Bob & Carol & Ted & Alice

Bob

Bob e Carol sono una coppia giovane, innamorata e sposata da un po tempo.
Tuttavia i due sono consapevoli che il rapporto di coppia deve avere una base solida sul quale strutturarsi,così decidono di passare il fine settimana sottoponendosi a visite psicanalitiche.
Che finiscono per migliorare davvero il rapporto di coppia,visto che i due iniziano a dialogare più intensamente, finendo per diventare più sinceri; adesso Bob e Carol sentono che davvero non ci sono più barriere e che l’onestà e la sincerità possono diventare parte indissolubile del loro rapporto.
Così Bob, nel nuovo spirito di coppia,confessa a Carol la scappatella fatta con una segretaria, conclusasi senza complicazioni;Carol, lungi dal sentirsi ferita dall’inaspettata rivelazione del coniuge è quasi contenta dell’accaduto, del fatto che Bob la abbia considerata importante a tal punto da confessarle il suo segreto più intimo.

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Anche Carol ha un’avventura, con un maestro di tennis e ovviamente racconta tutto al marito che,pur ferito,si sforza di accettare la cosa, anche perchè per Carol non è stata altro che un’avventura passeggera.
C’è una presa di coscienza dei due; ci si può amare teneramente ma al tempo stesso desiderare un’avventura,qualcosa che porti nuova linfa al rapporto.
La scoperta provoca in Carol il desiderio di condividere l’esperienza fatta; ne parla così con l’amica del cuore,Alice.
Che al contrario di Carol è angosciata dalla rivelazione.Dopo un lunghissimo colloquio notturno con suo marito Ted,Alice ha ancora più dubbi e si interroga su quello che è davvero il rapporto che ha con il marito.
Di fronte ad un bivio,piena di incertezze e dubbi,Alice ricorre anch’essa ad uno psicanalista.
Una sera c’è una cena tra i quattro amici.
Ted,improvvisamente,decide di raccontare un suo tradimento alla moglie e agli amici.
Ma Alice è davvero pronta a perdonare e a costruire il futuro con un marito che sente un po più distante oppure si rassegnerà all’accaduto?

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Ad un tratto emerge un’idea singolare;in una situazione così complessa di amori clandestini,dapprima nascosti e poi svelati, perchè non scambiarsi i mariti per valutare più oggettivamente la saldezza dei sentimenti dei quattro?
Un’idea,certo, ma…
Bob & Carol, Ted & Alice è l’opera d’esordio di Paul Mazursky,datata 1969.
Il regista di New York affronta un tema scomodo, quello della monogamia, del rapporto di coppia e del tradimento, della sincerità dei rapporti, della monotonia che fatalmente finisce per avvolgere il rapporto stesso.
Lo fa con uno stile ironico, senza però diventare sarcastico o senza salire in cattedra con prese di posizione moraliste o all’opposto permissiviste.
Mazursky gioca con l’argomento, dando al film un taglio arguto ma mai volgare, nonostante il tema scabroso potesse permettere licenze di ogni genere.

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Il 68 è appena passato, con la sua onda lunga fatta di liberazione dai totem e dai tabù,di desiderio di innovazione e modernità anche nei rapporti di coppia, uno dei capisaldi della società,da sempre.
L’obiettivo indaga su due coppie,non più tanto giovani da poter giocare alla rivoluzione,non così avanti negli anni da rappresentare un fattore stabilizzato e non più permeabile.
I quattro appartengono alla generazione di mezzo,quella generazione che ha visto il vento del cambamento spazzare via molte delle strutture antiquate sulle quali era costruita la società.
Sono quindi persone in crisi di identità, che giocano in qualche modo e in qualche modo no, ma che sentono soffiare il vento del cambiamento e che cercano di indagare più profondamente sul reale valore dei loro sentimenti.
Bob & Carol, Ted & Alice è quindi una commedia piacevole, a tratti anche divertente ma, attenzione, mai dai toni frivoli.

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Nathalie Wood,Elliot Gould,Dyan Cannon,Robert Culp sono i bravi protagonisti della storia;la Wood e la Cannon, trentenni all’epoca delle riprese,appaiono come delle donne in cerca d’autore, personaggi alla ricerca di qualcosa che nei loro matrimoni è presente solo in maniera grigia.
E’ una zona d’ombra,la sincerità,l’onestà.
E quando prenderanno piena coscienza del tutto vivranno un rapporto di coppia decisamente meno paludato e meno ipocrita.
Un bel film in definitiva, che purtroppo non passa in tv da tempo immemorabile.

Bob & Carol & Ted & Alice

Un film di Paul Mazursky. Con Dyan Cannon, Elliott Gould, Natalie Wood, Robert Culp, Horst Ebersberg, Lee Bergere, Donald Muhich, Noble Lee Holderread Jr, K. T. Stevens, Celeste Yarnall, Lynn Borden, Linda Burton, Greg Mullavy, André Philippe, Diane Berghoff Commedia, durata 104 min. – USA 1969

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Natalie Wood … Carol Sanders
Robert Culp … Bob Sanders
Elliott Gould … Ted Henderson
Dyan Cannon … Alice Henderson
Horst Ebersberg … Horst
Lee Bergere … Emilio
Donald F. Muhich …Psicanalista
Noble Lee Holderread … Sean Sanders
K.T. Stevens K. … Phyllis
Celeste Yarnall … Susan
Lynn Borden … Cutter
Linda Burton … Hostess

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Regia: Paul Mazursky
Sceneggiatura:Paul Mazursky e Larry Tucker
Produzione:M.J. Frankovich e Larry Tucker
Musiche:Quincy Jones
Fotografia:Charles Lang
Montaggio:Stuart H. Pappé
Art Direction :Pato Guzman
Set Decoration:Frank Tuttle

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Andrée l’esasperazione del desiderio nell’amore femminile

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Del film Andrée – l’esasperazione del desiderio nell’amore femminile non sono importanti ne la pellicola stessa ne la sua trama, in verità abbastanza semplice e dalle non eccelse virtù sceniche, quanto le vicissitudini censorie che portarono alla condanna al rogo della pellicola stessa e alla condanna a quattro mesi di reclusione di Pilippo Miozzi,amministratore della CID,la compagnia cinematografica distributrice della pellicola,pena poi sospesa con la condizionale.
Era il settembre del 1968, un’epoca storica caratterizzata dalla massiccia presenza della censura e dei censori in particolare pronti a sequestrare le pellicole che,a loro giudizio, presentassero caratteristiche di oscenità.
Cosa che puntualmente avvenne per questo film, giudicato osceno sia per la presenza cospicua di nudi femminili (roba da educande,comunque) sia per la trama, che trattava un argomento ostico, quello di una donna affetta da ninfomania.

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Fa una certa sensazione leggere il nome del magistrato deputato all’accusa, quello di Vittorio Occorsio,ucciso poi nel 1976 da terroristi dell’estrema destra;la cosa dimostra quanto fosse importante il concetto di morale per la società nel suo assieme e quanto i tutori della legge tenessero alla moralità stessa.
Ignoro cosa sia accaduto in seguito, ovvero se la pellicola fosse o no stata davvero bruciata;l’ho vista da poco, in una versione da restauro digitale con sottotitoli in italiano, il che ha reso se possibile ancor più noiosa la visione della pellicola stessa,caratterizzata principalmente dalla verbosità e dalla staticità impressa dal regista.
In origine il film venne distribuito come Andrea – Wie ein Blatt auf nackter Haut,che più o meno può essere tradotto come Andrea – come una foglia sulla pelle nuda, con chiaro riferimento alla scena in cui la bellissima Andrea viene coperta da alcune foglie cadute da un albero mentre è completamente nuda e sdraiata.

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Veniamo alla trama:
la bella è giovane Andrè soffre di un terribile bisogno d’amore.
Non tanto di amore inteso come sentimento,quanto di sesso;del resto sua madre aveva lo stesso problema, era sempre alla ricerca di uomini con cui appagare i suoi sensi e Andrè sembra aver ereditato la stessa inquietudine dei sensi.
Così la ragazza colleziona deludenti avventure con un mucchio di gente, incluso un amico di famiglia, riportandone però sempre la sensazione di insoddisfazione.
Uno stalliere e molti mariti infedeli delle sue amiche,il marito di sua sorella e alla fine un piccolo delinquente sono le prede dell’insaziabile ragazza.
Riuscirà Andrè a venir fuori dalla trappola mortale dell’insoddisfazione e a trovare un equilibrio che le impedisca di scendere sempre più giù nella scala della degradazione fisica?

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A parte una giovane e bella Dagmar Lassander,venticinquenne all’epoca dell’interpretazione del film, spesso nuda (ma mai in modo volgare) e alla sua prima,vera esperienza da protagonista il film ha ben poco da segnalare.
Si tratta di un film con alcune velleità ma alla fine smaccatamente erotico e nulla più.
Non c’è alcuna voglia di scavare nella psiche della ragazza:Hanns-Schott Schöbinger,regista della pellicola,rimane ampiamente in superficie, svolgendo il compitino della pellicola pruriginosa senza alcuno scatto di fantasia rendendola alla fine piatta e banale.
Ora, se all’epoca della prima presentazione del film sia l’argomento del film sia alcuni nudi potevano turbare gli spettatori, oggi un film così lo si potrebbe tranquillamente visionare in parrocchia.
Tutto noioso e tutto senza attrattiva, quindi.

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Solo la Lassander merita una citazione,mentre il resto del cast si guadagna la pagnotta senza alcun merito.
In quanto a Hanns-Schott Schöbinger,dirigerà ancora la Lassander nel 1969 in Pelle su pelle e avrà una certa notorietà nel nostro paese con I peccati di Madame Bovary non tanto per la qualità del film quanto per la presenza della splendida Edwige Fenech.
Posso a cuor leggero quindi sconsigliarvi la visione del film;ci fosse una versione italiana ne varrebbe la pena quanto meno vederlo nell’ottica del documentario d’epoca, ma con i sottotitoli, credetemi, è impresa titanica.

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Andrée – L’esasperazione del desiderio nell’amore femminile
Un film di Hans Schott-Schobinger. Con Dagmar Lassander, Gita Rena, Ann Famoss, Ingrid Simon, Ralph Clemente Drammatico, durata 87 min. – Germania 1967

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Dagmar Lassander: Andrea
Joachim Hansen: Peter
Hans von Borsody: Frederick Jansen
Herbert Fux: Felix Klarsen
Ralph Clemente: Thomas
Art Brauss: Joschi lo stalliere
Anne Famos: Mila
Gita Rena: Clarisse
Fred Bernhoff: Dr. Wagner
Helmut Alimonta: Schorsch
Ingrid Simon: Luisa
Karl-Heinz Peters: L’antiquario

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Regia Hanns Schott-Schöbinger
Soggetto Hanns Schott-Schöbinger
Produzione Harald A. Hoeller für Metrostar / Hifi Stereo 70
Musiche Hans Hammerschmid
Fotografia Hanns Matula

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Fantasma d’amore

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Gli amici più affezionati del mio blog sanno che sul sito stesso non sono recensiti film d’amore o che almeno essi rappresentano una sparuta minoranza.
Il motivo di tale assenza è in fondo banale.
Non ho mai amato i film strappalacrime o quelli di ambientazione sentimentale, li ho sempre trovati poco affascinanti o dalle trame puerili.
Una doverosa eccezione è questo splendido film di Dino Risi, uscito nel 1981 e che all’epoca vidi in prima visione in dolce compagnia, altrimenti mi sarebbe stato praticamente impossibile vederlo.
Un film che è una storia d’amore, che valica i confini temporali ma che è anche una ghost story immersa in’atmosfera malinconica esaltata dalla nebbia sottile che sorge dalle brughiere, dal fiume o che avvolge come una coperta leggera,impalpabile tutta la storia.
Una storia dall’impianto molto semplice, in fondo, ma di grande effetto.
Ed un inizio che nulla lascia trapelare sulla storia struggente che di li a poco inizierà a dipanarsi sinuosa sullo schermo, avvolgendo lo spettatore con la sua malinconia di fondo ma anche con il suo messaggio dal forte valore simbolico.
Una donna insegue un autobus disperatamente.

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Probabilmente non è anziana, ma è stanca e sofferente,sul suo volto sfiorito l’incedere degli anni appare devastante.
Riesce a salire sull’autobus ma si accorge di non avere spiccioli e un uomo che guarda la scena, in piedi davanti alla vetrata posteriore dell’autobus si muove verso di lei e le da i soldi per il biglietto, cento lire.
Lui è Nino Monti,un commercialista di Pavia, una vita tranquilla e senza scossoni, un matrimonio con una donna di classe agiata ma che lui probabilmente non ama.
Anzi, togliamo il probabilmente.
Vediamo Nino a cena con sua moglie, che si lagna per una telefonata di lavoro e lo sguardo di Nino, rassegnato:questo non è amore è routine, tranquilla e mortale come la noia.
Lo seguiamo mentre è nel suo studio e sfoglia distrattamente un libro.
Improvvisamente dalle pagine del libro stesso cade una foto.
La foto ritrae una bellissima donna,con una bicicletta, mentre guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica con uno sguardo da donna innamorata.

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E a Nino torna alla mente Anna Brigatti,diventata in seguito la signora Zighi.
Una donna che ha amato, tanto tempo fa,vent’anni per la precisione.
La foto riporta alla mente di Nino il ricordo struggente e mai sepolto del tutto della bellissima Anna,il loro amore felice.
Ripercorrendo le strade di una Pavia brumosa e spettrale, malinconica come violini d’autunno, Nino vede riaffiorare un periodo della sua vita indimenticabile e rimasto, negli anni successivi allo stato latente;i colori, le immagini persino gli odori (il piscio di gatto, come ricorda Nino) sembrano mescolarsi e riemergere colpendo dolorosamente i sensi dell’uomo.
Ed ecco che all’improvviso dalla nebbia si materializza la donna dell’autobus; è Anna, una Anna invecchiata dallo sguardo sofferente, nella cui voce tristissima echeggia il rimpianto
“Hai trovato la strada,quasi tu l’avessi percorsa tutti i giorni.Ricordi?Quello era il nido d’amore che sognavamo, ne volevamo la chiave…”
Poi Anna fugge, e Nino resta li, con un ombrello per terra e domande che si affollano nella mente.
E’ lei, Anna, o è stato solo un sogno?

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Al rientro a casa trova un giovane che abita nello stabile di casa sua, terrorizzato dal ritrovamento di una donna morta sgozzata proprio in via Porta, quella che Nino ha appena percorso e nella quale ha incontrato la sua Anna.
La storia si tinge con i colori del giallo,forse sarebbe meglio dire del nero.
Un nero denso e vischioso, come il racconto che un poliziotto fa degli avvenimenti accaduti.
La donna morta altro non era che una “mammana”,una donna che procurava aborti clandestini.
Nino decide di ritrovare Anna; chiama casa della donna, ora signora Zighi e scopre che la donna è ansiosa di incontrarlo.
L’uomo si precipita a casa di Anna e la vede.
Anna scende le scale, con passo elegante.
E’ bellissima, come il sole, come il ricordo che Nino ha di lei;lo accoglie con calore e a lei Nino racconta la sua vita dal momento in cui Anna è andata via, l’incontro con la donna che poi ha sposato, il loro rapporto logoro, la mancanza di figli.
“Incontrato così, dopo vent’anni…perchè l’amore che ci univa è finito?”chiede un Nino sempre più malinconico.
“Finito?L’amore che ho per te non è mai morto.Io sono una donna,Nino, e le donne non distruggono niente, ma coltivano, conservano.”

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Questo dialogo riporta i due indietro nel tempo, ad un legame che solo la fatalità e il caso hanno potuto dissolvere.
Po Nino va via, con la promessa di rivederla il giorno dopo, sul fiume per una passeggiata in barca.
Ma com’è possibile che Anna sia rimasta così bella come vent’anni prima, come se il tempo non fosse mai passato?
Il film si inoltra verso il chiarimento di questo mistero che in pratica mistero non è.
Lo spettatore sa che quell’Anna non è reale.
E’ solo un sogno che ha tutti i connotati del vero, ed è anche la parte bella della relazione che un tempo unì i due.
Ma c’è anche un’altra Anna, quella vendicativa che adesso semina morte e i perchè saranno chiari proprio durante la passeggiata sul fiume.
E c’è anche una terza Anna, quella anziana e invecchiata,ammalata, che Nino ha già incontrato due volte e che ha dissepolto il suo ricordo dall’archivio della memoria.
Tutto diverrà chiaro ben presto…

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Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani Fantasma d’amore ha nella sua semplicità, nella tematica di fondo, un amore capace di riportare in vita anche una persona morta che vaga in limbo perchè ancora non in pace, nel suo tentativo di raccontare con umiltà un amore capace di abbattere le barriere del tempo e della vita le sue armi migliori.
Una storia senza inutili orpelli, con l’unica parte opinabile racchiusa nel finale, quei tre-quattro minuti in cui Nino racconta ad un silente e distratto compagno di panchina, mentre ancora la nebbia avvolge sottilmente tutto, la sua storia culminata con la scomparsa di Anna nel fiume.
Bello, senza se e senza ma.
Dino Risi crea una storia d’amore, di fantasmi e di vendetta senza mai cadere nel banale o nello stucchevole.
Una storia d’amore vera, quell’amore che vince tutto, anche la morte.
Forse il lettore, che non a visto il film, penserà di accostare Fantasma d’amore a Ghost il film del 1990 diretto da Jerry Zucker che racconta in modo completamente diverso (e questo si ben stucchevole) un amore tra una coppia divisa dalla fatalità, il che sarebbe un errore.
Il film di Risi è pervaso da una malinconia assoluta, che si manifesta ampiamente nella location, una Pavia spettrale, nelle scene in cui raramente si vede il sole, quasi che la mente del protagonista si perda nella nebbia, protagonista indiscussa e onnipresente.
E se il film acquista ancor più spessore lo si deve alla presenza di due straordinari attori, il primo è un Marcello Mastroianni intenso e delicato, malinconico e triste capace di muovere qualcosa nell’animo dello spettatore, la seconda una bellissima,intensissima Romy Schneider, che in alcune scene appare invecchiata, stanca e malata e che pur trasmette la sua bellezza interiore attraverso quel suo sguardo di donna impenetrabile, in cui però ogni tanto affiora quell’incertezza,quel mal di vivere che la porterà l’anno dopo a morire suicida a soli 44 anni.

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Lo spettatore più attento può leggere proprio nel volto della Schneider due cose;la sua incredibile,camaleontica capacità di calarsi nel personaggio e l’aderenza con Anna, una donna dal destino crudele che poi diverrà nella realtà il suo,strappando una delle attrici più capaci alla vita e di conseguenza al cinema.
Un film che trovo struggente e bellissimo, l’unico film a tematica d’amore che abbia visto più volte.
Merito della bravura dell’intero cast, di un grande regista, delle musiche di Riz Ortolani.
Oggi nessuno di loro c’è più;sono andati via Mastroianni e Risi, la Schneider e Ortolani stesso.
Lasciano però opere come questo Fantasma d’amore capace di muovere veramente qualcosa nell’animo dello spettatore.
Il film è presente in una discreta qualità audio/video, frutto di una registrazione digitale dalla rai all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=A_meDuWlLhU

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Fantasma d’amore

Un film di Dino Risi. Con Marcello Mastroianni, Romy Schneider, Julian Beck, Wolfgang Preiss, Raf Baldassarre, Ester Carloni, Victoria Zinny, Paolo Baroni Drammatico, durata 99 min

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Marcello Mastroianni: Giovanni Monti, detto Nino
Romy Schneider: Anna Brigatti, Contessa Zighi
Eva Maria Meineke: Teresa Monti, moglie di Nino
Wolfgang Preiss: il Conte Zighi, marito di Anna
Michael Kroecher: Don Gaspare, il prete spretato
Paolo Baroni: Ressi, un collaboratore di Nino
Victoria Zinny: Loredana, l’amica di Teresa
Giampiero Becherelli: il Prof. Arnaldi, il medico amico di Nino
Ester Carloni: la cameriera del Conte Zighi
Riccardo Parisio Perrotti
Raf Baldassarre: Luciano, l’amico di Nino
Maria Simona Peruzzi
Liliana Pacinotti
Adriana Giuffrè: un’infermiera dell’ospedale

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Regia Dino Risi, aiuto regista Claudio Risi
Soggetto tratto dal romanzo di Mino Milani
Sceneggiatura Bernardino Zapponi, Dino Risi
Produttore Pio Angeletti,
Adriano De Micheli,
Luggi Waldleitner (non accreditato)
Produttore esecutivo Mario D’Alessio
Casa di produzione International Dean Film, A.M.L.F., Roxy Film
Distribuzione (Italia) International Dean Film e Cam Production
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Tema musicale eseguito al clarinetto da Benny Goodman
Scenografia Giuseppe Mangano, assistente scenografo Gianni Giovagnoni
Costumi Orietta Nasalli Rocca
Trucco Michel Deruelle, Giulio Natalucci, parrucchiere Corrado Cristofori

Fantasma d'amore banner recensioni

L’opinione di Luigi Chierico dal sito http://www.mymovies.it

Comunemente la roba bella non si usa perchè si sciupa o si rompe. A me pare che altrettanta sorte è destinata a tanti bei film, d’altronde la conferma viene dal fatto che si vedono propinare di continuo tante baggianate con giovani figure di attrici ed attori sconosciuti ora e per sempre.
Ho avuto l’occasione di rivedere questo film che già mi piacque alla sua uscita, ma ora che gli interpreti non ci sono più, mi ha particolarmente lasciato ancor più tanta tristezza, ma anche tanta speranza in una vita che non finisce. Chi lascia un buon ricordo può vivere in eterno senza neanche bisogno di andare a rispolverare i Vangeli.
Il film è una meravigliosa storia d’amore che conserva il suo fascino ed il suo mistero al di là della vita, oltre la morte. Ne sono interpreti due figure romantiche per eccellenza: Romy Schneider e Marcello Mastroianni. La grande sensibilità dei due protagonisti e la struggente immagine della Schneider, in continua metamorfosi, consentono di dar vita ad un film fantastico con tale credibilità, però, da farne una storia verosimile.
Assistiamo così ad una struggente e meravigliosa storia d’amore o ad un sogno irragiungibile di ritrovare, fuori dalla realtà, il grande amore perduto per sempre. Il continuo alternarsi della realtà con la fantasia, del ricordo del passato con il vivere quotidiano, del vero con il falso, ci obbliga a vedere immagini di una bellezza femminile estrema, con una macilenta, che strappa il cuore.
In questo film trionfano i sentimenti, la fedeltà e la purezza anche contro la violenza e la tragedia, tanto è sufficiente a qualificarlo più che buono.
I due che si sono rincorsi una vita nel racconto cinematografico,oggi si saranno ritrovati.
L’opinione di Mary dal sito http://www.mymovies.it

Di una bellezza rara e inquietante, così definirei questo film visto per la prima volta all’età di 15-16 anni e rivisto 11 anni dopo in una sera d’estate. Inquietante non è solo la trama, ma soprattutto il parallelismo con la vita dell’attrice protagonista: presagio della morte che di lì a poco rapì il fascino e la bellezza dell’attrice più affascinante della Germania di tutti i tempi, placando quel dolore che l’aveva spinta all’alcol ed alla droga. Inquietante è inoltre l’esaltazione di quei pensieri che faticosamente si cerca di dimenticare e che invece il film, grazie alla maestria di Risi e dei protagonisti, riscopre violentemente. Un amore sommerso, quello di Anna e Nino, che improvvisamente ritorna avvolto da una passione misteriosa perchè sospesa tra presente e passato, come alcuni nostri pensieri che cerchiamo di accantonare nel passato, ma che improvvisamente si riscoprono appartenenti al nostro presente, come quel dolore della Schneider affermatosi qualche tempo dopo con tutta la sua forza devastante, ma in realtà già presente ed inutilmente tenuto nascosto. Giocato alla grande tutto il mistero, la passionalità ed il fascino dell’attrice protagonista.

L’opinione di Giannisv66 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Dino Risi è abilissimo a sfruttare i paesaggi padani immersi nella coltre grigia della nebbia per accompagnare le immagini di quello che per molti versi può essere considerato uno dei migliori esempi di thriller a tinte soprannaturali tra quelli realizzati da un regista di casa nostra, non senza un tocco di giallo (due misteriosi omicidi).
E ai palazzi della agiata borghesia pavese dove si consumano i riti sociali della buona società di provincia, si affiancano scorci rurali con alberi ridotti ad ombre tra i tentacoli della nebbia, le acque placide del Ticino e cascinali da cui traspare un senso di abbandono e fatiscenza, lo stesso che il regista aveva sottolineato nei vetusti palazzi veneziani del già citato Anima Persa.
E se non manca qualche passaggio meno riuscito, ad esempio la figura del prete spretato appassionato di occultismo, un po’ troppo sopra la righe da rasentare il grottesco, l’immagine del viso martoriato di Anna illuminato dalle luci artificiali di una grigia serata invernale è di una tale inquietudine da poter essere annoverata tra le migliori del gotico nostrano.
Il primo riferimento letterario resta ovviamente il romanzo da cui è tratto, tuttavia per le atmosfere plumbee, il ritmo lento, i toni sommessi, come se la nebbia da elemento naturale diventasse concetto mentale, spiccano abbastanza netti i riferimenti alla tradizione britannica della ghost story, e l’ombra di Henry James sembra allungarsi sulla brughiera padana.
Così come certi passaggi non possono non portare alla mente la lezione del maestro del brivido per eccellenza, Alfred Hitchcock.
Nota finale per la bella colonna sonora opera del maestro Riz Ortolani, che si avvalse della collaborazione di Benny Goodman.
Pellicola intensa e poetica, da riscoprire assolutamente!

L’opinione di Felliniano dal sito http://www.filmscoop.it

Film di una dolcezza commovente che scava all’interno dell’uomo, alla ricerca di ciò che la quotidianità tende a farci seppellire nell’inconscio.
Tanti i temi toccati in questa pellicola a mio avviso poco apprezzata al momento della sua uscita.
Il film non è assolutamente un giallo o un thriller ma racconta la prigione che diventa la vita quando si è di fronte a problemi di natura psichica.
Il forte desiderio di rivedere l’amore della sua vita e quindi di ritrovare la felicità che ormai latita nella vita del commercialista Monti lo porta a staccarsi dalla realtà per ripercorrere i luoghi e rivivere le sensazioni di pienezza di vita dei tempi che furono.
Non a caso l’unico momento in cui il protagonista esprime felicità in tutto l’arco del film si ha dopo il primo incontro con Anna.
Le prove dei due protagonisti sono a dir poco superlative.
Un gran film che scorre velocemente e che andrebbe rivalutato.
Risi non dimentica poi di ricordarci in una scena del film, dove si vedono tifosi sventolare bandiere, come noi italiani siamo un popolo di drogati di calcio.
Stupenda la vecchietta che macina il caffè nella casa dopo la morte di Anna.
Il cinema Italiano di una volta.

Fantasma d'amore foto 1

dal sito http://www.davinotti.com

Markus

Una tenebrosa e silente Pavia invernale d’antan fa da cornice all’allora scommessa cinematografica di un Risi in pieno smalto che, avvalendosi dell’omonimo romanzo di Mino Milani, abbraccia noir, sentimentale e storia di fantasmi… d’amore! Per farlo attinge al “gigione” Mastroianni (magistrale come sempre) e al volto tormentato della Schneider (a un passo dalla morte). Un capolavoro allora – e forse anche oggi – non capito, che merita di essere rivalutato o scoperto.

Lucius

Un’ossessione per il passato che non c’è più e per un presente che non è più accettabile e un Amore che è stato e che non ci ha mai lasciato in una pellicola che si dipana tra nebbie e location suggestive, specie quella della villa. Mastroianni è un po’ accademico e la Schneider risulta molto calata nel suo personaggio, tutto basato su una sceneggiatura incisiva che, specie chi conosce il vero Amore, può apprezzare fino in fondo.

Skinner

Ghost story autenticamente gotica nella fotografia, nelle musiche, nelle atmosfere (indovinata l’ambientazione pavese). Eccellente Mastroianni, a cui si deve gran parte della riuscita del film, con un’interpretazione sommessa e sotto le righe, sospesa tra malinconia e ricordi. Un difetto? Il titolo, che toglie mistero alla trama e conduce lo spettatore verso una soluzione che probabilmente sarebbe stata comunque prevedibile, ma non così manifesta. Il prete spretato mi ricorda molto il Robert Blake di Strade perdute.

Lamax61

Film autunnale. Il Ticino, il fiume azzurro con le sue lanche ed insenature (ultimo Paradiso) per una storia struggente. L’amore che è in noi, sopito, sddormentato dalla vita quotidiana che improvvisamente si risveglia. La voglia di ricercare il passato e rendersi conto che il tempo passa e modifica tutto. Forse poteva essere tutto diverso, ma ormai è andata così. Mastroianni e Schneider bravi e credibili. Il clarinetto di Benny Goodman a sottolineare un’atmosfera impalpabile e rarefatta.

Chappaqua

Ho rivisto il film, avendo comperato il dvd, e devo ammettere che la prima impressione che avevo avuto era quella giusta. Mi piace assai. Per un ateo come me e Dino Risi, a cui la realtà non piace molto (anche se sono ben conscio del reale), situazioni e atmosfere di questo film sono come una boccata d’ossigeno. Per un po’ si dimenticano le brutture e ci si immerge in un mondo fatato, dove tutto è sospeso e affascinante. Molto bravo, come sempre, il regista e superbi i due interpreti, che non erano neppure avvezzi a questi ruoli. Grazie Dino.

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Fantasma d'amore LOCANDINA 5

Recensione del romanzo

dal sito http://www.lastanzadivirginia.com/

“Fantasma d’amore” si lascia divorare, scritto com’è in uno stile scorrevole e accattivante che permette all’autore anche di tralasciare le virgole per far fluire meglio il discorso e la narrazione: “piccola distorta goffa ombra bianchiccia” si legge, per esempio, a pag.31; “vertigine paura vergogna senso d’abiezione disprezzo voglia di violenza” a pag.36; “incertezza incredulità sorpresa diffidenza” a pag. 63; “notte (si legge così a pag.83 ma immagino stia per “rotte”) vertebre sterno arterie vita”; e poi il drammatico “che cosa faccio se è morta che cosa faccio se è morta che cosa faccio se è morta” a pag.199, e ancora “una vecchia un uomo con gli occhiali un uomo con la barba una donna dalla faccia appassita un ragazzo” a pag.263, e via discorrendo.

L’autore, com’è noto, è pavese e la storia è ambientata a Pavia: la narrazione si snoda tra il 25 ottobre e il 29 novembre del 1975, in una Pavia dove, il biglietto del bus costava cento lire e dove, allora come oggi, nei caffè si chiacchierava “di politica, di crisi, di tasse”.

Il protagonista, “Nino Monti… commercialista”, il 25 ottobre 1975, all’età di quarantasei anni, si trova a fare qualcosa di inusuale e insolito: invece di prendere l’automobile, aspetta l’autobus. Da quel momento viene irretito, come una mosca rimasta prigioniera in una ragnatela (l’immagine è dell’autore e la si trova, efficacemente dipinta, nel corso della narrazione) in una vicenda che lo porta dapprima a fare “un po’ di ricerca del tempo perduto” per le vie della città e, poi, sempre di più, a dubitare della propria salute mentale.
Il tempo perduto è quello di venticinque o ventisei anni prima, un amore giovanile, dei tempi in cui oltre alle osterie, in città, c’erano anche le latterie e si poteva bere l’acqua del Ticino.
Un amore che si scopre essere l’amore della gioventù di Nino, il primo amore, ma forse anche l’amore redivivo dei quarantasei anni: l’amore per Anna Brigatti.
Anna ricompare nella vita di Nino, sconvolgendola, perché “certi debiti vanno pagati”.
Ma è Anna a ricomparire oppure il fantasma di Anna? Oppure ancora si tratta solo di un’ossessione partorita dalla mente di Nino? Sono coincidenze casuali quelle che si verificano nella vita peraltro ordinaria di Nino oppure tessere di un puzzle sul cui senso il protagonista si interroga sin dalle prime pagine e che cerca di scoprire fino alla fine del romanzo? Il lettore, trascinato dal racconto, si fa le stesse domande di Nino: troverà una risposta “davanti all’inconoscibile”?
La storia viene narrata in prima persona: è Nino che parla, Nino che racconta, Nino che rievoca, Nino che si interroga, Nino che dubita… fino alle ultime pagine, quando l’io cede il posto, per qualche paragrafo, all’egli, fino a quando Nino, grazie a “una cellula solitaria, dall’alto della sua fredda normalità”, torna “ad essere io”.
Si tratta di un romanzo solo apparentemente leggero e scanzonato, e, anche se Nino rassicura se stesso dicendosi che “nulla è senza spiegazione, e se il mondo è equilibrio, l’equilibrio non può essere misterioso”, il mistero volutamente resta tale, oscuro, inaccessibile
E’, si può azzardare, una cavalcata esistenziale sempre più intensa e vorticosa.
“Pensi davvero che il tempo esista?” chiede Anna al Nino quarantaseienne, “esiste il tempo” si chiede poi Nino, “aveva un senso, tutto questo?”, “che senso ha?” si chiede ancora il protagonista: si tratta di interrogativi su cui capita a tutti di soffermarsi, più o meno intensamente. Che poi si trovino risposte è un’altra questione…
Efficaci i ritratti della moglie presidentessa, della segretaria e dell’impiegato di Nino nonché degli altri personaggi, che l’autore delinea sapientemente anche con poche, apparentemente casuali, pennellate.
Non mancano le citazioni dal mondo della poesia, dal famosissimo “Come d’autunno sugli alberi le foglie” fino a Spoon River.
Sono quindi senz’altro auspicabili un successo e una rinnovata fortuna di questa ultima edizione di “Fantasma d’amore”, pari o superiori a quelli del 1977: buona lettura!

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L’uccello migratore

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La cosa più agognata da Andrea Pomeraro, insegnante di storia siciliano è lasciare l’isola alla volta di Roma, per insegnare finalmente in un liceo.
E l’occasione finalmente arriva il giorno in cui suo zio, un politico influente,riesce a fargli avere una cattedra in una scuola della citta.
Grazie sempre a suo zio, Andrea alloggia in un appartamento che lo zio stesso utilizza come alcova di piacere per gli incontri clandestini con le sue amanti,cosa che avrà imprevedibili e comiche conseguenze.
L’approccio di Andrea con gli studenti è addirittura disastroso; nel liceo romano vige un regime di totale anarchia, tollerata anche dal preside e dai professori che per quieto vivere lasciano gli studenti liberi di fare quello che vogliono e a farne le spese è il povero Andrea, contestato da subito.

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Rossana Podestà

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Lando Buzzanca

Anche la conoscenza con la bella professoressa Delia Benetti all’inizio non è affatto facile;tuttavia tra i due sembra essere scoccata la fatidica scintilla e dopo un farsesco tentativo di conquista,avvenuto a casa della donna che vive con una sua zia, a sorpresa Andrea se la ritrova a letto a casa di suo zio.
La donna infatti gli confessa candidamente di essersi sentita attratta da lui proprio nel momento in cui,con la coda tra le gambe, è andato via da casa della donna.
Ma Andrea ha contro gli studenti della scuola e in particolare un gruppo di essi che organizzano una trappola nella quale l’ingenuo Andrea cade;una studentessa infatti si fa fotografare a mare con Andrea nudo come un verme e utilizza le foto per ricattare il professore.

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Dopo una girandola di avvenimenti, che vedono Andrea diventare imprevedibilmente paladino degli studenti e dopo che Delia è arrivata anche a offrirsi ad uno studente pur di recuperare le foto incriminate, tutto finisce per il meglio, con Andrea che ritorna a casa e con Delia che lo raggiunge.
L’uccello migratore è una commedia del 1972 diretta dal grande Steno con protagonisti Lando Buzzanca e Rossana Podestà.
Una commedia leggerissima e gradevole, una delle tante interpretate da Buzzanca negli anni settanta, in cui l’attore siciliano replicava all’infinito il ruolo dell’uomo virile sempre in corsa dietro le gonne, un po geloso e un po maldestro.

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In questo film diretto con mano leggera da Steno non c’è nulla di particolare di segnalare;l’impianto è quello tradizionale della commedia degli equivoci, condita da qualche siparietto sexy (l’incontro di Andrea con la studentessa), qualche fugace scena di nudo e qualche gag comica peraltro piacevole.
Da segnalare la bellezza travolgente di Rossana Podestà,purtroppo recentemente scomparsa, un’attrice molto brava e adattissima ai ruoli comici, che anche vestita mostra un’aura di sensualità invidiabile.
Poco altro da aggiungere, se non il fatto che il film è stato più volte trasmesso sulle reti private e che è oggi disponibile finalmente in digitale dopo un lunghissimo periodo di oblio.

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L’uccello migratore

Un film di Steno. Con Rossana Podestà, Lando Buzzanca, Gianrico Tedeschi, Ignazio Leone,Pia Velsi Commedia, durata 94 min. – Italia 1972

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Lando Buzzanca: Andrea Pomeraro
Rossana Podestà: Delia Benetti
Gianrico Tedeschi: On. Michele Pomeraro (lo zio di Andrea)
Olga Bisera: L’amante francese dell’on. Michele Pomeraro
Pia Velsi: La madre di Delia Benetti
Ignazio Leone: Il commissario di polizia
Paolo Cardoni: Aldo, lo studente che desidera Delia
Vincenzo Crocitti: Uno dei poliziotti in borghese

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Regia Steno
Soggetto Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Casa di produzione Medusa
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Gianni Polidori

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Recensioni dal sito http://www.davinotti.com

B.Legnani

Rivisto dopo quasi 40 anni, ha perso un po’ di forza. La coppia Buzzanca-Podestà funziona sempre, ma è il ritratto studentesco, già zoppo all’epoca, che ora pare pure ridicolo. Buzzanca azzecca due o tre espressioni, la sceneggiatura ha qualche colpo d’ala e Steno dirige con consueta professionalità, portando alla fine un film così così (distanza abissale da L’arbitro e da Homo eroticus). Uno dei giornalisti è il giovane Augusto Zucchi.

Undying

Il manifesto originale può apparire come copertina ante-litteram dei celebri fumetti – circolati in seguito – basati sulla parodia (non autorizzata) del “latin lover” italiano per eccellenza. Cercate la brochure (rigorosamente disegnata) con la Podestà mezza nuda e Buzzanca, con cappello da pirata, che si arrampica dall’esterno della finestra. Resta una commedia divertente, ben diretta dal grande Steno, ottimamente scritta (co-sceneggiata da Raimondo Vianello) che annovare nel cast una delle più sensuali attrici (la Podestà) del nostro cinema…

Homesick

La verve di Buzzanca e lo splendore della Podestà – che esibisce un fisico da pin-up valorizzato da maglioni attillati e strettissime cinture – trainano una poco convincente commedia giocata su abusati stereotipi: il professore all’antica trapiantato nella modernità, gli studenti contestatori e bolscevichi (tra cui la ragazza bella e maliarda lanciata all’attacco), l’onorevole dedito a incontri sessuali in garçonnière. Traballante.

Markus

Delizioso Buzzanca-movie, in cui si tratta l’allora scottante fenomeno della contestazione comunista giovanile nei confronti dei potenti e di chi comanda in genere. Ovviamente si aggiunge un aspetto sexy, grazie alla presenza della bella Rossana Podestà. La pellicola ha delle venature pochadistiche (nei momenti casalinghi di Buzzanca) davvero divertenti. Un buon film, avvalorato da un ritmo sostenuto per tutta la sua durata.

Ianrufus

Uno dei migliori Buzzanca, brillante e spaesato non solo come professore a Roma ma anche come attore in una satira sulla contestazione; la sua “guerra” con gli studenti ed il suo essere “cane sciolto” rendono il film quasi romantico. Venditti, ancora giovane e cantautore, canta la colonna sonora mentre si spreca, tanto per cambiare, un attore come Tedeschi, addirittura doppiandolo! La Podestà è una bellezza così autentica che oggi sarebbe improponibile come sex symbol! Da vedere, giusto per capire il fenomeno Buzzanca, campione d’incassi.

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Disposta a tutto

Disposta a tutto locandina 2

Lui, Marco, è un ingegnere sposato con una donna che lo tradisce senza remore; a tenere unita la coppia sono le convenzioni sociali e sopratutto la figlia dei due che il padre ama teneramente.
Marco ha una teoria sull’amore, abbastanza confusa (almeno come espressa nella pellicola) e sostanzialmente cinica.
Decide di intraprendere una relazione con la sua giovane dattilografa, Anna, che ben presto trasforma in una specie di oggetto erotico; la costringe infatti ad umilianti e degradanti relazioni inclusa la prostituzione.
Anna è disperatamente innamorata di Marco, tanto da accettare supinamente tutto quello che lui gli chiede.
Ma quando un giorno scopre di essere incinta, lo comunica all’amante che per tutta risposta la fa abortire.
Il colpo finale restituisce finalmente consapevolezza ad Anna che decide così di lasciare il suo amante, che troppo tardi ha scoperto di amarla.

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Eleonora Giorgi

Disposta a tutto 8

Bekim Fehmiu

Disposta a tutto 7

Barbara Magnolfi

Ottimo rimedio contro l’insonnia, Disposta a tutto diretto dal regista milanese Giorgio Stegani è uno dei film più barbosi nei quali mi sia capitato di imbattermi.
Dialoghi ampollosi che nascondono il vuoto più totale, staticità assoluta sono due delle caratteristiche peculiari del film, salvato a stento da una bella fotografia e dalle grazie di una giovanissima Eleonora Giorgi, che aveva 24 anni all’epoca in cui fu girato il film ma che riesce a rendere credibile il personaggio di Anna,diciassettenne perdutamente innamorata di un uomo che la lega a se in una relazione di stampo masochistico, nella quale la ragazza finisce per diventare una bambola di pezza nelle mani di un uomo deluso e cinico, che la plasma secondo i suoi voleri e che riuscirà a venir fuori dalla degradante esperienza con una nuova maturità, con una presa di coscienza del suo stato e della sua dignità.

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Detta così sembra che il film impartisca almeno una lezione di vita come sunto finale;in realtà per tutta la durata del film si ascoltano solo vani soliloqui del protagonista e improbabili discorsi sull’amore che snervano lo spettatore e che contribuiscono alla fine ad un dolce riposo, sopratutto se si visiona la pellicola nelle ore notturne.
Sarà anche un caso ma questo è l’ultimo film di Stegani, che otto anni prima aveva diretto il discreto Il sole nella elle, con la giovanissima Ornella Muti in compagnia del suo fidanzato di allora, Alessio Orano.
Oltre alla noia, che si respira a pieni polmoni per tutta la durata della pellicola, si possono segnalare solo le scene in cui compare nuda Eleonora Giorgi e null’altro.L’attrice romana ci mette tutto quello che può ma malinconicamente alla fine l’unica cosa che si ricorda è la sua figura nuda mentre Bekim Fehmiu,

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protagonista maschile è legnoso e inespressivo, in palese sofferenza in un ruolo non adatto a lui.
In sostanza, un film pretenzioso e inespresso, ammesso che la storia banale potesse dire qualcosa in più di quanto raccontato da Stegani.
Rimasto a lungo nell’ombra,è oggi disponibile in una versione digitale molto curata nella quale si può apprezzare almeno la bella fotografia.
Disposta a tutto

Un film di Giorgio Stegani Casorati. Con Eleonora Giorgi, Bekim Fehmiu, Barbara Magnolfi, Vittorio Duse Drammatico, durata 92 min. – Italia 1977

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Eleonora Giorgi: Anna
Bekim Fehmiu: Marco
Barbara Magnolfi: Paola
Vittorio Duse: maggiordomo
Laura De Marchi: moglie di Marco

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Regia Giorgio Stegani
Soggetto Giorgio Stegani
Sceneggiatura Giorgio Stegani, Roberto Gianviti
Casa di produzione A.T.A. Cine TV
Distribuzione (Italia) Stefano – Magnum 3B
Fotografia Sandro Mancori
Montaggio Mario Gargiulo
Musiche Gianni Marchetti
Scenografia Enzo Bulbarelli

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Ingegnere maturo, sposato con bimba piccola ma infelice della vita coniugale, intreccia un rapporto morboso con una giovane che pende dalle sue labbra. Tanto da decidere, incinta, di abortire per non causare troppi problemi all’uomo. Che, naturalmente, farà marcia indietro troppo tardi.
L’ultima regia di Giorgio Stegani, più attivo come sceneggiatore, è questo Disposta a tutto, dramma psicologico con lieve componente erotica che racconta di un morboso rapporto sentimentale a senso unico, dove lui (adulto) domina lei (ragazzina). Fondamentalmente la pecca principale dell’opera sta nel fatto che nella sceneggiatura scritta dal regista insieme a Roberto Gianviti non c’è sufficiente profondità, lo sguardo sui personaggi rimane sempre piuttosto superficiale e, a dirla tutta, il percorso intrapreso dalla relazione al centro della trama è pure parecchio prevedibile: quando lui si accorge di essere innamorato della donna che per lui ha perso la testa, ovviamente lei non avrà più alcuna voglia di vederlo. Così va la vita, così il cinema la racconta, senza troppa fantasia in questo caso, e con un pizzico eccessivo di pathos, cercando la facile lacrimuccia negli spettatori. Eleonora Giorgi, pure giovane, era già nota al pubblico; anche Bekim Fehmiu, di origini slave, aveva già interpretato vari ruoli di un certo rilievo nel nostro cinema: fra i due protagonisti meglio lui, ma non di tanto; nel cast anche Laura De Marchi, Vittorio Duse, Barbara Magnolfi. Musiche mielosette di Gianni Marchetti.

L’opinione di Kowalski dal sito http://www.filmscoop.it

Sarei stato propenso a dimenticare alla grande questo film pseudo-erotico se non fosse per il fatto che ho involontariamente assistito alle riprese, nella scena in cui lei (Giorgi) vuole comunicare a lui (Fehmiu, l’Ulisse della tv) di non avere piu’ intenzione di stare con lui.
Avevo 9 anni, passeggiavo con i miei genitori vicino a Piazza San Marco e stavano girando questa scena… dopodichè l’ho rivisto in tv: un fotoromanzo con qualche scena di sesso che è davvero la rappresentazione della stupidità, e che fra l’altro comunica una sensualità nulla (se era questo lo scopo). Il tema della bella (?) in mano a un’adorabile carogna, plagiata da lui, è assai ricorrente.
Quasi quasi mi rivedo quella scena perchè si notano gli spettatori (fra cui io) al di là della barricata: ci mancava solo questa

Dal sito http://www.davinotti.com

L’opinione di B.Legnani

Difficile dare verosimiglianza ai dialoghi d’amore, perché il ridicolo e il senso di falso sono dietro l’angolo: il film pare fatto per dimostrarlo. Qua, poi, è verboso, là è allungato, e diventa noioso dopo 50’. I due protagonisti ci provano, ma più che fumare poco possono, con lei più bella che brava e lui che interpreta un uomo di rara ottusità, capace di massime come “è l’umanità che è disumana”. Nel finale strappalacrime ci viene pure inflitta Venezia, con citazione catulliana (odi et amo)! Momento di culto assoluto: lui che critica l’invadente pubblicità e, nel contempo, ostenta a nostro beneficio una bottiglia di J&B. Doppiaggio non curatissimo, visto che si sente una “cattiva nòmea”

L’opinione di Homesick

Le flautate armonie di Gianni Marchetti sui titoli di testa lusingano destando umori panici, ma Stegani, regista di un considerevole western come Al di là della legge, si perde in rallentamenti dalle pretese autoriali e dialoghi pretenziosi e vuoti per un indigesto piatto di aria fritta indorato di ridicolaggini – spacciate per massime filosofiche – su incomunicabilità coniugale, femminismo, misoginia e gravidanze improvvisate come suggello d’amore. Fehmiu e la Giorgi più ingessati e falsi che mai, esattamente come la tediosa vicenda che ci viene presentata.

L’opinione di Markus

Quando si scrive il commento per un film di genere italiano degli Anni Settanta bisogna spesso scegliere se parlarne male oppure cercare i lati positivi e parlarne dunque bene. In questo caso cedo ai fantastici dialoghi che, secondo me, sono da Oscar del trash. Lui ricco cinquantenne affascinante e vizioso, lei giovanissima e povera ed oltre tutto un po’ facilona, ma dal carattere sincero. Ambedue si trascinano stancamente da un luogo all’altro, filosofeggiando sull’amore e sul sesso che ogni tanto mettono in pratica. Grande film.

L’opinione di Stefania

Teoria e prassi del sentimento amoroso, laddove la prassi diverge notevolmente dall’enunciato teorico: Anna, che si autoproclama “disposta a tutto”, in realtà si fa molto i fatti suoi; Marco, convinto negazionista della verità dell’amore, ci casca con le scarpe. Fotografia flou, musiche carezzevoli e monotone, emergono sì i temi caldi dell’epoca (femminismo, coppia aperta, divorzio, aborto), ma non si accende l’empatia con i protagonisti, più ciarlieri che appassionati.

L’opinione di Didda23

Quest’opera entra di diritto fra le più trash che io abbia mai visto! Il divertimento involontario scorre come un fiume in piena, merito di una sceneggiatura ai limiti dell’incredibile. Il film va visto per i dialoghi inverosimili: il personaggio di Bekim Fehmiu dispensa alla povera Giorgi una serie di “perle” di saggezza improponibili. I suoi monologhi sono dei polpettoni indigeribili, ma allo stesso tempo deliziano il palato di ogni cultore del genere “trash”. Opera imprescindibile.

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