità di mantenere comunque la stuttura narrativa del film.
Le storie sono angoscianti, purtoppo anche molto vicine alla realtà; le cronache di quegli anni (siamo nel 1975) non differiscono dalle nostre; la crudeltà, lo sfruttamento e l’emarginazione sono sempre uguali. Sono solo cambiati gli schiavi. Oggi la nuova schiavitù viene dall’Europa dell’Est, piuttosto che dall’America latina o dall’Africa.

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Lizzani anticipa i tempi con un’opera dignitosa e coraggiosa, pur piena di difetti e imperfezioni.
La denuncia è dura e circostanziata, le storie reggono pur nel limite citato delle interpretazioni del cast, spesso a livello dilettantistico; un’opera comunque molto forte, spietata a tratti, che è davvero conosciuta dai pochi che la videro nei cinema dell’epoca.

L’argomento trattato, il divieto ai minori, hanno fatto si che la pellicola sprofondasse nell’oblio. Oggi gira una versione Dvd della Rarovideo di qualità molto bassa, come testimoniato dalle foto che vedete nella galleria; comunque resta un film da vedere, perchè rappresenta uno spaccato ai più ignoto dei vizi anni settanta, della morale ipocrita e perbenista dell’epoca e dei costumi sessuali degli italiani.

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Storie di vita e malavita, un film di Carlo Lizzani, con Cinzia Mambretti,Cristina Moranzoni, Annarita Grapputo, Anna Curti, Danila Grassini, Lidia Di Corato, Nicola Del Buono, Lidia Costanzo, Sergio Masieri, Arturo Corso, Flora Saggese.Drammatico, Italia 1975

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Nicola de Buono: Velluto
Mario Mattia Giorgetti:
Franca Aldrovandi: la psicologa
Enzo Fisichella: giudice
Mimmo Craig: capo dell’agenzia
Domenico Seren Gay: cliente
Anna Curti: Antonietta Barni
Cinzia Mambretti: Rosina
Cristina Moranzoni: Gisella
Lidia Di Corato: Laura
Danila Grassini: Albertina
Annarita Grapputo: Daniela
Susanna Fassetta: ragazza dell’autostop
Bianca Verdirosi: altra ragazza dell’autostop
Giuliana Rivera: madre di Gisella
Franca Mantelli: padrona della “casa”
Paola Fajola: madre di Daniela
Sandro Pizzocchero: Alberto

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Regia Carlo Lizzani
Sceneggiatura Mino Giarda, Carlo Lizzani
Produttore Carlo Maietto
Produttore esecutivo Carlo Maietto
Casa di produzione Thousand cinematografica
Distribuzione (Italia) Thousand cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Franco Fumagalli
Costumi Lia Morandini

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La moglie vergine

La moglie vergine locandina

La bella e sensuale Lucia è sposata con Giovannino, che ha da tempo visto sfiorire la sua virilità; paradossalmente la moglie quindi pur essendo sposata è ancora vergine. Il che crea problemi non solo alla coppia, ma anche al vulcanico Federico e alla madre della ragazza, Lucia. Il rapporto di coppia va così intristendosi, con Federico che non perde occasione per correre dietro a tutte le gonne che riesce ad agganciare e Lucia che tenta invano di consolare la sposina. La situazione si aggrava quando arrivano due persone, Gianfranco e Brigitte, amici della coppia.

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Maria Rosaria Riuzzi e Renzo Montagnani

I due, estremamente disinibiti, sono degli autentici amanti del sesso e non perdono occasione per farlo vedere. Inaspettatamente la situazione cambierà quando Giovannino ritroverà la perduta virilità tra le braccia della fin troppo disponibile Lucia, mentre la stessa Valentina non starà a guardare.
Film appartenente al florido filone della commedia sexy, La moglie vergine, diretto da Franco Martinelli, padre di Enzo Castellari , è il tipico prodotto dell’epoca, imbastito su una storia tutto sommato abbastanza scontata tranne che per il finale e sul robusto cast di caratteristi.

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Gabriella Giorgelli

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Martinelli, che l’anno precedente aveva diretto Grazie nonna, richiama la Fenech, che in quel periodo girava anche 6 film in un anno, ingaggia Renzo Montagnani, attore malleabile e in grado di adattarsi a qualsiasi storia, Carroll Baker, ormai presenza costante nel cinema italiano e sopratutto chiama tre bellezze molto diverse tra loro per i ruoli di contorno, ovvero Gabriella Giorgelli, Florence Barnes e la giovane Maria Rosaria Riuzzi, creando un cast che almeno esteticamente ha un suo valore.

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Edwige Fenech

Se il film non si discosta molto da tanti, troppi prodotti del periodo, si gusta quanto meno qualche felice battuta, affidata sopratutto al solito Montagnani, chiamato a dare pepe alla vicenda; il buon Renzo come al solito caratterizza il personaggio di Federico con la solita verve di sensualità, espressa ancora una volta con una forsennata corsa dietro tutte le gonne che incontra. La Fenech si spoglia come suo solito, mentre la Baker, costretta ormai a ruoli da donna matura, se la cava dignitosamente. L’attrice americana, ormai 45 enne, si mostra parzialmente nuda solo in penombra per comprensibili motivi. Alla Barnes è affidato il ruolo di Brigitte, la vulcanica amica di famiglia mentre la Riuzzi è Camilla, una delle conquiste del satiro Montagnani.

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Edwige Fenech

Il ruolo di Giovannino è affidato ad un imbarazzato Lovelock, sicuramente più adatto a parti da duro che a quelle della commedia.
Film tutto sommato senza infamia e senza lode, girato quasi per intero in una villa di via Casale Lumbroso a Roma, una delle location più utilizzate dal cinema settanta.

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Carroll Baker

La moglie vergine, un film di Franco Martinelli, con Carroll Baker, Florence Barnes, Edwige Fenech, Michele Gammino, Gabriella Giorgelli, Antonio Guidi, Ray Lovelock, Renzo Montagnani.Commedia,  durata 91 min. – Italia  1976.

La moglie vergine banner protagonisti

Edwige Fenech     …     Valentina
Carroll Baker    …     Lucia
Renzo Montagnani    …     Federico
Ray Lovelock    …     Giovannino Arrighini
Michele Gammino    …     Gianfranco
Florence Barnes    …     Brigitte
Gabriella Giorgelli    …     Matilde
Gianfranco De Angelis    …     Maurice
Antonio Guidi    …     Avvocato Caldura
Rosaura Marchi    …     Gabriella
Dino Mattielli    …     Ufficiale  carabinieri
Gastone Pescucci    Dottore
Maria Rosaria Riuzzi    …     Camilla

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Il thriller all’italiana

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Uno dei generi cinematografici più seguiti, e di conseguenza più remunerativi, nella storia del cinema italiano è il giallo all’italiana, ribattezzato con il solito termine riassuntivo inglese “thriller”, divenuto poi un clichè appiccicato a tutte le produzioni che spaziavano dal giallo al noir con la denominazione “thriller all’italiana”
Parafrasando la Genesi, all’inizio fu Bava; il regista ligure, a lungo considerato dalla critica miope un regista buono solo per i b movie, diresse nel 1962 il giallo La ragazza che sapeva troppo: era la prima volta che sullo schermo arrivavano contaminazioni tra generi diversi, ovvero il giallo classico, l’horror e persino il sentimentale, rappresentato dalla storia d’amore tra i protagonisti.


Un fotogramma dal film Gatto nero (Black cat) di Lucio Fulci

La casa con la scala nel buio
Scena tratta da La casa con la scala nel buio, di Lamberto Bava

Il film caratterizzato da una fotografia sontuosa, che diverrà il marchio di fabbrica di Bava, pur risentendo di una recitazione debole, fissò i paletti di quella che sarebbe diventata poi la produzione seriale di tantissimi film basati sul canovaccio assassino/morti/sangue, un trittico a cui si aggiungerà nel corso degli anni, sopratutto nel decennio settanta, un pizzico più o meno abbondante di erotismo.
Quando nel 1964 Bava diresse 6 donne per l’assassino, film di ben altro livello in confronto a La ragazza che sapeva troppo, il regista fissò un altro tassello nei canoni del genere; l’uso di una fotografia a colori molto carica, quasi saturata, che sembrava riprendere il gotico pre anni sessanta, ancora pieno di mostri di ogni genere, spesso ricavati da opere letterarie, come Frankenstein o Dracula.


Gatti rossi in un labirinto di vetro, di Umberto Lenzi


Carroll Baker e la Stewart in Il coltello di ghiaccio, di U.Lenzi

Un altro elemento di novità fissato dal grande Bava è la presenza, costante, dell’assassino: è sempre quasi invisibile, irriconoscibile, fino al colpo di scena finale. Uccide spesso donne, in maniera efferata, per svariati motivi. Interesse o lussuria, odio o altro, la vittima sacrificale è quasi sempre di sesso femminile.
Il genere inaugurato da Bava resta in incubazione per qualche anno; la morale corrente non permette ancora l’uso di immagini troppo cruente, così come una delle caratteristiche peculiari del thriller all’italiana, il nudo femminile utilizzato sopratutto nelle scene pre morte o pre agguati è ancora quasi inesistente per motivi censori.

Il medaglione insanguinato
Scena tratta da Il medaglione insanguinato, di Massimo Dallamano


La corta notte delle bambole di vetro, di Aldo Lado

L’anno in cui inzia la diffusione più importante dei primi prodotti del filone è il 1968; il regista Romolo Guerrieri dirige Il dolce corpo di Deborah, che racchiude tutti gli elementi citati come archetipi.
Il plot racchiude il classico triangolo lui-lei l’altra, la cospirazione diabolica, la vittima predestinata, qualche timida apparizione di nudo. Carroll Baker e Evelyn Stewart mostrano timidamente seni e profili nudi, la trama mescola e contamina horror e sadismo, colpi di scena e menti diaboliche, pathos e sangue. Gli ingredienti ci sono tutti ormai, il genere è pronto per iniziare la sua avventura.


La morte ha sorriso all’assassino, di Aristide Massaccesi (Joe D’Amato)

Dall’altra parte dell’oceano, in maniera assolutamente indipendente, il regista Polanski crea Rosemary’s baby, che nella trama, nello sviluppo e nelle situazioni sembra essere una specie di manifesto del giallo horror; alcuni registi italiani metabolizzano il tutto, fanno tesoro e aspettano il momento propizio.
Sempre nel 1968 esce un altro film a forti connotazioni thriller: si tratta di La morte ha fatto l’uovo, un bizzarro esperimento che coniuga il giallo ad una spruzzatina di eros contaminandolo con una trama noir; il risultato è altalenante, ma il successo del genere è ormai assicurato.


Femi Benussi in Nude per l’assassino, di Andrea Bianchi

Nel 1969 infatti ancora Bava ci riprova con Il rosso segno della follia, imbastendo una storia “forte”, con omicidi in serie operati da un colpevole che conosciamo sin dagli inizi. Un ribaltamento di situazioni, ancora una volta, e un nuovo canone da gestire. Chi l’ha detto che un film non possa partire al contrario, seguire cioè l’evoluzione di una mente malata sapendo in anticipo a chi appartiene?
E’ il 1970 però l’anno fondamentale per lo sviluppo e l’affermazione del genere.


La sanguisuga conduce la danza, di Alfredo Rizzo

Coincide con l’uscita nelle sale di L’uccello dalle piume di cristallo, di Dario Argento, che ne cura anche soggetto e sceneggiatura. Il film contiene molti elementi di novità, che si coniugano alla perfezione con una tama elaborata e ricca di colpi di scena. L’uso sapiente della ripresa in soggettiva, che da allora sarà ripresa in molti altri film del filone, si mescola alla capacità innovativa di Argento di creare atmosfera attraverso l’uso alchemico di musica, immagini e pathos, che arriveranno a toccare la vetta con Profondo rosso, probabilmente il giallo/thriller meglio riuscito della storia del cinema italiano.
Il grandissimo successo del film funziona da detonatore: tutti iniziano a scrivere soggetti in tema, molti produttori fiutano l’affare e non lesinano finanziamenti a registi che sottopongono loro dei copioni gialli.


Anita Strindberg in Una lucertola con la pelle di donna, di Lucio Fulci

Nascono così decine di film che riecheggiano, in qualche modo, il titolo del film di Argento, in modo da caratterizzare presso il pubblico il loro prodotto; sarà una costante anche degli anni a venire, che si allargherà ad altri prodotti, come i decamerotici, nati dal successo del Decameron di Pasolini, dal filone conventuale, da quello militare (dottoresse, colonnelli ecc)  e via discorrendo. Molti prodotti sono validi, molti altri di discreta fattura, la maggior parte scadenti: non può essere altrimenti, perchè le ragioni di cassetta spesso inducono i produttori ad assoldare registi o attrici di scarso valore, quando anche di valore nullo.

Il solito Bava ci riprova con  5 bambole per la luna d’agosto, questa volta fallendo clamorosamente il bersaglio con un film scontato, che lui stesso metterà tra i più brutti della sua carriera; non sarà l’unico a bucare clamorosamente un film, come del resto inevitabile, quando ci si trova a doversi confrontare con le regole del mercato, con i diktat dei produttori, con sceneggiature imposte, con cast costruiti a seconda delle necessità del momento del budget e via discorrendo.


Cosa avete fatto a Solange?, di Massimo Dallamano


La sorella di Ursula,
di Enzo Milioni

E’ il momento di dare un’occhiata alla filmografia dei registi più importanti del genere, citando, di volta in volta, i prodotti più riusciti del genere.
Uno dei registi che meglio coltivò il genere, con risultati decisamente soddisfacenti fu Umberto Lenzi, autore di Così dolce… così perversa (1969), Orgasmo (1969), Paranoia (1970), il trittico girato in poco più di due anni con la costante dell’attrice principale, Carroll Baker. Il successo della trilogia portò Lenzi a giare anche il debolissimo Un posto ideale per uccidere, con la giovanissima Ornella Muti e con Ray Lovelock come protagonista maschile, Il coltello di ghiaccio (1972), ancora con la Baker come protagonista, unitamente a Evelyn Stewart e Sette orchidee macchiate di rosso (1972),Spasmo (1974) e infine Gatti rossi in un labirinto di vetro (1975), prima di passare ad un altro redditizio filone, quello del poliziesco all’italiana, in gergo tecnico poliziottesco.


Pierre Clementi, protagonista di La vittima designata di Maurizio Lucidi

Ovviamente non si può parlare di thriller senza citare Dario Argento, che negli anni settanta dettò legge nel filone, grazie a film come il citato L’uccello dalle piume di cristallo, a Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio, Profondo rosso e Suspiria, che rappresenta una ulteriore evoluzione, la contaminazione tra thriller, horror e soprannaturale.
I film di Argento sono i più visti, i più ammirati e ovviamente anche i più copiati; le innovazioni del regista romano fanno scuola, e diventano il punto di riferimento di molti registi del genere thriller.
Un altro regista da citare, per il contributo determinante dato al filone giallo è Lucio Fulci, che propose prodotti innovativi, come Una lucertola con la pelle di donna, thriller onirico e visionario venato di erotismo, Non si sevizia un paperino, ottimo lavoro assecondato da un bel cast, nel quale spiccano nuovamente la Bolkan, già protagonista della lucertola, Thomas Milian e Barbara Bouchet, per giungere al noir paranormale, Sette note in nero, forse il suo lavoro più equilibrato.


Eva Czemerys, protagonista del film L’arma, l’ora e il movente, di Francesco Mazzei

Nel 1969 lo stesso Fulci aveva fatto da apripista con l’ottimo Una sull’altra, un film che ebbe parecchi guai con la censura, sia per la presenza di scene sexy sia per la trama morbosa. Accanto a Fulci va citato Enzo Miraglia, autore di due buoni lavori, La dama rossa uccide sette volte (1972), caratterizzato da una trama ben elaborata e da un cast all’altezza e La notte che Evelyn uscì dalla tomba (1971), forse più debole strutturalmente ma sempre di buon livello.
Scorrendo gli almanacchi cinematografici alla ricerca di registi di gialli, spesso ci si imbatte in registi come Duccio Tessari, assolutamente poliedrici, che si sono cimentati in svariati campi; nel settore giallo di lui vanno citati La morte risale a ieri sera (1970) e Una farfalla con le ali insanguinate (1971), opere discete ma nulla più, oppure nel nome di Giuseppe Bennati, autore del debole L’assassino ha riservato nove poltrone (1974)

L'iguana dalla lingua di fuoco
L’iguana dalla lingua di fuoco di Riccardo Freda


Murderock, di Lucio Fulci

Decisamente improntata al giallo la produzione di uno dei più fecondi registi italiani, Sergio Martino, che diresse Lo strano vizio della signora Wardh (1971), thriller con venature erotiche che lanciò la bella Edwige Fenech, che lavorò anche nei successivi Tutti i colori del buio (1972) e  Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972), prima che il regista girasse I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973), ultimo suo contributo al genere thriller.
Accanto ai citati registi, che decretarono la diffusione del genere elevandolo anche di rango, nonostante i pareri molto negativi della critica dell’epoca, sempre poco attenta al cinema italiano e ai suoi forti elementi di novità, vanno citati assolutamente prodotti e registi che tirano fuori opere originali e interessanti.
Dopo un omaggio ad uno dei film più belli della storia del cinema italiano, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, innovativo e intelligente prodotto realizzato con pochi soldi e tante idee,
citerei tra i registi Massimo Dallamano, autore dell’ottimo Cosa avete fatto a Solange?


Nero veneziano, thriller/horror diretto da Ugo Liberatore

Armando Crispino, regista di L’etrusco uccide ancora (1972), gran bel thriller caratterizzato da tensione latente, senza eccessivo uso di sangue e splatter, autore anche del visionario Macchie solari (1974), contaminazione del giallo con l’horror e il paranormale, Aldo Lado, autore di due pilastri fondamentali come Chi l’ha vista morire (1972) e L’ultimo treno della notte (1975), opere affascinanti anche se diversissime come tematiche e del mediocre La corta notte delle bambole di vetro (1971).
Ancora, occorre citare Tonino Valerii che nel 1972 diresse l’ottimo Mio caro assassino, uno dei gialli meglio congegnati, Sergio Sollima, autore di Il diavolo nel cervello (1972), Luciano Ercoli, regista di La morte accarezza a mezzanotte, La morte cammina con i tacchi alti, e poi ancora Mario Caiano, Silvio Amadio….


Orgasmo, di Umberto Lenzi

Il genere ebbe quindi una vasta diffusione, oltre a numerosi proseliti; servì inoltre da trampolino di lancio per attrici e attori che ne ricavarono vasta popolarità oltre che scritture per altri generi di film; il giallo, con la commedia sexy e il poliziottesco, fu il genere completamente autoctono con più spettatori in assoluto, complice anche la mancanza totale di concorrenza.
Sino al 1976, probabilmente l’ultimo anno dell’età dell’oro del cinema, la mancanza della Tv, che si limitava a trasmettere sui canonici canali di stato pochi film alla settimana, peraltro abbondantemente datati, permise al cinema di godere ancora dell’afflusso massiccio di spettatori.


La bellissima Susan Scott in Passi di danza su una lama di rasoio, di M. Pradeaux

Il thriller arrivò come popolarità e quindi come audience a tirare fino al 1977, quando un’insieme di più fattori ne decretò se non la scomparsa, la drastica riduzione delle opere girate; uno di questi fu la comparsa delle commedie erotiche, che pian piano finirono per soppiantare le commedie sexy, un altro motivo è quello citato dell’avvento delle tv private, che portarono alla nascita di una miriade di emittenti che programmavano e sfornavano, a getto continuo, centinaia di pellicole al giorno, con la drammatica conseguenza di far calare paurosamente il numero di spettatori nel cinema.

Quella villa accanto al cimitero
Quella villa accanto al cimitero, thriller/horror di Fulci

Fattori ve ne furono altri, ma sicuramente meno importanti di questi; naturalmente il genere non scomparve del tutto, anzi.
Molti registi continuarono a lavorare sul genere thriller, ne nacquero degli altri, accanto agli ormai collaudati nomi di lenzi, Fulci, Argento & c; ma l’epoca d’oro era ormai definitivamente tramontata, e il thriller mutò pelle, diventando sempre più estremo nei contenuti e nelle immagini.
Il sexy prese sempre più il sopravvento, mentre lo splatter divenne uno dei cardini degli stessi film; malinconicamente, anche per il genere arrivò il tramonto, fino alla sua scomparsa quasi definitiva agli albori degli anni novanta.


Una splendida Erika Blanc, protagonista di Cosi dolce cosi perversa, di Lenzi

Il giallo/thriller all’italiana è stato uno dei prodotti più snobbati dai critici; i soloni del cinema hanno sempre storto il naso davanti alle opera di Fulci, di Lado e altri, limitandosi ad una tiepida accoglienza solo per Dario Argento, arrivando persino ad etichettare Bava come maestro del B movie.
Il solito atteggiamento miope che non deve stupire; sono gli stessi critici che esaltano Tarantino, per esempio, e che sono diventati rossi di vergogna quando lo stesso ha esaltato Bava come maestro e come suo principale ispiratore.
I casi si sono ripetuti, sopratutto ultimamente; anche registi come Scorsese hanno omaggiato, pubblicamente, registi italiani poco considerati dalla critica ufficiale.


Carroll Baker e Jean Sorel in Paranoia, sempre di Lenzi

Il che non può che rallegrare, sapendo che finalmente viene resa giustizia ad un’epoca cinematografica che fu la più creativa dell’intera storia cinematografica italiana, e che ha consegnato alla stessa opere di assoluto livello, ancorchè ormai impolverate e in attesa di una riscoperta.

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Mimsy Farmer nell’ottimo Il profumo della signora in nero, di Francesco Barilli


Una farfalla con le ali insanguinate, di Duccio Tessari


Barbara Bouchet in La dama rossa uccide sette volte, di Enzo Miraglia


Angela Covello in I corpi presentano tracce di violenza carnale, di Sergio Martino


La morte della dottoressa Ullman, Macha Meryl in Profondo rosso di Dario Argento


Reazione a catena,
di Mario Bava


L’ultimo treno della notte,
di Aldo Lado

Annie Belle in La casa sperduta nel parco, di Deodato


Barbara Bouchet
in La tarantola dal ventre nero di Paolo Cavara

Ancora Barbara Bouchet in Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci


Buio Omega, di Joe D’Amato


Dominique Boschero in Chi l’ha vista morire, di Aldo Lado

Filmscoop, il blog di Paul Templar

Cara dolce nipote

Cara dolce nipote locandina

Il cavalier Corrado è il vedovo inconsolabile della bellissima Laura; vive nel ricordo della donna, conservandone gelosamente anche i vestiti ed evitando di frequentare persone di sesso femminile.
Il suo personale microcosmo entra in crisi con l’arrivo della bella e disinibita Daniela, che con le sue forme, ma sopratutto con la sua malizia, crea forti turbamenti nello zio.

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Ursula Heinle

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Femi Benussi

La ragazza ben presto viene spiata da Corrado, ma non solo; suscita l’interesse di Franco, un semplice addetto all’aeroporto che si spaccerà, con la ragazza, per un pilota a caccia di gonne, un maturo e raffinato don Giovanni che beve champagne.
L’uomo, che tenta subito di agganciare la ragazza, non è altro che un tipo qualsiasi, che ottiene gli nici successi in campo amoroso con la procace cameriera di Corrado, la bella Marietta; per conquistare Daniela, usa una bambola gonfiabile e voci registrate per dare a intendere la sua abilità di conquistatore.
Nel frattempo Corrado è sempre più turbato dalla nipotina, che dal canto suo, non disdegna di mostrarsi nuda sotto la doccia, e in atteggiamenti ammiccanti.

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La ragazza, con il suo comportamento disinibito, crea anche qualche imbarazzo al maturo zio, che è costretto ad intervenire per proteggerla, come quando Daniela finisce in un party a base di droghe.
Alla fine, la ragazza, stufa del comportamento dello zio, sempre ossessionato dal ricordo di Laura, che in effetti non era un modello di serietà matrimoniale, come confesserà l’uomo alla ragazza, finisce per prendere in mano la situazione, portando via dalla casa dello zio tutti i vestiti della defunta, eliminando così alla radice il feticcio che costringeva Corrado a non guardare le altre donne.

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Femi Benussi

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Ursula Heinle

Così a Corrado e Franco non resta altro da fare che consolarsi con la disponibile Marietta, mentre Daniela va via con un pilota che la corteggiava.
Cara dolce nipote è un tentativo di creare una commedia che ricalchi i qualche modo la trama di Malizia, coniugandola con quella di Grazie zia e di tanti altri B movie che popolarono il cinema italiano degli anni settanta.
Una commediola senza pretese, anche garbata se vogliamo, perchè l’elemento erotico è limitato solo alla visione delle belle nudità della sconosciutissima Ursula Heinle, rimasta tale anche dopo il film, visto che dopo l’esperienza con questo film scomparve nel nulla. L’altra protagonista è la bella Femi Benussi, che nel 1977, data di uscita del film, aveva 32 anni ed era nel pieno della bellezza e della maturità.

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Il regista, Andrea Bianchi, specialista in commedie a sfondo sexy (ricordiamo per esempio La moglie siciliana e La moglie di mio padre) se la cava senza imbarazzi, pur nell’estrema limitatezza di una sceneggiatura molto semplice.
Il film è gradevole, niente di più: mancano le scurrilità tipiche dei prodotti di fine anni settanta, non ci sono le solite scene di sesso simulato, ci sono solo le rotondità della Heinle e quelle ridottissime della Benussi , quattro qttori, o megli cinque, contando la figura marginale del pilota con cui va via la ragazza e nient’altro.
Onestamente fare di più con un cast risicato e senza soldi era davvero sperare troppo
Il film è girato tra Milano e Sesto San Giovanni.

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Cara dolce nipote, un film di Andrea Bianchi. Con Femi Benussi, Lucio Flauto, Ursula Heinle, Francesco Parisi Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.

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Cara dolce nipote banner protagonisti

Ursula Heinle … Daniela
Femi Benussi … Marietta
Francesco Parisi … Franco
Lucio Flauto … Corrado

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Regia Andrea Bianchi
Sceneggiatura Piero Regnoli
Produzione Gabriele Crisanti,Vincenzo Genesi,Giuliano Simonetti
Musiche Elsio Mancuso
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mariano Arditi