Charles Bronson

Charles Bronson. Il suo stato naturale di conversazione è il silenzio.
Lo dipingeva così Roger Joseph Ebert, critico cinematografico del Chicago Sun Times e sceneggiatore statunitense, che vinse, nel 1975, il premio Pulizer per la critica.
Non è stato compito facile scrivere una biografia di Charles Bronson. Se la riservatezza delle stelle del cinema è proverbiale, nel caso di Bronson il riserbo risulta addirittura contrastante con la sua scelta professionale. Infatti, l’attore non rivelava informazioni, non divulgava particolari e non esprimeva teorie o giudizi riferiti ai suoi film. “Sono solo un prodotto come un pezzo di sapone, da vendere nel miglior modo possibile”, diceva.

Parlava veramente poco Charles Bronson:”Perché sono intrattenuto più dai miei pensieri che dai pensieri degli altri. Non mi dispiace rispondere alle domande. Tuttavia, in una conversazione, finisco per diventare solamente un paio di orecchie.
Io non ho amici, e io non voglio nessun amico. I miei figli sono i miei amici.

Charles Buchinsky, nacque nel 1921, il terzo freddo giorno di novembre, nei bacini di Ehrenfeld, Pennsylvania, undicesimo di quindici figli di un minatore di carbone lituano, analfabeta, il quale morì quando Bronson aveva dieci anni.
Prima di diventare star del cinema mondiale, tra il 1939 ed il 1943, Bronson lavorò nelle miniere di carbone e fu arrestato in ben due occasioni; una volta per aggressione ed un’altra per rapina.
Di recente, mi è capitato tra le mani un libro scritto sulle esperienze di vita delle persone che lavoravano nelle miniere di carbone in America, a Harlan County, Kentucky, al centro della regione mineraria dei monti Appalachi. Il libro racconta come I ragazzi che lavoravano nelle miniere coi vecchi minatori venivano chiamati chalkeyes, “occhi di gesso“. Al fine di eludere le leggi sul lavoro infantile, le grosse compagnie dell’industria mineraria facevano entrare i ragazzi nelle miniere e raccomandavano loro di caricare il carbone sul contrassegno del padre, oppure su quello di un minatore più anziano. Così facendo, in caso di incidente o decesso, la compagnia dichiarava che il minore non risultava sul libro paga, esimendosi da qualsiasi responsabilità civile e/o penale. (“America profonda: due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky” di Alessandro Portelli)

Nel film Pat and Mike,con Spencer Tracy

Nel film La città spenta

Leggendo, in seguito, l’intervista rilasciata da Bronson nel 1974 al critico Roger Ebert, appresi che l’attore, da giovane, aveva lavorato nelle miniere di carbone. Pensai alle storie di vita dei minatori; pensai alle persone che dovettero farsi forza per scendere, giorno dopo giorno, nelle gallerie oscure, affrontare turni pesanti di dieci o dodici ore, sentire i muscoli dolenti, il bruciore delle cicatrici sulle gambe ed il gonfiore delle ginocchia, il tutto per una paga modesta, al limite della sopravvivenza. Sicuramente, una simile esperienza lavorativa, sopratutto se vissuta in una giovane età, può plasmare per sempre il carattere e la fisionomia di un uomo.

Charles Bronson, indipendentemente dai ruoli rivestiti nella lunga carriera cinematografica, penso abbia conservato l’animo del ragazzo coi occhi di gesso; un animo silenzioso che è stato compreso e potenziato unicamente dal regista romano Sergio Leone, nel “C’era una volta il West”. Se non vi dispiace, però, di questo film e del ruolo di Bronson in esso parlerò più avanti.
Come anticipavo, prima di diventare il star del cinema più popolare del mondo, Bronson assunse lavori umili. Fu impiegato come portalettere, panettiere e, perfino, raccoglitore di cipolle, il tutto dopo aver svolto servizio militare durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo la guerra, infatti, Bronson tornò a casa, ma non alle miniere. Prese a raccogliere cipolle nello stato di New York e, poi, ottenne la sua tessera nel sindacato dei panettieri. Lavorava per tutta la notte in una panetteria di Philadelphia e prendeva lezioni d’arte in serata.

La legge del mitra

La vera storia di Lucky Welsh

Decise, in seguito, che “capiva più sul disegno di quanto capisse il maestro stesso.” Mollò il corso d’arte e andò a New York City, con l’idea che avrebbe potuto provare a recitare. “Perché no” si chiese. “Sembrava un modo facile per fare soldi. Un amico mi portò ad una rappresentazione teatrale e pensai che potevo provarci anch’io. Non avevo nulla da perdere. Girovagai per New York facendo qualche comparsa qua e là; non ero davvero sicuro in quel momento se volevo fare l’attore o meno. Non avevo alcun incoraggiamento. Vivevo nella mia mente, generando la mia adrenalina. Nessuno fece caso di me. Recitavo in commedie di cui nemmeno mi ricordo il nome. Nessuno ricorda. Ero in qualcosa di Moliere – io non so nemmeno come si chiamasse.”

Leggendo le dichiarazioni dell’attore stesso, possiamo affermare che Bronson ebbe grossa fortuna! Riuscì ad emergere dal ceto proletario e raggiunse una condizione agiata – si presume fosse l’attore di cinema più pagato dei suoi tempi. Negli anni ’70, in Giappone, un cartellone esibiva il suo nome lungo un grattacielo (chi sa quanto alto?).
La sua escalation cinematografica ebbe inizio nel 1951, con il film “Il comandante Johnny” (“You’re in the Navy Now”), regia di Henry Hathaway. Stando alle affermazioni dell’attore, Bronson ottenne la parte solamente per la sua capacità di ruttare al momento, talento acquisito e coltivato nei tempi di Ehrenfeld.
Sbirciando tra i film degli anni ’50, compaiono i primi personaggi interpretati da Bronson: scaricatore di porto, indiano, spia russa ecc.
Bronson, infatti, fa una delle sue prime apparizioni nel ruolo di un scaricatore di porto nel film “Luci sull’asfalto” (“The Mob”), regia di Robert Parrish. Si tratta di un noir anni ’50 (precisamente, 1951), basato sul romanzo “Waterfront” di Ferguson Findley. Il film ha come protagonista un ottimo Broderick Crawford nel ruolo di uno sbirro che si infiltra nella mafia per contrastare le attività illecite nei cantieri navali.

Quando l’inferno si scatena

La maschera di cera

Seguono i film:
Lui e lei” (“Pat and Mike”), regia George Cukor – simpatica commedia romantica del 1952, incentrata sulla coppia Katharine Hepburn (Pat), nel ruolo di una campionessa di golf, e Spencer Tracy (Mike), in quello dell’allenatore e impresario che mette a dieta Pat al fine di migliorarle le prestazioni sportive. Ovviamente, Pat finisce per innamorarsi di lui. Nella pellicola c’è spazio per qualche breve comparsa di Bronson, accreditato con il cognome Buchinski.
La maschera di cera” (“The House of Wax”), regia di André de Toth – ottimo horror/thriller del 1953, che ricorda indubbiamente il film degli anni ’30, diretto dal regista Michael Curtiz. Film memorabile per l’impeccabile interpretazione di Vincent Price nel ruolo dell’artista / scultore assassino e la silenziosa apparizione di Charles Bronson nel ruolo di Igor.
La città è spenta” (“Crime Wave”), regia di André de Toth – poliziesco inquietante del 1954, che vede come protagonista Sterling Hayden nel ruolo del detective Sims e Charles Bronson, accreditato Buchinsky, nel ruolo di Ben Hastings.
L’ultimo Apache” (“Apache”), regia Robert Aldrich – del 1954, uno dei primi western realizzati da Aldrich, con un vigoroso Burt Landcaster nel ruolo di Massai, luogotenente del capo degli indiani Apache e ultimo guerriero della sua tribù in fuga. In questa pellicola Bronson interpreta un ruolo secondario, la parte di Hodo, comparendo, ancora una volta con il cognome Buchinsky.

Rullo di tamburi” (“Drum Beat”), regia Delmer Daves – western del 1954, che evoca il conflitto occorso tra gli anni 1872 e ’73, nel sud dell’Oregon e nel nord della California tra l’esercito statunitense e la tribù di nativi americani dei Modoc. In questo film Bronson interpreta Kintpuash, ovvero, il capitano Jack. In seguito, nel 1956, Daves avrebbe diretto nuovamente Bronson nel western dal carattere sentimentale “Vento di terre lontane” (“Jubal”).
La tortura della freccia” (“Run of the Arrow”), regia Samuel Fuller – un buon western del 1957, ambientato nel 1865 (fine della Guerra di secessione), che i fans del genere ricordano indubbiamente per la memorabile interpretazione di Rod Steiger nel ruolo del sudista ribelle O’Meara; al giovane Bronson le venne attribuita la parte di Blue Buffalo.

La legge del mitra” (“Machine Gun Kelly”), gangster movie datato 1958 e girato, sorprendentemente, in soli otto giorni; il regista Roger Corman dirige Charles Bronson, Susan Cabot, Morey Amsterdam, Richard Devon in una pellicola basata sulla vita del celebre George R. Kelly (detto Machine Gun), criminale ai tempi del proibizionismo.
Brevemente, la trama: l’azione si svolge negli Stati Uniti, nel periodo successivo al proibizionismo. Machine Gun Kelly sta mettendo in atto, insieme alla sua banda e alla sua donna, Flo (Susan Cabot), una rapina in banca. La rapina, alquanto concitata, causa la perdita di un braccio al suo amico e “collega” Michael Fandango (Morey Amsterdam). I rapporti, all’interno del gruppo, diventano piuttosto tesi. In seguito, Kelly, spinto da Flo, rapisce la figlia di un ricco uomo d’affari per chiedere un riscatto, una decisione che… . Il film è il primo in cui Bronson, allora trentaseienne, interpreta un ruolo da protagonista.

L’ultimo Apache

Charles Bronson in Rullo di tamburi

La vera storia di Lucky Welsh” (“Showdown at Boot Hill”), regia di Gene Fowler Jr. – un western abbastanza debole del 1958, che mette al centro la storia del marshal – ovvero, sceriffo – pistolero Luke Welsh, interpretato da Bronson, il quale dopo aver eliminato un criminale locale, si trova costretto ad affrontare la furia della comunità.
Se posso permettermi un consiglio: da evitare.

Sacro e profano” (“Never so few”), regia di John Sturges – film drammatico e bellico del 1959, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, con protagonisti Frank Sinatra e Gina Lollobrigida, ed una parte secondaria per Bronson, nel ruolo di un certo sergente John Danforth.

Successivamente, nel 1960, il regista Sturges dirige nuovamente Bronson nel film “I magnifici sette” (“The Magnificent Seven”) – pellicola da top position del genere western, con protagonisti che sono passati alla storia del cinema come i Sette Samurai del West.
Proprio così, perché Sturges mette in scena la crème de la crème degli attori del tempo: Yul Brynner, Eli Wallach, Charles Bronson, Steve McQueen, Robert Vaughn, Brad Dexter, James Coburn. L’azione si svolge intorno al 1880, in un paese alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Chris Adams (Brynner), un pistolero professionista, viene ingaggiato dal capo del villaggio messicano di Ixcatlan perché ne protegga i contadini dalle scorrerie della banda di Calvera (Eli Wallach).
Calvera: “C’è un proverbio qui da noi: un ladro che ruba a un altro ladro e perdonato per cento anni.
Accettato l’incarico, arruola sei compagni per difendere il villaggio. I sette si installano a Ixcatlan e, quando arriva Calvera con i suoi bandidos, lo mettono in fuga. Il villaggio festeggia l’avvenimento, ma ben presto tra i peones si manifesta un sentimento di disagio per la presenza dei pistoleri. Comunque, per liberare definitivamente il villaggio dal pericolo di Calvera, i sette tentano una sortita notturna; ma nel frattempo Calvera e i suoi hanno occupato il villaggio. Ritornati al villaggio Calvera li sorprende, li circonda, li disarma e intima loro di ritornare negli States. Sotto scorta li fa accompagnare al confine. A questo punto i sette prendono il compito loro assegnato come una questione d’onore e tornano indietro a difendere il villaggio. Riusciranno nel loro intento, anche se a caro prezzo… .
Memorabile, inoltre, la colonna sonora composta da Elmer Bernstein, nominata al Premio Oscar.

La tortura della freccia

Sacro e profano

Charles Bonson proseguiva la sua carriera con “Il padrone del mondo” (“Master of the World”) del 1961, diretto da William Witney, una pellicola d’avventura e fantascienza e con “I quattro del Texas” (“4 for Texas”) commedia western diretta da Robert Aldrich, del 1963, in cui compare accanto a Frank Sinatra, Dean Martin, Anita Ekberg e Ursula Andress.

Successivamente, nel 1963, John Sturges assegnava a Bronson il ruolo del tenente Danny Velinski, in uno dei migliori film sulla guerra mai realizzati, basato su una storia vera: “La grande fuga” (“The Great Escape”).
La pellicola tratta la storia della grossa fuga dei prigionieri alleati da un campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale; a causa del gran numero di tentativi di evasione effettuati dai piloti alleati, il comando tedesco decide di concentrare tutti gli esperti in fughe in un unico campo: “tutte le mele marce in un unico paniere, per poterle controllare meglio”. Tuttavia, l’organizzazione della fuga viene pianificata e realizzata meticolosamente, grazie anche all’individuazione di alcune figure chiave, tra cui uno scassinatore, uno specialista in tunnel (il tenente Velinski), un falsario, un falegname, un sarto; inoltre viene messa in piedi una massiccia rete di collaboratori che predispone documenti, abiti civili, cartine, biglietti ferroviari, razioni di viveri e quanto altro si renda necessario. Purtoppo, durante i festeggiamenti organizzati dai prigionieri americani per ricordare la ricorrenza del Indipendence Day, il tunnel “Tom” viene scoperto dalle guardie dello Stalag. Ciononostante, sono 76 i prigionieri che riescono a uscire dal campo attraverso il tunnel “Harry” prima che le guardie diano l’allarme. Diretti verso diverse destinazioni, i prigionieri in fuga vengono braccati dalla Gestapo, con inseguimenti spesso rocamboleschi e molto spettacolari, accompagnati dall’azzeccata colonna sonora composta da Elmer Bernstein.
Di questo film, tuttavia, non mi è rimasta impressa l’immagine del personaggio interpretato da Bronson, bensì quella del capitano Hilts (Steve McQuenn) in sella alla Triumph TR6 Trophy. Memorabile!

Castelli di sabbia

La battaglia dei giganti

Castelli di sabbia” (“Sandpiper”), regia di Vincente Minnelli – film melodrammatico del 1965, costruito sulla coppia protagonista Liz Taylor e Richard Burton, in cui Bronson interpreta un ruolo secondario, il personaggio Cos Erickson.

La battaglia dei giganti” (“The Battle of Bulge”), diretto da Ken Annakin – film bellico del 1965, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui spiccano le interpretazioni di Henry Fonda nel ruolo del tenente colonnello Kiley e Robert Shaw in quello del fanatico colonnello Hessler; Charles Bronson si aggiudica la parte dell’impavido maggiore Wolenski.

Questa ragazza è di tutti” (“This Property is Condemned”), film melodrammatico diretto nel 1966 da Sydney Pollack. Nella pellicola ispirata da un atto unico di Tennesse Williams, compaiono: l’attore più famoso degli Sati Uniti d’America, Robert Redford, ed il più famoso del mondo, Charles Bronson, accanto alla splendida Natalie Wood, la quale interpreta il difficile ruolo di Alva, disperata sognatrice, dal precario equilibrio psichico, divisa tra una favolosa vita immaginaria ed una degradante quotidianità.
Nonostante le buone prestazioni degli attori e la bella fotografia che caratterizza l’intera pellicola, all’epoca del lancio il film di Pollack non fu apprezzato dal pubblico. Infatti, fu solamente la Wood a ricevere una nomination ai premi Golden Globe.

Quella sporca dozzina” (“The Dirty Dozen”), avvincente film d’azione bellica “condito” con scene comiche, diretto nel 1967, da Robert Aldrich. Il regista mette in scena un ottimo cast tra cui spiccano i nomi di: Lee Marvin, Ernest Borgnine, Robert Ryan, John Cassavetes, Jim Brown,George Kennedy, Trini López, Telly Savalas e Donald Sutherland. Charles Bronson, nuovamente, interpreta un personaggio duro ed imperturbabile di nome Joseph Wladislaw. Brevemente, la trama: alla vigilia dello sbarco in Normandia delle truppe alleate, un gruppo di dodici galeotti viene addestrato dall’esercito statunitense per compiere un’importantissima e difficilissima missione segreta: prendere d’assalto un castello dove si trova il quartier generale tedesco. Se i galeotti riusciranno nella missione, otterranno in cambio la commutazione della pena. La pellicola ebbe gran presa al pubblico e riscosse qualche nomination agli Oscar ed ai premi Golden Globe.

Questa ragazza è di tutti

Il primo importante successo cinematografico europeo per Bronson fu il film “Due sporche carogne – Tecnica di una rapina” (“Adieu l’ami”, “Farewell Friend”), regia di Jean Herman. Un noir del 1968, ambientato a Parigi, indubbiamente memorabile per l’apparizione a torso nudo di Delon e Bronson, nei ruoli di due malviventi che progettano la rapina di una banca e … per poco altro.

Tuttavia, il 1968 fu l’anno di svolta, tanto nella vita privata, quanto in quella professionale dell’attore.
Bronson conobbe Jill Ireland, conobbe l’amore.
Fu sposato tre volte: la prima nel 1949 con Harriet Tendler dalla quale ebbe due figli (Suzanne e Tony) e dalla quale divorziò dopo diciotto anni di matrimonio. Il secondo matrimonio lo unì all’attrice Jill Ireland: i due ebbero una figlia, Zuleika, e adottarono anche un’altra bambina, figlia di un’amica di Jill, Katarina. Bronson si sposò una terza volta nel 1998 con Kim Weeks di quarant’anni più giovane di lui.

È cosa nota che Jill fu la donna della sua vita.
Bronson stette vicino alla moglie nella malattia che durò sei anni e terminò con la morte dell’attrice nel 1990: “Quando ami qualcuno, senti il suo dolore. E ‘ per questo che alcuni mariti hanno le nausee mattutine quando le loro mogli sono in stato di gravidanza. Parlare di questo argomento mi risulta difficile. Non avrei detto a Jill come mi sentivo. Mi sono comportato in maniera opposta ai miei sentimenti. Devo esserle sembrato forte. Non volevo scoraggiarla. Ho tenuto duro, diciamo che mi sono comportato da britannico . Naturalmente, lei aveva capito. La paura ti colpisce. Questo è quello che si sente dapprima. Poi, rabbia e frustrazione. Parte del problema è quanto poco conosciamo circa il tradimento del corpo quando si ribella contro se stesso.(…) Abbiamo scoperto che i specialisti non sanno tanto quanto pensavamo. Quindi, si pensa che forse ci sono altre risposte. Non ci sono, però se credi che qualcosa possa aiutarti, ti aiuterà, ma non curerà. Che uomo sarei stato se non l’avessi aiutata? Sentivo insieme a lei – non il dolore fisico, ovviamente, ma tutta la sua angoscia. Non potevo essere distaccato. Aveva bisogno di qualcuno che capisse cosa stava accadendo nella sua mente. Io c’ero per questo.

Nel ruolo di Armonica in C’era una volta il West

Quanto alla carriera, nel 1968 accade l’incontro destinico tra Bronson ed il regista Sergio Leone.

Nacque così “C’era una volta il West” film del 1968, pilastro della trilogia del tempo (“Giù la testa” 1971 e “C’era una volta in America” 1984) dell’impareggiabile Sergio Leone.
Al fine di una miglior comprensione del ruolo interpretato da Bronson in questa pellicola, vorrei invitare i gentili lettori del sito ad approfondire la trama, leggendo la recensione pubblicata dal mio amico PaulTemplar.
Anticipavo la trilogia del tempo per far notare che, se per Leone questo film segna l’inizio della seconda fase nella carriera, decisamente la segna anche per Bronson.
Infatti, per la prima volta, l’uomo coi occhi di gesso compare in un personaggio muto, introverso, quasi restio al contatto fisico con gli altri personaggi raccontati sulla scena.
Diretti abilmente dal regista romano, gli occhi di gesso assumono una dimensione nuova dell’agire.

Infatti, stando alle dichiarazioni di coloro che lo hanno incontrato personalmente, la presenza di Bronson risultava inquietante. Dicesi che, l’attore sembrava davvero un tipo violento: i suoi occhi di felino vigile e circospetto, gli avambracci muscolosi, il modo in cui camminava… .
Altri attori potevano sembrare violenti nei loro ruoli; Lee Marvin, certamente, e Robert Mitchum e Clint Eastwood. Ma di persona, non incutevano il senso di aggressività che trasmetteva Bronson.
La pellicola rappresenta un’incursione sentimentale e vitale, come poche altre, all’interno dell’ambiente storico end of the Old West, che tramonta con la costruzione della ferrovia.
Bronson, nella parte del pistolero Armonica, abbandonate le vesti del soldato e del malvivente, diventa il prototipo, senz’altro il simbolo, del giustiziere, il quale “quando dovrebbe parlare, suona… quando dovrebbe suonare, parla.”
Una delle mie frasi preferite del personaggio Armonica: “Non gli ho salvato la vita! Non l’ho lasciato uccidere. Non è la stessa cosa.

L’uomo venuto dalla pioggia

I magnifici 7

Questo film corona l’ambizione di Sergio Leone di dirigere sia Henry Fonda, attore assai costoso per le tasche italiane sino a quel momento, che Charles Bronson “faccia di granito”, il quale rifiutò la proposta di Leone di assumere il ruolo “dell’uomo senza nome” nella “trilogia del dollaro”.
Quanto a Claudia Cardinale, ovvero Jill McBain, le è stata ascritta un’ottima performance nella parte della rosa dell’West.
In seguito, la carriera di Bronson proseguiva con:
L’uomo venuto dalla pioggia” (“Le passager de la pluie”), regia di René Clément – buon thriller del 1969, ricco di colpi di scena, centrato sulla coppia Charles Bronson – Marlène Jobert. Sicuramente da vedere.

Al soldo di tutte le bandiere” (“You can’t Win ‘Em All”), regia Peter Collinson – film di avventura e guerra del 1970, ambientato in Turchia, ove nel 1922 un avventuriero statunitense, Adam Dyer (Tony Curtis), dopo un breve soggiorno nel luogo, decide di mettersi in società con una banda di contrabbandieri, guidati da un certo Josh Corey (Charles Bronson). Ben presto i due diventeranno amici, ma la guerra civile si farà sempre più dura, e il gruppo dovrà scegliere se vendere armi e, quindi, se schierarsi dalla parte del sultano o da quella dei rivoluzionari… .

Chato

Città violenta” diretto da Sergio Sollima, è un noir del 1970 in cui Bronson interpreta un killer dall’aspetto e carattere glaciale, di nome Jeff Heston, il quale finisce nella trappola tesa dalla malavita organizzata. Due scene memorabili: l’inseguimento in auto ed il silenzio nell’ascensore. Oltre a Bronson, nel cast: Jill Ireland, Telly Savalas ed Umberto Orsini. Una menzione particolare per la colonna sonora composta da Ennio Morricone, ripresa in “Milano odia, la polizia non può sparare” del 1974.

L’uomo dalle due ombre” (“De la part des copains”), film d’azione del 1970, diretto da Terrence Young, regista dei primi tre film 007: “Dr. No”, “Dalla Russia con amore” e “Thunderball”. Accanto a Bronson, nel film compaiono Liv Ullmann e James Mason.
Joe Valachi… I segreti di Cosa Nostra” (“The Valachi Papers”), film drammatico, un’incursione nel mondo dei gangster, del 1972 diretto da Terence Young. I protagonisti sono: Charles Bronson, Lino Ventura, Jill Ireland e Walter Chiari. La pellicola è basata sul libro biografico “The Valachi Papers” (“La mela marcia”) di Peter Maas, celebre giornalista che ha scritto la biografia dell’agente di polizia Frank Serpico (da cui è tratto l’altrettanto celebre film di Sidney Lumet “Serpico”, con Al Pacino).
Tra gli anni 1972 e 1973 Michael Winner diresse Bronson in ben tre pellicole: “Chato” (“Chato’s Land”), “Professione assassino” (The Mechanic)

Al soldo di tutte le bandiere (nella foto,accanto a Tony Curtis)

Città violenta

e “L’assassino di pietra” (“The Stone Killer”).
Successivamente, nel 1974, Winner riprende, a modi suoi, il personaggio creato da Sergio Leone nel 1968 e lo plasma secondo le esigenze dei tempi, e, ovviamente, del botteghino, creando la figura del giustiziere moderno in un film che passera alla storia come un cult ed un must per tutti i cinefili: “Il giustiziere della notte” (“Death Wish”). Il film, girato a New York alla fine di un gelido febbraio, ebbe, addirittura, quattro sequel: 1981, 1985, 1987 e 1994 (non tutte girate da Winner).
La pellicola racconta circa un architetto di mezza età di New York che respinge la violenza, fino a quando succede che la sua figlia viene violentata e la moglie uccisa. Poi, l’architetto diventa uno strumento di vendetta. Percorre le strade impestate di criminalità in veste di bersaglio facile e, quando i malviventi lo attaccano, li uccide. Ai gentili lettori suggerisco di consultare la recensione presente su questo blog, ben scritta e corredata di ottime fotografie.
Nei film d’azione come quelli di Winner, Bronson diceva che non c’era molto tempo per la recitazione. “Dovevo fornire una presenza. Non ci sono mai scene abbastanza lunghe dedicate al dialogo per poter approfondire il personaggio.
Le sue affermazioni potrebbero suonare come mancanza di modestia. Tuttavia, non lo sono. Bronson descriveva con semplicità i suoi ruoli. Considerava se stesso un professionista che poteva svolgere il compito senza investire “un sacco di ego in esso”. Era parte del suo orgoglio di mestiere.
Per Charles Bronson il lavoro era importante non perché produceva grandi film, ma perché gli permetteva di fornire una vita straordinariamente confortevole alla famiglia.

Circa il rapporto lavorativo con il regista Winner, Bronson dichiarava: “Winner è un uomo intelligente, e mi piace. Ma non abbiamo mai discusso la filosofia di un film.”

Testimonianze raccontano che una notte, a New York, la compagnia “Death Wish” si riunì per girare una scena all’esterno di un negozio di alimentari, in alto a Broadway. Bronson disse che, dal momento che era lì comunque, avrebbe fatto un po’ di shopping. Aprì una scatola di biscotti. Un vecchio, un personaggio newyorkese un tantino pazzo, stava rimproverando una scatola di Hershey perché non riusciva ad aprirla. Bronson la aprì per lui. L’uomo a malapena si accorse della sua presenza. Intanto, Michael Winner beveva il caffè dall’altra parte della strada, parlando di Bronson: “Ha una grande forza sullo schermo, anche quando è fermo o in un ruolo completamente passivo, c’è una profondità, un mistero – c’è sempre la sensazione che qualcosa accadrà”.
Nel 1977 Bronson partecipa come protagonista accanto a Lee Remick al fim di genere spionaggio “Telefon”, diretto da Ron Siegel. La pellicola è tratta da un romanzo del 1975 di Walter Wager che abborda ampiamente il tema delle tecniche di lavaggio del cervello.

L’uomo dalle due ombre

Joe Valachi,i segreti di Cosa nostra

Tra le pellicole degli anni ’80, oltre alle sequel del giustiziere, il pubblico ricorda Bronson per le apparizioni nei film:

Caccia selvaggia” (“Death Hunt”), del 1980 diretto da Peter Hunt. Bronson e Marvin tornano qui insieme quindici anni dopo “Quella sporca dozzina”. Andrew Stevens, Carl Weathers e Angie Dickinson sono i co-protagonisti di questa storia vera di un fuggitivo chiamato il Cacciatore Pazzo e di un feroce assassino che scioccò il Canada. Brevemente, la trama: il 31 dicembre 1931 il cacciatore solitario Albert Johnson (Bronson) uccide un uomo per legittima difesa nella sua remota capanna sui monti nello Yukon. Alcuni giorni dopo, il duro poliziotto Edgar Millen raduna con riluttanza un gruppo di uomini armati per arrestare Johnson per omicidio. Nel brutale assedio alla capanna, Johnson ucciderà altri quattro uomini prima di fuggire sulle montagne innevate. Poiché l’episodio è sotto gli occhi di tutta la nazione, Millen veniva forzato ad inseguire Johnson a piedi, in slitta e con un aereo, in un disperato tallonamento che avrebbe portato i due uomini dall’orlo della sopravvivenza ed a quello della vendetta. Bellissimi i paesaggi naturali canadesi in cui si svolge l’azione.
Dieci minuti a mezzanotte” (“10 to Midnight”), è il quarto film diretto da J. Lee Thompson con Bronson come protagonista; un film poliziesco che mescola elementi thriller ed elementi di film slasher (termine derivante dal verbo “to slash” che in lingua inglese significa ferire profondamente con un’arma da taglio). La pellicola è ispirata al massacro di otto allieve infermiere del South Chicago Community Hospital avvenuto il 14 luglio 1966, ad opera del feroce killer Richard Speck. Bronson interpreta con successo il ruolo del poliziotto/giustiziere Leo Kessler, giustiziere appunto perché disposto a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di inchiodare l’assassino.

Caccia selvaggia

10 minuti a mezzanotte

Soggetti proibiti” (“Kinjite: Forbidden Subject”), del 1989 diretto da J. Lee Thompson. È un film d’azione/thriller con Charles Bronson, Juan Fernández e Perry Lopez. È stato il nono e ultimo film che Thompson e Bronson hanno fatto insieme (oltre ad essere l’ultimo film della carriera di Thompson. La parola giapponese Kinjite significa “proibito”.
Nel 1991 venne girato “Lupo solitario” (“The Indian Runner”) diretto da Sean Penn, al suo debutto nella regia. Il film è caratterizzato dal fatto che la trama è completamente ispirata da una sola canzone di Bruce Springsteen, Highway Patrolman, dell’album Nebraska del 1982. I personaggi, le ambientazioni e lo stile narrativo sono una trasposizione fedele della canzone, di cui il film diventa omaggio ed estensione.
Pur avendo ingaggiato attori di prim’ordine e utilizzando una sceneggiatura particolare, la pellicola per gli argomenti trattati è stata distribuita prevalentemente nel circuito dei film indipendenti e non è mai divenuta un successo commerciale su larga scala. Infatti, la pellicola utilizza scene di forte impatto, ineccepibili come lavoro regisorale, ma che possono turbare ed irritare lo spettatore (nudi maschili ed un parto ripreso dettagliatamente).
Il film è costruito sul rapporto ed il conflitto tra due fratelli, Joe (David Morse) e Frank Roberts (Viggo Mortesen). Joe è lo sceriffo di una piccola cittadina agricola del Nebraska, Plattsmouth, Frank è un soldato dell’esercito degli Stati Uniti. Lo sceriffo Joe Roberts conduce una vita tranquilla ed è sposato con Maria, una giovane donna messicana per la quale ha dovuto affrontare e combattere conto pregiudizi razzisti del padre. L’anziano signor Roberts è Charles Bronson.
La vita dei due fratelli separati è scossa dalla morte del padre: Frank incontra il fratello dopo essere tornato dalla guerra in Vietnam. È diventato un uomo scontroso e cupo, incapace di starsene fuori dai guai. Joe, paziente ed amorevole nei confronti del fratello ritrovato, cerca di ricostruire una vita per lui e per suo fratello, ricordando la loro infanzia trascorsa insieme. Frank ha una relazione con una ragazza del posto, Dorothy (Patricia Arquette), che darà alla luce suo figlio, dandogli una parvenza di speranza e apparente felicità nella nuova comunità in cui vive. L’indole e la solitudine di Frank Roberts prendono il soppravvento: uccide Caesar, il gestore dell’unico bar del paese. Il fratello sceriffo è quindi messo in conflitto tra l’amore che prova verso il fratello e la sua integrità di poliziotto: lo insegue fino al confine e decide di accostare lasciando il fratello libero di scappare. Il film si chiude con una citazione di Tagore: “Ogni nuovo bambino che nasce porta il messaggio che Dio non è ancora scoraggiato dall’uomo”.

Lupo solitario

Charle Bronson concluse la sua carriera con apparizioni in film diretti per il piccolo schermo: “Sospetti in famiglia” (“Family of cops”) (1995), “Sospetti in famiglia 2” (1997),“Sospetti in famiglia 3” (1999), interpretando l’ispettore Paul Flein.

Si spense in un giorno di sabato di fine estate nell’ospedale Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles. Aveva 81 anni e lasciò il ricordo di una vita privata intensa ma riservatissima, ed una pubblica dal sapore particolare: “Quando ero un ragazzino,” diceva, “disegnavo sempre. Disegnavo su carta da macelleria oppure su sacchetti della spesa. A scuola mi toccò disegnare con sapone sulle finestre. Tacchini per la Festa di Ringraziamento, cose del genere. Disegnavo qualsiasi cosa, in una linea continua, senza sollevare la matita dal foglio. Ho esibito le mie opere a Beverly Hills e andarono vendute in due settimane – non fu perché il mio nome era Charles Bronson; ho firmato Buchinsky.”

I cannoni di San Sebastian

Viva,viva Villa

A muso duro

Assassination

Assedio di fuoco

Caboblanco

Il giustiziere della notte

Il giustiziere della notte 2

Il giustiziere della notte 3

Il giustiziere della notte 4

Il giustiziere della notte 5

L’eroe della strada

Professione giustiziere

Pugno proibito

Qualcuno dietro la porta

Sole rosso

Telefon

Tiro incrociato

Twinky

Valdez il mezzosangue

 L’uomo del confine

La legge di Murphy

Il segno della giustizia

Twilight zone

The travels of Jamie

Rawhide

Hennessey

Empire

Breach of faith a family…

Bonanza

1998 Sospetti in famiglia 3 (TV Movie)
1997 Sospetti in famiglia 2 (TV Movie)
1995 Sospetti in famiglia (TV Movie)
1994 Il giustiziere della notte 5
1993 Di padre in figlia (TV Movie)
1993 La nave fantasma (TV Movie)
1991 Yes Virginia, There Is a Santa Claus (TV Movie)
1991 Lupo solitario
1989 Soggetti proibiti
1988 Il segno della giustizia
1987 Il giustiziere della notte 4
1987 Assassination
1986 L’esecuzione… una storia vera (TV Movie)
1986 La legge di Murphy
1985 Il giustiziere della notte 3
1984 Professione giustiziere
1983 10 minuti a mezzanotte
1982 Il giustiziere della notte 2
1981 Caccia selvaggia
1980 L’uomo del confine
1980 Cabo Blanco
1979 Tiro incrociato
1977 Telefon
1977 Sfida a White Buffalo
1976 I leoni della guerra (TV Movie)
1976 Da mezzogiorno alle tre
1976 Candidato all’obitorio
1975 Io non credo a nessuno
1975 L’eroe della strada
1975 10 secondi per fuggire
1974 Il giustiziere della notte
1974 A muso duro
1973 Valdez, il mezzosangue
1973 L’assassino di pietra
1972 Professione assassino
1972 Chato
1972 Joe Valachi – I segreti di Cosa Nostra
1971 Sole rosso
1971 Qualcuno dietro la porta
1970 L’uomo dalle due ombre
1970 Città violenta
1970 Al soldo di tutte le bandiere
1970 L’uomo venuto dalla pioggia
1970 Twinky
1968 C’era una volta il West
1968 Due sporche carogne – Tecnica per una rapina
1968 Viva! Viva Villa!
1968 I cannoni di San Sebastian
1967 Dundee and the Culhane (TV Series)
1965-1967 Il virginiano (TV Series)
1967 Quella sporca dozzina
1967 Il fuggiasco (TV Series)
1966 Questa ragazza è di tutti
1966 F.B.I. (TV Series)
1966 La leggenda di Jesse James (TV Series)
1965 La battaglia dei giganti
1965 Gli uomini della prateria (TV Series)
1965 La grande vallata (TV Series)
1965 Vacation Playhouse (TV Series)
1965 Castelli di sabbia
1965 Combat! (TV Series)
1965 Il californiano
1964 Bonanza (TV Series)
1963-1964 The Travels of Jaimie McPheeters (TV Series)
1963 I 4 del Texas
1962-1963 Empire (TV Series)
1963 Dottor Kildare (TV Series)
1963 La grande fuga
1957-1963 Have Gun – Will Travel (TV Series)
1962 Pugno proibito
1962 Gli intoccabili (TV Series)
1956-1962 Alfred Hitchcock presenta (TV Series)
1961 Adventures in Paradise (TV Series)
1961 Il leggendario X 15
1961 The New Breed (TV Series)
1961 Lotta senza quartiere (TV Series)
1961 I trecento di Fort Canby
1961 Ai confini della realtà (TV Series)
1961 Il padrone del mondo
1960-1961 Hennesey (TV Series)
1960-1961 Laramie (TV Series)
1961 Letter to Loretta (TV Series)
1961 One Step Beyond (TV Series)
1955-1961 General Electric Theater (TV Series)
1960 Riverboat (TV Series)
1960 The Aquanauts (TV Series)
1960 I magnifici sette
1958-1960 Playhouse 90 (TV Series)
1958-1960 Man with a Camera (TV Series)
1960 The Islanders (TV Series)
1959 Sacro e profano
1959 Yancy Derringer (TV Series)
1959 U.S. Marshal (TV Series)
1956-1958 Gunsmoke (TV Series)
1958 Quando l’inferno si scatena
1958 Tales of Wells Fargo (TV Series)
1958 The Walter Winchell File (TV Series)
1958 Solo contro i gangsters
1958 Sugarfoot (TV Series)
1958 La legge del mitra
1958 La vera storia di Lucky Welsh
1958 The Court of Last Resort (TV Series)
1957 Studio One (TV Series)
1957 Suspicion (TV Series)
1957 Colt .45 (TV Series)
1957 Richard Diamond, Private Detective (TV Series)
1957 La tortura della freccia
1957 Those Whiting Girls (TV Series)
1957 Hey, Jeannie! (TV Series)
1957 The Millionaire (TV Series)
1957 The O. Henry Playhouse (TV Series)
1957 The Sheriff of Cochise (TV Series)
1957 Studio 57 (TV Series)
1956 Wire Service (TV Series)
1956 Telephone Time (TV Series)
1956 Warner Brothers Presents (TV Series)
1956 Vento di terre lontane
1954-1956 Medic (TV Series)
1955-1956 Crusader (TV Series)
1956 Have Camera Will Travel (TV Movie)
1955 Ombre gialle
1955 Cavalcade of America (TV Series)
1955 Luke and the Tenderfoot (TV Series)
1955 The Pepsi-Cola Playhouse (TV Series)
1954-1955 Treasury Men in Action (TV Series)
1955 Stage 7 (TV Series)
1955 Public Defender (TV Series)
1955 Un pugno di criminali
1955 The Man Behind the Badge (TV Series)
1955 Lux Video Theatre (TV Series)
1954 Vera Cruz
1954 Rullo di tamburi
1954 L’ultimo Apache
1954 L’assedio di fuoco
1954 Tennessee Champ
1954 Waterfront (TV Series)
1953 Pioggia
1953 La città spenta
1953 Four Star Playhouse (TV Series)
1953 Schlitz Playhouse of Stars (TV Series)
1953 La maschera di cera
1953 Chevron Theatre (TV Series)
1952-1953 The Doctor (TV Series)
1953 Il pagliaccio
1952 Polizia militare
1952 The Roy Rogers Show (TV Series)
1952 Immersione rapida
1952 The Red Skelton Show (TV Series)
1952 Biff Baker, U.S.A. (TV Series)
1952 Paradiso notturno
1952 Uragano su Yalù
1952 Corriere diplomatico
1952 Lui e lei
1952 Vivere insieme
1952 I miei sei forzati
1952 Duello nella foresta
1951 Luci sull’asfalto
1951 Omertà
1951 Il comandante Johnny
1949 Fireside Theatre (TV Series)

Romolo Valli

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Il desiderio di conoscere ed approfondire il percorso professionale di Romolo Valli ha condotto le mie ricerche verso l’ambiente del teatro italiano del secondo dopoguerra. Stranamente, fino a questo scritto, ho sempre associato la Seconda Guerra Mondiale al dramma delle persone, alle perdite umane, tralasciando in qualche modo l’effetto sconvolgente della guerra sull’economia o sulle arti. Tuttavia, il tempo trascorso a leggere e guardare il teatro è divenuto, in seguito, un paziente maestro che mi ha trasmesso la conoscenza dei sensibili criteri che distinguono le opere del benessere dagli scritti della sofferenza o del rinnovamento. La storia del teatro nel nostro secolo presenta grandi mutamenti, che prospettano a loro volta grandi alternative. Il primo mutamento riguarda il contesto sociale. Il secondo riguarda il ruolo rispettivo dei diversi artefici dello spettacolo. In Italia, nel dopoguerra, vengono alla luce i drammi più noti di Eduardo De Filippo. Il suo stile è sobrio e l’uso del dialetto ha funzione realistica e caratterizzante. Vanno menzionate, poi, le esperienze teatrali ironico-satiriche di Brancati e Flaiano. Per ultimo, ma non come importanza, va ricordato Luchino Visconti, il quale predilige l’opera lirica con rappresentazioni di Verdi e di Bellini.
Viste le premesse, ci vorrebbe ben più di un articolo biografico per raccontare la formazione e la professione di uno degli animatori più importanti del teatro italiano del dopoguerra. Con questo scritto, tuttavia, mi sono proposta di ripercorrere la carriera cinematografica di attore e doppiatore del compianto artista emiliano. Ciò non di meno, nel caso di Romolo Valli, mi è apparso impossibile disgiungere il volto teatrale raffinato da quello cinematografico, sicuramente più icastico. Infatti, Romolo Valli è uno dei pilastri fra i caratteristi del cinema italiano, un attore che ha prestato il suo talento a tanti film di successo nei quali, pur non essendo il protagonista, è stato un valoroso comprimario, “un interprete disponibile fino all’inverosimile, completamente alla mercé del regista”.

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Romolo Valli in Boccaccio 70

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L’ultimo film interpretato, Chiaro di donna con Romy Schneider e Yves Montand

Nato nel 1925, a Reggio Emilia, Romolo Valli rivela sin da giovane una spiccata propensione per il mondo dello spettacolo, in particolare, per il teatro. Infatti, l’attore emiliano consegue una formazione teatrale perfetta affrontando i grandi testi di Luigi Pirandello. Lungo il percorso professionale, Romolo Valli “non tradì mai la sua cultura né il culto della parola, che in teatro è la prima componente dell’azione scenica, lo strumento insostituibile della ragione e del sentimento”. Nel 1949, dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita più per amor paterno e meno per amor proprio, Romolo Valli entra a far parte della Compagnia teatrale “Il Carrozzone” di Fantasio Piccoli; nel 1952 lavora al Piccolo Teatro di Milano mentre, nel 1954, fonda insieme a Giorgio De Lullo, Annamaria Guarnieri, Elsa Albani e Rossella Falk la “Compagnia dei Giovani”, un gruppo teatrale responsabile di circa quaranta allestimenti fino al 1972, che rivoluziona la scena teatrale italiana del dopoguerra.
L’esordio al cinema avviene nel 1959, con il personaggio Egidio Marsi Laurenzi, nel film Policarpo ufficiale di scrittura diretto da Mario Soldati. Per uno strano caso della vita, la pellicola che segna il debutto di Romolo Valli è, al contempo, l’ultimo film diretto dal regista torinese. Policarpo è in qualche modo legato al film Le miserie del signor Travet, che Mario Soldati descriveva come “… una farsa, un film comico, leggero ma anche amaro con la bella fotografia di Giuseppe Rotunno e la musica meravigliosa di Nino Rota. Policarpo è una farsa sul mondo degli impiegati d’ufficio: l’invenzione della macchina da scrivere innesca la lotta tra l’uomo e macchina. Vi appaiono anche storie di mazzette, corruzione. Renato Rascel e Romolo Valli vi recitano con grande bravura. Pur con i suoi limiti, credo che Policarpo sia un film perfetto.

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Sul set di Novecento con il regista, Bernardo Bertolucci

Sempre nel nel 1959 Romolo Valli viene diretto da Enzo Provenzale nel film drammatico Vento del Sud e da Mario Monicelli nel film tragicomico La grande guerra. Quest’ultima opera racconta la violenza e l’assurdità della Prima Guerra Mondiale vista attraverso gli occhi dei soldati impegnati nelle trincee. Valli assume la parte del tenente Gallina, superiore che ha tra i vari compiti quello di leggere le lettere ai soldati analfabeti. E’ commovente la scena in cui il tenente Gallina legge al soldato Giacomazzi (Luigi Fainelli) la lettera che la fidanzata aveva spedito sul fronte di guerra. La missiva contiene una pessima notizia: la ragazza annuncia il fidanzamento con un uomo più ricco e più anziano. Per risparmiare un grosso dispiacere a Giacomazzi, approfittando dell’analfabetismo del giovane, il tenente legge la missiva modificandone il contenuto.
Dal 1959, Romolo Valli viene scritturato con regolarità dai più importanti registi del cinema italiano. L’anno successivo l’attore lavora con Martin Ritt nel film Jovanka e le altre, con Daniele D’Anza nel film I piaceri di sabato notte, con Valerio Zurlini nel film La ragazza con la valigia, e con Gianni Puccini nella pellicola Il carro armato dell’8 settembre.
Nel 1961 la carriera cinematografica di Valli prosegue con l’opera di Mauro Bolognini, La viaccia, in cui l’attore interpreta la parte di Dante, accanto a Claudia Cardinale e Jean Paul Belmondo.
Sempre nel 1961 Valli è un partigiano nel film Un giorno da leoni, di Nanni Loy. L’opera racconta un avvenimento realmente accaduto nel 1943: la distruzione del ponte Sette luci sulla linea ferroviaria Roma Formia. Danilo (Nino Castelnuovo), studente universitario, evita l’arruolamento mentre il suo amico Michele (Leopoldo Trieste), un giovane e pavido ragioniere, già su un treno diretto a Nord assieme ad altri impiegati del suo ministero, fugge e riesce a tornare a Roma, dove ha lasciato la fidanzata Ida.

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Un giorno da leoni

Tuttavia, vinto dalla paura, si unisce a Danilo per cercare di superare la linea Gustav. Per caso conoscono Gino (Tomas Milian), che si aggrega ai due amici quando il treno della ferrovia Roma Fiuggi Alatri viene fermato dai tedeschi. I tre si rifugiano in una cantina, adibita a “covo” da un gruppo di ex-soldati, comandati da Orlando (Renato Salvatori). I militari vengono poi raggiunti dal partigiano Edoardo (Romolo Valli), che dà loro il compito di far saltare un ponte utilizzato dalle truppe tedesche per ricevere rifornimenti. Una volta procurato l’esplosivo necessario al sabotaggio, alla notizia della cattura di Edoardo da parte dei tedeschi, il gruppo si disperde. Danilo, Michele e Gino tornano a Roma, dove vengono a conoscenza della morte di Edoardo, il quale aveva affidato ai compagni il compimento del sabotaggio. Profondamente maturati, i tre giovani decidono di portare a termine la missione: faranno saltare in aria il ponte.

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Nel film Che? di Polanskj

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Er più storia d’amore e di coltello (sullo sfondo Adriano Celentano)

Uno dei registi a cui Valli lega maggiormente il suo nome è Luchino Visconti, con il quale gira un episodio del film Boccaccio 70 e altre tre opere: Il Gattopardo, Morte a Venezia e Gruppo di famiglia in un interno.
Nel 1962 esce nelle sale italiane un film strutturato in quattro episodi, ispirato alle novelle scritte da Giovanni Boccaccio. Il terzo episodio, intitolato Il lavoro è diretto, appunto, da Luchino Visconti. Valli interpreta l’avvocato Zacchi, accanto a Romy Scheider la quale è Pupe, moglie del conte Ottavio (Tomas Milian), losco individuo coinvolto in affari di sfruttamento della prostituzione.
Anche Federico Fellini che aveva diretto il secondo episodio, Le tentazioni del dottor Antonio, inizialmente, aveva pensato di affidare la parte del dott. Mazzuolo a Romolo Valli.

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Due interpretazioni magistrali: in Giù la testa del grande Leone…

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e nel bellissimo Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica

Sempre nel 1962 Valli compare nella commedia sentimentale Peccati d’estate diretta da Giorgio Bianchi, nella commedia Il giorno più corto diretta da Sergio Corbucci e nel film drammatico Una storia milanese diretto da Eriprando Visconti, grazie al quale si aggiudica il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista.
Nel 1963 Luchino Visconti lo chiama per dirigerlo nel kolossal Il Gattopardo, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La pellicola riscuote un grande successo di critica e di pubblico, oltre a numerosi riconoscimenti. Romolo Valli è Padre Pirrone, confidente e confessore del Principe Salina (Burt Lancaster) e guida spirituale dell’intera famiglia principesca siciliana. Indimenticabile, fra tante, la scena in cui il religioso rimprovera il principe Salina per i tradimenti extraconiugali, con l’espressione a metà tra biasimevole e pietoso nel momento in cui Don Fabrizio gli confessa che, nonostante i sette figli avuti dalla moglie, quest’ultima non gli aveva mai concesso di vederle l’ombelico. Ed ancora, nella stessa scena, Padre Pirrone cerca di convincere il principe di acconsentire al matrimonio fra Tancredi (Alain Delon) e Concetta (Lucilla Morlacchi), ma Don Fabrizio conosce le ambizioni ed il cuore del nipote il quale non ha occhi che per Angelica Sedara (Claudia Cardinale). Nonostante le poche scene in cui compare, grazie alla sua ricca espressività ed alla rigorosa costruzione del personaggio, Romolo Valli offre una bella prova attoriale accanto al protagonista, Burt Lancaster.

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Il gattopardo di Visconti

La carriera di Romolo Valli prosegue con le comparse in due commedie: I fuorilegge del matrimonio di Valentino Orsini e Confetti al pepe di Jacques Baratier. Seguono, nel 1964, i ruoli nei film La vendetta della signora di Bernhard Wicki e La costanza della ragione di Pasquale Festa Campanile.
Nel 1965 esce nelle sale una commedia a tre episodi, I complessi, di cui l’episodio più conosciuto è Guglielmo il dentone, diretto da Luigi Filippo D’Amico, in cui Alberto Sordi interpreta un giovane e brillante giornalista dalla dentatura prominente che aspira a diventare presentatore del Telegiornale Rai. In questo episodio, a Romolo Valli viene assegnata la parte del padre Baldini.
Sempre nel 1965, Alberto Latuada lo sceglie per la parte di messer Nicia nel film La mandragola, tratto dall’omonima commedia di Machiavelli.

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La mandragola di Alberto Latuada

Brevemente la trama: nel corso di un lungo soggiorno a Parigi, il giovane Callimaco (Philippe Leroy) viene a sapere della bellezza di Lucrezia (Rosanna Schiaffino), sposata da quattro anni con il ricco ma sciocco notaio Nicia Calfucci (Romolo Valli). Rientrato a Firenze, Callimaco s’innamora di Lucrezia e tenta di sedurla senza successo. Ad aiutarlo nell’impresa, oltre al servo Siro (Armando Bandini), è il parassita Ligurio (Jean Claude Brialy), che ha una grossa influenza su Nicia. Ligurio consiglia Callimaco di fingersi dottore e di convincere il notaio a far bere alla moglie un infuso di mandragola in grado di curare la sua presunta sterilità. Questa “terapia”, però, ha una controindicazione: il primo rapporto sessuale con la donna sarà letale in quanto l’amante morirà a causa del veleno. Per rimediare al problema e al fine di salvaguardare l’onore di Nicia, si dovrà far incontrare Lucrezia con il primo “garzonaccio” di strada, che subirà l’effetto del veleno mortale. Persuaso, Nicia deve convincere Lucrezia, restia ad acconsentire. Interverranno, quindi, la madre Sostrata (Nilla Pizzi) ed il frate Timoteo (Totò) i quali, facendo leva sulla devozione cristiana di Lucrezia, la convincono alla “cura”. La stessa notte Callimaco, travestito da mendicante, viene portato dall’ignaro Nicia tra le braccia della moglie. Lucrezia, però, non si accontenta del fugace incontro e, colta da pia devozione, desidera proseguire nella relazione amorosa.

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Nel film I complessi

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Il carro armato dell’8 settembre

Nel 1967 Romolo Valli viene diretto accanto a Catherine Spaak, Hywel Bennett, Vittorio Caprioli, Pina Cei, nel film Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare di Pasquale Festa Campanile.
Seguono, poi, le comparse nei film: Non stuzzicate la zanzara (1967) di Lina Wertmuller; La scogliera dei desideri (1968) di Joseph Losey, nel quale Valli interpreta il dottor Luilo accanto a Elizabeth Taylor e Richard Burton; Scacco alla regina (1969) di Pasquale Festa Campanile, nel ruolo di Enrico Waldman, accanto a Rosanna Schiaffino e Haydée Politoff.
Nel 1970, Vittorio De Sica lo chiama per interpretare il padre di Giorgio (Lino Capolicchio), un ebreo borghese che assiste all’innamoramento velato del figlio per Micol (Dominique Sanda), una giovane ebrea di condizione sociale più elevata. Nel finale, il padre di Giorgio viene deportato assieme alla famiglia in un campo di concentramento. Lo stesso truce destino sarà condiviso da Micol e dall’abbietta famiglia Finzi Contini. Grazie alla fine ed istintiva sensibilità interpretativa, Romolo Valli offre una prova attoriale memorabile nel film Il giardino dei Finzi Contini, che sarà premiata con un Nastro d’Argento al miglior attore non protagonista.
Nel 1971, Romolo Valli torna a lavorare con Luchino Visconti per il film Morte a Venezia, ove interpreta il direttore dell’hotel nel quale soggiorna il musicista Gustav von Ascenbach (Dirk Bogarde) che si innamora di un efebico giovane polacco, Tadzio (Bjorn Andrésen). Nonostante la piccola parte, la classe recitativa di Romolo Valli traspare ugualmente, in particolare, nelle scene in cui il personaggio è impegnato in discorsi volti a negare l’epidemia di colera che sta invadendo la città.

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La bella biografia di Maria Laura LoiaconoL’attore che parla

L’ultima interpretazione con Visconti è in Gruppo di famiglia in un interno (1974). Ancora una volta accanto a Burt Lancaster, Romolo Valli interpreta in una breve sequenza l’avvocato Michelli.
Successivamente, Romolo Valli lavorerà con: Sergio Leone nel film Giù la testa (1971), nel ruolo del dott. Villega; con Sergio Corbucci nella commedia Er più: storia d’amore e di coltello (1971), nella parte del maresciallo; con Jean Louis Bertucelli nel film Paulina 1880 (1972), nel ruolo di Farinata; con Roman Polanski nella commedia grottesca Che? (1972), nel ruolo di Giovanni; con Giuseppe Rosati nel film Il testimone deve tacere (1974), nel ruolo del ministro; con Franco Rosati nella commedia Nipoti miei diletti (1974), nella parte di Trèves; con Bernardo Bertolucci in Novecento (1976), nel ruolo di Giovanni.

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Con Donald Sutherland in Novecento

Nel 1977 Romolo Valli veste i panni del Dott. Spazioni, accanto ad Alberto Sordi nel film di Mario Monicelli, Un borghese piccolo piccolo. Il Dott. Spazioni è il capoufficio di Sordi il quale, alla richiesta di aiutarlo a sistemare il figlio con un impiego per il Ministero, lo invita ad iscriversi presso la Massoneria. La bravura di Valli sarà premiata nuovamente con un Nastro d’Argento al migliore attore non protagonista. Complessivamente, il film si aggiudica tre David di Donatello e quattro premi Nastro d’Argento.

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Romolo Valli con Dirk Bogarde in Morte a Venezia di Luchino Visconti

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Con Sordi e Gassman in La grande guerra

La fine degli anni ’70 vede Valli impegnato nel film di Sydney Pollack, Un attimo, una vita (1977), nel ruolo dello zio Luigi; nel Holocaust 2000 (1977) di Alberto De Martino, nel ruolo di Monsignor Charrier; nel film Chiaro di donna (1979) di Costa Gavras, nella parte di Galba.
Grazie alla dizione rigorosa, Romolo Valli ha spesso prestato la sua voce al cinema come doppiatore. Uno degli esempi più memorabili di questa attività è la voce del narratore nella versione italiana di Barry Lyndon di Stanley Kubrick. Vi sono, inoltre, i doppiaggi di Anthony Franciosa in Senilità, Anthony Sharp in Arancia meccanica, Alain Cuny in La dolce vita, Lou Gilbert in Giulietta degli spiriti e la voce narrante in E venne un uomo.
Negli ultimi anni ’70 Romolo Valli è stato Direttore stabile del Teatro Eliseo di Roma e Direttore artistico del Festival dei Due Mondi di Spoleto. La notte del 1 febbraio 1980, a soli 54 anni, è rimasto vittima di un fatale incidente stradale sulla via Appia Antica, a Roma. Da allora il Teatro Municipale della sua città natale porta il suo nome. La sua morte ha segnato l’uscita di scena di un instancabile protagonista della vita culturale italiana: “Di lui, in genere, nell’ambiente del teatro, non vedo e non sento recepito l’ esempio. Forse è un sintomo di quanto Romolo fosse irripetibile per doti e intuizioni. La sua capacità più moderna e provocatoria consisteva nel porre limiti a se stesso, nel coltivare cioè doti di manager, di intellettuale e di splendido attore, senza però ammantarsi o vantarsi anche di capacità di regista, di poeta, di scenografo, di traduttore.” (Giuseppe Patroni Griffi).

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In Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti

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Irriconoscibile con Jane Fonda in Barbarella

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Holocaust 2000 

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Il testimone deve tacere

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Con Claudia Cardinale in La ragazza con la valigia

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La vendetta della signora

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La viaccia

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Policarpo ufficiale di scrittura

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Con Rossanna Schiaffino in Scacco alla regina

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Un attimo una vita

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Un borghese piccolo piccolo

banner-filmografia

1980 Chiaro di donna
1977 Holocaust 2000
1977 L’avvocato del diavolo
1977 Un attimo una vita
1977 Un borghese piccolo piccolo
1976 Novecento
1974 Nipoti miei diletti
1974 Gruppo di famiglia in un interno
1974 Il testimone deve tacere
1974 Così è (se vi pare) (Film TV )
1972 Che?
1972 Paulina 1880
1971 Giù la testa
1971 Er più: storia d’amore e di coltello
1971 Morte a Venezia
1970 Il giardino dei Finzi Contini
1970 L’amica delle mogli (Film TV )
1969 Scacco alla regina
1968 Barbarella
1968 La scogliera dei desideri
1967 La fiera delle vanità (Serie TV)
1967 Non stuzzicate la zanzara
1966 Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare
1965 La mandragola
1965 I complessi
1965 Il successo (Film TV )
1965 Sei personaggi in cerca d’autore (Film TV )
1964 La costanza della ragione (uncredited)
1964 La vendetta della signora
1963 I fuorilegge del matrimonio
1963 Confetti al pepe
1963 Il gattopardo
1963 Il giorno più corto
1962 Una storia milanese
1962 Peccati d’estate
1962 Boccaccio ’70
1961 Le donne di buon umore (TV Movie)
1961 Un giorno da leoni
1961 La viaccia
1961 La ragazza con la valigia
1960 Il carro armato dell’8 settembre
1960 I piaceri del sabato notte
1960 Jovanka e le altre
1959 La grande guerra
1959 Policarpo ‘ufficiale di scrittura’
1954 Il piacere dell’onestà (Film TV )

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Così è se vi pare

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Enrico IV

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Il mercante di Venezia

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Il piacere dell’onestà

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Il valzer dei cani

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La fiaccola sotto il mogio

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L’amica delle mogli

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Sei personaggi in cerca d’autore

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Spettri

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Pubblicità del Martini,con Marina Malfatti

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Nello sceneggiato tv La fiera delle vanità

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La presentazione dello sceneggiato Tv dedicato a Ligabue

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Un mese in campagna

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La compagnia dei giovani

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Nel camerino del Teatro Ariosto

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In radio,nel programma Gran Verietà

Cinema: pensieri, parole e parolacce – parte prima

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Raccontami una storia.
Allegra o mesta?
Allegra più che puoi.
C’era una volta un cimitero… .

Dal film La viaccia di Mauro Bolognini (1961)

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Mi sembrava di avere le idee così chiare. Volevo fare un film onesto, senza bugie di nessun genere.
Mi pareva d’avere qualcosa di così semplice da dire, un film che potesse essere utile un po’ a tutti,
che aiutasse a seppellire per sempre tutto quello che di morto ci portiamo dentro.
E invece io sono il primo a non avere il coraggio di seppellire proprio niente.
Adesso ho la testa piena di confusione, questa torre tra i piedi… chissà perché le cose sono andate così.
A che punto avrò sbagliato strada? Non ho veramente niente da dire, ma lo voglio dire lo stesso.

Dal film 8 1/2 di Federico Fellini (1963)

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Mi sono presa la varicella… . È la prima volta che mia sorella mi dà qualcosa.

Dal film Il tempo delle mele di Claude Pinoteau (1980)

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Siete turisti? Cosa venite a fare qui? Non c’è niente da vedere, è tutto uno schifo… Non visitate l’Italia!
Statevene a casa vostra, che è meglio.

Dal film Una vita difficile di Dino Risi (1961)

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Sì, mi dimetto: sono stanco di continuare a fare un lavoro che non serve a nessuno.
C’è il benessere sì o no?! E allora voglio essere beneficato anch’io.
Uno non può restare tutta la vita a fare l’intellettuale con le pezze al culo quando
c’è gente che guadagna i miliardi.

Dal film Il padre di famiglia di Nanni Loy (1967)

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Mi avete fatto venire i capelli bianchi, che già erano bianchi!

Dal film Uomini si nasce, poliziotti di muore di Ruggero Deodato (1976)

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Non è mia abitudine sparare a chi è disarmato. Ma le abitudini sono fatte per essere cambiate.

Dal film L’immortale di Richard Berry (2010)

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Dunque, ragazzi, abbiamo tre motori fuori combattimento e abbiamo nella pancia più buchi di uno scolabrodo.
La radio è partita, perdiamo carburante, e se scendiamo un altro po’ ci vogliono gli sci invece delle ali.
Però un vantaggio ce l’abbiamo sui russi: a quest’altezza ci possono arpionare, magari, ma sullo schermo del radar
sicuramente non ci trovano!

Dal film Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick (1964)

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Tutto ha un prezzo, anche la follia.

Dal film Le foto proibite di una signora per bene di Luciano Ercoli (1970)

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Anche contro la nostra volontà dobbiamo continuare a vivere. La vita continua e dobbiamo purtroppo seguirla.

Dal film Europa’ 51 di Roberto Rossellini (1952)

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Il mio secondo marito diceva che l’unica moneta è il dollaro, al massimo la sterlina.
Ora, in nome del cielo, che cos’è una dracma?

Dal film Assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet (1974)

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Quando un uomo è tanto cretino da mettersi a mezzo con una donna, quella non avrà mai nessuna considerazione per lui.

Dal film I compari di Robert Altman (1971)

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L’amore prima della tempesta non è una scelta, è una legge!

Dal film Mon Roi – Il mio re di Maiwenn Le Besco (2015)

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– Che ora è?
– La più bella della mia vita!

Dal film La coda dello scorpione di Sergio Martino (1971)

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Se io non so cambiare quando le circostanze lo impongono come posso chiedere agli altri di cambiare?

Dal film Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood (2009)

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Un bel culo non ti segue per tutta la vita. Dopo i trenta è meglio che la butti sull’intelligenza, se ce l’hai.

Dal film BeCool di F. Gary Gray (2005)

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– E allora sappi papà, che se non interverrai tu ucciderai il padre di tuo nipote.
 – Ti prego Maria Sole… .
– Sì papà, nel mio ventre c’è il frutto del nostro amore, sì sono incinta di Nico.
– Ti sei dimenticata che un anno fa eri incinta di Sylvester Stallone?

Dal film Squadra antimafia di Bruno Corbucci (1978)

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A modo suo era un grand’uomo… . Ma che importa quello che si dice di un morto?

Dal film L’infernale Quinlan di Orson Welles (1958)

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Se dovessi creare io un nuovo mondo non perderei tempo con i fiori e le farfalle. Io comincerei con il laser,
il primo giorno alle 8.00!

Dal film I banditi del tempo di Terry Gilliam (1981)

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Ultima lezione ragazzo: quando un uomo comincia a uccidere, non può più smettere.

Dal film I giorni dell’ira di Tonino Valerii (1967)

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Salvare la faccia

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L’amore è un sentimento complesso, ricco di sfaccettature. Può essere illustrato attraverso un amplesso amoroso, o meglio, attraverso timidi dettagli di un atto di passione. La cinepresa inquadra la carezza di una mano elegante, i capelli sciolti di una giovane donna, il lieve respiro di una ragazza innamorata sulla pelle dell’uomo che l’abbraccia… . Allo spettatore verrebbe voglia di sorridere, verrebbe voglia di immergersi in quell’attimo sognato, nel bene che trasmette alla mente e, sopratutto, all’anima. Tuttavia, qualcosa lo frena. Un suono, una musica fastidiosa, inadatta all’intimità ed in netto contrasto con essa. “Love your neighbour as yourself” recita il ritornello e, lentamente, quasi senza accorgersi, allontana lo spettatore dal sogno, lo accompagna verso la realtà, verso il mondo dei fasulli equilibri, ove, pare che non ci sia spazio per l’amore e per la tenerezza.
La giovane donna è Licia Brignoli (Adrienne La Russa), figlia dell’imprenditore Marco Brignoli (Rossano Brazzi), industriale di Prato, assiduamente impegnato nell’accrescimento del patrimonio familiare. Infatti, con l’inaugurazione della nuova fabbrica, Brignoli non solo solidifica la propria posizione sociale ma agevola la carriera politica dell’Onorevole amico, candidato al Governo.Tanta fatica spesa, quindi, tanti sacrifici per accumulare denaro e potere vanno salvaguardati “ad ogni costo”.

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Licia è la figlia minore di Brignoli la quale, all’età di diciott’anni, sorride e canta al suo primo amore, Mario (Nino Castelnuovo). A causa della giovane età e, probabilmente, del benessere in cui è cresciuta, Licia è estranea alla perfidia umana, è una “credente”. La sua visione del mondo è fiabesca: Cenerentola e l’amore che la unirà al Principe Azzurro, ovvero, il bene che prevale sul male. Mario, al contrario, dimostra di perpetrare una filosofia di vita all’estremo opposto: tutto è in vendita, anche Cenerentola. Quando Licia viene fotografata tra le sue braccia, per commissione dello stesso Mario, quest’ultimo la svende per venti milioni di vecchie lire. A tanto ammonta la somma che lo stimato Brignoli è disposto a sborsare pur di evitare uno scandalo con conseguenze economiche rovinose. Non solo. Alla pari dell’amante, anche il padre è disposto a svendere gli affetti. Con il consenso della figlia maggiore, Giovanna (Paola Pitagora), e del genero, Francesco (Alberto de Mendoza), Brignoli rinchiude la figlia in un istituto di salute mentale. La famiglia di Licia, con l’appoggio del “sempre disinteressato” clero, decide di costruire una commovente storia: solo una ragazza affetta da malattia mentale avrebbe potuto commettere l’imprudenza di concedersi ad un proletario, in una casa di appuntamenti. Quindi, la famiglia Brignoli, tragicamente colpita dalla disgrazia, susciterà nell’opinione pubblica un sentimento di commozione e solidarietà. Nessuno oserebbe puntare il dito contro una creatura ammalata e, tanto meno, contro una famiglia che la accudisce amorevolmente, nel migliore dei modi, quasi fosse una “cornice di chiesa”.
Tradita negli affetti, svenduta nell’amore, privata dalla libertà, Licia subisce l’impeto del padre. Si sottopone alla terapia psicofarmacologica e al severo regime di reclusione. Uscirà dal manicomio viva, forse diversa, ma viva.

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Alla conclusione del ricovero, Licia torna in famiglia, apparentemente contenta di riabbracciare le persone che la circondano: papà Brignoli, Giovanna e Francesco. Tuttavia, lo spettatore attento comprende sin da subito che la condotta di Licia, seppur mascherata da gesti affettuosi, è caratterizzata da azioni malefiche. Sarà che Licia è impazzita? Sarà che ha imparato una lezione da venti milioni di lire?
Dapprima, Licia seduce il cognato, Francesco, punendo in questo modo la sorella Giovanna. Licia condanna la promiscuità tra i pensieri e le azioni di Giovanna la quale, pur consapevole di essersi sposata per convenienza, tollera le azioni scorrette del padre e del marito. L’attenzione di Licia si rivolge, poi, al pavido Mario. Il lupo perde il pelo ma non le abitudini: così, Mario si dimostra entusiasta all’idea di ricattare il padre di Licia e acconsente ad un’improbabile proposta di matrimonio della ragazza.
Nemmeno il clero sfugge all’ira di Licia: durante una proiezione privata, ove viene presentato il pellegrinaggio a Lourdes organizzato per le maestranze della fabbrica, “un’esperienza davvero indimenticabile!”, Licia scambia il nastro del percorso religioso con un nastro che ritrae lo stimatissimo Brignoli e l’amante Laura (Idelma Carlo) avvinghiati in atteggiamenti licenziosi.
Lentamente, la famiglia Brignoli s’incammina verso l’orlo del precipizio. Giovanna, stanca e arresa, muore suicida. Francesco, privato dal sogno di ereditare il patrimonio Brignoli, si allontana dalla famiglia. Mario, intrappolato nel proprio arrivismo, morirà per mano dell’ignaro papà Brignoli.
I sopravvissuti sono increduli, spossati, si interrogano confusi sulle ragioni dei propri fallimenti.

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Forse, per alcuni di loro trattasi di rovina. L’unico che dovrebbe sentirsi realizzato è proprio papà Brignoli. In fondo, la piccola Licia è stata plasmata secondo l’immagine dell’ignobile padre. L’educazione ha reso. Nel finale, Licia e papà Brignoli, isolati nel lusso opulente della villa familiare, si fanno compagnia a tavola. La stessa cinepresa che all’inizio inquadrava interessata i dettagli di un tenero atto d’amore, ora, arretra lentamente, quasi volesse prendere le distanze dalle rimanenze delle esistenze rovinate. Nessuno si è salvato. Si salva chi si allontana.
Salvare la faccia uscì nelle sale italiane il 2 febbraio 1969 e, due anni dopo, negli Stati Uniti con il titolo “Psychout for Murder”. Gli intenditori dicono che la pellicola destinata alle sale oltre oceano si è salvata dalle sforbiciate, pertanto, presenta una storia omogenea ed intrisa di scene più spinte.
Rossano Brazzi si firma Edward Ross e dirige con buoni risultati un film cattivo e/o sulla cattiveria.
Infatti, grazie al soggetto del fratello Oscar, il regista bolognese mette in scena una convincente storia malata. Il film denuncia l’ipocrisia, la labilità dei buoni sentimenti e la slealtà familiare che si estende alla società ed alle istituzioni. Infatti, come accade nei film di Salvatore Samperi, la famiglia, pilastro della società, crolla su se stessa a causa dell’ipocrisia e della corruzione.
Ma il film non si limita ad essere un’opera contestataria. La pellicola mescola il dramma al giallo, anche se con risultati a volte banali, riscontrabili nelle scene che vedono Licia impegnata ad escogitare e mettere in atto trappole letali.

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Il cast è di ottimo livello. La bellissima Adrienne La Russa si cala abilmente nei panni di Licia, tanto dolce e altrettanto torbida da rendere credibile il tormentato personaggio. Adrienne la Russa brillerà nuovamente lo stesso anno nell’ottimo film di Lucio Fulci, “Beatrice Cenci”.
Altrettanto bella e brava è Paola Piagora la quale, a differenza della protagonista, sprigiona una sensualità più matura e rende, quindi, credibile la comparsa della sorella maggiore, Giovanna.
Bene anche il cast maschile. Forse a De Mendoza avrebbero potuto risparmiare la scena giocherellona in piscina, ove lo stesso appare a disaggio. Rossano Brazzi che dirige se stesso, risulta convincente nella parte dell’ industriale che tenta di salvare una faccia che, in fondo, non ha.
Ottima sceneggiatura da parte di Biagio Proietti, coautore del film “Black Cat” di Lucio Fulci; azzeccate le musiche psichedeliche composte da Benedetto Ghiglia; splendida la fotografia curata da Luciano Trasatti (bravissimo anche nel film “Miseria e nobiltà”).
Salvare la faccia è un film da scoprire o riscoprire; probabilmente più apprezzabile oggi che all’epoca in cui fu realizzato, dato che il cinema italiano degli anni ’60 e ’70 abbondava di pellicole di denuncia sociale, caratteristica, oggi, dimenticata.
Il film è disponibile su You ube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=OmjuURiqf60 in una versione molto buona.

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Salvare la faccia
Un film di Edward Ross. Con Rossano Brazzi, Nino Castelnuovo, Paola Pitagora, Adrienne La Russa,Alberto De Mendoza,
Nerio Bernardi, Valentino Macchi, Renzo Petretto Drammatico, durata 92 min. – Italia 1969

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Rossano Brazzi: Marco Brignoli
Nino Castelnuovo: Mario
Paola Pitagora: Giovanna Brignoli
Adrienne La Russa: Licia Brignoli
Alberto de Mendoza: Francesco
Nerio Bernardi: cameriere

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Regia Rossano Brazzi
Soggetto Oscar Brazzi
Sceneggiatura Biagio Proietti, Diana Crispo
Produttore Oscar Brazzi
Casa di produzione Chiara Film, Banco Film, Glori Art
Fotografia Luciano Trasatti
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Benedetto Ghiglia
Scenografia Giovanni Fratalocchi

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– Mi sento come Cenerentola che incontra il suo Principe Azzurro.
– Il Principe Azzurro era ricco, io non lo sono… ancora.
– I soldi non m’interessano. Per me tu conti molto di più. Io ti amo.

– La ricchezza, il potere, vanno salvaguardati ad ogni costo!
– Se devo essere costretta a pagarli ad un prezzo tanto alto, io non so proprio che cosa farmene!

Non sei cambiato per niente Mario, non trovi mai la strada di casa. Sono due ore che ti sto aspettando… . Ciao. Non dici niente? Non sono un fantasma, sono proprio io. Da quei posti si esce vivi, tesoro. Forse diversi… ma vivi.

– L’Onorevole verrà alla inaugurazione del Circolo ricreativo.
– Ah, lo credo bene, l’idea del Circolo è stata sua.
– Ha invitato molti cinegiornali. Si raccomanda, in particolare, che ci sia molta gente e … .
– E che tutti si dimostrino entusiasti della sua visita.
– Ha bisogno di pubblicità in questo momento. L’idea di poter entrare nel Governo lo fa letteralmente impazzire!
– Io impazzirò se penso ai milioni spesi per la piscina!
– Sono soldi spesi bene… .
– Già.
– L’Onorevole è un investimento molto sicuro.
– Inviti tutti quelli che hanno chiesto di essere assunti.
– E’ un po’ vecchio come trucco. L’abbiamo già utilizzato per l’inaugurazione della mensa e, poi, del campo di calcio e, soprattutto, per i comizi dell’Onorevole durante le elezioni e, quindi … .
– Sì, lo so, qualcuno non verrà più. Ma, ci sono i nuovi immigrati meridionali. Quelli verranno.

– La nostra famiglia rinnova la sua linfa con sangue nuovo e di prima qualità: prima un playboy, adesso un ricattatore. Va bene, facciamo progressi.
– Giovanna, certe cose non le dovresti dire.
– Certo, papà, hai ragione. Ma, per non dirle, non avrei dovuto fare tante altre cose. Non avrei dovuto vivere qui, né fare questa vita che non significa niente. Ma, soprattutto, non dovrei avere un padre come te! E’ tutto così stupido. A che gioco stai giocando?! Ma non ti rendi conto che stai cercando di distruggere della gente che è già morta?! Sono tutti morti, Licia. Solo che non lo sanno… . Va via Licia, non stare qua, vattene! Noi non possiamo darti niente, perché non abbiamo niente. Abbiamo soltanto la faccia da salvare e non vale molto neppure quella.

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L’uomo della pioggia

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All’epoca in cui avevo letto L’uomo della pioggia, ancora ai tempi della scuola, non immaginavo che un romanzo che mi era tanto piaciuto, in seguito, si sarebbe iscritto nella lunga ed impressionante lista dei libri di Grisham divenuti film di successo.
Parlo di una vera e propria lista, perché dal 1993, anno in cui uscirono nelle sale Il socio diretto da Sydney Pollack con protagonisti Tom Cruise e Gene Hackman, ed Il rapporto Pelican diretto da Alan J. Pakula, con protagonisti Denzel Washington e Julia Roberts, proseguendo nel 1994, anno in cui fu proiettato sul grande schermo Il cliente, diretto da Joel Schumacher, con protagonisti Susan Sarandon e Tommy Lee Jones, ed ancora 1996, anno in cui uscì nelle sale Il momento di uccidere diretto da Joel Schumacher, con protagonisti Mattew McConaughey, Sanda Bullock e Samuel L. Jackson, proseguendo con L’ultimo appello (1996) diretto da James Foley, L’uomo della pioggia (1997), Conflitto d’interessi (1998) regia Robert Altman, La giuria (2003) diretto da Garry Felder, concludendo con Mickey e Fuga da Natale (2004), i titoli dei romanzi di uno dei miei scrittori preferiti finirono stampati su memorabili locandine sparse nei cinema di tutto il mondo.
L’uomo della pioggia è stato il primo volume che “mi ha messo in contatto” con Grisham. Nonostante siano passati un bel po’ di anni da allora, ricordo di essermi immersa nella lettura al punto di averla finita in pochi giorni. Inoltre, ricordo come mi sia dispiaciuto averlo letto troppo in fretta…

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L’anziana signorina Birdie Birdsong, un personaggio memorabile di questo romanzo, mi è rimasta nel cuore grazie al brillante umorismo dell’autore, il quale la descriveva attraverso la spontaneità del giovane avvocato Baylor.

Forse sono in tanti a domandarsi qual’è il motivo per cui tanti dei romanzi di John Grisham sono tramutati in pellicole?
A mia opinione, le ragioni delle scelte sono: i contenuti facilmente convertibili in sceneggiature, il ritmo e lo scorrere dell’azione e la naturalezza dei personaggi.
Tornando a bomba, L’uomo della pioggia (The Rainmaker), film “giuridico processuale”, diretto abilmente da Francis Ford Coppola, uscì nelle sale cinematografiche americane nel 1997, riscontrando un ottimo successo di critica e di pubblico.
Il film, come anticipato, trae origine dal romanzo scritto nel 1995 dal principale autore di gialli giudiziari dei nostri tempi, John Grisham.
Ora, prima di andare oltre con il racconto della pellicola, vorrei proporre una succinta analisi della terminologia usata per definire i concetti su cui si fonda la trama:
-assicurare significa rendere sicuro, proteggere da un danno o pericolo.
-contratto di assicurazione è il contratto con cui l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno a esso prodotto da un sinistro (assicurazione contro i danni), ovvero a pagare un capitale o una rendita (vitalizia o temporanea) al verificarsi di un evento attinente alla vita umana (assicurazione sulla vita).
-polizza (di assicurazione) è definito il documento contenente indicazioni di vario genere, che serve da ricevuta, da contrassegno, o che attesta un’obbligazione da parte dello scrivente. La polizza di assicurazione, in pratica, è il documento di prova del contratto di assicurazione, che riproduce le condizioni che lo regolano, predisposte dall’assicuratore e accettate dall’assicurato.

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-truffa è l’ottenimento di un vantaggio a scapito di un altro soggetto indotto in errore attraverso artifici e raggiri.
-leucemia è un tumore delle cellule del sangue.
-alcolismo è una sindrome patologica determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcol. I danni dall’abuso di alcol colpiscono quasi ogni organo del corpo, compreso il cervello, causando una serie di disturbi fisici e psichici.
-maltrattamento – l’azione del maltrattare o dell’essere maltrattato; comportamento che è per altri causa di danni fisici o morali.
-violenza domestica – comprende tutte le forme di maltrattamento – sia fisico che psichico e sessuale – nei confronti di un componente familiare, in particolare contro una donna, compiute da altre persone familiari (in maggioranza uomini).
-omicidio – consiste nella soppressione di una vita umana per opera di un altro essere umano.
-morte – cessazione delle funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso.

Letto quanto sopra, il gentile lettore potrebbe pensare di essere edotto riguardo al contenuto di un convenzionale court-movie, ovvero di un film che mette al centro barbose questioni legali. Orbene, fortunatamente, così non è.
L’uomo della pioggia propone un’incursione nell’ambiente dei tribunali, ma, al contempo presenta la professione legale illustrandola attraverso una dimensione umana delle vicende raccontate: difficoltà quotidiane, ingiustizie e battaglie per la sopravvivenza, affari “sporchi”, in sostanza, i drammi di tutti noi. Visionando la pellicola, ci rendiamo conto che l’obbiettivo di Coppola non era quello di criticare o di elogiare i giudici, e nemmeno di presentare i scontri che avvengono davanti ai magistrati. Al contrario, qui abbaiamo a che fare con una rappresentazione del tutto particolare del “mondo degli avvocati”.

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Dietro la macchina da presa c’è il celebre e stimatissimo regista Francis Ford Coppola, sceneggiatore di Patton generale d’acciaio (1971), per cui vinse l’Oscar, e regista di capolavori quali Il padrino (1972), Il padrino – Parte II (1974), Apocalypse Now (1979), I ragazzi della 56ª strada (1983), Cotton Club (1984) e Dracula di Bram Stoker (1992).

Il protagonista della storia è Rudy Baylor (Matt Damon), un giovane laureato presso la Facoltà di Giurisprudenza, il quale riceve un duro colpo dalla vita: lo studio legale presso cui avrebbe dovuto lavorare subito dopo la laurea è stato assorbito da uno studio di fama, che non ha bisogno dei suoi servigi. Fresco di laurea, senza esperienza nell’ambito giuridico e completamente al verde, Rudy è costretto ad accettare l’impiego presso uno studio legale di periferia, il cui stravagante titolare, Bruiser Stone (Mickey Rourke) è coinvolto in affari “sporchi”. Tuttavia, il giovane avvocato ha un asso nella manica: ha ricevuto l’incarico da una famiglia proletaria al fine di citare in giudizio una grossa compagnia assicurativa, che si era rifiutata di pagare una polizza al figlio affetto da leucemia.
Rudy Baylor proviene da una famiglia povera; lavora in un bar locale per finanziare i suoi studi e accetta di professare l’avvocatura nello studio del losco Bruiser, solo in quanto costretto. Siccome il famoso Studio Bruiser, viene posto sotto sequestro dal FBI, Rudy getta le basi di un piccolo ufficio legale, associandosi con Deck Shifflet (Danny DeVito), di professione “paralegale” ed abile inseguitore di ambulanze

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Tuttavia, Rudy non diverrà mai “l’uomo della pioggia”, ossia l’avvocato che vanta la brillante capacità di guadagnare denaro “a pioggia” nell’ambiente ove lavora. La ragione del mancato acquisto di detto “titolo” o “sopranome”, sta nelle cause che Rudy assume: stesura del testamento dell’anziana signora Birdie (Teresa Wright), una difficile battaglia contro una grossa compagnia di assicurazioni, Great Benefit, assistita dallo Studio “mille dollari l’ora” del corrotto avvocato Leo F. Drumond (John Voight) e una storia d’amore con la bella e fragile Kelly Riker (Claire Danes), vittima di violenze domestiche messe in atto da un marito alcolizzato.
Attraverso il protagonista, Coppola non solo riesce ad uscire dagli schermi dei film del genere, bensì ottiene una pellicola di ottimo ritmo, che né annoia, né cede ai buoni sentimenti. Seppur giovanissimo, 27enne all’epoca in cui veniva girato il film, Matt Damon riesce sin da subito a dare prova della sua bravura, calandosi abilmente nella parte da bravo ragazzo “dal viso pulito”.

“Credo proprio che in “The Rainmaker” ci sia, oltre che l’anima idealista e ribelle di Coppola, anche una parte della sua storia.” è quanto dichiarato dall’attore John Voight, che nella pellicola interpreta la parte del venerabile e titanico Leo F. Drummond, il togato principe della compagnia corrotta.
Oltre alle eccellenti prove recitative e alla regia, una menzione particolare per la responsabile dei costumi, Aggie Guerard Roggers, la quale veste un giovane ragazzo affetto da leucemia con un scolorito giubbotto Top Gun, rendendo dolorosamente realistica l’immagine di un’aquila dalle ali spezzate. Complimenti, altresì, per la scelta dei completi da uomo e delle cravatte abbinate, che partono dal modello grandi magazzini anni ‘ 80 (“paralegale”), passano per il look stravagante del proprietario di nightclub e arrivano sino ai modelli “giacca doppiopetto, elegantissima, nonché costosissima”!
Fortunatamente, la pellicola passa qualche volta in tv e penso sia di facile reperibilità.

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L’uomo della pioggia

un film di Francis Ford Coppola. Con Matt Damon, Danny DeVito, Claire Danes, Jon Voight, Mary Kay Place, Dean Stockwell, Teresa Wright, Virginia Madsen, Mickey Rourke, Andrew Shue, Red West, Johnny Whitworth, Wayne Emmons, Adrian Roberts, Roy Scheider, Alexis Brigham, Danny Glover, Marshall Taylor Titolo originale The Rainmaker. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 135 min. – USA 1997.

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Matt Damon: Rudy Baylor
Danny DeVito: Deck Shifflet
Claire Danes: Kelly Riker
Jon Voight: Leo F. Drummond
Mary Kay Place: Dot Blake
Danny Glover: Tyrone Kipler
Teresa Wright: Colleen ‘Miss Birdie’ Birdsong
Virginia Madsen: Jackie Lemancyzk
Mickey Rourke: Bruiser Stone
Red West: Buddy Blake
Johnny Whitworth: Donny Ray Blake
Andrew Shue: Cliff Riker
Roy Scheider: Wilfred Keeley
Dean Stockwell: Harvey Hale
Adrian Roberts: Butch
Sonny Shroyer: Delbert Birdsong

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Regia Francis Ford Coppola
Soggetto John Grisham (romanzo)
Sceneggiatura Francis Ford Coppola
Produttore Michael Douglas, Fred Fuchs, Steven Reuther
Fotografia John Toll
Montaggio Melissa Kent, Barry Malkin
Musiche Elmer Bernstein

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Massimiliano Manfredi: Rudy Baylor
Giorgio Lopez: Deck Shifflet
Valentina Mari: Kelly Riker
Oreste Rizzini: Leo F. Drummond
Melina Martello: Dot Blake
Maurizio Mattioli: Tyrone Kipler
Micaela Giustiniani: Colleen ‘Miss Birdie’ Birdsong
Cristiana Lionello: Jackie Lemancyzk
Ennio Coltorti: Bruiser Stone
Simone Mori: Cliff Riker
Gerolamo Alchieri: Wilfred Keeley
Franco Zucca: Harvey Hale
Sandro Pellegrini: Butch
Gianluca Tusco: Delbert Birdsong

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“Il primo anno di Giurisprudenza tutti volevano bene a tutti. Perché studiavamo la legge, e la legge è una cosa nobile. Il terzo anno, eri fortunato se non venivi ucciso nel sonno. Gli studenti compravano esami, rubavano materiale di ricerca dalla biblioteca e mentivano ai professori. È questa la natura della professione?”
“Incaricato da un idiota con la garanzia di un mascalzone, finalmente sono avvocato.”
“Come si fa a sapere quando un avvocato mente? Semplice: gli si muovono le labbra.”
“Che differenza c’è tra un avvocato ed una prostituta? Quando sei morto la prostituta smette di fotterti.”

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Francis Ford Coppola, in riferimento all’ambiente legale che si era proposto di dipingere nella pellicola:
“Si trattava di un mondo interessante di cui non sapevo molto, e cioè il mondo degli avvocati di Memphis, il suo lato losco, gli avvocati che si approfittano delle cause per lesioni personali. Non credo di aver mai letto niente, o visto film, che trattano in questo modo il ventre molle della legge. Vedevo Rudy come un cavaliere, un puro che si prodigava per dare conforto a tutte queste damigelle addolorate. Per me c’era una relazione con l’altra forma del cavaliere americano, quella presente nel racconto poliziesco: il tizio nel suo ufficio, in un quartiere poco raccomandabile, che cerca di aiutare la gente, conservando tuttavia un punto di vista leggermente cinico. Mi sembra anche un po’ una storia da film noir. Non è un thriller. Ha più a che fare con tematiche sociali e l’oppressione dei poveri da parte delle grandi istituzioni corporative, viste attraverso la metafora di una compagnia di assicurazioni. Credo che molte persone provino qualcosa nei confronti delle compagnie assicurative. Spesso si ha la sensazione che uno paghi le quote del premio e poi, quando hai bisogno del loro aiuto, ti raggirano con la storia degli scoperti e altre scappatoie, oppure non soddisfano la tua richiesta di risarcimento. E, a quel punto, a chi ti rivolgi? Fondamentalmente c’è qualcosa d’ingiusto nel modo in cui vengono condotte le attività assicurative al contrario di ciò che, secondo noi, dovrebbero essere in realtà, e cioè una sorta di protezione.”
Matt Damon, in riferimento alle caratteristiche dei personaggi presenti nel film:

“Rudy è un buono, viene sopraffatto ma non molla. Penso che sia confuso sulla natura della professione d’avvocato; è sorprendentemente ingenuo per uno che ha passato tre anni alla Facoltà di Legge. Quello che mi piace di lui è che vuole veramente la verità, e si sforza di fare quello che è giusto. Nulla che abbia a che fare con la giustizia o la legalità o i dettagli tecnici. Si tratta del giusto e dell’ingiusto. Continua a sbattere la testa contro un muro, ma non cambia atteggiamento. Vede qualcuno e lo vuole aiutare. La sua ingenuità si dissolve lentamente mentre si trova a interagire con persone e mondi diversi. Comincia a crescere e a comprendere cosa sia veramente la vita. Alla fine si trova a dover prendere una difficile decisione, e stabilire se la professione di avvocato sia qualcosa con cui può convivere, oppure no. Danny DeVito è l’avvocato bocciato cinque volte all’esame di abilitazione, un personaggio singolare e pieno di sentimento. Fra lui e Rudy c’è grande simpatia. Deck è uno che si preoccupa di fare del bene e pensa che fare del bene consista nel guadagnarsi da vivere, nell’essere in grado di sbarcare il lunario. John Voight è l’avvocato Drummond, un mercenario, ma crede di non esserlo. Probabilmente lui direbbe di essere un idealista, di avere una passione per la verità. Cogliamo questo tizio all’apice della sua arroganza. Penso anche che ci sia un qualcosa di meschino che forse deriva dalle sue insicurezze e paure. Credo che siamo tutti interessati ai problemi insiti al sistema giuridico. Ciò che mi piace è che Rudy è qualcuno per cui tifare, è uno che rappresenta quello che tutti noi vorremmo vedere: una persona che, a discapito del proprio benessere, insegue la giustizia nella società per la causa dei bisognosi e di quelli che non possono difendersi. Bruiser Stone è l’avvocato di fama alquanto dubbia, patrocinatore di cause di vittime d’incidenti e proprietario di topless bar, con possibili legami con i criminali che difende. Ha modellato se stesso sui loschi personaggi di successo che si trova a frequentare nei casinò e nei locali di striptease.”

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La mia decisione di fare l’avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati. Ero un adolescente goffo, imbarazzato dalla mia goffaggine, frustrato nei confronti della vita, terrorizzato dalla pubertà e in procinto di venire spedito da mio padre in una scuola militare per insubordinazione. Era un ex marine, convinto che i ragazzi andassero tirati su a frustate. Io avevo dimostrato di avere la lingua svelta e una certa avversione per la disciplina, e la sua soluzione fu mandarmi via. Passarono anni prima che lo perdonassi.

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I duellanti

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Fencing is a science. Loving is a passion. Duelling is an obsession”, ovvero: “La scherma è una scienza. L’amore, una passione. Il duello, un’ossessione” – è il sagace annuncio stampato sulla locandina del film “I duellanti” (“The Duellists”), debutto cinematografico del regista Ridley Scott, che uscì nelle sale francesi e britanniche nel 1977.
Il primo film della fruttuosa carriera di Scott, valse al regista di “Alien”, “Blade Runner”, “1492 – Conquest of Paradise”, “Gladiator”, “Kingdom of Heaven”, un episodio del “All the Invisible Children”, il premio per la miglior opera prima a Cannes (1977) ed il David di Donatello (1978) per la migliore regia ed il miglior film straniero .
Avendo alle spalle una ricca esperienza nel settore pubblicitario e dei cortometraggi (ben 1.500 annunci) e dopo aver studiato arte e design, Ridley Scott sfidò se stesso nel film “I Duellanti”, mettendo in atto una mirabile e virtuosa esercitazione di stile, soprattutto come immagine (fotografia : Frank Tidy), scenografia (Bryan Graves, Peter J. Hampton) e musica (Howard Blake).
Come anticipato dal titolo, la pellicola di Scott è incentrata sul combattimento formalizzato tra due personaggi.
La particolarità del film è rappresentata dal fatto che ciascun duello si svolge in modo distinto. In questo senso, il regista prestò una cura quasi maniacale alla scenografia (ispirandosi al premiato “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick), a scapito di un miglior sviluppo della trama (sceneggiatura : Gerald Vaughan – Hughes, basata sul racconto di Joseph Conrad ).

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Nonostante si dica che il regista avesse avuto a disposizione modeste risorse economiche, ciò non traspare nelle scene, le quali appaiono di altissima qualità.
Testimonianze raccontano come le spade impiegate nel film siano state collegate a batterie elettriche per produrre scintille spettacolari, tanto che gli attori vennero persino scossi un paio di volte durante le riprese.

La pellicola ambientata nell’epoca napoleonica racconta la storia di due ufficiali ussari agli antipodi – l’impulsivo Gabriel Feraud (Harvey Keitel) ed il razionale Armand D’ Hubert (Keith Carradine) – che acquisteranno popolarità grazie alla loro ossessione per il duello. Il motivo degli scontri: uno di essi, Feraud, si ritrova (pretestuosamente) ferito nell’orgoglio.
Al fine di una migliore comprensione del soggetto, è opportuno ricordare che, nelle modalità in cui veniva praticato dal XV secolo in poi, un duello ricadeva sotto precise regole: era un combattimento consensuale e prestabilito che scaturiva per la difesa dell’onore, della giustizia e della rispettabilità, e che si svolgeva secondo regole accettate in modo esplicito o implicito tra uomini di medesimo ceto sociale e armati nel medesimo modo. Solitamente, il duello era estraneo alla legge ufficiale, che lo vietava o al più lo tollerava, e veniva vagliato dai contendenti come un’azione sostitutiva della legge stessa – assente o ritenuta insoddisfacente ai fini della giustizia.

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Nel film di Scott, la contesa dell’onore si estende per più di quindici anni, periodo assai lungo durante il quale le vicende di vita privata degli protagonisti si intrecciano con gli affari bellici di Napoleone.
La pellicola segue e cattura le peregrinazioni degli ufficiali partendo da Strasburgo (1800), passando per Augusta (1801) e Lubbeca (1806), e persino in Russia (1812), dove il duello non venne impedito dal rigido clima invernale, bensì da un attacco a sorpresa dei cosacchi.

Dopo il ritorno in Francia, il cambiamento di regime comportò l’arresto per tradimento di Feraud, ma D’ Hubert, ora ufficiale superiore, intervenne salvando la vita al suo avversario.
Una precisazione in merito agli eventi storici: Scott collocò l’ultimo duello nel 1816, dopo la sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte.
Orbene, in verità, questi avvenimenti ebbero luogo tra la fine del 1813 e la primavera del 1814.
Nell’autunno del 1815 Napoleone fu mandato in esilio sull’Isola Sant Elena, ove si spense, poi, nel 1821.
Tornando alla pellicola, nel 1816, a Tours, i duellanti affrontano l’ultima sfida, che si concluderà con un ironico armistizio.
Infatti, il ponderato D’ Hubert, promotore del fair play, sconfiggerà con un monologo memorabile il collerico Feraud:
You have kept me at Your beck and call for fifteen years. I shall never again do what You demand of me. By every rule of single combat, from this moment Your life belongs to me. Is that not correct? Then I shall simply declare You dead. In all of Your dealings with me, You’ll do me the courtesy to conduct Yourself as a dead man. I have submitted to Your notions of honor long enough. You will now submit to mine.”
Mi avete tenuto alla Vostra mercè per quindici anni. Non farò più ciò che Voi pretendete da me. Per il codice cavalleresco, la Vostra vita da questo momento mi appartiene. Ne convenite, vero? E io semplicemente Vi dichiaro morto. In tutti i vostri rapporti con me mi farete il piacere di comportarvi come foste defunto. Ho subito troppo al lungo il Vostro concetto dell’onore. Ora Voi subirete il mio.

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Ad un prima visione, la storia valorizzata da Scott potrebbe sembrare abbastanza comune, senza grosse pretese.
Tuttavia, il regista britannico, abile indagatore della psicologia umana, incita il pubblico ad approfondire il suo concetto dipanando una seconda chiave di lettura piena di significati inquietanti.
Scott invita lo spettatore alla riflessione su argomenti malagevoli come l’impiego della violenza fisica con il pretesto della salvaguardia di una moralità fasulla.
Inoltre, il regista punta il dito contro la meschinità dell’essere umano, il quale non disdegna l’impiego di svariati mezzi- e qui entrano nello scenario sia le armi da taglio, che quelle da fuoco – per stroncare l’avversario.
Da ultimo, Scott conclude la pellicola con il miraggio della luce (dell’intelligenza e del buon senso) che spunta e si diffonde contrastando e beffando l’animo buio dell’uomo.

Essenziale ed azzeccato il parere di Gordon Gow (Films and Filming) del 1978: “Un tema insolito, che paragona ironicamente la bellezza della natura all’assurdità della bruttezza umana, entrambe favorevoli promotrici dell’esordio regisorale di Ridley Scott. Il film esamina con sarcasmo e con malinconia l’antagonismo presente nell’essere umano, schiavo di stolti concetti sulla condotta onorevole. Con una perseveranza moderata e razionale, la pellicola biasima gli impulsi aggressivi e la natura ingannevole dei valori.”
Un film sicuramente da vedere ed apprezzare pure per la bellezza dei paesaggi naturali, animati da oche rumorose e da cavalli galanti, oppure, avvolti da nebbia e rugiada, offuscati da vapore e fumo, illuminati dalla luce dell’alba, del tramonto o del sole dei giorni nuvolosi… .
Al successo del film contribuirono, senza ombra di dubbio, le prestazioni degli attori protagonisti.
Keitel, con ogni muscolo del suo corpo teso, con gli occhi che sviluppano ombre, compare in scene che investono il pubblico con la tensione di una molla spirale.

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Keith Carradine conferisce al personaggio D’ Hubert una splendida grazia virile; con le sue trecce militari, oppure con i capelli sciolti in una criniera d’oro, sembra un “hippie Apollo”.
E pensare che Carradine aveva ripetutamente rifiutato il ruolo! L’attore, ammise, addirittura, di averlo accettato in quanto tentato dalla cucina e dai vini della Borgogna, ove si sono svolte parte delle riprese.
Quanto alle apparizioni femminili, esse sono strumentali al fine di dipingere al meglio il personaggio D’Hubert. Difatti, Scott riservò ruoli secondari a Cristina Raines (Adele de Valmassic) e Diane Quick (Laura).
Oltre agli attori sopra menzionati, compaiono in ruoli secondari: Tom Conti (“Merry Christmas Mr. Lawrence”), Albert Finney (“Tom Jones”, “Erin Brockovich”), Robert Stephens (“Empire of the Sun”), Pete Postlethwaite (“The Usual Suspects”) ed Edward Fox (“Gandhi”).
In lingua originale, la storia veniva narrata da Stacy Keach (“American History X”).
La voce narrante nell’edizione italiana è quella dell’attore Romolo Valli, il quale aveva avuto lo stesso compito tre anni prima in “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick.
Fortunatamente, la pellicola passa spesso in tv e penso sia di facile reperibilità.

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I duellanti
Un film di Ridley Scott. Con Harvey Keitel, Keith Carradine, Robert Stephens, Edward Fox, John McEnery,Albert Finney, Jenny Runacre, Tom Conti, Alan Webb, Diana Quick, Arthur Dignam, Alun Armstrong, Liz Smith, Hugh Fraser, Pete Postlethwaite, Dave Hill, Gay Hamilton, Maurice Colbourne, Meg Wynn Owen, William Morgan Sheppard, Patricia Healy, William Hobbs, Christina Raines, Matthew Guinness, Neville Jason, Timothy Penrose, Anthony Douse, Richard Graydon, Tim Hardy, Michael Irving, Tony Matthew, Jason Scott, Luke Scott, Mary McLeod Titolo originale The Duellist. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 101 min. – Gran Bretagna 1977.

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Keith Carradine: Armand D’Hubert
Harvey Keitel: Gabriel Feraud
Albert Finney: Joseph Fouché
Edward Fox: Colonnello
Cristina Raines: Adele de Valmassic
Robert Stephens: Generale Treillard
Tom Conti: Dott. Joaquin
John McEnery: Cavaliere
Diana Quick: Laura
Alun Armstrong: Lacourbe
Maurice Colbourne: Tall Second
Gay Hamilton: Maid
Meg Wynn Owen: Léonie D’Hubert
Jenny Runacre: Madame de Lionne
Alan Webb: Cavaliere
Arthur Dignam: Capitano
William Morgan Sheppard: Maestro d’armi
Pete Postlethwaite: Barbiere
Liz Smith: Cartomante

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Regia Ridley Scott
Soggetto Joseph Conrad
Sceneggiatura Gerald Vaughan-Hughes
Produttore Ivor Powell, David Puttnam
Fotografia Frank Tidy
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali John Burgess
Musiche Howard Blake
Scenografia Peter J. Hampton
Costumi Tom Rand
Trucco Susan Barradell

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L’opinione di Snaporaz68 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Scott tralascia moralismi e sentimentalismi e si concentra sul modo di raccontare questa follia (dal racconto di Joseph Conrad “Il Duello”): i suoi giochi con la luce sono veramente magistrali (la sovraesposizione alla luce che fa da contrasto con le zone d’ombra, i punti di vista ribaltati) e gran parte delle scene del film sembrano quadri Caravvaggeschi. Alcuni esempi: le scene d’amore con i visi che emergono dal buio e il duello nel granaio con i fasci di luce che penetrano dalle aperture ai lati della scena. Da manuale di regia la scena del duello nella nebbia con Scott che si incaponisce (contro sceneggiatore e contro tutti) e ci mostra un Carradine tremante con i flashback della sua vita che scorrono quasi come un presagio. Altro colpo da maestro è il finale con questa napoleonica figura che si staglia in una visione dal’alto della grande vasta immensa stupidità umana e della grande vasta immensa caducità delle cose terrene. Il sole che a tratti fa capolino tra le nuvole su questa neonata consapevolezza non è un effetto digitale ma una tremenda botta di culo del regista britannico che si imbatte nel momento e nella giornata adatti per girare la scena conclusiva.

L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it

Il primo Ridley Scott viene da lontano, siamo negli anni settanta, la sua prima produzione è di matrice storica. Matrice che ritroveremo spesso e volentieri con questo cineasta.
“I duellanti” è quindi la prima firma su pellicola di un regista molto capace e assolutamente poliedrico, lo stile de “I duellanti” sembrerà essere, comunque, un po’ distante da ciò che saranno le altre produzioni, ma ci sono tutte le ragioni del mondo.
Scott con questo debutto non demerita però il prodotto del 1977 sembra essere una specie di ricordo storico della regia, una sorta di souvenir autentico. Oggigiorno assistere a “I duellanti” potrebbe appesantire chi guarda il tutto; ossia i ritmi sono bassissimi e la storia è una vera e propria forzatura, gli episodi si basano su un duello ripetitivo e quasi malato, ma al contempo abbastanza insensato.
Le grandi macchinazioni sono riservate per altre cose; tipo la scenografia e le ambientazioni che richiamano un mondo misterioso e di altri tempi, quasi fra il fiabesco e il gotico. La fotografia invece deve tutto alla sua scarsa nitidezza e alla suo sviluppo quasi artigianale, essendo alle volte quasi seppiata offre allo spettatore un ritratto d’autore. Diventa importante grazie alla sua miseria.
Per il resto è difficile oggi valutare in modo eccelso e sbalorditivo tale prodotto, come detto i tempi dell’azione viaggiano a velocità ridottissime e la costruzione della trama ha del teatro, cioè tutte le sequenze nascono e muoiono in funzione di questi fatidici duelli, ne sono sette. “I duellanti” in fondo avrebbe anche un’altra lettura, vuole essere una metafora e un richiamo, attraverso l’icona di Keitel di Napoleone Bonaparte, cioè l’ostinata ricerca della gloria che finisce in intermezzi e finali amari.

l’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per essere all’epoca un debuttante, Scott è regista sorprendentemente maturo: non solo arreda gli ambienti, cesella le scenografie e varia i fasci di luce senza degenerare nel preziosismo, ma prediligendo sintesi ed ellissi ad inutili verbosità sa anche come sfuggire ai possibili rischi di monotonia indotti dalla scansione diacronica di uno stesso evento (il duello interminabile tra i due ufficiali). Nel confronto tra l’orgoglio pervicace di Keitel e la padronanza di sé e la ragionevolezza di Carradine si onora il pensiero di Conrad su storia, destino ed antagonismo umano.
L’opinione di Tarabas dal sito http://www.davinotti.com
“Napoleone, la cui vita fu un duello con tutta l’Europa, non vedeva di buon grado i duelli nel suo esercito”. Inizia così il racconto di Conrad. Come il racconto, il film è un esercizio di ambientazione storica perfetto, una versione avventurosa di Barry Lyndon alla cui estetica è ispirato. L’ironia di Conrad si perde, resta la potente raffigurazione di un’epoca e una storia che consente più di una lettura (allegoria della guerra, del dissidio tra ragione e istinto). Splendido cast, splendido finale con Keitel “trasfigurato” nell’esiliato Bonaparte.

L’opinione del sito http://www.cinemastino.wordpress.com

(…) Nessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. (…)

L’opinione del sito http://www.scrivenny-dennyb.blogspot.it/

I duellanti è il primo film di Ridley Scott – regista di pellicole di culto quali Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise o del bellissimo American Gangster – che si aggiudicò il premio speciale della critica al Festival di Cannes quando presiedeva Roberto Rossellini (tanto per ricordare quanto i nostri grandi registi capiscano il talento di giovani e non ancora totalmente affermati colleghi, basti pensare anche a Bernardo Bertolucci che fu decisivo per l’assegnazione della Palma d’oro a Cuore selvaggio di David Lynch). Ciò che ho notato in questo film è l’attenzione particolare ai dettagli che ha avuto il regista nei confronti delle scene (che diventerà maniacale in Blade Runner), ispirate, a detta di Ridley Scott, a Barry Lindon. Quella che più mi viene in mente ritrae un uomo in una stanza seduto con la schiena sul letto, un flauto in una mano e uno spartito sul viso. Accanto a quest’ultimo un tavolinetto con delle pere in un vassoio e alcuni libri. Scommetto che i fogli sparsi sul pavimento, come tutto il resto della scenografia, sia stato posizionato dal regista stesso. Attenzione, eleganza, caparbietà fanno sì che questo film sia uno dei migliori esordi cinematografici di sempre.

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«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali».

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Incensurato,provata disonestà,carriera assicurata cercasi

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Se qualcuno avesse voluto appioppare a questo film un titolo più pretenzioso, avrebbe potuto optare per un chiaro ed efficace brocardo latino: promoveatur ut amoveatur. Ma è difficile immaginare che un produttore, negli anni ’70, avrebbe accettato un titolo saccente per una commedia a sfondo politico. Quindi, Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata, cercasi, pur essendo un titolo insolito, descrive in una riga, con termini di uso comune, la trama di una commedia satirica di ottima fattura, uscita nelle sale italiane il 7 dicembre del 1972. Ancora una volta, l’umorismo che perde la pazienza nei confronti della politica diventa satira sfogando rabbia ed amarezza per ben 105 minuti di pellicola visionaria.
Dietro la macchina da presa c’è il trentino Marcello Baldi, il quale segnò il suo debutto nel lontano 1949, nel kolossal Fabiola, come secondo regista al fianco di Alessandro Blasetti. Sin da giovanissimo, Baldi lavorò come assistente per registi affermati e come sceneggiatore, maturando, quindi, una solida esperienza di documentarista. Infatti, il film si distingue per l’ottimo impiego della cinepresa ed anche per un montaggio perfetto, che inserisce sequenze di vita (politica) reale, le quali ritraggono manifesti, raduni e discorsi elettorali; tra questi, un comizio PCI con la partecipazione di Gian Maria Volontè.

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La trama si apre sulle allegre musiche di Stelvio Cipriani le quali accompagnano il risultato del disboscamento italiano: tonnellate di carta stampata a poster, manifesti e biglietti elettorali.
Il protagonista è Giuseppe Zaccherin (Gastone Moschin), classe 1930, originario di Bardolino, provincia di Verona. Figlio di padre ateo, marxista e libero pensatore (interpretato sempre da Moschin) e di madre cattolica, Zaccherin è un comunista dichiarato il quale viene coinvolto nelle elezioni politiche a causa di un errore di battitura. Più precisamente, nell’iscrivere il nome del marchese Zeccarin nelle liste della DC per il Senato, un attivista del partito (Nanni Loy) commette un errore. Così, al posto del marchese, risulta candidato un qualsiasi Giuseppe Zaccherin.
Su incarico della DC, vengono svolte ricerche intense in tutta Italia al fine di trovare un incensurato con quel nome. Grazie all’intervento di un commissario arrivista (Riccardo Cucciolla), viene, quindi, rintracciato il bardolinese Zaccherin.
Tuttavia, Zaccherin, a causa delle proprie convinzioni politiche, mal digerisce la candidatura con il partito avversario (Diiiocaro!!!). Saranno i guai con la moglie svizzera (Gisela Hahn), alla quale deve un’ingente somma di denaro a titolo di spese di vitto e alloggio, e le macchinazioni di vari esponenti politici della DC, del PCI e perfino del MSI, a convincere il bardolinese ad accettare la candidatura.
Ma Zaccherin, oltre ai guai con la moglie, conduce una vita sostentata da imbrogli (commercializza alcoolici contraffatti e orologi rubati) circostanza che lo rende facilmente ricattabile.
Per di più, il futuro senatore democristiano tiene un’amante comunista (Paola Quattrini) la quale non perdona il tradimento politico del diletto. Com’è facile immaginare, in seguito, sorgono un mare di guai.

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In fine, Zaccherin accetta di presentarsi convinto che non otterrà più di cinque o sei voti. Contrariamente alle aspettative, Zaccherin riscuote un successo clamoroso: viene votato da 82.000 cittadini che hanno visto in lui un uomo diverso rispetto agli altri politici. Senatore neoeletto, Giuseppe Zaccherin si applica con impegno nell’attività legislativa: “15 proposte di legge in una settimana!”. Le proposte, però, sono così deliranti che, per porre fine alle sue iniziative, i colleghi decidono di promuoverlo: Giuseppe Zaccherin viene eletto Presidente della Repubblica.


Lo spettatore si trova di fronte ad una riuscita satira del malcostume politico italiano. Il personaggio interpretato da Gastone Moschin fa sorridere ma, sopratutto, fa riflettere sulla condotta smidollata degli uomini di potere e sull’abisso che si infrappone tra gli elettori e la casta politica.
L’uso del linguaggio volgare, in particolar modo delle bestemmie, non è fine a se stesso. Al contrario, nel caso di Zaccherin, esso accentua lo stato d’animo del personaggio, spesso teso, confuso o avvilito. Seppur un uomo di flessibile moralità, Zaccherin non è un cittadino amorale, cosa che traspare nei plurimi momenti in cui rifiuta la candidatura per mantenere fede all’ideologia comunista. Ma, come gli verrà spiegato dal politico della DC, dal compagno Pinto (politico del PCI) e dal Comandante (politico MSI) (tutti e tre interpretati da Arnoldo Foà), un politico spesso si trova costretto a fare la “puttana”.

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Sorgono spontanei gli applausi alla prestazione di Gastone Moschin il quale, tra gli anni ’60 e gli anni ’80, ha vissuto il periodo migliore della sua carriera. Attore poliedrico, Moschin ha dato vita a numerosi personaggi memorabili in svariati generi cinematografici. È stato l’ambiguo Ugo Piazza nel celebre Milano calibro 9, diretto da Fernando Di Leo, nel 1972; Filippo Turati nel film storico Il delitto Matteotti (1973); il Marsigliese, crudele bandito, nel poliziesco Squadra volante di Stelvio Massi; l’architetto Rambaldo Melandri, sentimentalista inguaribile, nella saga Amici miei e molti altri ancora.
Bene anche il resto del cast, ad eccezione forse di Nanni Loy il quale, nei panni dell’attivista democristiano, appare un tantino sopra le righe.
Da ottimo voto la fotografia curata da Antonio Climati.
Il film è di facile reperibilità e passa qualche volta anche in tv, ed è disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=KV7QjpVLU8g in una qualità discreta.

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Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata cercasi
Un film di Marcello Baldi. Con Riccardo Cucciolla, Paola Quattrini, Gastone Moschin, Gisela Hahn, Nanni Loy, Arnoldo Foà, Nietta Zocchi, Claudio Nicastro, Fernando Cajati Commedia, durata 91 min. – Italia 1972.

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Gastone Moschin: Giuseppe Zaccherin / il padre di Zaccherin
Nanni Loy: politico della DC
Gisela Hahn: moglie di Zaccherin
Paola Quattrini: amante di Zaccherin
Günther Ungeheuer
Silvio Spaccesi: Il compagno Luvisotti
Arnoldo Foà: Politico della DC / il compagno Pinto (politico del PCI) / il Comandante (politico MSI)
Riccardo Cucciolla: commissario

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Regia Marcello Baldi
Soggetto Marcello Baldi
Sceneggiatura Marcello Baldi, Guido Leoni
Fotografia Antonio Climati
Montaggio Marisa Mengoli
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Elena Ricci Poccetto
Costumi Dafne Ciarrocchi

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– Non poteva aspettare due ore a morire?! Guarda sto figlio della migniotta!
– I mortacci sua…!
– Almeno fino a dopo la presentazione della lista al tribunale… .
– E adesso?
– Facciamo votare per il morto.
– Ma come?
– Noi, come notizia, lo teniamo in vita fino a dopo la presentazione della lista e poi lo facciamo morire ufficialmente.
– Mah… .
– Ma non ti ricordi di quei due candidati morti nell’incidente in Val d’Aosta?! E’ andato tutto benissimo! Abbiamo fatto votare per loro, no?!

 

Non ci sono cittadini onesti. Guarda, i cittadini si dividono in tre categorie: colpevoli veri e propri, colpevoli potenziali e colpevoli intoccabili.

 
– Io no innamorata.
– Scusi, ma lei non lo aveva inseguito fino qui, in Italia, perché aveva perduto la testa per lui?!
– Io perduto soldi per lui non testa.

 

– Vedi, compagno, i modi di edificare il comunismo sono tanti. Sulle liste elettorali i simboli con falce e martello sono perlomeno dodici.
– Appunto. Un bel casino! Beh, in un casino, con rispetto parlando, chi si avvantaggia?! Le puttane.
– Anche le puttane possono rendere dei servizi preziosi e tu devi rispettarle.
– Ah, ma io le rispetto! Ah, sì … .
– Perché tu dovrai fare proprio questo: la puttana al servizio del partito.
– Diocaro… .

 
– Dove vai camerata?! Da questa parte camerata!
– Camerata, un casso! Io voglio parlare con quello là… col führer.
– Lasciatelo! Ma voi chi siete?! Cosa volete?!
– Non go’ bombe. Io sono questo qua, Zaccherin Giuseppe.
– Ah, sì … .
– No. Io voglio sapere cos’è questo affare e subito!
– Questi li facciamo distribuire dalla ragazza del movimento. Ne abbiamo regalato già piu di duemila. Valgono circa cento milioni, una bella sommetta! Praticamente, stiamo facendo la campagna elettorale per vostro conto. Dovreste essere grato.
– Io?! E perché?!
– Noi sappiamo tutto: voi siete un candidato DC per sbaglio. In realtà, siete un fervente comunista.
– Appunto, eh! Allora mi faccia il favore di spiegarmi perché voialtri fascisti volete fare la propaganda a me che non sono fascista e candidato DC?!
– Ma è molto semplice: per dare una batosta all’Onorevole Colli. Noi vogliamo distruggerlo!
– Come distruggerlo?
– Politicamente, s’intende. Facendogli subire lo smacco non solo di essere trombato, perché sarete trombati tutti e due e su questo non ci piove, ma facendolo addirittura scavalcare da uno che politicamente non vale un casso!
– Io.
– Appunto, voi. Per l’Onorevole Colli, essere scavalcato da uno come voi, significa la fine della sua carriera politica! E ce lo leviamo per sempre dalle palle! Se vuoi foste veramente un comunista dovreste essere contento di collaborare con noi ai danni di un democristiano di merda!
– Anche i fascisti adesso… . Ma io, con voi fascisti, non voglio aver niente da spartire! Io vi mando a fare in… !!!

 
Progetto di legge numero uno: provvedimenti urgenti in favore della sanità pubblica.
Articolo primo. I grattacieli sono severamente proibiti. Qualsiasi edificio superiore ai cinque piani sarà abbattuto e al suo posto sorgerà un giardino.

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