La cosa

Un’astronave aliena, dallo spazio, s’infiamma e precipita sulla terra; la scritta“The thing” appare bruciando la pellicola. Un cane fugge tra i ghiacci antartici, mentre da un elicottero norvegese un uomo gli spara addosso con un fucile, senza colpirlo. L’elicottero atterra subito dinnanzi ad una base americana, il cacciatore estrae una bomba a mano, la perde, causando l’esplosione del velivolo e del suo compagno. Il cane cerca riparo tra gli uomini, che intanto, sono usciti di corsa dalle loro abitazioni. Come travolto da un raptus l’uomo urla qualcosa nella sua lingua, spara colpendo ad una gamba uno degli americani; il cane fugge, lui lo segue, spara ancora. Dall’interno un altro fa fuoco con una pistola, lo fredda. In poco più di cinque minuti, Carpenter, dichiara il suo manifesto programmatico.

Non importa alcun altro preambolo, alcuna dietrologia. Le premesse non sono più necessarie, le psicologie dei personaggi coinvolti sono superflue. Carpenter non spiega chi siano i protagonisti; quali siano le loro mansioni all’interno della base; in cosa fossero impegnati prima che le loro vite venissero sconvolte dalle vicende narrate. Ciò che conta è l’azione, l’hic et nunc. Ciò che conta sono i meccanismi emotivi innescati da una situazione estrema. La degenerazione dei rapporti umani davanti ad una minaccia indefinita ed inspiegabile.

Dopo le concitate sequenze d’apertura, il dottor Copper e il pilota Macready partono alla ricerca della base Norvegese per comunicare l’accaduto. La troveranno ma quasi del tutto distrutta da un incendio.

Si aggireranno tra i corridoi e le sale carbonizzate e ghiacciate dal freddo polare, fino alla prima, sconvolgente, scoperta: un uomo seduto, congelato nell’attimo in cui si è appena tagliato vene e gola, con il sangue rappreso in stalattiti ematiche sospese nel vuoto. Un immagine potentissima, emblematica dell’aura cinica, nichilista, profondamente negativa, che avvolge l’intera opera.

All’esterno, un ritrovamento ancora più sinistro. Quello che sembra essere il corpo semi carbonizzato di un uomo, deformato, contorto, a cui i colleghi scandinavi hanno dato fuoco. Evidentemente, non si è trattato soltanto di una caso d’isteria causata dalla segregazione forzata.

I due riportano il misterioso ritrovamento alla base, insieme a carte e videotape che possano dare una spiegazione a tutto. I resti dell’essere mezzo bruciato si rivelano umani e l’husky, che il gruppo ha preso con se, non è un semplice cane. Chiuso nella grande gabbia assieme ai suoi presunti simili darà vita ad una mutazione mostruosa, aprendosi letteralmente, allungando tentacoli, afferrando e stritolando gli altri cani. Un organismo dalla forma imprecisata che divora e assimila qualsiasi altra forma vivente, per poi riprodurne perfettamente le fattezze. I norvegesi hanno bruciato l’essere mentre tentava di clonare un uomo e quindi chiunque gli è vicino è in pericolo.

L’orrore che consegue distrugge i rapporti, satura i nervi, fa dilagare il dubbio su chi è già stato sostituito dalla “cosa” e quanto tempo occorrerà prima che lo siano anche tutti gli altri. A complicare la faccenda, una bufera che isola il campo e la ricetrasmittente fuori uso da giorni.

I nastri rivelano che la prima spedizione ha ritrovato qualcosa di simile ad un disco volante sperduto tra i ghiacci, qualcosa che è rimasto sepolto, ibernato, probabilmente per secoli.

La tensione si fa incontenibile, il dottore perde la testa e spara sui compagni, è il caos e la diffidenza. E proprio la mancata coesione, sembra dire Carpenter, che rende più facile il lavoro della “cosa” che intanto, una alla volta, si sostituisce alle sue vittime.

Unico fattore di forza del gruppo, sembra essere il nerboruto Mac, che pur stanco e afflitto, aggrappato al suo J&B, riesce a tenere testa alle molteplici incarnazioni dell’essere fino ad un finale che poi finale non è.

Quando Carpenter gira La Cosa è reduce dal successo di film come Halloween e 1997 Fuga da New York, che lo hanno posto, con Scorsese, De Palma, Coppola, Lucas, Spielberg, tra i maggiori autori della cosiddetta “nuova Hollywood”. Anche lui, come quasi tutti i suoi colleghi, proviene dalla fucina di Roger Corman, ma tra questi ne è, probabilmente, il più autentico continuatore, pur essendo, tra tutti, di certo il più classico. Un classicismo Hollywoodiano che vede in Howard Hawks il suo nume e in Un dollaro d’onore di questi una sorta di ideale archetipo a cui mirare. Un classicismo, il suo, irrobustito però da massicce dosi di cultura pop, nella forma del fumetto, del cinema grindhouse, della letteratura di genere, dell’underground tutto. Anarcoide e indipendente nella forma, Carpenter pensa un cinema di grande respiro che ha Ford, Hitchcook, Kurosawa come paradigmi.

Un proto-Tarantino troppo in anticipo sui tempi che fonda la sua poetica postmoderna nel contrasto, se non nella contraddizione: classico nell’impostazione e moderno, appunto, nello svolgimento; regista anche di produzioni ricchissime ma realizzate con spirito da b-movie; profondamente americano nei temi, nell’approccio, culturalmente, ma altrettanto profondamente critico nei confronti del sistema sociale statunitense.

Ecco, attraverso la poetica del fantastico, il suo cinema si offre come quadro sulla contemporaneità, arrivando a lambire il trotskismo da una parte e la pura divinazione dall’altra. Quello di Carpenter è cinema politico, forse l’unico possibile cinema politico a stelle e strisce: il male ha sempre una radice sociale, sia che si presenti in vesti iperreali, sia che si nasconda dietro la metafora del mostro (umano, alieno o sovrannaturale che sia).

In questo senso, con La cosa, parte dalla Hollywood mcarthyana, realizzando un semi/remake del classico La cosa dall’altro mondo, per cambiarne il segno, per sovvertirne gli assunti, introiettando le ansie del “pericolo rosso” proiettandole all’interno del blocco occidentale, tra i simili, in un nucleo apparentemente solido, ma in realtà fragilissimo.

Potrebbe riflettere in filigrana, fosse anche inconsciamente, i timori del suo tempo: la crisi del dopo Vietnam; le delusioni democratiche dell’amministrazione Carter; Ronald Reagan da poco eletto presidente, che da allora iniziava a tracciare quel solco politico dal quale gli U.S.A. non sarebbero mai più usciti.

Se ne La cosa dall’altro mondo era l’Unione Sovietica, qui il pericolo è interno, ti siede accanto, è il vicino di casa, il collega, il familiare: è già stato inglobato nel sistema, è pericoloso e fa paura.La destra repubblicana imperialista, conservatrice, liberista, come un alieno che sconquassa le carni ed assume le tue sembianze? Carpenter come un Lizzani o Rosi o Pontecorvo agli stereoidi? Può darsi.

La matrice è il racconto originale di Campbell Who goes there? al quale Carpenter risale attraverso La cosa dall’altro mondo, del 1951, pellicola che vide l’esordio alla regia di Nyby, già montatore proprio per Howard Hawks. E fu proprio Hawks a produrla e a scriverne la sceneggiatura e forse ne fu anche il regista occulto.Carpenter rifugge il rifacimento vero e proprio, crea un’opera autonoma, coglie l’aspetto più oscuro, lovecraftiano della vicenda (l’essere proveniente da un altro universo sepolto per millenni sulla terra) recuperandolo dalla fonte letteraria e riadattandolo alla sua personale visione. Cogliendo elementi da L’invasione degli ultracorpi (i cloni umani) e suggestioni dal coevo Alien (essenzialmente il plot è lo stesso). Gli eroi positivi del cult dei ’50 non esistono più. Al loro posto un gruppo omogeneo ma diviso di individui rudi, dai modi schietti, che difficilmente si attribuirebbero ad un gruppo di scienziati.

Le figure, tranne che per pochi tratti di superficie, sono indistinguibili, non esiste una vera e propria caratterizzazione. Tutto è concentrato soltanto sugli eventi narrati, sulle azioni e sulle reazioni. Ad emergere davvero è soltanto la figura di Macready, il pilota tutto d’un pezzo con i nervi sempre più saldi degli altri. Forse un po’ fuori posto nel contesto complessivo, ma il buon Russell fa un lavoro egregio, cucendosi addosso una figura da fumetto ma ugualmente verosimile, drammatica, tutt’altro che inscalfibile, seria, molto diversa da Snake di 1997 Fuga da New York, tanto più dal cialtronesco camionista di Grosso guaio a Chinatown. Un eroe problematico, dubbioso, prossimo all’alcolismo. Cioè, ancora, come già in Distretto 13, il Dude di Un dollaro d’onore, che non a caso gira con cinturone e pistola da cowboy (così come il “pistolero” Garry).

L’enorme successo dei film precedenti fece guadagnare a Carpenter grande fiducia da parte della Universal che per La cosa stanzia un budget di dieci milioni di dollari. Da par sua, il regista, porta all’interno della megaproduzione una filosofia da cinema di genere. Aldilà del summenzionato consapevole disinteresse per l’affondo nelle psicologie, vi è lo sfruttamento intensivo degli spazi e la volontà di mostrare tutto, mutazioni e frattaglie incluse, che è un portato del low-budget. Gli angusti locali nel quale si svolge l’azione, vengono indagati sin nel più recondito angolo; sfruttando al massimo ogni inquadratura possibile; facendo apparire la base, si, claustrofobica ma anche più grande di quanto realmente sia: statica e chiusa, quanto movimentata, in piena nevrosi. A questo concorrono l’uso insistito di carrelli laterali e soggettive, così come i brevi e concitati pianisequenza con camera a mano nei corridoi che sono da manuale e che contrastano nettamente con i piani fissi medi e larghi delle altre scene. La camera sintetizza le dinamiche del racconto.

Gli effetti speciali, poi, tra i migliori mai realizzati fino a quel momento. Talmente perfetti da far affermare dalla critica, evidentemente totalmente all’oscuro dalla poetica carpenteriana, e per lungo tempo, che distraggano dalla trama; che siano l’unica cosa a rimanere impressa del film; che Carpenter riempisse i vuoti di un soggetto lacunoso con immagini shock. Falso.

Se è vero, ed è vero, che immagini come la testa che si rianima in forma di ragno sono di quelle che non si tolgono più dalla mente; ed è vero che questo genera nello spettatore un’attesa per la successiva mutazione che deconcentra dalla trama; è anche vero che, l’allora ventiduenne Rob Bottin, realizzi un’opera che ha dell’incredibile se ripensata oggi, che continua a lasciare esterrefatti anche a trent’anni di distanza e che fa impallidire qualunque effetto digitale in 3D dei nostri sciagurati giorni. Anzi, è proprio la confezione artigianale, ruvida, a comunicare quel disagio che nessun computer è ancora riuscito a trasmettere.

Ma soprattutto, gli effetti speciali, come raramente accade, non solo fanno da complemento alle vicende narrate, ma hanno essi stessi valore narrativo: non banale strumento di distrazione, ma, al contrario, perfetta integrazione emotiva. La sublimazione visiva della cinica spietatezza che sottende all’intera pellicola. Le violente esplosioni di sangue, le crude mutazioni dell’alieno, non divertono, fanno male, annichiliscono, proprio perché avvengono in un contesto chiuso, senza via d’uscita ed essenzialmente verosimile, abitato da figure umane plausibili. Un meccanismo percettivo non distante, fatti i dovuti distinguo, da quello de L’esorcista di Friedkin.

Questa è anche la prima volta in cui non è Carpenter a curare la colonna sonora di un suo film. Lo score è qui, infatti, composto da Morricone che crea un tema ansiogeno di sapore elettronico, che riprende le atmosfere delle musiche realizzate dallo stesso regista per le opere precedenti. Carpenter, però, ne fa un uso parchissimo, facendo affiorare la colonna sonora soltanto in alcuni momenti, ribaltando anche in questo caso gli stilemi dell’horror classico: mancando di sottolineare le fasi più violente con la musica, ma anzi calandole in un silenzio, rotto da urla e rumori d’ogni sorta, che raggela e rende tutto più realistico e terribile. Ma Morricone pare non abbia apprezzato il trattamento…

La fama che negli anni si è conquistata il film, non corrisponde al successo che ebbe al botteghino. Il culto cinefilo che ne è scaturito, è cresciuto grazie all’home video e alle televisioni private ma l’inspiegabile flop cambiò bruscamente l’interesse degli studios per Carpenter, che da quel momento non godette più della stessa attenzione, pur realizzando ancora opere di grandissimo spessore e dai budget non indifferenti (ma sempre meno cospicui). Se però, registi come Scott o Cameron (per non dire della cariatide Spielberg), pur autori di immensi capolavori, oggi incarnano il volto più integrato del cinema mainstream e Carpenter vive ai margini delle produzioni indipendenti, qualcosa vorrà pur dire.

Capolavoro imprescindibile.

Recensione di Alessio Bosco

La cosa
Un film di John Carpenter. Con Kurt Russell, Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David,Richard Dysart, Charles Hallahan, Peter Maloney, Richard Masur, Donald Moffat, Joel Polis, Thomas G. Waites, Norbert Weisser, Larry J. Franco, Nate Irwin Titolo originale The Thing. Fantascienza, durata 109 min. – USA 1982.

Kurt Russell: R.J. MacReady
Wilford Brimley: Dr. Blair
T.K. Carter: Nauls
David Clennon: Palmer
Keith David: Childs
Richard A. Dysart: Dr. Copper
Charles Hallahan: Vance Norris
Peter Maloney: George Bennings
Richard Masur: Clark
Donald Moffat: Garry
Joel Polis: Fuchs
Thomas Waites: Windows
Adrienne Barbeau: Voce computer
Jed: La cosa con l’aspetto da cane

Regia John Carpenter
Soggetto John W. Campbell (racconto)
Sceneggiatura Bill Lancaster
Produttore David Foster, Lawrence Turman, Stuart Cohen (co-produttore), Larry J. Franco (produttore associato),
Produttore esecutivo Wilbur Stark
Casa di produzione Universal
Fotografia Dean Cundey
Montaggio Todd C. Ramsay
Effetti speciali Roy Arbogast, Albert Withlock
Musiche Ennio Morricone
Scenografia John L. Lloyd
Costumi Ronald I. Caplan
Trucco Rob Bottin

Michele Gammino: R.J. MacReady
Renato Mori: Dr. Blair
Mauro Gravina: Nauls
Raffaele Uzzi: Childs
Sergio Rossi: Dr. Copper
Gianni Marzocchi: Vance Norris
Sergio Fiorentini: George Bennings
Arturo Dominici: Garry
Aldo Stella: Fuchs
Tonino Accolla: Windows

Soundtrack del film

Cinema: appunti e ricordi (parte prima)

Scrivere su un blog che parla di cinema significa, personalmente, trasmettere la passione per una forma d’arte che si è imparato a conoscere ed amare da molto più tempo che la memoria ricordi.
Significa anche che non avendo vincoli editoriali o laccetti di nessun genere, visto che un blog non ha nessun padrone ed è la forma di manifestazione del pensiero più libera in assoluto, significa dicevo potersi prendere d’autorità il lusso di non parlare per una volta del tale film o della tale biografia, ma abbandonarsi ai ricordi.
Con la speranza che a qualcuno la cosa interessi e che non abbandoni dopo due righe quello che colui che scrive cerca di raccontare.
Certo succederà, forse in maniera anche vistosa.
Ma oggi questo blog conta su una frequenza di visitatori superiore alle 4500 unità.
Il che può significare che a qualcuno piace anche scartabellare tra gli aneddoti, le storie e gli avvenimenti di un periodo più o meno remoto; ed è proprio a questa fascia di lettori che mi rivolgo usando la parola scritta per far riemergere dai miei ricordi fatti, aneddoti e storie di cinema appartenenti ad un passato che ai più non dirà nulla perchè non c’erano e ai meno porterà invece alla mente storie vissute nell’infanzia e nell’adolescenza accanto alla musa cinema, che per tanti anni è stato lo svago primario di diverse generazioni.

Non ricordo quale sia stato il primo film che ho visto al cinema, ma sicuramente sarà stato un peplum, un western oppure un film del duo Franchi e Ingrassia.
Erano i primi anni del decennio sessanta, la tv non era in tutte le case ed era rigorosamente in bianco e nero, trasmetteva su due soli canali e a mezzanotte circa chiudeva le trasmissioni.
Per guardare un film in tv dovevi necessariamente aspettare l’appuntamento settimanale con il cinema, anche perchè la parte predominante delle trasmissioni televisive era composta da sceneggiati, quelli che oggi chiamano fiction e che sono profondamente diverse dai loro antenati, come Belfagor, La cittadella o I promessi sposi.
I bambini che avevano un età massima di 11 o 12 anni ovviamente non potevano vedere i film che venivano trasmessi alle 21,00; vigeva per quasi tutti la legge scritta del “a letto dopo Carosello” che in pratica mandava spessissimo controvoglia a dormire bambini e ragazzini che avrebbero voluto fare ben altro.
Altri tempi, per usare un’espressione abusata.
L’unico modo per poter vedere un film nella sua forma completa era quindi andare al cinema.
Va da se il discorso che un bambino di 7 anni e più non poteva certo recarsi in una sala a vedere un film, e qui venivano in soccorso i cinema parrocchiali.
Che la domenica mattina dopo la messa trasmettevano film di visione successiva che però per noi ragazzini rappresentavano la manna dal cielo.

Thomas Milian, ottimo interprete dell’affascinante Vamos a matar companeros

Devo aprire una necessaria parentesi.
Le sale cinematografiche dei primi anni sessanta (che sopravvissero fin poco oltre la metà dei settanta) erano divise sostanzialmente in tre fasce di utenza a cui si aggiungeva anche un discorso di qualità sia di pellicole sia di struttura tout court;
Sale di prima visione, che trasmettevano film inediti e che erano sostanzialmente eleganti, con il massimo dei confort disponibili all’epoca e con tanto di maschera in sala che ti accompagnava alla poltrona vuota.
Munita di torcia elettrica, la maschera dei cinema di prima visione vestiva in maniera impeccabile, era gentile ed accettava con un certo sussiego la mancia che lo spettatore spesso con imbarazzo allungava e che consisteva generalmente in poche lire. Le pellicole erano intonse, quindi quasi mai la visione si interrompeva per improvvise rotture delle stesse; i fotogrammi scorrevano in maniera naturale e lo spettatore godeva quindi di una visione pressochè perfetta. Seduto comodamente in poltrone di velluto, munito spesso dell’immancabile sigaretta, si godeva la pellicola e gli agi offerti dal cinema.

Uno dei film più belli degli anni 60, Un uomo da marciapiede

Uno dei casti nudi che facevano impazzire i ragazzi: Femi Benussi in Tarzana sesso selvaggio

Anche alcuni teatri erano attrezzati a sale cinematografiche ed erano quelli che offrivano, per ovvi motivi, gli agi migliori.
Nella mia città erano tre e contemplavano il mitico Petruzzelli, il teatro Oriente e il Margherita; i primi due possedevano poltrone comodissime mentre il Margherita le tradizionali poltrone in legno.
Il prezzo del biglietto, almeno dopo il 1968 era di settecento lire, che rappresentavano un bel patrimonio almeno per un ragazzino. Di conseguenza o ci andavi con gli adulti che ti pagavano il biglietto o erano decisamente off limits.
In città c’erano al massimo una decina di queste sale, eleganti e dotate anche di bar.
Sale di seconda visione, le più frequentate, che trasmettevano film dopo un periodo di almeno sei mesi dall’uscita del film stesso.Erano costruite secondo criteri spartani ma non troppo; c’era una qualche forma di eleganza, in molte di esse c’era la maschera che però non usava una uniforme ma abiti più comuni. Le pellicole portavano i segni delle visioni precedenti e difatti spesso mancavano fotogrammi e la cosa si vedeva.

Soldato blu, il film che mostrava come i cattivi non fossero i pellerossa

L’intervento del verificatore dell’agenzia di noleggio (lavoro che ho fatto e del quale parlerò) a volte era visibile e qualche volta accadeva che la pellicola si interrompesse.
Le macchine da proiezione erano generalmente di buon livello, ma non di qualità come quelle dei cinema di prima visione; le sale erano per la quasi totalità fatte con file di sedili di legno e solo a volte era presente un bar. Per la sala girava un addetto con frigo per vendere gelati, in alcuni casi erano attrezzati con cesto porta patatine o pop corn.
Il prezzo del biglietto era esattamente la metà di quello dei cinema di prima visione; nel 1970 costava 350 lire, una cifra abbordabile sopratutto in relazione allo stipendio medio di un lavoratore che era di 100.000 lire.
Nella mia città erano la maggioranza e i nomi variavano da Odeon a Adriatico.

Un grande Marlon Brando in Queimada di Pontecorvo

Senta Berger nell’irresistibile Quando le donne avevano la coda

Non era infrequente proiettassero film di prima visione, generalmente quelli poco appetiti dale sale di prima e che le agenzie di noleggio spingevano quando sapevano che non avrebbero riscosso successo in altro modo.
Sale di visione successiva o di terza visione, le più frequentate da ragazzini e anziani. Due mondi assolutamente inconciliabili e che spesso venivano in conflitto. In queste sale le pellicole arrivavano dopo centinaia di passaggi e come conseguenza c’era la possibilità, molto frequente, che la pellicola si interrompesse o saltasse vergognosamente intere sequenze. La mano del verificatore era presente in maniera più o meno massiccia e suscitava spesso rumorio o peggio in platea. Se c’era la maschera aveva compiti specifici, come quello di allontanare noi ragazzini dopo la proiezione.

Divertente e leggero, campione d’incassi 1970: Lo chiamavano Trinita’

Accadeva frequentemente infatti che si vedesse il film due volte di fila; gli spettacoli iniziavano alle 16,30 e quindi fino alle 20,00 era possibile vedere il film anche tre volte.
Memorabile il caso del cinema Ariston, forse il più povero dei cinema della mia città, luogo nel quale la maschera si aggirava come un fantasma per la sala armata di candela!
Ovviamente il dispetto classico dei ragazzi consisteva nel spegnere la candela stessa, con tanto di imprecazioni e invocazioni di defunti e maledizioni alla progenie di noi spettatori.
Il prezzo del biglietto variava tra le 100 e le 150 lire, il che rendeva abbordabile la frequentazione degli stessi un pò per tutti; a questa categoria appartenevano anche le sale d’essai, i cinema-dopolavoro e i cinema parrocchiali. Avevano nomi che variavano da Manzoni a Capitol, da Jolly e Lucciola, da Impero a Supercinema.
Questa dunque la divisione rigorosa tra le sale, che durò fin dopo il 1970 e che cambiò lentamente a cavallo tra il 1975 e il 1980, in concomitanza con la grande crisi del cinema.

Una scena vietatissima dell’ottimo La ragazza del bagno pubblico

All’inizio accennavo al cinema come unico vero passatempo extra giochi dei ragazzini; eravamo davvero in tanti ad essere affascinati dal mondo della celluloide.
Anche nei giochi tra bambini si trasportava l’immaginario cinematografico dei film e nelle quotidiane guerre, forse il gioco collettivo più praticato, si era lo sceriffo o il bandito, Ercole o Sansone, il pirata o il cavaliere.
Può sembrare paradossale, ma la vera età dell’oro del cinema è quella che va dal 1960 grosso modo fino al 65, anno in cui decrescono gli spettatori, lentamente ed inesorabilmente fino alla stagione d’oro vera dei tre anni a cavallo fra il 1970 e il 1973, anno dopo il quale le presenze caleranno sempre più significativamente fino all’emorragia degli anni successivi al 1976.
Quindi, come già detto, l’offerta cinematografica era davvero ampia e spaziava tra tanti generi come il peplum, lo spaghetti western, il musicarello, il giallo, il fantasy ecc.

Una stupenda Romy Schneider in un grande film targato 1970: La califfa

Potrei parlare per ore di film come Le sette fatiche di Ercole o Rita la zanzara, dei vari Django, Sartana ecc. perchè erano questi i film che un ragazzino poteva vedere al cinema. Accanto alla produzione di questi B movies a tutti gli effetti c’era ovviamente una produzione di film d’autore che però per ovvi motivi non erano appetiti dai ragazzi.
Con un salto temporale quindi mi porto sul finire degli anni sessanta, quando il sottoscritto e la generazione a cui appartenevo si ritrovarono di fronte una rivoluzione epocale sia di costume che culturale.
Il 68 non modificò soltanto il costume e non fu soltanto una nuova maniera di lottare per un mondo migliore; fu un vento che attraversò tutta la società modificandone comportamenti e stili di vita.
E il cinema, sempre attento ai cambiamenti di costume afferrò il toro per le corna e iniziò ad esplorare la galassia di novità che la rivoluzione studentesca ed operaia aveva portato.

Un altro personale mito: l’attrice Dagmar Lassander, qui in Il rosso segno della follia

Il cinema divenne quindi più attento ai fenomeni sociali e i ragazzi più svegli, quelli appassionati di cinema che seguivano con attenzione quasi maniacale le novità si ritrovarono di fronte una moltitudine di prodotti che avrebbe richiesto per la visione un patrimonio in tempo e denaro.
La tv aumentò di conseguenza la disponibilità di pellicole, attestandosi all’incirca in 150-170 film per anno mentre al cinema approdavano opere che però avrei visto qualche anno più tardi come 2001: Odissea nello spazio o C’era una volta il West e tanti altri.
Fra i film che vidi nel 68 ci sono ottime cose come Il pianeta delle scimmie, la commedia Il medico della mutua, ritratto abbastanza impietoso di un’ Italia che cambiava vorticosamente eppur tuttavia schiava di antichi vizi e difetti, Banditi a Milano e Grazie zia di Samperi, Straziami, ma di baci saziami di Risi accanto a pellicole decisamente più leggere come Il fantasma del pirata Barbanera.

Un film quasi impossibile da vedere e capire per un ragazzo: Il conformista

Le sale cinematografiche aumentavano a dismisura e grazie all’abitudine di proiettare film anche in orari abbastanza inusuali (il primo spettacolo era alle 16,30) c’era una grande possibilità di accesso a prodotti che altrimenti sarebbero rimasti fuori portata.
L’Italia passò bruscamente dal grande sogno del boom economico e dalla motorizzazione di massa all’età adulta il 12 dicembre del 1969, con l’attentato di Piazza Fontana; anche noi ragazzini avvertivamo che le cose stavano cambiando, complice un’atmosfera che in quasi tutte le case divenne più cupa e preoccupata.
C’era stato l’autunno caldo, le lotte operaie e il decennio sessanta, a tratti spensierato fatto di lunghe estati accompagnate da musiche coinvolgenti e allegre; tutto stava per dissolversi portandoci al drammatico decennio settanta, fatto di poche luci e tantissime ombre, stretto tra le guerre, l’incubo dell’atomica e il terrorismo, tra disoccupazione e inflazione a due cifre, tra crisi del petrolio e domeniche a piedi.

Un capolavoro: Easy rider

Il cinema era invece un’isola felice; per dimenticare pene ed affanni quotidiani restava una delle poche alternative reali; anche se la tv iniziava ad entrare sempre più in maniera massiccia nelle vite degli italiani, attraverso un’offerta sempre più ampia di prodotti di qualità. Il cinema sfornava capolavori a ritmo vertiginoso, alcuni dei quali son riuscito a vedere grazie al fatto che a 14 anni ero alto un metro e settantadue, cosa che mi faceva passare indenne dal controllo documenti e che mi permise di vedere capolavori come Arancia meccanica, che ritengo ad oggi uno dei primi 5 film di tutti i tempi,Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (durante la visione del quale mi innamorai follemente della Bolkan), Soldato blu che ebbe il merito di farmi capire che i cattivi non erano i pellerossa ma gli occupanti bianchi, Fragole e sangue che rividi anni dopo e che mi affascinò oltremodo,

La Cardinale e la Spaak in Certo, certissimo, anzi… probabile

Piccolo grande uomo che smitizzava il west demolendone il mito, Il conformista di Bertolucci, che avrei capito appieno dieci anni dopo e poi ancora Brancaleone alle crociate,L’uccello dalle piume di cristallo, lo splendido noir francese I senza nome, Un uomo chiamato cavallo, La figlia di Ryan, Venga a prendere il caffè da noi e I diavoli di Ken Russell che vidi in piedi perchè la sala era strapiena in seguito all’annuncio dell’imminente sequestro del film e tanti altri.
Ed è proprio nel 1970 che ebbi modo di coronare uno dei miei sogni, entrare cioè a far parte anche se in maniera estremamente marginale di quel mondo che mi affascinava sin dalla culla.
Ma ne parlerò prossimamente…

Nino Manfredi nel simpatico Straziami ma di baci saziami

Sadismo di Roeg, uno dei registi che stimo di più

La smitizzazione del west e della frontiera: Piccolo grande uomo

L’affascinante Marlene Jobert nel buon giallo francese L’uomo della pioggia

Una modesta commediola, L’uomo dal pennello d’oro, ma c’è Edwige Fenech

Un mito: Silvia Dionisio nel discreto La ragazza di nome Giulio

Il polpettone (digeribile) La figlia di Ryan

Un western atipico e molto bello: La ballata di Cable Hogue

Dirompente, violentissimo, splendido: Il mucchio selvaggio di Peckinpah

Un grande Gabin nell’ottimo Il clan dei siciliani

Un altro grande film, Fragole e sangue

La compianta Tina Aumont in Corbari

Un grande classico: Butch Cassidy

L’ottimo bellico Ardenne 44: un inferno

Una delle colonne miliari del cinema, Arancia meccanica

Un grande Tognazzi in Venga a prendere il caffè da noi

Per le antiche scale

Per le antiche scale locandina

Da un romanzo di Mario Tobino, un film difficile ed elegante sulla pazzia, sui manicomi, sul tarlo che rode il protagonista principale, il dottor Bonaccorsi che è convinto di possedere all’interno della sua mente un germe ereditario (suo padre si è ucciso, sua sorella è degente dell’ospedale per malati mentali nel quale lavora) che è responsabile della pazzia.
Una pazzia che secondo lui è originata da qualcosa che è nel sangue e che si trasmette di padre in figlio e che quindi è curabile con un farmaco.

Per le antiche scale 1

Adriana Asti

Per le antiche scale 2

Lucia Bosè

Siamo agli inizi degli anni 20, Bonaccorsi, il protagonista, è tanto preso dagli studi sulla malattia da non rendersi conto che fuori dal manicomio un’altra follia ben più pericolosa sta per sconvolgere la vita di tutti: il fascismo.
All’interno del manicomio Bonaccorsi vive un’esistenza a due facce; da un lato è il luminare che si impegna negli studi sulla pazzia, non soltanto per trovare una cura a quella che crede la malattia che ha in se, ma anche per aiutare la marea di disperati che vivono un’esistenza dimenticata da tutti in quella che può essere definita una prigione in cui il condannato non ha nessuna possibilità di vedersi commutata la pena,dall’altra vive una vita da tombeur des femmes.

Per le antiche scale 3

La follia può essere curata, con aiuti psicologici e farmaci ma questo Bonaccorsi non lo sa; lo sa invece la sua nuova assistente Anna che ha studiato Freud e che vorrebbe portare all’interno del manicomio tutte le recenti scoperte in materia di psichiatria.
Ma i due mondi, quello di Bonaccorsi e quello di Anna sembrano assolutamente inconciliabili; l’altra faccia del dottore è rappresentata dalla sua sensualità, dalla sua disperata voglia di vivere che si realizza in una serie di avventure galanti, incluso il tentativo di sedurre Anna che lo attrae aldilà delle capacità della donna, ma per mere considerazioni fisiche.
Anna, in un burrascoso colloquio con il dottore, gli sbatterà in faccia il suo sospetto, che è forse un convincimento: Bonaccorsi non è più sano dei suoi pazienti, l’unica differenza è che porta il camice bianco.

Per le antiche scale 4

Deve far credere di curare gli altri, ma vive nell’ossessione di curare se stesso perchè muore di paura. E questa è follia“: sono le parole brutali che Anna rivolge al dottore, non senza qualche ragione.
Uno scontro tra due scuole di pensiero, quindi ma non solo; è uno scontro tra due esseri umani assolutamente agli antipodi come stile di vita, come modo di rapportarsi ad essa.
Per Bonaccorsi in fondo lo studio è solo un tentativo estremo di togliersi dalla mente la convinzione di essere malato, ma così facendo non fa altro che coltivare in se stesso una follia latente.

Per le antiche scale 12

Barbara Bouchet

Il film vive le sue parti migliori proprio su questo insanabile contrasto che è anche uno scontro fra due scuole di pensero; quella di Bonaccorsi ormai fuori dalla realtà e quella di Anna tutto protesa alla modernità e alla scienza che sembra aver dato finalmente delle risposte sulle malattie mentali.
Ma le cose ovviamente non possono essere bianche o nere e i due protagonisti, ciascuno a suo modo, avrà maniera di scoprire come la verità non sia affatto assoluta.
Attorno ai due protagonisti si muovono indistinte le figure degli ammalati, ognuno o ognuna immersa nelle tenebre di un’esistenza penosa; nude e prive anche di quella sorta di protezione che gli abiti sono per la gente normale, vivono mangiando spesso come gli animali, immersi nelle proprie feci o altrimenti feriti, laceri e stracciati.

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Un universo alieno e terribile, senza speranze se non quelle rappresentate dai primi timidi passi fatti dalla scienza impersonata in questo caso dalla volenterosa Anna.
In un altro momento drammatico del film, Anna sbatterà in faccia al dottor Bonaccorsi, che si appresta a rendere pubblico il suo lavoro attraverso una lunga e appassionata relazione, sbatterà dicevo sul tavolo la verità.
Non esiste un germe della pazzia, il puntino nero che Bonaccorsi ha identificato altro non è che un difetto del solvente con il quale il dottore ha fatto le analisi.
Per Bonaccorsi è la fine; da quel momento per lui gli eventi precipitano.
Dopo un ultimo doloroso saluto a sua sorella, che vive rinchiusa dietro le sbarre completamente nuda quasi sempre stesa su della paglia, Bonaccorsi si allontana.

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Francoise Fabian

Tutto il suo mondo è andato in frantumi; i suoi studi, i suoi rapporti con le donne del manicomio.
La sua relazione con Francesca, moglie del direttore è finita tragicamente con il suicidio della donna e per lui il colpo mortale è stato l’abbandono di Anna del lavoro e il suo rifiuto di un coinvolgimento sentimentale.
Sul treno che lo porterà lontano dal manicomio, attraverso i discorsi dei passeggeri prenderà coscienza della realtà, del fatto che una follia contagiosa sta per estendersi al suo paese che a breve precipiterà nell’incubo fascista.
Per le antiche scale, diretto da Mauro Bolognini nel 1975 è un film tecnicamente perfetto e ben girato

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impreziosito dalle musiche avvolgenti di Ennio Morricone e da una fotografia ad effetto flou antichizzato di Ennio Guarnieri, trasporta lo spettatore in una vicenda coinvolgente girata senza un ritmo eccessivo ma attento a rispettare le psicologie dei personaggi, le loro peculiarità che vengono esaltate da recitazioni davvero ottimali.

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Marcello Mastroianni

Grandissimo Marcello Mastroianni che interpreta il dapprima entusiasta e infine deluso dottor Bonaccorsi con una carica attoriale senza pari, così come misurata ed espressiva è Francoise Fabian, attrice dal grande fascino che interpreta la dottoressa Anna.
I dialoghi tra i due interpreti a tratti assomigliano a pieces teatrali e sono convincenti, così come vanno segnalate le parti della bella Barbara Bouchet, di Adriana Asti, di Marthe Keller, di Lucia Bosè e di alcuni grandi attori di teatro come Ferruccio De Ceresa. Bene anche la solita sicurezza, Silvano Tranquilli forse un tantino sacrificato.
Un film che vive sulle vicende umane del dottor Bonaccorsi ma che non manca di mostrare l’inferno della pazzia attraverso la coercizione e le condizioni di vita di un ospedale psichiatrico del primo ventennio del secolo.
Condizioni riproposte in seguito da Tobino in un libro fondamentale del 900 italiano.

Per le antiche scale
Un film di Mauro Bolognini. Con Marcello Mastroianni, Françoise Fabian, Marthe Keller, Barbara Bouchet, Pierre Blaise, Lucia Bosè, Adriana Asti, Ferruccio De Ceresa, Maria Teresa Albani, Charles Fawcett, Silvano Tranquilli, Maria Michi, Paolo Pacino, Enzo Robutti, Paola Corazzi Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1975.

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Marcello Mastroianni     …    Professor Bonaccorsi
Françoise Fabian     …    Anna Bersani
Marthe Keller     …    Bianca
Barbara Bouchet     …Carla
Pierre Blaise     …    Tonio
Silvano Tranquilli     …    Professor Rospigliosi
Charles Fawcett     …    Dottor Sfameni
Ferruccio De Ceresa     …Il fascista del treno    
Lucia Bosé     …    Francesca
Adriana Asti     …    Gianna

Per le antiche scale banner cast

Regia: Mauro Bolognini
Soggetto: Mario Tobino (romanzo omonimo)
Sceneggiatura: Raffaele Andreassi,Mario Arosio,Sinko Solleville Marie         
Tullio Pinelli,Bernardino Zapponi
Produzione: Fulvio Lucisano    
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Nino Baragli
Fotografia: Ennio Guarnieri
Costumi: Piero Tosi

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“Il dottor Anselmo abitava in manicomio. Mangiava alla mensa; aveva una stanza. Lo stipendio era gramo. Tutto era ristretto.
Solo chi c’è passato sa come fu il dopoguerra in Italia – quello della seconda guerra mondiale – per uno che durante la dittatura italiana aveva vivamente sperato; da ogni parte scenari che cadevano, trionfo della materia, il denaro e la carne più dominanti di prima. La nuova lussuria invogliava le masse alla completa servitù.
Anselmo si era ritirato; faceva vita di ospedale, di manicomio.”

 

Padrona del suo destino

Venezia, 1583.
Veronica Franco, giovane e bellissima figlia della cortigiana Paola ama ricambiata il nobile Marco.
E’ un amore impossibile il loro; la famiglia di lui, aristocratica e altezzosa, non solo guarda con ostilità al legame fra i due giovani, ma ritiene sconveniente sia la posizione sociale della ragazza sia le sue origini.
Del resto per Marco la famiglia ha ben altre mire; un incarico di alto livello e un matrimonio conveniente.
Così Paola decide di instradare la giovane Veronica nel lavoro che lei ha svolto per anni e dopo averla convinta, non senza grandi resistenze da parte di Veronica, parte l’apprendistato di Veronica.


Inizia quindi un periodo di istruzione per Veronica, fatto di insegnamenti nell’arte della seduzione e di studi sulla sottile arte di compiacere l’uomo non solo a letto, ma anche fuori dal talamo.
Tra i due giovani quindi se non è finito l’amore è scemata la possibilità di un futuro assieme; Marco diventa un influente senatore, mentre Veronica si fa fama di cortigiana colta e sensuale.
Veronica nel segreto dell’alcova carpisce segreti importanti agli uomini più influenti della Serenissima e quando Venezia è minacciata dai turchi con conseguente guerra di difesa, a lei si rivolgono le mogli dei notabili, ansiose di conoscere il destino dei propri congiunti.
Quando scoppia la guerra, Venezia è costretta a rivolgersi al re di Francia per avere soccorso marittimo e l’appoggio della potente flotta reale francese; Veronica si offre di colloquiare con il sovrano francese ma l’inquisizione la blocca con l’accusa di stregoneria.


Ad un passo dalla condanna a morte, Veronica verrà salvata dal grande amore della sua giovinezza, Marco.
La sua difesa appassionata convince i numerosi amanti della ragazza a schierarsi dalla sua parte e alla fine la sua relazione con Marco tornerà ad essere di dominio pubblico, accettata a malincuore anche dalla sua famiglia.
Lussuosa e patinata rivisitazione della vera storia di Veronica Franco, che con Imperia fu una delle cortigiane più ammirate della Serenissima, Padrona del suo destino è un affascinante e ben girato film che si avvale di una fotografia stupenda e di una coreografia di costumi assolutamente impeccabile.


Il regista Marshall Herskovitz cerca di mantenersi fedele alla verità storica, aggiungendo un tocco di sentimenti ad una storia che mostra come le capacità di Veronica Franco andassero ben aldilà delle prodezze esercitate nei letti della nobiltà veneziana.
Sensibile, colta e affascinante Veronica è donna dal carattere fiero e volitivo, convinta dei propri mezzi e certa che riuscirà un giorno a riconquistare l’amore del bel Marco, che dal canto suo ama profondamente quella donna indomabile, che riuscirà a salvare proprio quando per lei il destino sembra aver scelto diversamente.


Sicuramente di gran livello è il cast, nel quale spicca la morbida e fiera bellezza di Catherine McCormack, attrice inglese dalle grandi qualità interprete fra l’altro dello splendido Braveheart – Cuore impavido; la sua interpretazione sensuale del eprsonaggio di Veronica è misurata ed elegante, così come misurata ed efficace è l’interpretazione del ruolo di Paola Franco da parte di Jacqueline Bisset.
Molto bene anche Rufus Sewell che interpreta Marco Venier, mentre da segnalare sono le presenze di Joanna Cassidy e Naomi Watts.
Il film ha come sfondo una Venezia in bilico fra la sua eterna e placida bellezza e le vicende drammatiche che ne influenzarono la storia sul finire del cinquecento, quando due grandi avvenimenti ne sconvosero l’equilibrio; la guerra contro i turchi, che minacciavano di estendere l’Islam a tutta l’Europa e la grande peste, il male nero che fece strage di veneziani.


Le vicende dei vari protagonisti non hanno nulla di stucchevole, anzi; molto ben descritta è l’atmosfera di intrighi che ci mostrano uno spaccato della vita veneziana del XVI secolo.
Nella seconda parte di questa recensione troverete una breve biografia di Veronica Franco, un personaggio affascinante come pochi, che seppe come la mitica Frine conquistare non solo il cuore dei suoi amanti, ma, cosa ben più difficile, i loro cervelli.
Un film consigliato per chi vuole immergersi per due ore in un’atmosfera storica seducente e affascinante, come è la Venezia descritta nel film con i suoi nitrighi, le sue passioni e i suoi amori.


Padrona del suo destino

Un film di Marshall Herskovitz. Con Catherine McCormack, Rufus Sewell, Oliver Platt, Fred Ward, Naomi Watts,Moira Kelly, Jacqueline Bisset, Jeroen Krabbe, Joanna Cassidy, Melina Kanakaredes, Daniel Lapaine, Justine Miceli, Jake Weber, Simon Dutton, Grant Russell, Simona Nobili, Luis Molteni Titolo originale Dangerous Beauty. Storico, durata 110 min. – USA 1998

Catherine McCormack … Veronica Franco
Rufus Sewell … Marco Venier
Oliver Platt … Maffio Venier
Fred Ward … Domenico Venier
Naomi Watts … Giulia De Lezze
Moira Kelly … Beatrice Venier
Jacqueline Bisset … Paola Franco
Jeroen Krabbé … Pietro Venier
Joanna Cassidy … Laura Venier
Melina Kanakaredes … Livia
Daniel Lapaine … Serafino Franco
Justine Miceli … Elena Franco
Jake Weber … Re Enrico
Simon Dutton … Ministro Ramberti
Grant Russell … Francesco Martenengo

Regia: Marshall Herskovitz
Soggetto: Margaret Rosenthal (dal libro”The Honest Courtesan”)
Sceneggiatura:Jeannine Dominy
Musiche: George Fenton
Cinematography :Bojan Bazelli
Editing :Arthur Coburn,Steven Rosenblum
Casting :Wendy Kurtzman,Mary Selway
Art Direction:Stefania Cella,Gianni Giovagnoni

Ritratto di Veronica Franco

La Venezia del 1500 contava oltre diecimila cortigiane, sparse per la città; una cifra notevole, rapportata alla popolazione. Il termine cortigiana in realtà è da intendersi molto esteso; rappresentava, difatti, una categoria sociale ben definita, quella a cui appartenevano donne che generalmente si prostituivano per le classi abbienti, lasciando al popolino l’esercito di prostitute a basso prezzo. A differenza di queste ultime, le cortigiane spesso avevano un minimo di istruzione, alle volte erano di nascita borghese, possedevano, in definitiva, doti che non erano soltanto fisiche, ma anche intellettuali. Del resto per le donne la vita era molto dura; sin da piccole erano obbligate a sognare o un matrimonio più o meno soddisfacente, oppure un lavoro, spesso umile. Solo alle donne appartenenti all’aristocrazia era concesso studiare canto o musica, a lavorar di tombolo o impegnarsi nelle lettere. Veronica Franco, il cui nome scomparve per tre secoli dalla storia, prima di riemergere nella prima metà dell’ottocento, rappresenta una figura di cortigiana particolare: bella, colta, intelligente. Tanto da divenire una delle più richieste del suo tempo, sia per l’abilità nel talamo, sia per la capacità di saper ammaliare quelli che potremmo chiamare clienti, non essendo utile usare giri di parole.
Veronica nacque tra il 1545 e il 1546 in una Venezia all’apice del suo splendore; figlia di una cortigiana, venne avviata da subito all’esercizio della professione proprio dalla madre, il termine cortigiana non era un termine dispregiativo, come potremmo immaginare oggi, ma era la sintesi di un lavoro che all’epoca veniva definito “honesto”, quasi a rimarcare il confine netto con chi invece si prostituiva tout court. Pure Bartolomeo Gamba, scrittore e bibliografo veneziano di fine settecento, la descrive in termini equivoci, forse risentendo della moralità dell’epoca, puritana e un tantino ipocrita:
Tra le Veneziane del secolo XVI questa leggiadra donna puossi giudicare l’Aspasia. Nata nel 1553, ( in realtà la data è sbagliata Ndr) crebbe in non ordinaria avvenenza, in ispirito, in cultura, in leggiadria; fregi tutti de’ quali appresso abusò accalappiando gl’incauti, e cantando troppo lubricamente di amori. Era la sua casa aperta alla gioventù più dedita a’ dissipamenti, sì però, che chi volea trovarsi più ricco di sue benigne parole dovesse andare più provveduto non dei doni della fortuna, ma di quelli dello spirito e dello ingegno. Tale dovette essere Marco Veniero patrizio, con cui, soggiornando in Verona, gareggiò la Franco nel comporre quei saporiti versi che ci restano tuttavia. Arrigo III al suo ritorno dalla Polonia per passare in Francia, giunto a Venezia l’anno 1574, avendo voluto visitarla ne restò sì preso, e n’ebbe tale martello al cuore, che non seppe di Venezia partire senza portar seco le sue sembianze effigiate dal Tintoretto. Ma nel più bel fiore de’ suoi dì, e fra le tresche e i convitti, sentissi Veronica d’improvviso inspirata dal cielo a lasciare una vita troppo ravviluppata nel fango mondano, e, dato tosto bando alle dissipazioni, si accinse a segnalarsi in opere di fervor religioso, nel che riuscì esemplarissima. Il pio ricovero del Soccorso, destinato ad accogliere le donne macchiate delle peggiori brutture, fu da lei instituito, e colle sue largizioni sostenuto. Ebbe molti figliuoli. Non si sa l’anno della sua morte, che credesi accaduta verso il finire del secolo.

Dipinto raffigurante Veronica Franco

In effetti Veronica univa a non comuni doti di fascino fisico, un’eleganza di portamento e un parlare affascinante, che portavano i patrizi della città, e non solo, a contendersi i suoi favori. A diciotto anni andò in sposa al dottor Paolo Panizza, ma il matrimonio naufragò subito, e ben presto, per mantenersi, Veronica ritornò al suo precedente lavoro. Contemporaneamente iniziò scrivere pensieri e poesie, che la resero popolare, unitamente alle spiccate doti fisiche. La ragazza, a vent’anni, era già inserita nel Catalogo di tutte le principale et piu honorate cortigiane di Venezia, in cui in pratica c’era il tariffario delle cortigiane, unitamente all’indirizzo al quale reperirle. Ricercata, amata, Veronica fece in breve fortuna, diventando la cortigiana più famosa della città; nel 1575 la sua fama era all’apice, e raccolse due volumi di poesie scritte nel corso degli anni sotto il titolo Rime.
Ecco cosa scriveva la Franco:

“Or, mentre sono al vendicarmi intenta,

entra in steccato, amante empio e rubello,

e qualunque armi vuoi tosto appresenta.

Vuoi per campo il segreto albergo, quello

che de l’amare mie dolcezze tante

mi fu ministro insidioso e fello?

Il paese del sesso selvaggio

Il fotografo inglese John Bradley, in viaggio in Thailandia per lavoro uccide una persona e per sottrarsi alla cattura da parte della polizia si rifugia nelle foreste tailandesi, dove però viene fatto prigioniero dai nativi. Qui l’uomo è costretto a cimentarsi con una realtà completamente diversa da quella in cui è vissuto fino ad allora. Sarà grazie all’aiuto di una donna della tribù che parla un pò della sua lingua e grazie sopratutto all’amore della bella Maraya che John riuscirà a farsi valere nella tribù fino a diventarne un guerriero.

John prigioniero

Ma le lotte fratricide fra i popoli indigeni lo priveranno della moglie, così John deciderà di restare nella tribù per difenderla dagli attacchi dei tanti nemici. Su una sceneggiatura ridotta all’osso e saccheggiando in larga parte la trama di Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein uscito nel 1970, Umberto Lenzi imbastisce questo film avventuroso dal titolo Il paese del sesso selvaggio, meglio distribuito all’estero con il sobrio titolo di The man of deep river. Un film che in origine doveva essere una semplice avventura tra gli indigeni della Thailandia e che invece si trasformò suo malgrado nel capostipite di un genere con poche luci e tantissime ombre, quello dei Cannibal movie. L’elemento cannibale a dire il vero è estremamente limitato alla sequenza in cui alcuni indigeni cannibali fanno scempio del corpo di Maraya, ma tanto bastò a fare di Il paese del sesso selvaggio

La splendida Me Me Lai

Tra Maraya e John scoppia l’amore

la base di partenza di un genere fatto nella stragrande maggioranza da epigoni colmi di scene splatter, di uccisioni di animali riprese dal vivo con spruzzate più o meno corpose di erotismo. Lenzi utilizza alcune sequenze barbare per dare drammaticità al film, creando purtroppo le basi per quella che sarà la caratteristica specifica di molti Cannibal movie ovvero l’uccisione mostrata dal vivo di animali; se nel film in questione le scene sono molto limitate (l’uccisione di una capra, i combattimenti tra manguste e cobra) nei film successivi purtroppo si trasformeranno in disgustose sequenze di massacri di povere bestie documentate in primo piano con la scusa di mostrare le usanze dei popoli indigeni. A parte questo, il film di Lenzi ha dalla sua il fascino di essere stato girato in una natura bellissima, che esalta anche il discorso leggibile che fa tra le righe il regista, ovvero esaltare la maniera primitiva ma semplice di vivere della tribù in cui si imbatte John, che avrà modo di apprezzare le qualità specifiche di una vita vissuta tra mille pericoli (la natura selvaggia e ostile, le difficoltà di procurarsi cibo, i combattimenti con le tribù nemiche) ma degna di essere vissuta perchè a contatto con gli elementi essenziali dell’esistenza umana. Lenzi in qualche scena sembra esaltare questo modo di vivere rude e primitivo, legato a leggi ancestrali ma strettamente connaturate all’ambiente in cui vive la tribù dalla quale è ospitato; se c’è un evidente ricalcare le vicende di John Morgan,

I preparativi per le nozze

protagonista di Un uomo chiamato cavallo, il quale farà un’analoga esperienza di vita presso i Sioux, guadagnandosi alla fine il rispetto dei nativi americani, è vero anche che il regista si stacca almeno come logistica dal film di Silverstein. Quì siamo tra nativi che vivono nella giungla e il nemico non è soltanto rappresentato dai temibili guerrieri delle tribù vicine, ma anche da una natura profondamente ostile, oltre che dalla presenza dell’onnipotente e onnipresente uomo bianco, poco incline a rispettare la diversità e sopratutto bramoso di conquistare territori vergini alla ricerca ossessiva di ricchezze. Se questa parte di discorso è poco sviluppata lo si deve al fatto che Lenzi

Maraya corre felice nella giungla

appare intento a mostrare i tentativi di John di integrazione negli usi della tribù, dopo che quest’ultimo ha realizzato l’impossibilità dei suoi sogni di fuga. Qui si sviluppa la storia d’amore tra la bella Maraya e l’uomo bianco, l’incontro tra due culture diversissime unite fra loro soltanto da un istinto primario, forse il più importante ovvero l’amore, quell’istinto che abbatte tabù e differenze di pelle e di cultura stessa. Il film è gradevole e si lascia vedere volentieri; la sceneggiatura di Barilli, futuro regista di una delle perle del cinema targato anni settanta, il triller/noir parapsicologico Il profumo della signora in nero, è ben strutturata e fila senza intoppi. Il paese del sesso selvaggio quindi fissa i paletti per il successivo sviluppo

Le dure prove per diventare un guerriero

di un genere che avrà qualche buon epigono e tanti film davvero brutti; tra gli esempi migliori del genere cannibal movie si possono citare Mangiati vivi e Cannibal ferox, diretti entrambi proprio da Lenzi che vedranno l’elemento slasher prevalere su tutto mentre altri registi come Ruggero Deodato esalteranno ancora più l’elemento gore del genere attraverso film diventati cult come Ultimo mondo cannibale, Cannibal Holocaust e Inferno in diretta. Lenzi si ritroverà quindi, suo malgrado, a diventare il padre di un genere; ma i film successivi si discosteranno da questo “capostipite”, che manterrà nel corso degli anni successivi un candore e una semplicità esemplari. Per quanto riguarda il cast, il personaggio principale, quello del fotografo John è affidato a Ivan Rassimov, che per una volta abbandona i panni del cattivissimo e si trasforma nel paladino della tribù che lo accoglierà. Accanto a lui, bravo e misurato c’è la bellissima Me Me Lai che si farà notare proprio grazie alla sua interpretazione di Maraya;

Morte di Maraya

Il pasto cannibale

bellezza fresca ed esotica Me Me Lay finirà poi nei cast di Ultimo mondo cannibale intepretando Pulan e in seguito concluderà la sua personale trilogia “cannibalesca” con Mangiati vivi, nel quale incontrerà nuovamente Rassimov questa volta nei panni del cattivissimo e crudele Jonas Melvyn. Una curiosità sul film riguarda il soggetto originale da cui è tratto; a scriverlo è Emmanuelle Arsan, l’autrice della serie di celebri romanzi a sfondo erotico Emmanuelle, divenuta poi anche lei regista dalle scarse qualità. Per quanto riguarda il titolo, che strizza l’occhio a chissà quali peccaminose avventure erotiche in realtà doveva intitolarsi L’uomo del fiume profondo come del resto evidenziato dal titolo imposto alla versione internazionale, The Man from the Deep River. Un film di buon livello questo di Lenzi, che anche oggi si può guardare con piacere.

Il paese del sesso selvaggio

Un film di Umberto Lenzi. Con Ivan Rassimov, Me Me Lay, Prasitsak Singhara, Sulallewan Suxantat Avventura, durata 93 min. – Italia 1972.

Il primo difficile dialogo

John Bradley… Ivan Rassimov
Maraya… Me Me Lai
Prasitsak Singhara … Taima
Sulallewan Suxantat … Karen
Ong Ard … Lahuna
Prapas Chindang … Chuan
Pipop Pupinyo … Mihuan
Tuan Tevan … Tuan
Chit … Cannibal
Choi … Cannibal
Song Suanhud … Witch Doctor
Pairach Thaipradit … Thai

 

Regia Umberto Lenzi
Soggetto Emmanuelle Arsan
Sceneggiatura Francesco Barilli, Massimo D’Avack
Produttore Ovidio G. Assonitis
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Daniele Patucchi
Costumi Ettora Marotti

Lobby card del film

Flano del film

Il paese del sesso selvaggio locandina 2

Il paese del sesso selvaggio foto 2

Il paese del sesso selvaggio foto 1

Il paese del sesso selvaggio locandina 4

Il paese del sesso selvaggio locandina 3

Il paese del sesso selvaggio locandina 1

Dalila Di Lazzaro

Ha vissuto diverse vite, come racconta nei suoi libri, Dalila Di Lazzaro.
Vite senza mediazioni, spericolate o tranquille fino alla noia, vite con giornate di 25 ore e vite sul set di un film oppure davanti all’obiettivo di una macchina fotografica per guadagnarsi da vivere come modella o come testimonial.
Nel mezzo, un matrimonio contratto quand’era troppo giovane, una maternità anch’essa in età precoce conclusasi con la nascita dell’adorato Christian.
E molto altro naturalmente.
Nata a Udine il 29 gennaio 1953, fisico perfetto e aspetto nordico con quei capelli biondi e gli occhi che virano dall’azzurro intenso all’azzurro chiaro, Dalila esordisce nel cinema a 19 anni nel film di Maurizio Lucidi Si può fare… amigo, in cui i protagonisti principali sono Bud Spencer e Jack Palance. La sua è davvero una particina, ma nel cinema si sa gli inizi sono difficilmente sfolgoranti.
Lei comunque un suo piccolo posto nel mondo dello spettacolo se l’è creato, lavorando come modella aiutata in questo da una bellezza notevole e dal suo fisico praticamente perfetto.
Ha già alle spalle un’adolescenza quasi bruciata, visto che a soli 15 anni è rimasta incinta e, dopo un litigio con i genitori, un matrimonio contratto con un giovane quasi coetaneo che l’ha sposata e portata a vivere con se e con sua madre.
Una vita che ovviamente non può accontentare una giovane che sente di aver bisogno di esperienze più forti, di vivere una vita che non sia quella della casalinga.
Così si tuffa nel mondo del cinema e dopo l’esordio citato, arrivano particine in film come Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave di Sergio Martino, in cui interpreta la ragazza che fa lo strip su un tavolo e in seguito ancora una parte piccolissima in Lo scopone scientifico di Luigi Comencini accanto a star come Sordi, la Mangano, Cotten e la grande Bette Davis.

Uno dei suoi primi successi,  Il mostro è in tavola barone Frankenstein

Una donna dietro la porta

La prima occasione importante è la scrittura per il film Frankenstein ’80 di Mario Mancini, mentre nel 1973 lavora ancora con un microscopico ruolo in Canterbury No. 2 – nuove storie d’amore del ‘300 ; è il preludio al film Carne per Franksteinen (Flesh for Frankenstein), il bel horror con contaminazioni umoristiche diretto da Paul Morrissey e in parte da Antonio Margheriti.
Lei è la donna destinata a diventare la compagna del mostro creato da Frankenstein; la sequenza in cui la Di Lazzaro compare nuda e si muove come un automa con il corpo devastato dalle cicatrici eppur sempre bellissimo e armonico diventa un cult del cinema anni settanta.
Questo film le permette anche di trasferirsi a Londra per studiare la lingua, permettendole di iniziare così un periodo molto intenso della sua vita, a contatto con la realtà londinese e sopratutto permettendole di lavorare con più continuità come fotomodella.

Tre uomini da abbattere

Nel 1974 arriva la scrittura per il film di Sergio Corbucci Il bestione, accanto a Giancarlo Giannini e Michel Constantin nel quale intepreta la parte di una donna straniera, Magda mentre l’anno successivo ha un ruolo di contorno in La pupa del gangster di Giorgio Capitani accanto al leggendario duo Mastroianni-Loren.
In questo periodo l’attrice friulana sembra faticare ad imporsi, anche per colpa della miopia del cinema italiano che sembra privilegiare la commedia sexy e di conseguenza la presenza nei cast di attrici prosperose e disinibite.
Ma il carattere è decisamente la dote più evidente della Di Lazzaro e per lei inizia dal punto di vista professionale un periodo fecondo.

Tre tigri contro tre tigri

Nel 1976, quando le prime avvisaglie della grande crisi del cinema hanno iniziato a mostrarsi lei lavora in L’Italia s’è rotta, una gradevole commedia satirica di Steno nella quale interpreta una prostituta che viaggia con due siciliani che lavorano a Torino, Peppe e Antonio, che hanno lasciato la città piemontese subito dopo aver avuto alcune traversie con dei malviventi locali spacciatori di droga.
Con loro farà un viaggio attraverso un’Italia che sembra un paese del terzo mondo, con le sue contraddizioni e i suoi difetti; celebre la sequenza in cui la bellissima attrice fa il bagno completamente nuda con i due compagni d’avventura, interpretati da Teo Teocoli e Enrico Montesano.
Il film ottiene un discreto successo, anche di critica così nello stesso anno dalila interpreta Oh Serafina accanto a Renato Pozzetto per la regia di Alberto Lattuada.

Quando la coppia scoppia

Si tratta di un film proto ecologista che narra le vicende di una coppia davvero alternativa.
Lui, Augusto Valle, un giovane con valori antichi innamorato della natura viene rinchiuso in un manicomio dalla moglie e qui incontrerà Serafina, una ragazza figlia di un commerciante d’armi che si ribella alla sua famiglia e che per questo viene rinchiusa nello stesso manicomio in cui c’è Augusto. Tra i due nascerà una storia d’amore.
Il film di Lattuada,pur non riuscito totalmente, ha il merito di evidenziare anche il talento recitativo drammatico della Di Lazzaro che nel 1977 lavora nella commedia Il gatto accanto a Tognazzi e la Melato.

Dalila Di Lazzaro in Phenomena

Il film di Comencini conferma le qualità di Dalila che nello stesso anno compare nel film a episodi di Sergio Corbucci e Steno Tre tigri contro tre tigri nel ruolo di una contessa e in La ragazza dal pigiama giallo di Mogherini.
Dalila pur affascinante come sempre, risulta alla fine la meno convincente del gruppo, con una recitazione che spesso eccede la drammaticità del suo ruolo, che andava interpretato con più malizia e mistero.
Poi, per tre anni, Dalila Di Lazzaro resta lontana dal cinema.

Con Pozzetto in Oh Serafina

L’Italia s’è rotta

La fine degli anni settanta è caratterizzata dalla grande crisi del cinema con conseguente calo di spettatori e ovviamente le parti che vengono distribuite in campo cinematografico si restringono.
La commedia all’italiana è ormai morta e seppellita, come amaramente ricorda Comencini, ultimo grande autore di quello che può essere definito il canto del cigno del genere, Amici miei.
Il cinema italiano naviga a vista, fra commedie sexy spesso di bassa lega, poche produzioni di grande livello: l’unico genere che sembra tirare come una locomotiva è l’hard, che però conta su una ristretta cerchia di appassionati e sopratutto è ovviamente sdegnato dalle attrici vere.
Il film successivo che la Di Lazzaro gira è Stark system di Armenia Balducci su soggetto di Gian Maria Volontè e interpretato dallo stesso attore; si tratta di un film satirico rimasto praticamente sconosciuto ai più e massacrato dalla critica.

La ragazza dal pigiama giallo

In una delle sue interviste Dalila ricorda come nel mondo del cinema fosse vista più come un sexy simbol che come un’attrice di talento; parla di scelte probabilmente sbagliate ma in realtà il mondo del cinema spesso è miope in maniera patologica.
Sono tante le attrici che hanno dovuto fermare la propria carriera per ostacoli di ogni genere opposti alle proprie ambizioni e perchè no, alle proprie capacità.
Nel mondo dello spettacolo ci vogliono le doti, indubbiamente, ma occorre anche un carattere malleabile, la capacità di accettare compromessi. Lei probabilmente, per carattere, è sempre stata poco incline ad accettarne e questa può essere una chiave di lettura della sua carriera cinematografica.

Killers contro killers

Eppure per lei il 1980, inizio del decennio forse più tormentato del cinema italiano, si apre molto bene con tre film di ottimo livello; il primo, Il bandito dagli occhi azzurri la vede protagonista nel ruolo di Stella al fianco di un buon Franco Nero, mentre con il successivo Voltati Eugenio di Luigi Comencini dimostra di avere talento drammatico. Il film è un buon successo di critica anche se non chiama folle al botteghino; la storia drammatica del bimbo scaricato dai genitori e dai parenti, troppo egoisti per capire il dramma di un bambino di dieci anni è una delle perle di Comencini così come è da ricordare il ruolo di Fernanda interpretato dall’attrice friulana.Anche Tre uomini da abbattere di Deray è un discreto film, che la Di Lazzaro gira al fianco di Alain Delon, mentre i successivi Prima che sia troppo presto di De Caro e La donna giusta (1982) di Williams sono film a visibilità limitata.

Un Ugo Tognazzi sornione spia la Di Lazzaro in Il gatto

La crisi del cinema è nel frattempo esplosa e nel proseguimento degli anni 80 le parti interpretate dall’attrice pur essendo caratterizzate dalla sua professionalità sono svolte in film non particolarmente interessanti, fatta eccezione per Un dramma borghese di Florestano Vancini, una storia di incesto in un film in pratica assolutamente dimenticato, del quale oggi non esiste nemmeno una versione digitalizzata.
In questi anni le partecipazioni sono in film della nuova commedia all’italiana, rappresentata per esempio da Quando la coppia scoppia, in cui si cimenta in un ruolo comico o da Tutti dentro di Sordi, commediola che dimostra ancora una volta come il grande attore romano fosse a disagio dietro la macchina da presa.
Degli altri film si può anche solo accennare ai titoli, visto che non sono certo memorabili, come Una di troppo e Una donna dietro la porta di Tosini (quest’ultimo un gialletto erotico davvero di poco conto). Da segnalare invece l’ottima caratterizzazione della direttrice in Phenomena di Dario Argento, datato 1985.

Il bestione

Il finire del decennio la vedono protagonista suo malgrado di due scellerate produzioni: la prima, Kinski Paganini, rappresenta davvero un passo falso perchè si tratta di uno dei film più brutti e peggio realizzati della storia del cinema. Chiunque abbia visto il film ricorderà con orrore i lunghissimi minuti iniziali nei quali l’assolo di violino si mescola alla macchina da presa che sembra diretta da un ubriaco.
Non va meglio con Spogliando Valeria di Gaburro, squallido erotico in cui viene da chiedersi cosa possa aver spinto la bellissima attrice ad accettare una parte così umiliante per mancanza di contenuti e di valore.
Gli anni successivi possono essere descritti come l’agguato del destino sempre pronto a presentare un conto alla bellezza, alla bravura e alla fama.
Nel 1991 scompare tragicamente suo figlio Cristiano; ha appena 22 anni ed era una delle ragioni di vita dell’artista.
Tra i due esisteva un rapporto speciale, come raccontato dalla Di Lazzaro nel suo best sellers Il mio cielo, che rappresenta un doloroso racconto di vita di una donna che ha vissuto gli estremi della felicità e dell’infelicità, del dolore assoluto e delle gioie legate alla sua professione.

Frankenstein 80

Da quel momento sceglie volontariamente di ritirarsi dalle scene, interrompendo il silenzio in cui si è rinchiusa solo per girare delle miniserie televisive come La scalata,Tre passi nel delitto: Delitti imperfetti,La signora della città,Kidnapping – la sfida e l’ultima sua apparizione cinematografica in Una donna in fuga di Roberto Rocco.
Ma il destino decide che non è ancora il momento di darle una tregua; così il 2 novembre del 1997 ha un banale incidente con il motorino, che però si trasforma in un incubo.
Immobilizzata in un letto per la rottura di una vertebra del collo, l’attrice passa attraverso l’inferno del dolore fisico senza tregua, quello cioè che è in grado di annientare una persona e distruggerla psicologicamente.

La selvaggia bellezza di Dalila Di Lazzaro in un servizio fotografico per Playboy

Ancora una volta, con una forza di volontà immensa, riesce ad uscirne quasi del tutto e sceglie di raccontare la sua vita senza reticenze e senza falsi pudori in un libro intitolato Il mio cielo; il ritratto che vien fuori è quello di una donna che pur provata da dolori terribili, morali e fisici, trova comunque un raggio verde da seguire.
E’ l’inizio di una rinascita anche personale, perchè l’accoglienza del pubblico dimostra che non è stata dimenticata.
A questa sua prima esperienza letteraria seguiranno L’angelo della mia vita (2006), Toccami il cuore (2009)
e Il mio tesoro nascosto,(2011), tutti editi da Piemme.
Nel frattempo è stata tra le testimonial di una campagna per l’adozione di figli da parte di single, forse l’unica battaglia ce non ha ancora vinto, anche se certamente non per colpa sua.
In un paese a fortissima vocazione ( e purtroppo controllo) religioso, la sua battaglia civile appare un pò da Don Chisciotte.
Ma Dalila Di Lazzaro in fondo ha affrontato la vita da Don Chisciotte, scontrandosi con tutto, dalla famiglia alle convenzioni sociali, superando traumi come la violenza personale, la morte tragica del figlio, il dolore fisico.
Ed è quà, bella ed affascinante come quand’era una ragazza dagli occhi color del mare, un tantino enigmatica o forse solo rinchiusa in un atteggiamento di autodifesa.
Quello stesso che la faceva sembrare altezzosa, mentre in realtà era sintomo di ben altro.

Un dramma borghese

Spogliando Valeria

Rose rosse per una squillo

Una donna in fuga

Kidnapping (Tv)

Dov’era lei a quell’ora

Dalila Di Lazzaro Prima che sia troppo presto

Prima che sia troppo presto

Dalila Di Lazzaro Kinski Paganini

Kinskj Paganini

Dalila Di Lazzaro Canterbury n. 2 nuove storie d’amore del ‘300

Canterbury n.2

Dalila Di Lazzaro 80 voglia di te

80 voglia di te

1998 Maître Da Costa (TV serie)
1998 Mashamal – ritorno al deserto
1998 Kidnapping – la sfida (TV movie)
1996 La signora della città (TV movie)
1996 Una donna in fuga
1993 Tre passi nel delitto: Delitti imperfetti (TV movie)
1993 La scalata (TV mini-serie)
1991 Power Force
1991 Strepitosamente… flop
1991 L’ulivo e l’alloro
1990 Diceria dell’untore
1990 Alcune signore per bene
1989 Disperatamente Giulia (TV mini-serie)
1989 Spogliando Valeria
1989 Kinski Paganini
1988 Racconti di donne
1987 Sicilian Connection
1985 Phenomena
1985 Killer contro killers
1985 Oniricon (corto)
1984 Tutti dentro
1984 Aeroporto internazionale (TV serie)
1983 Un dramma borghese
1982 Quando la coppia scoppia
1982 Una di troppo
1982 Una donna dietro la porta
1982 La donna giusta
1981 Prima che sia troppo presto
1980 Tre uomini da abbattere
1980 Voltati Eugenio
1980 Il bandito dagli occhi azzurri
1980 Stark System
1977 La ragazza dal pigiama giallo
1977 Il gatto
1977 Tre tigri contro tre tigri
1976 Oh, Serafina!
1976 L’Italia s’è rotta
1975 La pupa del gangster
1975 L’ultimo treno della notte
1974 Il bestione
1973 Carne per Frankenstein
1973 Canterbury No. 2 – nuove storie d’amore del ‘300
1972 Frankenstein ’80
1972 Lo scopone scientifico
1972 Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave
1972 Si può fare… amigo (come Dalila Di Lamar)

Gabriela

Bahia, Brasile-1925

L’italo-arabo-brasiliano Nacib Saad è il proprietario del locale bar “Il vesuvio”
L’uomo ha nelle vene sangue italiano per parte di madre ( la donna era di origine napoletana) e arabo per parte di padre; vive ormai da molto tempo in Brasile, tanto da esserne diventato cittadino a tutti gli effetti.
L’uomo vive discretamente dai proventi del suo bar, ma un giorno si ritrova all’improvviso senza cuoca; decide così di andarsela a cercare al mercato della manovalanza brasiliana, un posto popolato da disperati alla ricerca di lavoro. Qui incontra una ragazza molto bella ma anche sporca e stracciata che sostiene di saper cucinare.


Assuntala come sostituto cuoca, la bellissima e seducente Gabriela, questo il nome della ragazza dimostra davvero di saperci fare tra i fornelli e rimpinza il suo datore di lavoro con manicaretti prelibati; da quel momento il maturo Nacib perde la testa per la giovane brasiliana tanto da decidere di sposarla.
Il che gli crea dei grossi problemi essendo la ragazza priva di documenti oltre che figlia di ignoti.
Con l’aiuto dell’amico avv.Tonico, Nacib riesce a produrre dei documenti falsi per la donna e così la sposa.


Anche se legati da vero affetto, Nacib e Gabriela sono troppo diversi fra loro: giocano contro la stabilità del loro legame la differenza di età, di costumi e sopratutto di cultura.
Nonostante viva da anni in Brasile, Nacib non ha mai perso le sue radici mentre la bella Gabriela è una donna dalla prorompente sessualità e dalla moralità molto elastica, frutto appunto delle esperienze di vita e della sua cultura.
Ed infatti succede che un giorno Nacib, messo sull’avviso da un garzone con il quale ha litigato e che vuole vendicarsi, scopra Gabriela a letto con il suo amico Tonico; alla delusione per il comportamento della moglie si aggiunge la rabbia per il tradimento tanto che l’uomo sembra sul punto di uccidere l’avvocato. Ma si limiterà a colpirlo con la pistola e a lasciare sua moglie completamente nuda alla mercè della vista di tutti.


Nacib avendo scoperto Gabriela in flagranza di reato potrebbe ucciderla e restare impunito, come previsto dalla legge di inizi secolo brasiliana; ma decide di perdonarla ottenendo l’annullamento del suo matrimonio.
Ma Gabriela non si è rassegnata e del resto anche a Nacib manca quella donna sensuale e allegra. Così….
Diretto nel 1982 da Bruno Barreto su soggetto tratto da una novella di Jorge Amado Gabriella, garofano e cannella, Gabriela è un mediocre melodramma con all’attivo solo due cose positive: la presenza di Marcello Mastroianni che interpreta Nacib e quella della regina delle telenovelas Sonia Braga.


Mastroianni è sempre un bel vedere, anche quando è costretto a vestire (a sessantanni) i panni dell’uomo sessualmente eccitato da una moglie molto più giovane di lui e sopratutto molto vogliosa e sessualmente disponibile.
Sonia Braga, a parte un fisico spettacoloso, altro non mostra sia per l’esiguità della trama e della sceneggiatura sia perchè francamente è attrice da tv e molto meno da cinema anche se nel suo curriculum non mancano prove di buon livello come quella fornita nel famoso Donna Flor e i suoi due mariti e in Il bacio della donna ragno.
Il film è tendenzialmente noioso e sonnolento, provoca qualche risveglio proprio in concomitanza con scene torride come quelle che vedono protagonista l’allupata Gabriela sia con il marito sia con l’amante.
Barreto, regista di una ventina di film, il più significativo dei quali è Donna Flor e i suoi due mariti dirige svogliatamente un film che nelle intenzioni doveva essere un dramma sulla differenza di età e di cultura, sulle difficoltà di conciliare le due cose e sull’impossibilità (alle volte) di mettere d’accordo origini così differenti.


In pratica invece spinge l’acceleratore sopratutto sull’aspetto sensuale del film e accentrando tutto sulla sua protagonista, che mostra nuda con sospetta frequenza.
Vediamo infatti l’affascinante Gabriela fare il bagno con piacere sia personale che dello spettatore per qualche istante di troppo; se la cosa può riscuotere successo almeno a livello di piacere per gli occhi si trasforma in evidente e mero tentativo di strizzare l’occhio ad un certo tipo di pubblico.
Tutte le intenzioni relative alla creazione di un dramma popolare, discorsi socio culturali e il resto rimangono nel cassetto così il risultato finale è un film da sbadigli e nulla più. A salvarsi sono solo i paesaggi e la natura brasiliana, che testimoniano come la saudade dei suoi abitanti trasportati fuori dal paese verde oro sia più che giustificata.
La sceneggiatura e la trama sono davvero ben poca cosa e Barreto alla fine riesce a scontentare tutti, incluso il buon Mastroianni autore di una prestazione da minimo sindacale e autore anche di una clamorosa gaffe televisiva nella quale definì la Braga “una bella cozza nera”.


Stroncato dai critici e rinchiuso in un cassetto, Gabriela non ebbe nemmeno il sostegno dell’autore del romanzo, Amado, che si limitò a dire che gli attori avevano fatto la loro parte.
Il che è davvero molto poco per valere la visione del film.


Gabriela
Un film di Bruno Barreto. Con Marcello Mastroianni, Sonia Braga, Antonio Cantafora Drammatico, durata 102 min. – Italia, Brasile 1983.

Sonia Braga: Gabriela
Marcello Mastroianni: Nacib Saad
Antônio Cantafora: Tonico Bastos
Tânia Boscoli: Glória
Nicole Puzzi: Malvina
Paulo Goulart: João Fulgêncio
Ricardo Petraglia: Josué
Lutero Luís: Manuel das Onças
Flávio Galvão: Mundinho Falcão
Jofre Soares: Ramiro Bastos
Maurício do Valle: Amâncio Leal
Nildo Parente: Maurício Caires
Ivan Mesquita: Melk Tavares
Luís Linhares: Jesuíno Mendonça
Emile Edde: il poeta Argileu
Nélson Xavier: il capitano
Nuno Leal Maia: Rômulo
Cláudia Jimenez: dona Olga
Chico Diaz: Chico Moleza
Zeni Pereira: dona Arminda

Regia Bruno Barreto
Soggetto Jorge Amado
Produttore Ibrahim Moussa e Harold Nebenzal
Fotografia Carlo Di Palma
Musiche Antonio Carlos Jobim

Rita Savagnone: Gabriela
Marcello Mastroianni: Nacib Saad
Anna Rita Pasanisi: Glória
Gianni Marzocchi: João Fulgêncio
Michele Gammino: Mundinho Falcão
Giorgio Piazza: Ramiro Bastos
Luciano De Ambrosis: Amâncio Leal
Roberto Villa: Melk Tavares
Sandro Acerbo: Chico Moleza
Deddi Savagnone: dona Arminda