Contratto carnale

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Nella città di Accra, in Ghana, converge un gruppo di persone inviate da Franco Donati, un industriale italiano; sono là per eliminare la concorrenza di Wilkinson, un altro industriale interessato ad una fornitura di legname.
Il gruppo è composto dall’ ingegnere James McDougal, da sua moglie Eva,da Antonio di Borgoparuta e da Silvia che è anche l’amante di Franco Donati; quest’ultima ha il compito di sedurre con le sue grazie Kofi, industriale ghanese al centro dell’intrigo.
Quando Kofi scopre che Donati non si è degnato di venire personalmente in Ghana per trattare l’affare, decide di approfittare di un banale equivoco per spacciarsi per Ruma, un dirigente della società di export.
Silvia, che dovrebbe sedurre Kofi, finisce per innamorarsi dell’uomo suscitando contemporaneamente il risentimento di Eva, che ha a cuore la conclusione dell’affare.

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Contemporaneamente Antonio di Borgoparuta fa picchiare Ruma mentre James McDougal tenta di corromperlo con una grossa somma per favorire l’industriale inglese Wilkinson.
L’arrivo di Donati in Ghana costringe Kofi a scoprirsi; l’uomo confessa la sua vera identità scoperchiando il vaso colmo di inganni di cui si sono resi protagonisti i dipendenti di Donati.
Kofi così chiude ugualmente il contratto con l’italiano, spuntando però condizioni nettamente migliori; in quanto a Silvia, l’uomo la rispedisce con il suo amante in Italia.
Film non inquadrabile in un genere specifico,questo Contratto carnale, diretto da Giorgio Bontempi nel 1973; un film con un andamento drammatico venato di giallo,con un ambientazione esotica che ricalca quello delle pellicole Bora Bora di Liberatore o La ragazza dalla pelle di luna di Scattini.

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Questa volta il centro dell’azione è il Ghana, in cui si svolge la storia di un gruppo di bianchi sempre pronti a usare le armi della furbizia nei confronti della locale gente di colore con però una variante finale in cui, per citare un classico proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Bontempi crea un film di buona atmosfera, in cui le sordide manovre dei bianchi vengono stigmatizzate senza alcun furore, anzi, con una sottile vena di umorismo nero che diventa più esplicito nel finale, quando il buon Kofi farà fare una figura barbina agli eredi dei colonizzatori, dimostrando di aver ben compreso la lezione impartita purtroppo dai precedenti dominatori.
Il film mantiene un buon equilibrio, grazie al mestiere di Bontempi qui al suo secondo e penultimo lavoro alla regia; un vero peccato che questo valido regista non abbia poi trovato spazio perchè Contratto carnale è un buon film, che miscela sapientemente la tensione ad un minimo di discorso storico sulla colonizzazione dell’Africa.

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Il tutto condito da un filo di erotismo mai sopra le righe.
Il cast è davvero buono e comprende le solite sicurezze rappresentate da George Hilton e Enrico Maria Salerno mentre le due star femminili sono Anita Strindberg e Yanti Somer.
La stessa Strindberg era entusiasta della pellicola.Ecco cosa dichiarò proprio nel 1973:
E’ un’opera abbastanza impegnata. Anche se priva di quei fumismi intellettuali che affliggono il cinema cosiddetto d’autore. Insomma, è un film che vedi con piacere, ti interessa, e al tempo stesso ti mette in testa delle idee, ti fa pensare. Proprio come dovrebbe sempre fare il cinema, secondo me, ma come invece tende a fare sempre più di rado. Perché la regola madre oggi è l’evasione. La trama, comunque, immagina che un grosso uomo d’affari bianco debba concludere un vantaggioso contratto con un altro grosso affarista negro in una nazione africana. Pur di realizzare questo colpo a lui vitale, l’uomo d’affari bianco non esita a ricorrere ad ogni sorta di espedienti, tra cui quello di gettare con assoluta indifferenza la sua donna tra le braccia della controparte, sperando che a letto certe cose si impostino meglio…” mentre a proposito di Bontempi dichiarò:
Bontempi sa come trattare gli attori. Insomma, non ti fa sentire giusto una rotellina in un misterioso, quasi incomprensibile ingranaggio che solo lui ha nella testa. No, assolutamente. Invece ti aiuta, ti assiste, ti lascia anche quel giusto margine di libertà nel quale puoi apportare il tuo contributo alla strutturazione del personaggio. Insomma, a me pare che questo sia il modo ideale di lavorare, almeno dal punto di vista dell’attore. E infatti credo di avere risposto alla fiducia concessami con un’interpretazione che è senz’altro la più riuscita della mia pur breve carriera. Anzi, forse questo ruolo costituirà proprio una sorpresa per quelli che mi hanno sempre ritenuta giusto un corpo e basta.

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Contratto carnale è un film di difficilissima se non impossibile reperibilità.
Non ho nemmeno segnalazione di suoi passaggi televisivi mentre in rete manca qualsiasi riduzione da VHS o da DVD.

Contratto carnale
Un film di Giorgio Bontempi. Con Enrico Maria Salerno, George Hilton, Anita Strindberg, Franco Giornelli, Calvin Lockhart, Yanti Somer Drammatico, durata 90 min. – Italia 1973

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George Hilton … James McDougall
Calvin Lockhart … Ruma / Kofi
Anita Strindberg … Eva McDougall
Yanti Somer … Silvia
Franco Giornelli … Antonio di Borgoparuta
Enrico Maria Salerno … Franco Donati

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Regia: Giorgio Bontempi
Sceneggiatura: Giorgio Bontempi ,Marino Onorati
Produzione: Alfredo Ascalone,Guy Luongo
Musiche: Riz Ortolani
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio:Franco Fraticelli

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Diario proibito di un collegio femminile

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In un vagone ferroviario viaggiano due giovani; il primo, Jason Jones, è un musicista rock in chiara crisi creativa.
La seconda, Judy Peters è invece alla ricerca di una sua zia Olga Harris, che è anche l’ultima parente che le è rimasta in quanto la giovane ha perso entrambi i genitori.
Entrambi sono diretti a Brittlerhust Manor, un luogo che Jason crede essere una specie di paradiso dedicato al relax e a coloro che vogliono riacquistare equilibrio e forza.
I due giovani all’arrivo in stazione vengono accolti dal capotreno e da Frederick, il domestico nano del dottor Storm, direttore di Brittlerhust Manor; i due giovani arrivati in quella che a prima vista sembra davvero una villa ospitale ben presto si rendono conto che nel luogo c’è un’atmosfera strana, misteriosa.

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Tutti i giovani presenti infatti sembrano assenti e presentano tracce di interventi chirurgici.
Come Judy e Jason apprenderanno infatti, a Brittlerhust Manor il folle dottor Storm conduce esperimenti sui giovani presenti allo scopo di creare un esercito personale di robot viventi da utilizzare al servizio personale del dottore.
I due quindi vengono di fatto presi come prigionieri e subirebbero lo stesso destino degli altri giovani, tutti lobotomizzati e resi schiavi da Storm non fosse per il provvidenziale arrivo del giovane Abraham, che è alla ricerca della sua fidanzata giunta nella villa e della quale non ha più notizie e sopratutto per l’aiuto dato dal nano Frederick, che decide di aiutare i tre stanco delle angherie subite da Storm.

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Nel finale apocalittico i due giovani e Abraham riusciranno a fuggire, mentre l’orrendo posto verrà distrutto da un incendio in cui periranno tutti gli altri…
Horror hospital, diventato nella versione italiana Diario proibito di un collegio femminile per i soliti e noti motivi di attirare spettatori puntando sulla morbosità del titolo, espediente molto utilizzato dai distributori italiani in realtà non ha praticamente nulla di morboso o di voyeuristico.
Si tratta infatti di un vero e proprio horror diretto nel 1973 da Anthony Balch, regista londinese alla sua seconda regia di un lungometraggio e che sarebbe scomparso pochi anni dopo (nel 1980) a soli 43 anni.
Un horror quasi privo di effetti gore o splatter, diretto con buona mano da Balch; che imbastisce una storia forse ingenua ma non priva di una certa eleganza e di interesse.

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Con l’aiuto di Alan Watson, Balch imbastisce una sceneggiatura che ricalca ancora una volta la classica vicenda del dottore pazzo dedito a esperimenti insensati e crudeli; la variante questa volta è rappresentata dall’utilizzo delle vittime come schiavi dediti al servizio del folle dottore, che da un lato cerca di portare a compimento gli studi del pseudo scienziato russo Pavlov e dall’altro appaga la megalomania del suo ego creando un gruppo di schiavi da dominare totalmente.
Il film regge tutto sommato discretamente, anche se alcune trovate sono comiche in modo involontario; ben ricreata invece l’atmosfera in stile gotico della villa, con almeno due scene da ricordare, ovvero il pranzo a cui partecipano il dottor Storm e Olga (che in realtà è sua moglie), i due giovani e alcune delle vittime del folle dottore e l’olocausto finale, nel quale periscono tra le fiamme (un classico) sia la coppia di coniugi sia tutto il gruppo delle povere vittime.

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Il cast è bene assortito e vede come protagonisti da un lato Michael Gough, eccessivo come al solito e dall’altro la coppia di giovani ospiti del “collegio”, ovvero Robin Askwith e Vanessa Shaw; il resto del cast è di solo contorno e si vede.
Il film non è di facile reperibilità anche se ha diverse versioni in digitale, tuttavia è presente in rete mentre è passato molto raramente in tv.
Vale sicuramente una visione senza impegni e come puro spettacolo di evasione.

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Diario proibito di un collegio femminile
Un film di Anthony Balch. Con Robin Askwith, Michael Gongh, Vanessa Shaw, Michael Gough, Ellen Pollock, Dennis Price, Kurt Christian, Barbara Wendy, Kenneth Benda, Martin Grace, Colin Skeaping, George Herbert, James Boris, Allan Hudson, Simon Lust, Skip Martin Titolo originale Horror Hospital. Horror, durata 100 min. – Gran Bretagna 1973.

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Diario proibito di un collegio femminile banner personaggi

Michael Gough: Dr. Christian Storm
Robin Askwith: Jason Jones
Vanessa Shaw: Judy Peters
Ellen Pollock: Aunt Harris
Dennis Price: Mr. Pollack
Skip Martin: Frederick
Kurt Christian: Abraham
Barbara Wendy: Millie
Kenneth Benda: Carter

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Regia Anthony Balch
Sceneggiatura Alan Watson, Anthony Balch
Casa di produzione Noteworthy Films
Fotografia David McDonald
Montaggio Robert C. Dearberg
Casting Thelma Graves

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L’opinione dell’utente Dandy dal sito http://www.mymovies.it
Un horror grottesco da un regista che oscillò tra cinema di genere e sperimentazione(collaboratore di William Borroughs).Dalla trama nonsense con trovate demenziali(gli aguzzini del dottor Storm sempre vestiti da motociclisti e col casco), e che non rinuncia a una vena di lucida follia e qualche tocco gore.Interpreti godibili,su cui svetta Gough,futuro Alfred della prima serie di film di “Batman”.Non per tutti i gusti,ma all’altezza della fama di cult conquistata negli anni.Peccato che la versione italiana,oltre ad avere un titolo insensato e particolarmente cretino,sia più corta di quasi 10 minuti.

L’opinione del sito http://www.horrordapaura.forumfree.it
Non fatevi ingannare dal titolo, consiglio vivamente a tutti coloro che adorano i film horror vecchio stampo, a me è piaciuto moltissimo e non se ne vedono di questi tempi film così.
All’inizio può sembrare noioso ma vi garantisco che a me ha tenuto incollato fino alla fine del film e il finale è ancora meglio, peccato per gli effetti un po grezzi.

L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
Un giovane musicista stressato decide di prendersi una pausa da tutto da tutti. Incuriosito da un opuscolo pubblicitario che promette una vacanza di rilassamento e di risanamento psicho-fisico ospiti di una casa di riposo immersa nel verde e nella quiete di campagna, il ragazzo decide di recarsi immediatamente sul posto. Giunto sul luogo scopre però ben presto che sotto le mentite spoglie di una casa di cura si cela in realtà un ospedale guidato da un folle dottore che compie dei bizzarri esperimenti su giovani cavie. Nonostante una storia abbastanza originale ed attori piuttosto ben calati nei rispettivi ruoli, il film non decolla. Troppi personaggi “stereotipi” (il “Mad Doctor” sulla sedia a rotelle, l’aiutante nano, lo “scapestrato capellone”), dialoghi piatti e scontati e poca suspense. Un horror decisamente poco noto che non merita molta attenzione. Curiosità: il film usci in Italia con il titolo assolutamente gratuito “Diario proibito di un collegio femminile” che nulla ha a che vedere con la trama del film; l’idea, pare chiaro, era di attirare qualche spettatore in cerca di “emozioni forti”.

L’opinione di Brainiac dal sito http://www.davinotti.com
Basterebbe la folle (ma a suo modo magistrale) scena iniziale e i successivi titoli di testa con lo schermo solcato dal sangue a benedire questo filmaccio con le stimmate del trash movie assoluto. Poi però si incappa nella noia della sceneggiatura, che calca troppo il pedale del grottesco e la visione diventa faticosa. Fatidioso anche il ghigno del protagonista, recitazione ignobile. Mediocre, ma con alcune trovate interessanti.

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Le monache di Sant Arcangelo

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Nel Convento di Sant’Arcangelo di Baiano l’anziana badessa è ormai in fin di vita; Giulia di Mondragone, una giovane e bella suora è candidata con Carmela e Lavinia alla successione per la guida del convento.
Giulia è ambiziosa ed è sessualmente lesbica; ha una relazione, infatti, con Suor Chiara ma accetta per interesse la corte di don Carlos Ribera, un nobiluomo senza scrupoli e senza principi morali.
Suor Giulia sa infatti che la protezione del potente nobile può esserle utile nel sogno di dirigere il monastero.
Accetta così, pur contro voglia e contro le proprie tendenze sessuali di appagare il nobile; che però ha anche delle mire sulla giovane novizia Isabella, una bellissima suorina della quale don Carlos è incapricciato.

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La morte della badessa superiora provoca l’avvio di una crisi drammatica all’interno del convento: le tre rivali brigano in tutti i modi per assicurarsi la successione e Suor Giulia alla fine è costretta ad accettare la richiesta di Don Carlos, volta ad ottenere una notte d’amore nella cella della novizia Isabella.
Mentre infuria la guerra intestina al convento, giocata sul campo dell’ignominia più completa, l’eco degli avvenimenti giunge a Roma.
Siamo nel 1577, il Regno di Napoli è soggetto anche alle leggi della Santa Inquisizione: dalla città campana viene inviato dall’Arcivescovo il vicario Carafa, uomo integerrimo ma anche brutale ed inflessibile.
Le sue indagini interne portano alla scoperta degli intrighi che le rivali al ruolo di badessa tessono instancabilmente l’una alle spalle delle altre; con la tortura Carafa estorce la confessione di Giulia di Mondragone, che viene condannata a morte mediante l’ingestione di cicuta.

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La suora muore tra atroci dolori mentre Suor Isabella, con un astuto e provvidenziale ricatto, riesce a mettere freno alle ambizioni di Don Carlos.
Per evitare ulteriori scandali, la suorina viene “condannata” ad essere dispensata dai voti…
Le monache di Sant’Arcangelo, film tipico del filone nunsploitation ( filone erotico/conventuale) esce nelle sale nel 1973, diretto da Domenico Paolella, su un soggetto ispirato molto liberamente ad un libricino scritto forse da Stendhal,Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, probabilmente però opera di un anonimo francese.
Alla riduzione cinematografica viene chiamato Tonino Cervi, che ne ricava un soggetto tutto sommato equilibrato, che Paolella, veterano del cinema di genere, dirige con buona mano senza calcare troppo sul versante erotico della storia.
Il film ha un’ambientazione, ovviamente, prettamente conventuale e si inserisce nel genere di nicchia che raccontava storie abbastanza pruriginose di suore poco avvezze ai loro voti, senza però sconfinare nello scollacciato fine a se stesso tipico di un’altra branca del cinema erotico con sfondo conventuale, il classico decamerotico.

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Grazie ad un ottimo cast, Paolella gira una pellicola di discreto valore, nella quale spicca principalmente la buona ricostruzione storica;assolutamente in linea il cast che vede nel ruolo principale, quello di Suor Giulia da Mondragone l’attrice inglese Anne Heywood, non nuova al cinema conventuale; nel 1969 infatti aveva lavorato in La monaca di Monza (regia di Eriprando Visconti) nel ruolo della sventurata Virginia De Leyla e chiamata ancora una volta a interpretare una parte scabrosa, quella di Giulia di Mondragone, assetata di potere a tal punto da sacrificare le proprie idee, la propria dignità e in fondo anche il suo amore per Suor Chiara in nome della sua ambizione.

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Nel cast figura anche una giovane e bella Ornella Muti, l’unico personaggio davvero positivo del film ed anche l’unica a scansare la furia dell’Inquisizione, rappresentata dal torvo Carafa, uomo implacabile e infervorato dalla sua missione, convinto di dover estirpare il male con tutti i mezzi possibili, incluso l’uso abominevole della tortura.
Il ruolo di Carafa è svolto in modo inappuntabile da Luc Merenda,mentre l’Arcivescovo di Napoli è Claudio Gora.
Spazio anche a Martine Brochard, bravissima nel ruolo di Suor Chiara, amante di Suor Giulia.
Discrete sia le musiche che le scenografie, mentre ottima è la fotografia.
Le monache di Sant’Arcangelo è un film di discreta reperibilità, oggi disponibile anche in digitale, mentre un suo passaggio televisivo è abbastanza improbabile anche per la tematica trattata.

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Le monache di Sant’Arcangelo
Un film di Domenico Paolella. Con Luc Merenda, Ornella Muti, Martine Brochard, Anne Heywood, Claudio Gora Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1973.

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Ornella Muti: suor Isabella
Pier Paolo Capponi: don Carlos Ribera
Anne Heywood: badessa Giulia di Mondragone
Claudia Gravi: badessa Carmela
Maria Cumani Quasimodo: badessa Lavinia
Martine Brochard: suor Chiara
Luc Merenda: vicario Carafa
Claudio Gora: emin. cardinal d’Arezzo
Duilio Del Prete: Pietro
Muriel Catalá: Agnese
Gianluigi Chirizzi: Fernando

Le monache di Sant'Arcangelo banner cast

Regia Domenico Paolella
Soggetto Domenico Paolella
Sceneggiatura Tonino Cervi
Produttore Tonino Cervi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Claudio Cinini, Giovanni Fratalocchi
Costumi Osanna Guardini

 Le monache di Sant'Arcangelo banner recensioni

L’opinione dell’utente sasso 67, dal sito http://www.filmtv.it
La trama del film deriva da un fatto di cronaca verificatosi nei pressi di Napoli nel 1577 e sfociato in un processo inquisitoriale. La materia non è nuovissima nemmeno per il cinema, basti pensare ad opere come Made Giovanna degli Angeli di Kawalerowicz o a I diavoli di Ken Russell, che aveva lanciato alla grande il filone “conventuale”. Ovviamente, l’aspetto pruriginoso della vicenda ha un ruolo preponderante, come del resto ebbe nella realtà, ma questa volta il regista cerca di non insistere eccessivamente sulle immagini piccanti e di aggiungere un elemento “politico” a condizionare la conduzione della faccenda da parte delle autorità ecclesiastiche. Tra le quali emerge la forte personalità di Monsignor Carafa, vicario dell’Arcivescovo di Napoli. Mentre quest’ultimo si dimostra prudente, ma anche titubante e pilatesco, il giovane Carafa (probabilmente quel Decio Carafa che sarà poi a sua volta arcivescovo di Napoli e cardinale) è deciso a combattere la corruzione e gli intrighi, sebbene abbia delle remore morali di fronte alla tortura e alla pena di morte.
Bisogna dire che il compito è svolto da Paolella con il professionismo di cui era dotato e, a parte un finale da tragedia greca, con tanto di cicuta, che stona con altri momenti di buona ricostruzione storica, si tratta di uno spettacolo, in certi limiti, dignitoso.

L’opinione dell’utente Homesick, dal sito http://www.davinotti.com
Rievocazione di un fatto di cronaca claustrale del XVI secolo – lo scandalo del convento di Sant’Arcangelo a Bajano – varca i limiti del voyeurismo e dei sadomasochismi da bancarella imposti dal filone nunsploitation allora in voga per soffermarsi sulla cura di fotografia, costumi e suppellettili e sul rilevamento dell’aspetto psicologico e politico, massimo nell’invettiva anticlericale pronunciata dalla moritura Heywood. Impegnato a rispecchiare risolutezza moralizzatrice e dubbi del vicario Carafa, Merenda acquisisce un inedito carisma, anche in virtù del doppiaggio di Sergio Graziani.

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Le calde notti di Poppea

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La biondissima e procace Poppea si trasferisce dalla campagna a Roma in cerca di giustizia, subito dopo esser stata stuprata in un campo di grano; è una donna che sa quello che vuole, tuttavia finisce per andare ad esercitare il mestiere più vecchio del mondo del bordello di Calpurnia.
Qui conosce l’affascinante console Claudio Valerio, del quale si innamora perdutamente, ma l’uomo che è di costumi probi, la rifiuta.
Poppea poserà per una statua ordinata dall’imperatore Nerone per poi sposare il figlio del senatore Tarquinio; alla fine dopo alcune avventure riuscirà a sposare l’imperatore.

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Le calde notti di Poppea, opera di Guido Malatesta diretta nel 1969 è un tardo peplum che fa parte della nuova frontiera del peplum stesso, la stessa che vivacchiò per breve tempo nel connubio (scellerato) tra eros e storia.
Film senza alcuna aderenza storica (Poppea non entrò mai in un postribolo e sposò Rufrio Crispino un appartenente all’ordine equestre capo della guardia pretoriana), quello di Malatesta; girato in una Roma assolutamente improbabile, grazie ai residuati del glorioso periodo dei peplum con gli avanzi dei set precedenti,Le calde notti di Poppea è un filmucolo senza nessunissima pretesa.

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L’unico motivo di interesse,all’epoca dell’uscita del film, era la presenza nel cast della biondissima e avvenente Olinka Schoberova alias Berova,attrice di origini ceche lanciata con molta fantasia come l’alternativa ad altre due biondissime  (e di ben altro calibro) star come Brigitte Bardot e Ursula Andress.
Costruito su una sceneggiatura sfilacciata da Gianfranco Clerici e dallo stesso Guido Malatesta,Le calde notti di Poppea ha dalla sua solo una discreta elaborazione scenica (Malatesta aveva partecipato ad altri film mitologici) ad onta di un cast di comprimari nemmeno mal assortito che comprende Brad Harris (il console Valerio),Howard Ross (Marco),Femi Benussi (Livia),Daniele Vargas.

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Questo film è passato in tv molto tempo fa, ed è di difficilissima reperibilità anche in versione di riversaggio da VHS.

Le calde notti di Poppea, un film di Guido Malatesta, con Olga Schoberová, Brad Harris, Gia Sandri, Renato Rossini, Femi Benussi, Daniele Vargas, Carla Calò, Ignazio Balsamo, Demeter Bitenc, Tullio Altamura, Fortunato Arena, Silvio Bagolini, Albert Balsamo, Peggy Cunningham, Tony Corty, Sandro Dori, Francesco De Leone, Antonietta Fiorito, Nello Pazzafini, Alberto Sorrentino Storico/erotico,Italia 1969

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Olga Schoberová: Poppea
Brad Harris: Claudio Valerio
Gia Sandri: Lucrezia
Howard Ross: Marco
Femi Benussi: Livia
Sandro Dori: Nerone
Carla Calò: Calpurnia
Ignazio Balsamo: Tarquinio
Nello Pazzafini: Padre Colonnius
Daniele Vargas: Sacerdote di Venere

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Regia Guido Malatesta
Soggetto Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Produttore Fortunato Misiano
Casa di produzione Romana Film
Distribuzione (Italia) Trans Film
Fotografia Augusto Tiezzi
Montaggio Jolanda Benvenuti
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Pier Vittorio Marchi
Costumi Walter Patriarca
Trucco Anacleto Giustini

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In nome del popolo italiano

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Un film autenticamente profetico, amarissimo e spietato, un ritratto di un paese, l’Italia, che in oltre 40 anni (il film è del 1971) non ha praticamente mai mutato pelle, trasmettendo come un gene malato i difetti che Dino Risi analizza e descrive con grande maestria.
Un ritratto a tinte fosche, buie, di due personaggi in antitesi per ruoli occupati, per personalità, per modo di vivere, per status quo; un magistrato e un bieco affarista, un palazzinaro arrogante e corruttore, puttaniere e vanaglorioso.
Due mondi che ci riconducono ai giorni odierni, con l’irrisolto problema del conflitto fra la magistratura e il potere economico, che è anche potere politico.

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Lui, Mariano Bonifazi, giudice istruttore, è un uomo grigio ma incorruttibile, fortemente politicizzato e sopratutto nauseato da quello che vede intorno a se, ovvero la disonestà nella vita pubblica e nella politica, il malaffare nei rami più importanti del lavoro come l’edilizia, che vedono il massimo epigone in Renzo Santenocito, espressione compiuta di un sottobosco di imprenditori capaci di mettere le mani su tutto, creando disastri a livello ambientale, corrompendo funzionari della pubblica amministrazione e politici, uno che con la sua attività di palazzinaro deturpa in maniera orribile il paesaggio, creando ecomostri costruiti peraltro con materiali scadenti.
Risi racconta le due storie contrapposte di Bonifazi e Santenocito non parteggiando per nessuno dei due: i due personaggi infatti risultano da subito antipatici e supponenti.

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Se il magistrato gira in bici e con l’Unità nella tasca della giacca, mangia in trattoria e vive modestamente a lui viene contrapposta la figura meschina e ipocrita dell’imprenditore che gira in Maserati, partecipa a feste in costume ed ha tutta l’arroganza e la supponenza della classe sociale di appartenenza; ma entrambi non ispirano simpatia, estremi come sono di una società che da troppo potere ad entrambi.
Una situazione che, come sappiamo, è ancora oggi drammaticamente presente nella nostra società.
Il film inizia con il confronto a distanza tra i due; Bonifazi è impegnato a indagare sul perchè Silvana Lazzorini, una ragazza squillo d’alto bordo sia morta in modo sospetto; il magistrato scopre da subito che Santenocito potrebbe essere implicato nella morte della ragazza e decide di convocarlo in questura.

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Ely Galleani

 

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Simonetta Stefanelli

L’imprenditore viene così portato di peso, reduce da una festa e con addosso ancora il costume da legionario romano davanti al magistrato, al quale fornisce un alibi all’apparenza inattaccabile.
La sera della morte della ragazza era impegnato in una partita a carte con l’anziano padre.
Non è vero, ma Santenocito dà per scontato che suo padre avallerà l’alibi.
Da questo momento le indagini di Bonifazi subiscono una brusca accelerazione.
Scopre infatti che la ragazza presenta delle ecchimosi sul corpo, che ha nel sangue tracce di Ruhenol,un farmaco ipnotico e che quindi potrebbe essere stata uccisa.
Una serie di coincidenze porterà quindi Santenocito in galera; nonostante l’uomo protesti la sua innocenza, Bonifazi, convinto al contrario della sua colpevolezza scoprirà grazie ad un diario appartenuto a Silvana che la ragazza è morta suicida per amore.

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Vittorio Gassman

Nella parte finale del film troviamo il magistrato impegnato a leggere il diario mentre per le strade impazza la folla in festa per la vittoria della nazionale italiana su quella inglese; una vittoria festeggiata con atti di puro vandalismo, da una folla che appare, agli occhi del magistrato, non meno spregevole dell’imprenditore.
In un finale cinico, vediamo Bonifazi, che ha le prove dell’innocenza di Santenocito, bruciare il diario di Silvana su un auto preda delle fiamme, un auto davanti alla quale c’è ancora la proprietaria del veicolo, intenta a inveire contro i teppisti autori dell’atto.
Il magistrato decide di fare giustizia da se, assumendosi arbitrariamente il ruolo di carnefice;così Santenocito paga per l’unica colpa non commessa, paga le sue malefatte nel campo dell’imprenditoria, paga il suo essere un corruttore, un uomo senza morale e un fascista.
Quella del fascista è l’immagine più forte costruita da Risi nel finale; Bonifazi attribuisce a lui il corpo e il viso di un paracadutista che con i suoi commilitoni sfila cantando un inno fascista, così come raffigura Santenocito in altre maschere tragiche che popolano le strade della città con la gente in festa per la vittoria della nazionale.
Così Bonifazi è costretto a guardare il peggio dei vizi italici, di quella gente pronta a sfilare per una partita di calcio ma non per cose ben più importanti; e la raffigurazione visiva di Santenocito, caricaturale e oscena, finisce per essere l’emblema di un popolo in cui le virtù sono oscurate dalle troppe debolezze.
In nome del popolo italiano è un film politico e sociale, un film in cui la denuncia dello strapotere della magistratura si mescola alla denuncia dell’affarismo senza scrupoli.
Ma tutti escono con le ossa rotte dal film e non sembra esserci nemmeno un barlume di speranza per il futuro dello sciagurato popolo che abita lo stivale; il futuro dimostrerà che purtroppo Risi ci aveva visto giusto.

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Ugo Tognazzi

Grazie alla presenza di due grandissimi attori come Ugo Tognazzi (Bonifazi) e Vittorio Gassman (Santenocito), Dino Risi costruisce un film di grandissimo livello, degno prosecutore della tradizione della commedia all’italiana, quella però vestita di impegno sociale e politico, quella per intenderci creata da grandissimi registi come Petri, Rosi, Damiani ecc..
I due grandi protagonisti si esibiscono in una gara di bravura senza vincitori, perchè tale è il livello della loro recitazione da rendere persino ingiusto un tentativo di attribuire la palma del migliore a due attori che hann fatto la storia del cinema italiano.

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Il resto del cast non sfigura di certo, grazie alle presenze professionali di Ely Galleani, che sta in scena per poco ma con grande bravura, di Yvonne Furneaux (la moglie di Santenocito), di Simonetta Stefanelli (la figlia), di Enrico Ragusa, grande nel ruolo del padre dell’imprenditore.
In nome del popolo italiano è un film che passa regolarmente in tv per cui è di facilissima reperibilità sia in riduzioni tv rip che in vari formati digitali.
Un film da non perdere, uno dei capolavori del cinema italiano del passato.

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Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini, Ely Galleani,Michele Cimarosa, Checco Durante, Pietro Tordi, Pietro Ceccarelli, Franco Angrisano, Simonetta Stefanelli, Paolo Paoloni, Mario Maranzana Commedia, durata 103′ min. – Italia 1971.

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Ugo Tognazzi: Giudice Mariano Bonifazi
Vittorio Gassman: Lorenzo Santenocito
Ely Galleani: Silvana Lazzorini
Yvonne Furneaux: Lavinia Santenocito
Pietro Tordi: Prof. Rivaroli
Simonetta Stefanelli: Giugi Santenocito
Franco Angrisano: Colombo
Renato Baldini: Ragioniere Cerioni
Pietro Nuti: Avvocato di Santenocito
Checco Durante: Pironti, l’archivista
Maria Teresa Albani: Signora Lazzorini
Gianfilippo Carcano: Signor Lazzorini
Edda Ferronao: Cameriera di Santenocito
Franca Scagnetti: La portinaia
Michele Cimarosa: Maresciallo Casciatelli
Enrico Ragusa: Riziero Santenocito, il padre
Pietro Ceccarelli: Inserviente al Palazzo di Giustizia
Franco Magno: Industriale
Marcello Di Falco: Segretario di Santenocito
Paolo Paoloni: Primario della clinica psichiatrica
Giò Stajano: Floriano Roncherini
Franca Ridolfi: Doris, l’attrice
Francesco D’Adda: Lipparini, cancelliere
Vanni Castellani: Sirio
Claudio Trionfi: Giornalista TV

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Regia Dino Risi
Soggetto Age & Scarpelli
Sceneggiatura Age & Scarpelli
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione International Apollo Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Carlo Rustichelli, eseguite da Il Punto
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Enrico Sabbatini

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Corrado Gaipa: Enrico Ragusa
Donatella Gambini: Simonetta Stefanelli
Ludovica Modugno: Ely Galleani
Stefano Satta Flores: Pietro Nuti
Mario Frera: Michele Cimarosa

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L’opinione dell’utente zombi tratta da http://www.filmtv.it
Ebbene si un gran bel film. e una gran bella conferma a distanza di tanto tempo dall’ultima volta che lo vidi. tutto ciò che si possa desiderare da un film e pure troppo. risi con la complicità degli sceneggiatori e dei suoi attori(dai protagonisti ai caratteristi)dipinge finemente un racconto morale su un paese che di morale non ne ha mai avuta. il magistrato tognazzi integerrimo, si rende colpevole di distruzioni di prove che scagionano l’industriale e intrallazzatore polivalente gassman solo per poterlo sbattere in galera. con la falsa illusione naturalmente di distruggerlo pubblicamente. vana perchè la storia ci insegna che in italia coloro che si macchiano di colpe ai danni dello stato italiano, spesso siedono su un bel seggiolone in parlamento a legiferare in nome di un popolo che non si merita un cazzo, a detto del costruttore cementificatore e inquinatore gassman. ed è forse anche alla luce di ciò che tognazzi compie quel passo di illegalità. nessuno si salva in quel paese dove la gente è unita solo ed in occasione di una partita di calcio. il calcio il cuore puro del tipico italico abitatore dello stivale… con una naturalezza e semplicità che è dei grandi (risi, age e scarpelli, tognazzi e gassman mica tizio caio e sempronio tanto per dire)ci introducono in una rappresentazione grottesca dell’italia di quegli anni(?!)in cui grande industria, politica e malaffare andavano a braccetto in un balletto mostruoso dove gli affari si gestivano meglio intorno ad un tavolo e possibilmente con il corredo di fantomatiche attrici, modelle e pourquoi pas!!, di giovani figlie di… che accondiscendevano per un dopo cena in camera da letto. un giro di giovani che si “esplicavano” per mantenere un madre pensionata e un padre poeta senza lavoro e poca arte, da far impallidire anche il più scafato dei magistrati. i mostri di risi, age e scarpelli sarebbe bello facessero parte della galleria dei nostri capolavori cinematografici e sembra strano che nessuno all’epoca gridasse indignato che “i panni sporchi non si lavano in pubblica piazza”, anche se forse era meglio divertire gli italiani con puttane per politici e prelati, per distoglierli da ben altre gattacce da pelare. immenso lavoro di squadra dei due “mostri” tognazzi-gassman, tanto in sottrazione il primo quanto istrionesco il secondo. i dubbi finali di tognazzi erano anche i miei ma è valso la pena buttare al vento la propria rettitudine per una sacrosanta merda che dopo qualche anno finiva magari al parlamento?… onore e merito naturalmente all’arte dei caratteristi e quindi renato baldini compagno dell’ex moglie del magistrato in cerca di soldi, il maresciallo di michele cimarosa, pietro tordi professore che fa le autopsie e pietro ceccarelli inserviente di palazzo di giustizia dispensatore di aforismi.

L’opinione dell’utente Legnani tratta dal sito http://www.davinotti.com
Enormi Gassman (indimenticabile quand’appare in costume: ostenta potere e sicurezza come solo lui, al tempo, riusciva a fare) e Tognazzi, così mostruosamente bravi che alla prima vista non fanno vedere le altre facce. Rivedere il film, invece, permette di notare che il contorno è degnissimo. Al tempo il finale mi lasciò perplesso, invece si ricollega perfettamente alle frasi iniziali di Tordi, ha un piacevole sapore felliniano ed è perfetta conclusione in pieno stile cinico-risiano. Attuale, ahimè. Lo stabilimento marino “Rustichelli” è strizzata d’occhio all’autore della colonna sonora.

L’opinione del sito http://www.ilfuturodellamemoria.it
L’integerrimo magistrato Bonifazi (Ugo Tognazzi) sospetta lo speculatore edilizio Santenocito (Vittorio Gassman) di essere colpevole della morte di una studentessa. Fra i due si scatena un duello serrato, e quando Bonifazi avrà la prova dell’innocenza del suo “nemico”, la distruggerà: Santenocito, che l’aveva sempre fatta franca per le sue malefatte, per una volta pagherà con gli interessi. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, In nome del popolo italiano è una delle più pungenti commedie italiane degli anni ’70, un film sanamente “cattivo”, con divagazioni nel grottesco e un notevole coraggio politico. Formidabile il duetto dei due mattatori Tognazzi e Gassman.

L’opinione del Morandini
Giudice integerrimo e moralista sospetta industriale fascistoide brillante e senza scrupoli della morte di una tossicomane. Un diario gli rivela l’innocenza dell’incriminato. Distrugge la prova. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, è una delle più pungenti commedie italiane dei ’70. Formidabile duetto di due mattatori: Tognazzi in sordina, Gassman grottesco.

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Gungala la vergine della giungla

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Un grosso diamante rubato ad una tribù, un avventuriero senza scrupoli, due cercatori d’uranio e una misteriosa ragazza che gira seminuda per la giungla e che porta appeso al collo il misterioso diamante.
Sono questi gli ingredienti di Gungala la vergine della giungla, un film diretto da Romano Ferrara sotto lo pseudonimo di Mike Williams nel 1968 e che appartiene al filone delle jungle girl, le eroine che imitano il Tarzan di Edgar Rice Burroughs.
Un filone che include le varie Tarzana,Sheena ecc.,personaggi che ebbero vita effimera e fama poco più che modesta in film generalmente dal basso costo, come questo Gungala che ebbe il merito di essere il primo a presentare una variante in gonnella del celebre Tarzan.

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Un discorso che non vale per il campo dei fumetti, dove viceversa le eroine della giungla (le jungle girls) ebbero un posto al sole grazie a numerose pubblicazioni che vedevano protagoniste affascinanti ragazze che vivevano nella giungla come il loro eponimo Tarzan in mezzo a mille pericoli, una specie di femministe emancipate discinte pronte a combattere con orde di selvaggi o ad affrontare a mani nude belve e animali della giungla stessa.
Eroine che avevano il nome di Leopard girl, Robin Crusoe o Jane,Liane e Pantera bionda,Zegra e Vooda, belle ed affascinanti nei loro costumi (ridottissimi) ricavati da pelle di fiere, in genere tigri o leopardi.
E la Gungala di Ferrara non fa eccezione a questo look, indossa un ridottissimo due pezzi e si muove come Tarzan agilmente nella giungla correndo di liana in liana, oppure nascondendosi dietro i cespugli per sfuggire al bieco Woolf, l’avventuriero che in compagnia del padre di Gungala ha sottratto il diamante alla tribu dei Bosok, prima di perire in un incidente aereo.

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Ferrara racconta quindi in parallelo le ricerche del trio di improvvisati esploratori, ovvero Woolf,l’ingegner Chandler e la sua fidanzata Fleur e dell’invisibile Gungala, che alla fine della storia in seguito alla morte di Woolf per bocca di una pantera sparirà nella giungla, dando modo a Ruggero Deodato di costruire in fretta e furia un sequel che verrà intitolato Gungala la pantera nuda.
Un film che aldilà dell’ambientazione naturalistica affascinante (peraltro parecchio sospetta) e delle grazie della bella Kitty Swann altro non mostra;l’avventura latita alquanto e i rari momenti di interesse sono legati alla presenza della bella Swann (Kirsten Svanholm), che girò una quindicina di film in 7 anni tra il 1965 e il 1972 per poi sparire nel nulla.
In Italia la Swann è ricordata, poco per la verità, per le partecipazioni a Forza ‘G’ e a Tarzan e la pantera nera e il motivo è comprensibile; oltre la bellezza davvero notevole, la Swann non sembra possedere particolari doti recitative.

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Vero è che nel film di Romano resta in scena per poco più di un quarto di pellicola,che spesso indugia in bellissime sequenze a sfondo naturalistico, che però sono sicuramente di repertorio;Romano riesce a mixare il tutto con abilità dando l’illusione del realismo delle scene stesse, abbellite con le presenza di qualche animale esotico, inclusa l’immancabile scimmietta.
Il film ebbe un discreto successo, legato ovviamente alla presenza in abiti ridottissimi della Swann; siamo nel 1967 e ogni centimetro di epidermide rubato alle implacabili forbici dei censori si tramuta in motivo di interesse per il pubblico.

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Visto che Gungala ogni tanto (molto raramente) mostra il seno oppure si fa l’immancabile bagno nuda come un verme in uno specchio d’acqua, ripresa abbastanza da lontano e velocemente sempre per sfuggire all’ira dei censori, ecco che c’è qualche motivo ulteriore di interesse.
Ma la pellicola resta abbastanza noiosa, sopratutto ad una visione odierna.
Gungala la vergine della giungla è di difficile reperibilità, nonostante sia stato trasmesso, in versione purgata, su reti private nel corso degli anni.Vale una visione solo se veramente appassionati del genere.

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Un film di Romano Ferrara. Con Kitty Swan, Linda Veras, Poldo Bendandi, Conrad Loth, Archie Savage,Valentino Macchi, Alfred Thomas Avventura, durata 94 min. – Italia 1968

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Kitty Swan … Gungala
Linda Veras … Fleur
Poldo Bendandi … Wolf
Conrad Loth … Chandler
Archie Savage … Thao
Antonietta Fiorito … Signora Caroli
Valentino Macchi … Missionario

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Regia: Romano Ferrara
Sceneggiatura: Romano Ferrara,L.A. Rotherman
Produzione: Fortunato Misiano
Musiche:Angelo Francesco Lavagnino
Fotografia:Augusto Tiezzi
Montaggio:Jolanda Benvenuti
Production Design :Pier Vittorio Marchi
Costumi:Walter Patriarca

L’opinione dell’utente Disater man tratta da http://www.filmtv.it
Non ho capito perchè viene definito avventuroso-erotico quando di erotismo ce n’è meno di zero, a meno che la versione che passa in TV sia pesantemente tagliata. Per questo non riesco nemmeno a spiegarmi il bollino rosso fisso con tanto di VM14 iniziale quando viene trasmesso di notte da Italia1. A parte ciò devo dire che il film è abbastanza bello, oggi appare veramente molto datato ma è tuttora affascinante e si lascia seguire senza annoiare mai, peccato solo per il finale un po’ affrettato. Fotografia ottima, anche se a quanto ho capito è stato girato tutto in Italia e per nulla in Africa. Linda Veras bellissima, molto più della Swan.

L’opinione dell’utente Legnani tratta da http://www.davinotti.com
Funziona Poldo Bendandi (protagonista! doppiato da Cigoli!) come truce avventuriero, funzionano (per il ’68) le tettine della Swan (che sta in scena forse 15′). Tutto il resto è pazzesco, pertanto adorabile. Di rara spudoratezza l’uso delle immagini africane di repertorio, intervallate con scene girate sulle rive di un lago laziale costiero (Fogliano?), con nessi causa-effetto esilaranti: disponendo di una scena in cui uno stormo si alza di colpo in volo, si fa sparare (senza motivo) un colpo di fucile da un personaggio. I negri dicono “Buana”..

L’opinione dell’utente IlGobbo tratta da http://www.davinotti.com
Per impadronirsi di un diamante un losco cacciatore accetta di scortare una spedizione scientifica nel cuore del Congo… Tarzanico al femminile, con seguito, che vede protagonista la piuttosto nuda Kitty Swan, una sorta di Megan Gale ante litteram di origine olandese, che mostra le sue grazie e grugnisce comandando varie bestie. Non male anche la Veras, il resto è esotismo da fumetti tipo Vittorioso o Audace, di una noia disumana. Ma agli spettatori del tempo dev’essere parso chissà che… Si intravede Bobby Rhodes giovane e capelluto.

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Contronatura (1969)

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Sei persone, in viaggio su un auto, sono in viaggio per raggiungere Brighton, località nella quale Sir Archibald Barrett deve recarsi per consegnare ad un giudice dei documenti che lo renderanno proprietario del patrimonio di suo cugino, Richard Wright, che l’uomo dovrebbe ereditare rendendo ancor più cospicuo il suo notevole patrimonio.
Nell’auto, con Archibald, viaggiano il contabile dell’uomo,Ben Taylor in compagnia della moglie Vivian oltre al fattore Alfred che è a sua volta accompagnato dall’amante,Margareth e l’autista dell’auto.
Un violento temporale imperversa sul tratto che il gruppo sta percorrendo con la conseguenza di far impantanare l’auto nel fango.
Mentre infuria la tempesta d’acqua,Alfred scorge alla luce dei lampi uno chalet.

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All’interno dello stesso ci sono due persone, Uriah e sua madre Herta, che al momento dell’arrivo del gruppo sono vicino al camino immerso nella penombra.
Uriah mostra di conoscere Archibald, definito dallo stesso “l’uomo più ricco della contea“;nel frattempo l’anziana Hertha è immersa in uno stato di trance, causata secondo il racconto di Uriah da un’interruzione della catena di una seduta spiritica alla quale la donna partecipava.
Nel frattempo il gruppo si riduce a sette persone; l’autista infatti decide di sfidare il temporale per andare a cercare un auto per allontanarsi da quel posto tetro in cui sembra accadere qualcosa di strano.
Hertha infatti esce dal suo stato catatonico per pronunciare il nome del defunto Richard Wright, l’uomo che ha lasciato ad Archibald i suoi beni.

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Uriah riesce a convincere il gruppo a formare una catena in modo da permettere a sua madre di uscire definitivamente dallo stato in cui si trova e lo snob Archibald, con una risata, accetta.
Ma la seduta spiritica si rivelerà una trappola mortale, per il gruppo.
Hertha, poco alla volta, rivela durante la trance l’oscuro passato di ciascuno dei componenti del gruppo;quello di Alfred che, scoperto in un momento di intimità con la sua amante Margareth provocò la morte della legittima moglie,quello di Vivian, che si era infatuata della bella moglie del defunto Richard Wright, quello di Archibald che per denaro aveva avvelenato Wright lasciando credere a Ben Taylor di esserne il responsabile e infine il passato di quest’ultimo, che si lasciò incolpare della cosa per nascondere l’oscura colpa di Vivian.
Da quel momento tra i cinque inizia una specie di resa dei conti che….

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E’ decisamente un bel film Contronatura, diretto a Antonio Margheriti nel 1969 sotto lo pseudonimo di Antony Dawson; un gotico con tracce horror e circondato da un’aura di sovrannaturale che verrà più chiaramente spiegata nell’illuminante e tragico finale.Un film ispirato liberamente al racconto di Dino Buzzati Eppure bussano alla porta, pubblicato nella raccolta La boutique del mistero.
Un film tutto d’atmosfera, nel quale grazie ad un sapiente uso del flashback si conoscono tutti i particolari delle vite private dei cinque ospiti dello chalet, che apprenderemo essere uno dei luoghi nelle disponibilità del neo erede sir Archibald che lo ha ereditato da Richard Wright.
Proprio attraverso l’uso del flashback impariamo a conoscere il passato segreto e tragico dei protagonisti, attraverso continui andirivieni tra il presente lugubre e angosciante, testimoniato anche dal furibondo temporale che imperversa nella zona e dalla profonda immersione nella penombra della scena principale, che vede i sette personaggi muoversi nell’angusta stanza dello chalet, nel quale troneggia il tavolo al quale sono seduti Sir Archibald e Ben.

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L’implacabile voce di Hertha fa da trait d’union fra passato e presente, ricordando ai presenti le nefandezze commesse.
La macchina da presa di Margheriti si muove così con lentezza sui volti dei protagonisti, mentre rivedono nella mente un passato terribile fatto di delitti di ogni genere, indugiando anche su una scena avulsa da quella principale, ovvero l’improvvisa passione che agita Vivian verso Margareth, che culminerà in una scena saffica alla quale Margareth resisterà dopo un iniziale abbandono.
Attraverso l’implacabile voce di Hertha, vediamo quindi le gesta terribili di cui si sono resi responsabili i protagonisti, con la relazione proibita tra Alfred e Margareth, l’infatuazione innaturale di Vivian per la bella moglie di Richard ecc.
Il film si muove così mostrando la corruzione morale dei protagonisti, nessuno dei quali è immune da peccati tremendi.
E alla fine, quasi in un giudizio apocalittico, vedremo gli squallidi protagonisti della storia o meglio, delle storie ricavare il giusto castigo.

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Gran merito della riuscita del film va ascritto alle ottime prove del cast che Margheriti sceglie per il film; pur non essendo composto da attori di primo piano, il cast stesso fa cose egregie diretto benissimo da Margheriti.
Bene quindi Giuliano Raffaelli che interpreta il velenoso (in tutti i sensi) Sir Archiblad, cosi come ottimi sono Luciano Pigozzi nel ruolo del diabolico Uriah e Claudio Camaso in quello di Alfred.
Ottimo anche il cast femminile, composto da tre brave attrici come Marianne Koch (Vivian), Dominique Boschero ( Margareth) e Helga Anders, che interpreta la fintamente angelica Elizabeth; chiude il gruppo l’impenetrabile ed enigmatica Marianne Leibl nel ruolo di Hertha.

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Davvero ottima la fotografia di Riccardo Pallottini mentre a Margheriti, che cura contemporaneamente soggetto, sceneggiatura e regia va riconosciuto il merito di aver creato un’opera di vera suspence senza utilizzare effetti speciali o splatter.
Contronatura è un film che è possibile vedere su You tube all’indirizzo http://youtu.be/kwkS3yttEhs in una versione di discreto livello; un’opera che consiglio vivamente di non perdere.

Contronatura (Unnaturals), un film di Antonio Margheriti (Anthony Dawson), con Joachim Fuchsberger,Marianne Koch,Dominique Boschero,Helga Anders,Luciano Pigozzi Gotico/Thriller, Italia 1969 Titolo originale Schreie in der Nacht

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Joachim Fuchsberger : Ben Taylor
Marianne Koch : Vivian Taylor
Helga Anders : Elizabeth
Claudio Camaso : Alfred
Luciano Pigozzi : Uriat
Dominique Boschero : Margareth
Giuliano Raffaelli : Sig. Barret
Marianne Leibl : Sig.ra Uriat

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Regia Antonio Margheriti
Soggetto Antonio Margheriti
Sceneggiatura Antonio Margheriti
Produttore Franco Ciferri, Artur Brauner
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Otello Colangeli
Effetti speciali Antonio Margheriti
Musiche Carlo Savina
Scenografia Fabrizio Frisardi

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L’opinione dell’utente Cotola, dal sito http://www.davinotti.com:
Splendido gotico italiano, intriso di mistero ed in cui lo spettatore è catapultato sin dai primi minuti in un luogo dalle atmosfere tese e putrescenti, rimanendone invischiato e non riuscendone ad uscirne se non alla fine. Tecnicamente molto valido, può contare su una buona sceneggiatura e su un ottimo ritmo. Poi c’è quella scena…chissà che il buon Kubrick non ne abbia tenuto conto. Quando si dice un gran film di genere.

L’opinione dell’utente Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com:
Il miglior horror di Antonio Margheriti per uno dei migliori gotici italiani, tutto basato sul tema della vendetta e della giustizia “soprannaturale”. Si respira un’aria davvero inquietante, grazie all’ambiente in cui si svolgono le vicende (l’isolato villino) e le straordinarie musiche di Carlo Savina, che verranno usate successivamente in numerosi altri film. Nota d’onore anche per il cast (su cui spiccano la bellissima Dominique e Luciano Pigozzi). Notevole il finale.

L’opinione dell’utente wega dal sito http://www.filmscoop.it:
Se per una buona parte “Contronatura” sembra essere una noiosa storia di fantasmi di genere, rivela l’ eccellente lavoro di Margheriti nel secondo tempo. Al di là dell’ ottima ricostruzione storica il film è costruito con un sapiente uso del flashback e del montaggio parallelo, col quale la medium ci porta ogni volta nella dimensione parallela di un passato corrotto o criminoso dei protagonisti della vicenda. Mescolando abilmente giallo, erotismo e horror, e abbondonandone qualsiasi approccio gore, la tematica principale è il passato che riemerge per inghiottire il presente, che si esemplifica anche a livello figurativo nel splendido e notevole finale.

L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Ritenuto da alcuni il miglior film di Margheriti, Contronatura è una ghost story di gusto gotico insolito, senza segrete né ragnatele ma di notevole atmosfera. Se la prima parte del film può risultare un po’ lenta questo limite vien meno con l’inizio dei flashback che rivelano i torbidi retroscena delle vite dei protagonisti. Margheriti evita l’effetto truculento per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi e sulla vita di questi che con le loro bassezze e le loro vite equivoche sono assolutamente in linea con i temi dello spaghetti thriller in voga negli anni ’60. Diverse le scene erotiche a tono lesbo che però viste con occhio moderno non esaltano più di tanto. Curata invece la realizzazione tecnica, soprattutto la fotografia di Riccardo Pallottini. L’intrigo che lega i personaggi ha toni prosaici ma il film termina in una dimensione metafisica niente male e non del tutto prevedibile. Abbastanza solide le interpretazioni.

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