4 mosche di velluto grigio

4 mosche di velluto grigio locandina

Quattro mosche di velluto grigio esce nel 1971 ad un anno di distanza dal travolgente successo di L’uccello dalle piume di cristallo e poco dopo l’uscita di Il gatto a nove code; Dario Argento chiude così la cosi detta trilogia “animalesca” con un film che se non ha lo stesso impatto dei primi due mostra tuttavia alcuni segnali che indicano come il regista romano stia evolvendo verso una fase nuova della carriera, che culminerà nel suo capolavoro, Profondo rosso.
Quattro mosche di velluto grigio è un film con tanti pregi ma anche con difetti rilevanti; per la prima volta Argento usa l’elemento comico nel film, usa sapientemente il flash back e sopratutto usa un finale davvero indimenticabile ma utilizza una sceneggiatura con più di una lacuna e sbaglia la scelta dell’interprete principale, quel Michael Brandon che si rivelerà l’anello più debole della pellicola.

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Come location del film Argento sceglie Roma e Tivoli e Milano con Torino; a Roma c’è la baracca del simpaticissimo Diomede (Dio), che vive come un barbone in riva al Tevere in compagnia del suo linguacciuto pappagallo, mentre a Tivoli, nei giardini di Villa D’Este è realizzata la splendida sequenza dell’omicidio della colf di Roberto, Amelia. A Milano viene girata la sequenza della morte di Arrosio mentre lo studio dell’investigatore privato è a Torino nella Galleria Subalpina.
In questo film l’elemento predominante è la follia, così come per la prima volta Argento introduce la componente parapsicologica legata ai sogni premonitori di Roberto mentre come dicevo prima compare l’elemento umoristico, legato al personaggio di Diomede e sopratutto a quello dell’investigatore privato Gianni Arrosio, ingaggiato da Roberto (il protagonista), un investigatore che nel corso della sua carriera ha collezionato 84 casi falliti, come racconterà nel colloquio con il suo nuovo cliente.

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La trama:
-Roberto Tobias, che fa il batterista in un gruppo rock, si accorge che è seguito da un misterioso individuo. La cosa va avanti per alcuni giorni,fino a quando Roberto non segue il suo misterioso pedinatore in un teatro, dove in maniera banale finisce per ucciderlo con il pugnale che l’uomo ha con se.
All’incidente ha assistito qualcuno, che fotografa la scena del crimine e subito dopo invia copia di una foto a casa di Roberto, il quale si accorge anche che il misterioso individuo si è introdotto in casa sua.
Dopo essere stato aggredito, Roberto decide di raccontare a sua moglie Nina degli avvenimenti a cui è andato incontro; il passo successivo è incontrare l’amico Diomede, che vice in una baracca lungo il fiume.

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L’uomo gli consiglia di rivolgersi ad un investigatore privato, Arrosio ma nel frattempo accadono due fatti di sangue; la domestica di Roberto, che ha capito chi è il misterioso ricattatore, tenta a sua volta di usare l’arma del ricatto, ma viene assassinata in un parco pubblico.
Lo stesso accade a Carlo Marosi, l’uomo che in origine aveva pedinato Roberto;Marosi non era morto nel teatro,perchè aveva attirato in una trappola Roberto, usando per simulare il proprio omicidio un pugnale da spettacolo.
L’uomo tenta anche lui un ricatto, ma il misterioso persecutore di Roberto lo uccide.
Roberto rifiuta di allontanarsi dalla città con Nina e resta a casa sua con Dalia, sua cugina; tra i due nasce improvvisa la passione.

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Arrosio, l’investigatore, riesce dopo alcune indagini a capire l’identità del misterioso assassino, ma anche per lui la cosa sarà fatale; da quel momento gli eventi precipitano, con la prematura morta anche di Dalia.
Chi è il misterioso assassino, allora?
Quattro mosche di velluto grigio ha quindi una trama elaborata con un finale a sorpresa, in cui forse l’elemento destabilizzante non è tanto l’identità del misterioso assassino (si va per esclusione, ad un certo punto) quanto piuttosto l’espediente utilizzato che ne svelerà l’identità, un medaglione con incisa una mosca, l’ultima immagine che è rimasta impressa nella retina dell’occhio di Dalia, una mosca che muovendosi fa vedere l’immagine in movimento, quella di quattro mosche.

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Naturalmente ometto l’identità del misterioso omicida, per evitare il fastidio dello spoiler che toglie suspense ad un finale di pellicola che è forse la parte più interessante del film.
Un film largamente disomogeneo, che però ha tuttavia il pregio di essere affascinante, a dispetto di alcune illogicità del film e dei tentativi di inserire sketch comici poco efficaci al film stesso;bene il cast ad eccezione dello spento e insignificante Michael Brandon, che interpreta il personaggio principale, quello di Roberto Tobias mentre assolutamente strepitosa è Mimsy Farmer nel ruolo di Nina.Nel cast c’è spazio per un inedito Bud Spencer, nel ruolo del filosofo Dio, irresistibile Jean-Pierre Marielle nel ruolo dell’investigatore Arrosio.

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Detto della bella fotografia e delle discrete musiche di Morricone, va ricordato che solo da poco più di un anno è disponibile la versione digitale del film, rimasta per motivi assurdi priva di diffusione.
Oggi le copie che trovate in rete sono ridotte proprio da supporti digitali; il film è stato anche trasmesso  dalle tv private.
Quattro mosche di velluto grigio
Un film di Dario Argento. Con Mimsy Farmer, Michael Brandon, Aldo Bufi Landi, Jean-Pierre Marielle, Oreste Lionello,Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Calisto Calisti, Corrado Olmi, Sandro Dori, Marisa Fabbri, Fabrizio Moroni, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Francine Racette, Guerrino Crivello Giallo, durata 105′ min. – Italia 1971.

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Michael Brandon: Roberto Tobias
Mimsy Farmer: Nina Tobias
Jean-Pierre Marielle: Gianni Arrosio
Bud Spencer: Diomede
Stefano Satta Flores: Andrea
Marisa Fabbri: Amelia, la domestica
Francine Racette: Dalia
Laura Troschel: Maria Pia (col nome di Costanza Spada)
Calisto Calisti: Carlo Marosi
Oreste Lionello: Il Professore
Fabrizio Moroni: Mirko
Aldo Bufi Landi: Medico
Tom Felleghy: Poliziotto
Guerrino Crivello: Rampanti, il vicino di casa zoppo
Corrado Olmi: Portinaio
Gildo Di Marco: Postino
Leopoldo Migliori: Musicista
Fulvio Mingozzi: Manager studio musicale
Dante Cleri: Commesso della bara
Pino Patti: Inserviente alla mostra funeraria
Ada Pometti: Donna sulla strada
Jacques Stany: Psichiatra
Stefano Oppedisano:
Renzo Marignano (non accreditato): addetto alle pompe funebri

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Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Salvatore Argento
Casa di produzione Seda Spettacoli, Universal Productions France
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Françoise Bonnot
Effetti speciali Cataldo Galliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Enrico Sabbatini
Trucco Paolo Borselli, Giuliano Laurenti

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Massimo Turci: Roberto Tobias
Melina Martello: Nina Tobias
Pino Locchi: Gianni Arrosio
Sergio Graziani: Diomede
Vittoria Febbi: Dalia
Serena Verdirosi: Maria Pia
Luciano De Ambrosis: Carlo Marosi
Roberto Chevalier: Mirko
Pino Colizzi: Psichiatra
Giorgio Piazza: poliziotto
Gianfranco Bellini: postino
Mario Mastria: manager musicale
Arturo Dominici: inserviente
Cesare Barbetti: becchino

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Pensione amore servizio completo

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Il giovane e bel Germano scopre, grazie alla cameriera di casa, di avere un problema invidiato da molti uomini, ovvero di essere un superdotato.
Ma la cosa lo inguaia perchè mentre è in dolce colloquio con la servetta, viene colto in flagrante da suo padre.
Dopo un colloquio con la madre di Germano, suo padre decide di tagliar corto e inviare il giovane allupato dalla nonna, la signora Amour, titolare di una pensione vicino mare che prende il nome proprio di pensione Amore.
Arrivato da sua nonna, Germano scopre che la stessa gestisce più un bordello che una pensione, così ne approfitta per sollazzare le clienti vogliose della pensione stessa.

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Ma esagera, e dopo una serie di avventure con donne sposate, cameriere disponibili e procaci donne in cerca di svago sessuale, finisce per “scaricare le batterie”
Sarà una giovane in vacanza, Lucy, a riportare il tutto alla normalità, allacciando un flirt con il giovane che sfocerà nel classico colpo di fulmine.
Diretto da Luigi Russo, autore di perle come Morbosità, I sette magnifici cornuti, La nuora giovane e Una bella governante di colore, Pensione amore servizio completo è un filmetto assolutamente anonimo, privo di qualsiasi elemento comico e caratterizzato peraltro da un erotismo molto soft e da una sceneggiatura praticamente latitante, come latitante è la recitazione dei pochi protagonisti del film.

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Girato nel 1980, quindi assolutamente fuori tempo massimo per appartenere alla defunta commedia sexy all’italiana, questo film tenta di giocare le sue carte (scarsissime) sull’avvenenza delle protagoniste, ovvero il transessuale Ajita Wilson (la signora di colore molto vogliosa), su Marina Daunia (un’altra signora insoddisfatta) e su Lori del Santo, la Lucy che riporta il giovane Germano sulla retta via.
L’attrice veronese è l’unica cosa decente, a livello recitativo, del film stesso e per una volta recita quasi sempre con i vestiti addosso fatto salvo un fugace topless sul finire della pellicola, mentre il vero protagonista, Christian Borromeo è talmente piatto ed inespressivo da rendere ancor più desolante il quadro d’assieme.

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Borromeo, che si era segnalato con Ritratto di borghesia in nero viene travolto dall’assoluta piattezza del film e gigioneggia spaesato tra un amplesso e un altro, con un’espressione da ebete stampata sul volto che rende ancor più strampalato e poco credibile il personaggio interpretato.
Produzione low cost, Pensione amore servizio completo è un esempio, abbastanza sciagurato, della totale mancanza di idee oltre che di fondi del cinema italiano dei B movies, che peraltro era riuscito a produrre qualcosa di buono nel decennio precedente.

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Qui siamo davvero oltre i limiti del tollerabile, tanto che alla fine un’idea non peregrina sarebbe stata quella di chiedere il rimborso del biglietto per palese frode.
Null’altro da segnalare se non l’abbondante cellulite della cameriera, ahimè documentata da una delle foto selezionate per illustrare il film.
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un film di Luigi Russo. Con Marina Daunia, Christian Borromeo, Lory Del Santo, Clara Colosimo,Piero Mazzinghi, Ajita Wilson
Erotico, durata 91 min. – Italia 1979.

 

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Regia Luigi Russo
Soggetto Luigi Russo
Sceneggiatura Ezio Passadore
Montaggio Anita Cacciolati
Musiche Stelvio Cipriani

La guerra del fuoco

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80.000 anni addietro, i neandertaliani Ulman sono attaccati da un gruppo di Homo erectus; durante l’attacco, si verifica un’autentica tragedia per gli Ulman, ovvero la perdita del fuoco l’elemento più importante per la neonata civiltà del fuoco.
Saranno tre cacciatori Ulman a tentare di rubare il fuoco e lo faranno in un accampamento di Neanderthal cannibali, dove al loro gruppo si aggiungerà Ika, una giovane di una tribù molto più evoluta.
Mentre tra il capo dei tre cacciatori e Ika nasce una storia d’amore, il gruppo finirà per imbattersi nella tribù della ragazza, dove i tre Ulman impareranno a produrre il fuoco, fare frecce e altre cose che trasmetteranno alla loro tribù di ritorno dal loro viaggio.

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Diretto da Jean-Jacques Annaud, che riprende un romanzo di J. H. Rosny aîné (aîné scritto in minuscolo), La guerra del fuoco è un film del 1981, assolutamente innovatore sopratutto per la mancanza di un linguaggio comprensibile.
Per rendere più veritiero il racconto, Annaud sceglie di far parlare ai protagonisti del film un linguaggio che risponda in qualche modo a quello delle tribù primitive che sono l’ossatura del film, ovvero i Neanderthaliani e gli Homo erectus. La parte gestuale è affidata invece all’etologo Desmond Morris; tutto nel film quindi risponde a esigenze di somiglianza quanto più aderenti alla realtà storica, ovviamente nei ristretti limiti di una proto civiltà così lontana da noi.

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Annaud sceglie anche delle location particolari, fatte di paesaggi brulli e selvaggi; il film infatti è girato nelle Higlands scozzesi, uno dei posti più belli e selvaggi del pianeta, nella regione dell’Alberta in Canada, in alcune zone interne del Kenia.
Un film che costituisce da subito un autentico azzardo; reggere una pellicola senza dialoghi, con scenari privi di qualsiasi barlume di civiltà e dei suoi orpelli che ne costituiscono il valore pregnante basandosi unicamente sulla capacità degli attori di riuscire a trasmettere sensazioni è davvero un rischio.
Infatti la reazione di alcuni critici, i soliti che riescono a demolire quei pochi film che tentano strade diverse è racchiusa in questa raggelante recensione presa dal Morandini:
il 3° lungometraggio del disinvolto Annaud sfiora continuamente il ridicolo involontario nel quale scivola spesso e talvolta sprofonda“, che rappresenta al meglio la miopia intellettuale di gente che di cinema capisce purtroppo ben poco.

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Al contrario, il film di Annaud ha fascino da vendere, per i motivi che ho elencato su.
Il mondo durissimo e cattivo, a tratti spietato e disumano per forza di cose nel quale si muovevano gli homo erectus prende forma e sostanza sotto gli occhi dello spettatore, tanto che i grugniti, i monosillabi e tutti gli espedienti che il regista francese utilizza per vivacizzare il film stesso alla fine non solo rendono scorrevole quello che vediamo, ma si trasformano in un vero e proprio valore aggiunto, un elemento di novità che nel cinema mancava da tantissimo tempo.
I film “preistorici”, infatti, erano spesso dei kolossal o film a basso budget in cui l’uomo primitivo viveva esperienze ai limiti spesso del comico, con neanderthaliani alle prese con dinosauri, con attori alle volte truccati come per una prima a teatro ecc.
Annaud invece sceglie la sperimentazione e i risultati sono lusinghieri; il film infatti vince l’Oscar per il miglior trucco ( e avrebbe meritato di più,non fosse per la presenza nel 1983 del kolossal Gandhi),vince 2 Premi César 1982 come miglior film e miglior regista e 5 Genie Awards 1983 nelle sezioni costumi, suono, realizzazioni, attrice principale.

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Un successo lusinghiero che permetterà al regista stesso di affrontare la sua sfida successiva, la riduzione cinematografica del best seller di Umberto Eco Il nome della rosa, un’altra sfida vinta alla grande.
Per quanto riguarda gli attori, menzione speciale per Rae Dawn Chong che interpreta Ika con tale vigoria e convinzione da risultare la più credibile “donna preistorica” di sempre, ben lontana dalla Raquel Welch patinata di Un milione di anni fa (One Million Years B.C.) (1966) così come bravissimo è Ron Perlman, l’attore statunitense qui alla sua prima prova d’attore e che entrerà nel cast di Il nome della rosa, nel ruolo indimenticabile di Salvatore.
Bene anche Everett McGill, nella parte di Naoh.
Il film è di difficile reperibilità, nonostante abbia un’unica versione adatta per gli schermi di tutto il mondo, non avendo come già detto un linguaggio parlato; tuttavia una copia del film è disponibile su You tube (discreta qualità) a questo indirizzo http://youtu.be/5bsjJzG-vEE

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La guerra del fuoco
Un film di Jean-Jacques Annaud. Con Rae Dawn Chong, Everett McGill, Ron Perlman, Nameer El Kadi, Gary Schwartz, Kurt Schiegl, Naseer El Kadi, Franck-Olivier Bonnet, Brian Gill, Terry Fitt, Peter Eliott, Michel Franconer, Joshua Melnick, Benoit Levesque, Luke McMasters, Butch Lynch, Danny Lynch, Adrian Street, Mohammed Siad Coockey, Walter Masai, Hassan Ali Damji, Tarlok Sing Sera Titolo originale La guerre du feu. Drammatico, durata 96′ min. – Francia, Canada 1981.

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Everett McGill … Naoh
Ron Perlman … Amoukar
Nicholas Kadi … Gaw
Rae Dawn Chong … Ika
Gary Schwartz … Rouka -Tribu Ulam
Naseer El-Kadi … Nam – Tribu Ulam
Franck-Olivier Bonnet … Aghoo – Tribu Ulam
Jean-Michel Kindt … Lakar – Tribu Ulam
Kurt Schiegl … Faum – Tribu Ulam
Brian Gill … Modoc – Tribu Ulam
Terry Fitt … Hourk – Tribu Ulam
Bibi Caspari … Gammla – Tribu Ulam
Peter Elliott … Mikr – Tribu Ulam
Michelle Leduc … Matr – Tribu Ulam
Robert Lavoie … Tsor -Tribu Ulam

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Regia Jean-Jacques Annaud
Soggetto J. H. Rosny aîné (romanzo)
Sceneggiatura Gérard Brach
Produttore John Kemeny, Denis Héroux, Jacques Dorfmann, Véra Belmont
Produttore esecutivo Michael Gruskoff
Casa di produzione International Cinema Corporation, Ciné Trail, Stéphan Films, Belstar Productions
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Claude Agostini
Montaggio Yves Langlois
Effetti speciali Mark Molin
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Brian Morris (Scozia, Kenya) e Guy Comtois (Canada)
Costumi John Hay, Penny Rose
Trucco Christopher Tucker, Sarah Monzani, Michèle Burke

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La tortura delle vergini

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Più horror che gotico, questo Mark of the devil (Marchio del diavolo), tradotto malamente e furbescamente in La tortura delle vergini, film uscito nelle sale italiane nel 1970, ma in realtà girato dal regista Michael Armstrong nel 1969.
Film che ebbe i consueti problemi con la censura a causa di qualche blanda scena di sesso (più che altro nudità) e che quindi passò sotto le forbici della censura risultandone al solito mutilato.

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Armstrong, qui alla sua penultima fatica come regista (il regista di Bolton era più conosciuto come sceneggiatore) imbastisce una storia truculenta mescolando con indubbia abilità caccia alle streghe e torture, un binomio quasi sempre a buon fine al botteghino per la misura di sesso e violenza che sistematicamente attraeva lo spettatore facendolo spesso sorvolare sulla effettiva qualità del film stesso.
Nel caso di La tortura delle vergini siamo di fronte ad un prodotto tutto sommato dignitoso, con un plot già visto ma con qualche elemento di novità e una buona ambientazione sia come location che come scenografia.

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La trama:
-in un villaggio inglese imperversa il giudice Albatro, difensore della moralità e accanito persecutore di presunte streghe.
L’uomo in realtà è un deviato perverso, che sfoga i suoi istinti più brutali in nome della religione e di Dio; ad aiutarlo c’è il cancelliere Albino, un altro pervertito che non ha nulla da invidiare, in materia di crudeltà al suo padrone.
Nel villaggio però arriva il duca di Cumberland, mandato dalla corte per controllare le voci su presunti eccessi di zelo di Albatro.Ad accompagnarlo c’è il giovane Conte Christian von Meruh, che ben presto è costretto ad assistere alla brutalità del duca.

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Cumberland aumentà se possibile il terrore sulla popolazione, imprigionando molte donne sotto l’accusa di essere streghe.
Ben presto però la contemporanea presenza di due aguzzini affetti da smisurata brama di potere si trasforma in una lotta intestina tra il giudice Albatro e il Duca Cumberland.
La resa dei conti avviene ben presto e a soccombere è proprio il perfido Albatro; ad assistere non visto all’omicidio è proprio l’assistente del duca, Christian, che nel frattempo si è anche innamorato di una bella popolana, Vanessa.
Quando la ragazza viene catturata e imprigionata, Christian decide di agire e libera la giovane, che da il via ad una sollevazione popolare contro il perfido Duca.

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Christian finisce a sua volta nelle prigioni, dalle quali viene liberato proprio da Vanessa e dai popolani che vorrebbero giustiziare il Duca.
Ma a pagare per tutti sarà proprio Christian: il Duca infatti riesce a fuggire e la gente, inferocita, lincia proprio il giovane assistente sotto lo sguardo impotente di Vanessa.
Una sceneggiatura forse tagliata con l’accetta, con la consueta divisione (netta) fra il potere cattivissimo, rappresentato dal Duca e dal Giudice e in subordine dall’assistente del giudice e i buoni, fra i quali il redento Christian, l’unico a pagare con la vita le malefatte di altri, a lui non imputabili.
Armstrong guarda con occhio particolare alla descrizione delle torture da infliggere alla povere vittime, mostrando da subito di essere interessato principalmente (forse unicamente) all’aspetto da grand guignol della storia, senza minimamente impelagarsi in un discorso storico sulla tristissima stagione della caccia alle streghe.

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Lo fa con perizia, per cui da questo punto di vista il film regge; il resto del film va visto proprio in quest’ottica, ovvero quella di un gotico che ha l’unico scopo di pestare l’acceleratore sulle scene di violenza.
Il cast si muove egregiamente; molto bravo il solito Udo Kier mentre il perfido e amorale duca è interpretato da Herbert Lom. A suo agio anche la bella ed espressiva Olivera Katarina, da noi poco conosciuta ma che ha continuato a lavorare nel cinema con buona continuità fino a quattro-cinque anni addietro.
Una curiosità: alle prime proiezioni del film venne consegnato, nelle sale, un sacchetto che avrebbe dovuto contenere il vomito degli spettatori!
La tortura delle vergini non è di facilissima reperibilità in rete; tuttavia è uscito in edizione digitale ed è quindi disponibile in dvd.Rarissimi i suoi passaggi televisivi.

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La tortura delle vergini
Un film di Michael Armstrong. Con Herbert Lom, Udo Kier,Olivera Katarina, Herbert Fux, Olivera Vugo Titolo originale Mark of the devil. Horror, durata 90 min. – Germania 1969.

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Herbert Lom … Lord Cumberland
Udo Kier … Conte Christian von Meruh
Olivera Katarina … Vanessa Benedikt
Reggie Nalder … Albino
Jeff Wilkens – Il boia
Johannes Buzalski … Avvocato
Michael Maien … Barone Daumer
Gaby Fuchs … Deidre von Bergenstein
Ingeborg Schöner …Moglie del nobile
Adrian Hoven … Il nobile
Günter Clemens … Friedrich
Doris von Danwitz … Elisabeth

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Regia: Michael Armstrong
Sceneggiatura:Michael Armstrong, Adrian Hoven
Produzione:Adrian Hoven
Musiche:Michael Holm
Fotografia:Ernst W. Kalinke
Montaggio:Siegrun Jäger
Direzione artistica:Max Mellin

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Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo

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Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo è il primo film con protagonista l’ispettore Harry Callaghan, detto Harry la carogna per i modi spicci e brutali con i quali affronta il mondo del crimine.
Su un soggetto di Harry e Rose Fink il regista Don Siegel costruisce un personaggio destinato ad avere grande popolarità ( e successo) tra le platee di tutto il mondo e contemporaneamente a mettersi contro la stragrande maggioranza dei critici, che accusarono il regista di Chicago di essere un reazionario, un violento ed un fascista.
Un’accusa, quella di essere un reazionario, che Don Siegel fu costretto a ingoiare nonostante il film in questione fosse un apologo delle paure e delle fobie della società americana, a cui Harry la carogna da una risposta sicuramente durissima ma se vogliamo in linea con quello che la maggioranza degli americani sentiva e voleva.

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Il regista di Chicago sceglie come protagonista Clint Eastwood, attore con il quale aveva già lavorato con buoni riscontri in L’uomo dalla cravatta di cuoio (1968),Gli avvoltoi hanno fame (1970) e in quel gioiello misconosciuto che è La notte brava del soldato Jonathan, girato qualche mese prima di questo film.
Paradossalmente, questa resterà l’unica opera a vedere in scena il binomio Siegel-Eastwood; i successivi film della serie,ovvero Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan (1973) avrà la regia di Ted Post,Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976), quella di James Fargo,Coraggio… fatti ammazzare (1983), quella dello stesso Clint Eastwood ed infine il capitolo conclusivo,Scommessa con la morte (1988), avrà la regia di Buddy Van Horn.
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo si ispira molto liberamente alle gesta del serial killer Zodiac,il killer dello zodiaco, che operò tra il dicembre 1968 e l’ottobre 1969 nella zona di san Francisco, che fece cinque vittime e che rimase sconosciuto.

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La storia vede il grintoso Ispettore Callaghan alle prese con un killer psicopatico che si fa chiamare Scorpio, che ricatta la città e che finirà ucciso, in un finale violentissimo, proprio da Harry la carogna.
Un film violento, duro e crudo, in cui l’azione predomina e vede crescere la statura dell’Ispettore Callaghan, un uomo disilluso e cinico; che ha dei valori forti, ma che è altresì consapevole che alla guerra non ci si va con un ramoscello d’ulivo in mano.
Forse Harry la carogna esagera, ma il pubblico lo ama proprio per quello.
In un’America spesso ostaggio della violenza e di una legge che tutela i cittadini fino alle estreme conseguenze, Callaghan rappresenta il desiderio di vendetta e di giustizia di una popolazione che troppe volte si sente ostaggio della delinquenza.

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E parteggia quindi apertamente per quel poliziotto anticonformista e violento, dai modi brutali ma sicuramente efficaci.
Siegel costruisce un’aura di figura maledetta attorno a Harry Callaghan: l’ispettore è probabilmente anche un asociale, non ha alcuna stima per i suoi capi e tanto meno per il potere politico.
Lo dimostra chiaramente una sequenza resa celebre proprio dal volto scolpito nella pietra di Harry, con un dialogo assolutamente irresistibile:
“Sindaco: Allora, sentiamo…
Callaghan: Sentiamo cosa?
Sindaco: Cosa ha fatto finora…
Callaghan: Beh, negli ultimi tre quarti d’ora mi sono scaldato il sedere nella sua anticamera aspettando lei
Sindaco: [rivolgendosi a Callaghan] Non combini altri pasticci come quelli dell’anno scorso nel settimo distretto. Ha capito? Sono stato chiaro?
Callaghan: Sì, però… Quando un maschio adulto aggredisce una donna con l’intenzione di violentarla, io lo uccido. Sono stato chiaro?
Tenente Neil Briggs: Intenzione? E come ha fatto a stabilirlo?
Callaghan: Quando un uomo nudo rincorre una donna in un vicolo con un coltello in mano e con l’affare di fuori… non credo voglia raccogliere fondi per la croce rossa.

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Questo tipo di dialoghi, che nel film abbondano e che costituiranno in seguito il marchio di fabbrica di Callaghan, insieme all’uso della inseparabile 44 Magnum, faranno la fortuna del personaggio.
Ancora un dialogo dal film:
“Capitano: Ha seguito quell’uomo?
Callaghan: Sì, l’ho pedinato ma quando ero fuori servizio, ed è evidente che non sono stato io a picchiarlo.
Capitano: Perché?
Callaghan: Perché gli è rimasta qualche parte di faccia sana.”
Come già detto, il personaggio di Callaghan creò un’ondata emotiva che imbarazzò non poco anche le autorità;il desiderio di ordine e legalità del cittadino medio americano si conciliava benissimo con i metodi spicci di Callaghan, ma era decisamente inaccettabile come messaggio per le forze di polizia.

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Basti pensare che solo nel primo film della serie,Il caso Scorpio, Callaghan fa fuori con le cattive 14 malviventi.
Per il pubblico italiano, a parte la carica di violenza e il messaggio distorto lanciato da Siegel, il film fu un grande successo di cassetta; colpirono sopratutto le peculiarità specifiche del film, ovvero le magnifiche inquadrature,il sarcasmo feroce di Callaghan, quel suo essere personaggio in stile Cavaliere della valle solitaria.
Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo è un film di facile reperibilità e sopratutto è trasmesso con regolarità dalle tv private;oggi è considerato oggetto di culto e chiunque non l’abbia visto troverà in rete con facilità ottime versioni del film stesso.

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Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
Un film di Don Siegel. Con Harry Guardino, Clint Eastwood, Reni Santoni, John Mitchum Titolo originale Dirty Harry. Poliziesco, durata 103′ min. – USA 1971.

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Clint Eastwood: Harry Callaghan
Harry Guardino: tenente Al Bressler
Andrew Robinson: Scorpio
Reni Santoni: ispettore Chico Gonzalez
John Larch: il Capo
John Mitchum: ispettore Frank DiGeorgio
John Vernon: il sindaco
Lyn Edgington: Norma
Woodrow Parfrey: sig. Jaffe
Josef Sommer: procuratore distrettuale William T. Rothko
William Paterson: giudice Bannerman

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Regia Don Siegel
Soggetto Harry Julian Fink, Rita M. Fink
Sceneggiatura Harry Julian Fink, Rita M. Fink, John Milius (non accreditato), Terrence Malick (non accreditato), Dean Riesner
Produttore Don Siegel
Fotografia Bruce Surtees
Montaggio Carl Pingitore
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Dale Hennessey

Nando Gazzolo: Harry Callaghan
Daniele Tedeschi: tenente Al Bressler
Cesare Barbetti: Scorpio
Michele Gammino: ispettore Chico Gonzalez
Bruno Persa: il Capo
Carlo Alighiero: ispettore Frank DiGeorgio
Arturo Dominici: il sindaco
Flaminia Jandolo: Norma
Vinicio Sofia: sig. Jaffe
Gianfranco Bellini: procuratore distrettuale William T. Rothko
Alessandro Sperlì: giudice Bannerman
Gianni Marzocchi: l’uomo che tenta di suicidarsi

“ Io so quello che pensi, ti stai chiedendo se ho sparato sei colpi o solo cinque, ti diro’ che in mezzo a tutta questa baraonda ho perso il conto io stesso, ma dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola piu’ precisa del mondo che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso… di’, ne vale la pena? ”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Girolimoni,il mostro di Roma

Girolimoni locandina 1

Roma, 31 marzo 1924.
Emma Giacomini,una bambina di 4 anni, viene rapita e sottoposta a sevizie da un bruto; verrà ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con addosso i segni della brutale violenza subita ma ancora viva.
E’ da questo fatto di cronaca nera, realmente accaduto, che Damiano Damiani parte, nel 1972,per girare un film ispirato ad una serie di fatti di cronaca che sconvolsero l’Italia nel periodo tra il 1924 e il 1928, anno in cui cessarono gli abominevoli delitti che vennero collegati alla mano di Gino Girolimoni, un fotografo romano che venne accusato dei delitti e che invece era assolutamente,totalmente innocente.
Il film ripercorre quindi l’odissea del trentacinquenne romano (all’epoca del primo caso di pedofilia) attraverso una descrizione ambientale accurata anche se non storicamente aderente ai fatti.

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Nino Manfredi

La vita del fotografo ( un tantino gaudente e donnaiolo) viene così mostrata in parallelo ai fatti storici, quindi agli avvenimenti che videro coinvolte altre cinque bambine che vennero stuprate e uccise.
Delitti che avvennero in un momento storico particolare, che cominciarono in quel 1924 denso di avvenimenti che portarono il nostro paese ad un ventennio di storia assolutamente drammatico, con gli inizi della dittatura fascista e, sempre nel 1924, la morte del deputato socialista Giacomo Matteotti, che di fatto segnò l’inizio della parte più violenta della storia del regime fascista.
Il 5 giugno 1924 scompare Bianca Carlieri di anni ( il triste delitto della Biocchetta), con conseguente sollevazione popolare sull’onda dell’emozione che tale fatto suscitò nell’opinione pubblica stessa.

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Solo 5 giorni più tardi verrà ucciso Matteotti e in questo clima il regime fascista si trovò ad affrontare due emergenze di diversa portata storica ma dall’impatto enorme sull’opinione pubblica.
Il rinvenimento dei corpi provocò l’ira del Duce, attentissimo all’immagine di efficienza e di garantismo dell’ordine pubblico che Mussolini stesso amava dare alla sua politica.
Così la polizia fascista venne sguinzagliata alla ricerca del fantomatico pedofilo assassino, senza che le stesse forze di polizia cavassero un ragno dal buco.
Pressati così da vicino dal primo ministro, i capi della polizia si affannarono a cercare qualcuno che potesse avvicinarsi all’identikit dell’assassino; e lo individuarono nello sfortunato Gino Girolimoni, un agiato fotografo che aveva l’unica colpa di essere single, di amare la bella vita e di aver tentato di avvicinare una ragazzina dodicenne.

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Costei lavorava presso una ricca signora, vero oggetto del desiderio dello scapolo romano; tanto bastò alla polizia per catturare l’inesistente mostro.
Il 2 maggio 1927 Girolimoni venne arrestato e la notizia venne letteralmente data in pasto ai giornali.
L’uomo non poteva essere responsabile del primo fatto di cronaca in quanto nel momento che avvenne era addirittura fuori Roma, ma alle solerti forze dell’ordine fasciste ciò non interessava.
Il colpevole era stato catturato e tanto bastava.
Inizia così per lo sfortunato Girolimoni un’odissea che si protrarrà per quasi un anno, quando l’uomo venne scarcerato per mancanza di indizi.
In realtà fu lo stesso giudice istruttore a chiedere l’assoluzione per non aver commesso il fatto, ma per Girolimoni questo fu l’inizio della fine.

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Girolimoni 13
Mentre i giornali dell’epoca avevano strombazzato il suo arresto, con titoloni in prima pagina, gli stessi non dedicarono che quattro righe sul fondo dei giornali alla sua liberazione.
L’uomo finì ai margini della società, con ancora addosso l’ombra infamante del sospetto, nonostante fosse totalmente innocente; sopravvisse facendo il ciabattino o riparando biciclette, ma divenne poverissimo e si spense nel più assoluto anonimato nel 1961.
Ritornando al film, Damiani ricostruisce da maestro le atmosfere della Roma del ventennio, inclusa quella da caccia all’untore che sconvolse la città nei quattro anni citati. Grande la scelta dell’attore principale, quel Nino Manfredi che a ben vedere può essere considerato l’attore italiano più completo di sempre.

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Memorabile la sua interpretazione, sofferta, dell’uomo che si vede rinfacciare ingiustamente una colpa infamante e che passa come in un incubo da belle donne (e bella vita) all’inferno del carcere e al sospetto che comunque accompagnerà la sua vita.Tutti bravi gli altri attori, con menzione particolare alla bellissima Angela Covello che interpreta una modella.
Una vicenda, quella di Girolimoni, da prendere come esempio per illustrare una delle tante nefandezze del ventennio fascista, un periodo storico che i revisionisti tentano inutilmente di abbellire quasi fosse un’epoca di prosperità e non viceversa un’epoca segnata dal sopruso e dalla violenza.
Il film è disponibile in versione completa (anche se di qualità non eccelsa) a questo indirizzo:http://youtu.be/FcW6znsyt3A

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Girolimoni, il mostro di Roma

Un film di Damiano Damiani. Con Nino Manfredi, Guido Leontini, Orso Maria Guerrini, Anna Maria Pescatori, Mario Carotenuto, Silvio Bagolini, Vittorio Duse, Arturo Dominici, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Eleonora Morana, Fortunato Arena, Luigi Casellato, Luciano Catenacci, Elio Zamuto, Gabriele Lavia, Claudio Nicastro, Renata Zamengo, Angela Covello Drammatico, durata 125′ min. – Italia 1972.

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Girolimoni locandina banner personaggi

Nino Manfredi: Gino Girolimoni
Gabriele Lavia: Tarquinio Tirabosco
Eleonora Morana: la moglie di Tarquinio
Orso Maria Guerrini: Gianni Di Meo, il giornalista
Guido Leontini: il brigadiere Apicella
Mario Carotenuto: il vetturino Sterbini
Laura De Marchi: la domestica degli osti Marcocci
Luciano Catenacci: Benito Mussolini
Arturo Dominici: l’ingegnere Jaccarino
Ennio Antonelli: l’amante della madre di ‘Biocchetta’
Luigi Antonio Guerra: il popolano reticente alla firma della denuncia
Nello Pazzafini: Fiaccarini, il preparatore dell’obitorio

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Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Sceneggiatura Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Produttore Bruno Todini
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco
Costumi Mario Ambrosino

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Due foto di Gino Girolimoni,la vera vittima dell’affaire Girolimoni

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Due prime pagine, vergognose, in cui si parla di mostro catturato

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Girolimoni locandina 2

Io sono curiosa

Io sono curiosa locandina 1

Lena è una studentessa svedese che divide l’appartamento con il padre.
E’ una ragazza impegnata, socialmente e politicamente; del resto la sua stanza mostra i campi di interesse della ragazza, che spaziano da foto che ritraggono personaggi famosi per il loro impegno civile e sociale (come Martin Luther King) a foto che fanno da fortissimo contrasto con le prime.
Sono foto di campi di concentramento, che ritraggono personaggi controversi come il dittatore spagnolo Franco mescolate a montagne di ritagli di giornale.
Lena ama girare per le strade e intervistare la gente sugli argomenti che più le stanno a cuore, come le libertà civili o la religione, il sesso e la famiglia.

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Lo fa anche perchè il suo amante,Vilgot Sjoman,un regista cinematografico, la incarica di interpretare un film in cui lei è una specie di giornalista interessata ai più svariati problemi.
Su set del film Lena incontra l’attore Borje e se ne innamora; la relazione tra i due va avanti fino a quando Lena non scopre che l’uomo è già sposato ed ha un figlio.
Delusa, Lena va a vivere in campagna, dove si dedica alla meditazione e allo joga, ma viene raggiunta da Borje…
Io sono curiosa è un film del 1967, diretto dal regista svedese Vilgot Sjoman (che nel film interpreta se stesso) ed era originariamente diviso in due parti, Jag är nyfiken – gul e Jag är nyfiken-bla ovvero Io sono curiosa film giallo e Io sono curiosa film blu, dove chiaramente giallo e blu sono i colori della bandiera svedese.

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Mentre Io sono curiosa giallo venne distribuito in Italia, dove incontrò ovviamente una mole enorme di difficoltà nella distribuzione, sia per il carattere apertamente rivoluzionario del film sia per le numerose scene di nudo dello stesso, Io sono curiosa blu non venne distribuito per motivi poco chiari.
Siamo di fronte ad un film dissacratore e rivoluzionario, che parte da una nazione,la Svezia, che pure era all’avanguardia sia nei diritti civili e sociali sia nella sfera più intima delle persone, ovvero la sessualità e la religione.
Concepito come un film documentario, Io sono curiosa mostra parallelamente sia le vicende personali di Lena, la protagonista sia frammenti di interviste a personaggi come Martin Luther King, il Re di Svezia,il poeta russo Evgenij Evtushenko o l’allora ministro delle comunicazioni Olof Palme futuro leader del Partito Socialdemocratico e primo ministro di Svezia in carica al momento della sua morte per omicidio avvenuta nel 1986.

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Attraverso la serie di interviste che Lena effettua tra la gente comune svedese, Sjoman mostra una faccia poco nota della Svezia degli anni sessanta, mostra i contrasti fortissimi tra una società liberale e liberista al tempo stesso rigidamente arroccata in un moralismo assolutamente impensabile per il resto d’Europa.
Noi italiani ad esempio guardavamo alla Svezia come al paese di Bengodi, in cui le libertà individuali e la libertà sessuale erano espresse compiutamente,nel massimo delle possibilità.
Viceversa Sjoman porta sullo schermo una faccia sconosciuta della società svedese, disarmando l’aura di ipocrisia che la contaminava; attraverso Lena e le sue interviste impariamo a conoscere una società meno libera di quanto appariva realmente, tanto che il finale del film (reso abbastanza amaro dal regista svedese) ci mostra una Lena delusa dalle tante parole sulla non violenza non seguite da fatti apprezzabili.

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Va detto che in questo caso Sjoman internazionalizza i discorsi, imputando la scarsa volontà di agire sui veri problemi del mondo ad altri paesi piuttosto che alla Svezia, da sempre all’avanguardia nelle libertà personali.
Io sono curiosa è un film che contiene numerose scene di nudo e anche alcune di sesso, necessarie al regista per mostrare l’evoluzione della vita di Lena parallelamente al suo impegno nel sociale; serve anche in qualche modo a mostrare le enormi differenze tra la morale svedese e quella di popoli più fortemente involuti, come quello italiano o americano.
Del resto saranno proprio gli americani quelli che boicotteranno il film, con censure e blocchi che saranno tolti solo grazie all’intervento della corte suprema americana.
Controverse alcune scene di rapporti sessuali, anche se non esplicitamente mostrati; quella che fece infuriare i censori (sopratutto quelli italiani) è quella dell’accenno di sesso orale tra Lena e il suo amante, una scena che di erotico non ha assolutamente nulla.
Infatti è una scena tenera, in cui la ragazza accarezza e bacia il pene del suo amante subito dopo aver fatto l’amore, in un contesto che privilegia più la parte poetica che quella vojeuristica dell’atto.

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Poichè si era nel 1967, in un’epoca in cui nel nostro paese le libertà individuali erano ancora una chimera e in un momento storico di transizione lenta verso la modernizzazione anche dei costumi sessuali,appare chiaro del perchè il film fosse visto dai censori di casa nostra come fumo negli occhi.
Io sono curiosa è davvero un film manifesto.
Una pellicola in cui si respirano i primi vagiti del sessantotto, aria di libertà e di cambiamento, girata in uno splendido bianco e nero che restituisce appieno i colori e i sapori dell’epoca in cui venne girato.
Per quanto riguarda il cast,da segnalare la performance dell’attrice Lena Nyman, espressiva e bravissima nel ruolo dell’omonima attrice/giornalista che interpreta.

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L’attrice svedese avrà in seguito visibilità prevalentemente nazionale e interpreterà una cinquantina di pellicole, la più nota delle quali è per noi Sinfonia d’autunno di Bergmann.
Io sono curiosa non è un film facilmente reperibile in rete; personalmente ho visto questo film negli anni ottanta durante un passaggio su una rete privata, sorprendentemente in versione quasi integrale,con sottotitoli in italiano.

Io sono curiosa
Un film di Vilgot Sjöman. Con Lena Nyman, Borje Ahlstedt, Peter Lindgren, Chris Wahlstrom Titolo originale Jag är nyfiken-gul. Commedia, b/n durata 98′ min. – Svezia 1967

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Vilgot Sjöman: se stesso
Lena Nyman: Lena
Börje Ahlstedt: Börje
Peter Lindgren: padre di Lena
Marie Göranzon: Marie
Magnus Nilsson: Magnus
Ulla Lyttkens: Ulla

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Regia Vilgot Sjöman
Soggetto Vilgot Sjöman
Sceneggiatura Vilgot Sjöman
Produttore Göran Lindgren, Lena Malmsjö
Produttore esecutivo Lena Malmsjö
Casa di produzione Janus Films
Fotografia Peter Wester
Montaggio Wic Kjellin
Musiche Bengt Ernryd

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