I Tudors

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I Tudors è una serie televisiva creata nel 2007 e basata sulla storia della vita di Enrico VIII Tudor.
La serie, composta di quattro stagioni per complessive 38 puntate, racconta la vita del re dal matrimonio con Caterina d’Aragona fino a poco prima della sua morte, attraverso il suo regno caratterizzato da eventi drammatici, come lo scisma dalla chiesa romana che portò alla nascita della chiesa anglicana, fino alle guerre che l’energico sovrano intraprese contro la Francia, passando per le sue note vicissitudini matrimoniali culminate in sei matrimoni che nello sceneggiato hanno parte predominante.

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Maria Doyle Kennedy è Caterina d’Aragona

Uno sceneggiato girato con molta cura, almeno dal punto di vista delle location, dei costumi e delle ambientazioni storiche, ma molto inesatto dal punto di vista dei riferimenti storici effettivi, con alcune inesattezze davvero sorprendenti.

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Sam Neill è Thomas Wolsey, Jonathan Rhys Meyers è Enrico VIII

Storia molto romanzata del sovrano inglese, quindi, con particolare accento e attenzione agli intrighi di corte, ai suoi rapporti tempestosi con la chiesa romana, passando per il suo rapporto di amicizia con Wolsey, il suo primo ministro, poi caduto in disgrazia, con Tommaso Moro, giustiziato per ordine del re per non aver voluto giurare fedeltà allo stesso dopo lo scisma con la chiesa romana e infine con Thomas Cromwell, il più odiato dei suoi primi ministri.
La prima stagione, composta di dieci puntate, racconta dello sfortunato matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona, donna che appare pia e prigioniera di un destino avverso, così come lo stesso Enrico alla fine si convincerà di aver attirato su di se qualche maledizione sposando la vedova di suo fratello.

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Caterina, che non riesce a dare al re l’agognato figlio maschio, ad un certo punto diventa un peso per il sovrano, che la trascura dedicandosi alle dame della sua corte.
Inizia così una serie tempestosa di relazioni extraconiugali, avvenute tutte sotto gli occhi impotenti della regina, culminate con l’avventura consumata con Bessie Blount, dalla quale avrà un figlio che chiamerà Henry.
La donna viene mandata in un monastero per dare alla luce il figlio e vediamo Enrico darsi subito da fare per rimpiazzarla;

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Natalie Dormer è Anna Bolena

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grazie a Francesco I di Francia, conosce la figlia dell’ambasciatore inglese alla corte francese Bolena, uomo molto ambizioso che non esita a sacrificare sua figlia Mary per ingraziarsi il re.
Il quale poco dopo si incapriccia di Anna Bolena, splendida secondogenita dell’ambasciatore, con la quale vorrebbe convolare a nozze.
Ma Enrico dovrà scontrarsi con due ostacoli insormontabili: la volontà di sua moglie Caterina, cattolicissima e assolutamente non disposta a concedere il divorzio e sopratutto la volontà di Clemente VII di impedire tale atto, anche per motivi politici, visto che Caterina era zia del grande re Carlo V.
La prima stagione si chiude quindi con l’esecuzione di Thomas Wolsey, reo di non aver saputo o potuto strappare il consenso a Roma per il divorzio.

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Nella seconda stagione viene dato largo spazio alle manovre della Bolena per arrivare a coronare il suo sogno, diventare la legittima consorte del re; la Bolena scampa anche ad un tentativo di omicidio al quale non è estraneo il nuovo capo della chiesa di Roma, Paolo III.
La Bolena resta incinta, e da alla luce una bambina, la futura regina Elisabetta I, con gran dispiacere del re, che sogna sempre l’erede maschio.
Nel frattempo accadono diversi eventi di portata storica; stanco dell’atteggiamento del papa, Enrico decide lo scisma da Roma, creando una chiesa riformata, la chiesa anglicana.

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Sposa la Bolena e fa giustiziare il suo vecchio amico e consigliere Tommaso Moro, reo di non aver accettato di giurare fedeltà a Enrico come capo della chiesa riformata.
Nel frattempo il volubile Enrico si innamora della bella Jane Seymour, mentre Caterina d’Aragona, circondata solo dall’affetto dei suoi fedelissimi muore lontano da Enrico.
Quando la Bolena scoprirà l’adulterio, per lo shock subito perderà il bambino che aspettava, segnando così la propria sorte; la volubile e frivola regina verrà così giustiziata all’età di 29 anni dopo essere stata rinchiusa nella torre di Londra.

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La terza stagione si apre con il matrimonio, il terzo, tra Enrico VIII Tudor e Jane Seymour, mentre l’Inghilterra è scossa dalla riforma anglicana, propiziata anche dall’atteggiamento del primo ministro Thomas Cromwell, che spoglia i monasteri dai loro beni, diventando di fatto l’uomo più potente d’Inghilterra dopo il re.
Nel frattempo la gracile Jane muore dopo aver dato alla luce il tanto atteso erede maschio, Edoardo, lasciando il re costernato.

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Dopo qualche anno, Enrico sposa Anna di Cleves, seguendo il consiglio di Cromwell; matrimonio sbagliato e infelice, una mossa che costerà la testa al ministro, giustiziato davanti a suo figlio.
L’ultima stagione racconta del legame del re con la giovanissima Caterina Howard, che, da stolta ragazzina qual’è, fa venire a corte il suo amante, con la logica conseguenza che il re, informato della cosa, la fa giustiziare assieme all’amante.
Enrico sta diventando vecchio e i fantasmi del passato lo tormentano; quando parte per la guerra in Francia, nomina suo figlio Edoardo erede legittimo, seguito dalla figlia Mary (avuta da Caterina) e da Elisabetta, figlia della Bolena.
Dopo aver sposato Catherina Parr, il re si prepara a fare testamento; un giorno, davanti al famoso ritratto che Holbein gli fece, si rende conto che la sua vita è agli sgoccioli.
Uno sceneggiato, come già detto, che risente di alcuni rilevanti errori storici, che però ha dalla sua una raffinatezza e una capacità di raccontare le trame e gli intrighi della corte inglese del tempo del grande re Tudor fatta con molta ricercatezza.

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Enrico VIII è visto in tutta la sua sensualità, quella stessa che lo trascinò in innumerevoli avventure sentimentali, dalle quali però ricavò anche moltissime delusioni, le più rilevanti delle quali ad opera di Anna Bolena e sopratutto di Caterina Howard, che ebbe la sfrontatezza di tradirlo sotto i suoi occhi.
Il cast dello sceneggiato si avvale anche di attori di ottima resa, come Jonathan Rhys Meyers, che interpreta il sanguigno Enrico VIII con molta abilità, come Sam Neill, ottimo davvero nel ruolo di Thomas Wolsey, il cardinale amico del re da lui fatto giustiziare, come Nathalie Dormer, assolutamente splendida nel ruolo della
cinica Anna Bolena, figura però molto discussa storicamente, spesso demonizzata dagli astorici aldilà dei suoi indubbi demeriti.

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Da segnalare anche Jeremy Northman nel ruolo di Tommaso Moro, Marie Doyle Kennedy in quella di Caterina d’ Aragona, e le guest star, ovvero Max Von Sidow che interpreta Otto Waldburg, Peter O’Toole che interpreta Paolo III.
Diamo un’occhiata ad alcune evidenti incongruenze dello sceneggiato:

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Caterina d’Aragona aveva appena 5 anni più di Enrico, al momento del matrimonio, ma appare molto più anziana di lui. In questo caso  Jonathan Rhys Meyers sembra più suo figlio che il marito; lo stesso errore avviene con la Bolena, che sembra avere la stessa età di Enrico, mentre aveva la metà esatta degli anni del re.
La figura del padre di Anna, l’ambasciatore Bolena, sembra quella di un congiurato che attenti alla vita del re; in realtà l’uomo fu sempre grande amico di Enrico.

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Maria, figlia di Enrico, era di fatto la legittima erede al trono, essendo stata la primogenita del re.
A Jane Seymour non fu assolutamente praticato un cesareo per far nascere il figlio Edoardo; questa pratica era poco usata in quanto con il cesareo veniva automaticamente condannata a morte la madre.
–    Ci sono poi molte incongruenze nei vestiti, negli alloggiamenti del papa, negli interni di San Pietro oltre a parecchie inesattezze sulla descrizione dei personaggi, come la già citata Anna Bolena, che fu oggetto di una spietata campagna denigratoria.

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I Tudors, un film di Ciaran Donnelly, Steve Shill, Brian Kirk, Alison MacLean, Michael Hirst. Con Jonathan Rhys-Meyers, Henry Cavill, Natalie Dormer, Nick Dunning, Maria Doyle Kennedy.
James Frain, Padraic Delaney, Jeremy Northam, Jamie Thomas King, John Kavanagh, Anthony Brophy, Sam Neill, Callum Blue. Formato Serie TV, Titolo originale The Tudors. Drammatico, – Irlanda, Canada, USA 2007.

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Nathalie Dormer è Anna Bolena

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Jonathan Rhys Meyers è Enrico VIII d’Inghilterra

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Maria Doyle Kennedy è Caterina d’Aragona

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Charles Brandon, I duca di Suffolk

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Gabrielle Anwar è Margaret Tudor, regina del Portogallo

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Joely Richardson è Caterina Parr

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Jos Stone è Anna di Cleves

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Nick Dunning è Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire 

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Peter O’Toole è Papa Paolo III

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Sam Neill è il  Cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di York 

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Jeremy Northam è Tommaso Moro

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Tamzin Merchant è Catherine Howard

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Thomas Cromwell, I conte di Essex

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Anita Briem è Jane Seymour     

The Tudors banner personaggi

Enrico VIII d’Inghilterra     Jonathan Rhys Meyers
Caterina d’Aragona     Maria Doyle Kennedy
Anna Bolena     Natalie Dormer
Jane Seymour     Anita Briem
Anna di Cleves     Joss Stone
Caterina Howard     Tamzin Merchant
Caterina Parr     Joely Richardson
Charles Brandon, I duca di Suffolk
Thomas Cromwell, I conte di Essex
Cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di York     Sam Neill
Tommaso Moro     Jeremy Northam
Thomas Howard, III duca di Norfolk     Henry Czerny
Sir Anthony Knivert     Callum Blue
Conte di Shrewsbury     Gavin O’Connor
Thomas Wyatt     Jamie Thomas King
Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire     Nick Dunning
Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury     Hans Matheson
Edward Seymour     Max Brown
Filippo, Duca di Baviera     Colin O’Donoghue
Arcivescovo Stephen Gardiner     Simon Ward
Margaret Tudor, regina del Portogallo     Gabrielle Anwar
Jane Howard     Slaine Kelly
Principessa Maria     Blathnaid McKeown
Sarah Bolger
Papa Paolo III     Peter O’Toole
Jane Boleyn, viscontessa di Rochford     Joanne King
Catherine Willoughby Brandon, Duchessa di Suffolk     Rebekah Wainwright
Anne Stanhope     Emma Hamilton
Sir Francis Bryan     Alan van Sprang
Otto Truchsess von Waldburg     Max von Sydow
Robert Aske     Gerard McSorley
Cardinale Reginald Pole     Mark Hildreth
Lord Darcy     Colm Wilkinson
Henry Howard     David O’Hara
Joan Bulmer     Catherine Steadman
Thomas Culpeper     Torrance Coombs

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Roberto Gammino: Enrico VIII
Francesco Meoni: Charles Brandon
Giorgio Lopez: Card. Thomas Bowley
Giorgio Scipioni: Anthony Knivert
Domitilla D’Amico: Anna Bolena
Massimiliano Virgilii: Duca di Norfolk
Francesca Fiorentini: Caterina d’Aragona
Stefano Mondini: Tommaso Bolena
Riccardo Rossi: George Bolena
Vittorio De Angelis: Tommaso Moro

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La storia di Anna Bolena,nobildonna divenuta regina sia per scelta che per calcolo politico del padre, Lord Boleyn, è un’altra storia dai contorni tragici, un’altra storia di donne destinate a subire un destino inumano,vittime sia della ragion di stato sia della cieca ottusità di chi era deputato a viverle accanto.
Forse anche il suo destino era già scelto dal giorno in cui le fu impedito di sposare l’uomo che aveva scelto, suo cugino il Conte di Ormande; i motivi non li sapremo mai, ma è probabile che non fosse estraneo alla decisione suo padre, che aveva per lei altre mire.
Anna era una ragazza dal temperamento romantico, dolce; una donna che i posteri denigrarono a bella posta, ancora una volta per motivi abietti.
Era una cristiana devota, anche se ciò non le impedì di vivere una situazione sentimentale complicata, con una relazione dalla quale nacque una figlia.
Ma era una relazione importante.
Il suo compagno era nientemeno che Enrico VIII Tudor, re d’Inghilterra, che all’epoca dei fatti era sposato con Caterina d’Aragona; la figlia che nacque dall’unione era colei che sarebbe arrivata dopo un’aspra lotta con Maria Stuart al trono d’Inghilterra: Elisabetta I Tudor, la regina vergine.
Anna arrivò a corte come damigella d’onore di Caterina d’Aragona, donna ancora molto bella, ma sfiorita e intristita da sei gravidanze di cui una sola portata a termine,quella dalla quale nacque Maria Stuart,che i sudditi avrebbero ribattezzato,una volta divenuta regina, Maria la sanguinaria.
In breve tempo intrecciò una relazione con il focoso re, che ormai sopportava poco la regina Caterina, incapace, secondo la spietata legge dinastica,di dare all’Inghilterra e al re un erede maschio.
Enrico nel 1533 annunciò alla corte e al popolo l’intenzione di divorziare da Caterina d’Aragona, ufficialmente proprio per la mancanza di un erede maschio; notizia che mise in subbuglio sia le corti europee che il papa.
Caterina era zia di Carlo V, il quale aveva un’influenza rilevante sulle decisioni papali.
Clemente VII, all’epoca capo della cristianità, tentò di mediare e chiamò a Roma Wolsey, primo ministro in carica, affidandogli l’incarico di portare la causa davanti a un tribunale ecclesiastico inglese.
Ma la forte pressione di Carlo V decise gli eventi successivi; la chiesa inglese rifiutò la ratifica del divorzio,ed Enrico VIII forte dell’appoggio della maggior parte dei nobili, decise la separazione della chiesa inglese da quella romana.
Era lo scisma anglicano, con il quale Enrico VIII stabiliva, una volta per tutte, la superiorità dello stato sulla chiesa.
Anna Bolena, nel frattempo, era rimasta incinta.
Con una cerimonia segreta il re la sposò,tenendo segreta la notizia, in attesa dell’evoluzione della sua situazione matrimoniale con Caterina d’Aragona.
Che come abbiamo visto,determinò la riforma protestante in Inghilterra, quando Enrico VIII ruppe gli indugi e annunciò le sue nozze con Anna Bolena.
L’incoronazione avvenne in un’atmosfera surreale; sia il popolo che i nobili, accolsero freddamente la nuova sovrana,che invece portò a corte una ventata di freschezza, rompendo il rigido cerimoniale, organizzando feste e facendo da mecenate a poeti e studiosi.
L’idilio con Enrico VIII durò poco.
L’erede maschio tanto voluto dal re non arrivò, Anna ebbe tre gravidanze interrotte, di cui l’ultima fu un vero parto, con il bimbo,il tanto atteso maschio, che nacque morto.
Il volubile Enrico nel frattempo aveva intrecciato una nuova relazione,con una dama di Caterina prima e di Anna Bolena poi, Jane Seymour.
Cosa accadde nell’ultimo periodo del 1536,tre anni dopo le nozze con Anna, è ancora oggi materia di studio e presenta troppi lati oscuri per tentare un’analisi approfondita.
I fatti dicono che un delatore informò il re di un tradimento di Anna,consumato, cosa gravissima, con il fratello di Anna, George Rochford.
A questa pesantissima accusa, si aggiunsero quelle di aver avuto altre quattro relazioni extraconiugali,con Henry Norris, Francis Weston e William Brereton, tre giovani nobili della corte e con un palafreniere,oltre che aver cospirato con loro per assassinare il re e di aver praticato la stregoneria.
Accuse infamanti,portate avanti senza uno straccio di prova, ma soltanto con la delazione e il pettegolezzo..
L’accusa più grave e turpe fu quella di aver concepito con il fratello il bambino nato morto.
Anna si difese disperatamente, ma capì subito che il suo destino era segnato; dei suoi ultimi giorni ci resta il resoconto del suo carceriere, al quale confidò di essere assolutamente innocente e di essere certa di essere accolta in paradiso.
Il 19 maggio 1536 Anna,vestita di nero,dignitosa e composta, salì sul patibolo preparato per lei nella Torre di Londra.
Con voce ferma disse ad alta voce di essere innocente delle colpe imputategli,si inginocchiò con grazia e pregò per il marito.
Un attimo dopo un colpo di spada le recise il collo.
Aveva 29 anni,e aveva regnato per tre.
Ventiquattrore dopo la sua morte,Enrico VIII annunciò il futuro matrimonio con Jane Seymour.
Per quanto gli storici abbiano cercato traccia di documenti che provassero almeno uno dei capi d’imputazione rivolti ad Anna,nulla è mai venuto a galla.
Anna Bolena fu vittima di una congiura di corte,una corte che non l’aveva mai amata,e che non la pianse,accogliendo come nuova regina la damigella Jane.
Che regnò meno di un anno,e morì dando alla luce l’unico figlio maschio che Enrico VIII avrebbe avuto, il futuro Edoardo VI
Che a sua volta regnò pochissimo e che venne fatto giustiziare quando aveva solo 16 anni.

I ritratti delle sei mogli di Enrico VIII

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La prima moglie,
Caterina D’Aragona (1485-1536)

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La seconda moglie,
Anna Bolena (1507-1536)

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La terza moglie,
Jane Seymour (1509-1537)

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La quarta moglie,
Anna di Cleves (1515-1557)

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La quinta moglie,
Catherine Howard (nascita incerta tra il 1520-1525 morta nel 1542)

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La sesta e ultima moglie,
Catherine Parr (1512-1548)

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Il Marchese del Grillo

Il marchese del Grillo locandina

Siamo nei primi anni dell’ottocento, la vicenda è ambientata a Roma durante il pontificato di Pio VII.
Il marchese Onofrio, appartenente alla nobile casata dei Del Grillo, divide il suo tempo fra burle feroci e un dolce far niente.
Vittima dei suoi scherzi sono un pò tutti quelli che lo circondano, ma il suo bersaglio principale è Papa Pio VII, che ha per lui un evidente debole.

Il marchese del Grillo 1
Papa Pio VII, Paolo Stoppa

Così Onofrio si diverte a burlare, anche in maniera feroce coloro che in qualche modo frequenta, come il povero Aronne Piperno, che realizza per Onofrio dei mobili e al momento di essere pagato si vede denunciato alle autorità.
Per colmo di sventura, lo sfortunato ebreo viene anche condannato dalla corte alla quale si rivolge: Onofrio, come confesserà al Papa, ha corrotto un pò tutti solo per dimostrare che in realtà la giustizia non esiste.

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I due volti del grande Alberto: Gennarino il carbonaro ….

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… e il Marchese Onofrio del Grillo

I suoi scherzi sono leggendari: si va da quello cattivissimo di lanciare monete roventi alla plebaglia che si raduna nel cortile del suo palazzo alla beffa che gli costa quasi il carcere, far suonare le campane a morto in città, quasi fosse scomparso il Papa, all’allontanamento della sorella che aveva chiesto un posto più consono per suo marito.
Arriverà anche per Onofrio il momento in cui gli scherzi lasceranno il posto al rischio della decapitazione; il Papa restituirà con gli interessi tutti gli scherzi fin là ricevuti mandando sul patibolo quello che crede sia il marchese Del Grillo.
Ma anche questa volta il nobile riuscirà a beffare il Papa mandando sul patibolo un disgraziato carbonaro che gli assomiglia come una goccia d’acqua.
Ovviamente il carbonaro non verrà giustiziato perchè il Papa sospenderà l’esecuzione, avendo nelle intenzioni solo la voglia di spaventare Onofrio Del Grillo.
Monicelli dirige un Alberto Sordi in stato di grazia nel 1981 in questa opera dal titolo eloquente, Il Marchese Del Grillo, quasi a indicare l’assoluto protagonista del film, che è l’attore romano che da vita ad una delle sue caratteristiche maschere.
Un film che da subito ottiene incassi eccezionali, piazzandosi a fine anno dietro soltanto al solito Celentano protagonista di Innamorato pazzo, venne accolto in maniera difforme dalla critica.
E va detto subito che molte perplessità dei critici stessi avevano ragione d’essere: aldilà della goliardia che contraddistingue il personaggio di Onofrio del Grillo, la sua affascinante carognaggine, la sua maschera romana a metà strada tra il popolare e il nobile sprezzante, quello che non convince è in primis l’eccessiva lunghezza del film dilatata oltre il consentito e il sopportabile usando come riferimento una trama che in pratica non esiste.
Perchè il vero, assoluto protagonista resta Onofrio/Sordi, che caratterizza all’estremo l’ignavia, la supponenza, la maleducazione e l’arroganza del nobile senza però supportarla con una fustigazione della classe nobiliare, o anche con una condanna dei modi oltraggiosi con cui il Marchese tratta gli altri.

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La cantante e attrice francese Olimpia, amante di Onofrio (l’attrice Caroline Berg)

Anzi.
Monicelli sembra strizzare l’occhio alla commedia umoristica più disimpegnata, estranenandosi completamente da qualsiasi condanna degli eccessi di Onofrio, che in fondo è figlio di quella classe nobiliare che tante responsabilità ebbe nel triste periodo della Roma papalina, quella del Papa re, del potere temporale nettamente predominante su quello spirituale.
Alla fine infatti il film sembra più un red carpet per l’attore romano, che grazie alla sua verve, alla sua capacità d padroneggiare il dialetto in maniera impareggiabile, rende il prodotto finale più simile ad una galleria comica che ad un’opera organica.

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Faustina, l’attrice Angela Campanella (“ma che dormi tutta ignuda?”)

Sordi oscura tutti, perchè è addosso a lui che è cucito il personaggio del marchese ignavo e fancazzista, che si fa beffe di tutto, dall’autorità costituita alla famiglia, dal potere religioso agli amici.
Un personaggio, quello di Onofrio, che si fa perdonare proprio per la straordinaria caratterizzazione di Sordi: i suoi scherzi di pessimo gusto, le sue battute discutibili come la celebre   “Ah… Mi dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo!” sarebbero diventate imperdonabili in bocca a chiunque se non fosse stato per il Sordi quasi mefistofelico che si cala nei panni di Onofrio in maniera simbiotica.
Poichè all’Albertone si perdona tutto, si arriva a godere degli scherzacci che Onofrio fà, compreso quello crudele fatto ad Aronne Piperno.
Tutto ciò però alla fine probabilmente non basta.
L’Onofrio di Monicelli sembra da un lato voler ridicolizzare il potere, dall’altro usarlo solo per il suo divertimento.
La sua condanna del potere è essenzialmente goliardica, perchè in fondo quello è il suo mondo; lo prende in burla ma ci vive dentro, e ci vive comodamente.
Non va dimenticato però che nelle intenzioni di Monicelli probabilmente non c’era la denuncia di un sistema, quanto una sua raffigurazione ironica e goliardica.
Con questa chiave di lettura il film funziona nei limiti sopra descritti; la comicità, a tratti, è irresistibile, grazie anche al bel cast allestito dal maestro Monicelli.
Spicca su tutti Paolo Stoppa il pontefice Pio VII.

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La celebre sequenza dello strip di Olimpia

Storicamente però Monicelli prende un abbaglio, usando il dialetto romano in bocca ad un pontefice che era di nascita cesenate.
Altri interpreti sono uno straordinario Flavio Bucci, che veste i panni di Don Bastiano uno spretato diventato un brigante e dal quale ascoltiamo probabilmente le uniche veementi accuse all’apparato ecclesiastico; poi citerei ancora Marc Porel nei panni del capitano francese Blanchard, Marina Confalone, ovvero la sorella Camilla afflitta da una pesante alitosi, Giorgio Gobbi ovvero Ricciardo domestico tuttofare e compagno di avventure di Onofrio.
Ancora, in ruoli minori citerei Elena Fiore, Sal Borgese, Leopoldo Trieste.
Ben curata la fotografia, così come i costumi, del resto uno dei marchi di fabbrica di Monicelli, mentre per le location il regista utilizza alcuni espedienti per raffigurare per esempio la dimora romana di Onofrio del Grillo, che in realtà è Palazzo Pfanner situato in Lucca e per l’occasione mascherato per nascondere il magnifico panorama della città toscana;le scene ambientate nel teatro, nel quale assistiamo alla perormance dei “castrati”, come li chiama Onofrio in realtà non è a Roma ma è il bellissimo teatro di Amelia, in Umbria.

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Onofrio del Grillo con il fido servitore Ricciotto

In ultimo vorrei fare un paragone ( quasi improponibile) tra questo film e un’altra opera diretta nel 1977 da Luigi Magni, In nome del papa re, anch’essa ambientata nella Roma papalina anche se temporalmente distante circa sessantanni, visto che la storia di Magni si volge verso la fine del potere temporale e racconta delle ultime esecuzioni avvenute proprio nella Roma del papa re.
Se i due film hanno la stessa ambientazione, quasi lo stesso uso ossessivo del dialetto, descrivono una corte papale poco spirituale e troppo terrestre, differiscono enormemente proprio per la carica di denuncia che contengono.
Appena abbozzata nel film di Comencini, vibrante e durissima nel film di Magni.
Che da questo punto di vista risulta di gran lunga più interessante del film di Monicelli.
Ma probabilmente è voler cercare un termine di raffronto assolutamente improponibile.
Monicelli girà un film comico con venature sulfuree, e in fondo centra l’obiettivo.

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L’esecuzione di fra Bastiano, uno straordinario Flavio Bucci

Il marchese del Grillo, un film di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi, Caroline Berg, Andrea Bevilacqua, Flavio Bucci, Giorgio Gobbi,Cochi Ponzoni, Marc Porel, Paolo Stoppa, Marina Confalone, Isabel Linnartz, Elena Daskowa Valenzano, Pietro Tordi, Angela Campanella, Isabella De Bernardi, Gianni di Pinto, Salvatore Jacono, Ivan de Paolo, Camillo Milli, Elisa Mainardi, Jacques Herlin, Elena Fiore, Riccardo Billi, Leopoldo Trieste, Renzo Rinaldi, Tommaso Bianco
Commedia, durata 133 min. – Italia, Francia 1981.

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Sal Borgese, il baro

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Flavio Bucci

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Paolo Stoppa

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Alberto Sordi: Onofrio del Grillo/Gasperino il carbonaio
Caroline Berg:  Olimpia
Andrea Bevilacqua:  Pompeo
Riccardo Billi: Aronne Piperno
Isabella De Bernardi: figlia di Gasperino il carbonaio
Elisa Mainardi: Moglie di Gasperino il carbonaio
Flavio Bucci:  Don Bastiano
Giorgio Gobbi:  Ricciotto
Cochi Ponzoni: conte Rambaldo
Marc Porel: capitano Blanchard
Paolo Stoppa: papa Pio VII
Camillo Milli: il cardinale Segretario di Stato
Leopoldo Trieste: don Sabino
Marina Confalone: Camilla del Grillo
Isabelle Linnartz:  Genuflessa del Grillo
Elena Daskowa Valenzano: la Marchesa del Grillo
Pietro Tordi: Mons. Terenzio del Grillo
Angela Campanella: Faustina
Elena Fiore: madre di Faustina
Tommaso Bianco: l’amministratore dei del Grillo
Gianni Di Pinto: Marcuccio
Jacques Herlin:Rabet
Salvatore Jacono:  Bargello
Renzo Rinaldi: il commissario pontificio
Sal Borgese: il giocatore d’azzardo


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Regia     Mario Monicelli
Soggetto     Bernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli
Sceneggiatura     Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, Alberto Sordi
Produttore     Luciano De Feo
Casa di produzione     Opera Film Produzione
Fotografia     Sergio D’Offizi
Montaggio     Ruggiero Mastroianni
Musiche     Nicola Piovani
Scenografia     Lorenzo Baraldi
Costumi     Gianna Gissi
Trucco     Giancarlo De Leonardis
Sfondi     Canale Monterano, Roma

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Lentissima pellicola, che si riscatta qua e là con alcune trovate e, specialmente, con la maestrìa che Sordi sa mettere in ogni parola(ccia), in ogni cenno, in ogni movimento. Ma, tolto il suo genio, resta poco sugo, perché le cose buone ci sono, ma sono diluitissime. Alla fin dei conti si apprezzano di più le apparizioni di Paolo Stoppa, papa tanto indimenticabile quanto poco prolisso. Solo sufficiente.

Il film funziona come ritratto della nobiltà romana in un’epoca particolare e corrotta, come quella dello stato pontificio. Da questo punto di vista è esemplare la figura del protagonista, interpretato da un Alberto Sordi in forma, che ne fa un ritratto che è nello stesso tempo cinico e bonario, recitando anche il ruolo del popolano sosia del marchese. Buone la ricostruzione scenografica e la regia di Monicelli (è uno dei suoi ultimi grandi film), così come la caratterizzazione dei personaggi “minori” (specie il papa Stoppa e il bandito Bucci).

Aristocratico imbelle e beffardo impegnato in stupide burle nella Roma papalina dell’800. Commedia scanzonata, costruita su misura per Sordi, che si diverte in un personaggio della mitologia romanesca. Ma non sono esenti dal divertimento (loro e nostro) il sornione Stoppa e lo stralunato Bucci. Carino, simpatico, a tratti arguto nella critica (anche esplicita) a tutte le nobiltà conquistate per nascita anziché sul campo, il film è godibile e ben fatto, anche se non si può certo annoverare tra quelli memorabili.

Sordi è perfettamente a suo agio con un simile personaggio e, indubbiamente, si vede. Ed è soprattutto grazie a lui e a Stoppa (il papa, che però non si vede molto), che la pellicola merita di essere vista, nonostante il ritmo altalenante e i momenti non sempre felici (a volte arranca e c’è una certa pesantezza, che però viene attenuata dalla freschezza della recitazione dei protagonisti). Sforbiciandolo qua e là sarebbe stato sicuramente un buon film, mentre così, pur non essendo male, finisce per stancare un po’.

Onofrio del Grillo è un vitellone ante litteram, nobilastro papalino sfaccendato, che passa il suo tempo a organizzare scherzi, persino alle spalle del Papa. Sordi lo incarna perfettamente, concedendosi anche una divagazione nella parte del povero carbonaio. Il film è divertente e alcuni momenti sono molto azzeccati, ma nel complesso si sente aria di smobilitazione, la fine di un attore che da lì in poi farà poco. La morale di fondo, se di morale si può parlare, è comunque discutibile.

Davvero non male. Sordi è l’ottimo marchese del Grillo, nobile che passa sopra ai sottoposti con una facilità sconcertante. Monicelli ci offre una notevole commedia con alcuni momenti davvero divertenti. Ottimi Stoppa papa e Bucci criminale; c’è pure il povero Marc Porel nel ruolo di un francese. Buono il tema musicale.

Romanità becera, forse eccessivamente istrionica e volta al divertimento più che ad una ricostruzione storica della Roma che fu; tuttavia Sordi, con il suo cinico sarcasmo e la rappresentazione del pressapochismo, ha saputo conquistare. Merito di una vicenda divertente e ben costruita, dove l’Albertone nazionale sfoggia le sue battute (tra cui spicca l’eterna “perché io so io e voi nun siete un cazzo…”). Fu un successo al cinema, riconfermato poi dai sempre ottimi ascolti nelle innumerevoli messe in onda televisive.

Il Marchese del grillo è un nobile decaduto, ma piuttosto avido e opportunista, che gioca brutti scherzi alle persone. Un ruolo su misura per Alberto Sordi che, nonostante alcuni buchi di sceneggiatura, ci sguazza dentro con bravura. Commedia che varia dal grottesco al melodrammatico e si lascia guardare.

Uno dei film che Monicelli ricorda meno volentieri e ci credo! Il grande regista, di solito attento a coniugare il tenore di commedia ad un’idea di coscienza civile o di analisi di caratteri e che ci aveva presentato grandi affreschi corali (unico tra i nostri a fare film con “multiprotagonisti”), racconta la storia sgradevole di un opportunista antipatico, infingardo, i cui difetti, italianissimi, vengono quasi definiti eroici o perlomeno sdoganati dalle non sempre felici battute di un Sordi odioso.

Ultimo exploit attoriale e di incassi di Sordi prima del malinconico declino. La trama combina la quintessenza del personaggio con elementi da teatro antico (lo scambio con il sosia). Qualche volgarità e al solito un po’ di misoginia non scalfiscono il divertimento che la pellicola vuole trasmettere. Rimaste nell’immaginario alcune celeberrime scene e alcune battute.

Certo non il miglior Monicelli, ma con un Sordi (sdoppiato) strepitoso. La trama è curata (per quanto giochi sull’equivoco del doppio già caro ai greci) e i dialoghi sono a tratti decisamente piacevoli. Affresco del tempo non poi così falsato, anzi. La pellicola è venata da cinismo e un’amara ironia di fondo. Potrebbe esser un’efficace allegoria dei tempi moderni. Attori comprimari assolutamente all’altezza.

Divertente pellicola che vede protagonista uno scatenato Sordi. Monicelli dirige con scioltezza e lascia che a giostrarsela sia un Sordi davvero perfetto per il ruolo. È lui che con le sue battute e i suoi lazzi a rendere la pellicola memorabile. Da ricordare sopratutto i suoi duetti con l’altrettanto memorabile Paolo Stoppa e la ormai mitica battuta “Io so’ io e voi non siete un…”.

Il marchese del Grillo, burlone e irriverente nei confronti di tutto e tutti (Papa compreso), è il personaggio/caricatura della nobiltà italiana del periodo Napoleonico. Gli piace farsi scherno della legge e delle regole: una volta dimostrato il suo assioma, è disposto a tornare sui suoi passi e risarcire i malcapitati e involontari attori dei suoi “giochi”. Metafora dell’uomo alla ricerca della propria identità. Monicelli mette in mostra un mondo malato.

Forse l’ultima grande interpretazione del grande Alberto. Monicelli costruisce un film sulle capacità recitative dell’attore romano con trovate e gag memorabili. Gli scherzi del Marchese e l’ubiquità con il carbonaro Gasperino fanno ridere con gusto. Sordi non si risparmia e costruisce un personaggio guascone ed irriverente che si diverte a cozzare contro i pregiudizi del tempo. Da vedere più volte per carpire quell’indolenza romana sempre pronta alla battuta.

Splendido collage di gag e goliardate varie con un Sordi ultra-mattatore nel ruolo del nobile dedito agli scherzi ed ogni sorta di divertimento; ma si apprezzano anche i momenti più seri, come l’impiccagione del bandito-cangaceiro o la lunga gag sulla morte della giustizia. Non un capolavoro assoluto, ma un ottimo esempio di commedia all’italiana.

Personaggio perfetto per un Sordi che esprime al meglio la sua bravura e il suo essere romano. Il nobile nella Roma papalina all’inizio del 1800 e al servizio di Papa Pio VII (l’ottimo Paolo Stoppa) passa il tempo tra divertimenti e scherzi ai danni di personaggi del popolino, costretti a subire il nobile intoccabile, che si fa beffe anche della giustizia. A non rendere del tutto negativa la figura del marchese sono le sue intelligenza e coscienza delle azioni che commette, a dimostrazione che nella società vince sempre il più forte. Buona la regia.

Splendida interpretazione di Sordi per un Marchese che veramente non si dimentica. Gag strepitose, battute azzeccate. Assolutamente divertente. A fare da cornice c’è una Roma dei primi dell’Ottocento. Da ricordare le scene con Don Bastiano e quelle con la strega.

Ultima grande (a mio avviso) interpretazione di un Sordi in formissima e gigioneggiante sorretto dalla regia del maestro Monicelli, alterna trovate divertentissime a momenti un po’ più spenti ma mai noiosi. Ottimo il cast di supporto in cui figura anche un Marc Porel che purtroppo morirà di lì ad un paio di anni. Citazione per un Paolo Stoppa perfetto con la sua “maschera” nei panni del Papa Pio VIII.

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Il marchese del Grillo foto 1
Il teatro di Amelia, nel quale recita e canta Olimpia

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La Galleria Pannini di Villa Grazioli a Grottaferrata, luogo nel quale Onofrio incontra i mendicanti

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Il teatro di Marcello a Roma

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Palazzo Pfanner a Lucca, la dimora di Onofrio

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La loggia dei Cavalieri di Rodi a Roma

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Il Casale di via delle Pietrische a Manziana, nel quale si ferma Onofrio

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Le rovine di Monterano, rifugio del frate/brigante Bastiano


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Guarda a quei castrati, come je girano le palle

Quanno se scherza bisogna esse seri

Se tu parli male del papa, io rido..se io parlo male de Napoleone tu ti incazzi..et voilà la diffèrence!!!

Che ci volete fare: io so io, e voi non siete un cazzo!

Cia l’alito che ammazza le mosche al volo…MACERATA sarebbe la distanza giusta pe non sentilla piu’….

Il marchese del grillo non chiede mai sconti paga o non paga e io nun te pago!…ma tutto Aronne mio tanto comincio a dì che nell’armadio che tu hai costruito io c’ho sbattuto un ginocchio che me sò fatto pure male non è una buona ragione questa?

Ecchime ma’, ammazza come sei rinseccolita sembri un tizzo de carbone nera nera…
“Ma cosa sono queste confidenze?”
A ma’ te stavo a saluta’ mica te stavo a da un calcio n’culo

Tu sei giudeo, l’antenati tua hanno messo in croce nostro Signore…. posso esse ancora un pò incazzato pe sto fatto!?

Mia cara Olimpia, mettete ‘n pompa, che quel grillaccio del Marchese sempre zompa! Chi zompa allegramente bene campa.

Rimane sempre er mistero però che te te spogli in camera da figlia e poi vieni a scopaà in camera da madre….dimme te….

Ter fortunato che t’ho trovato in compagnia del marchese; perché sennò a te, se ti pigliavo da solo ti sisitemavo: ti schiaffavo quattro chiodi e ti mettevo in croce qua sopra. Così t’imparavi a rispettare Dio, la Madonna e i santi. E fatevi il nome del Padre, porca puttana.

Adesso, pure io posso perdonare che mi ha fatto male: in primis, al Papa, che si crede il padrone del cielo, in secundis, a Napulioune, che si crede il padrone della Terra, e per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della morte, ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo!

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Spiando Marina

Spiando Marina locandina

Nel passato di Mark Derrik, ex poliziotto della squadra narcotici di Miami c’è una tragedia immensa; ha perso la moglie e il figlio, trucidati da una banda di mafiosi legati al traffico internazionale di droga.
Mark, che tempo addietro si è fatto corrompere proprio dalla principale banda che operava nel campo degli stupefacenti, è stato scoperto e mandato sotto processo.
Per evitare una condanna pesantissima, aveva svelato nomi e identità della banda, ottenendo così in cambio l’impunità.

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Deborah Caprioglio

Ingaggiato per diventare il killer del capo della banda mafiosa che gli ha sterminato la famiglia, Mark arriva a Buenos Aires per compiere la sua missione.
Si installa quindi in un elegante appartamento che diventa la sua base operativa.
Dall’appartamento adiacente però arrivano spesso gemiti e lamenti di una donna; Mark scopre che la protagonista di perversi giochi erotici è una splendida ragazza, Marina Valdez, coinvolta in giochi estremi sadomaso con quelli che all’inizio sembrano essere degli sconosciuti.
Attratto irresistibilmente dalla appariscente ragazza, Mark inizia così a spiarla, scoprendone i giochi viziosi.
La vede anche amoreggiare con un serpente; sarà proprio il serpente la causa del loro incontro, che si trasformerà ben presto per Mark in una torrida relazione.
Anche perchè il caso vuole che l’amante di Marina sia i realtà il suo bersaglio….

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Sergio Martino, autore di alcuni interessanti thriller targati anni settanta come Lo strano vizio della Signora Wardh , La coda dello scorpione, Tutti i colori del buio,Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave e I corpi presentano tracce di violenza carnale gira nel 1992 usando lo pseudonimo di George Raminto questo thriller soft core lontanissimo da quei film citati prima che si erano distinti ia per la buona tenuta della trama sia per la cura con cui erano stati girati.
Con Spiando Marina il regista cerca di cavalcare l’onda del pruriginoso tout court, usando come interprete principale la prosperosa Deborah caprioglio, che due anni prima aveva conosciuto una larga ntorietà grazie al film di Tinto Brass Paprika.
Il prodotto finale è decisamente scialbo, debolissimo sia nella trama che nello svolgimento, con un colpo di scena finale che è ampiamente previsto, vista l’assoluta e pretestuosa inconsistenza della trama stessa, avviluppata attorno alle morbide e abbondanti forme della Caprioglio.

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Che naturalmente è inquadrata sopratutto nel suo punto forte, quel seno abnorme che ne fece la fortuna nel brassiano Paprika.
A parte qualche metro quadro di capezzoli e di pube, il film non presenta alcun elemento per cui valga la pena esser visto.
Inutilmente il mestierante Martino punta la cinepresa sul torbido, usando anche un serpente per turbare lo spettatore:nulla di nuovo comunque, visto che l’ineffabile Jonas Reiner ci aveva provato ben 12 anni prima usando un pitone in una scena al calor bianco nel film Libidine, con protagonista l’ex bambina prodigio Cinzia De Carolis,

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accompagnata nell’occasione dalla porno star Marina Frajese e dall’ex trans Ajita Wilson.
Il film si sviluppa quindi monotonamente attorno al rapporto che viene a stabilirsi tra Marina e Mark, insistendo ovviamente proprio sulla parte più voyeuristica.

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Alla fine la noia assale come un narcotico lo spettatore; siamo ormai nel periodo di massima crisi del cinema italiano, con prodotti come questo destinato solamente a solleticare gli istinti meno confessabili dello spettatore.
Da dimenticare quasi tutto.
Anzi, toglierei il quasi e direi che a predominare in assoluto è lo squallore.
Non c’è nulla da salvare, in realtà: la recitazione non raggiunge nemmeno l’insufficienza, location e fotografia sono da minimo sindacale.

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Se a qualcuno alla fine Spiando Marina è anche piaciuto, beh, buon per lui.
Il cinema non è assolutamente questo.

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Spiando Marina, un film di George Raminto (Sergio Martino). Con Debora Caprioglio, Leonardo Treviglio, Steve Bond,Raffaella Offidani– Erotico, durata 97 min. – Italia 1992.

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Debora Caprioglio – Marina Valdez
Steve Bond  – Mark Derrick
Sharon Twomey – Irene
Leonardo Treviglio – Hank
Pedro Loeb – Steinberg
Raffaella Offidani -Prostituta
Martín Coria – Indio
Roberto Ricci- Killer

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Regia: Sergio Martino
Sceneggiatura: Sergio Martino e Piero Regnoli
Musiche: Luigi Ceccarelli
Editing: Alberto Moriani
Costumi: Silvio Laurenzi

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Disastroso tentativo di commistione fra noir ed erotico, con dialoghi tremendi (presumibilmente regnoliani) e recitazione davvero mediocre di tutti, con la vistosa eccezione della Caprioglio, che è addirittura agghiacciante. Il tutto in una desolante povertà di luoghi e di idee, qualora si escluda il primo dei colpi di scena, peraltro rovinato da quelli (telefonatissimi) successivi, fino al grottesco finale strisciante. Il cinema e la logica sono i grandi assenti. Nel grande vuoto, per di più, la musica apppare invadente.

Ammettiamolo una buona volta: l’erotismo non sempre (o non solo) è dato da due tette al vento ed un (pur bel) paio di chiappe in bella vista. La Caprioglio veniva dal brassiano Paprika e, a suo modo, era famosa. Ma non è (meglio era) quella bellezza in grado di affascinare, apparendo troppo “terrena” e spesso volgare. Per il resto Martino è un regista in grado di dare ritmo al film, inserendo un intermezzo noir (il poliziotto ed il mafioso) ed utilizzando un discreto reparto musicale a cura di Luigi Ceccarelli.

Questo disastroso thriller erotico firmato da Martino (con cognome anagrammato…) si basa tutto sulla bellezza della brassiana Caprioglio, che concede un amplesso dopo l’altro, inframmeazandoli con una recitazione imbarazzante. Colpi di scena finale; blandi richiami a 9 settimane e a Orchidea selvaggia e qualche flashback, con svogliate scene di sparatorie. I tempi dei gialli martiniani Hilton-Fenech sono solo un ricordo…

Noioso e stucchevole thriller blandamente erotico firmato con uno pseudonimo da un Martino che forse si vergognava del lavoro svolto e che qui raggiunge uno dei punti più bassi della sua carriera. Inutile, infatti, cercare il più piccolo briciolo di tensione o di sensualità. L’unica cosa che abbonda è la noia.

“Se mi dai un colpo con quelle tette mi ammazzi”. Eddie Murphy (in Una poltrona per due) aveva già scritto la recensione di questo film. Considerato il differenziale di reddito, lo pregherei di lasciarmela usare senza esigere copyright. La storia in sé non è nemmeno male, con l’ex cop corrotto costretto a fare l’assassino a contratto in Sudamerica. Però la comanda è chiara: dateci dentro con la Debbborahhh (con l’acca). Il ½ in più lo metto solo perché non sono insensibile al tipo fisico in questione. Il resto è tragicommedia.

Orrido. D’accordo che la Caprioglio è un belvedere indiscutibile (anche se a me qui risulta leggermente acerba), ma da Sergio Martino ci si aspetterebbe qualcosa di più. Come tutti i film da lui diretti dagli Anni Ottanta, un altro film orrendo. Dedicato ai vouyeristi convinti.

Da un maestro del thriller all’ italiana una schifezza senza arte né parte. Riflette in pieno lo squallore del cinema italiano Anni Novanta; la bella Caprioglio allora in auge non basta a salvare questa squallida pellicola. Trama poco originale, che mi ricorda il bruttissimo Sensi.

Banalissimo sul versante thriller e risibile su quello erotico. Scialbo, finto, patetico pseudo film girato da un Martino che nulla può più chiedere alla propria carriera. Egli, infatti, ha dato il meglio di sè in anni passati, sopratutto con Banfi. Imbarazzante a dir poco il cast. La Caprioglio è bellissima ma in quanto a recitare è meglio stendere un velo pietoso. E cosi gli altri. Da evitare.

 

Jesus Christ Superstar

Jesus Christ Superstar locandina

Jesus Christ Superstar, celebre opera rock di Tim Rice (autore dei testi) e di Andrew Lloyd Webber (autore delle musiche) venne portata sullo schermo nel 1973 da Norman Jewison, uno dei più grandi registi di sempre.
Il regista canadese, quarantasettenne all’epoca del film, aveva già alle spalle alcune pietre miliari del cinema, come La calda notte dell’ispettore Tibbs (premio Oscar) e Il violinista sul tetto.
Una solida fama quindi, che il regista non esitò a giocarsi con un’opera che apparve da subito coraggiosa e provocatoria.
A cominciare dalla trasposizione delle figure di Gesù e di tutti i protagonisti della storia evangelica, viste in un’ottica assolutamente diversa dal consueto.
Quello che Jewison porta sullo schermo non è certo il Gesù del Rei dei re, polpettone hollywoodiano di grande effetto ma sicuramente copia conforme dei Vangeli canonici, bensì un Gesù umanizzato fino alle estreme conseguenze, principalmente un uomo che ha paura sia del suo compito che appare davvero troppo pesante sia della morte che fatalmente concluderà il suo cammino sulla terra.

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Per contro troviamo la figura di Giuda, l’apostolo “traditore”, così dipinto dall’iconografia cristiana calato in un ruolo che sembra preso proprio dal Vangelo apocrifo scritto dallo stesso Giuda.
Un uomo tormentato, che si rende conto di essere la comparsa e non il protagonista di una storia già scritta, in cui il suo destino è fatalmente segnato.

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Così come sarà segnato per sempre il suo nome, macchiato dall’onta del tradimento.
Due figure quindi umanizzate al massimo e inserite in un contesto che non ha nulla a che vedere con quello raccontato dai Vangeli; Gesù, Giuda e marginalmente gli altri apostoli si muovono in un paesaggio post moderno, in cui c’è spazio per carri armati e armi moderne, caschi da minatori e impalcature in tubo Innocenti.
Il tutto rigorosamente scandito dalle stupende musiche di Webber che accompagnano il film dal suo inizio fino alla conclusione, con la celebre sequenza del ballo di Giuda che canta Superstar.
JCS, acronimo utilizzato ormai universalmente per indicare l’opera rock e il film è uno dei capolavori assoluti della cinematografia.
Jewison riesce a creare attorno alla figura di Gesù un paesaggio e un clima assolutamente asettici, portando in scena pochi personaggi e quindi scegliendo volutamente un tono dimesso per illustrare la più grande storia mai raccontata, termine magniloquente con il quale Hollywood rese omaggio alla figura di Gesù con un altro celebre polpettone.
Qui però siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso; se Gesù è “bianco” e verrebbe voglia di definirlo wasp, Giuda è nero come la Maddalena. Un riequilibrio storico assolutamente innovativo, come doveva essere nella realtà il personaggio non solo di Giuda ma anche degli apostoli e dello stesso Messia.

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Essendo di origine giudaica, perlomeno dovevano avere la pelle molto più scura di quanto mostrato fino ad allora in tutte le opere che avevano trattato la figura del Salvatore: un Giuda nero è una novità assoluta, così come una novità è la figura dell’apostolo prediletto, quella Maria Maddalena che in seguito l’iconografia cristiana ( e sopratutto la chiesa post Concilio di Nicea) dipingerà come prostituta redenta e che in realtà era una donna culturalmente superiore ai suoi compagni di vicissitudini e che finanziò la predicazione del Messia.

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Mentre quest’ultima serie di cose nel film non compaiono, vediamo però Maria Maddalena turbata da un’amore che è si trascendente e spirituale ma che sconfina in quello terreno verso un uomo che sente non può appartenerle, che sente investito da una missione al di sopra delle passioni umane.
Quando la bellissima voce di Yvonne Elliman intona I Don’t Know How To Love Him, quel “non so come volergli bene” indica il tormento interiore della donna, combattuta tra l’amore terreno e quello spirituale, trascendentale verso un uomo che è tale solo nell’involucro e non certo nella sua essenza.

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Jewison trasporta lo spettatore in una visione straordinaria del percorso terreno di Gesù tra hippy e sinistri sacerdoti che tramano contro di lui per sete di potere e per paura, tra figure indistinte di Apostoli tra le quali l’unica a prendere corpo e anima è quella di Giuda e gente comune che ascolta il messaggio di un uomo straordinario che però sembra davvero solo tale.
Ovvero un uomo, con paure e fobie, con speranze e disillusioni, tipiche dell’umanità dolente fra la quale si muove.
JCS è anche, anzi, sopratutto, un musical.
Bellissimo, raffinato, straordinariamente capace di sintetizzare momenti e situazioni con musiche eccellenti.
Dalla Overture iniziale, che ci mostra l’arrivo del camioncino della troupe, passando per  Heaven On Their Minds nel qule proprio Giuda è protagonista,

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con il suo timore che le rivoluzionarie parole di Gesù possano provocare la dura reazione dei Romani fino a What’s The Buzz, Strange Thing Mystifying ,Hosanna, Superstar ecc. assistiamo ad un trionfo di musiche corali e per solista che celebrano in qualche modo gli avvenimenti che sfilano sotto i nostri occhi.
Così l’ultima settimana di vita del Messia condensa l’intera esistenza dello stesso, quasi che il suo messaggio possa essere compreso in un arco temporale che va dall’Hosanna dell’entrata in Gerusalemme fino alla crocefissione del Calvario.

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Se è vero che JCS non è totalmente esente da pecche ( scena molto discutibile quella del gay aggindato come una volgare checca che balla in maniera effeminata), tuttavia resta opera di estremo fascino.
Il musical ha donato autentiche perle al cinema; basti pensare a West side story, Cabaret, Cantando sotto la pioggia, Hair e My Fair Lady solo per citarne alcuni.
Tuttavia JCS ha qualcosa che lo rende “superiore” agli altri, se mi passate il termine.
Ovvero quella carica innovativa, trasgressiva e coraggiosa di sfrondare la figura storica di Gesù così come raccontata dai Vangeli dalla retorica che nei secoli successivi il cristianesimo ha ritagliato su di lui.
In qualche modo il nostro più grande poeta, Fabrizio De Andrè, aveva anticipato la visione di Jewison musicando La buona novella, opera fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi ad un Gesù visto anche e sopratutto come uomo e non solo come figlio di Dio.

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In questo i due grandi artisti, pur in campi differenti, si congiungono.
Fabrizio De Andrè chiude il suo concept album con un Laudate hominem che racchiude una visione laica e dubitativa sulla divinità di Gesù, preferendo esaltarne le qualità umane in particolare “la pietà che non cede al rancore”.
Jewison si ferma un attimo prima, perchè aldilà dei tanti meriti il film resta comunque una trasposizione di un musical teatrale: geniale quanto si vuole, ma anche poco profondo non per demeriti del regista, ma per la diversa struttura dell’opera.

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E’ la solita vecchia storia: raffigurare e condensare in due ore un libro o un tema è operazione quasi impossibile.
Tuttavia siamo di fronte ad un’opera bellissima, poetica e sentita.
E sicuramente oggi si può anche sorridere dell’ondata di sdegno che travolse il film in virtù della sua presunta iconoclastia.
Le reazioni velenose, i crucifige e gli anatemi scagliati sul regista, accusato di essere blasfemo, mostrano la totale miopia non solo di certi ambienti culturali ma anche una sospetta astiosità, tipica di colui che giudica e critica senza probabilmente sforzarsi minimamente di comprendere il messaggio di fondo.

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Personalmente, dovessi scegliere due momenti topici del film, quelli che restano nella memoria in maniera imperitura, opterei per la drammatica sequenza racchiusa dal brano Judas’ Death, in cui Giuda ha ormai capito che i sacerdoti non vogliono assolutamente limitare l’azione di Gesù, bensì eliminarlo fisicamente, cosa che provocherà la sua morte mediante suicidio che avviene con un’impiccagione drammatica su un isolato albero in collina.
L’altro momento è quello già descritto in cui c’è il tema più famoso del film, quel Superstar cantato e ballato perfettamente da Carl Anderson.
L’attore presta la sua voce e il suo volto a Giuda, così come Ted Neeley interpreta Gesù.
Biondo, bello e anche non espressivo al massimo: ma è un vantaggio, perchè da corpo ad un Gesù che sembra spaesato.
Meravigliosa Yvonne Elliman.

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Jesus Christ Superstar,un film di Norman Jewison. Con Ted Neely, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen, Bod Bingram,Robert LuPone, Joshua Mostel, Bob Bingham, Larry T. Marshall, Kurt Yaghjian, Philip Toubus, Pi Douglass, Jonathan Wyne, Thommie Walsh, Richard Molinaire, David Devir, Jeffrey Hyslop, Richard Orbach, Shooki Wagner
Musical,  durata 103 min. – USA 1973.

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Ted Neeley: Gesù Cristo
Carl Anderson: Giuda Iscariota
Yvonne Elliman: Maria Maddalena
Barry Dennen: Ponzio Pilato
Bob Bingham: Caifa
Larry Marshall: Simone Zelota
Josh Mostel: Re Erode
Kurt Yaghjian: Anna
Paul Thomas: Pietro

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Regia     Norman Jewison
Soggetto     Tim Rice (musical)
Sceneggiatura     Norman Jewison, Melvyn Bragg
Produttore     Norman Jewison, Patrick J. Palmer, Robert Stigwood
Fotografia     Douglas Slocombe
Montaggio     Antony Gibbs
Musiche     Andrew Lloyd Webber
Scenografia     Richard McDonald


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Jesus Christ Superstar locandina 2

Lato uno

* Overture – 5:26
* Heaven on Their Minds – 4:22
* What’s the Buzz? – 2:30
* Strange Things Mystifying – 1:50
* Then We Are Decided – 2:32
* Everything’s Alright – 3:36
* This Jesus Must Die – 3:45

Lato due

* Hosanna – 2:32
* Simon Zealotes – 4:28
* Poor Jerusalem – 1:36
* Pilate’s Dream – 1:45
* The Temple – 5:26
* I Don’t Know How to Love Him – 3:55
* Damned for All Time / Blood Money – 4:37

Lato tre

* The Last Supper – 7:12
* Gethsemane (I Only Want to Say) – 5:39
* The Arrest – 3:15
* Peter’s Denial – 1:26
* Pilate & Christ – 2:57
* King Herod Song – 3:13

Lato quattro

* Could We Start Again, Please? – 2:44
* Judas Death – 4:38
* Trial Before Pilate – 6:47
* Superstar – 3:56
* Crucifixion – 2:40
* John Nineteen: Forty-One – 2:20


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Migliore trasposizione possibile dello splendido musical di Al Webber, si rivela un magnifico film, che aggiunge, agli ottimi numeri musicali già noti, una bellissima ambientazione ed un carattere ibrido tra storico e moderno che, a oltre trent’anni dalla sua realizzazione, lungi dall’essere superata, mantiene indatta la sua attualità. Alcune scene (come la crocifissione) sono di fortissimo impatto emotivo. Bravi gli interpreti, specialmente Anderson (tormentato Giuda), vero protagonista del film.

Destinato a diventare un cult, per via della poderosa messa in scena e per la cura delle scenografie. Anche le musiche, che costituiscono l’ossatura dell’intera pellicola, sono destinate a superare – con risultati ottimali – il trascorrere degli anni: e questi sono i pregi. Noiosetto, semplice, ruffiano ed imbastito sulla semplice operazione di somma aritmetica con numeri primi – che complessi non ve n’è ombra – quali musica + affascinanti attori + una spruzzatina di catto-mania. I difetti in(somma) annullano i meriti. Da vedere comunque.

Posto che nessuno (vero?) è più in grado di prendere sul serio l’idea di mostrare Giuda come un agit-prop deluso che Gesù non diventi il subcomandante Jesus contro quei fascistoni di romani guidati dal console Nixon, cosa rimane? Parecchio kitschume, e tuttavia della musica ancora notevole, con qualche pezzo memorabile, anche se rispetto alla prima versione discografica si perde molto nel ruolo di Cristo, originariamente affidato alla devastante ugola di Ian Gillan dei Deep Purple (!). Invecchiato male.

Gli ultimi giorni della vita di Gesù nel bellissimo musical di Rice e Webber, ben sostenuto dalla straordinaria interpretazione di Carl Anderson (Giuda). La regia di Jewison è molto Anni Settanta, con zoomate e fermi immagine, con apostoli post-hippy e anacronismi. Ma l’impatto rimane notevole e Giuda che nel deserto è inseguito dai carri armati crea un emozionante cortocircuito con il purtroppo sempreverde conflitto israelo-palestinese.

Sarà che non impazzisco per i musical, ma non mi ha entusiasmato più di tanto. Ho però trovato straordinario Carl Anderson. Non è certo un brutto film, ma ha qualche pacchianeria di troppo. Apprendo da IMDb che l’attore che interpreta Pietro (e che nella realtà si chiama Paolo: Paul Thomas, qui accreditato come Philip Toubus), paradossalmente ha poi avuto una chilometrica carriera nel cinema pornografico. Lavora, non accreditato, nel massaccesiano Emanuelle – perché violenza alle donne? Incredibile.

Deludente trasposizione dello splendido musical di Weber che a suo tempo fece scandalo e storia. Il problema fondamentale è che la pellicola risulta ormai troppo datata e legata al tempo in cui fu girata. In ogni caso le belle trovate non mancano (e poi ci sono le splendide e trascinanti canzoni che continuano a mantenere ancor oggi intatta tutta la loro bellezza).

L’umanità del Cristo viene esaltata dal crogiolo emotivo di Giuda che vede l’uomo che ama farsi, agli occhi della gente, più importante del messaggio che comunica. Larga parte della riuscita calibratura tra rivisitazione e ortodossia deriva da una lungimirante e coraggiosa definizione dei comprimari (l’impotenza di Pilato, la passione materna di Maddalena), perché la storia di una Star è il suo pubblico a raccontarla. L’idea della rappresentazione (lo show) che dà cornice al film, riconnette la novella tanto all’urgenza di ritualizzare il sacro quanto ad una sana, destabilizzante iconoclastia.

Ottima trasposizione cinematografica della celeberrima rock opera di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber. Molto interessante la scelta effettuata dagli autori di mostrare il punto di vista di Giuda Iscariota e le motivazioni del suo tradimento. Le musiche sono bellissime e la loro trasposizione in immagini molto ben riuscita. Uno dei musical più belli mai realizzati, da vedere assolutamente.

Un film dei suoi tempi a cui non si può rinfacciare la mancanza di forza nella messinscena. E la colonna sonora, una volta tanto, è veramente di alta qualità senza le menate dei musical ma quasi vero rock. Gli interpreti sono azzeccati; oggi molte cose possono sembrare ingenue (tipo Giuda nero, ma era un’idea forte al tempo) però resta migliore della Passione di Mel Gibson, libertario qui dove là c’è solo fanatismo. Non parliamo del Gesù di Zeffirelli poi…

Visione molto datata che si avvale di splendide musiche e coreografie trascinanti, anche se talvolta sembra di stare dalle parti di Hair. Il film è discontinuo e poi, lo devo dire, Erode mi sembra il cugino grasso di Al Bano Carrisi: ogni volta che vedo quella scena mi viene da ridere. Ok, torno seria: è un film figlio del suo tempo, con un finale che commuove ogni volta.

Anche a distanza di anni, il celebre musical fra sacro e profano non perde il suo smalto, grazie al valore intrinseco delle musiche e ad un soggetto intrigante, che non dissacra la figura del Cristo, pur insistendo comunque sulla sua umanità. Penso e spero che sia un film per credenti e non credenti, proprio perchè valorizza aspetti di una comune umanità, e svolge un discorso non banale sul rapporto col sacro.

Se si fosse impossibilitati per qualsiasi ragione a vedere almeno una volta nella vita “Jesus Christ Superstar” a teatro, allora questa versione cinematografica risulta davvero utile: riesce a trasferire in maniera ottimale l’atmosfera del musical originale. Sicuramente la migliore performance è quella di Giuda, bravissimo sia come cantante che in generale come attore.

Ottima trasposizione cinematografica dell’opera rock teatrale di Lloyd Webber. La figura di Cristo viene mostrata durante la sua ultima settimana di vita. Lo sguardo della narrazione è quello di Giuda che, attraverso la messa in discussione delle parole del Messia, mostra la figura di Gesù come “umana” più che divina (Gesù nn compie alcun miracolo). Le location israeliane sono spettacolari e d’impatto. Un musical evergreen che lascia stampate nella mente i bellissimi brani e le suadenti voci che le interpretano: tra tutti Anderson e Neeley.

La più bella caratteristica del film è la mancanza di parti recitate a favore di un totale scorrimento di canzoni. Ottimo cantante Carl Anderson (tra l’altro morto qualche anno fa), che stupisce con un’interpretazione originale e più umana di Giuda. In generale il film mi sembra attempato e certe musiche sono abbastanza scontate, nonostante il grande successo del musical.

I don’t know how to love him.
What to do, how to move him.
I’ve been changed, yes really changed.
In these past few days, when I’ve seen myself,
I seem like someone else.
I don’t know how to take this.
I don’t see why he moves me.
He’s a man. He’s just a man.
And I’ve had so many men before,
In very many ways,
He’s just one more.
Should I bring him down?
Should I scream and shout?
Should I speak of love,
Let my feelings out?
I never thought I’d come to this.
What’s it all about?
Don’t you think it’s rather funny,
I should be in this position.
I’m the one who’s always been
So calm, so cool, no lover’s fool,
Running every show.
He scares me so.
I never thought I’d come to this.
What’s it all about?
Yet, if he said he loved me,
I’d be lost. I’d be frightened.
I couldn’t cope, just couldn’t cope.
I’d turn my head. I’d back away.
I wouldn’t want to know.
He scares me so.
I want him so.
I love him so.

Tintorera!

Tintorera locandina

Steve/Esteban, ovvero Stefano in italiano è un ricco e nullafacente playboy che ama la bella vita e le belle donne.
In vacanza in una località esotica del Messico, decide di noleggiare uno yacht e si dedica a tempo pieno ai suoi hobby, ovvero la pesca e le donne, non disdegnando le feste alle quali viene invitato.
Conosciuta la bella Patrizia, la corteggia, non sapendo che la donna è appetita da Miguel, un giovane locale.
I due nonostante tutto diventano amici, ma la tragedia è dietro l’angolo.

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La ragazza improvvidamente decide di farsi un bagno di prim’ora e viene attaccata e sbranata da una gigantesca Tintorera, ovvero un esemplare femmina della razza squalo tigre.
Sarà proprio lo squalo il protagonista della storia, perchè divorerà allegramente lo stesso Miguel e altre persone che in qualche modo Esteban conosce.
Alla fine, stanco del massacro perpetrato dalla famelica Tintorera, il giovane si decide ad affrontarla nel suo territorio….

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Tintorera è uno dei tanti cloni del fortunato film di Steven Spielberg Lo squalo; non credo affatto sia un caso che il regista del film, René Cardona Jr. abbia deciso di dare il nome di Steve al protagonista omaggiando in qualche modo il grande regista americano.
Il guaio è tutto nell’assoluta fragilità della trama, che fa più acqua di quella che si vede nel film, che è davvero tanta.
A parte la splendida location e alcune apprezzabili sequenze girate sott’acqua e degne di visione non fosse altro per la bellezza dei paesaggi sottomarini, il film è di una nullità imbarazzante.

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Scene gore, nudità e sesso a gogò sono in realtà i padroni assoluti del film e probabilmente lo specchietto per le allodole usato dal regista per richiamare pubblico, assieme al discutibilissimo utilizzo di sequenze in cui i poveri squali vengono maciullati senza pietà.
Una costante, quella di dipingere alcuni predatori del mare come feroci belve assassine, assolutamente indecorosa.
Orche, piovre,squali e persino pacifici e inermi capodogli vengono descritti, in alcuni film ad ambientazione marina nati all’indomani del travolgente successo dello squalo di Spielberg, come esseri indegni di vivere per la loro capacità distruttiva nei confronti dell’uomo.

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Il che è una vaccata senza precedenti; gli abitanti dei mari, con le loro leggi dettate dalla natura, attaccano l’uomo solo nel caso in cui si sentano in pericolo oppure quando hanno fame.
Non potendo andare in un supermercato a fare spesa, vanno visti nell’ottica di una natura con leggi ben precise, e non come assassini dei mari preda di irragionevoli pulsioni.
Cardona gestisce quindi un’operazione smaccatamente commerciale che non ha alcun pudore; la stessa sequenza finale, in cui Steve affronta la Tintorera e fa “giustizia” è l’aberrante conclusione di un film scoordinato, scombinato e parrocchiale.
Il cast è quanto di peggio si possa raccattare in ambito cinematografico e dispiace vedere la bella e brava Susan George, che tanto avevamo ammirato in Cane di paglia unirsi ad un cast che ignora anche i fondamenti della recitazione.

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In quanto al regista, Cardona Jr, scrittore e regista fertilissimo, con all’attivo oltre una sessantina di film, conosciuto in Italia per B movies come La notte dei mille gatti e Sette assassine dalle labbra di velluto, poche parole da spendere.
Autentico mestierante, utilizza il materiale che ha per le mani tirando fuori un’operazione biecamente commerciale nella quale spiccano solo le parti erotiche del film e le già citate parti acquatiche.

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Davvero troppo poco per degnare di una visione quant’anche distratta un pessimo prodotto come questo.
Tintorera, un film di René Cardona Jr. Con Susan George, Hugo Stiglitz, Fiona Lewis Titolo originale Tintorera! Killer shark. Drammatico, durata 126 min. – Messico 1977.

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Susan George – Gabriella
Hugo Stiglitz  – Steven
Andrés García – Miguel
Fiona Lewis – Patricia
Eleazar García – Crique
Roberto Guzmán – Colonado
Jennifer Ashley – Kelly Madison
Laura Lyons – Cynthia Madison
Carlos East -Il signor Madison
Priscilla Barnes -Prima ragazza al bar
Pamela Garner     – Seconda ragazza al bar
Erika Carlsson – Anita (as Erika Carlson)
Manuel Alvarado – Ufficiale

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Regia:René Cardona Jr.
Sceneggiatura:Ramón Bravo, René Cardona Jr.
Produzione: Gerald Green
Musiche: Basil Poledouris
Editing: Earle Herdan, Peter Zinner

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Uno dei tanti b-movie che hanno invaso le sale cinematografiche sull’onda del grande successo de Lo squalo, del film di Spielberg è decisamente uno dei parenti più poveri. E’ infatti costruito su una sceneggiatura di livello meno che mediocre e recitato (si fa per dire) da un gruppo di attori che non nobilita certo il mestiere. Unico pregio: le riprese sottomarine di discreto livello.

Deprimente come pochi. Sciatto, di una noia indescrivibile, con effettacci spinti a buon mercato e attori presi chissadove. Questa è una rapida sintesi di un filmetto che ha avuto la somma sfortuna di giungere fino a noi. Ci sono altri film, superiori a questo, che sono rimasti e rimangono inediti e si decide di distribuire certe cose. Questo è davvero incomprensibile. Da evitare assolutamente.

Ho rivisto questo film. Da piccolo certi particolari non rendono il giudizio: allora mi soffermai sul triangolo amoroso e sulla filosofia di vita praticata e sintetizzata dal connubio “donne e whisky”. Vita tra spiagge e festini, senza ansie e preoccupazioni: ma che bel film! Sì, bello schifo: massacro inutile di poveri pesci, raro squallore umano che porterebbe a chiedere di cambiare la titolazione di genere nel Davinotti: basta animali assassini, gli assassini sono solo gli uomini e qui non si può dire che è solo un film!

Il plot è quello de Lo squalo, il film è un Bmovie di forte impatto, che fa uso di splendide inquadrature subacquee, location esotiche da sogno e belle ragazze. Un erotismo pruriginoso pervade buona parte della pellicola, specialmente quella dei tre che si amano alla follia, ma non solo. La tintorera come gli squali abbondano ed incutono tensione. Gli ammazzamenti sono terribili, da citare il bagno di sangue del gruppo durante la notte e l’attacco ad un sub che viene tranciato in due. Bellissimo il main theme della voce femminile, in stile Abissi.

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Lo sguardo dell’altro

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“Era più di un anno che non ti prendevo in mano, caro diario; era stato il mio analista a chiedermi di confidarmi con te….”
Begonia (Begona con la cedilla in spagnolo) annota su un diario le sue esperienze, affidando alla carta e poi ad un traduttore che proietta anche immagini su una parete quello che è il suo pensiero interiore.
In effetti come la stessa donna annota, essa non ha alcuna voglia di conoscersi, come suggerito dall’analista quanto di farsi conoscere.
Begonia vorrebbe vivere libera da condizionamenti seguendo l’istinto, vivendo quindi una vita viscerale e senza limiti.
Ma come racconta, la testa le impedisce di attuare tutto ciò che sente:  “vorrei essere una vacca, piuttosto che una donna“, dice in un impeto di ribellione verso le convenzioni, verso i tabù e l’educazione che ne mortificano la libertà e le riducono fortemente il raggio d’azione.

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Laura Morante

Apprendiamo tutto ciò nei primi minuti del film, che anticipano in qualche modo le azioni della donna, giustificandone i successivi comportamenti.
Nella vita di Begonia sfilano così uomini disparati e apparentemente poco interessati al suo io, quello che l’analista le consiglia di cercare con insistenza; la donna percorre così quasi in maniera incorporea una strada fatta di incontri casuali, come quello con Elio che da vero lupo solitario la immerge in atmosfere torbide e malsane, portandola in giro per accoppiamenti sessuali che in qualche modo appagano la donna fisicamente ma che le lasciano comunque un vuoto incolmabile a livello affettivo.
Una galleria di volti anonimi, di persone vuote che sembrano simulacri di esseri umani agitati da istinti bassi e abietti; come Ignazio, pittore di strani ritratti a sfondo psicanalitico che la coinvolge in pose al limite dello scabroso, come l’ex compagno di studi Santiago, che la coinvolge in festini hard.

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E poi Daniel, un giovane ben diverso dagli uomini che frequenta, un po poeta e un po idealista, che la corteggia sfoggiando sentimenti veri e autentici e che alla fine riesce a convincerla a compiere un passo che Begonia non vorrebbe fare ovvero sposarsi.
Begonia è incerta, titubante: lei è una ribelle per certi versi.
E’ la donna che durante il pranzo con la sua famiglia , mentre sua madre esalta il ruolo del marito appena scomparso dipingendolo come un uomo dalla sana moralità fedele e dedito alla famiglia, contesta tutto ricordando che suo padre è morto tra le braccia dell’amante durante un amplesso.
Può una donna così cambiare radicalmente la sua vita, violentare i propri principi e trasformarsi in una moglie, vivere quindi una realtà “normale”?

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Begonia ci prova, ma prima del matrimonio viene stuprata e durante l’atto resta incinta.
Sposa lo stesso il buon Daniel, ma inspiegabilmente torna dai suoi stupratori, sconvolgendo Daniel che la abbandona.
Begonia resta sola così con sua figlia: è una donna di nuovo libera, ma fino a che punto?
Lo sguardo dell’altro, film diretto da Vicente Aranda nel 1996 è un film ambiguo.
Forse più inconsistente che ambiguo.
Non è una differenza da poco.

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Perchè Aranda mostra un ritratto di donna in chiaroscuro in cui prevale nettamente la parte oscura, una donna che in nome di una libertà confusa sceglie di riscattarsi dai dubbi esistenziali, dalle angosce quotidiane, dal famoso “chi sono, da dove vengo, dove vado” infilandosi nei letti di chiunque, in una schizofrenica quanto inconcludente ricerca che la porterà alla fine ad essere sola come in partenza, anzi, più sola.
Perchè quella figlia che lei culla sul finale del film è l’unica nota positiva che ha ricavato fino a quel punto.
Ma è figlia di uno stupro, che lei ha subìto e sùbito dopo rivendicato quasi fosse un’esperienza positiva, e che invece l’ha privata dell’unico uomo che avrebbe potuto frenare quel suo inconscio essere autodistruttiva.
Il maggior limite del film sta proprio in questa contraddizione.

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Begonia è un essere incomprensibile, schizofrenico, agitato da mari tempestosi senza che venga spiegato il perchè di queste sue pulsioni.
E’ anticonformista, è vero, ma è anche borghese e convenzionale.
Il suo tentativo di liberarsi, di esprimere se stessa non attraverso un diario che in realtà dovrebbe avere lo scopo di aiutarla a conoscersi, ma attraverso esperienze estreme, in cui la donna appare vittima e carnefice in un ruolo però non subìto ma cercato, finisce per perdersi dietro un’inestricabile sequela di avventure sessuali che non possono in alcun modo aiutare a crescere.

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Begonia usa il suo corpo come uno strumento, poi come uno specchietto per le allodole, ricavando sempre e solo un risultato, ovvero una solitudine infinita.
Allora che senso ha l’agitarsi e il dimenarsi nei letti, lo sperimentare il sesso estremo se fin dal primo incontro appare chiaro che lei dona un qualcosa che gli uomini accettano volentieri ma che ricambiano in fin dei conti con una mancanza di rispetto assoluta per la sua persona, per il suo pensiero, per il suo essere?
Begonia è una donna intelligente ma appare come un essere uterino, guidato quindi solo da pulsioni sessuali che utilizza per sedurre, attrarre, senza però alla fine ricavarne nulla di tangibile.
Il grande equivoco e il grande limite del film in sostanza è questo.

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I borghesi sono tali perchè non sono afflitti dai problemi della gente comune, impegnata nella sopravvivenza quotidiana e alle prese con problemi più tangibili e immediati.
I borghesi hanno il superfluo, quindi si crogiolano come lucertole al sole in dinamiche incomprensibili, i pistolotti mentali che alla fine irritano chi non condivide quei problemi, diciamolo pure, assurdi e inutili.
Begonia quindi diventa una donna insoddisfatta della propria condizione che si ribella alla stessa grazie ai privilegi di cui gode, il lavoro, la famiglia borghese, la libertà individuale.
Che non ha dovuto conquistare, ma che le appartiene in virtù del ceto sociale di appartenenza.
E’ la donna a cui la vita non ha negato nulla: difatti non cerca se stessa, come l’intellettuale disperato che non riesce a trovare il filo d’Arianna della logica dell’esistenza.

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No, è soltanto una donna che gode delle proprie pulsioni, edonistica e ninfomane.
Un personaggio negativo in toto, che lo spettatore del film finisce per detestare man mano che la pellicola si contorce su se stessa, sfociando in momenti assolutamente da dimenticare, quali le risate durante il matrimonio o la resa visiva della sessualità della donna, che in fondo sembra essere davvero l’obiettivo di Aranda.
Ovvero, usando parole povere, una cartina di tornasole per giustificare il bel corpo nudo di Laura Morante esposto in tutti i modi.
Lei, Laura, da corpo ad un personaggio indimenticabile in senso negativo.
Antipatica, spocchiosa, finisce per caratterizzare tutte le lacune del personaggio amplificandole oltre modo e dando vita ad una interpretazione schizoide, che finisce per guastare ancor di più il poco di buono che si recepisce qua e là.
Peccato, perchè la Morante è non sola bella, ma anche decisamente al di sopra di quanto mostrato nel film.
Sconsiglio caldamente la visione di questo film che è opera masturbatoria sia a livello psicologico che visivo.

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Un’operazione fintamente intellettuale che innervosisce proprio per la sua pretestuosità e per il messaggio falsamente libertario che vuole trasmettere.
Lo sguardo dell’altro, un film di Vicente Aranda. Con Laura Morante, Miguel Bosè, José Coronado Titolo originale La mirada del otro. Commedia, durata 104 min. – Spagna 1997.

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Laura Morante    …     Begonia
Blanca Apilánez    …     Isabel
Alicia Bogo    …     Clara
Miguel Bosé    …     Santiago
Alonso Caparrós    …     Luciano
Berta Casals    …     Ragazza
Miguel Cazorla    …     Ragazzo
José Coronado    …     Elio
Miguel Ángel García    …     Daniel
Paz Gómez
Sancho Gracia    …     Ignacio
Pedro Miguel Martínez    …     Luis
Ana Obregón    …     Marian
Juanjo Puigcorbé    …     Ramon
Tema Sandoval    …     Yuyi
Nuria Solé    …     Moglie di Luis
María Jesús Valdés    …     Madre

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Regista:Vicente Aranda
Sceneggiatori: Álvaro del Amo, Vicente Aranda
Prodotto da Andrés Vicente Gómez e Carmen Martínez
Musiche originali : José Nieto
Fotografia : Flavio Martínez Labiano
Montaggio :Teresa Font
Costumi :Alberto Luna

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Avvincente film che lega un erotismo elegante ad una fantasia spolverata di fantascientifico. Splendida Laura Morante in ottima forma (in tutti i sensi). Devo dire di non aver mai amato il cinema spagnolo, ma in questa pellicola si viene piacevolmente sorpresi dalla scorrevolezza d’impianto che cancella la velata noia di una sceneggiatura un po’ sciocchina sul “doppio cosmico”; l’erotismo è calibrato, pensato alla francese, ma anche molto crudo ed esplicito. Tutto sommato un buon film.

Un film erotico d’autore caratterizzato da un’ottima regia e da ottime interpretazioni, tra le quali spicca quella di Laura Morante che con il suo lavoro ha dato vita ad una donna conturbante dall’animo peccaminoso: Begonia, scabrosa e desiderosa di uomini e ossessionata da questi. Crudo quanto basta per eccitarti.

La padrona è servita

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Domenico Cardona, ex contadino diventato ricco come imprenditore, cafone e cialtrone, prende in affitto il piano terra di una villa di campagna, di proprieta’ di una contessa.
La villa è abitata da altre donne; ci sono le due figlie della contessa, una molto giovane l’altra attempata, entrambe non sposate, con la compagnia di Angela, vedova dell’unico figlio della contessa, Olga, sorella della contessa.
A loro va aggiunta la procace e disponibilissima donna di servizio, Sultana.

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Senta Berger

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Erika Blanc

La convivenza tra il rustico Domenico e il gruppo di donne, dopo un inizio difficile, per ovvia colpa delle differenti estrazioni sociali, sembra andare incontro ad una pacifica anche se forzata tolleranza.
A Domenico si aggiunge il giovane e timido nonchè inibito Daniele.
E’ Olga a dare il via ai tentativi di seduzione dei due maschi di casa; ci proverà senza fortuna con Domenico per ripiegare sul giovane Daniele, con il quale non consumerà però il fattaccio.

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La più giovane delle figlie della contessa prova anche lei, in tutti i modi, a iniziare il giovane alle delizie dell’eros, ma anch’essa senza successo.
Dopo esser passato attraverso la cameriera, per un breve e fugace amplesso, Daniele si invaghisce di Angela, donna all’apparenza sensuale e disponibile.
Il giovane riuscirà in qualche modo a iniziare la sua vita da adulto proprio con Angela, che lo sedurrà.

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Ma le cose vanno anche in maniera opposta a quanto desiderato dal giovane; la donna alla fine accetta, per calcolo, la corte di Domenico, lasciando nella disperazione il ragazzo, che decide così di allontanrsi e andare in America.
Un giorno però Domenico, dopo aver avuto un rapporto contemporaneo con Olga e con la zitella figlia della contessa, muore d’infarto dopo l’amplesso.

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Daniele torna a casa per regolare l’eredità paterna, e mentre si reca ai funerali, parla con la vedova del padre, che adombra la possibilità di un loro futuro rapporto.
La padrona è servita, film del 1976 diretto da Mario Lanfranchi, è una stanca commediola a sfondo simil erotico; in effetti, a guardare bene, è solo la trama ad essere licenziosa, perchè il film è decisamente casto e con qualche nudo fugace, fra i quali spicca un nudo posteriore della bella Senta Berger ripresa in lontananza.
Un film decisamente noioso, anche, svilito da una trama ormai logora, quella dell’iniziazione giovanile del solito imbranato ad opera di vogliose e mature donne, a cui si unisce l’altrettanto trito e ritrito provinciale arricchito che ambisce a ripulirsi dalla sua patina di rozza cultura sposando la solita nobile a corto di denaro.

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Con queste premesse il film non poteva offrire altro che la solita serie di gag legate al giovanotto che allunga le mani, alla solita pruriginosa ragazzina che tenta di mostrarsi più matura del reale, la solita procace cameriera pronta a cedere alle voglie dei padroni e quindi tutto il campionario classico della commedia minore sexy all’italiana.
Tra gli attori l’unica a mostrare talento, unito alla simpatia, è Erika Blanc, che interpreta da par suo la licenziosa, ai limiti della ninfomania sorella della contessa; male invece Senta Berger, spaesata e legnosa come non mai.
Maurizio Arena, che interpreta Domenico, riesce in qualche modo a definire il personaggio rozzo e incolto del contadino arricchito; ma è evidente il declino fisico dell’attore, lontanissimo dal personaggio del bello ma povero che l’aveva lanciato nel mondo del cinema.

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Sovrappeso, svagato, Arena contribuisce anche lui a dare un senso di grigiore generale al film, che si smarrisce tra una trama inesistente, battute e battutine da dimenticare, dialoghi abbastanza poveri, di una tristezza e di una pochezza disarmanti.
Opera quindi che va inserita di diritto nei B movies italiani della commedia sexy, nobilitata solo dalla simpatia di Erika Blanc, in questo caso penalizzata da una bizzarra acconciatura.

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La padrona è servita, un film di Mario Lanfranchi. Con Maurizio Arena, Senta Berger, Erika Blanc, Bruno Zanin Erotico, durata 91 min. – Italia 1976.

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Senta Berger    …     Angela
Maurizio Arena    …     Domenico Cardona
Bruno Zanin    …     Daniele Cardona, il figlio
Erika Blanc    …     Olga

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Regia Mario Lanfranchi
Soggetto Mario Lanfranchi
Sceneggiatura Mario Lanfranchi, Pupi Avati
Produttore InterVision
Distribuzione (Italia) Agora
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Guido Josia
Costumi Maria Baroni

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