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Feast of Love

Harry e Bradley,Diana e David, Kathryn e Chloe, Jenny e Margaret.
Sono le persone comuni le cui vite ordinarie in poco tempo si intrecciano con un punto di aggregazione, il bar di Bradley.
Che è il ritrovo di Harry, un professore in pausa di riflessione sul suo lavoro e sulla sua vita privata, sconvolta dalla morte del figlio,un medico di 32 anni con problemi di droga ed è il luogo di lavoro di Oscar, un giovane con un recente passato di tossicodipendenza e un presente occupato dalla ingombrante figura del pipistrello, com’è soprannominato il padre, un ubriacone violento abbandonato anche dalla moglie.
Il bar è di proprietà di Bradley, una specie di artista mancato un po trasognato,tanto da non notare il disagio di sua moglie Kathryn,che si innamora a prima vista durante una gara di softball di un’altra atleta, Jenny. La donna lascia il marito, rimproverandogli la scarsa attenzione nei suoi confronti, lasciando Bradley nello sconforto più totale.


Nel frattempo Oscar si innamora,ricambiato,della bella Chloe scontandosi con suo padre violento come sempre;le storie si ingarbugliano,perchè Bradley conosce l’affascinante agente immobiliare Diana, se ne innamora all’apparenza ricambiato. In realtà la donna ha una relazione con un uomo sposato e anche dopo aver accettato di sposare Bradley continua a frequentarlo, incurante della disapprovazione
del suo amante. I percorsi di vita di tutti continueranno ad avere punti di contatto,quasi per una nemesi prestabilita: Bradley, sempre più in crisi troverà finalmente la donna giusta in modo assolutamente casuale,mentre le vite di Harry,Oscar e della dolce Chloe avranno un cambiamento stabilito dal fato…
Le azioni umane e le relazioni della cosi detta gente comune sono dettate dal destino, aldilà anche delle scelte personali; in estrema sintesi è questa una delle chiavi di lettura di Feast of Love, film diretto nel 2007 dal regista e sceneggiatore statunitense Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di Charles Baxter; l’altra è la complessa alchimia dell’amore oltre alla difficoltà della coppia di saper mescolare gli ingredienti necessari al delicato equilibrio che il sentimento richiede.


Un film che esplora le vite di alcune persone assolutamente normali,dove per normali si intendono uomini e donne che incontri tutti i giorni; gente con una vita regolare, con ogni individuo alle prese con i classici problemi della vita. Bradley per esempio è un entusiasta, allegro e simpatico,ma svagato, distratto, tanto da non accorgersi del profondo disagio della moglie della quale non sa cogliere alcuni importanti segnali, fra i quali il principale e l’attrazione fatale della stessa per un’altra donna. Un errore che l’uomo ripete, questa volta per leggerezza, con la volubile Diana, forse il personaggio meno convincente del film, la donna che mantiene una relazione di lunga data con un uomo sposato (che in fondo ama)
ma che non esita a sposare Bradley per motivi non chiaramente espressi. Henry è un uomo di cultura, dallo spirito sarcastico, conseguenza della disillusione seguita alla morte dell’unico figlio e compensata solo dall’amore di Esther,sua moglie; pure Henry
diverrà fondamentale per Chloe,quando la vita di quest’ultima sarà messa a dura prova.


La pellicola forse non ha molta profondità.
E il motivo è legato proprio alla difficoltà di esplorare le personalità di troppi soggetti, con la conseguenza di apparire superficiale. Però siamo di fronte ad un peccato veniale,perchè proprio per la sua struttura il film si presta più ad un discorso corale che soggettivo.
Molto bene assortito il cast,con la presenza del solito grande Morgan Freeman (che è anche la voce narrante del film) che interpreta Henry, mentre più defilata ma sempre brava è Jane Alexander che interpreta sua moglie Eshter; bella e talentuosa Alexa Davalos (Chloe) già ammirata nella serie tv The Man in High Castle.
Bella e affascinante Rahda Mitchell, nei panni di Diana mentre gigioneggia (con profitto) Greg Kinnear che interpreta Bradley.
Una pellicola gustosa,con una sottile amarezza e un pizzico di goliardia,che vale la pena di vedere.

Feast of Love

Un film di Robert Benton. Con Morgan Freeman, Greg Kinnear, Radha Mitchell, Jane Alexander , Alexa Davalos,Toby Hemingway, Selma Blair, Billy Burke Drammatico, durata 102 min. – USA 2007.

Morgan Freeman: Harry Stevenson
Greg Kinnear: Bradley Thomas
Radha Mitchell: Diana
Billy Burke: David Watson
Selma Blair: Kathryn
Alexa Davalos: Chloe
Toby Hemingway: Oscar
Stana Katic: Jenny
Erika Marozsan: Margaret Vekashi
Jane Alexander: Esther Stevenson
Fred Ward: Bat

 

Renato Mori: Harry Stevenson
Roberto Chevalier: Bradley Thomas
Michele Gammino: Bat
Laura Facchin: Chloe
Roberta Greganti: Margaret
Rossella Acerbo: Kathryn
David Chevalier: Oscar
Sabrina Duranti: Diana
Antonio Sanna: David Watson
Irene Di Valmo: Jenny
Graziella Polesinanti: Esther Stevenson

Regia Robert Benton
Soggetto Charles Baxter
Sceneggiatura Allison Burnett
Fotografia Kramer Morgenthau
Montaggio Andrew Mondshein
Musiche Stephen Trask

gennaio 31, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Youth La giovinezza

Wiesen Davos,Alpi Svizzere

In un lussuoso hotel immerso nella natura un gruppo eterogeneo di persone si appresta a passare le vacanze.
Fra di loro ci sono Fred, un celebre direttore d’orchestra e Mick,un famoso regista cinematografico.
Pur diversissimi fra loro, i due sono legati da una grande amicizia che risale a ben sessant’anni prima e in più hanno anche un vincolo di parentela acquisito,visto che Lena,la figlia di Fred ha sposato Julian, figlio di Mick.
Accanto a loro ci sono altri ospiti,come Jimmy, un famoso attore che soffre del fatto di essere riconosciuto da tutti solo per aver interpretato un serial fantascientifico e non per le opere anche importanti a cui ha partecipato,un calciatore obeso e asmatico nel quale è facile riconoscere Diego Armando Maradona e altri villeggianti.
Fred è quasi atassico, vive o meglio, vegeta senza quasi più alcuna aspirazione, da quando è rimasto solo mentre Mick sta finendo la sua opera cinematografica, con la quale vuole congedarsi dal cinema, il suo testamento,come lo chiama.

Tanto appare opaco e apatico Fred, tanto Mick sembra un ottimista, ancora innamorato della vita,convinto che la giovinezza, anche se ormai lontana si possa ritrovare da anziano semplicemente scoprendo tutto quello che di buono la vita può riservare.
Ma la placida vacanza di Fred, la sua sonnolenta e rassegnata indolenza subisce un primo colpo quando sua figlia tra le lacrime gli rivela di essere stata piantata dal marito, che le ha preferito una avvenente cantante a suo dire molto più brava a letto.
In un drammatico colloquio all’interno della Spa dell’albergo, Lena rimprovera al padre di essere sempre stato assente nei suoi confronti, di aver tradito ripetutamente la moglie e di fatto di essere stato un uomo profondamente egoista.


Per Fred è il primo colpo e come si vedrà nel corso del film apparirà chiaro anche il secco rifiuto opposto ad un inviato della Regina Elisabetta di dirigere un concerto con le sue famose Canzoni semplici interpretate da una nota soprano.
Il secondo,molto più devastante lo porterà a riconsiderare la sua vita e a fare scelte diverse…
Un bel film,Youth La giovinezza,su un tema che di per se porta lo spettatore ad una forma di nostalgia, di malinconia, sopratutto quella parte di pubblico che ha superato la sessantina e che quindi trova forme di comunanza con la storia raccontata da Paolo Sorrentino,con il suo
solito stile asciutto, a tratti fantastico altre volte forse troppo elitario ma di sicuro valore simbolico.
Youth racconta l’amicizia tra due uomini e il diverso approccio che hanno nei confronti del “viale del tramonto“:tanto appare rassegnato, nostalgico Fred tanto Mick è partecipe del presente, senza inclinazioni nostalgiche verso il passato, cosa esplicitata da una frase rivelatrice
diretta a Fred: “”Questo è quello che si vede da giovani: si vede tutto vicinissimo; quello è il futuro… e questo è quello che si vede da vecchi: si vede tutto lontanissimo; quello è il passato


Piedi ben piantati per terra, quindi. Ma anche per Mick arriverà la cocente delusione, rappresentata dalla sua attrice e amica da una vita, la donna che ha lavorato con lui in 11 film e che ha lanciato e che con spietata e brutale sincerità gli dice che è vecchio,che la sua arte si è dissolta e che
non avrebbe interpretato il suo film,considerandolo una porcheria. Una svolta,per Mick,che non resterà senza conseguenze.
I due appaiono i veri protagonisti del film,del resto sono loro ad essere la rappresentazione di quella che era la giovinezza; Lena e Jimmy sono appendici, anche perchè sono giovani e hanno ancora delle opportunità.
Lena per esempio conoscerà uno stravagante alpinista e inizierà con lui una ben strana relazione mentre Jimmy,grazie anche all’apprezzamento di una ragazzina troverà nuova linfa a cui attingere, quello che comunemente chiamiamo scopo.
Il vero protagonista però è Mick,perchè è lui a dire le cose più importanti nel film, è lui con i suoi ragionamenti a far riflettere l’apatico Fred; quando dice “Io devo scegliere cosa vale la pena raccontare, se l’orrore o il desiderio. E ho scelto il desiderio… il mio desiderio così impuro, così impossibile, così immorale, ma non importa.Perché è quello che ci rende vivi.” confronta il suo spirito ancora vitale con quello ormai rassegnato dell’amico.
Insegnamenti.


Perchè anche a 80 anni puoi insegnare,anche a 80 anni puoi imparare.
Hai detto che le emozioni sono sopravvalutate? Ma è una stronzata: le emozioni sono tutto quello che abbiamo!
Con questa frase Mick frusta l’amico,emotivamente. Anche se sarà il suo gesto finale a costringere Fred a rivedere tutto il suo presente.
Troverà il coraggio di fare una cosa che voleva da una vita, andare a Venezia e deporre un fiore sulla tomba di Stravinsky,avrà finalmente il coraggio di visitare la sua compagna di una vita,la moglie, ricoverata in una clinica perchè completamente demente.
E finalmente,in omaggio anche a sua moglie, dirigerà il concerto alla presenza della Regina, nel corso del quale una soprano giapponese canterà le “canzoni semplici”, che lui aveva composto per la moglie e che non aveva mai fatto cantare a nessuna, geloso di un ricordo ormai sepolto dal tempo.
Come dicevo prima Youh La giovinezza è un bel film,ottimamente recitato anche se non esente da qualche pecca; che poi pecca in realtà non è,ovvero la presenza di personaggi che sembrano quasi comparse tanto sono poco delineati.
Ma il cinema di Sorrentino è anche questo, alcuni personaggi che affollano i suoi lavori appaiono come interrogativi per lo spettatore,che in loro può vederci quello che desidera, assegnando loro un valore simbolico più o meno pregnante.


Momenti davvero topici del film sono la visione onirica iniziale,in una Piazza San Marco a Venezia completamente deserta e con l’acqua alta,con miss Universo (una meravigliosa Mădălina Diana Ghenea) che avanza in tutta la sua straordinaria bellezza sulle passerelle, i dialoghi a cui ho accennato fra Fred e Lena (con l’affascinante Rachel Weisz) e fra Mick e Brenda Morel, l’ingrata (se vogliamo) vecchia amica di
Mick interpretata dalla sempre bravissima Jane Fonda.
Bella la colonna sonora nella quale si riconoscono She Wolf di David Guetta e Dirty Hair di Bavid Byrne; in ultimo vanno segnalate le ottime interpretazioni di due leoni dello schermo,Michael Caine nel ruolo di Fred e Harvey Keitel in quello di Mick.
Un film che vi consiglio caldamente di vedere.

Youth-La giovinezza

un film di Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev. Drammatico – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015, durata 118 minuti,distribuito da Medusa

Michael Caine: Fred Ballinger
Harvey Keitel: Mick Boyle
Rachel Weisz: Lena Ballinger
Paul Dano: Jimmy Tree
Jane Fonda: Brenda Morel
Mark Kozelek: se stesso
Robert Seethaler: Luca Moroder
Alex MacQueen: emissario della regina
Luna Zimic Mijovic: massaggiatrice
Tom Lipinski: sceneggiatore innamorato
Chloe Pirrie: sceneggiatrice
Alex Beckett: sceneggiatore intellettuale
Nate Dern: sceneggiatore divertente
Mark Gessner: sceneggiatore timido
Paloma Faith: se stessa
Ed Stoppard: Julian
Sonia Gessner: Melanie
Mădălina Diana Ghenea: Miss Universo
Roly Serrano: riferimento a Diego Armando Maradona
Sumi Jo: se stessa
Gabriela Belisario: escort
Viktorija Mullova: se stessa
Aldo Ralli: cameriere
Loredana Cannata: moglie del presunto Maradona
Maria Letizia Gorga: la cantante francese
Demetra Avincola: fidanzata di Jimmy

Dario Penne: Fred Ballinger
Rodolfo Bianchi: Mick Boyle
Giuppy Izzo: Lena Ballinger
Simone D’Andrea: Jimmy Tree
Maria Pia Di Meo: Brenda Morel
Marco Mete: emissario della regina
Chiara Gioncardi: Paloma Faith
Gianfranco Miranda: Julian
Ughetta d’Onorascenzo: Miss Universo

Regia Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo Sorrentino
Produttore Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori
Casa di produzione Indigo Film, Bis Films, Pathé, RSI[1] C-Films, Number 9 Films, Medusa Film, Barbary Films, France 2 Cinéma, Film4
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Effetti speciali Peerless
Musiche David Lang, Mark Kozelek
Scenografia Ludovica Ferrario
Costumi Carlo Poggioli
Trucco Maurizio Silvi

gennaio 29, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

La cura dal benessere

Lockhart è un giovane ed ambizioso broker di una grossa società di assicurazioni di Wall Street; l’azienda per la quale lavora sta per fondersi con
un’altra grande ditta del ramo, ma affinchè l’affare vada in porto è necessario che Roland Pembroke, l’amministratore della società venga a firmare l’atto.
Ma l’uomo, con una strana lettera, manda a dire che non intende affatto tornare e che vuol restare in Svizzera dove a suo dire si sta disintossicando dalle scorie che gli ha intossicato l’organismo. I soci così decidono di mandare Lockhart nel paesino di montagna dove sorge la clinica presso la quale è degente Pembroke e il giovane,suo malgrado è costretto ad accettare.


La clinica è situata in un magnifico castello, sul quale grava una storia che tramanda da due secoli un fatto di sangue avvenuto
in seguito alla rivolta dei mezzadri del paese sottostante, che hanno ucciso il barone proprietario del castello e hanno bruciato sul rogo la di lui moglie, strappandone il feto che portava in grembo gettandolo nelle faglie acquifere del castello stesso.
Lockhart si trova così ad aggirarsi in un luogo bellissimo,popolato da molte persone di una certa età che appaiono impegnate in quelle che sembrano terapie disintossicanti,accuditi tutti da un folto gruppo di giovani ed aitanti infermieri. Alla fine il giovane riesce a vedere Pembroke,che gli conferma la volontà di restare in quello che sembra un paradiso; Lockhart si allontana dal
castello per poter riferire la decisione al consiglio ma non riesce ad arrivare ad in paese.Un cervo viene investito dall’auto nella quale viaggia,con un conseguente pauroso incidente. Al risveglio
il giovane si ritrova nella clinica,con una gamba ingessata e impossibilitato a comunicare con l’esterno.


Sarà l’inizio di un viaggio incredibile in un mondo che solo apparentemente è un piccolo paradiso ma che in realtà nasconde orribili segreti…
Sono costretto a fermarmi qui con la trama essenzialmente per due motivi; il primo è che è importante scoprire senza anticipazioni quello che sarà una autentica discesa all’inferno
del giovane protagonista, il secondo è che la trama è talmente intricata da richiedere una spiegazione lunghissima per essere esaustiva.
E poichè il film dura quasi due ore e mezza appare chiaro che condensare il tutto con poche parole è impresa improba.
La cura dal benessere,film del 2017 diretto da Gore Verbinski, autore del celebre The Ring del 2002 è un film horror con forti venature thriller,dal fascino straordinario e intricato in modo tale da richiedere molta attenzione ai dialoghi per capire tutti i passaggi del film.
Un film veramente affascinante,costruito attorno ad una trama che ricorda (anche visivamente) celebri film del passato,come l’ultima inquadratura che riporta alla memoria lo Shining di Stanley Kubrick.
Una pellicola a tinte fosche, costruita con una colorazione davvero da incubo che ha un contrasto stridente con lo stupendo paesaggio iniziale, quello di un castello che probabilmente è più tedesco che svizzero.
Sembrerebbe un film in cui funziona tutto, in realtà qualche appunto va mosso.
La trama,per quanto con lo scorrere della pellicola vada a dipanarsi e ad assumere contorni definiti mostra alcune incongruenze,fra le quali la principale è la dimensione onirica sospesa tra sogno e realtà che vive Lochart,


la reale consistenza delle sue visioni,tra le quali quella delle onnipresenti anguille che,unite all’acqua,sembrerebbero quasi un elisir di giovinezza,i corpi sospesi nell’acqua e altri dettagli.
Ma in fondo Verbinski riesce nell’intento di creare un’atmosfera da incubo che incombe sullo spettatore trascinandolo in un vortice di orrore che non ha bisogno dello splatter più efferato per creare emozioni forti.
Il cast fa il suo con lodevole professionalità: Dane DeHaan (visto recentemente in Valerian la città dei mille pianeti) è molto bravo nel dare un’aria quasi trasognata al protagonista del film, Lockhart mentre davvero una sorpresa è quella costituita dalla giovane Mia Goth,che interpreta Hannah e alla quale non ho accennato in descrizione,pur essendo il principale elemento attorno al quale ruota il film per non rovinare la sorpresa ai lettori e ancora Jason Isaacs, il dottor Volmer,luciferino,autenticamente demoniaco in un ruolo che sembra ritagliato alla perfezione per lui.
Detto della bellissima fotografia di Bojan Bazelli non resta che consigliare caldamente la visione di un film decisamente ben costruito,capace di far scorrere i 146 minuti della pellicola senza mai perdere la tensione iniziale.

La cura dal benessere

un film di Gore Verbinski, con Dane DeHaan, Jason Isaacs, Mia Goth, Celia Imrie, Lisa Banes, Adrian Schiller. Titolo originale: A Cure for Wellness. Genere Thriller – USA, Germania, 2017, durata 145 minuti.

Dane DeHaan: Lockhart
Jason Isaacs: dott. Heinreich Volmer
Mia Goth: Hannah
Celia Imrie: Victoria Watkins
Ashok Mandanna: Ron Nair
Adrian Schiller: vice direttore
Harry Groener: Pembroke
Tomas Norström: Frank Hill
Carl Lumbly: Wilson
Ivo Nandi: Enrico
David Bishins: Hank Green

Flavio Aquilone: Lockhart
Roberto Pedicini: dott. Heinreich Volmer
Emanuela Ionica: Hannah
Rossella Izzo: Victoria Watkins
Franco Zucca: Ron Nair
Alessandro Budroni: vice direttore
Toni Garrani: Pembroke
Ambrogio Colombo: Frank Hill
Mario Bombardieri: Wilson
Diego Suarez: Enrico
Franco Mannella: Hank Green

Regia Gore Verbinski
Soggetto Gore Verbinski, Justin Haythe
Sceneggiatura Justin Haythe
Produttore David Crockett, Arnon Milchan, Gore Verbinski
Produttore esecutivo Morgan Des Groseillers, Justin Haythe
Casa di produzione Blind Wink Productions, New Regency Productions, Studio Babelsberg, TSG Entertainment
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Bojan Bazelli
Montaggio Pete Beaudreau, Lance Pereira
Musiche Benjamin Wallfisch; Hans Zimmer
Scenografia Eve Stewart

gennaio 26, 2020 Posted by | Horror, Thriller | , , , | 2 commenti

La macchia umana

Coleman Silk,prima preside poi docente di letteratura straniera viene costretto a lasciare l’insegnamento per un banale “zulù” detto all’indirizzo di due giovani di colore,perennemente assenti alle sue lezioni.Appresa la notizia la moglie del professore viene colta da malore e muore per un edema polmonare.
Così’ Coleman si reca da uno scrittore in crisi, Nathan Zuckerman, che vive isolato in un cottage dopo il suo secondo divorzio e la lotta contro un cancro per chiedergli di scrivere un libro con la sua storia; il libro non vedrà mai la luce ma tra i due uomini in compenso nascerà una solida amicizia.
Casualmente il professore conosce una giovane donna separata da suo marito dopo la morte dei suoi figli causata da un incendio, a cui il marito, un reduce dal Vietnam, attribuisce la colpa.
Lei, Faunia,è una bellissima giovane donna e nonostante la grande differenza di età, seduce il professore.

Nasce così un rapporto agli inizi apparentemente solo fisico, ma che con il passare del tempo evolve in qualcosa di più profondo e complesso, come dirà verso il finale Solomon alla donna “”Forse tu non sei stato il mio amore più grande, ma sicuramente sarai l’ultimo!”
Nel frattempo apprendiamo particolari della vita di Solomon, che gettano luce sul suo passato.
L’uomo non è affatto di religione ebraica, ma ha sempre nascosto di essere figlio di una famiglia di neri; per un’anomalia genetica lui è l’unico bianco in famiglia,mentre suo padre,sua madre,il fratello e la sorella sono neri. Questo lo ha pesantemente condizionato,fino al punto che la ragazza che amava, Steena,una bellissima giovane immigrata nordica lo ha lasciato quando ha appreso le sue origini. Così Coleman aveva nascosto le sue origini, aveva addirittura rinunciato alla sua famiglia per vivere la vita di un bianco e aveva finito per sposare la donna che era poi morta di edema.
Tutto questo è parte dei flashback del film,che mostrano la vera storia di Coleman, il rapporto conflittuale con la madre e il fratello,scatenatosi dopo che l’uomo aveva rinnegato le proprie origini e che Nathan apprenderà dopo che…
Ometto il finale,così come ho omesso la parte iniziale del film in quanto rivelatrice della trama.


Un espediente che La macchia umana film diretto nel 2003 da Robert Benton forse poteva essere evitato,perchè generalmente un finale anticipato toglie pathos alle pellicole.
In questo caso il film,che è tratto dal romanzo The Humain Strain di Philip Roth,non è un thriller quanto più un film a metà strada fra il drammatico e l’indagine psicologica.
Un buon film,che si segue con piacere a patto di amare quel tipo di film che bada molto più alla sostanza che alla forma; il ritmo infatti è molto lento, racconta dettagliatamente la storia di Solomon mentre resta più vago
sul passato di Faunia. Ma la macchia umana è lui, il professore che ha passato una vita a nascondere il suo segreto in un’America che negli anni 50 di certo non appariva aperta nelle questioni razziali.
Anche in questo caso il tema è affrontato piuttosto alla lontana; Benton preferisce la vicenda umana di Solomon, la sua vita vista sopratutto quando è anziano e viene accusato,proprio lui, di essere razzista.


Potrebbe facilmente discolparsi raccontando che lui è un nero ma l’abitudine di tutta la vita non può scomparire. In fondo Solomon è un ipocrita in una società ancor più ipocrita. Così,alla fine,l’unica a conoscere il segreto di Solomon è la giovane e bella Faunia,una donna in crisi, segnata dalla morte dei figli e perseguitata da un marito che la ritiene ingiustamente responsabile dell’accaduto.
Probabilmente il romanzo è molto più complesso, almeno a giudicare dalle recensioni,peraltro quasi sempre positive, dei critici; qualcuno di loro ha puntato il dito sulla divergenza tra racconto e film,dimenticando
ancora una volta che un film per sua natura non può condensare ( e non deve) un romanzo, ma al limite usarne l’impianto narrativo.
Da segnalare il bellissimo dialogo tra Solomon giovane e sua madre,con tutta l’amarezza espressa dalla donna che usa parole di sconforto purtroppo estremamente vere verso il figlio e che riflettono la condizione della popolazione di colore negli anni 50.


In quanto alla prova attoriale è stata stigmatizzata un po quella del bravissimo Anthony Hopkins, accusato di essere impacciato nelle scene d’amor, dimenticando anche in questo caso che il quasi settantenne attore britannico (all’epoca del film)fa esattamente quello che gli viene chiesto,ovvero il ruolo dell’uomo maturo alle prese con una relazione con una donna che ha meno della metà dei suoi anni e che di certo non deve interpretare un galletto assatanato.
Brava anche la Kidman,ancora bellissima e non “plastificata” quindi espressiva e talentuosa e bene anche Gary Sinise (Nathan) e Ed Harris, almeno per il poco tempo in cui sta i scena nel ruolo del marito di Faunia.
Un film da recuperare e da gustare.

La macchia umana

Un film di Robert Benton. Con Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise, Abbe Lane, Jacinda Barrett, Kerry Washington, Margo Martindale, Clark Gregg Titolo originale The human stain. Drammatico, durata 103 min. – USA 2003.

Anthony Hopkins: Coleman Silk
Nicole Kidman: Faunia Farely
Ed Harris: Lester Farely
Gary Sinise: Nathan Zuckerman
Wentworth Miller: Coleman Silk giovane
Jacinda Barrett: Steena Paulsson
Harry Lennix: sig. Silk
Clark Gregg: Nelson Primus
Anna Deavere Smith: sig.ra Silk
Lizan Mitchell: Ernestine
Kerry Washington: Ellie
Phyllis Newman: Iris Silk
Mili Avital: Iris da giovane
Danny Blanco Hall: Walter
Marie Michel: Ernestine da giovane

Dario Penne: Coleman Silk
Chiara Colizzi: Faunia Farely
Rodolfo Bianchi: Lester Farely
Paolo Maria Scalondro: Nathan Zuckerman
Francesco Bulckaen: Coleman Silk giovane
Gerolamo Alchieri: sig. Silk
Valentina Mari: Steena Paulsson
Antonio Sanna: Nelson Primus
Susanna Javicoli: sig.ra Silk
Graziella Polesinanti: Ernestine
Tatiana Dessi: Ellie
Angiolina Quinterno: Iris Silk
Fabio Boccanera: Walter
Letizia Scifoni: Ernestine da giovane

Regia Robert Benton
Soggetto Philip Roth
Sceneggiatura Nicholas Meyer
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Jean-Yves Escoffier
Montaggio Christopher Tellefsen
Musiche Rachel Portman
Scenografia David Gropman

gennaio 23, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Love Actually L’amore davvero

E’ quasi la metà di dicembre,a Londra, il Natale non è lontano e per 20 persone proprio il Natale avrà in serbo sorprese.
Si intrecciano così storie di ogni genere anche se tutte le coppie protagoniste del film non avrà una diretta relazione tranne qualcuna come vedremo.
– Billy è un’irriverente e anche volgarotta stella del rock,chiamato a reinterpretare in versione natalizia un classico degli anni 60,la bellissima Love Is All Around dei Troggs; contrariamente alle sue previsioni il brano scalerà le classifiche.
– Jamie è uno scrittore di thriller che deve partecipare al matrimonio di Juliet e Peter (due protagonisti della storia) ma che è costretto a lasciare a casa la fidanzata perchè affetta da influenza.
Ritorna improvvisamente a casa solo per scoprire che lei ha mentito; non è influenzata ma ha una relazione con suo fratello.
Amareggiato, si rifugia in un cottage in Francia,dove conosce Aurelia,una ragazza portoghese che non parla una parola di francese e di inglese. Avrà inizio un surreale dialogo tra i due che scoprono di piacersi ma non possono dirselo per l’impedimento della lingua;
– Juliet e Peter si sposano e Mark,grande amico dello sposo, fa loro una magnifica sorpresa musicale in chiesa. Il giovane sembra provare antipatia per Juliet,ma…

– John e Judy lavorano come controfigure sul set di un film porno; simulano scene erotiche mentre discutono di cose banali;
– Harry e  Karen sono una coppia sposata con due figli; l’uomo ha un’importante agenzia pubblicitaria e viene corteggiato,abbastanza sfacciatamente, dalla sua bella collaboratrice Mia. Per Natale decide di comprare un regalo alla ragazza,con la quale sta per iniziare una relazione ma le cose si ingarbuglieranno;
– Colin è un semplice fattorino,divide un piccolo appartamento con Tony ;il giovane è convinto di essere irresistibile con le donne e contemporaneamente di essere sprecato a Londra. Decide così di partire per gli Usa,convinto di poter
agganciare tutte le donne che vuole;
– David, fratello di Karen,è il neo primo ministro inglese. Nella storica sede di Downing Street conosce Nathalie, una domestica che serve presso la dimora del premier e scopre cosi di avere un’infatuazione per la donna.
Ma la visita del presidente degli Usa,che la corteggia sfacciatamente,porta David a fare un discorso piuttosto forte contro il presidente americano,scatenando la simpatia dei britannici che vengono pervasi da un’ondata di nazionalismo;
– Daniel ha perso la moglie ma gli è rimasto il figlio Sam,un ragazzino dodicenne molto sveglio; tuttavia Sam è alle prime esperienze con l’altro sesso e si infatua di una bella ragazzina,Joan; con la collaborazione del padre Sam cerca un sistema per  agganciare la ragazzina;
– Sarah lavora nell’agenzia pubblicitaria di Harry ed è segretamente innamorata di Karl,che a sua volta ama la ragazza; ma nel momento in cui sono a letto assieme per la prima volta la donna è costretta a rispondere più volte al telefono per parlare con suo fratello maggiore,chiuso in una clinica per malati mentali.


Tutti questi personaggi si ritrovano casualmente in altre situazioni; Karen sorella del primo ministro David, assisterà durante una recita di Natale all’imbarazzante scena del fratello che bacia Nathalie proprio mentre il sipario dietro il quale sono nascosti si solleva,
mostrando in pubblico la relazioni fra i due, Jamie troverà il coraggio di dichiarare il suo amore a Aurelia,dopo aver fatto un corso di lingue per imparare il portoghese, Mark confesserà il suo amore a Juliet portando un regalo a casa dell’amico e usando dei cartelli per
dire quello che non trova il coraggio di confessare e Juliet lo bacerà per strada,tornando poi da suo marito. E’ Natale e le storie raggiungono quasi tutte un lieto fine; all’aeroporto Sam trova il coraggio di dire a Joan che le vuole bene mentre suo padre avrà un colpo di fulmine
per la bella mamma di un amico del figlio,Colin tornerà dagli Usa con sue stupende ragazze e ancora…
Love Actually L’amore davvero è un film a metà strada tra il genere commedia brillante e quella sentimentale diretto da Richard Curtis nel 2003; una pellicola di tipico stampo britannico,pervasa da uno humour inglese a tratti anche sarcastico con situazioni a volte surreali quando non grottesche
ma pervase dal tipico sentimento natalizio che vuole a Natale tutti più buoni. E la pellicola,sullo schermo ovviamente si allinea al politicamente corretto natalizio,così Curtis segue la corrente del buonismo creando un film caratterizzato dalla presenza di molti attori famosi
e sopratutto dal più tradizionale degli happy end fatto salvo il destino di due soli protagonisti,che non vedranno un futuro nella loro storia.
Una commedia un po caotica ma decisamente simpatica; essendo un film ad episodi che non finiscono per dare spazio ad un altro ma anzi terminano con un singolare allacciarsi delle storie e dei personaggi, si può essere indulgenti con un film che in realtà è gradevole per tutta la sua durata e che vuole soltanto intrattenere lo spettatore senza fargli lambiccare il cervello.


Anzi.
Le storie hanno andamenti grotteschi,a volte teneri.
Si pensi a John e Judy che simulano atti erotici,completamente nudi mentre discutono di cose frivole o al momento in cui lo scrittore Jamie si ritrova involontariamente ad ascoltare quello che davvero la sua fidanzata pensa di lui.
Altri siparietti allentano ancor più le varie situazioni in cui si trovano tutti i protagonisti,come quella in cui compare Rowan Atkinson ( Mister Bean) o l’altra guest star Claudia Schiffer; un film quindi leggero,ideale per svagare completamente la mente e perchè no, sorridere delle a tratti incredibili vicende nelle quali sono coinvolti i personaggi.
Molto bene il cast che include star come Hugh Grant e Colin Firth,Emma Thompson e Keira Knightley,Liam Neeson e tanti altri bravi attori.
Bando all’impegno,largo ai buoni sentimenti, in pieno spirito natalizio; i problemi,il regista,li lascia ad un cinema differente.Il suo vuole solo far sorridere e rilassare.
In ultimo lode anche alla colonna sonora.

Love Actually – L’amore davvero

Un film di Richard Curtis. Con Bill Nighy, Gregor Fisher, Colin Firth, Kris Marshall, Emma Thompson, Sienna Guillory, Lulu Popplewell, Hugh Grant, Martin Freeman,Heike Makatsch, Liam Neeson, Alan Rickman, Keira Knightley, Martine McCutcheon, Rowan Atkinson, Denise Richards,
Billy Bob Thornton, Elisha Cuthbert, Rodrigo Santoro, Laura Linney, Joanna Page, Chiwetel Ejiofor, Andrew Lincoln, Nina Sosanya, Abdul Salis,
Thomas Brodie-Sangster, Lúcia Moniz Titolo originale Love Actually. Commedia, durata 129 min. – Gran Bretagna 2003

Hugh Grant: David, il Primo Ministro
Colin Firth: Jamie Bennett
Emma Thompson: Karen
Keira Knightley: Juliet
Bill Nighy: Billy Mack
Liam Neeson: Daniel
Laura Linney: Sarah
Alan Rickman: Harry
Lúcia Moniz: Aurelia
Rowan Atkinson: Rufus
Claudia Schiffer: Carol
Thomas Brodie-Sangster: Sam
Heike Makatsch: Mia
Martin Freeman: John
Joanna Page: Judy
Andrew Lincoln: Mark
Gregor Fisher: Joe
Martine McCutcheon: Natalie
Nina Sosanya: Annie
Kris Marshall: Colin Frissell
Rodrigo Santoro: Karl
Chiwetel Ejiofor: Peter
Abdul Salis: Tony
Billy Bob Thornton: il Presidente degli Stati Uniti
Sienna Guillory: la ragazza di Jamie
Jill Freud: Pat, la governante
Lulu Popplewell: Daisy, la figlia di Karen
Wyllie Longmore: Jeremy
Nancy Sorrel: Greta
Shannon Elizabeth: Harriet
Denise Richards: Carla
Ivana Miličević: Stacey, ragazza americana
January Jones: Jeannie, ragazza americana
Elisha Cuthbert: Carol-Ann, ragazza americana
Olivia Olson: Joanna Anderson

Angelo Maggi: David, il Primo Ministro
Massimo Lodolo: Jamie Bennett
Barbara Castracane: Karen
Domitilla D’Amico: Juliet
Mino Caprio: Billy Mack
Luca Biagini: Daniel
Claudia Razzi: Sarah
Gino La Monica: Harry
Oliviero Dinelli: Rufus
Sabrina Duranti: Carol
Gabriele Patriarca: Sam
Laura Boccanera: Mia
Nanni Baldini: John
Barbara De Bortoli: Judy
Riccardo Niseem Onorato: Mark
Eugenio Marinelli: Joe
Giuppy Izzo: Natalie
Claudia Pittelli: Annie
Christian Iansante: Colin Frissell
Giorgio Borghetti: Karl
Fabio Boccanera: Peter
Luigi Morville: Tony
Fabrizio Pucci: Il Presidente degli Stati Uniti
Graziella Polesinanti: Pat, la governante
Sara Ferranti: Carla
Giulia Catania: Joanna Anderson

Regia Richard Curtis
Sceneggiatura Richard Curtis
Produttore Tim Bevan, Eric Fellner, Duncan Kenworthy
Casa di produzione Universal, StudioCanal, Working Title Films, DNA Films
Fotografia Michael Coulter
Montaggio Nick Moore
Effetti speciali Richard Conway, Nigel Wilkinson
Musiche Craig Armstrong, Craig Braginsky, Reg Presley, Diane Warren
Scenografia Jim Clay
Costumi Joanna Johnston
Trucco Suzanne Belcher

gennaio 21, 2020 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Love is all you need

Ida è una parrucchiera,reduce da un intervento di quadrantectomia al seno in seguito ad un cancro; ha appena terminato la chemioterapia e ovviamente vive in un limbo, sospeso tra speranza e paura. A distrarla c’è il matrimonio della figlia con Patrick, conosciuto tre mesi prima; i due hanno deciso di sposarsi in Italia, a Positano, luogo molto caro a Philip,il padre di lui, che ha vissuto con la moglie in una bella casa sulla costiera amalfitana prima che la stessa morisse tragicamente in un incidente stradale.
Ma per Ida arriva un altro brutto colpo, proprio mentre sta cercando di uscire faticosamente dalla malattia.
Al rientro a casa,trova il marito impegnato sessualmente con la giovanissima segretaria dell’uomo,Thilde.
Così Ida è costretta a partire sola per l’Italia, non prima di aver conosciuto il suo futuro consuocero proprio all’aeroporto,in modo tragi comico; la donna infatti tampona la lussuosa auto di Philip, che reagisce a suo modo,irato.
Philip infatti dalla morte della moglie, inconsolabile, vive una vita dedita solo al lavoro, senza alcuno spazio per i contatti umani.
I due si trovano così a viaggiare assieme,due persone dai caratteri opposti: tanto è solare e fiduciosa Ida,nonostante la malattia e la scoperta del tradimento del marito,tanto è burbero e scostante Philip.


Ma,gioco forza i due devono viaggiare assieme.
Intanto Astrid e Patrick, i due futuri sposi,preparano la grande casa in cui si dovrebbe celebrare il matrimonio fra i giovani.
Alla spicciolata arrivano gli invitati: dapprima Ida e Philip, poi la cognata di quest’ultimo,la terribile Benedikte,che mira scopertamente ad impalmare il ricco cognato,poi ecco la sorpresa, l’arrivo di Leif,marito di Ida con la segretaria amante,una ragazza sciocca e svampita.
Nonostante questo nuovo affronto, Ida non perde la  calma e si dedica ai preparativi per le nozze,risolvendo anche problemi banali come quello causato da un’ennesima disavventura,lo smarrimento della valigia con tutte le sue cose
avvenuto in aeroporto.


E l’inizio di una serie di situazioni agro dolci,che culminano con l’annullamento del matrimonio tra i due giovani,causato principalmente dalla confusione di Patrick,che in realtà stava per sposarsi solo per compiacere il padre,nonostante evidenti inclinazioni omosessuali.
Malinconicamente la compagnia degli invitati si scioglie,ma nell’aria c’è qualcosa di nuovo; Philip ha imparato ad amare Ida, per quella sua dolcezza capace di farle superare tutte le traversie che la donna incontra per strada, un autentico percorso ad ostacoli.
Philip andrà a trovarla nel laboratorio da parrucchiera nel quale Ida lavora e la invita ad andarlo a trovare in Italia,nella casa di Sorrento dove a deciso di tornare a vivere ;Ida intanto è tornata con il marito,che dopo la sbandata si è reso conto di amare ancora la moglie.
Cosa farà la donna ora?


Love is all you need di Susanne Bier, cinquantaduenne regista e sceneggiatrice danese, uscito nelle sale nel 2012 è una commedia agro dolce a sfondo sentimentale nella quale i due protagonisti dovevano essere i ragazzi in procinto di sposarsi e invece, con un brusco dietro front, si assiste
all’assurgere al ruolo principale dei due genitori degli sposi stessi, la dolce e anche un po sfortunata Ida e il burbero e arcigno Philip; un capovolgimento di trama che giova alla pellicola, lasciando sullo sfondo i due ragazzi sposi mancati,ma che hanno la vita davanti per trovare la vera strada e l’anima gemella
e viceversa due persone ormai in un’età nella quale sono più i ricordi che le speranze.
Philip è ormai disilluso,vive nel ricordo della moglie e l’unico legame vivente che conserva con la defunta è rappresentato dalla pestifera e invadente cognata Benidikta; dalla morte della moglie non ha più messo piede a Sorrento,dove possiede una casa con una vista bellissima,con giardini stracolmi di arance e di limoni. Il ricordo doloroso di lei lo ha tenuto lontano,ma con le nozze del figlio deve riaffrontare il passato e la seduzione del luogo incantato finisce per avere il sopravvento. Ida è solare tanto è scorbutico Philip e come sempre accade gli estremi alla fine si toccano e si fondono; l’uomo si innamorerà di quella donna capace di superare le avversità senza abbattersi, del suo carattere dolce (anche se un po troppo remissivo, inizialmente, con il marito).


Una commedia sentimentale, quindi, lineare e ben diretta con qualche sprazzo felice, fra i quali l’incantevole location scelta,la costiera amalfitana con una delle sue gemme,Positano e qualche caduta,come il mancato approfondimento delle motivazioni che spingono Patrick a lasciare,sull’altare creato nella villa,la dolce Astrid.
Un neo non da poco,visto che i perchè vengono appena abbozzati. Ma come ho detto i veri protagonisti finiscono per essere gli “adulti”, incluso l’incredibile marito di Ida che perde la testa per la segretaria carina si ,ma oca all’ennesima potenza.
Univo, vero grande limite è la visione stereotipata dell’Italia e in particolare del meridione: solita canzone That’s amore, mandolini e pizza, un ormai trito corollario di molti, troppi film di produzione internazionale che ha per protagonista l’italico stivale.
Ma tant’è…


Decisamente in tono minore Pierce Brosnan,un po legnoso nei panni di Philip mentre decisamente bravissima,bella e dolce l’ormai assoluta certezza rappresentata dalla talentuosa Trine Dyrholm,una delle attrici che è entrata nei cast di diversi film di ottimo livello come
Daisy Diamond,Festen o La comune.Discreta la prova del resto del cast.
Un film in definitiva passabile,senza grosse ambizioni e che si fa seguire, a patto di prenderlo come un passatempo di un’ora e mezza senza alcun bisogno di lambiccarsi il cervello.

Love is all you need

di Susanne Bier, con Pierce Brosnan, Trine Dyrholm, Molly Blixt Egelind, Sebastian Jessen, Paprika Steen. Genere Commedia – Danimarca, Svezia, Italia, Francia, Germania, 2012, durata 110 minut, distribuito da Teodora Film.

Pierce Brosnan: Philip
Trine Dyrholm: Ida
Kim Bodnia: Leif
Paprika Steen: Benedikte
Sebastian Jessen: Patrick
Marco D’Amore: Marco
Ciro Petrone: Alessandro
Christiane Schaumburg-Müller: Thilde
Molly Blixt Egelind: Astrid
Micky Skeel Hansen: Kenneth
Frederikke Thomassen: Alexandra
Bodil Jørgensen: Vibe

Luca Ward: Philip
Francesca Fiorentini: Ida
Antonio Palumbo: Leif
Alessandra Korompay: Benedikte
Emiliano Coltorti: Patrick
Valentina Mari: Thilde
Emanuela Damasio: Astrid
Marco Vivio: Kenneth
Joy Saltarelli: Alexandra
Paola Giannetti: Vibe

Regia Susanne Bier
Soggetto Susanne Bier, Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura Anders Thomas Jensen
Produttore Sisse Graum Jørgensen, Vibeke Windeløv
Produttore esecutivo Peter Garde, Peter Aalbæk Jensen
Casa di produzione Film i Väst, Network Movie Film-und Fernsehproduktion, Zentropa Productions, Lumière & Company, Teodora Film, Liberator Productions, Slot Machine, ARTE, ZDF, Zentropa International Köln, Zentropa International Sweden
Distribuzione in italiano Teodora Film
Fotografia Morten Søborg
Montaggio Pernille Bech Christensen, Morten Egholm
Musiche Johan Söderqvist
Scenografia Peter Grant
Costumi Signe Sejlund

gennaio 19, 2020 Posted by | Commedia | , , | 2 commenti

La comune

Danimarca,anni 70.
Erik e Anna sono una coppia sposata da 15 anni e con una figlia, Freya.
Lui è un professore universitario di architettura, lei una giornalista televisiva; una vita borghese, tranquilla fino al giorno in cui Erik eredita la casa dei suoi in cui viveva ancora suo padre,venuto a mancare.
Una casa enorme, oltre 450 metri quadri, della quale Erik farebbe volentieri a meno vista anche la sua ottima valutazione di mercato.
Ma Anna ha altri progetti e li espone ad Erik, ovvero creare all’interno di esse una comune, in modo da realizzare il suo sogno di vivere in compagnia e perchè no,dividere le spese di gestione.
Anche se dubbioso Erik accetta così in breve tempo arrivano i primi coinquilini fra i quali Ole,un vecchio amico squattrinato e via via gli altri, Steffen e Mona, Allon e Ditte e via dicendo.


Si forma così una eterogenea comunità che almeno agli inizi sembra riuscire a condividere il sogno comune di una vita in armonia all’interno di una micro società auto gestita,libera dai vincoli che dettano la vita nel quotidiano reale.
Tutto sembra filare bene, con una collegialità che da respiro alle aspirazioni di tutti,che apportano il proprio contributo secondo le proprie disponibilità
Ma la situazione è destinata ben presto a mutare radicalmente proprio a causa dell’inizialmente restio Erik,che si innamora della sua giovane allieva Emma.
Quando Erik confessa la cosa ad Anna (anche perchè colto in fallo proprio dalla figlia Freya), la moglie ha una reazione molto comprensiva e sembra accettare la storia.
Ma l’atteggiamento libero e maturo di Anna ben presto si trasforma in una crisi identitaria molto forte; la donna si trova a doversi confrontare con una rivale molto più giovane,bella e affascinante e  il suo atteggiamento moderno lascia il posto alla depressione,che la porta ad avere successivamente un forte calo di rendimento anche sul lavoro.


La situazione precipita quando decide di far venire a vivere Emma nella comune; da quel momento le cose non saranno più le stesse e la comune scoprirà quanto sia difficile conciliare il collettivo con il privato.
La morte del piccolo Vilads sembra riunire per un attimo il gruppo, ma l’incanto è ormai rotto: consapevole di dover trovare una strada nuova e di dover accettare la relazione del marito, Anna lascia la comune alla
ricerca di una nuova identità e di un futuro incerto ma diverso.
La comune è un film che parla di un vecchio mito degli anni 60 e 70,quello di una micro società sganciata dagli obblighi sociali della macro società, nella quale vigono le regole dell’individualità e della affermazione del singolo.
L’utopia delle scelte comuni, della vita sotto uno stesso tetto, un vero comunismo del posseduto a favore di una comunità eterogenea con leggi auto decise è visto come un miraggio che deve scontarsi con la realtà delle cose.


Il collettivo deve per forza confrontarsi con il privato,con l’individuo, che ha regole indipendenti e sopratutto fatalmente legate alle scelte individuali.
Basta una cosa semplicissima come un nuovo amore a mettere in crisi l’utopia stessa; la necessità di confrontarsi con la presenza della rivale in amore porta la protagonista principale, Anna, ad una profonda crisi personale che investe
il suo essere principalmente come donna e come moglie.
Il confronto è impari e Anna,profondamente innamorata di Erik,dovrebbe conciliare la nuova realtà coniugale con la comune. Fatalmente il confronto non regge e così l’equilibrio apparentemente raggiunto si frantuma.
In mezzo ci sono gli sforzi del gruppo per vivere serenamente la realtà della comune,che apparentemente sembra funzionare.Nella realtà le cose sono ben diverse;l’esaltazione dei primi momenti,il bagno spensierato in gruppo,le cene conviviali e la vita in comune
devono lasciare posto alla dura realtà.Il privato,la sfera intima sono inconciliabili con l’utopia e il conto sarà presto presentato.
Interessante lavoro,questo del regista Thomas Vinterberg,molto apprezzato dalla critica,come mostrano i premi internazionali ricevuti,che però non sono bastati ad attrarre pubblico nelle sale.Poco meno di 30.000 spettatori per un film che invece è più che godibile anche se
va affrontato come un lavoro non certo scacciapensieri. Il tema inusuale è affrontato con mano sicura da Vintenbergne pur con qualche difetto è opera di sicuro rilievo.

Qualche lentezza di troppo,qualche dialogo non particolarmente comprensibile sono pecche del film che tuttavia si lascia guardare.
Menzione per la brava Tryne Dirholm,già ammirata nei panni di una spregevole direttrice tv in Daisy Diamond, bravo anche il conosciuto Ulrich Thomsen,nel film Erik.
Brava e sicuramente affascinante il terzo lato del triangolo,Helene Reingaard Neumann che nel film è Emma.
Un film di cui consiglio la visione.

La comune

un film di Thomas Vinterberg, con Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hansen, Lars Ranthe, Fares Fares. Titolo originale: Kollektivet. Genere Drammatico – Danimarca, 2016, durata 111 minuti.

Ulrich Thomsen: Erik
Trine Dyrholm: Anna
Lars Ranthe: Ole
Helene Reingaard Neumann: Emma
Anne Gry Henningsen: Ditte
Fares Fares: Allon
Magnus Millang: Steffen
Martha Sofie Wallstrøm Hansen: Freja
Julie Agnete Vang: Mona
Rasmus Lind Rubin: Peter
Sebastian Grønnegaard Milbrat: Vilads
Jytte Kvinesdal: Kirsten
Mads Reuther: Jesper

Simone D’Andrea: Erik
Laura Romano: Anna
Massimo Rossi: Ole
Benedetta Degli Innocenti: Emma
Rosalba Caramoni: Ditte
Hossein Taheri: Allon
Alessio Cigliano: Steffen
Sara Labidi: Freja
Laura Cosenza: Mona
Niccolò Guidi: Peter
Teo Achille Caprio: Vilads
Paola Giannetti: Kirsten
Rino Bolognesi: Leif

Regia Thomas Vinterberg
Sceneggiatura Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Jesper Tøffner
Montaggio Janus Billeskov Jansen e Anne Østerud
Musiche Fons Merkies
Scenografia Niels Sejer, Salli Lindgreen e Didde Højlund Olsen

gennaio 18, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Il canto delle spose

Tunisia,inverno 1942
La vita, a Tunisi, sembra scorrere all’apparenza tranquilla.
Ma le truppe di invasione nazista con l’aiuto dei francesi collaborazionisti, stanno per iniziare anche in Tunisia la loro immonda opera di rastrellamento degli ebrei.
Nella città vivono due ragazze, Nour (musulmana) e Myriam (ebrea sefardita) che nonostante le differenze di pelle,di cultura e di religione sono molto amiche, tanto da confidarsi i più intimi pensieri.
Come accade del resto a tutte le latitudini del mondo fra ragazze che hanno scoperto di avere tanti punti in comune. Tranno uno, l’amore.
Mentre Nour ha un fidanzato, Khaled, Myriam lo avrà a breve ma non per scelta. La ragazza infatti è orfana di padre e sua madre versa in condizioni economiche precarie; inoltre gli occupanti nazisti


pretendono dagli abitanti di razza ebraica il pagamento di una forte multa (per il solo fatto di essere ebrei)
L’unica soluzione per Tita, la mamma di Myriam, è di concedere in sposa la giovanissima figlia ad un ricco medico, Raoul,che ovviamente ha molti più anni della ragazza.
Ma anche Nour ha le sue pene amorose.
Khaled non lavora e quindi il padre della ragazza non acconsente alle nozze fra i due se prima il giovane non avrà trovato un occupazione. Nour è innamorata di Khaled, tipico maschio abituato a considerare
la donna inferiore all’uomo,secondo gli stereotipi di un mondo immutato da secoli. Ed è anche poco contento dell’amicizia tra le due ragazze, perchè Khaled, facilmente influenzabile,ha assimilato le teorie politiche naziste
che considerano gli ebrei come esseri inferiori. Ma l’amicizia,la complicità tra due ragazze è superiore a tutto…
Il canto delle spose,film del 2008 diretto dalla regista francese Karin Albou affronta alcuni temi di stringente attualità nonostante il film sia ambientato negli anni 40.


Coabitazione pacifica tra popoli, tolleranza religiosa, l’amicizia sono solo alcune tematiche affrontate in un film dai ritmi sicuramente non eccelsi ma dall’intelligente impianto.
La vicenda delle due ragazze si integra perfettamente con una storia che tende a mostrare la condizione femminile in un periodo che appare lontano nel tempo ma che in realtà ha fatto davvero pochi passi avanti.
Si pensi alla figura di Nour o quella di Myriam; la prima già predestinata alla sottomissione al maschio padrone, la seconda costretta a prendere un marito scelto non certo da lei; vero è che nel caso della giovane ebrea più che un’usanza tristemente consolidata nei
secoli ci sono ragioni di ordine economico,ma il discorso cambia poco.
La donna è in tutti i casi succube delle circostanze ed è l’agnello sacrificale da immolare per mancanza di denaro o di prospettive future; nel discorso della madre compare il tradizionale “se ci fosse tuo padre avresti fatto come dice lui“,tipica frase di chi si aggrappa alle tradizioni
senza minimamente pensare alla personalità della futura sposa,una ragazzina divisa da moltissimi anni di differenza con il futuro marito. Non scelto,quindi non amato.


Sicuramente più agevole il cammino di Nour: suo padre non è contrario al matrimonio con l’amato Khaled, ma esige che il giovane abbia prima un lavoro.E se vogliamo è sicuramente un’aspirazione comprensibile in un genitore.
Ma a parte le vicende sentimentali delle due ragazze,Karin Albou segue anche le vite parallele tra le due; se Nour è musulmana in un paese africano,quindi a fortissima prevalenza della religione dominante, Myriam è ebrea, appartiene quindi ad una minoranza generalmente poco amata.
Eppure sia lei che sua madre non sono affatto ghettizzate dalla popolazione locale.
Lei ha un’amica musulmana,sua madre lo stesso.
C’è tolleranza, quindi, rispetto.


Che verrà meno non per odio tra la popolazione tunisina e gli ebrei, bensi per la presenza del demonio nazista, che in questo caso si associa con i collaborazionisti francesi,disposti a scendere a patti con il diavolo pur di conservare lo status quo.
Film ben strutturato quindi,con una trama lineare e alcune scene ad effetto che si ricordano a lungo,come la violenza subita dalla mamma di Myriam,intuita più che vista e seguita dalla ragazza nascosta sotto il letto,i discorsi nel bagno turco femminile e la scena della ceretta inguinale a cui si sottopone Myriam,percorso obbligato per la giovane ebrea e che lo spettatore segue praticamente dal vivo,la mortificante sequenza in cui Khaled mostra ai propri genitori e ai vicini il lenzuolo della prima notte di nozze,usanza purtroppo usata anche da noi fino agli anni settanta in alcune zone del sud.


Brave le attrici fra le quali va segnalata la regista che interpreta la madre di Myriam e le due attrici che interpretano Nour e Myriam, Lizzie Brocheré, Olympe Borval.
Un buon film che affronta temi delicati e di grande attualità,con intelligenza e delicatezza, che potrete vedere in streaming Rai all’indirizzo http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-156192c2-9f66-4242-939c-2fe48ef9d77b-cinema.html

Il canto delle spose

di Karin Albou, con Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian, Karin Albou. Titolo originale: Le chant des mariées. Genere Drammatico – Francia, Tunisia, 2008, durata 100 minuti

 

Lizzie Brocheré … Myriam
Olympe Borval … Nour
Najib Oudghiri … Khaled
Simon Abkarian … Raoul
Karin Albou … Tita madre di Myriam
Lassad Boumnijel … padre di Nour
Nejia Jendoubi … madre di Nour
Hichem Rostom … padre di Raoul
Jaouida Vaugan … madre di Raoul

Regia: Karin Albou
Sceneggiatura: Karin Albou
Musiche: François-Eudes Chanfrault
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Camille Cotte
Casting: Maya Serrulla

gennaio 16, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Ti do i miei occhi

Antonio e Pilar sono sposati da dieci anni,con un figlio; si sono uniti per amore, ma allora cosa ci fa Antonio da uno psicologo?
Ha problemi di coppia?
In effetti si, ma non quelli che ci si aspetterebbe, problemi di incomunicabilità, di amore fisico in declino ecc.
Lo apprendiamo poco per volta.
Quello di Antonio,in realtà è un amore malato.
E parlare di amore, quando si usa la violenza più psicologica che fisica nei confronti dell’anello debole, storicamente, del nucleo familiare toglie
persino la volta di parlare d’amore.


Come può un uomo innamorato tiranneggiare, usare violenza verbale, dominio psicologico sulla propria compagna?
Dall’altro lato dello specchio c’è Pilar; è ancora innamorata di suo marito, indubbiamente, ma non sopporta più le vessazioni e l’amore sta pian piano
lasciando il campo alla consapevolezza della propria esistenza come essere umano, come essere pensante, dotato di una propria umanità, dignità.
Così parla liberamente con sua madre,sua sorella,la sua migliore amica di quello che la agita e la turba e alla fine prende una decisione;raccoglie un po di cose,prende suo figlio Juan e molla Antonio,riparando da sua sorella Ana.
Per Antonio si apre un periodo difficile; è innamorato di sua moglie e vuole gestire la sua rabbia. Così decide di frequentare un centro specializzato e dopo numerose sedute sembra finalmente in grado di convivere da vero coniuge con sua moglie. Che anche se non pienamente convinta,accetta di tornare sotto il tetto coniugale.


Ma un banalissimo episodio porta nuovamente Antonio a riprendere la strada così faticosamente abbandonata; arriva a denudare sua moglie e a lasciarla fuori dalla finestra di casa, completamente nuda.
Per Pilar è decisamente la fine.
Trova la forza di abbandonare il marito e di denunciarlo.E’ ora di iniziare una nuova vita, consapevole che non è certamente l’avere un pessimo marito una realizzazione personale e di vita…
Gran bel film,Ti do i miei occhi (titolo spagnolo originale Te doy mis oyos), diretto nel 2003 dalla regista spagnola Icíar Bollaín.
Un film che tratta un argomento che oggi è ancor di più stringente attualità,la violenza domestica; una violenza più psicologica che fisica, ma non per questo meno subdola, viscida.
Perchè le torture, le umiliazioni, non sono soltanto sessuali, non si manifestano solo con le botte. Si può essere violenti anche annichilendo il partner,umiliandolo psicologicamente trattandolo come una povera cosa e
non come un essere senziente. Il film ha il grandissimo merito di non mostrare scene di botte da orbi,di lividi e di ferite,ma di rendere evidente la condizione di sottomissione psicologica di Pilar.


Ma Pilar è intelligente, ha volontà. L’amore alla fine non può cedere il posto alla propria dignità.
Così la decisione definitiva di dire basta è l’unica possibile ed è anche la fine di un incubo durato molti,troppi anni.
Perchè lei abbia accettato l’inferno casalingo in cui ha vissuto non viene mai spiegato.Quello che conta è,per l’acuta Bollain,è la redenzione,la ribellione.
La presa di coscienza.
Che culmina in una scena in cui davvero lo spettatore di sesso maschile avverte un profondo disagio, almeno quello abituato a trattare la propria compagna come tale,con pari diritti e dignità.
Quando Antonio denuda la moglie e la chiude fuori dalla finestra la umilia in modo indicibile. Poi la trascina dentro, non certo per rimorso ma solo per continuare nella sua sequela di insulti.


Ma la povera Pilar, terrorizzata,si urina addosso. La scena è inquadrata dal basso, ovvero si vedono le caviglie della donna e non certo l’atto di urinare,ma quella pozza di urina ,lo sguardo terrorizzatoe umiliato di Pilar stringono lo stomaco dello spettatore
che già parteggiava per la donna e che ora si immedesima in una storia di umiliazioni antiche e recenti.
Grande cinema quello della Bollain, perchè è cinema di denuncia senza retorica, fatto tramite immagini e grazie anche a due attori bravissimi,Luis Tosar ma sopratutto una strepitosa Laia Marull,capace di tutte le espressioni di una persona tiranneggiata,
dallo sguardo umiliato a quello finale di recupero della dignità,di sfida verso il futuro,di libertà finalmente acquisita.
Un film davvero di grandissimo livello,molto apprezzato da tutta la critica ma anche dal pubblico.In rete troverete recensioni che si spingono fino all’entusiastico.


Fatti salvi commenti,per fortuna pochi, di maschietti sopratutto italici evidentemente abituati a ruoli di galli cedrone,di maschio dominante.
E vista la cronaca,purtroppo,sono ancora troppi.

Ti do i miei occhi
di Icíar Bollaín, con Luis Tosar, Laia Marull, Candela Peña, Rosa María Sardá. Titolo originale: Te doy mis ojos. Genere Drammatico – Spagna, 2003, durata 116 minuti

Laia Marull: Pilar
Luis Tosar: Antonio
Candela Peña: Ana
Rosa Maria Sardà: Aurora
Kiti Manver: Rosa

Regia Icíar Bollaín
Sceneggiatura Icíar Bollaín e Alicia Luna
Fotografia Carles Gusi
Montaggio Ángel Hernández Zoido
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Víctor Molero

gennaio 14, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Kapò

Parigi,occupazione nazista
Edith, una ragazza ebrea, esce di casa; al ritorno assiste ad una retata delle SS che hanno caricato su un camion altri ebrei, fra i quali ci sono i genitori della ragazza.
Istintivamente corre verso di loro e viene quindi catturata. Viene inviata con loro al campo di concentramento di Auschwitz e qui,grazie ad un medico coraggioso,viene salvata dalle camere a gas con un cambio di identità; d’ora in poi Edith cesserà di vivere e al suo posto ecco Nicole Niepas, una detenuta morta da poco.
Ma Edith/Nicole è purtroppo costretta ad assistere ad una scena terribile, l’ultima passeggiata dei suoi genitori e di molti altri esseri umani verso le camere di sterminio.
E’ l’inizio di una vita terribile, sempre in bilico tra la vita stessa e la morte, tuttavia la ragazza sopravvive e viene inviata in un altro campo . Qui la dolce Edith subisce una trasformazione;da ragazza ingenua si trasforma in una kapò,le famigerate guardie dei campi collaborazioniste dei tedeschi. In breve diviene la persona più odiata del campo stesso,temuta da tutte le detenute.


La situazione cambia radicalmente quando nel lager arriva un prigioniero russo,Sasha; Edith si innamora dell’uomo a tal punto di accettare l’organizzazione della fuga di massa dei prigionieri; alla donna è affidato il compito di disattivare la corrente
elettrica dei reticolati,ma quello che non sa la ragazza è che al momento della disattivazione suonerà una sirena d’allarme, bloccandola all’interno del campo. Edith riscatta gli ultimi mesi sacrificandosi per i compagni; otterrà, prima di morire, di vedersi togliere le mostrine naziste…
Kapò,di Gillo Pontecorvo,è un film del 1960 su un tema ancora molto sentito all’epoca in cui il film stesso venne girato,l’inferno dei lager.
In questo caso,oltre alla vita disumana dei campi di concentramento,si assiste ad una dolorosa storia di infamia dapprima e di redenzione poi,ovvero la vicenda della giovane Edith che per spirito di sopravvivenza si trasforma in una belva proprio come quelle che
hanno ucciso i suoi genitori.
E milioni di altre vite in quella che fu definita la fabbrica dello sterminio,Auschwitz.


Kapò è un film molto bello, cupo e teso, che affronta la terribile tragedia dei lager con sobrietà, senza pietismo, raccontando la storia di una kapò, ovvero di quelle donne che accettarono di servire i loro aguzzini assumendo a loro volta il ruolo di carnefici, spesso con tale ferocia da rivaleggiare con i nazisti.
In questo caso il film racconta una storia di abiezione prima ma di redenzione poi; fa nulla che questo cammino sia originato da una storia d’amore ,nata fra il filo spinato e le misere baracche di Auschwitz. Quello che conta è che anche nei momenti più bui ci sia un tenue bagliore,quello della
speranza per un’umanità violata da una parte, quella dei nazisti e tenuta in vita dall’altra, quella dei prigionieri, spesso capaci di atti di eroismo indicibili.


Pontecorvo sceglie un cast di assoluto livello, nel quale tutti interpretano alla perfezione il proprio ruolo; segnalo la bravissima Susan Strasberg nel ruolo di Edith,di Laurent Terzieff in quello di Sasha e in ruoli più defilati Emmanuelle Riva, Didi Perego e Gianni Garko oltre alle giovanissime Graziella Galvani e Paola Pitagora.
Un film davvero bello,che negli anni passati ha avuto diversi passaggi televisivi; è disponibile una versione in streaming più che buona del film
all’indirizzo https://mixdrop.co/f/vrj16go

Kapò
di Gillo Pontecorvo, con Emmanuelle Riva, Didi Perego, Susan Strasberg, Laurent Terzieff, Gianni Garko, Paola Pitagora. Genere Drammatico – Italia, 1960, durata 102 minuti.

Susan Strasberg: Edith, alias Nicole Niepas
Laurent Terzieff: Sascha
Emmanuelle Riva: Terese
Didi Perego: Sofia
Gianni Garko: Karl, soldato tedesco
Annabella Besi: la kapò

Regia Gillo Pontecorvo
Soggetto Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Sceneggiatura Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Produttore Franco Cristaldi, Moris Ergas
Casa di produzione Vides Cinematografica, Zebra Films, Francinex, Lovcen Film, Cineriz
Fotografia Aleksandar Sekulovic
Montaggio Roberto Cinquini
Musiche Carlo Rustichelli, Gillo Pontecorvo
Scenografia Piero Gherardi

gennaio 12, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento