La prima volta sull’erba

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Nel periodo delle vacanze un gruppo di persone si ritrova in un alberghetto del Tirolo.
Fra loro spiccano il dottor Hans con suo figlio Franz,la pittrice Margherita con la sua bella figlia Lotte e Hella,una ragazza con velleità artistiche (vorrebbe fare l’attrice di teatro) con la sua famiglia squinternata.
Hans e Margherita sono persone sole,ma dalla mentalità aperta mentre Franz e Margherita sono molto giovani e attratti dalle cose che interessano i giovani della loro età.
Tra i due ragazzi nasce una simpatia che sfocia ben presto nell’amore;nel frattempo anche Hans e Margherita hanno scoperto una forte attrazione reciproca,tanto da diventare amanti.
I due decidono così di incoraggiare i primi timidi tentativi di capire l’amore dei due giovani.
Avendo una moralità elastica per il periodo storico in cui il film si svolge (siamo a inizi secolo scorso),cercano di far scoprire ai due giovani anche la sessualità.

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Ma i due,nonostante la buona volontà e l’incoraggiamento dei rispettivi genitori,non riescono a consumare un rapporto,inibiti dalla relazione dei due genitori.
Così…
La prima volta sull’erba,conosciuto anche come Danza d’amore sotto gli olmi è un film del 1975 diretto da Gianluigi Calderone alla sua ultima regia cinematografica delle tre complessivamente dirette,ovvero AAA bella presenza cercasi (1969) e Appassionata del 1974 prima che il regista genovese si dedicasse esclusivamente alla tv (sua la serie tv I ragazzi del muretto)
Un film noioso,brutto e assolutamente banale.
In sintesi è questo il giudizio su un film che pur contando su un cast discreto,con la presenza di Anne Heywood,di Claudio Cassinelli e di una giovane e affascinante Monica Guerritore non riesce mai a sollevarsi dalla mediocrità,finendo per segnalarsi solo per qualche scena di nudo della Guerritore stessa e per qualche bel paesaggio.

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Il resto del film è noia allo stato puro;a parte la sceneggiatura povera e velleitaria, il film non ha mai un guizzo o un motivo di interesse tangibile.
Alla fine il senso di incompiuto è tangibile e visibile;a parte la bella fotografia e i paesaggi,tutto appare artefatto,inclusa la recitazione e una storia assolutamente improbabile non fosse altro che per il periodo in cui è ambientata.
Il tema della comunicazione tra genitore e figlio o quello della sessualità adolescenziale sono affrontati marginalmente e male;manca completamente la profondità nel film.
Amore e sesso,connubio inestricabile e di difficile inquadramento appaiono qui assolutamente privi di anima,così come priva di anima è la scena principale del film,quella in cui Franz e Lotte si ritrovano a far l’amore circondati da un paesaggio idilliaco, sotto gli occhi dei rispettivi genitori.
Sono belli“,mormora la Heywood,quasi stesse guardando un’opera pittorica.
Ed è un’opera pittorica quella che alla fine rimane allo spettatore, ovvero un alternarsi di bei quadri montani,bei boschi e bei colori,null’altro.

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Parlare d’amore richiede ben altre doti ed evidentemente Calderone non le ha,così come non riesce a dar corpo nemmeno all’altro aspetto caratterizzante la trama,ovvero il complesso rapporto genitore/figlio.
Quindi,alla fine,la delusione è tanta.
Ma non possiamo in realtà nemmeno parlare di un’occasione sprecata tanto banale appare la trama e tanto svogliati appaiono gli attori;alla fine davvero non resta nulla della pellicola se non un senso di totale noia.

Danza d’amore sotto gli olmi
Un film di Gianluigi Calderone. Con Claudio Cassinelli, Bruno Zanin, Monica Guerritore, Anne Heywood, Mark Lester, Lorenzo Piani, Vincenzo Ferro Drammatico, durata 92 min. – Italia 1975.

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Anne Heywood: Margherita
Claudio Cassinelli: Hans
Mark Lester: Franz
Monica Guerritore: Lotte
Giovanna Di Bernardo: Hella

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Regia Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Gianluigi Calderone, Vincenzo Cerami
Produzione Enzo Doria
Musiche Fiorenzo Carpi
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Production design Franco Velchi

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L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it

Una coppia sposata amoreggia al pari dei loro due figli.Un film fasullo,una sciocchezza mai vista sugli schermi che gioca sui sentimenti delle persone in un modo falso e ipocrita.Come sfondo un hotel ai piedi delle montagne e tanta melassa condita con poco erotismo (quasi zero) eccetto un nudo integrale veloce della sempre bella Monica Guerritore.Inutile….vera spazzatura.

L’opinione di B,Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Noiosissimo. La cosa migliore è senz’altro la vivida fotografia di Marcello Gatti, che dà un bel tocco di “Austria felix”. Gli attori sono tutti impacciati, come se non credessero in quello che fanno (la Guerritore appare pure con peluria sopra il labbro superiore). Obiettivamente, ne hanno ben donde. Calderone si rifugia nell’artificioso, sia come dialoghi sia come inquadrature. Il finale ferroviario è forzatissimo. Evitabile, quasi da evitare.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Scritto in coppia con Vincenzo Cerami, il secondo film di Calderone è un romanzo dalle belle descrizioni – i ricchi quadri cromatici di Marcello Gatti e il pacato accompagnamento musicale di Fiorenzo Carpi – ma appesantito dai dialoghi artefatti, così come è artefatto ed improbabile l’assunto di base. Gli interpreti, dapprima promettenti con gli sguardi volenterosi dei giovani Guerritore e Lester, scompaiono presto assorbiti nella pedanteria e nel “vuoto” complessivi, tipici di certo cinema d’autore o presunto tale.

L’opinione di Giacomovie dal sito http://www.davinotti.com

Ha tutte le apparenze di una pellicola con delle pretese artistiche ma, a parte le riprese sugli scenari lacustri molto belli e la cura nei costumi, non conferma le sue ambizioni. Vorrebbe dare un’analisi alternativa sul tema dei condizionamenti e delle barriere nel rapporto genitori-figli (la trama riguarda due adolescenti esplicitamente incoraggiati al sesso dai rispettivi genitori), ma l’apatia prende subito il sopravvento e gli attori spaesati contribuiscono al parziale fiasco.

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Shakespeare in love

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Nel mio più recente articolo ho parlato di Shakespeare e di uno dei suoi più celebri capolavori,Romeo e Giulietta,ricordando la precisa ed attenta ricostruzione della tragedia da parte del regista Franco Zeffirelli.
Ora invece vorrei parlare di un film di grande successo,premiato nel 1999 con ben sette statuette e che narra in maniera assolutamente fantasiosa del grande bardo e del suo innamoramento per una graziosa fanciulla, Viola De Lesseps;il film è Shakespare in love,del regista britannico John Madden.
La pellicola è una ricostruzione assolutamente arbitraria della vita del celebre tragediografo inglese,della quale vita si conosce ben poco,tanto che sono molti quelli che mettono in dubbio addirittura la sua esistenza.
A parte le numerose incongruenze storiche e la fantasiosa rivisitazione della vita dello scrittore di Stepford on Avon, nel film ci sono errori anche gravi,tipo l’errata collocazione della data di stesura delle sue opere ecc.

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Cose che però non devono inficiare un giudizio estetico e strettamente cinematografico del film stesso,alla luce di quella che è un’operazione legata ad un film che narra una vicenda d’amore,con garbo e mestiere.
La storia prende spunto dall’incontro casuale tra William Shakespeare,noto tragediografo dell’epoca in palese crisi di ispirazione e impegnato nella stesura della sua tragedia più famosa (con l’Amleto),quel Romeo e Giulietta che verrà consegnato ai posteri come summa della sua poesia e della sua abilità di descrittore d’anime e di sentimenti e la bella Viola De Lesseps,che lui conoscerà in una doppia veste,quella del giovane attore Thomas Kent e in quelle reali della stessa Viola.
Un passo indietro.
Nella Londra di fine 500 (periodo in cui è ambientato il film) i ruoli femminili a teatro dovevano essere obbligatoriamente interpretati da uomini;era infatti proibito alle donne calcare le scene di un teatro,pena severe sanzioni.
Così William Shakespeare,che sta mettendo in scena una commedia,finanziata da Philip Henslowe si ritrova a dover fare audizioni di attori alle prime armi o vecchie ciabatte assolutamente inadatte al ruolo.
Sulla scena erò compare Thomas Kent,un giovane ed effeminato attore,che recita una parte tratta da I due gentiluomini di Verona di Shakespeare con tale bravura ed intensità da lasciare letteralmente fulminato lo scrittore.

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William insegue il giovane fino a casa De Lesseps e qui trova la bella Viola in abiti femminili,rimanendone incantato; ma la ragazza,a sua insaputa,è stata promessa in sposa a Lord Wessex.
William è ormai innamorato della ragazza,ma ignora ancora che lei si nasconde nei panni di Thomas.
Dopo una serie di vicissitudini,William e Viola,pur innamorati dovranno separarsi…
Nell’ottica stretta del film d’evasione, la storia regge e si fa guardare;funzionano bene tutte le componenti del film,dagli attori al cast tecnico.
I guai cominciano solo quando ci si rende conto della sproporzione tra il film, pure gradevole e ben fatto e la valanga di premi attribuiti allo stesso.
Nella cerimonia degli Academy Award (gli Oscar) del 1999,a sorpresa il film si impose su un lotto di pellicole decisamente e qualitativamente superiori.
Basti pensare che restarono a bocca asciutta capolavori come Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan), regia di Steven Spielberg,La sottile linea rossa (The Thin Red Line), regia di Terrence Malick e ottimi film come Elizabeth, regia di Shekhar Kapur e il nostro La vita è bella, regia di Roberto Benigni decisamente migliori rispetto al pregevole lavoro di Madden.
Ma la logica dell’Accademia è sempre stata mossa da principi spesso incomprensibili.
Il film trionfò anche nella sezione Migliore attrice protagonista con l’Oscar attribuito a Gwyneth Paltrow,in quella Migliore attrice non protagonista con la statuetta attribuita a Judy Dench,nella sezione Miglior scenografia con i premi dati a Martin Childs e Jill Quertier,per i Migliori costumi e il relativo premio consegnato a Sandy Powell,in quella della Migliore colonna sonora sotto sezione Miglior Musical o Commedia con il premio dato a Stephen Warbeck.
Troppi premi,in effetti.

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A parte gli ultimi due,gli altri sono stati elargiti con troppa sicurezza e superficialità.
Comunque sia, il successo del film è stato di livello internazionale.
Bene nel cast sia la Paltrow che la Dench,discreto Fiennes,sufficienti Tom Wilkinson e Colin Firth,in ombra Affleck.
A proposito di ardite soluzioni storiche proposte dal film da sottolineare l’assoluta inattendibilità riguardante la figura di Philip Henslowe,il famoso impresario teatrale che non è assolutamente dimostrato abbia conosciuto il grande bardo.
Altrettanto poco attendibile è la figura di Christopher Marlowe,il quale avrebbe fornito a Shakespeare l’ispirazione per la sua tragedia Romeo e Giulietta;altra cosa assolutamente arbitraria.
Aldilà degli appunti storici e delle soluzioni ardite se non campate in aria proposte dagli sceneggiatori, il film è ben diretto e si avvale comunque di professionisti di alto livello,che consegnano alla platea un prodotto sicuramente di classe.

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Shakespeare in Love

Un film di John Madden. Con Joseph Fiennes, Gwyneth Paltrow, Geoffrey Rush, Tom Wilkinson, Judi Dench,Colin Firth, Martin Clunes, Simon Callow, Ben Affleck, Rupert Everett, Imelda Staunton, Steven O’Donnell, Tim McMullan, Steven Beard, Antony Sher, Patrick Barlow, Sandra Reinton, Georgie Glen, Nicholas Boulton Titolo originale Shakespeare in Love. Commedia durata 122 min. – USA 1998.

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Joseph Fiennes: William Shakespeare
Gwyneth Paltrow: Viola De Lesseps/Thomas Kent
Geoffrey Rush: Philip Henslowe
Tom Wilkinson: Hugh Fennyman
Judi Dench: regina Elisabetta
Colin Firth: Lord Wessex
Martin Clunes:Richard Burbage
Simon Callow: Tilney
Ben Affleck: Ned Alleyn
Rupert Everett: Christopher Marlowe
Daniel Brocklebank: Sam Gosse
Jim Carter: Ralph
Imelda Staunton: la balia
Mark Williams: Wabash

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Christian Iansante: Joseph Fiennes
Francesca Fiorentini: Gwyneth Paltrow
Mattia Sbragia: Geoffrey Rush
Franco Zucca: Tom Wilkinson
Marzia Ubaldi: Judi Dench
Massimo Lodolo: Colin Firth
Massimo Corvo: Martin Clunes
Vittorio Congia: Simon Callow
Fabio Boccanera: Ben Affleck
Angelo Maggi: Rupert Everett
Stefano Crescentini: Sam Gosse
Paolo Buglioni: Jim Carter
Roberto Stocchi: Mark Williams

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Regia John Madden
Soggetto Marc Norman, Tom Stoppard
Sceneggiatura Marc Norman, Tom Stoppard
Produttore David Parfitt, Donna Gigliotti, Harvey Weinstein, Edward Zwick, Marc Norman
Fotografia Richard Greatrex
Montaggio David Gamble
Musiche Stephen Warbeck
Scenografia Martin Childs

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“Henslowe! Sai cosa succede ad un uomo che non paga i suoi debiti? suoi stivali prendono fuoco! “

“Lord Wessex: Ho parlato con vostro padre.-Viola De Lesseps: Sicche’, mio signore? Parlo con lui ogni giorno.”

“Capisci – una commedia.Amore ed un numero con un cane. questo e’ cio’ che vogliono. “

“Cinquanta sterline! una somma molto valorosa per una molto valorosa questione:Puo’ una commedia mostrarci l’assoluta’ verita’ e natura dell’amore? Saro’ testimone alla scommessa, e ne saro’ il giudice quando ne arrivera’ l’occasione. Non ho ancora visto niente per risolverla.”

“Mr. Tilney! Abbiate cura del mio nome – lo sgualcirete!”

“Viola de Lesseps: dimmi quanto la ami,Will.William Shakespeare:Come una malattia e la sua cura insieme.”

“Questa non è la vita, Will. È una stagione rubata.”

“Più dolce sarebbe la morte se il mio sguardo avesse come ultimo orizzonte il tuo volto, e se così fosse… mille volte vorrei nascere per mille volte ancor morire.”

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L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it

Film che passerà inevitabilmente alla storia per aver vinto ben sette premi Oscar meritandone effettivamente uno solo (quello per i costumi). “Shakespeare in love” è essenzialmente una storia d’ amore, una di quelle epiche e tormentate, romantiche nel midollo, concepite per fare breccia nella sfera emotiva del grande pubblico. Lo sviluppo della trama è quello elementare della relazione impossibile già visto in centinaia di film ma l’ idea di mettere Shakespeare stesso nei panni del Lui e affiancare la vicenda sentimentale del drammaturgo alla creazione e prima messa in scena della tragedia di Romeo e Giulietta rende il tutto vagamente più interessante. Ecco, ad essere sinceri, la parti migliori del film sono proprio quelle che ruotano attorno al mondo del teatro con tutti i suoi problemi ed i suoi personaggi qui ben caratterizzati da un discreto cast (bene soprattutto Rush, Wilkinson e tutto sommato anche Affleck). C’ è poi da dire che alcuni espedienti narrativi sono un pò deboli, che la veridicità storica latita e che la coppia Fiennes-Paltrow non è poi così folgorante. I punti forti rimangono scenografie, costumi e la presenza (seppur ridotta al minimo) di Judi Dench nei panni della regina Elisabetta. Madden si limita a gestire il tutto in modo asciutto ma senza far nulla che potesse minimamente giustificare la relativa nomination all’ Oscar. Decisamente sopravvalutato.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Daniela

Smentisco di essere un tipo poco romantico: anche se preferisco la visione di un bell’horror, le vicende di amori infelici facilmente mi spremono una lacrimuccia. Però questo film ispirato alla vita del bardo alle prese con turbe artistiche ed ormonali non mi ha conquistato, nonostante la sontuosità della messinscena e dei costumi. Paltrow, anoressica preraffaellitica, non ha grinta sufficiente per il ruolo, Fiennes è un sedano scondito, la Dench una regina autorevole ma senza troppi guizzi, la noia si affaccia. Oscar? Troppa grazia…

Giacomovie

Può un’opera mostrarci l’esatta natura e verità sull’amore? Una bella domanda che emerge dai dialoghi ed alla quale alla fine viene data risposta affermativa. Si tratta del possibile backstage del Romeo e Giulietta e nel suo impianto goliardico di fondo si propone come un prodotto altamente culturale, con una buona recitazione, grandi meriti scenografici e notevoli costumi da oscar. L’amore ha sempre qualcosa di teatrale e qui se ne esaltano sia i significati del tragico che del giocoso, con ricchezza poetica nella narrazione dei sentimenti.

Galbo

Versione romanzata di una parte della vita del grande scrittore inglese e del rapporto con una donna che lo solleva da una crisi creativa (riesce a concludere la scrittura di Romeo e Giulietta) e della quale si innamora. Al di là dell’improbabilità della storia, il film di John Madden è un gradevole spettacolo, realizzato con dovizia di mezzi e molto curato sia nella sceneggiatura (scritta da Tom Stoppard),nella ricostruzione scenica (assolutamente sontuosa) e nella scelta del cast, con la Paltrow e la Dench entrambe premiate con l’Oscar.

L’opinione di Elmoro dal sito http://www.filmscoop.it

Carino si, ma non il film memorabile degno di ben 7 oscar e 13 nomination. Ennesimo abbaglio dell’Academy, che nell’anno de “La vita è bella” e “Salvate il soldato Ryan”, scippa clamorosamente a questi due e a Benigni in particolare gli oscar per il miglior film e per la migliore sceneggiatura (ODDIO!). La storia è carina, ma alla fine del film mi sono accorto di avere il diabete, tanto è mielosa la trama e ogni suo componente. Sufficienza ma niente di più.

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Romeo e Giulietta

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In due anni,tra il 1594 e il 1596 il grande bardo alias William Shakespeare scrisse la tragedia “The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet” che da noi divenne solamente Romeo e Giulietta.
La tragica storia dei due innamorati,Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi, è conosciuta universalmente nel suo svolgimento finale, ovvero con la pozione presa da Giulietta per sfuggire alle nozze con il conte Paride che le provocherà una morte apparente e con la conseguente morte di Romeo, “E così con un bacio io muoio” e con la conseguente morte di Giulietta che si trafigge con un pugnale.
Una storia d’amore e morte che Franco Zeffirelli porta sulllo schermo nel 1968,riproponendo fedelmente dialoghi e sceneggiatura della tragedia, riuscendo a creare un delicato equilibrio tra il testo originale e la tragedia shakespiriana.

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Sono state molte,nel corso della storia del cinema,i tentativi di portare sullo schermo opere di Shakespeare;mai come nel caso di nessun altro scrittore gli esiti sono stati deludenti.
A parte il Macbeth di Polanski (del quale c’è la recensione sul sito) sono davvero poche le trasposizioni cinematografiche degne di menzione.
Tra esse cito quelle che ho apprezzato di più come Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Rosencrantz and Guildenstern Are Dead)per la regia di Tom Stoppard,La bisbetica domata (The Taming of the Shrew) ancora per la regia di Franco Zeffirelli,Giulio Cesare (Julius Caesar)
regia e sceneggiatura di Joseph L. Mankiewicz.
Poco altro in più.
La storia dei due sventurati amanti veronesi è ripresa da Zeffirelli con molta accuratezza,sia nei dialoghi come già detto sia nell’ambientazione che nei costumi;l’aria di tragedia è ben presente nel film,mescolata ai momenti d’amore tra i due giovani, condannati dall’odio fra le loro famiglie ad un destino crudele.
Shakespeare aveva creato una tragedia dal grande respiro,piena zeppa di personaggi delineati,dal Mercuzio ironico e sfacciatamente epicureo alle figure dei due amanti,puri e alti nella dimensione più elevata del sentimento chiamato amore.

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Un sentimento attorno al quale ruota inevitabilmente la vita dell’uomo,della donna e delle creature della terra ma non solo.
Estendendo il concetto,amore è ovunque,fino nella religione,come in quella cattolica che descrive l’amore di Dio per le sue creature, un amore così forte da contemplare la morte del suo unico figlio per la redenzione dell’umanità stessa.
Come dicevo,Shakespeare va oltre anche le convenzioni dell’epoca,considerando i due amanti come l’esempio più fulgido dell’amore,la massima rappresentazione dello stesso sentimento, in antitesi con la visione di amanti sfortunati e disonesti che veniva data da scrittori dell’epoca in cui i fatti avvennero.
E Zeffirelli non tradisce lo spirito di Shakespeare.
L’amore vince tutto, si arrende solo alla morte,ma con il passare del tempo la sconfigge,perchè la storia dei due giovani diviene l’emblema di come si possa far sopravvivere l’amore anche alla morte, esaltando la stessa come supremo atto dell’affetto verso la persona amata.

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In un’epoca materiale come la fine del 500,la forza della tragedia di Shakespeare è dirompente,così come lo è oggi;non a caso il balcone di Giulietta e Romeo a Verona o l’ente che gestisce la corrispondenza inviata ai due amanti sono affollate di visitatori e di scrittori.
Di tutte le età,nazionalità,uniti solo dalla forza del sentimento più nobile che l’uomo coltiva.
La tragedia di Shakespeare unisce poesia alla poesia;frasi come “« Mostra lei alle torce come si fa a brillare ché pare un pendente sulle gote della notte,
come il ricco gioiello all’orecchio dell’Etiope » o ancora « …tanto lei è bella che questa cripta si illumina a festa. » oppure 2Oh, essa insegna alle torce come splendere. Sembra pendere sul volto della notte come ricca gemma all’orecchio d’una Etiope. Ma è bellezza di un valore immenso che mai nessuno avrà, troppo preziosa pe la terra. Come colomba bianca in una lunga fila di cornacchie sembra la fanciulla tra le sue compagne. La voglio vedere dopo questo ballo; come sarei felice se la mia mano rude sfiorasse quella sua. Ha mai amato il mio cuore? Negate, occhi: prima di questa notte non ho mai veduto la bellezza.”
Una storia d’amore quindi.

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Che Franco Zeffirelli propone in una versione elegante e per certi versi magica;scegliendo per esempio le splendide note di Nino Rota,avvolgenti e tristi come si deve ad una colonna sonora che tratta un tema così forte oppure scegliendo per la fotografia Pasquale De Santis, che riesce a dare luminosità e toni cupi a seconda delle scene girate,tanto da meritare l’Oscar per la miglior fotografia.
Splendida la location e splendidi i costumi di Danilo Donati,che ottenne anche lui un meritato Oscar mentre a Zeffirelli sfuggì quello per la miglior regia,per la quale ebbe la nomination e che invece andò all’ormai dimenticato Oliver di Carol Reed.
Bravissimi i due attori principali,la bellissima e giovanissima Olivia Hussey,volto assolutamente perfetto per incarnare la virginea Giulietta;l’attrice inglese,che anni dopo interpretò la Madonna nel Gesù di Zeffirelli diede vita ad un’interpretazione memorabile.
Fece scandalo il suo seno nudo,cosa che la lasciò abbastanza indifferente come mostra la battuta fulminante che riservò ai giornalisti quando seppe che non poteva presenziare alla visione del film per la sua giovane età:”Non capisco perchè non possa vedere qualcosa che vedo nello specchio ogni giorno
Bravo anche Leonard Whiting che però non ebbe più occasione di avere un ruolo così importante e che non confermò quindi la bella prova d’esordio.Da segnalare il sontuoso cast dei doppiatori che include tra gli altri Gassman e Giannini.

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Un film molto ben fatto e confezionato,un film dei sentimenti e sui sentimenti;la vicenda dei suoi sfortunati protagonisti commuove anche il più scafato degli spettatori e sfido chiunque abbia visto il film a non sentire una stretta al cuore quando Giulietta muore,consapevole che il suo grande amore Romeo ha scelto la morte pur di non restare lontano da lei.
Un grande film,una grande tragedia,una grande storia d’amore.

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Un film di Franco Zeffirelli. Con Leonard Whiting, Olivia Hussey, John McEnery, Michael York, Milo O’Shea, Pat Heywood, Robert Stephens, Bruno Scipioni, Tony Soler, Rosemarie Dexter, Roberto Bisacco, Antonio Gradoli, Carlo D’Angelo, Franco Balducci, Geronimo Meynier, Andrea Bosic, Antonio Pierfederici, Elsa Vazzoler, Umberto Raho, Roberto Antonelli, Carlos Estrada, Nazzareno Natale, Natasha Parry, Bruce Robinson, Murray Head, Paola Tedesco, Richard Warwick Drammatico durata 152 min. – Italia, Gran Bretagna 1968

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Leonard Whiting: Romeo
Olivia Hussey: Giulietta
John McEnery: Mercuzio
Milo O’Shea: Padre Lorenzo
Pat Heywood: La Balia
Robert Stephens: Escalo il Principe di Verona
Michael York: Tebaldo
Bruce Robinson: Benvolio
Paul Hardwick: Capuleti padre
Natasha Parry: Capuleti madre
Antonio Pierfederici: Montecchi padre
Esmeralda Ruspoli: Montecchi madre
Roberto Bisacco: Conte Paride
Bruno Filippini: il menestrello
Paola Tedesco: Rosalina
Laurence Olivier: Voce narrante

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Giancarlo Giannini: Romeo
Anna Maria Guarnieri: Giulietta
Giorgio Albertazzi: Mercuzio
Mario Feliciani: Padre Lorenzo
Dhia Cristiani: La Balia
Sergio Fantoni: Il Principe di Verona
Pino Colizzi: Tebaldo
Massimo Turci: Benvolio
Roberto Bertea: Capuleti padre
Marina Dolfin: Capuleti madre
Vittorio Gassman: Voce narrante

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Regia Franco Zeffirelli
Soggetto William Shakespeare (opera teatrale)
Sceneggiatura Franco Brusati, Masolino D’Amico, Franco Zeffirelli
Produttore John Brabourne, Anthony Havelock-Allan
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Reginald Mills
Musiche Nino Rota
Scenografia Lorenzo Mongiardino e Luciano Puccini
Costumi Danilo Donati
Trucco Mauro Gavazzi, Luciano Vito

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L’amore è cieco, e il buio gli si addice. (Shakespeare,Romeo e Giulietta)

Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito.(Romeo: atto II, scena II)

Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: Oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia! (Romeo: atto II, scena II)

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta: atto II, scena II)

Chi sei tu che avvolto nella notte inciampi nei miei più reconditi pensieri? (Giulietta: atto II, scena II)

Buona notte, buona notte! Lasciarti è dolore così dolce che direi buona notte fino a giorno. (Giulietta: atto II, scena II)

Amore mio, mia sposa! La morte, che ha gia succhiato il miele del tuo respiro, nulla ha potuto sulla tua bellezza. Ancor sulle tue labbra e le tue guance risplende rosea la gloriosa insegna della bellezza tua: su te la Morte non ha issato il suo pallido vessillo… Tebaldo, tu che te ne stai là in fondo nel tuo bianco lenzuolo insanguinato, qual maggiore tributo posso renderti che spezzare con questa stessa mano che ha spezzato la tua giovane vita quella dell’uomo che ti fu nemico? Perdonami, cugino!… O mia Giulietta, perché sei tanto bella ancora, cara? Debbo creder che palpita d’amore l’immateriale spettro della Morte? E che quell’aborrito, scarno mostro ti mantenga per sé qui, nella tenebra, perché vuol far di te la propria amante? Per paura di questo, io resterò per sempre accanto a te e non mi partirò mai più da questo palazzo della scura notte. qui, qui, voglio restare insieme ai vermi, tue fedeli ancelle, qui fisserò l’eterno mio riposo, qui scrollerò dalla mia carne stanca il tristo giogo delle avverse stelle. Occhi, guardatela un’ultima volta, braccia, stringetela nell’ultimo abbraccio, o labbra, voi, porta del respiro, con un bacio puro suggellate un patto senza tempo con la morte che porta via ogni cosa. Vieni, amarissima mia scorta, vieni, mia disgustosa guida. E tu, Romeo, disperato nocchiero, ora il tuo barco affranto e tormentato dai marosi scaglia contro quegli appuntiti ronchi a sconquassarsi… Ecco, a te, amor mio! Bevo al mio amore! O onesto speziale! Il tuo veleno è rapido, e così, con un bacio, io muoio. (Romeo: atto V, scena III)

Romeo e Giulietta banner recensioni
L’opinione di Mery91 dal sito http://www.filmscoop.it

Bellissimo adattamento cinematografico di Zeffirelli della famosa opera di Shakespeare.
Sicuramente la migliore trasposizione cinematografica mai fatta per quanto riguarda Romeo e Giuletta.
Bellissima l’atmosfera che si respira della Verona Rinascimentale; ottimo davvero tutto, dalla recitazione ai costumi, dalla colonna sonora alle scenografie (non a caso Zeffirelli si è laureato all’Accademia di Belle Arti). Meritatissimi i due Oscar per la migliore fotografia e per i migliori costumi. Bravi Leonard Whiting e le bella Olivia Hussey. Ottimo lavoro di Franco Zeffirelli, sicuramente uno dei suoi migliori lavori.
Da vedere.

Dal sito http://www.davinotti.com

L’opinione di Pigro

La tragedia di Shakespeare in versione oleografica e magniloquente. Abbondano belle e belli, come sempre in Zeffirelli, ma il film è molto ben curato, le ambientazioni (così come scene e costumi) raffinate e – anche se non ci si può aspettare il colpo d’ala della genialità – alla fine l’opera è godibile e di buon livello. Il regista è un eccellente artigiano e ci sa fare e la grazia acerba dei giovanissimi protagonisti (Leonard Whiting e Olivia Hussey), in linea con l’età chiesta dalla storia, fa il resto. Da segnalare la musica di Nino Rota.

L’opinione di Cotola

Lo considero uno dei migliori Zeffirelli di sempre (assieme a La bisbetica domata, guarda caso sempre ripreso da Shakespeare) poiché stranamente qui il regista fiorentino oltre a rispettare il testo letterario di partenza, tiene a freno il suo ego smisurato, rendendo così un buon servizio alla riuscita della sua pellicola. Alla regia si aggiunge una confezione impeccabile che si può fregiare della bella colonna sonora di Nino Rota, dei costumi di Danilo Donati e della fotografia di De Santis.

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Romeo e Giulietta locandina 1

Romeo e Giulietta locandina 3

Presentazione

Presentazione

 

Dopo sette anni di esistenza del blog,mi sono reso conto di aver parlato tanto di cinema e pochissimo o niente di me. In realtà qualcosa di me è presente in alcuni articoli, come quelli dedicati al cinema sotto forma di appunti e ricordi, ma credo di dover colmare questa lacuna e parlarvi di me, della mia vita e delle mie passioni.

Mi chiamo Paolo, ho 57 anni, sono vedovo e ho un figlio di 25 anni, Roberto. Vivo a Bari, una città che adoro e ancora a misura d’uomo.Una città che ho visto crescere sia culturalmente che fisicamente, nel senso che si è dilatata territorialmente fino a diventare un centro pilota nell’intero Sud.

Sono appassionato di cinema ma non solo; amo il mare e la natura, gli animali, i grandi spazi aperti, la campagna.Sono una persona molto solitaria,anche se comunque frequento persone e non disdegno la loro compagnia.Sono appassionato anche di musica,di arte e di archeologia,di storia antica tanto da aver avuto per molti anni un blog su Splinder, piattaforma oggi non più attiva che all’epoca aveva una buon numero di appassionati seguaci.

Come dicevo amo il cinema;i motivi sono elencati negli articoli Cinema appunti e ricordi.Per un po di tempo ho dovuto trascurare il blog per gravi motivi personali ma ho intenzione di rifarmi del tempo perduto,anche se inevitabilmente sarà un impegno a scadenza,nel senso che nel prossimo futuro la mia vita mi condurrà verso una nuova avventura che con ogni probabilità escluderà la possibilità di continuare a occuparmi del blog stesso, un’avventura che mi appare meravigliosa e che mi permetterà di fare quello in cui credo,quello che sento.

Non c’è molto altro da dire,in effetti.Una persona normalissima quale sono e che vive un quotidiano qualsiasi non ha poi molto da raccontare,se non sogni e desideri. Uno dei quali è quello di avere come lettori gente appassionata che condivide gusti e amore per la musa cinema, che ha accompagnato praticamente tutta la mia vita regalandomi momenti indimenticabili.

E’ tutto. Grazie di esserci,di continuare a leggermi,di essermi d’aiuto con le vostre critiche e i vostri consigli.

Un saluto a tutti

Paolo

 

Dio li fa e poi li accoppia

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Don Celeste è un brav’uomo, dalla moralità specchiata che fa il parroco in un paesino situato da qualche parte nell’Italia centrale.
Si occupa con diligenza della sua parrocchia e dei suoi fedeli, fra i quali spicca la figura caciarona ma romantica di Dario Ricciotti,un commerciante gay che sogna di poter sposare il suo partner e che assilla Don Celeste con le sue richieste.
Il prete sembra non aver alcun problema;si occupa di musica,la sua passione e svolge il suo magisterio con umanità;ma il giorno di Carnevale qualcosa cambia definitivamente la sua vita.
Mentre è in bicicletta per stradine di campagna,il parroco viene circondato da quattro ragazze in bicicletta e violentato da una di esse.
Turbato più che sconvolto dall’accaduto,Don Celeste inizia a cercare la sua violentatrice e alla fine la rintraccia;è Paola Di Pietro,una bella ragazza del paese.

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La ragazza non nega l’accaduto ma rivela a Don Celeste una verità sconvolgente;è incinta del parroco ma non intende proseguire la gravidanza.
La decisione di Paola mette in crisi Don Celeste,che deve fare i conti con la sua coscienza e con la sua fede;deciso ad impedire ad ogni costo un traumatico aborto,il parroco decide di denunciare per stupro la ragazza.
La notizia suscita sconcerto fra i parrocchiani e reazioni contrastanti tra i tutori della legge e i superiori del parroco.
Agli sghignazzi delle forze dell’ordine si sovrappongono le legittime preoccupazioni dei superiori ecclesiastici;l’impossibilità di concedere la dispensa matrimoniale a Don Celeste,disposto a portare all’altare Paola,crea un problema irresolubile alle alte sfere vaticane.
La soluzione dell’intricato caso avverrà quasi casualmente;Paola si innamorerà di un bravo giovane e Don Celeste potrà tenere il bambino allevandolo ed educandolo secondo i suoi principi.

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Gradevole e garbata commedia all’italiana,ormai defunta da tempo, Dio li fa e poi li accoppia è un film diretto nel 1982 da Steno,in una delle sue ultime regie cinematografiche.
I temi dell’aborto e del celibato dei preti sono affrontati dal regista romano con il con il consueto garbo ed ironia;la pellicola scorre tranquillamente grazie anche alla simpatia dei due principali protagonisti,in primis Johnny Dorelli,qui in una delle sue classiche apparizioni in cui la simpatia e il magnetismo umoristico del cantante attore vengono esaltate dal ruolo principale affidatogli,poi il bravo e versatile Lino Banfi, straripante nel ruolo del gay follemente innamorato del suo compagno che vorrebbe sposare in barba alle leggi della chiesa e dello stato.
Due personaggi, quelli di Don Celeste e di Dario molto ben delineati nonostante la leggerezza degli stessi.
Inevitabilmente i contorni delle loro figure finiscono per sfumare, vista la leggerezza con cui vengono descritti ma in realtà il film non intende approfondire più di tanto le tematiche abbozzate, non rientrando nel disegno di Steno un approfondimento sia del celibato dei preti sia dell’aborto.
Il film quindi si mantiene correttamente sui binari del politicamente corretto,badando più alla scorrevolezza dello stesso che a temi che francamente sarebbe stato impossibile affrontare nell’ambito di una commedia leggera.

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Steno,al secolo Stefano Vanzina, nel corso della carriera girerà circa 80 film e stenderà più di 130 sceneggiature; questo è il quint’ultimo lungometraggio e con lui collabora Bernardino Zapponi per una sceneggiatura lineare e ben equilibrata.
Nel film compare anche,nel ruolo di Paola, la bella Marina Suma,che l’anno successivo otterrà un grande successo personale con Sapore di mare,con la regia del figlio di Steno, Carlo Vanzina.
Per quanto bella la Suma appare un po impacciata;un anno dopo il folgorante esordio con Le occasioni di Rosa di Piscitelli, Marina mostra di avere doti ma di essere ancora acerba.
Tuttavia, nell’ambito di questo film appaiono un po ingenerose le critiche mosse all’attrice napoletane da molti citici.
In fondo parliamo di una commedia leggera,dove non era richiesta un’interpretazione da Oscar.
In definitiva un film gradevole, divertente in maniera soft ma che non annoia.
Dio li fa e poi li accoppia
Un film di Steno. Con Johnny Dorelli, Lino Banfi, Marina Suma, Venantino Venantini, Adriana Giuffré,Giuliana Calandra, Enzo Rinaldi, Franco Caracciolo Commedia, durata 100 min. – Italia 1982

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Johnny Dorelli: Don Celeste Restani
Lino Banfi: Dario Ricciotti
Marina Suma: Paola Di Pietro
Venantino Venantini: Occhipinti, il proprietario della discoteca
Giuliana Calandra: Clara, la perpetua
Graziella Polesinanti: l’avvocato di Paola
Max Turilli: Anselmo Marcucci, il testimone
Stefano Altieri: il giudice del processo
Loris Zanchi: il Vescovo
Annabella Schiavone: una pettegola del paese
Renzo Rinaldi: il pubblico ministero
Franco Bracardi: il sindaco di Brisignano
Enio Drovandi: il carabiniere alla macchina da scrivere
Guerrino Crivello: l’assessore comunale di Brisignano
Franco Caracciolo: uno dei due gay olandesi
Geoffrey Copleston: il sindaco di Kellemborg
Adriana Giuffrè: una donna del paese
Dino Cassio: il vigile Urbano
Mimmo Poli: il tassista di Roma
Valentino Simeoni: un uomo in Chiesa
Carlo Demi: il cancelliere al processo

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Regia Steno
Soggetto Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Enrico Vanzina
Bernardino Zapponi
Produttore Pio Angeletti
Adriano De Micheli
Casa di produzione International Dean Film S.r.l.
Distribuzione (Italia) Medusa Film
Panarecord
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Raimondo Crociani
Effetti speciali Studio Sound Coop
Musiche Gianni Ferrio
Tema musicale Dio c’è
Scenografia Giuseppe Mangano
Costumi Silvio Laurenzi
Trucco Giulio Mastrantonio

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Steno dirige con perizia, non c’è che dire, ma il copione di suo figlio Enrico e di Bernardino Zapponi, pur toccando un tema di cui oggi molto si discute (le adozioni gay), fa acqua ovunque: la storia è insulsa e facilona, e con quella “Dio c’è” declamata sui titoli di coda tocca davvero il fondo del patetico. Pur diligente e misurato nella parte, Dorelli non è molto credibile come prete serio, mentre Banfi riesce sempre a travolgere con la sua carica irrefrenabile di comicità anche quando circoscritta nel macchiettismo. Tremenda la Suma.

Markus

L’idea in sè non è male, ma gli interpreti principali (particolarmente istrionici) portano avanti un loro discorso senza quasi mai incontrarsi. La comicità è limitata a qualche battuta di Lino Banfi e al sarcasmo del confidenziale Johnny Dorelli, ma tutto appare francamente buttato lì: è evidente che fu un prodotto commerciale senza il desiderio di approfondimento. Pruriginosa (almeno per me) la presenza dell’allora giovane e seducente Marina Suma, qui munita di mascherina da diavolessa. Valse il prezzo del biglietto!

Fabbiu

Commedia italiana, impegnata (con i suoi soliti mezzi) ad approfondire diversi temi, in cui Dorelli (nei panni del prete) se la cava piuttosto bene (riesce a convincere abbastanza) e il merito maggiore va in assoluto a Lino Banfi che, se forse stereotipizza troppo la figura dell’omosessuale, per lo meno riesce a risollevarla con l’umorismo nei momenti in cui le riflessioni tendono al patetico. Steno riesce bene a raccontare la storia in modo rilassante e poco macchinoso, sebbene l’ultima porzione di film giri un po’ a vuoto. Odiose la Suma e la canzone a tema.

Giuan

Commedia di Steno che per qualche criptico motivo cinematografico ho sempre scambiato per un film di Festa Campanile. Sviste registiche a parte, si tratta di uno di quei film che motivi affettivi ci fan amare ben al di là dei suoi specifici meriti. La fascinazione (personale s’intende) nasce presumo dal carisma pretesco e agée di Dorelli, unito ad un Lino capace di costruire un personaggio da una macchietta e alla Marina che ai tempi tutti ci concupiva. Stefano dirige un copione di Enrico e Zapponi, di cui era effettivamente difficile trovar il registro.
Opinioni tratte dal sito http://www.filmscoop.it

Woodman

Squisita e sorprendente commediola nostrana, decisamente sopra la media del periodo.
Con una regia tiepidina del pur bravo Steno, la storia si snoda acquistando sempre più interesse. Esempio di commedia dalle ambizioni sociologiche ancora seguito (nel bene e soprattutto nel male), specie nel disegno parossistico e colorato dei personaggi di fianco e nella tendenza a prendersi poco sul serio.
Qui le frecciatine volano più in alto del solito, c’è una certa cura descrittiva, le gag sono genuinamente divertenti.
Audace, aguzza, leggera.
La carta vincente e il prezzo del biglietto lo vale peró l’irrefrenabile, strepitoso Banfi, che ruba la scena a chiunque.
Da recuperare.

Kimmy

Commedia che, quotando il morandini(purtroppo), sarebbe potuta essere più grande. Temi importanti trattati con leggerezza eccessiva. Omofobia, Ipocrisia, Vandalismo, Rapporti proibiti… In salsa di commedia all’italiana, con guizzo di denuncia mai troppo evidenziata, sempre una riga più sotto.. Banfi eccezionale, vale il prezzo del biglietto. Era ancora Steno, comunque, uno imponente, uno intelligente, uno che sapeva il fatto suo, fatto di un’altra pasta.. e si vedeva.

Pak 7

Buona commedia di inizi anni 80 che sa leggermente distinguersi dal trend del periodo con una storia quantomeno originale. Banfi si ” stacca” dal filone trash e si diletta in altri ambiti, entrando sicuramente nel suo miglior periodo produttivo.
Qui, in veste omosessuale, è assolutamente delizioso. Buona la prova della Suma, mentre Dorelli in qualsiasi film mi sembra avere sempre quella faccia un pò così..

Pat Garrett e Billy the Kid

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“Mama, take this badge off of me I can’t use it anymore. It’s gettin’ dark, too dark for me to see I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.” 
Basterebbero le note della celeberrima, stupenda soundtrack portante del film,Knockin on heavens door di Bob Dylan per consegnare alla storia del cinema il terzo western diretto da Sam Peckinpah.
In realtà il film si regge,in maniera robusta sulla delicata alchimia di trama,sceneggiatura,interpretazioni,aldilà della fortuna che ebbe il brano di Dylan;Peckinpah non lesina nulla,violenza e sopraffazione restano sempre il suo trademark,pure siamo lontani dai bagni di sangue di Il mucchio selvaggio.

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Questa è una storia di amicizia e tradimento,una parabola moderna ambientata nel vecchio West ma che potrebbe essere tranquillamente trasportata nei giorni nostri.
Pat Garrett e Billy the Kid è sopratutto uno scontro tra due mondi di interpretare la vita,una visione antitetica al tempo stesso romantica e crudele di un mondo ormai dissolto,il leggendario West,terra di uomini veri ed eroi presunti,di cieca violenza e di gesti di eroismo.
Due amici con un passato comune,due fratelli, quasi.
Due ex giovani adesso adulti, ognuno all’inseguimento di un ideale di vita assolutamente dissimile.
Compagni di scorribande,spesso oltre la legge,i due hanno diviso tutto.
Ma adesso a distanza di anni le cose sono cambiate.

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Pat si è irrigimentato,ha abdicato agli ideali giovanili, in qualche modo ha rinnegato anche l’amicizia con Billy,che invece ha conservato quasi intatti gli stessi ideali;ora sono uomini, divisi da tutto,uniti solo dall’antico affetto giovanile.
I due si ritroveranno dai due lati della barricata,divisi per sempre e in qualche modo nemici.
Il mucchio selvaggio,La ballata di Cable Hogue,Cane di paglia,L’ultimo buscadero,Getaway e infine Pat Garrett e Billy the kid…sei film fondamentali del grande regista,diretti in soli quattro anni e tutti diversissimi l’uno dall’altro.
E questo diventa il film forse più intimo, meno apocalittico del regista californiano.
Qui siamo di fronte ad un film malinconico,una dissolvenza sul mondo selvaggio del West,una ballata triste come triste era stata La ballata di Cable Hogue,con in più la tragedia che avvenne nella realtà storica e il finale aperto che invece Peckinpah consegna alla storia del cinema.

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Per certi versi, anche se con i dovuti distinguo, questo film assomiglia molto a C’era una volta il West di Leone;la stessa aria sommessa e dimessa,il rimpianto per il tramonto di un mondo che aveva avuto figure leggendarie immerse in un paesaggio selvaggio e paradisiaco,la stessa dura,cruda realtà della vita di frontiera sono alcuni punti di similitudine dei due film.
Ma al tempo stesso siamo su due prodotti molto differenti;alla storia di vendetta di Armonica che Leone aveva tratteggiato con maestria Peckinpah oppone la sua visione romantica e triste di un’America ormai in profondissima trasformazione.
La visione epica si traduce in uno sguardo sottilmente crudele su un paese mai cresciuto nella realtà,in cui pesanti contraddizioni si agitano sin dalle gesta narrate dei due ex amici divenuti ora rivali.
Uno sguardo dal presente sul passato,ma anche sul futuro.

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Il pessimismo cosmico di Peckinpah è presente a pieni mani,la sua visione negativa dell’uomo,dei rapporti umani,della storia stessa delle relazioni umane si mescola al passato di un paese mai cresciuto se non come potenza economica.
La patria della democrazia è in realtà il colosso dai piedi d’argilla.
Grazie alle prove maiuscole di James Coburn,che solo due anni prima aveva dipinto magistralmente il solitario Mallory di Giù la testa e a quella di Kris Kristofferson oltre alla piccola ma incisiva parte di Bob Dylan,Peckinpah tira fuori dal cilindro il magico coniglio bellissimo e candido.
Come già detto,gran merito del successo del film va alla stupenda colonna sonora di Dylan,ma va anche alla fotografia di John Coquillon.

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Un film crepuscolare,amaro e triste,dolce e riflessivo.
Forse la summa dell’opera di un grande regista.

Pat Garrett e Billy the Kid

Un film di Sam Peckinpah. Con James Coburn, Kris Kristofferson, Katy Jurado, Chill Wills, Richard Jaeckel,Bob Dylan, Jason Robards, R.G. Armstrong, Luke Askew, John Beck, Richard Bright, Matt Clark, Rita Coolidge, Jack Dodson, Jack Elam Titolo originale Pat Garrett and Billy the Kid. Western, durata 106 min. – USA 1973.

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James Coburn: Pat Garrett
Kris Kristofferson: Billy Kid
Slim Pickens: Sceriffo Baker
Bob Dylan: “Alias”
Harry Dean Stanton: Luke
Chill Wills: Lemuel
Jack Elam: Alamosa Bill
Katy Jurado: Mrs. Baker
Richard Bright: Holly
John Beck: Poe
Charles Martin Smith: Bowdre
L. Q. Jones: Black Harris

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Regia Sam Peckinpah
Sceneggiatura Rudy Wurlitzer
Produttore Gordon Carrol
Fotografia,direzione John Coquillon
Montaggio:David Berlatsky,Garth Craven,Tony de Zarraga,Richard Halsey
Roger Spottiswoode,Robert L. Wolfe
Effetti speciali Augie Lohman
Musiche Bob Dylan
Trucco Jack P. Wilson

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Chi sei tu? Bella domanda!

Sono cambiate le cose.
Le cose sono cambiate ma non io.

Ho sentito che Dio è svelto, ma dovrò affrontarlo personalmente prima di esserne convinto.

Pat Garrett and Billy Kid banner recensioni
L’opinione di Paolo Bisi dal sito http://www.mymovies.it

Nuova versione della storia di William Bonney, meglio conosciuto come Billy the Kid, famoso fuorilegge ucciso dallo sceriffo, suo ex amico, Pat Garrett. La trama, in quest’opera di Peckinpah, a poco a poco si dissolve lasciando spazio solamente alla descrizione dei due personaggi, ma specialmente all’atmosfera, quanto mai carica di tristezza e malinconia, degli ultimi anni del West. Il ritmo lento, la scenografia e i paesaggi, incredibilmente aridi e poveri, ricalcano magistralmente l’umore e i pensieri dei protagonisti, consapevoli che il loro mondo sta per morire per sempre. Ma probabilmente più di tutto questo l’essenza del film è rappresentata dalle musiche e dalle canzoni di Bob Dylan, tra cui emerge l’indimenticabile “Knockin’ on heaven’s door”. Ad interrompere questa malinconica ballata, solo qualche momento di violenza. Indimenticabili, fra le altre, la sequenza dell’evasione di Billy, e la scena finale, col bambino che corre dietro a Pat tirandogli un sasso, non accentando, nemmeno lui, il cambiamento di un mondo e la fine di quei valori romantici e passionali del grande West. Da ricordare le interpretazioni di James Coburn e Kris Kristofferson, capaci come nessuno in precedenza di dare il volto ai due personaggi più famosi di quel periodo. Generalmente sottostimato e non apprezzato come altri film di Peckinpah, è un’opera singolare da vedere e ammirare per la descrizione e i sentimenti che riesce a trasmettere.

L’opinione di Daniela dal sito http://www.davinotti.com

L’addio al western di Peckinpah è una ballata malinconica sulla fine di un’epoca che coincide con la fine di una concezione della vita come avventura e libertà dalle regole. Garret può/deve uccidere Billy perché ha già ucciso se stesso, diventando una figura iconica, appesa ad una stella di latta, al soldo di politici e proprietari terrieri senza scrupoli. E nello scontro fra due icone – anche Billy lo è, leggenda vivente che non può sottrarsi al suo destino – è fatale che sia quella nuda, priva di difese, a cadere. Colonna sonora imprescindibile, cast perfetto, film da amare.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Non il miglior western in assoluto, ma come opera è un vero capolavoro. Pat, magnificamente interpretato da Coburn, è un rappresentante mefistofelico di una legge disgustosamente repressiva e Billy, più che un eroe, è un povero disgraziato che non può accettare soprusi derivanti da contorsioni mentali così meschine. Il fatto che Pat dica di farsi sceriffo per sopravvivere e invecchiare col sistema smaschera dei mostri che ogni tanto ritornano e che sono spesso presenti più che mai a farci sentire sul collo il loro fiato fetido e nauseante…

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Knockin’ On Heaven’s Door

Mama, take this badge off of me
I can’t use it anymore.
It’s gettin’ dark, too dark for me to see
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

Mama, put my guns in the ground
I can’t shoot them anymore.
That long black cloud is comin’ down
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

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