Scuola di nudisti (Mon curé chez les nudistes)

scuola-di-nudisti-locandina-1
Padre Daniel è il parroco di una piccola chiesa in un piccolo villaggio francese.
Convinto assertore del metodo (poco ortodosso, in verità) “comico”, ovvero fautore dell’uso di sketch comici per attirare fedeli, riesce ad avere un buon seguito proprio grazie alle sue non comuni doti di imitatore e di mimo.
I suoi sermoni sono seguiti quindi da un pubblico di parrocchiani abbastanz anutrito, sempre divertito dalle invenzione del buon Daniel.

scuola-di-nudisti-1
Paul Preboist è Padre Daniel

scuola-di-nudisti-2

La sua fama raggiunge così la curia e un suo superiore, chiamato semplicemente “Monsignore” gli affida un incarico assolutamente particolare.
Padre Daniel deve recarsi presso un villaggio di naturisti e cercare di riportare il gregge all’ovile.
Il povero padre Daniel così parte per il villaggio sulla sua scassatissima Citroen 2 CV; durante il viaggio, fermatosi per riposare, viene raggiunto da una secchiata d’acqua lanciata da un camper così lo sventurato prete è costretto a spogliarsi per far asciugare l’abito talare. Un ladruncolo in fuga si impossessa dei suoi abiti stesi ad asciugare,così a Don Daniel non resta che usare gli abiti del ladruncolo, che gli ha anche lasciato in eredità una papera.

scuola-di-nudisti-4

Giunto al campo, Daniel si ritrova nel bel mezzo di una vera guerra tra i naturisti e i vicini. Da quel momento una serie infinita di disavventure attendono il prelato ; circondato da splendide donne e da uomini che girano attorno a lui completamente nudi, lo sventurato parroco prova sulla sua pelle le tentazioni e le problematiche del naturismo.Costretto a liberarsi dell’abito talare, Daniel per evitare di dover girare nudo, si procura una tuta da lavoro di uno sgargiante color porpora con scritto su “en rodage”, ovvero agli inizi.

scuola-di-nudisti-5
Dopo una serie di disavventure tra il comico e il farsesco, padre Daniel…..
Diretto da Robert Thomas nel 1982, Scuola di nudisti, conosciuto in Francia come Mon curé chez les nudistes  (Il mio curato tra i nudisti) esce nel 1982 assolutamente in sordina sui nostri schermi.
Siamo di fronte ad una commediola costellata di gag tipiche del cinema francese, mentre il film stesso è costruito attorno alla simpatia di Paul Preboist, un attore da noi poco conosciuto, ma in possesso di una forte carica umoristica e sopratutto ottimo mimo.

scuola-di-nudisti-6

Scuola di nudisti presenta una pletora assolutamente eterogenea di nudi femminili, che però, inseriti in un contesto comico/farsesco tutto hanno tranne che la volgarità; così il film diventa una continua serie ininterrotta di gag e situazioni surreali, nelle quali il povero padre Daniel viene a trovarsi.
Tra donne nude che lo circondano, lo sbaciucchiano, lo toccano, lo sfiorano con i loro seni seducenti, il prelato è costretto a subire tentazioni che nemmeno un santo saprebbe respingere.

scuola-di-nudisti-7

Tuttavia il prete riesce a mantenersi casto, almeno fino ad un certo punto.
Un film assolutamente inoffensivo, in qualche modo tributario delle tante pellicole sexy della commedia all’italiana, che utilizza il naturismo non certo per stigmatizzarne o esaltarne le virtù, ma solo come fonte di gag e di equivoci.
Va detto che alcune trovate sono davvero comiche e se la sceneggiatura non è certo originale, tuttavia a tratti ci si diverte davanti alle disavventure di Padre Daniel, che però conserva una sorta di candore assolutamente inattaccabile davanti alle disavventure che sistematicamente gli si parano davanti.

scuola-di-nudisti-8

Paul Preboist poi è assolutamente straordinario nei panni di Padre Daniel; la veste talare sembra cucita addosso come una seconda pelle e il suo personaggio, pur nei limiti di una pellicola B movies è ottimamente interpretato.
Un film discreto, quindi, con momenti esilaranti e sopratutto con un gineceo femminile di prim’ordine, che se non si segnala per la recitazione quanto meno è apprezzabile sul piano di vista meramente fisico.

scuola-di-nudisti-9

Scuola di nudisti, (Mon curé chez les nudistes), un film di Robert Thomas, con Katia Tchenko, Paul Préboist, Georges Descrières, Jean-Marc Thibault, Marc de Jonge, Henri Génès, Philippe Nicaud Commedia, Francia 1982

scuola-di-nudisti-banner-gallery

scuola-di-nudisti-3

scuola-di-nudisti-10

scuola-di-nudisti-11

scuola-di-nudisti-12

scuola-di-nudisti-13

scuola-di-nudisti-14

scuola-di-nudisti-15

scuola-di-nudisti-banner-protagonisti

Paul Préboist     …     Padre Daniel
Georges Descrières         … Monsignore
Henri Génès          …     Truffard
Philippe Nicaud         …     Léon
Katia Tchenko          …     Gladys
Jean-Marc Thibault         …     Antoine
Ramiro Olivera          …     Alex ,il figlio d’Antoine
Brigitte Auber          …     Charlotte – la ragazza d’Antoine
Marc de Jonge         Oscar, il coiffeur
Sophie Boudet          …     Miquette
Max Elisee          …     Banania
Pétronille Moss          …     Sophie
Cathy Esposito          …     Jeannette – la ragazza di Léon

scuola-di-nudisti-banner-cast
Regia: Robert Thomas
Sceneggiatura: Robert Thomas
Produzione: Marcel Albertini, Jacques Leitienne, Gabriel Rossini
Musiche: Romuald
Editing: Jacqueline Thiédot
Costumi: Sylviane Combe
Trucchi: Béatrice Labuset

scuola-di-nudisti-lc3

scuola-di-nudisti-lc2

scuola-di-nudisti-lc1

Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni

Porkys locandina 2

In un liceo della Florida ad Angel Beach una banda di scatenati ragazzi divide il proprio tempo tra lo studio e la goliardia; i giovani organizzano scherzi e beffe e il bersaglio preferito è il giovane Pipino considerato ancora un adolescente anche perchè non ha avuto la prima esperienza sessuale.
Nel gruppo, per contraltare, c’è il giovane Pilone così soprannominato per le dimensioni del suo organo sessuale.
Gli scherzi, anche feroci, sono se non assecondati, visti con occhio complice dagli insegnanti, fra i quali c’è la giovane Miss Honeywell, soprannominata Lassie per l’abitudine parecchio imbarazzante di ululare come un collie quando ha un orgasmo dopo un rapporto sessuale.
I giovani alla fine decidono di far provare l’ebbrezza del primo rapporto a Pipino e decidono di portarlo in un locale per adulti di una vicina contea, il Porky’s.

Porkys 1
L’introduzione alla sequenza più esilarante del film; l’insegnante dal preside per la denuncia

Qua però avranno la disavventura di essere derubati e beffati dal laido proprietario del locale il quale grazie anche all’aiuto del fratello sceriffo lascia i giovani sconfortati e senza denaro.
Ma arriverà la riscossa, grazie anche all’aiuto del fratello di uno dei giovani, anche lui sceriffo, che porterà alla tanto agognata vendetta nei confronti del prepotente Porkys.
Nel finale, Pipino sarà iniziato al sesso dalla disponibile Wendy, che in realtà non è affatto la ninfomane che gli amici credevano.
Porky’s è l’antesignano di un certo tipo di commedia scolastica che tanto successo avrà poi nel corso del decennio ottanta sopratutto in America e che diverrà poi l’apripista della interminabile serie dei Decameron Pie.
Un film decisamente divertente e spassoso, anche perchè ebbe la fortuna di essere il primo a trattare tematiche adolescenziali/liceali unendo a queste uno humour un tantino greve ma di sicuro impatto.
Il film è a tratti davvero irresistibile; basti pensare alla scena più famosa del film, quella in cui un’insegnante afferra il pene di uno studente e si rivolge al preside per avere l’autorizzazione a identificarlo fra quello degli studenti, suscitando l’ilarità irresistibile sia degli altri insegnanti sia del preside stesso.

Porkys 13

Porkys 14
La “sfilata delle pellicce”

Il film è ben congegnato, le battute fioccano e i momenti di ilarità si susseguono; la ricerca disperata di Pipino, il rapporto sessuale tra la scatenata “Lassie” e l’insegnate di ginnastica, la vendetta dei ragazzi ai danni di Porky’s sono momenti di cinema davvero spassoso.
Il film quindi è fresco e spontaneo pur nei limiti di una certa grevità delle situazioni; ma va anche detto che la comicità delle stesse non è legata come nel caso delle commedie sexy del filone studentesco italiano alle flatulenze e alle battute scurrili.

Porkys 11

Porkys 9
La celebre sequenza con protagonista Kim Cattrall

Anche se la tematica di fondo è a base eminentemente sessuale, c’è tuttavia una certa eleganza nel trattare l’argomento, così come non ci sono scene di sesso se non quella menzionata tra Lassie e l’insegnante e le scene di nudo sono limitate all’esposizione in una doccia del corpo di alcune ragazze, scena peraltro assolutamente irresistibile.
Si ride tanto e di gusto, per una volta.
E sicuramente si prova un forte senso di invidia per i giovani protagonisti della storia, tutti belli atletici e simpatici, senza pensieri, che nel film si muovono sullo sfondo di un’America che all’epoca era la potenza numero uno al mondo, incontrastata e priva dei gravissimi problemi economici dei giorni nostri.
Un’America cinica e divertita, allegra e quasi goliardica; quella che vediamo emergere da Porky’s è una nazione che sembra non avere problemi.
Ovviamente non è di certo questo il “messaggio” del regista: tutto ciò lo immaginiamo vedendo i ragazzi muoversi in ambienti medio borghesi nei quali un certo tipo di problematiche sembra essere completamente assente.
Tuttavia Porky’s, aldilà della leggerezza di fondo e indipendentemente dal fatto che si tratti di una commedia adolescenziale, mantiene una freschezza invidiabile grazie anche alla buona mano del regista Bob Clark, che in pratica fece tutto da solo, inclusa la sceneggiatura e infine la produzione.

Porkys 2

Clark due anni dopo riproporrà il sequel del film, con risultati decisamente più modesti; la spontaneità, la simpatia, quell’aria di innocente goliardia di Porky’s si smarrirà in un confuso sequel in cui si ride molto meno e ci si annoia molto più.
Per finire, due note sul cast.

Porkys 3

Di tutti gli attori presenti, l’unica ad avere una certa fama era l’allora giovanissima Kim Cattrall.
La splendida attrice diverrà poi famosissima in America e anche da noi nella serie televisiva Sex and the City; in questo film è la simpaticissima Lassie, l’insegnante così soprannominata perchè ulula durante i rapporti sessuali, un’abitudine conosciutissima sia dai suoi colleghi che dai suoi studenti, cosa che ingenera ovviamente battute sconce di ogni genere.

Porkys 4

Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni, un film di Bob Clark. Con Kim Cattrall, Scott Colomby, Kaki Hunter, Susan Clark, Art Hindle, Roger Wilson, Wayne Maunder, Jill Whitlow, Eric Christmas, Wyatt Knight, Tony Ganios, Douglas McGrath, Cyril O’Reilly, Alex Karras, Mark Herrier, Ilse Earl, Chuck Mitchell, Boyd Gaines, Nancy Parsons, Dan Monohan, John Henry Redwood, Jack Mulcahy, Rod Ball, Terry Guthrie, Lisa O’Reilly, Allen Simmons
Titolo originale Porky’s. Commedia, durata 94 min. – Canada 1981

Porkys banner gallery

Porkys 5

Porkys 6

Porkys 7

Porkys 8

Porkys 10

Porkys 12

Porkys 15

Porkys banner personaggi

Dan Monahan    …     Pee Wee (Pipino)
Mark Herrier    …     Billy
Wyatt Knight    …     Tommy
Roger Wilson    …     Mickey
Cyril O’Reilly    …     Tim
Tony Ganios    …     Meat
Kaki Hunter    …     Wendy
Kim Cattrall    …     Honeywell (Lassie)
Nancy Parsons    …     Balbricker
Scott Colomby    …     Brian Schwartz
Boyd Gaines    …     Insegnante Brackett
Doug McGrath    …     Insegnante Warren
Susan Clark    …     Cherry Forever
Art Hindle    …     Ted Jarvis
Wayne Maunder    …     Cavanaugh

Porkys banner cast

Regia     Bob Clark
Soggetto     Bob Clark
Sceneggiatura     Bob Clark
Produttore     Bob Clark
Casa di produzione     20th Century Fox
Fotografia     Reginald Morris
Montaggio     Stan Cole
Musiche     Carl Zittrer, Paul Zaza
Scenografia     Reuben Freed, Paul Harding, Mark S. Freeborn
Costumi     Mary E. McLeod, Larry S. Wells

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Antesignano (è stato girato nel 1981!) di tutte le commedie giovanilistiche tipo American Pie (che gli deve più di qualcosa), Porky’s è una perchetta macchina di comicità che funziona tutt’oggi a molti anni dalla sua realizzazione. Frutto dello straordinario ritmo con cui è stato girato e dell’avere osato il politicamente scorretto, fatto di tutto quello che al cinema non si dovrebbe mostrare e che viene invece spudoratamente esibito per far ridere. Mito giovanile.

Scollacciata e porcellosa (come da titolo) commedia giovanile diretta da un regista che aveva percorso ben altre vie (Black Christmas, ad esempio). L’ironia a volte scade nel cattivo gusto, ma non rifugge da un tipo di narrazione verosimile e facilmente accostabile alla realtà adolescenziale dell’epoca. Non è, di fatto, un caso se il film da origine ad un filone e ad una serie, restando – nel bene e nel male – impresso negli annali della cinematografia “leggera”…

Divertente, l’ho visto parecchie volte da ragazzino dato che era trasmesso con notevole regolarità sulle reti fininvest. Rispetto ai film odierni ambientati nelle high schools americane c’è una maggiore libertà nel trattare il sesso, con un’infinità di battutacce e doppi sensi molto divertenti. Forse c’è un leggero calo nel finale, quando i ragazzi organizzano la loro vendetta contro Porky, ma nel complesso il film regge bene fino alla fine.

Commediola “sporcacciona” che all’epoca ebbe un grande successo (tanto da dare vita a due seguiti e ad un vero e proprio filone) ma che rivista oggi appare ben più “innocua” di allora. Qualche risata la strappa ed i protagonisti sono simpatici ma alla fine non è nulla di memorabile. In ogni caso si lascia guardare ed è comunque superiore a tutti gli American pie messi insieme.

Visto per la prima volta con quasi trent’anni di ritardo dalla sua uscita, Porky’s non è certo quel campione di oltraggiosa volgarità cui si additava allora e nemmeno tutto questo spasso… Epperò: dietro l’irriducibile goliardia si nasconde una sorta di utopia eterosessuale adolescenziale dove sesso, botte e scherno, vissuti in assoluta spensieratezza, non producono conseguenze e traumi, discriminazioni o bullismo. La vera corruzione sta nel mondo adulto, esemplificato dal locale di Porky’s, non a caso demolito dai ragazzi: un’illusione che lo slasher anni ’80 decimerà a colpi d’ascia…

Purtroppo Bob Clark deve la sua (poca invero) notorietà più all’aver diretto i primi due episodi della serie “Porky’s” che non per quanto fatto, con esiti sicuramente migliori, nel campo horror (il suo Black Christmas è un piccolo gioiello del genere). Precisato questo parliamo di questo film che è divertente, anche se basato su situazioni e battute di grana veramente grossa. All’epoca della sua uscita non era comune come oggi veder trattati così espicitamente temi legati al sesso. Non certo impedibile ma un’occhiata si può dargliela.

Goliardico e simpatico. All’epoca fece scandalo, al giorno d’oggi appare abbastanza ingenuo (ma neanche troppo). Da segnalare il divertente cameo di Susan Clark nel ruolo della prostituta, per il resto adatto agli appassionati delle commedie goliardiche anni ’80.

Un buon film nel suo genere, portatore di sana allegria triviale e caratterizzazioni riuscite. Pipino (personaggio irripetibile), Pilone e i compagni di merende da una parte. Dall’altra i personaggi per così dire istituzionali: Professori, Pollastrelle e Poliziotti in tono con l’atmosfera scema ma ben costruita. Meno riuscita la disfida con Porky. Ha inaugurato un filone discutibile e ripetitivo ma ai suoi tempi fece scuola.

Rivisto oggi fa quasi tenerezza per come sono cambiati i costumi sessuali, ma ai tempi fu una delle più oltraggiose commedie mai fatte (basti ricordare la prima inquadratura dell’erezione di Pipino). Ma è sempre un film che si rivede volentieri, merito soprattutto di una sceneggiatura curata, pur se un po’ macchinosa, mai banale, che oltre alle goliardate di turno offre anche importanti spunti di riflessione(alcolismo, razzismo). Simpaticissimo tutto il cast degli studenti. Brillante regia di Clark.

Ma come ci si può dimenticare di Pipino e Pilone? Questa pellicola è passata alla storia. Una comicità puramente goliardica e situazioni comico-erotiche rendono godibilissimo il film soprattutto nella sua prima parte. Ci troviamo di fronte ad uno dei capostipiti della commedia goliardica (seconda solo ad Animal House), e per le situazioni e le scene trattate ha fatto da apripista alle innumerevoli pellicole postume. Da vedere assolutamente.

Primo film di una serie che ha praticamente creato un filone, quello delle commedie adolescenziali sexy che, purtroppo, continua ancora oggi e con gli stessi risultati. Di sceneggiatura manco a parlarne, visto che si tratta di una sequela di gag e battute che farebbero invidia pure ai nostri Vitali, Montagnani e compagnia bella. Regia meno che mediocre di Clark e attori decisamente inconsistenti. Da evitare.

Commedia sull’adolescenza e l’approccio dei giovani al mondo del sesso, un po’ come un American Pie e come tanti altri film goliardici. Ma questo è ambientato negli anni 50 (ottimamente ricostruiti) e riflette i costumi sessuali dell’epoca. Ben sceneggiato e con trovate piuttosto divertenti. Ben caratterizzati i personaggi, da Pilone a Pipino e Wendy. Tra uno scherzo e l’altro viene aperta anche una parentesi al razzismo. Un cast un po’ anonimo, qualche sequenza un po’ lenta, ma nel complesso la ricetta è vincente e negli 80 ebbe un successone.

Quante volte l’avrò visto… e quante volte ancora lo rivedrò. Tutto divertente, con i personaggi nel posto giusto e con le facce giuste, ma le scene di Lassie e del pene “da identikit” restano negli annali, con la risata che ti rende complice senza rendertene conto. Clark era un grande regista, capace di portare su schermo in maniera adeguata sia trattamenti seriosi od orrorifici che altri più faceti. Questo è un cult assoluto, immarcescibile.

Ricordavo perfettamente di averlo visto al cinema, a 13 anni, una domenica, di pomeriggio. Una seconda visione, posteriore di 28 anni, ha confermato i miei pensieri: dopo tanti anni, le cose cambiano! La perla di saggezza appena citata riguarda la goliardia del tempo, che ora non c’è (quasi) più. È rimasta però nel film, sboccato al quadrato e sexy come il villoso Trivex in minigonna. Praticamente un porno psicologico, dove la volgarità è costruita per divertire, non per offendere il guardone. Mi ero divertito prima e mi sono divertito anche adesso! ***

Angel Beach, 1954, un gruppo di studenti fanno il diavolo a quattro per riuscire a fare sesso, fare scherzi e vendicarsi dei prepotenti della città. Porky’s è proprio il nome del locale (e del proprietario) di spogliarelli nel quale si verificherà lo scherzo definitivo. Scorre bene, è piacevole; forse gli anni ’50 sono poco caratterizzati (la musica ad esempio è in secondo piano) ma questo è un dettaglio.

La prima scena riesce perfettamente a delinearne i tratti salienti: l’adolescente che si misura l’erezione e riporta preoccupato i dati nell’apposita tabella. Poi saltano fuori, una a una, tutte le macchiette di questo cult fatto di gag e situazioni. Non ha nulla di particolarmente riuscito o rilevante, solo un manifesto goliardico della sua epoca, un po’ ossessivo, un po’ eccessivo, ma godibile (in gruppo chiassoso e con birra a volontà).

Divertentissimo. Manifesto di un epoca d’oro della commedia e particolarmente irriverente nelle trovate comico-erotiche. La produzione è canadese e questo è un beneficio dal punto di vista del “politically incorrect”. Non ci sono ipocrisie nell’affrontare il sud provinciale degli Stati Uniti anni 50. Personaggi tutti indovinati e memorabili anche con brevi apparizioni e regia che riesce a non far calare mai il ritmo. Un classico.


Porkys locandina 1

Porkys locandina

Cane di paglia

Cane di paglia locandina

Il professor David Summer, neo vincitore di una borsa di studio per i suoi studi matematici si reca con la giovane moglie Amy in un piccolo paese di una contea inglese in Cornovaglia del quale la moglie è originaria.
Il giovane professore di indole mite, stenta da subito ad entrare in confidenza con gli abitanti del luogo, anche perchè distratto dai suoi studi mentre sua moglie, che non è tornata volentieri nel paese che l’ha vista nascere ben presto si annoia.
Durante i lavori di ristrutturazione della casa, Amy si mostra in topless ai lavoranti che tra l’altro sono le persone meno affidabili del paese.

Cane di paglia 9
Dustin Hoffman interpreta il professor David Summer

Ben presto gli uomini, complice anche la distrazione di David, arrogantemente iniziano a mostrare pericolose mire sulla moglie di David arrivando  a minacciare la pricacy della coppia.
Il gruppo infatti penetra nella casa di David e Amy e dopo aver ammazzato la gatta di casa, la appendono per il collo nell’armadio della donna.
Nonostante la moglie protesti per la mancanza di reazione di David davanti ai soprusi, quest’ultimo non reagisce limitandosi ad andare a caccia con loro, attirandosi così il profondo disprezzo della moglie.
Durante la battuta di caccia, i teppisti lasciano solo David e si recano a casa sua, dove violentano la troppo disponibile Amy.

Cane di paglia 3
Susan George è Amy, la moglie di David

La donna però decide di non raccontare l’accaduto al marito; le cose cambiano drammaticamente quando, durante una festa, Henry Niles abitante del posto con alcune turbe psichiche uccide involontariamente la giovanissima Sally.
Henry fugge sconvolto e finisce per essere quasi investito da David, che lo carica in macchina e lo porta a casa, deciso a soccorrerlo.

Cane di paglia 2
David Warner è Henry, l’assassino

Nel frattempo, scoperto l’accaduto, il gruppo di prepotenti raggiunge casa di David decisi a farsi giustizia da soli.
Qui però incontrano il netto rifiuto dell’uomo, che da quel momento difende strenuamente l’ospite, battendosi come una furia per garantirne il diritto ad essere giudicato dalla legge….
Cane di paglia, diretto da Sam Peckinpah nel 1971 su riduzione del romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon Williams è uno dei più controversi film del regista californiano e dell’intero decennio settanta.
Un film in cui la forte tematica di fondo, i rapporti tra gli individui cosidetti normali e la violenza, il sopruso e la prevaricazione, la trasformazione da cane di paglia in vendicatore dei torti subiti e in difensore dei valori venne vista in un’ottica di estrema misoginia da parte del regista.
Se vogliamo un fondo di verità in tutto ciò c’è; Peckinpah utilizza la violenza per mostrare come nell’individuo esista una forma di auto difesa estrema che lo porta, in condizioni particolari, a ribellarsi a tutto ciò che metta in pericolo il suo piccolo universo.

Cane di paglia 1

E a fare quindi uso della violenza per combatterne una forma subdola, che vuole e può annichilirne i diritti inalienabili.
Cane di paglia, aldilà del suo messaggio più o meno condivisibile sul teorema individuo/violenza “genetica”, è un film molto cupo, girato con mano assolutamente ferma e con uno sguardo cinico e misogino da parte di un regista abituato a portare sullo schermo una violenza che sembra l’espressione di un rituale tribale del quale l’umanità non ha ancora imparato a fare a meno.
Se nel 1969 il mondo aveva imparato a conoscere la parte estrema della violenza attraverso il capolavoro del regista, Il mucchio selvaggio, nel 1971 impara a conoscere una nuova forma di violenza, più subdola e più individuale.
Quella sull’individuo mite, tranquillo, impersonato da David; un uomo che in fondo sarebbe invisibile e che altro non chiede che di poter vivere la sua vita da studioso, immerso nella matematica, in quel mondo di numeri retto da regole precise e ordinate.

Cane di paglia 4

Cane di paglia 5

Una violenza che costringe David a trasformarsi completamente, a diventare l’esatto opposto del cane di paglia a cui tutto si può fare.
Il bisogno trasforma David in un essere primordiale, in cui l’istinto oscura quasi completamente la ragione, anche se proprio la ragione verrà in aiuto del timido professore, ispirandogli le forme migliori di difesa.
Non esistono quindi i cani di paglia, esistono solo dei cani dormienti, pronti a svegliarsi quando le cose precipitano e vengono messi in discussione i loro valori.
Peckinpah va oltre, caratterizzando in negativo i personaggi del film, tra i quali spicca Amy, moglie del professore, una donna mal assortita in coppia con il tranquillo David, civettuola e in fondo anche un tantino sciocca e vanesia.
Il film è diviso nettamente in due parti; una prima parte descrittiva, introduttiva, nel quale vediamo l’avvicinarsi della tempesta segnalato dai numerosi atti vigliacchi del gruppo di teppisti e assistiamo contemporaneamente al comportamento ignavo di David, che sacrifica orgoglio e dignità al suo desiderio di vivere tranquillo.

Cane di paglia 15

Cane di paglia 16
Lo stupro di Amy

La seconda è un crescendo rossiniano; l’uomo impara a difendere i suoi valori, la sua casa e perchè no, quella donna che lo disprezza e che non vorrebbe farsi coinvolgere, anzi, che chiede esplicitamente a David di consegnare Henry al gruppo di teppisti e ubriachi che li assediano.
Il finale è una drammatica esclation che mostra la metamorfosi di David fino alle estreme conseguenze.
La parte di David è affidata ad un Dustin Hofman che veniva dalle spettacolose performance di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e da  Piccolo Grande Uomo  di Arthur Penn; l’attore americano si conferma come uno dei più grandi attori tra le nuove leve e consegna alla storia del cinema una recitazione asciutta, rigorosa e impeccabile del professor David.

Cane di paglia 14

L’attore cura il personaggio nei minimi particolari, fornendo una prova maiuscola attraverso l’interpretazione di David  caratterizzata dalla debolezza del carattere dello stesso fino alla resurrezione ( o involuzione?) finale.
Bene anche Susan George e bene Peter Vaughan.
Cane di paglia, come Arancia meccanica, uscito più o meno nello stesso periodo, sono due facce di una stessa medaglia:

Cane di paglia 12

la società violenta, nichlista di Kubrick è formata anche da tanti individui come il David di Peckinpah. Il discorso sociale della violenza come affermazione dell’individuo non è altro che la punta dell’iceberg, alla base del quale c’è David e tutti quelli come lui, i cani di paglia con i quali però, è meglio non scherzare troppo.

Cane di paglia banner

Cane di paglia, un film di Sam Peckinpah. Con Dustin Hoffman, Peter Vaughan, David Warner, Susan George Titolo originale Straw Dogs. Drammatico, durata 118 (113) min. – USA 1971.

Cane di paglia banner gallery

Cane di paglia 13

Cane di paglia 11

Cane di paglia 10

Cane di paglia 8

Cane di paglia 7

Cane di paglia 6

Cane di paglia banner personaggi

Dustin Hoffman David Summer
Susan George Amy Sumner
Peter Vaughan Tom Hedden
T.P. McKenna Major John Scott
David Warner Henry Niles
Del Henney Venner
Jim Norton: Chris Cawsey
Donald Webster: Riddaway
Ken Hutchison Scott
Sally Thomsett: Janice Hedden
Peter Arne: John Niles
Len Jones Bobby Hedden
Michael Mundell Bertie Hedden (scene eliminate)
Colin Welland: Rev. Barney Hood

Cane di paglia banner cast

Regia     Sam Peckinpah
Soggetto     Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher’s Farm)
Sceneggiatura     Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Produttore     Daniel Melnick
Fotografia     John Coquillon
Effetti speciali     John Richardson
Musiche     Jerry Fielding
Scenografia     Ray Simm
Costumi     Tiny Nicholls
Trucco     Harry Frampton

Cane di paglia doppiatori

Ferruccio Amendola: David Summer
Vittoria Febbi: Amy Sumner
Gualtiero De Angelis: Tom Hedden
Glauco Onorato: Venner
Bruno Persa: Major John Scott
Vittorio Stagni: Chris Cawsey
Luciano De Ambrosis: Riddaway
Cesare Barbetti: Scott
Flaminia Jandolo: Janice Hedden
Manlio De Angelis: John Niles
Romano Ghini: Rev. Barney Hood

Cane di paglia locandina 2

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Misogino, visto che le uniche due donne veramente presenti fanno entrambe una pessima figura. Rappresentazione di come i buoni sopportino, sopportino e sopportino, ma quando esplodono… Buon film (giudicato di destra da miopi e cisposi dell’epoca: al di là dell’ovvio fatto che si può fare un buon film di destra, questo è tutt’altra cosa), ma resta lontano dal capolavoro per un’eccessiva lentezza iniziale (per preparare bastava meno tempo: così tedia) e per la troppo calcata caratterizzazione del personaggio principale, che scade troppo da imbelle a imbecille. ***

Basato sul discutibile concetto morale dell'”occhio per occhio” e della difesa (a tutti i costi) del proprio territorio, il film di Sam Peckinpah vale sopratutto per la caratterizzazione (abilmente effettuata dalla sceneggiatura) del protagonista, classico uomo qualunque, anzi un tantino banale, che subisce una profonda trasformazione che culmina in un’escalation di violenza. Ottima la regia che riesce a creare un crescendo di tensione anche grazie all’ottima interpretazione di Dustin Hoffman.

Notevolissima incursione di Sam Peckinpah nel dramma a forti tinte (la chiusa, con furiosa ed inattesa vendetta, ha del memorabile) supportata dalla più che convincente immedesimazione nel ruolo da parte del grande Dustin Hoffman. A suo modo può essere considerato -previa eccezione de La fontana della Vergine (1960) – un precursore (d’alto rango) del “rape & revenge”, che raggiungerà picchi di cinismo estremi in L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1975) e Non violentate Jennifer (Meir Zarchi, 1978). Finale ferocissimo, per l’epoca del girato.

Studioso si trasferisce in un villaggio dove la moglie è violentata dagli abitanti del luogo. Due ore ben realizzate di tensione psicologica in crescendo, farcita di violenza. Ma l’esaltazione della violenza (sia pure come legittima difesa), la contrapposizione tra il civilizzato colto e i rozzi e vigliacchi contadini, l’idea del territorio da difendere: tutto questo rischia di trascendere la cornice filmica per diventare discutibile paradigma etico di un comportamento naturale. Ottimo Hoffman. Ambiguo e spietato.

Straordinario e controverso film in cui Peckinpah tratta il tema a lui più caro: la violenza come sintesi di tutti i rapporti umani. Qui, infatti, essa esplode in un uomo normale e pacifico e lo fa in tutta la sua potenza e follia raggiungendo livelli di efferatezza notevoli ma comunque mai gratuiti. Incredibile il “filosofico” e caotico montaggio che si “riferisce al caos morale e materiale che domina le persone”. Assolutamente da vedere.

Discusso e discutibile nell’assunto, misogino, inevitabilmente datato nella rappresentazione della violenza (ne è passato di sangue sotto i ponti), possiede tuttavia uno spessore raro in gran parte degli epigoni, dovuto sia all’abilità del regista di costituire lentamente la tensione, sia all’interpretazione sfumata di Hoffman, mite intellettuale che si trasforma in belva per la difesa del suo territorio, a dimostrazione dell’immutabilità dell’animo umano sotto la vernice della civilizzazione. Importante più che bello.

Non certo tra le migliori opere del grande regista americano, ma pur sempre un Peckinpah movie. Ottima la prova di Dustin Hoffman, timido professorino che subisce tutto in totale silenzio ma che alla fine si trasforma letteralmente e farà valere le sue regole. Il film, che all’epoca fu molto osteggiato dalla critica ufficiale perché considerato di “destra”, ha un crescendo di tensione e di violenza che tiene ben desta l’attenzione dello spettatore. Sicuramente la sufficienza se la porta a casa.

Grande film. Incredibilmente pessimista e disperato, parte molto lentamente per poi diventare teso a appassionante come pochi altri lungometraggi. La regia è sapiente e crea un’ottima atmosfera (ricreata grazie all’eccellente fotografia e alle belle ambientazioni) e un clima di rabbia e follia che non lascia indifferenti. La violenza è presente ma non è compiaciuta. Ottimo anche il montaggio. Grande Hoffman, bellissima la George, bravo Warner. Da non perdere.

La più bella serata della mia vita

La più bella serata della mia vita locandina

Un industriale romano, Alfredo Rossi, viaggia verso la Svizzera proveniente da Milano.
A bordo della sua auto ha una grossa somma di denaro, che l’uomo deve esportare in barba alle leggi valutarie.
L’arrivo in Svizzera riserba all’uomo una sgradita sorpresa; la banca dove deve depositare il denaro è chiusa, per cui Alfredo si ritrova nell’imbarazzo di dover occupare il suo tempo in attesa della riapertura della banca stessa.
Si mette quindi alla ricerca di un albergo, ma si imbatte in una motociclista e la segue lungo le montagne.
Un nuovo imprevisto lo blocca ancora: la sua Maserati si pianta di colpo, così alla fine si reca ad un vicino castello per chiedere ospitalità.

La più bella serata della mia vita 1

La più bella serata della mia vita 2

Qui si imbatte in un “simpatico” gruppo di ex magistrati che vivono sotto lo stesso tetto dopo essere andati in pensione.
Per gioco, Alfredo accetta di farsi processare dai quattro, che sembrano sapere sul suo conto molto di più di quello che Alfredo racconta.
Così poco alla volta lo squallore morale del personaggio emerge, sotto le domande incalzanti dei quattro giudici.
Il rito si conclude con la sua condanna a morte: così Alfredo, dopo una serata di bagordi, va a letto e durante la notte sogna di andare a morte mentre la bella motociclista (che lo ha servito a tavola durante la serata precedente) gli gira attorno con la moto.

La più bella serata della mia vita 3

La mattina, ancora spaventato dal sogno della notte, Alfredo si vede recapitare il conto della sua permanenza al castello.
I quattro giudici infatti usano il sistema di creare tutta la messinscena proposta ai danni di Alfredo a tutti i turisti facoltosi che hanno la ventura di capitare nel loro castello.
Alfredo paga e va via ma lo attende una bruttissima sorpresa….

La più bella serata della mia vita 4

La più bella serata della mia vita 5

Tratto da un romanzo di Friedrich Dürrenmatt, La panne. Una storia ancora possibile edito nel 1956, La più bella serata della mia vita esce sugli schermi italiani nel 1972, diretto da Ettore Scola e su sceneggiatura dello stesso regista e di Sergio Amidei.
Il film si differenzia molto dal romanzo, e questo non aiuta di certo l’economia del film che si smarrisce per due motivi fondamentali
-Il primo è la presenza di un Alberto Sordi bravo ma strabordante, egocentrico che ingombra con il suo talento finendo per diventare l’elemento accentratore del film e lasciando in disparte tutto il resto; i quattro giudici, francesi non solo per nascita ma anche per flemma, sembrano annichiliti dalla vitalità dell’Albertone;

– il secondo è la mancanza di un ritmo lineare della pellicola, che accelera, decelera e poi sonnecchia per lunghi tratti.
Molte le differenze con il testo teatrale, troppe; se nel film troviamo ancora i quattro giudici che imputano ad Alfredo il delitto da lui commesso ai danni del suo ex principale, alla fine il film si discostra troppo dal finale del testo originale.
Mentre nel romanzo Alfredo sceglie in qualche modo di pagare i suoi errori con un suicidio rituale, nel film le cose cambiano radicalmente ed Alfredo trova la morte in ben altro modo, quindi non scegliendo personalmente l’espiazione, ma subendola dal caso.
Scola, uno dei maestri del cinema italiano, tenta di dare un percorso personale al film, ma alla fine se ne discosta troppo e trasforma la drammaticità del racconto di Dürrenmatt in qualcosa di completamente diverso; Sordi contribuisce in maniera determinante così alla fine manca proprio l’omogeneità al racconto.

La più bella serata della mia vita 6

La più bella serata della mia vita 7

Pure il film non è da bocciare, perchè per alcuni tratti proprio le sue pecche conferiscono un tono di leggerezza al racconto che lo rendono quasi simile ad una commedia.
E qui vale il solito discorso sulle possibilità di adattare con accuratezza testi letterari nati per ben altri scopi; Scola fa come buona parte di coloro che riduce pieces per teatro o letterarie, modifica a suo piacimento senza badare all’aderenza con il testo originale.
Fa bene, fa male?

La più bella serata della mia vita 8

Visto il risultato la risposta sarebbe scontata, ma va anche detto che perlomeno ci prova, discostandosi anche da buona parte della produzione del cinema di inizi anni settanta, quasi sempre poco attento a tematiche “profonde”
Per quanto riguarda i quattro giudici, Scola sceglie i mostri sacri del cinema francese: Michel Simon, Charles Vanel, il meno conosciuto Claude Dauphin e Pierre Brasseur lo ripagano con  interpretazioni quasi in carta carbone.
Poco liberi di muoversi a piacimento, i quattro subiscono lo strapotere di sordi e si limitano a svolgere il loro compitino.

La più bella serata della mia vita 9

Bene invece l’affascinante Janet Agren in un ruolo che l’attrice sente e che svolge nel migliore dei modi.
In ultimo, segnalazioni di merito per le musiche di Armando Trovajoli e per la fotografia di Claudio Cirillo.
La più bella serata della mia vita, di Ettore Scola, con  Janet Agren, Alberto Sordi, Michel Simon, Charles Vanel, Pierre Brasseur, Jean-Claude Dauphin, Claude Dauphin, Bruno Boschetti, Giuseppe Maffioli
Commedia,  durata 108 min. – Italia 1972.

La più bella serata della mia vita banner gallery

La più bella serata della mia vita 10

La più bella serata della mia vita 11

La più bella serata della mia vita 12

La più bella serata della mia vita 13

La più bella serata della mia vita 14

La più bella serata della mia vita 15

La più bella serata della mia vita banner personaggi

Alberto Sordi: Alfredo Rossi
Michel Simon: Avvocato Zorn
Janet Agren: Simonetta
Charles Vanel: Giudice Dutz
Claude Dauphin: cancelliere Bouisson
Pierre Brasseur: Conte La Brunetiere
Giuseppe Maffioli: Pilet

La più bella serata della mia vita banner cast

Regia     Ettore Scola
Soggetto     La panne. Una storia ancora possibile
Sceneggiatura     Ettore Scola, Sergio Amidei
Produttore     Dino De Laurentiis
Fotografia     Claudio Cirillo
Montaggio     Raimondo Crociani
Musiche     Armando Trovajoli
Scenografia     Luciano Ricceri

Citazioni dal romanzo:
“Noi quattro qui seduti a questo tavolo siamo ormai in pensione e perciò ci siamo liberati dell’inutile peso delle formalità, delle scartoffie, dei verbali, e di tutto il ciarpame dei tribunali. Noi giudichiamo senza riguardo alla miseria delle leggi e dei commi.”

“Il suo è un delitto perpetrato in modo così raffinato da essere brillantemente sfuggito, è ovvio, alla giustizia dello stato”

La più bella serata della mia vita flno

La cosa buffa

La cosa buffa locandina
Storia di un amore contrastato tra un maestro elementare (Antonio) e Maria Borghetto, figlia di un ricchissimo uomo d’affari veneziano.
Un amore impossibile, alla luce delle differenti provenienze sociali dei due; Antonio è figlio di gente comune, studia all’università ma senza nessuno stimolo mentre Maria vive la sua realtà fatta di un presente senza problemi particolari, nè economici nè d’altro tipo.
La ragazza ricambia subito l’affetto del ragazzo, ma incontra anche l’assoluta intransigenza dei genitori, nettamente contrari ad un’unione che loro mal vedono.
Per la figlia infatti hanno in serbo ben altri progetti.

La cosa buffa 1
Una deliziosa Ottavia Piccolo è Maria

La cosa buffa 2
Gianni Morandi è Antonio

Antonio sembra anche affetto da problemi con l’altro sesso: infatti dopo un incontro con una strana ragazza ungherese che ha a sua volta un problematico rapporto saffico con una sua cugina, esce frustrato dall’esperienza perchè non ottiene un orgasmo.
Non gli va meglio con Maria; la ragazza, nonostante sua madre vegli continuamente, va a trovare il giovane per concedersi anima e corpo.
Infatti proprio sul più bello arriva la terribile madre della giovane a interrempere l’idilio, con conseguenze prevedibili.
Antonio così riprova con la ragazza ungherese, nuovamente interrotto sul più bello questa volta proprio dall’amante della ragazza.

La cosa buffa 3
Rosita Torosh e Veronique Darel, le cuginette

Sembra una nemesi, quella del giovane; nessuna donna sembra abbordabile, perchè c’è sempre un intoppo a rendere le cose impossibili.
Nel frattempo il padre di Maria decide di corrompere Antonio, arrivando ad offrirgli molti soldi pur di liberarsi dello stesso.

La cosa buffa 4
Un colloquio impossibile

Con un sussulto di dignità, Antonio rifiuta il denaro e deluso ritorna alla sua vita piatta di provinciale.
Tratto dal romanzo di Berto (omonimo) La cosa buffa è realizzato da Aldo Lado nel 1972; lo score precedente a questo film del regista fiumano parla di opere altalenanti.
Passato dall’incerto  La corta notte delle bambole di vetro del 1971, opera d’esordio come regista a Chi l’ha vista morire? ottimo thriller dell’anno successivo, Lado si cimenta con una riduzione cinematografica di un romanzo graffiante di Berto.
Che non fosse aria lo si capisce immediatamente dalla sceneggiatura; laddove il romanzo di Berto punta l’indice sulle difficoltà di relazione tra giovani, divisi anche da cultura e ceto sociale, uniti solo dalle tempeste ormonali e dalla difficile ricerca di un equilibrio personale, Lado non si capisce bene dove vada a parare.

La cosa buffa 5

Il film infatti a tratti diventa irritante, come il protagonista assoluto della storia, quell’Antonio che sembra il prototipo del vitellone di provincia che arriva in città convinto di fare strage e che finirà amaramente per tornarsene con le pive nel sacco.
Diventa irritante perchè Lado caratterizza in negativo il personaggio, ben più di quanto faccia Berto nel romanzo e in più affida il ruolo di interprete del maestro/studente a Gianni Morandi, passato dalle canzonette e dai musicarelli a ruoli cinematografici che mostra con chiarezza di non saper o poter padroneggiare.
Così il film si immalinconisce e ben presto perde efficacia e sopratutto smarrisce la rotta.

La cosa buffa 6

La forte criticità e l’ironia di Berto vengono stravolte dal regista e trasformate in qualcosa di indistinto: la bravissima Ottavia Piccolo si trova a gestire un ruolo la cui sceneggiatura sembra tagliata più che con l’accetta con un Black and Decker.
Un film scollato, in pratica.

La cosa buffa 7
La cosa buffa 15

Perchè l’atmosfera creata da Berto, la cosa buffa che poi buffa non è e che ha tutto il sapore della tragicità si trasforma sotto la regia di Lado in una cosa quasi comica, o sarebbe meglio dire tragicomica.
Si, d’accordo che un film non può mai rendere l’atmosfera di un romanzo per i motivi mille volte citati, ma stravolgerne completamente il significato limitandosi a riprendere solo i personaggi per renderli involontariamente (quanto involontariamente?) ridicoli è operazione poco lusinghiera.
Dal naufragio in cui ben presto viene a trovarsi il film si salva solo la brava e bellissima Ottavia Piccolo; il suo candore ben si mescola (parlo del film) ai primi pruriti sessuali , che sono quasi assenti nel romanzo.

La cosa buffa 11

La Piccolo si adegua e tira fuori un personaggio ben caratterizzato e credibile, pur nel quadro poco credibile del film.
Naufragio ben più pesante per Morandi, impacciato e poco espressivo, alle prese con un personaggio non nelle sue corde (ma in realtà qual’era il personaggio adatto a lui, cinematograficamente?)
Bene Giusy Raspani Dandolo, bella e sexy Rosita Torosh ovvero la cugina lesbica di Marika, la ragazza ungherese.
In ultimo, citazione per la solita affascinante Venezia, una delle location più usate durante gli anni settanta (ripescata da Lado dopo il successo di Chi l’ha vista morire?), musiche non proprio memorabili del grande maestro Morricone.

La cosa buffa 14

La cosa buffa, un film di Aldo Lado. Con Angela Goodwin, Gianni Morandi, Ottavia Piccolo, Dominique Darel, Giusi Raspani Dandolo, Fabio Garriba, Riccardo Billi, Luigi Casellato, Claudia Giannotti, Rosita Torosh
Commedia,  durata 108 min. – Italia, Francia 1972.

La cosa buffa banner gallery

La cosa buffa 13

La cosa buffa 12

La cosa buffa 9

La cosa buffa 10

La cosa buffa banner personaggi

Gianni Morandi     …     Antonio
Ottavia Piccolo          …     Maria Borghetto
Angela Goodwin          … La padrona della pensione
Fabio Garriba          …     Benito
Claudia Giannotti         … La sorella di Antonio
Nino Formicola         … Il padre di Antonio
Rosita Torosh         …     Vera , la cugina di Marika
Luigi Casellato          …     Amedeo il barbiere
Riccardo Billi         … Il papa di Maria
Ilario Borghetto – La sorella di Maria
Dominique Darel         …     Marika
Giusi Raspani Dandolo          … La madre di Maria

La cosa buffa banner cast

Regia di Aldo Lado
Dal romanzo omonimo di Giuseppe Berto
Sceneggiatura di Alessandro Parenzo e Aldo Lado
Prodotto da Giovanni Bertolucci
Musiche di Ennio Morricone

La cosa buffa foto 1Il regista del film, Aldo Lado

La cosa buffa foto 2Il romanzo di Giuseppe Berto

La cosa buffa foto 4La soundtrack di Morricone

Reazione a catena (Bay of blood)

Reazione a catena locandina

Una villa situata all’interno di una baia deserta e semi-selvaggia è teatro di una serie di tragici avvenimenti.
La struttura è di proprietà della  contessa Federica Donati, che vi vive in completo ritiro in compagnia del marito.
Una sera l’anziana contessa viene uccisa da una mano misteriosa; la donna è costretta a infilare la testa in un cappio, morendo così strangolata.
L’assassino ( lo sappiamo subito) è stato il marito, ma ben presto il quadro muta direzione, perchè anche l’uomo viene ucciso, colpito da un killer che lo accoltella.
Un nuovo cambio di scena introduce un altro personaggio; si tratta di Franco Ventura, un architetto speculatore che altro non attendeva che la morte della contessa Donati per poter avviare un processo di cementificazione a scopo turistico della baia, cosa alla quale la vecchia contessa si era sempre opposta.

Reazione a catena 10
Laura Betti è Anna Fossati

Reazione a catena 13Claudine Auger interpreta Renata Donati

Ventura, dopo aver salutato la sua amante Laura, si avvia verso la baia, forte anche della mancanza di sospetti della polizia, che ha archiviato il caso come suicidio, avendo ritrovato un biglietto in cui la contessa annunciava il suicidio (evidentemente falso) e non avendo trovato traccia del marito.
Nel frattempo nella baia arrivano quattro ragazzi, due maschi e due ragazze straniere, venuti a passare una giornata di relax; una di queste giovani, mentre fa il bagno rimane incastrata in una corda alla sommità della quale è legato il corpo del marito della contessa Donati.

Reazione a catena 8
Un altro efferato omicidio

La ragazza, spaventata a morte, fugge nuda per l’imbarcadero e poi verso la boscaglia, ma qui viene raggiunta dal misterioso assassino e uccisa brutalmente a colpi di falce.
Stessa sorte tocca i restanti ragazzi; l’assassino dopo essersi liberato uccidendolo di uno dei giovani, uccide gli altri due ragazzi con un tremendo colpo di lancia mentre i due sono impegnati in un rapporto sessuale.
Sulla tragica baia arrivano altri personaggi; sono Renata Donati, figlia dei due morti assassinati e suo marito Alberto con i due figli, un bambino e una bambina.

Alla donna viene immediatamente riservato uno choc.
Nella barca del pescatore Simone infatti trova il corpo del padre, coperto da un grosso polipo; il pescatore si giustifica dicendo di averlo appena pescato, ma le cose sono destinate a complicarsi ulteriormente.
Nella villa dell’architetto Ventura la giovane Renata scopre con orrore la presenza dei corpi dei quattro ragazzi massacrati, e riesce a sfuggire all’uomo che la assale con un’accetta.

Reazione a catena 17
I due figli di Alberto e Renata, interpretati dai bravissimi Renato Cestiè e Nicoletta Elmi

Dopo averlo ferito con un paio di forbici, Renata fugge verso suo marito.
Ancora un arrivo imprevisto; è quello di Anna, moglie di Paolo Fossati (entomologo) una coppia che vive nella baia.
Per pura casualità Anna scopre i cadaveri nella villa di Ventura, ma finisce orrendamente decapitata, mentre suo marito Paolo viene ucciso dal marito di Renata per timore che chiami la polizia e riferisca ciò che ha visto.
Ad uccidere Anna infatti è stata Renata.
Perchè?
Lo apprendiamo da due brevi flashback.
Prima però assistiamo all’arrivo sulla scena del delitto di Laura, l’amante di Ventura, che la invita ad andare da Simone.
Simone in realtà è  il figlio naturale della contessa Federica Donati; è stato lui ad uccidere la madre e il patrigno simulando il suicidio della contessa e occultando il cadavere del patrigno stesso, uccidendo in seguito i quattro sventurati ragazzi che avevano scoperto il corpo dell’uomo.
Il tutto per poter vendere la licenza edilizia della baia a Ventura; ma Simone capisce che Laura e Ventura lo hanno manipolato.

Reazione a catena 9
L’ormai celebre fotogramma della morte dei due ragazzi

Uccide così la donna, ma viene a sua volta abbattuto da Alberto.
I due diabolici complici sembrerebbero averla fatta franca, ma c’è l’ennesimo colpo di scena in arrivo….
Reazione a catena di Mario Bava (girato nel 1971) è un film complesso con una struttura a mosaico e una trama ampia e purtroppo a tratti anche farraginosa e confusa.
Se da un lato vanno esaltati quelli che sono i pregi del film, ovvero la sua crudezza nel mostrare i dettagli più efferati dei vari delitti che si susseguono, la solita accurata ricercatezza tipica di Bava nella fotografia, l’impeccabile recitazione del cast molto ben assortito, dall’altro non si può non notare una certa approssimazione nello svelare i retroscena che portano i vari protagonisti (tutti in qualche modo indissolubilmente legati fra loro) a scannarsi per il solito vil denaro.
Ma a Bava probabilmente la cosa interessava poco; il film mostra una misoginia, un’amarezza e una visione cinica della realtà che a ben vedere sono l’asse portante della pellicola.

Reazione a catena 1
La morte della Contessa

nessuno dei personaggi che incontriamo nel film merita una lacrima o un banale “peccato” man mano che assistiamo all’orgia di sangue scatenata dalla morte della vecchia contessa.
Sono tutti personaggi negativi, il marito della contessa e l’avido Ventura, l’assassino Simone e i due terrificanti coniugi Renata e Alberto e in ultimo anche i due figli della coppia, che assicureranno una giustizia sommaria chiudendo il cerchio, con quei due sorrisi luciferini che spuntano sui loro volti infantili quando sparano ai genitori.
Un’umanità malata, quindi, vittima del desiderio di possesso e di ricchezza, un’umanità che paga però con la vita le proprie debolezze.
Sono tutte morti slasher, violentissime, con primi piani che in fondo hanno fatto la storia del cinema thriller/giallo, stabilendo dei canoni che saranno replicati all’infinito dai tantissimi epigoni che il film vanterà.

Reazione a catena 2

Bava gioca con gli effettacci, distribuisce morti ammazzati a tutto spiano ;alla fine di tutti i protagonisti restano vivi solo i bambini che innocenti non sono, perchè ammazzano i loro genitori non sappiamo quanto per gioco e quanto per crudele e innata malvagità.
Memorabili le sequenze dell’impiccagione della vecchia contessa, della morte della ragazza uccisa da una falce (Brigitte Skay) con i particolari in primo piano e poi l’apoteosi dei due morti trafitti in un colpo solo mentre fanno l’amore. Da citare anche il rinvenimento del corpo del vecchio conte in una barca, con il volto coperto da un polpo.
Il finale  mostra un Bava amarissimo, come amaro era stato nello svolgimento del film stesso; per capire la rivoluzione copernicana del Bava di questo film basta pensare a quello che era stato il suo film precedente, 5 bambole per la luna d’agosto (1970) da lui poco amato e va detto, anche dal suo pubblico.

Reazione a catena 3

Reazione a catena 5
Reazione a catena 6

Reazione a catena 4

Brigitte Skay

E’ un Bava ormai maturo, cinico e disincantato, che all’età di 56 anni ha ormai la possibilità di esprimersi come crede.
Ed è anche fortunato, il regista ligure perchè per una volta viene lasciato libero di comporre e scomporre, di adattare e riadattare senza il solito fiato sul collo del produttore che premeva per il lavoro finito.
In condizioni ideali, il regista produce uno dei primi 5 film thriller italiani di sempre, che ispirerà altri registi e che farà da caposcuola a tanti prodotti successivi.
Qualche nota sul cast: tutti decisamente bravi dalla Auger a Pistilli, passando per Laura Belli e Leopoldo Trieste.
Da segnalare la giovanissima Nicoletta Elmi, che interpreterà diversi film del genere giallo.

Reazione a catena,un film di Mario Bava. Con Luigi Pistilli, Claudine Auger, Isa Miranda, Claudio Volonté, Anna Maria Rosati, Leopoldo Trieste,Chris Avram, Brigitte Skay
Horror, durata 81 min. – Italia 1971

Reazione a catena banner gallery

Reazione a catena 7

Reazione a catena 11

Reazione a catena 12

Reazione a catena 14
Reazione a catena 15

Reazione a catena 16

Reazione a catena banner protagonisti

Claudine Auger: Renata Donati
Luigi Pistilli: Alberto
Laura Betti: Anna Fossati
Claudio Volonté: Simone
Leopoldo Trieste: Paolo Fossati
Isa Miranda: Federica Donati
Chris Avram: Franco Ventura
Anna Maria Rosati: Laura
Brigitte Skay: ragazza che si tuffa
Paola Rubens: ragazza trafitta
Roberto Bonanni: Roberto
Guido Boccaccini: Luca
Giovanni Nuvoletti: conte Filippo Donati
Nicoletta Elmi: figlia di Alberto
Renato Cestiè: figlio di Alberto

Reazione a catena banner cast

Regia     Mario Bava
Soggetto     Franco Barberi, Dardano Sacchetti
Sceneggiatura     Mario Bava, Filippo Ottoni, Joseph McLee, Sergio Canevari (non accreditato), Francesco Vanorio (non accreditato)
Produttore     Giuseppe Zaccariello, Fernando Franchi
Fotografia     Mario Bava
Montaggio     Carlo Reali
Effetti speciali     Carlo Rambaldi
Musiche     Stelvio Cipriani
Scenografia     Sergio Canevari
Costumi     Enrico Sabbatini
Trucco     Franco Freda

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Ci sono cose notevoli (fotografia da urlo, musica godibile, inquadrature eccezionali, immagini indimenticabili), ma i passaggi della trama sono svolti in maniera talora confusa, o frettolosa, problema che una seconda visione non risolve più di tanto. Il celebrato finale mi sembra incollato (e pure male) col nastro adesivo. Cast godibile, con qualche presenza non proprio centrata (Brigitte Skay che fa la ragazzina…), ma col grande Leopoldo Trieste (doppiato da Amendola!). Certo è che entomologi e oggetti acuminati ricordano qualcosa di antico…

La “Reazione a Catena” è quella innescata dal desiderio di ereditare, che spinge un gruppo di loschi personaggi a compiere azioni inimmaginabili. Nessuno è quello che appare e soprattutto nessuno è meritevole di vivere. È un Bava nerissimo, quello che firma il primo splatter italiano, dietro suggerimento di Dardano Sacchetti (qua al suo primo vero lavoro -dopo Il gatto a nove code – in sede di sceneggiatura); dove non c’è scampo, dove l’economia della storia (“Ecologia del Delitto” ed “Antefatto” sono i titoli alternativi) porta inevitabilmente alla morte.

Bava scatenato in uno dei suoi capolavori. La trama è solo un pretesto per un efferato commentario sociale e, soprattutto, per un saggio di virtuosismo. Con nonchalance da gran signore il Maestro butta là una citazione di Borges (!) affidata a Chris Avram (!!), risolvendo in trenta secondi e due inquadrature un corto circuito fra cultura alta e popolare su cui altri hanno scritto tomi pallosissimi. Grandi Trieste e la Betti, peccato (si fa per dire) per il doppiaggio, tanto più che nella versione inglese Trieste si doppiò da sè.

Discreto thriller piuttosto splatter, girato con mestiere ma con qualche ingenuità, che fa dell’ambientazione e proprio delle scene più violente e sanguinarie i suoi punti di forza. La sceneggiatura invece, abbastanza sconclusionata, non aiuta lo spettatore, che può però contare su alcune caratterizzazioni interessanti e riuscite, come quelle dei coniugi, lui appassionato d’insetti e lei di occulto, che nonostante rasentino la macchietta, danno colore e carburante alla pellicola. Il finale lascia parecchio di stucco (una sorta di tragica burla). Un’occhiata, comunque, la merita di certo.

Misantropo e splatter, il vertice dell’arte più delirante di Bava, nonché prototipo del fortunato filone slasher. Zoom onnipresente, soggettive e primi piani a iosa e splendida fotografia. Omicidi efferatissimi e fantasiosi, poi ripresi pari pari in altri film, come Venerdì 13 e Tenebre. Finale spiazzante e cinico, all’insegna dello humour più nero. I personaggi sono insetti insignificanti e senz’anima, in balia della Morte, ma le caratterizzazioni dei rispettivi attori, comunque, molto buone.

Strepitoso thriller di Bava in cui il regista romano è al suo meglio. Un vero e proprio capolavoro del genere slasher, amato, imitato e straimitato da tantissimi registi americani e non. Basti vedere come la serie “Venerdi 13” (un esempio su tutti: l’assassinio della coppia che copula) saccheggi a piene mani da questo gioellino della nostra cinematografia del brivido. Per l’epoca fu un notevole choc visivo: il sangue, infatti, scorre a fiumi. In più, rispetto ai suoi epigoni, Bava colora il suo film con note di ironica e corrosiva cattiveria.

Faide familiar-commerciali attorno alla proprietà di un ameno laghetto, con morti a go-go, preferibilmente tramite accettate. Come spesso accade in film di questo tipo, i personaggi principali sono quasi tutti più o meno ambigui e/o antipatici, tanto da alimentare i sospetti nei loro confronti, mentre i comprimari/carne da macello assicurano la dose di tette nude e sesso facile. Alcuni omicidi sono piuttosto truculenti, ma la trama è inutilmente complicata, il livello della recitazione scarso (si salvano Betti e Trieste, coppia stramba)

Film fondamentale, ma non per questo riuscito al 100%. Fondamentale perché rappresenta il primo esempio di quello che negli anni a venire sarà un filone di grande successo di pubblico: il cosiddetto “slasher”. Una serie di omicidi legati uno all’altro da un esile sviluppo narrativo. Non riuscito al 100% perché proprio la trama è la parte debole del film, anche se indubbiamente, in pellicole di questo genere, non è la cosa fondamentale. Forse visto all’epoca della sua uscita poteva essere maggiormente apprezzato. Comunque da vedere.

Fondamentale. Il film che ha ispirato decine di successivi slasher movie americani, diretto dal nostro genio Mario Bava, che dirige un film sanguinosissimo con delitti feroci per l’epoca e che funzionano ancora (memorabile la testa tagliata alla Betti), ma che soprattutto gode della particolarissima costruzione della storia: una vera e propria reazione a catena. Ineccepibile anche il cast e lo score di Stelvio Cipriani. Essenziale.

Il più bel film di Bava e uno dei migliori thriller italiani. Regia e fotografia sono di livelli altissimi: non c’è un’inquadratura fuori posto e ogni singola scena riesce in qualche modo a dire qualcosa di interessante. La sceneggiatura, crudele ma innovativa, procede in un crescendo di cattiverie che culmina in un finale tanto ironico quanto cinico (e sicuramente imprevedibile). Perfetto il cast e bellissima la colonna sonora di Cipriani, ricca di temi e incredibilmente adatta al film.

Quanto a varietà di omicidi e componente visionaria siamo dalle parti di Argento. Bava ci aggiunge una guida degli attori degna di questo nome (vedi Pistilli e Trieste), location e musiche di sicuro effetto, un filo logico tirato ma che non si spezza. Difetta piuttosto nel montaggio e nella cura dei dettagli, tipo la Skay che muore e respira ancora (il pancino la tradisce). Diciamo che gestire tredici omicidi così poliedrici porta a trascurare cose più banali..

Film seminale, ma per una mala razza come Venerdì 13. Ciò non toglie che sia un film genialoide, con degli ammazzamenti magistrali e per l’epoca inediti (il polpo sulla faccia del defunto Nuvoletti…). Un tocco di ironia finale mette pace a tanti adulti cattivi e bramosi; può sembrare ridicolo ma in realtà è la strizzata d’occhio amara di un piccolo genio del cinema che, senza accorgersene, sarà padre di tanti altri autori (da Argento – il peggiore – fino ad Almodovar e Tarantino – il migliore).


Un Bava scatenato se ne infischia della logicità e nessi narrativi, per offrirci una sarabanda infernale di omicidi. È un film molto divertente e molto splatter, con effetti speciali (curati da Carlo Rambaldi) che ancora oggi lasciano stupiti per il loro realismo. Dalla sua ha anche un cast di tutto rispetto, impensabile per una produzione italiana di oggi. Ma dove è veramente magnifico è nella resa fotografica: carrelli e zoomate creano delle soluzioni quasi optical. È soprattutto un film da guardare, da “percepire” sulla pelle. È nato lo slasher.

Molto bello. Ha ispirato (si nota sopratutto la scena dell’amplesso finito… male) molti film d’oltreoceano ma come al solito ingiustamente ha avuto meno successo. Ottimo il cast, bella fotografia, ottime le scene degli omicidi… Unica pecca? Il finale.

Galeotta fu la baia. Delitto su delitto, per uomini e donne senza scupoli. Così tanto, da indurmi a rifiutare qualsivoglia verosimiglianza. Reazione a catena, una catena intricata, ma che conduce allo stesso lucchetto. Un destino beffardo, che premia l’inconsapevolezza e l’ingenuità, l’anti premeditazione a scopo di lucro. Ecologia di un delitto, l’interazione poco amichevole tra uomini e ambiente, ma soprattutto tra uomini e uomini, col danaro terzo incomodo. Delitti, mutilazioni e fendenti vari ammirevoli per fantasia. **1/2

Primo slasher della storia del cinema: banale nella trama, efferato e seriale nei delitti. Bava tiene a cuore l’aspetto moralistico. Sin dall’inizio crea analogie tra uomini e insetti, così che anche il secondo titolo del film (Ecologia del delitto) acquisti un senso. La pellicola presenta un forte utilizzo dello zoom, abbinato ad un continuo fuoco/fuori fuoco. In tal modo, Bava mostra e non mostra, afferma e poi nega, come nell’inquietante finale ribaltato. Film che dà la spinta a Venerdì 13 di Sean Cunningham e allo slasher in genere.

Cattivo e a tratti ironico; non si può per questo film non riconoscere a Bava di aver dato un contributo fondamentale ad un genere (o filone che sia) che col tempo ha mostrato sempre meno cose e che già qui ha messo in evidenza i punti deboli. Non si può non riconoscere un ottimo impianto visivo ma anche concettuale, in questa festa di omicidi dove il delitto brutale assume un aspetto raffinato ed elegante, tutto materiale che assorbirà Argento. Ma troppi sofismi e troppo pensiero rendono pesante e poco interessante una trama debole di suo.

Reazione a catena foto 3

Reazione a catena foto 2

Reazione a catena foto 1

La soldatessa alle grandi manovre

La soldatessa alle grandi manovre locandina

Il colonnello Fiaschetta e il generale Barattoli si apprestano alle grandi manovre; il primo comanda le armate Azzurre, il secondo le armate Verdi.
Mentre tutto è pronto per l’importante avvenimento, nella caserma comandata da Fiaschetta, militare più per tradizione e per volontà materna che per intima convinzione arriva la splendida dottoressa Eva Marini.

La soldatessa alle grandi manovre 13

Renzo Montagnani

La donna ha ricevuto dal comando un incarico inusuale e delicato; svolgere un’inchiesta segreta sui comportamenti sessuali dei  militari.
Coadiuvata da due militari decisamente inadatti al nuovo compito, Alvaro e Salvatore, la dottoressa Marini si appresta a svolgere il suo incarico.

La soldatessa alle grandi manovre 14

Gianfranco D’Angelo

Ben presto scopre anche alcuni altarini, come quello del militare Gianluca Capretti, dedito più alla vita da bohemienne che a quella del soldato.
La bella dottoressa si ritrova anche a dover aiutare Don Pagnotta, un volenteroso parroco del paese che aiuta nei limiti del possibile i ragazzi orfani del paese.
Nel frattempo iniziano le grandi manovre e il reparto degli azzurri, capitanati da Fiaschetta, hanno subito la peggio; Eva è convinta che qualcuno all’interno del reparto stia favorendo l’armata verde, e che questo qualcuno sia ovviamente il playboy Gianluca.

La soldatessa alle grandi manovre 2

La soldatessa alle grandi manovre 1
“Elvira, ma che ti è successo che hai la faccia tutta gonfia?”

Inaspettatamente, proprio tra Eva e Gianluca nasce una love story.
I due, con un colpo di fortuna, riescono a catturare il generale Barattoli decretando la vittoria dell’armata azzurra, con somma costernazione di Fiaschetta che dall’inizio aveva sabotato la sua armata per evitare proprio di vincere.
L’uomo invece verrà promosso…..
La soldatessa alle grandi manovre, film del 1978 diretto da Nando Cicero segna il compimento della trilogia “militare” del regista nato ad Asmara.

La soldatessa alle grandi manovre 3

Edwige Fenech

Infatti, dopo La Dottoressa Del Distretto Militare (1976) e La soldatessa alla visita militare (1977) il regista torna a dirigere il collaudato cast che includeva la Fenech, Vitali e D’Angelo nel primo film, di nuovo la Fenech e Montagnani nel secondo completando la sua personale trilogia con un prodotto senza infamia e senza lode.
Prodotto sicuramente meno becero e triviale di tanti altri cloni del genere commedia sexy, in cui effettivamente qualche sprazzo di divertimento si riesce anche a goderselo.

La soldatessa alle grandi manovre 15

Cicero era un regista di buona mano e di discrete doti e ancora una volta dimostra di trovarsi a suo agio con un genere che lo vide sicuramente protagonista, prima della chiusura della sua carriera con il famoso W la foca.
In questo film, sorretto da una sceneggiatura accettabile (nei limiti di un film appartenente al genere commedia sexy, ovviamente), Cicero dirige la solita squadra di ottimi caratteristi riprendendo i due personaggi principali del precedente La soldatessa alla visita militare, ovvero la dottoressa Eva Marini e il colonnello Fiaschetta, con l’aggiunta della presenza del soldato Alvaro Quattromani.

La soldatessa alle grandi manovre 4

I tre, nell’ordine Edwige Fenech, Renzo Montagnani e Alvaro Vitali sono protagonisti di gag a volte scurrili (marchio di fabbrica di un certo tipo di commedia sexy) a volte esilaranti, mentre è da segnalare la presenza di Lino Banfi in un ruolo non usuale, quello del bravo parroco che tenta in tutti i modi di aiutare i bimbi del paese.

La soldatessa alle grandi manovre 5

La soldatessa alle grandi manovre 6

Forse alla fine è proprio il personaggio interpretato da Banfi a riuscire più convincente, in virtù della simpatia che l’attore pugliese riesce a trasmettere a Don Pagnotta, prete di quelli veri, da trincea.

La soldatessa alle grandi manovre 7

Ovviamente è inutile immergersi in disquisizioni di qualsiasi genere sulla pellicola; questi film, spesso girati in poche settimane, con location spartane e con trame ridotte all’osso, non avevano alcuna ambizione particolare, se non quella di raccattare qualche lira.
Come già detto, La soldatessa alle grandi manovre non è nemmeno uno dei peggiori, come del resto dimostra la buona accoglienza che riservò il pubblico alla pellicola di Cicero;

La soldatessa alle grandi manovre 12

qualche risata scappa, come nell’occasione in cui Eva e Gianluca, divenuti amanti, fanno prigioniero lo sventurato generale Barattoli preda di imbarazzanti problemi viscerali.
In ultimo segnalo la presenza di due caratteristi davvero bravi, anche se diversissimi fra loro: Antonino Faa Di Bruno, che interpreta il generale Barattoli in maniera talmente prefetta da sembrare davvero un generale e Salvatore Baccaro, che sarebbe scomparso prematuramente sei anni dopo.

La soldatessa alle grandi manovre, un film di Nando Cicero. Con Edwige Fenech, Renzo Montagnani, Gianfranco D’Angelo, Alvaro Vitali, Nino Terzo,Tiberio Murgia, Enzo Maggio, Lino Banfi, Jacques Stany, Michele Gammino, Lucio Montanaro, Milly Corinaldi, Renato Malavasi, Renzo Ozzano
Erotico, durata 96 min. – Italia 1978.

La soldatessa alle grandi manovre banner gallery

La soldatessa alle grandi manovre 11

La soldatessa alle grandi manovre 10

La soldatessa alle grandi manovre 9

La soldatessa alle grandi manovre 8

La soldatessa alle grandi manovre banner personaggi

Edwige Fenech     …     Dottoressa Eva Marini
Renzo Montagnani …     Colonnello Fiaschetta
Alvaro Vitali …                Alvaro
Michele Gammino …     Gianluca Capretti
Lucio Montanaro   …      Salvatore
Enzo Monteduro …     Calogero
Nino Terzo     …     Infermiere
Antonino Faa Di Bruno     …Generale Barattoli
Renzo Ozzano          … Il sergente
Rita Di Lernia         … La Leoparda
Salvatore Baccaro      … Crispino
Jacques Stany … Capitano
Lino Banfi     …     Don Pagnotta
Gianfranco D’Angelo     … Capitano medico
Grazia Di Marzà  …     Madre di Fiaschetta
Tiberio Murgia    …     Carmelo, il capostazione
Jimmy il Fenomeno    …     Soldato scemo

La soldatessa alle grandi manovre banner cast

Regia: Nando Cicero
Sceneggiatura: Annie Albert, Nando Cicero e Fiorenzo Fiorentini
Produzione: Luciano Martino    .
Musiche: Piero Umiliani
Editing: Daniele Alabiso

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Il Pasolini della commedia sexy, alias Nando Cicero, porta sullo schermo una comicità che potremmo definire viscerale quando non caricaturale: rappresentata da attori brutti, sporchi e squilibrati, ma risollevati (non solo nell’animo) dalla presenza di una dottoressa (finta tonta) di nome Eva Marini (la Fenech). Naturale proseguimento de La Dottoressa del distretto militare, si distingue per le presenze di Renzo Montagnani, Tiberio Murgia (il Capostazione), Nino Terzo (il balbuziente) e Michele Gammino (in seguito attivissimo doppiatore).

Evidentemente, l’unione fa la forza, almeno in questo caso, visto che, nonostante un copione che oscilla tra la barzelletta e la gag di livello medio basso, il fatto che ci siano molti caratterirti e che ognuno spari le sue cartucce (spesso esigue), permette allo spettatore di sorridere qua e là (e per un film come questo non è poco), grazie soprattutto a D’Angelo (medico militare), cinico e pazzoide, col suo aiutante (Nino Terzo), che sembra un po’ l’Igor, ma quasi afono, di Frankenstein. Anche Montagnani si sbatte, ma è meno divertente, mentre di Vitali, come di Jimmy, basta la faccia.

L’apoteosi ciceriana della sua trilogia militare. Un film rozzo, povero, sia di contenuti che di set (praticamente inesistenti), si respira per tutto il tempo un’aria di degrado a tutti i livelli. Quasi un film marcio, morboso, con personaggi sgradevoli, un’infinita galleria di freaks che trova nella Leoparda il suo climax. Oggetti scatologici assurdi (la pritera) per una comicità scatologica e malsana. Sembra quasi un annuncio di Ciprì e Maresco. “Scneggiatura” a stripes miracolosamente funzionante. Si ride, ma sono risate putrefatte. Cast ottimo. Sociologico.

Terzo e ultimo film del filone Soldatesse inaugurato dallo stesso Cicero. Si avvale come sempre di eccellenti caratteristi di buon nome quali Montagnani, Terzo, Murgia e Ozzano e di una bellezza mozzafiato qual era la Fenech. La storia, i personaggi e le gag sono le stesse, immutabili, ma almeno non ci si annoia e, anzi, alla fine ci si diverte pure (e questo è quello che conta).

Qualità delle gag solita, tra barzellette pessime e scenette di un umorismo imbarazzante; le battute di D’Angelo medico non mi piacciono e che dire degli spari dal sedere di Vitali… C’è però da precisare che al contrario di molte altre commedie del genere ambientate in campi militari, come quella del distretto dello stesso Cicero e di altri film, l’unione di caratteristi minori (alcuni quasi anonimi) come Nino Terzo, Tiberio Murgia ma soprattutto Baccaro e Jimmy (in una comparsa più lunga del solito) regala momenti esilaranti.

Commedia superiore a La soldatessa alla visita militare e una delle migliori della premiata ditta “Fenech, Vitali & co.”. Il tenente Eva Marini torna alla carica con tutta la sua sensualità pronta a farsi strizzare dal contendente di turno e a dimostrarci che una bella coppia di tette non sono un’opinione; lo splendido cast recita bene (si segnalano un Banfi “clericale” e un Dr. D’Angelo – mal sfruttato – ancor più sadico di prima) e anche Montagnani adesso funziona nel ruolo del Colonnello, a differenza di quanto accadde nel film di cui sopra.

La soldatessa alle grandi manovre locandina 1

La soldatessa alle grandi manovre lobby card 2

La soldatessa alle grandi manovre lobby card

La soldatessa alle grandi manovre foto 4

La soldatessa alle grandi manovre foto 3

La soldatessa alle grandi manovre foto 2

La soldatessa alle grandi manovre foto 1

La soldatessa alle grandi manovre locandina 2