Salon Kitty

Salon Kitty locandina

Salon Kitty è il film più controverso di Tinto Brass, girato nel 1975 in due versioni, una per il cinema estero e l’altra per il cinema italiano, vista l’impossibilità di ottenere il visto della censura per un prodotto in cui c’è un’abbondanza di scene ad alto contenuto erotico che sarà superata solo dal Caligola. Va detto subito che Salon Kitty ebbe reazioni assolutamente contrastanti, alla sua uscita, sia dal pubblico che dalla critica specializzata; demonizzato, stronacato, oppure valutato positivamente, pur senza nessun entusiasmo particolare, il film comunque colpì come pochi nel segno, andando a pescare dall’armadio dei ricordi uno degli episodi più oscuri della seconda guerra mondiale, l’esistenza del famigerato Salon Kitty  un bordello realmente esistente nella Berlino nazista, nel quale spie del partito nazionalsocialista spiavano i ricchi tedeschi o anche i militari nazisti che lo frequentavano.

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Theresa Ann Savoy e Tina Aumont

Basandosi sul romanzo di Peter Narden, e adattandolo allo schermo, con molta libertà, Brass racconta la storia di  Kitty Kellermann, cantante, soubrette e artista, nonchè tenutaria della casa di tolleranza Salon Kitty, costretta dal tenente delle SS Wallemberg a licenziare le prostitute che lavorano nel bordello in favore di un gruppo di donne appartenenti per la maggior parte alla Germania bene.
Le donne dopo il reclutamento, vengono costrette a mostrare la loro fede nel nazionalsocialismo addestrandosi nel più turpe dei modi, attraverso cioè una serie di perversioni erotiche degne di una bolgia infernale.

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Le donne infatti, allo scopo di valutarne le effettive attitudini, vengono sottoposte a incontri erotici aberranti con nani deformi, uomini senza gambe, ebrei, zingari o costrette ad avere rapporti sessuali con animali, rapporti omosessuali e via dicendo, in un crescendo bestiale di depravazione.
Le ragazze del bordello iniziano così a lavorare, non sapendo, però, che le loro gesta erotiche sono solo un paravento: tutto viene spiato, registrato, al fine di scoprire chi, tra i generali, i militari o i potenti abbia la tendenza o idee diverse da quelle del nazismo.

Margherita, una bella e ricca ragazza tedesca, della quale si è infatuato il tenente Wallemberg, conosce un pilota, Hans Reiter, e se ne innamora; quando scopre che l’uomo è stato impiccato per colpa di Wallemberg, la ragazza decide di vendicarsi.

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Con l’aiuto di Kitty e di un italiano, Margherita tende una trappola a Wallemberg, che finisce per fare la fine di molte delle sue vittime; verrà infatti ucciso a colpi di pistola in una sauna.
Film molto crudo sopratutto in alcune scene, davvero al limite del guardabile, Salon Kitty ha alcuni pregi e molti difetti: i pregi sono una fotografia asciutta ed essenziale, che incupisce la storia dando un ulteriore tocco di drammaticità al tutto, una recitazione di ottimo livello del cast, decisamente di qualità, che compone il film.
I difetti, molti, sono evidenziati dall’eccessiva lunghezza del film (almeno nella sua versione integrale), con lunghi dialoghi o scene di sesso portate davvero ai limiti della pornografia; vero è che l’azione in pratica si svolge in un bordello, e che quindi un minimo di realismo è lecito.

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Ma Brass indugia troppo nel mostrare le perversioni a cui vengono sottoposte le ragazze dell’aristocrazia tedesca, in particolare nella scena del reclutameno, quando tutte le ragazze vengono convocate in un immenso salone, sotto una gigantesca bandiera con la svastica, e costrette ad avere rapporti con i soldati tedeschi che sono presenti.
Scene che durano diversi minuti, così come durano troppo alcune delle scene girate nelle stanze delle ragazze, con la descrizione delle perversioni dei vari generali e colonnelli; lo spazio dedicato a Margherita, vera protagonista della storia, risulta alla fine marginale, sopratutto alla luce della scarsa profondità data a quello che è il personaggio principale.

I nazisti assomigliano troppo a delle macchiette, cosa che in realtà non erano affatto, purtroppo.
Così alla fine il film sembra piuttosto incoerente, quasi che l’eccesso visivo dell’erotismo sbandierato ogni minuto provochi una specie di overdose nello spettatore.

Brass tenta in qualche modo di distingersi da Visconti e dal suo La caduta degli dei, punando troppo sul lato grottesco, la dove il maestro aveva puntato sul lato tragico del nazismo; alla fine il risultato è altalenante, proprio perchè il film manca di un suo stabile equilibrio.
Scrive Morandini :

“T. Brass cava un film per uomini soli con un apporto figurativo di prim’ordine dove bisogna continuamente levarsi il cappello per salutare il passaggio di Visconti, Bertolucci, Cavani, Chaplin, Barbarella, l’Histoire d’O, Arancia meccanica, Cabaret, persino Freaks e la commedia all’italiana.
C’è del vero, ma le citazioni, da sole, non bastano.

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La Cavani con Portiere di notte aveva puntato sul lato oscuro di un rapporto sado masochistico tra una vittima e il suo  ex carnefice, con una profondità ben maggiore di Salon Kitty; del film di Kubrick, citato da Morandini, c’è solo la violenza. Una violenza però che non nasce dalla noia, dalla difficoltà di adeguamento alle leggi sociali o come valvola di sfogo di una società malata, come suggerito da Kubrick.
Quella di salon Kitty è una violenza che nasce dalla perversione, da parte di gente che provocò 50 milioni di morti, mentre nel film gli stessi appaiono come una massa di degenerati, capaci solo di emozionarsi davanti alla sfilata delle truppe (il generale che costringe la prostituta che è con lui a mettersi il suo cappello e scimmiottare Hitler) in maniera buffonesca.

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La realtà, che conosciamo, è di ben altra natura.
Un film eccessivo, come del resto nello stile di Brass.
Ma è indubbio che Salon Kitty sia un film che fa dell’eccesso la sua bandiera.
E l’eccesso, cinematograficamente, non è mai la scelta migliore.
Due righe sugli attori: bene Helmut Berger e Ingrid Thulin (scritturati da Brass forse in ossequio al film di Visconti o per mere considerazioni commerciali), brava Teresa Ann Savoy, bene anche Bekim Fehmiu, l’Hans Reiter che verrà impiccato, inappuntabile Steiner; brevi apparizioni per Tina Aumont, Paola Senatore,Rosemarie Lindt e Stefano Satta Flores.

Salon Kitty, un film di Tinto Brass. Con John Steiner, Helmut Berger, Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, Maria Michi, Therese Ann Savoy, Paola Senatore, Tina Aumont, Bekim Fehmiu, Rosemarie Lindt, Gigi Ballista, Clara Colosimo, John Ireland, Giancarlo Badessi, Malisa Longo, Paola Maiolini, Gengher Gatti, Alena Penz, Sara Sperati, Aldo Valletti, Salvatore Baccaro, Luciano Rossi
Drammatico, durata 130 min. – Italia 1975.

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Helmut Berger …     Helmut Wallenberg
Ingrid Thulin …     Kitty Kellermann
Teresa Ann Savoy …     Margherita
John Steiner …     Comandante SS
Sara Sperati …     Helga
Maria Michi …     Hilde
Rosemarie Lindt …     Susan
Paola Senatore …     Marika
John Ireland …     Cliff
Tina Aumont …     Herta Wallenberg
Alexandra Bogojevic …     Gloria
Dan van Husen …     Rauss
Stefano Satta Flores …     Dino
Bekim Fehmiu …     Hans Reiter
Luciano Rossi …     Dr. Schwab
Gianfranco Bullo …     Wolff
Gigi Ballista …     Generale
Margherita Horowitz …     Madre di Margherita
Alain Naya …     Ufficiale tedesco
Clara Colosimo …     Cuoca
Malisa Longo …      Kitty Girl
Annie Ross …     Kitty Kellermann (voce cantante)
Salvatore Baccaro Prigioniero (uncredited)
John Bartha …     Agente Gestapo  (uncredited)
Tom Felleghy …     Agente Gestapo  (uncredited)
Tito LeDuc …     Frankie (uncredited)
Pietro Torrisi …     Zingaro tatuato (uncredited)

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Regia:     Tinto Brass
Soggetto:     Peter Norden (romanzo), Antonio Colantuoni, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Sceneggiatura:    Tinto Brass, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Produttore:     Ermanno Donati, Giulio Sbarigia (Coralta Cinematografica)
Fotografia:     Silvano Ippoliti
Montaggio:     Tinto Brass
Musiche:     Fiorenzo Carpi, José Padilla, Bruno Nicolai
Scenografia:     Ken Adam
Costumi:     Jost Jacob,Ugo Pericoli

Sul Davinotti, sito sul quale scrivono appassionati di cinema, ho letto questi commenti che trascrivo:
“Estenuante ed eccessivo (specie nella lunghezza) pasticcio erotico di marca brassiana che sprizza cattivo gusto da tutti i pori. Il “merito”, si fa per dire, è da dividere a metà tra regia e sceneggiatura. Il plot è solo una scusa per mostrare nudità e perversioni assortite oltre che per assecondare il voyeurismo del regista. La rappresentazione dei nazisti poi è oltre modo macchiettistica ed inverosimile. A tratti poi, come spesso accade nei lavori di questo regista, il film è inutilmente volgare e sopra le righe.”

Oppure:

“Orgia di kitsch, feticismo d’accatto e perversioni nazi-sado-maso da banco dei remainders cucite addosso a una trama inconsistente, che diventa risibile quando vuol mostrare la presa di coscienza della puttana innamorata e la conseguente vendetta. Una caduta degli dei for dummies sporcaccioni, in cui sono coinvolti purtroppo attori come Berger e Thulin, anche se è a quest’ultima che si deve l’unico momento da salvare (il ballo double-face) in questa pellicola di rara bruttezza e volgarità.”

La signora della notte

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Una classica coppia borghese, con lui, Marco, preciso e ordinato, anche per via della sua professione (è un ingegnere) e con lei, Simona,  insegnante di ginnastica aerobica a fare la brava mogliettina docile e fedele. Quadro idilliaco destinato a mutare quando una sera, rientrando dalla consueta passeggiata con il suo cagnolino, Simona viene assalita e violentata da un giovane. La violenza, lungi dal traumatizzarla, si trasforma in una rivelazione: la donna scopre di provare piacere durante il rapporto con il giovane, esplorando quindi una nuova dimensione della propria sessualità.

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Da quel momento il quadretto idilliaco cambia visceralmente; la donna inizia ad accettare le varie avance che le vengono offerte, anzi, inizia a provare un sottile piacere nel provocare reazioni nei maschi che incontra. Così assistiamo ad un incontro tra Simona e un suo amante impegnati in un focoso amplesso in auto, a quello con un cacciatore in una toilette, dove la donna, prima di congiungersi con l’uomo, pratica una fellatio con conseguente masturbazione al fucile dello stesso.

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A lungo andare la donna si trasforma quindi in una Signora della notte, periodo temporale in cui ama trasgredire per ricavarne perverso piacere. Le cose cambiano quando Marco finalmente si rende conto delle relazioni extraconiugali della donna. Ne segue un violento litigio, con tanto di ceffoni, che ha come conseguenza la separazione tra i coniugi. Ma tra i due, evidentemente, c’è qualcosa di più profondo, così Marco saprà riconquistare l’amore ( e la fedeltà? ) della moglie, usano un escamotage.

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Questo in breve il plot di La signora della notte, film di Pietro Schivazappa, autore non particolarmente prolifico fino al 1985, data di uscita di questo film erede della commedia sexy all’italiana, ormai divenuta border line della commedia softcore. Il regista, autore tra l’altro del buon Femina ridens, girato nel 1969 con la Lassander e Leroy e di Una sera c’incontrammo, commedia grottesca con Dorelli e la compianta Fran Fullenwider sceglie la via più facile per portare sugli schermi un’operazione ad assoluto scopo commerciale, ovvero spingere tutto, dai dialoghi alle immagini, sul sesso spinto e sulle giunoniche forme di Serena Grandi, di li a poco valorizzata ulteriormente dal famoso Miranda di Tinto Brass.

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Il film non ha alcuna dote particolare; la Grandi gira nuda in lungo e in largo, esponendo le burrose forme e producendosi in amplessi vari, inclusa qualche variazione Sul tema come nel caso della scena descritta della fellatio al fucile. La trama quindi viene piegata alla necessità di mostrare quanto più possibile del corpo della stessa Grandi, all’epoca del film in forma straordinaria. La ventisettenne attrice bolognese si impegna al meglio; ma la sua è una recitazione di tipo corporale, e non poteva essere altrimenti vista la trama del film. A parte la sua presenza e quella di Tiberio Mitri e di Stanko Molnar, il cast non si segnala se non per la latitanza da un minimo accettabile di sapienza recitativa.

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Alla fine lo spettatore va via dalla sala cinematografica convinto di essersi imbattuto in un onesto film erotico che nulla ha a che fare con il cinema vero, con l’aggravante che la parte voyeuristica della pellicola si limita all’esposizione, in tutte le salse, delle abbondanti natiche e degli oltraggiosi seni fuori misura di una Serena Grandi che recita solo con il corpo.
Probabilmente alla stragrande maggioranza del pubblico stesso la cosa resta totalmente indifferente; dopo 15 minuti di pellicola l’interesse per la storia precipita a zero, poi sotto zero, e gli unici momenti in cui la tensione sale sono quelli in cui ci si appresta alla nuova avventura erotica dell’insoddisfatta Simona.

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Film inutile e mortalmente noioso, quindi; Schivazappa, che dopo questo film girerà solo opera per la tv, si commiata dal cinema con un film che non meriterebbe nemmeno i commenti prolissi come questo.
Per una volta scrive bene un recensore del famoso sito cinematografico che così spesso contesto per le inesattezze dei plot narrati:
Serena Grandi è una moglie insoddisfatta che si concede ad amanti occasionali per sfuggire alla monotonia della vita coniugale. Storiellina esile confezionata su misura per le gustose esibizioni della protagonista. Involontariamente umoristico il finale (i coniugi ritrovano un equilibrio quando fanno l’amore per procreare, e non per esclusivo piacere).
Ultima annotazione: faccio eccezione alla regola e non attribuisco un voto alla pellicola.
Anzi, faccio di meglio; ignoro la pessima idea che ho avuto perdendo un’ora e mezza davanti ad uno schermo per guardare un prodotto così indignificante e scialbo.

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La signora della notte, un film di Piero Schivazappa. Con Serena Grandi, Tiberio Mitri, Fabio Sartor, Stanko Molnar, Francesca Topi
Commedia, durata 93 min. – Italia 1985.

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Serena Grandi: Simona
Fabio Sartor: Marco
Francesca Topi: Giuliana
Tiberio Mitri: Il barista

Regia: Piero Schivazappa
Sceneggiatura: Galliano Juso, Piero Schivazappa
Produzione:San Francisco Metro Film
Distribuzione:Medusa Distribuzione-Videogram
Montaggio:  Daniele Alabiso
Scenografia:  Bruno Amalfitano
Fotografia:  Giuseppe Ruzzolini
Musiche:  Guido De Angelis, Maurizio De Angelis

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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“Il film esibisce subito le credenziali: finiti i titoli di testa, si comincia con un congiungimento carnale. In auto, scomodissimo, da tergo. La media con cui questi congressi si susseguono è di uno ogni 7 minuti. Gli intervalli sono spesso riempiti da lezioni collettive di ginnastica aerobica che sono, discretamente allusive, simulazioni degli stessi. (¿) Il contenuto evidente del film è il masochismo. Schivazappa, regista colto, non trascura un’allusione: canna da fucile, bossolo che s’infila nella canna, bottiglia ecc. Il suo contenuto latente è la fallocrazia al livello più basso. Li conoscete quei maschietti che, sfusi o in compagnia, preferibilmente di sera, apostrofano per la strada le signore sole dicendo: ‘Ven scià che t’aduperi’, vieni qui che ti adopero, nei dialetti dell’Alta Lombardia, oppure con altre introduzioni altrettanto esplicite? Quella è l’ideologia di ‘La signora della notte’. Cinema minimale come quello dei fratelli Lumière, il porno riproduce sempre una scena delle origini: l’ingresso del treno nella stazione della Ciotat. Ma non si tratta più dello stesso treno né delle stesse stazioni.” (Morando Morandini, ‘Il Giorno’, 15 Aprile 1986)

“Il titolo, dunque, sta a simboleggiare la parte celata della donna, il suo lato notturno, sviluppato in una chiave che sintetizza Bataille, Reich e anni di autocoscienza femminista. Ma se gli intenti sono validi, dove il film rivela il suo lato debole è proprio nel discorso per immagini, ovvero nel compiacimento che lo spinge ai limiti del pornografico. Non c’è volgarità, tuttavia le situazioni era meglio suggerirle che costruirle così dettagliatamente: ne avrebbe guadagnato, in termini di spessore quasi psicanalitico, l’intera storia. Peccato, perché la pellicola rischia di farsi una fama da luci rosse (e, invece, è tutt’altra cosa, nonostante la pulita regia di Paolo Schivazappa e l’interpretazione solare di Serena Grandi (ma qui, a differenza del personaggio di Miranda, e di una solarità solcata da dubbi ed angosce). Gli altri interpreti sono Fabio Sartor (Marco), Alberto Di Stasio, Francesca Topi, Stanko Molnar e, in una breve apparizione, Tiberio Mitri.” (‘Il Tempo’, 15 Marzo 1986)

“Nel sottosuolo del film ci sarà anche il proposito di fotografare le smanie di certi sposi, e soprattutto di frugare nell’inconscio di signore che preferiscono essere prese con la violenza, ma poiché le ragioni della bottega prevalgono sull’ambizione dell’autore la superficie è d’una tristezza e monotonia senza fine: un susseguirsi di contorsioni sessuali, nei luoghi più vari, con dimenìo di bacini, parole sconce di circostanza e appropriate scritte sui muri, tette e pubi in libertà, e per ciliegina un uso improprio delle bottiglie di birra. Dispiace molto che un regista come Piero Schivazappa, dimentico dei suoi meriti di documentarista televisivo, per tornare al cinema dopo dieci anni si sia andato a impantanare in questa storia di gemiti e cosce, servita da dialoghi banalissimi nella loro scabrosità e da interpreti di terza fila. L’accoglienza riservatagli dal pubblico si condensa negli schiamazzi di chi, in sala, lamenta il dimagramento della protagonista rispetto a Miranda, e fra le comparse riconosce il pugile Tiberio Mitri.” (Giovanni Grazzini, ‘Il Corriere della Sera’, 13 Aprile 19

Miele di donna

Miele di donna locandina

Una giovane donna attraversa la città assolata, sale sulla sua Golf cabriolet e si ferma davanti ad una villa elegante; l’insegna sulla porta ci informa che si tratta della Chirone editrice.
La donna suona e ad aprire arriva un signore elegante, l’editore Chirone. La donna estrae una pistola e obbliga l’uomo ad entrare in casa; poi, dopo aver chiuso ermeticamente tutte le finestre,costringe l’uomo a sedersi e gli porge un manoscritto, costringendo Chirone a leggerlo a voce alta.

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Catherine Spaak

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Fernando Rey

Il manoscritto racconta le vicende di Anny, una giovane all’apparenza candida, che giunge nella pensione Desiderio proveniente da un posto non citato.
All’interno della pensione è accolta dalla procace proprietaria, che la mette a suo agio.
Poco alla volta Anny fa conoscenza con le strane, sopratutto stravaganti persone che sono pensionate nella struttura; si parte da Ines, una giovane governante maltrattata dalla proprietaria (scopriremo poi che è sua sorella), per passare ad uno strano e elegante maestro di ballo, passando per un affascinante sconosciuto che abita una stanza perennemente immersa nel buio nella quale non fa altro che esercitarsi nel coltivare la migliore forma fisica, per finire con una strana donna vestita come una dark lady che in seguito si rivelerà essere una donna dominante con velleità sadiche.

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Clio Goldsmith

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Donatella Damiani

La ragazza, alla fine, scoprirà la sessualità grazie al misterioso culturista.
Di colpo tutto si interrompe, e si scopre che quello di Anny era solo un sogno.
Non solo; la scrittrice con la pistola non ha minacciato l’editore casualmente.
Lei è la compagna (o forse la moglie, il film non lo spiega) dell’editore; i due in pratica hanno creato un nuovo gioco delle parti per rivitalizzare il loro rapporto.

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Letta così, la sceneggiatura sembra semplice e lineare, anche se un pochino sempliciotta.
In pratica le cose stanno diversamente, perchè dopo abbondanti 15 minuti, passati tra le schermaglie che intercorrono tra l’editore e la scrittrice, ci troviamo proiettati in un film quasi incomprensibile nelle sue vere motivazioni.
Il percorso di Anny, che sembrerebbe un percorso iniziatico, propedeutico a qualcosa di indefinito, si trasforma in un incomprensibile vagabondare tra le stanze della pensione Desiderio, in cui vive gente che si muove come in sogno, senza motivazioni e senza passato. Chi è la proprietaria della pensione, cosa fa effettivamente nella stessa? Perchè maltratta sua sorella, che relazioni ci sono tra i vari avventori? Ma la domanda principale resta una: chi è Anny, da dove viene, qual’è il suo passato?

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Domande che potrebbero non avere un senso qualora l’intento del regista, Gianfranco Angelucci sia stato quello di raccontare con l’ausilio di una storia blandamente erotica, che ricorda alla lontana l’iniziazione erotica di O, la protagonista di Histoire d’O, un percorso similare fatto dalla ingenua Anny all’interno della pensione Desiderio.
In questo caso il film non centra nessuno dei suoi obiettivi, trasformandosi in una noiosissima storia senza capo ne coda usata come pretesto per giustificare la storia esistente tra i due veri protagonisti, l’editore e la scrittrice, che forse usano la stessa per tenere sveglio il loro legame.

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Qualunque sia l’intento di Gianfranco Angelucci, il film, nonostante un gran cast, si rivela soporifero oltre ogni limite consentito; i personaggi, che sembrano muoversi senza alcuna motivazione di fondo, finiscono per perdere di interesse con conseguente trasformazione in tedio da parte dello spettatore.
Eppure il cast è di prim’ordine; a partire da Fernando Rey, l’editore, per proseguire poi con Catherine Spaak, la scrittrice, con Clio Goldsmith, la bella Anny, con Donatella Damiani, dalle forme sovrabbondanti eppure esposte con insolita sobrietà, da Adriana Russo, che è Ines per finire con la solita bella e affascinante

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Adriana Russo

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Susan Scott (Nieves Navarro)

Susan Scott o Nieves Navarro che si voglia e con Luc Merenda, il misterioso pensionante con la fissa del fisico perfetto.
Un cast assolutamente sprecato, quindi, in un film totalmente inespresso in qualsiasi ottica lo si voglia vedere, fatte salve le belle immagini della Goldsmith nature, che da sole valgono la metà del prezzo del biglietto.
Ma solo la metà, però.

Miele di donna, un film di Gianfranco Angelucci. Con Catherine Spaak, Fernando Rey, Clio Goldsmith, Luc Merenda, Adriana Russo, Lino Troisi, Donatella Damiani
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1981.

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Clio Goldsmith: Annie
Catherine Spaak: scrittrice
Donatella Damiani: padrona della pensione
Fernando Rey: editore
Luc Merenda: uomo della stanza
Adriana Russo: Ines
Lino Troisi: pensionato

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Regia Gianfranco Angelucci
Soggetto Gianfranco Angelucci, Liliana Betti
Sceneggiatura Gianfranco Angelucci, Liliana Betti, Eligio Herrera
Casa di produzione Vogue Film
Fotografia Jaime Deu Casas
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Riz Ortolani

Il fiore dai petali d’acciaio

Il fiore dai petali d'acciaio locandina

Non fosse per la sua estrema rarità e per il fatto che è passato in tv non più di tre volte, di Il fiore dei petali d’acciaio non parlerebbe nessuno, se non i cultori del genere thriller/erotico e gli appassionati di cine rarità.
Un film relegato quindi in un cantuccio, principalmente per le scene erotiche contenute, molto forti anche per un film di stampo prettamente giallo-thriller, come del resto indicato dal titolo, che ammicca per l’ennesima volta al precursore L’uccello dalle piume di cristallo.

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Paola Senatore e Pilar Velasquez

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Un film decisamente in tono minore, comunque, come ha avuto modo di constatare chi lo ha visionato.
Il plot è abbastanza semplice, anche se va detto che il suo svolgimento può anche spiazzare.
Un ricco e affascinante dottore, Andrea Valenti, ha una relazione con Daniela, una bella ragazza molto disinibita (scopriremo che ha anche una relazione lesbica con Lena); inoltre ha una relazione con una donna misteriosa.

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Ormai stanco della stessa, una sera provoca la morte della misteriosa donna durante una lite: è una morte involontaria, perchè il dottore, mentre la sta picchiando, fa cadere la donna su una scultura in acciaio raffigurante un fiore, con lunghi petali acuminati. Non sapendo cosa fare del corpo, il dottore decide di sezionarlo e farlo scomparire. Quello che non sa è che un misterioso testimone ha fotografato tutto e che quindi si appresta a ricattarlo.Intanto accade un altro fatto inquietante: Daniela è misteriosamente scomparsa.
La sparizione della ragazza non convince la sua sorellastra Evelyn, che decide di rivolgersi alla polizia; l’ispettore Garrano, a cui Evelyn racconta la storia, decide di indagare sulla vita, all’apparenza irreprensibile del dottor Andrea, e scopre così che l’uomo è sposato con una donna ricoverata da tempo in un ospedale psichiatrico, in quanto affetta da disturbi della sessualità.

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Ma la donna risulta irreperibile, in quanto, guarita, è stata dimessa dall’ospedale.
Ad aggravare la posizione del dottore arriva però l’improvvisa morte di Evelyn, anche lei uccisa con il famoso fiore dai petali d’acciaio. A questo punto l’ispettore ha la certezza che Andrea ha a che fare con la morte di Evelyn e la sparizione di Daniela. Può arrestarlo, ma il dottore si proclama innocente. C’è un altro colpevole? Ma chi è la donna misteriosa uccisa involontariamente? E perchè tutte le donne della storia sembrano legate a filo doppio?
Mi fermo quà con la trama.

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Film non privo di un suo fascino, Il fiore dai petali d’acciaio ha moltissimi buchi nella sceneggiatura, oltre ad essere molto lento e quasi noioso nel suo svolgimento, con scene splatter praticamente inesistenti mentre abbondano scene di sesso anche se mai esplicite. Tuttavia, pur non essendo certo un film da segnalare, non è inguardabile. La scoperta che si fa durante il film degli strani rapporti che ha avuto il dottore con le due vittime e con le altre donne della vicenda contribuisce quanto meno a tener desta l’attenzione dello spettatore, fino al finale debole, ma in linea con il racconto.

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Sicuramente interessanti, a livello visivo, le protagoniste, a cominciare da Daniela, interpretata da una giovane e fascinosa Paola Senatore, passando per Lena, la bellissima e sexy Pilar Velasquez per chiudere con Carroll Baker, impegnata in uno dei suoi abituali ruoli a metà strada tra il sexy e il drammatico, questa volta senza infamia e senza lode.
Gianfranco Piccioli, il regista, non si può definire certo regista attento, ma quanto meno mostra buona volontà e un minimo di padronanza della cinepresa; abbondano gli oggetti tipici anni settanta, le immancabili bottiglie di whisky, le mattonelle blu e bianche, i tappeti molto alti, tanto fumo e arredamenti che oggi farebbero la fortuna di un antiquario vintage.

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Nulla di particolare, quindi, siamo di fronte ad un prodotto che stiracchia la sufficienza, ma che può essere una festa per gli occhi per coloro che amano immergersi nelle tipiche atmosfere settantiane.

Il fiore dai petali d’acciaio, un film di Gianfranco Piccioli, con Gianni Garko, Carroll Baker, Ivano Staccioli, Pilar Velazquez, Paola Senatore, Angelo Bassi, Giuseppe Mattei, Eleonora Morana, Alessandro Perrella, Umberto Raho.Thriller Italia 1973

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Gianni Garko …     Dr. Andrea Valenti
Carroll Baker …     Evelyn
Ivano Staccioli …     Ispettore Garrano
Pilar Velázquez …     Lena
Paola Senatore …     Daniela
Umberto Raho …     Psichiatra
Alba Maiolini
Giuseppe Mattei
Eleonora Morana Sergente
Alessandro Perrella …     Poliziotto

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Regia: Gianfranco Piccioli
Prodotto da : Mauro Berardi, Riccardo Cerro
Musiche: Marcello Giombini
Cinematography :Antonio Borghesi
Film Editing :Attilio Vincioni
Production Design :Rita Sala,Enor Silvani
Costumi: Silvio Laurenzi

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Ursula Andress

Ursula Andress foto

Come ha confessato in una sua intervista di qualche tempo fa, Ursula Andress ha l’Italia nel sangue, nel destino e nella fortuna. Quel destino che le fece incontrare, da ragazza, ancora minorenne, un giovane italiano con il quale fuggì di casa per una fuga d’amore interrotta soltanto dai genitori, che la riportarono indietro. Sempre l’Italia anche nella carriera, con un terzo dei circa 50 film interpretati di provenienza italiana.

Ursula Andress Licenza di uccidere
Ursula Andress in 007 licenza d’uccidere

Ursula, bellezza straordinaria, altera, è nata a Berna nel 1936, e dopo una fulminea carriera da fotomodella, esordisce nel cinema a diciotto anni, nel 1954, nel celebre Un americano a Roma, del grande Steno, nel quale ha una piccola parte accanto al gigante Sordi, che si apprestava a diventare ormai una star del cinema italiano. La sua eccezionale bellezza non passa inosservata,

Ursula Andress Colpo in canna
Nel film Colpo in canna

tanto che in due anni gira altri tre film, La figlia di Mata Hari di Renzo Merusi, un brutto film ambientato in oriente sull’invasione giapponese delle isole del Borneo, seguito da La catena dell’odio di Piero Coschi e da Le avventure di Giacomo Casanova ,nuovamente diretta da Steno.
Se le doti recitative sono appena sufficienti, la Andress si distingue principalmente per una bellezza assolutamente straordinaria; ed è la bellezza a valerle un ruolo cinematografico che la consegnerà alla leggenda. Terence Young, che si appresta a dirigere 007 Licenza di uccidere, tratto dal romanzo di Jan Fleming Dottor No, la scrittura e le affida la parte di Honey Rider nel film da lui diretto.

Ursula Andress L'infermiera
L’infermiera

Ursula Andress La montagna del dio cannibale
La montagna del dio cannibale

La scena in cui Honey/Ursula esce dall’acqua, in un bikini succinto bianco, guardata con stupore da James Bond-Sean Connery, diventa una seconda pelle. Il film ha un successo straordinario, e lancerà anche al cinema il mito dell’agente segreto inglese con licenza di uccidere. Ma è anche la notorietà mondiale per Ursula: siamo nel 1962, e la ventiseienne attrice svizzera diventa di colpo una star. Hollywood la chiama a se; lavora in L’idolo di Acapulco, film del 1963 diretto da Richard Thorpe, al fianco di Elvis Presley, in I quattro del texas, nel ruolo di  Maxine Richter diretto da un altro grande di Hollywood, Robert Aldrich, in un film con un grande cast, che include Frank Sinatra, la nuova stella lanciata da Fellini Anita Ekberg, Dean Martin e Charles Bronson

Ursula Andress Letti selvaggi
La Andress in Letti selvaggi

e ancora in Sfida sotto il sole di John Derek, accanto allo stesso Derek, a Sammy Davis Jr. e a Robert Duvall. E’ proprio con  Derek il primo matrimonio dell’attrice: un matrimonio destinato a durare pochissimo, e che si concluderà nel 1966 con il divorzio dall’attore/regista. I film successivi, La dea della città perduta e Ciao Pussycat, una mega produzione diretta da Donner su soggetto di Woody Allen, brillante scrittore americano, conosciuto per la verve umoristica, riscuotono un buon successo; è sopratutto Ciao Pussycat a mostrare che l’attrice può anche entrare in cast e in film dal contenuto in stile commedia brillante.

Ursula Andress Sole rosso
Sole rosso

Infatti il suo lavoro successivo è L’uomo di Hong Kong, una scatenata commedia umoristica girata al fianco di Jean Paul Belmondo, ricca di colpi di scena.
Nel 1965, sempre più famosa, accetta di lavorare in uno dei film più sottovalutati degli anni sessanta, il visionario La decima vittima, di Elio Petri,tratto da The Seventh Victim di Robert Sheckley,romanzo a metà strada tra il fantascientifico e il surreale.

Ursula Andress Spogliamoci cosi senza pudor
Nella commedia Spogliamoci così senza pudor

La Andress è Caroline Meredith, una abilissima killer che deve uccidere la sua decima vittima per diventare campione di decatlhon; la sua ultima vittima, un indolente (tipico romano almeno nelle intenzioni di Petri) Mastroianni, che finirà per innamorarsi di lei, con tanto di matrimonio finale tra vittima e cacciatrice.
Ancora una volta va rimarcata una peculiarità dell’attrice: la sua straordinaria avvenenza fisica e la sua particolare bellezza le danno però un aspetto algido e freddo, che finiscono per caratterizzarsi in una scarsa mobilità del viso e in una espressione mimica limitata. E’ uno dei motivi per cui la Andress finirà, nella seconda parte della sua carriera, per partecipare a film di scarso valore.

Ursula Andress L'infermiera 2
Ancora un fotogramma da L’infermiera

Subito dopo il film di Petri, che ebbe scarsa fortuna per poi essere rivalutato nel corso del tempo come prodotto eccezionalmente innovativo, la Andress lavora in La caduta delle aquile, classico film bellico diretto da John Guillermin che narra le gesta di una pattuglia di aviatori impegnata nella Grande guerra, e successivamente in Operazione San Gennaro di Dino Risi, divertente commedia interpretata da Totò, Nino Manfredi, Senta Berger, Mario Adorf e Dante Maggio in cui i protagonisti cercano nientemeno che di rubare il tesoro di San Gennaro.

Ursula Andress- Acapulco

Acapulco

Nel 1967 Ursula torna nel cast di un film di James Bond, nel ruolo di Vesper Lynd; si tratta dello scombinato Agente 007 Casino Royale, un fiasco clamoroso a cui parteciparono i registi John Huston, Val Guest, Ken Hughes, Joseph McGrath e Robert Parrish e il cast ricchissimo che lo componeva, ovvero David Niven, Charles Boyer, William Holden, Deborah Kerr, Ursula Andress,Daliah Lavi, Peter Sellers, Woody Allen, John Huston, Joanna Pettet, Orson Welles, George Raft, Jean-Paul Belmondo, Jacqueline Bisset.

Ursula Andress I 4 moschettieri
I quattro moschettieri

La Andress si ritrovò su un set che sembrava preda di un isterismo di massa, causato dalla lite tra Peter Sellers e sua moglie Britt Ekland, che rivolse troppe attenzioni a Orson Welles, tanto che l’attore inglese fini per non rivolgere più la parola all’illustre collega attore e regista, con il risultato finale che i registi furono costretti a girare le scene che vedevano i due attori protagonisti in controcampo. Il film, una sgangherata parodia di James Bond si rivelò un fiasco, ma la Andress, per sua fortuna, aveva un ruolo limitato; dopo aver partecipato, nel 1968 a Le dolci signore e La stella del sud, l’attrice svizzera gira nel 1970 il curioso Colpo da 500 milioni alla National Bank (Perfect Friday) , nel quale compare completamente nuda, mentre nel 1971 è nel cast del western Sole rosso, con Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshiro Mifune, Capucine diretto da Terence Young; il film è un western atipico, in cui si assiste ad una strana alleanza tra un samurai e un fuorilegge per recuperare una spada che il samurai deve consegnare al Presidente degli Stati Uniti.

Ursula Andress La decima vittima
La decima vittima

Ursula Andress Scontro di titani
Scontro di titani

Anche questa volta la sua recitazione è sufficiente, ma nulla più. L’attrice ha 35 anni, quindi è nel pieno della maturità fisica; la bellezza è sempre notevole, ma il cinema inizia a riservarle le prime amarezze. In tre anni gira solo film leggeri, commedie allegre senza grosse pretese, come Africa Express, del 1975 accanto a Giuliano Gemma, l’erotico L’infermiera, classica commedia sexy degli anni 70 in cui però da modo di far apprezzare al suo pubblico il fisico assolutamente scultoreo che possiede, in una serie di nudi da antologia. Segue Spogliamoci così senza pudore, altra commedia sexy a episodi diretta da Sergio Martino, seguito da Safari express, questa volta diretta da Duccio Tessari, in cui ricostruisce la coppia formata con Giuliano Gemma con il quale aveva lavorato nel discreto Africa Express.

Ursula Andress La caduta delle aquile
Dove osano le aquile

Ormai l’attrice lavora stabilmente in Italia; infatti nel 1976 Enzo Castellari la chiama per lavorare in Le avventure e gli amori di Scaramouche, filmetto senza pretese e di scarso successo in cui è l’unica attrice di una certa fama a prendere parte al cast.Segue il buon thriller Doppio delitto, diretto da Steno, con la partecipazione anche di Agostina Belli, Peter ustinov e Marcello Mastroianni; segue il mal riuscito Colpo in canna , film del 1975, diretto da Fernando Di Leo, bizzarro tentativo da parte del regista pugliese di coniugare un poliziesco/thriller con i canoni della commedia ironica. Ancora una volta l’unica cosa degna del film è la bellezza sfolgorante della Andress, sempre ad altissimi livelli estetici.

Ursula Andress Casino royale
Casino Royale

Ursula Andress L'ultima chance
Ursula Andress in L’ultima chance

Il successivo La montagna del dio cannibale, diretto da Sergio Martino, nel quale è Susan Stevenson, una donna alla ricerca del marito, sperduto tra le foreste della Nuova Guinea infestata di cannibali. Un film di modesta levatura, ancora una volta; così come modesti sono i risultati di Letti selvaggi, film diretto da Luigi Zampa nel 1979, una delle ultime, stanche commedie all’italiana, costituito da otto episodi con protagonisti nomi di rilievo del cinema, come Monica Vitti, Sylvia Kristel e Monica Vitti, oltre ad un giovanissimo e surreale Roberto Benigni.
Questo può essere definito l’ultimo film importante in cui la Andress ha una parte da protagonista.

Ursula Andress What’s new Pussycat
What’s new Pussycat

Gira ancora I quattro moschettieri nel 1981 e Scontro di titani, una mega produzione a sfondo mitologico in cui ovviamente è chiamata a ricoprire il ruolo di Venere, dea dell’amore. Anche se ha 40 anni, l’attrice è ancora bellissima e avvenente, ma da quel momento il cinema le riserverà solo la partecipazione a Messico in fiamme del 1982; da quel momento in poi Ursula lavorerà in produzioni televisive, come Manimal e Love Boat, con l’eccezione rappresentata da Liberté, égalité, choucroute , film diretto da Jean Yanne nel 1985, ambientato durante la rivoluzione francese nel quale è Maria Antonietta, consorte di Michel Serrault/Luigi XVI.

In seguito lavorerà ancora in serie televisive, anche di fama come Falcon crest, Pietro il Grande, l’italianissimo Fantaghirò.
Se la carriera cinematografica della Andress non si può definire da grande star, la vita privata dell’attrice ha avuto invece proprio le caratteristiche della vedette, inseguita e fotografata per i suoi amori e le sue relazioni amorose, a cominciare da quella con il regista pigmalione Derek, passando per gli attori con cui ha avuto relazioni più o meno lunghe, come Jean Paul Belmondo, Warren Beatty, Ryan O Neal e Harry Hamlin, 20 anni più giovane di lei, con il quale ha avuto il figlio Dimitry.

Ursula Andress Doppio delitto
Doppio delitto

Come considerazione finale, si può dire che la bellissima attrice è oggi un mito più per le scene memorabili di 007 licenza di uccidere che per lo svolgimento della sua carriera; una carriera onorevole, in cui però manca l’acuto, il film importante, l’interpretazione memorabile.

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Ursula Andress Klassäzämekunft

Klassäzämekunft

Ursula Andress Colpo da 500 milioni

Perfect friday

Ursula Andress Fantaghiro 4

Fantaghirò 4

Ursula Andress L'uomo di Hong Kong

L’uomo di Hong Kong

Ursula Andress-Messico in fiamme

Messico in fiamme

Ursula Andress-Le dolci signore

Le dolci signore

Ursula Andress-Le avventure e gli amori di Scaramouche

Le avventure e gli amori di Scaramouche

Ursula Andress-La stella del sud

La stella del Sud

Ursula Andress-La dea della città perduta

La dea della città perduta

Ursula Andress-I 4 del Texas

I 4 del Texas

Ursula Andress-Fantaghirò 3

Fantaghirò

Ursula Andress-Cremaster 5

Cremaster

Ursula Andress Die Vogelpredigt

Die Vogelpredigt

Ursula Andress Man Against the Mob The Chinatown Murders

Man Against the Mob The Chinatown

Ursula Andress Banner filmografia

Liberté, égalité, choucroute (1985)
The Fifth Musketeer (1979)
Letti selvaggi (1979)
La montagna del dio cannibale (1978)
Doppio delitto (1977)
Le avventure e gli amori di Scaramouche (1976)
Africa Express (1976)
Safari Express (1976)
Spogliamoci così senza pudor (1976)
L’infermiera (1975)
Colpo in canna (1975)
L’ultima chance (1973)
Sole rosso (1971)
Perfect Friday (1970)
L’étoile du sud (1969)
Le dolci signore (1968)
Casino Royale (1967)
Once Before I Die (1966)
The Blue Max (1966)
La decima vittima (1965)
L’uomo di Hong Kong (1965)
What’s New Pussycat (1965)
She (1965)
Nightmare in the Sun (1965)
4 for Texas (1963)
Fun in Acapulco (1963)
007 licenza di uccidere (1962)
Le avventure di Giacomo Casanova (1955)
La catena dell’odio (1955)
Un americano a Roma (1954)

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Ursula Andress- Foto 1


L’estate assassina

L'estate assassina locandina

L’estate assassina è la storia di una vendetta sognata da una donna, compiuta dal di lei marito ed eseguita, portata a compimento con freddezza verso persone che alla fine scopriremo essere innocenti.
Un plot intrigante, quindi, quello di L’etè meurtrier, L’estate assassina, film del 1983 diretto da Jean Becker.
L’azione si svolge in Francia, in una località del sud,in Provenza, nei primi anni settanta. Una strana famiglia arriva in un paese: ne fanno parte una donna di mezz’età,conosciuta come Eva Braun, di origine tedesca, un vecchio su una sedia a rotelle, la bella e misteriosa Elaine, chiamata Elle.

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L'estate assassina 13

Isabelle Adjani

Elle ha sin da piccola avuto grossi problemi psicologici: la madre le ha raccontato di aver subito violenza da tre camionisti di passaggio, cosa che l’ha fatta crescere rancorosa e colma di vendetta, oltre ad averle causato incubi e problemi esistenziali. Appena arrivata in paese, Elle suscita l’interesse dei giovani locali, ma lei dedica le sue attenzioni ad un giovane meccanico del posto, Florimond, che finirà per sposare. La madre del ragazzo mostra da subito la sua contrarietà: lei aveva tirato su il figlio con molti sacrifici, essendo il padre di Florimond morto da tempo. L’uomo le aveva lasciato, come unica eredità, la casa in cui abita e una vecchia pianola.

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In realtà è proprio l’innocuo strumento musicale il vero fulcro della storia; la madre di Elle aveva infatti raccontato molte volte alla figlia di essere stata violentata da tre camionisti che trasportavano una pianola.
Per cui Elle aveva sposato Florimond, figlio di uno dei tre trasportatori, per compiere la sua vendetta. Ma le cose andranno molto diversamente da come architettato dalla ragazza….
Difficile raccontare di più del film senza svelare completamente la trama, tra l’altro molto intricata; la pellicola si distingue inoltre per la complessità della sceneggiatura, basata su un romanzo, oltre che su una capacità di rappresentazione delle immagini ben più importante delle parole.

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Quello che più conta, per il regista, è l’ambientazione e la sfaccettatura complessa dei protagonisti del film. Elle, per esempio, appare come una ragazza che persegue, sin dall’inizio, un suo specifico scopo. Scopriremo che questo scopo è la vendetta, che si abbatterà però anche su vittime innocenti.
Un film complesso, non privo di fascino ma anche abbastanza ingarbugliato, che richiede necessariamente molta attenzione nei suoi passaggi cruciali. Gli attori recitano bene, sopratutto Isabelle Adjani, che nel 1983, all’epoca dell’uscita nelle sale cinematografiche di L’estate assassina, aveva lavorato principalmene per la Tv e in qualche film importante come Adele H, Driver e Nosferatu. L’attrice se la cava alla grande, dando un’aria imbronciata, sexy e impenetrabile al personaggio affidatole, Elaine “Elle”, finendo per surclassare i pur bravi compagni di set, fra i quali segnalo Alain Souchon, il Florimond marito della protagonista, Jenny Clève, la madre di Elle, Suzanne Flon,

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ovvero la vecchia Nine soprannominata la cognata.
Un film a tratti oscuro, carico di significati simbolici e allegorici, ben resi però visivamente dal regista Jean Becker,in Italia praticamente uno sconosciuto; echi di Hitchcock e musiche particolari pervadono il film, sin dall’apertura, con l’anziano che trascina stancamente la pianola. Da sottolineare anche lo stridente contrasto tra l’atmosfera idilliaca della Provenza francese, con le sue campagne morbidamente abbandonate sotto il sole, e la violenza che si scatenerà a breve, fino alla tragica conclusione.
Film davvero strano, particolare.

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L'estate assassina 5

L’estate assassina, un  film di Jean Becker. Con Isabelle Adjani, Suzanne Flon, Alain Souchon, François Cluzet  Titolo originale L’été meurtrier.  Drammatico,  durata 130 (123) min. – Francia  1983.

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L'etstae assassina banner protagonisti

Isabelle Adjani …     Eliane Wieck  ‘Elle’
Alain Souchon …     Florimond
Suzanne Flon …     Nina , ‘Cognata’
Jenny Clève    …     Signora Montecciari – la madre di Florimond
Maria Machado
…     Paula Wieck Devigne , ‘Eva Braun’ – madre di Eliane
Evelyne Didi …     Calamité
Jean Gaven    …     Leballech
François Cluzet
…     Mickey
Manuel Gélin …     Boubou
Roger Carel …     Henri alias ‘Henri IV’
Michel Galabru …     Gabriel Devigne – padre di Eliane
Marie-Pierre Casey La signora  Tussaud
Cécile Vassort …     Josette
Edith Scob …     La dottoressa

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Regia Jean Becker
Soggetto Sébastien Japrisot (romanzo)
Sceneggiatura Jean Becker e Sébastien Japrisot, dall’omonimo romanzo di Sèbastien Japrisot
Fotografia Étienne Becker
Montaggio Jacques Witta
Musiche Georges Delerue
Scenografia Jean-Claude Gallouin
Costumi Thérèse Ripaud

Anche il sesso è una questione di stato

Anche il sesso è un affare di stato locandina

Bunny è una bionda, bella e totalmente disinibita ragazza americana di 17 anni, figlia di un militare. La sua totale mancanza di inizbizioni causa però seri problemi alle gerarchie militari americane, perchè la ragazza ha l’abitudine di infilarsi sotto le lenzuola di molti ufficiali dell’esercito, creando così grossi imbarazzi proprio alle utorità militari. Per togliersela di torno, le stesse decidono di promuovere suo padre Randolph al rango di ambasciatore statunitense, e così lo trasferiscono a Londra, tra la costernazione dei tanti amanti della ragazza e il sollievo dei generali.

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Il padre, appena giunto a Londra, decide di evitare rischi per la sua carriera e trasferisce la ragazza in un college, ben sapendo che Bunny potrebbe rappresentare motivo di scandalo. Ma la bella Bunny a cui ovviamente la decisione non va giù, crea da subito un’atmosfera consona ai suoi costumi liberi; incita le sue nuove amiche, per esempio, a fare il bagno nude in piscina e ne combina di tutti i colori. Non solo: messasi d’accordo con le compagne, che non sono meno disinibite di lei, scommette sull’abiiltà di ognuna di sedurre alti papaveri politici e militari che sono presenti a Londra per tenere un’importante conferenza sul disarmo.

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Una ragazza del gruppo, la poco seducente Ducky, viene incaricata di scattare foto compromettenti dei militari, per poter così testimoniare la vittoria di una delle ragazze. Così Bunny, alle prese con un cinese poco interessato al sesso e molto più al pin pong, vede scivolare via la possibilità di vittoria, mentre le sue amiche si danno da fare. Ma a complicare la situazione arriva il padre di Bunny che, scoperte le foto, tenta di ricattare i diplomatici delle altre nazioni. Alla fine la pestifera ragazza e suo padre vengono spedite in Afghanistan, dove teoricamente non dovrebbero fare guai, ma……..

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Anche il sesso è una questione di stato, film del 1974, diretto da  Jack Arnold è una commedia sexy che si distingue sopratutto per la mancanza di malizia: nonostante i numerosi nudi e le situazioni equivoche, non ci sono mai scene spinte, e il film scivola tranquillamente sul solco della commedia sexy, in maniera molto simile ai tanti film del genere che venivano proiettati in Italia nello stesso periodo. Una parata di belle ragazze, molti nudi, qualche battuta anche carina, per un film godibile, con qualche scena anche spiritosa, come le folate di vento che sembrano perseguitare Bunny, rivelando che sotto i vestiti spesso non porta nulla, o come la citata scena della seduzione del militare cinese, che invece di approfittare della ragazza, le stampa sui seni il suo autografo e le chiede di giocare a ping pong.

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Una onesta commediola quindi, non priva di qualche fascino, per passare novanta minuti assolutamente in relax.

Anche il sesso è una questione di stato, un film di Jack Arnold, con Christina Hart, Jane Anthony, Drina Pavlovic, Jull Damas, David Beale, Ed Bishop, Erin Geraghty, Murray Kash, Kao Kun, Steve Plytas Titolo originale Sex play, anno 1974 Commedia Usa

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Anche il sesso è un affare di stato banner personaggi

Christina Hart     …     Bunny O’Hara
Jane Anthony    …     Jackie
Ed Bishop    …     Secretary Beard
Murray Kash    …     Dr. Wolfgang Meyer
Drina Pavlovic    …     Salina
Jill Damas    …     Christine
Eric Young    …     Wang Lo
Erin Geraghty    …     Ducky
Steve Plytas    …     Krashneff
David Beale    …     Lord Teakwood
Gordon Sterne    …     O’Hara
Eunice Black    …     Miss Grimm
Rex Wei    …     Chen Ling