Un borghese piccolo piccolo


Nel 1981 Franco Battiato,cantautore siciliano,compone Bandiera bianca;nel brano ci sono alcuni passi che sembrano riecheggiare la trama del film di Monicelli,Un borghese piccolo piccolo.
Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare. rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare” o anche “Quante squallide figure che attraversano il paese com’è misera la vita negli abusi di potere“o ancora “Ho sentito degli spari in una via del centro quante stupide galline che si azzuffano per niente” sono perifrasi della pellicola di Monicelli,il de profundis personale del grande regista nei confronti della commedia all’italiana,quel filone florido della cinematografia italiana che aveva disegnato un’Italia profondamente diversa da quella dipinta dallo stesso regista
in tante commedie graffianti ma sostanzialmente solo ironiche sul “paese che non c’è” o sul “paese senza memoria” raccontato da Sciascia.
Siamo nel 1977,l’aria è bruma,anzi plumbea.
Non a caso siamo negli anni di piombo,in un paese dilaniato che ha perso la sua innocenza già da un decennio,con un boom economico ormai solo nella memoria e in preda ad una crisi morale e culturale senza precedenti.
Quasi avesse perduto ogni speranza sugli italiani (ma anche sull’umanità,ahimè),Monicelli consegna alla cinematografia un’opera crudele e senza speranza,in cui tutti i gangli del consesso civile sembrano incancreniti,preda di metastasi diffuse,un paese senza bussola e alla deriva,moralmente e umanamente raso al suolo.


Non si salva nulla,in Un borghese piccolo piccolo.
Il gatto a nove code di Monicelli sferza il sociale,il privato,il politico;è un film anticlericale ( il prete parla di unica speranza dell’umanità attraerso la morte) ma principalmente è un film nichilista.
L’italiano medio,il borghese piccolo piccolo (due aggettivi dequalificanti a significare la nullità umana del personaggio) esce a pezzi da questo ritratto al vetriolo degli italici vizi;un padre che elargisce consigli qualunquistici “Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena“,che ricorre al servilismo più abietto pur di realizzare i propri sogni di uomo fallito portando il proprio figlio (poco più che un inetto) ad affiancarlo nel lavoro.
Le speranze di ogni padre si sublimano in senso negativo in un uomo che non insegna al proprio figlio il rispetto verso se stesso ma lo porta drammaticamente ad essere un’ameba nella società,un altro valido (invalido) rappresentante di quella maggioranza silenziosa
che nel decennio settanta assistette immobile alla disgregazione del tessuto sociale.
C’è spazio per un altro carcinoma mortale della società,quella massoneria responsabile di nefandezze senza fine che nel 1981 si scopri aver metastatizzato tutte le componenti più importanti della società;tutti ricorderanno la loggia P2,con i suoi iscritti che appartenevano a tutte le categorie cardine,dall’esercito alla magistratura,dall’imprenditoria al giornalismo,alla cultura.
Monicelli questo non lo sa ma sferza senza pietà.
Non c’è un solo aspetto della vita civile che non venga brutalizzato,non c’è nulla e nessuno che possa essere salvato.

La trama:
la vita di Giovanni Vivaldi,grigio travet impiegato dello stato ruota attorno alle aspettative che nutre per suo figlio Mario,un giovane da poco diplomato.
Mario è un ragazzo qualsiasi,senza particolari doti;compiace la volontà di suo padre perchè in realtà non ha ambizioni se non quella di assecondare Giovanni,ormai vicino alla pensione e che sogna di poterlo far assumere al ministero.
Per far ciò Giovanni non esita a far quanto di più basso può un uomo;arriva a strisciare ai piedi dei dirigenti superiori,non esita a farsi massone durante una cerimonia al limite del farsesco e con l’aiuto del dottor Spaziani alla fine riesce a sapere la traccia del tema del concorso.
Ma il giorno fatidico in cui finalmente il suo Mario si appresta a superare la prova,i due si trovano coinvolti in una sparatoria e Mario muore.
La vista del figlio riverso sull’asfalto,la contemporanea malattia della moglie che non supera lo choc lo portano sulle soglie della follia.
Chiamato dalla polizia per un riconoscimento,Giovanni fa finta di non identificare l’omicida del figlio e da quel momento si trasforma in un implacabile giustiziere.
Catturato con uno stratagemma il giovane assassino,lo trasporta in un capanno e lo sevizia fino alla morte,atroce spettacolo al quale fa assistere anche la moglie…
Un borghese piccolo piccolo esce nel 1977,nel periodo storico che ho descritto.
Non c’era molta voglia di ridere,in quei tempi.

 


Inflazione a due cifre,terrorismo diffuso,crisi economica;l’Italia è appena uscita dalla crisi petrolifera che aveva disastrato l’economia,dalle domeniche a piedi,dall’emergenza colera e sta per avviarsi alla parte finale degli anni di piombo,che culmineranno l’anno successivo con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro.
Non ride nemmeno Alberto Sordi,che pure fino ad allora era stato il massimo rappresentante cinematografico dell’italietta,di quel paese dai tanti vizi e dalle poche virtù che l’attore romano aveva messo alla berlina fino ad allora.
E disegna un personaggio che ha fatto della mediocrità uno stile di vita.
Un personaggio che non ispira alcuna simpatia,verso il quale non si prova pietà.
Forse perchè vediamo realizzati in lui molti dei nostri stili di vita,molte delle nostre debolezze.
Sordi giganteggia creando visivamente un personaggio sconfitto,che abiura anche ai principi in cui crede;è un cattolico che diventa un massone,un cattolico che arriva ad uccidere dopo aver seviziato la sua vittima,colpevole certo ma verso la quale non ha la minima pietà che pure dovrebbe essere insita nella sua fede.
Questo principio,violato da Giovanni,lo ritroviamo nell’omelia del prete “…quegli uomini che mangiano,dormono,bevono,si accoppiano.defecano e poi vanno all’altro mondo,soltanto chi come noi è costretto ogni giorno ad ascoltare nel confessionale i racconti che gli uomini fanno delle loro sporcizie,delle loro nequizie,può esprimere un parere sul genere umano,sulla futilità delle cose terrene,degli stati,dei re,sulla vita nascosta dentro le case,se io dovessi dare un mio giudizio complessivo, emettere una sentenza io volentieri invocherei il diluvio universale ed emetterei una sentenza inappellabile di morte generale


E’ l’apoteosi del nichilismo.
Un film come detto all’inizio,crudele.
Non c’è un solo personaggio che si salvi in questo film.
Si pensi al dottor Spaziani,interpretato dal solito grande Romolo Valli,che riceve Giovanni mentre si sta facendo cadere dai capelli la abbondante forfora!
Un film che purtroppo sembra oggi riproporre tematiche tornate di grande attualità…
Per chi volesse vedere il film,c’è una versione di discreta qualità a questo indirizzo: http://www.dailymotion.com/video/x5vhnf5

Un borghese piccolo piccolo

Un film di Mario Monicelli. Con Shelley Winters, Alberto Sordi, Vincenzo Crocitti, Romolo Valli, Pietro Tordi, Mimmo Poli, Renato Romano, Roberto Antonelli, Ettore Garofalo, Paolo Paoloni, Renato Scarpa, Enrico Beruschi, Renato Malavasi, Francesco D’Adda, Ettore Garofolo, Renzo Carboni, Marcello Di Martire, Edoardo Florio Drammatico Durata 122 min. – Italia 1977

Alberto Sordi: Giovanni Vivaldi
Shelley Winters: Amalia Vivaldi
Romolo Valli: Dott. Spaziani
Vincenzo Crocitti: Mario Vivaldi
Renzo Carboni: Assassino
Enrico Beruschi: Cameriere
Renato Scarpa: Prete

Regia Mario Monicelli
Soggetto Vincenzo Cerami (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Sergio Amidei, Mario Monicelli
Produttore Luigi e Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Auro Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gitt Magrini

Incipit romanzo

Per ingannare il tempo in attesa che la caffettiera fischiasse, con un mozzicone di matita ritrovata nel fondo di un cassetto, sopra un brandello della busta del pane si mise a calcolare: fece qualche moltiplicazione, qualche sottrazione, divise i pensionati per tanti bambini; tolse qualche anno per prudenza, qualche altro per contemplare gli imprevisti e un buon dieci per cento d’errore.
Togli e metti, per navigare sicuro verificò il problema con la prova del nove. Decise che più o meno gli restavano quindici anni da vivere, che non poteva escludere i cento anni e che comunque dieci erano quasi matematici

« Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena.
D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono. Tu ormai sei sistemato,
noi siamo vecchi: non c’abbiamo altre ambizioni. Tutto quello che vogliamo è morire in pace, con la coscienza a posto. »

“Mario: Spaziani che ne facciamo di Mario?
Dr. Spaziani: Di chi?
Mario: Mario mio! Che lo buttiamo in mezzo alla strada? oppure gli facciamo fare l’operaio?”

“Ama chi ti ama, fosse pure un cane!”

“Mario, non siamo soli, dietro di noi c’è il Grande Incognito, il Capo sconosciuto della massoneria. Stiamo calmi, e se facciamo il nostro dovere, coll’aiuto di chi può, ce la faremo.”

“Alla fine, sempre, prima di chiudersi nei rispettivi uffici, gli impiegati si trovavano d’accordo che l’istituzione di una sana pena di morte avrebbe messo a tacere definitivamente tutta la violenza di questo mondo.”

2 Risposte

  1. Un film durissimo e spietato, con una delle interpretazioni più convincenti di Sordi a mio giudizio

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