La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

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A Bagnacavallo in Romagna, nel 720, arrivano i longobardi; conquistato il paese, si accingono a compiere violenze sulle donne del paese, quando Girolama Pellacani offre la sua verginità in cambio della salvezza delle sue compaesane.
Sottoposta a violenza da trenta guerrieri, la donna dopo l’esperienza, si rifugia su un fico fiorone, nutrendosi da allora solo dei frutti della pianta e di acqua piovana. Poi, un giorno, miracolosamente le nasce un figlio.

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La santa Girolama Pellacani dopo la violenza

Da quel momento il fico diviene oggetto di venerazione, anche perchè chi prega vicino ad esso ne ricava delle grazie.
Secoli dopo ecco accadere invece un miracolo al contrario; Anteo Pellacani, giovane e valente atleta, sale sull’albero per ringraziare la santa di averlo fatto vincere in una competizione e cade, riportando una menomazione che lo renderà zoppo per sempre.
Reso cattivo dall’esperienza, Anteo cresce con l’animo gonfio di risentimento, diventando col passare del tempo meschino e anti clericalista, tanto da essere soprannominato “La gambina maledetta”.

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Ugo Tognazzi è Anteo Pellecani, la gambina maledetta

Alla morte dei suoi Anteo eredita le loro proprietà, che includono anche il giardino con il fico fiorone miracoloso; l’uomo però decide di distruggere il fico, sollevando l’indignazione popolare.
Ma tutti i suoi tentativi finiscono, per un modo o per l’altro per essere vanificati da una serie di imprevisti.
Nel frattempo il giovane parroco del paese con l’aiuto di una cugina di Anteo cerca in tutti i modi di contrastare la decisione di gambina maledetta, ma è destino che sia un fatto assolutamente casuale a cambiare le carte in tavola.

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Un giorno a Bagnacavallo arriva un trio, i Sadomasosex, composto da una specie di pappone, Checco “Biancone” Coniglio e da due prostitute con le quali vive, una delle quali di colore.

La più giovane delle due, incinta, si reca nell’orto del fico e spinta dalla fame sale sull’albero; li viene vista da Anteo, che la scambia per la reincarnazione della santa.
Da quel momento Anteo cambia completamente; si trasforma in un seguace della santa e arriva, dietro istigazione della prostituta, manipolata dal suo pappone Checco, vende tutti i suoi averi.

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Patrizia De Clara è   Eugenia Pellacani Bompani

La prostituta però decide di rivelare alla polizia la truffa e subito dopo si reca nell’orto per salutare Anteo; ma qui viene colta dalle doglie, proprio mentre è in corso una copiosa nevicata.
La donna muore nel dare alla luce il bambino, e mentre attorno a lei si stringono il parroco, le cugine di Anteo e altri paesani, Anteo, afferrato il bambino si allontana verso la statale, mentre le auto gli passano accanto.
La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone è un film diretto nel 1975 da Pupi Avati su sceneggiatura dello stesso regista e di suo fratello Antonio Avati coadiuvato da Gianni Cavina; è un film intriso di malinconia e di bonaria ironia, anche se a volte sembra tingersi di sarcasmo feroce.

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La prostituta Silvana e il cameo di Lucio Dalla

Un film che scorre piacevolmente dall’inizio alla fine, mettendo alla berlina convenzioni, sorridendo con amarezza ma con grande intelligenza alle piccole ignavie di paese, alle superstizioni e alla bonarietà ingenua ma anche ferocemente cattiva dei paesani, capaci di credere nei miracoli e al tempo stesso di restarne prudentemente lontani, grazie a quella saggezza che il popolo comunque possiede.
Avati disegna un affresco completo della vita di provincia, sbeffeggiando un pò tutti i capisaldi che reggono la vita sociale, ma sempre con grazia e senza mai sbracarsi; così la storia di Anteo finisce per somigliare ad una storia boccaccesca.

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Delia Boccardo e Paolo Villaggio

Sembra quasi di vedere illustrato il racconto di Bertoldo Bertoldino e Cacasenno, tipico esempio dell’arguzia popolare, trasportato di peso ai giorni nostri.
Così assistiamo al credibile percorso di Anteo, dapprima promessa dell’atletica, poi, dopo l’incidente, feroce nemico del clericalismo e delle sue rappresentazioni esteriori.
Il “miracolo al contrario” che lo ha visto penalizzato con la caduta dall’albero avviene nuovamente quando il feroce mangiapreti si trasforma nel più devoto dei fedeli, beffato da un’apparizione che crede essere soprannaturale e che invece nasconde solo una beffa clamorosa e atroce.

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L’esilarante sequenza della fuga del parroco e di Eugenia

Avati quindi prende in giro un po tutto, con bonarietà, cedendo alla fine all’happy end, ovvero la conversione dell’eretico Anteo in seguace della santa Girolama. Un happy end però venato di malinconia, con quella scena finale di Anteo che stringe tra le braccia il figlio della prostituta, morta anch’essa sotto il fico fiorone, che però miracolosamente riesce a dare alla luce la sua creatura, così com’era accaduto tanti secoli addietro.
Alcune situazioni del film sono davvero spassose; a cominciare dalle scene iniziali, che raccontano la storia della santa ( resa visiva in una proiezione privata a beneficio di notabili del posto) in cui si alternano anche graffianti battute come quella dell’uomo che si avvicina alla santa e le chiede “Non vi sarete mica intrattenuta con tutti quegli uomini?” ricevendone in cambio una secca risposta in romagnolo “Si, con tot (con tutti)”, mentre attorno si fanno i conti dei violentatori, 32 in tutto compreso il capitano.

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Bellissima la scena in cui la cugina di Anteo fugge nuda dalla casa dell’uomo e sale sulla moro del parroco, che corre a tutta velocità per il paese, prima di essere fermata da un poliziotto esterrefatto.
Il film è pieno di arguzie, boutade, assecondate da un cast in gran spolvero; inutile citare il solito Tognazzi, uno dei grandi del cinema italiano, accompagnato da Paolo Villaggio, inusualmente cattivo e senza scrupoli.
Bravissima Delia Boccardo, la prostituta che Anteo scambierà per la santa Girolama, bene Cavina nel ruolo del factotum di Anteo.

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Piccolo cameo per il cantautore Lucio Dalla, che nel film interpreta un falegname che rifiuta di segare l’albero della santa, perchè miracolato egli stesso da piccolo.
Un film che a distanza di 35 anni conserva immutato il suo fascino candido e ironico, un film che precederà un altro capolavoro di Avati, quel La casa dalle finestre che ridono diventato oggi un esempio del cinema del maestro emiliano

La mazurka del barone della santa e del fico fiorone, un film di Pupi Avati. Con Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Gianni Cavina, Delia Boccardo, Alberto Plebani, Lucio Dalla, Giorgio Celli, Bob Tonelli, Giulio Pizzirani, Pina Borione, Gianfranco Barra, Carla Mancini
Commedia, durata 110 min. – Italia 1975.

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Ugo Tognazzi     …     Barone Anteo Pellacani
Paolo Villaggio    …     Checco ‘Biancone’ Coniglio
Delia Boccardo    …     La prostituta dai capelli rossi
Gianni Cavina    …     Petazzoni
Giulio Pizzirani    …     Padre Arioso
Gianfranco Barra    …     Sergente Caputo
Lucienne Camille    …     Silvana la prostituta di colore
Andrea Matteuzzi    …     Marchese
Bob Tonelli    …     Notaio
Pina Borione    …     Parente di Anteo
Ines Ciaschetti    …     Parente di Anteo
Ferdinando Orlandi    Presentatore del     Festival
Adolfo Caruso    …     Maggiore
Lucio Dalla    …     Fava il falegname
Patrizia De Clara    Eugenia Pellacani Bompani

Ci son voluti ad Avati due film difficili e forse falliti (Balsamus e Thomas) per arrivare a questo di oggi. Ma c’è arrivato. E con matura, intelligente pienezza. Da autore. Uno degli autori da cui non potrà più prescindere il cinema italiano di oggi, quello che può rinnovarsi, che vuole inventare, cercare. Il gusto naif l’amore per il grottesco di campagna e la follia di provincia son presenti, con stile meditato, anche in tutti gli altri elementi del film. Primo, la fotografia di Luigi Kuveiller che si vieta gli impasti, le sfumature, le mezze tinte, per giostrare volutamente solo con rossi decisi, con verdi, con viola, con blu, sprezzantemente adoprati a volte anche in funzione psicologica (tipica, in questo senso, la lezione di sesso con i dischi che le zie in vestaglie anni Venti impartiscono alla mugolante nipote). E così le musiche (di Medeo Tommasi) in cui le ghiotte mazurke con echi perfino bavaresi si alternano, nell’altalena del grottesco, ai violini strappacuore. E quindi, naturalmente, l’interpretazione, a cominciare da quella di Ugo Tognazzi nel personaggio del Barone. Inutile lodare le sue legnose asprezze iniziali, la sua truce irruenza, i suoi grassi e turpi furori o, dopo, il segretissimo strazio di quella fede riscoperta che non sa mai, soggettivamente, di vera conversione; bastano, per ammirarlo, quattro parole soltanto, i quattro modi diversi con cui dice, grida, soffia, sospira “Girolama!” quando, vedendo per la prima volta la prostituta sul fico, pensa che sia la “Santa”.
Con lui, con il suo talento, con la sua scuola, “legano” senza fatica –per merito di regia – anche i quasi anonimi che gli fanno da coro: Gianni Cavina, il servo, Giulio Pizzirani, il curato, Patrizia de Clara, la cugina, Pina Borione e Ines Ciaschetti, le zie, Gianfranco Barra, il brigadiere. Tutti una o più note sopra, tutti travolti in un giro di gesti bizzarri, di urlacci sfrenati, ma tutti al loro posto, nell’ordine dovuto e voluto. Maschere in commedia, giova ripeterlo, mai macchiette di farsa.
Gian Luigi Rondi

“Insolita pellicola animata da due registri: il comico (sconfinante nel grottesco) e il sacro (spesso approcciato al contrario). Pur nello sviluppo volutamente irreale, il film manifesta una genesi “territoriale” fortemente voluta dai suoi autori (oltre ai fratelli Avati sceneggia anche Cavina) e rappresentata dall’uso costante di termini dialettali. Ottima la performance di Tognazzi, costretto a sostenere un ruolo “felliniano” ed in grado di passare dal ruolo di “miracolato” au contraire – e pertanto avverso alla Chiesa – a quello (quasi strappalacrime) di credulone beffato.

Il titolo spiega già tutto: sia la trama che racconta del barone ateo che si converte sotto il fico della santa cedendo a un inganno, sia il registro che è quello della mazurka. Un film ballabile, dunque, ma nel segno del grottesco e del ridanciano fino al fiabesco, che Avati sa orchestrare divinamente (con ottimi attori) da una parte attingendo alla tradizione delle sua terra (da Bertoldo a Fellini) e dall’altra riecheggiando antichi sapori iberici di avventure malsane e irriverenti. Quasi un unicum.

Goliardica, spassosa, anticlericale al limite del blasfemo la prima parte; smorta e prevedibile la seconda, con la conversione del protagonista. Plauso per i grandissimi Tognazzi, Villaggio e Cavina, ma anche tutti gli altri attori (specie quelli provenienti dal teatro bolognese) non sono da meno. Comicità romagnola doc.

La campagna emiliana secondo Avati: un ubertoso purgatorio senza pace e senza pietas infestato da una corte dei miracoli di avida e cialtronesca giocondità… A discapito della ricchezza figurativa ovattata ad arte dalle luci di Kuveiller, la dissacrazione avviene a colpi di barzellette e goliardia, e dietro alla teratologia dei comprimari si celano solo macchiette e puro bozzettismo. La fiaba del fico però ha una sua qualità magica e Tognazzi regge bene il personaggio, specie negli affondi iconoclasti. Neopagano?”

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Nenè

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Il piccolo Ju è un bambino di età indefinibile, tra gli otto e i dieci anni; vive con la sua famiglia in una casa malmessa in campagna, afflitto da una sorellina impicciona e traditrice, da un padre frustrato nelle sue ambizioni e nel lavoro, e da una madre ancor più frustrata, che non smette mai di rinfacciare al marito i suoi fallimenti.
Ju è in un’età delicata.

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Leonora Fani è Nenè

Avverte i primi fremiti della carne, confusamente, che diventeranno ancor più confusi quando a casa dei suoi arriva Nenè, un’adolescente che i suoi genitori accolgono perchè rimasta orfana.

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Ju spia il mondo dei grandi, i suoi genitori

Tra Nenè, confusa e smarrita dalla nuova situazione, anche lei presa da fremiti ormonali e il piccolo Ju si stabilisce subito una buona intesa.
I due diventano confidenti, così Ju si trova a vivere una situazione differente da quella in cui dovrebbe vivere alla sua età.
E’ circondato da donne, ognuna differente quanto possono esserlo fra loro persone appartenenti a età diverse e situazioni diverse; la madre accetta rapporti al limite del masochismo con il tanto disprezzato marito, la maestra di ripetizioni di Ju, che vede sfiorire la sua bellezza, parla al ragazzino delle disillusioni della sua vita, mentre Nenè è l’unica che lo tratta quasi come un compagno di giochi.
Siamo nel 1948, qualche giorno prima delle elezioni politiche che avrebbero dovuto significare lo spostamento a sinistra del paese, con l’avanzata del fronte popolare.
Una speranza di tanti italiani, venuti fuori dalle rovine della guerra, ansiosi di vedere un paese nuovo e una classe politica vicina alle esigenze della classe lavoratrice.

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Compagni di gioco….

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… e compagni di confidenze

Su questo sfondo si muovono i vari personaggi, quasi tutti perdenti, dai due coniugi, frustrati nelle loro ambizioni al barbiere del paese, comunista sfegatato che per il giorno delle elezioni organizza un banchetto con musica, salvo rimanere crudelmente deluso dall’esito delle elezioni.
Anche Nenè è una perdente, perchè oltre ad aver perso i riferimenti abituali di un’adolescente, il padre e la madre, si innamorerà di un giovane mulatto, Rodi, che lega subito anche con Ju, salvo essere sorpresa dal padre del bambino mentre è in atteggiamenti affettuosi con il giovane.

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Ju osserva con curiosità Nenè

La ragazza verrà frustata a sangue dall’uomo, che in qualche modo sfoga le sue delusioni (la vita provvisoria senza soddisfazioni, la sconfitta politica, un matrimonio noioso e cupo) su Nenè, provocando la reazione del piccolo Ju, che griderà verso il nulla “non voglio crescere più”, deluso da quel mondo adulto così incomprensibile per lui, assolutamente in sintonia con i suoi problemi, perchè anche il paese stesso non riesce a crescere.
Nenè girato nel 1977 da Salvatore Samperi è il film che non ti aspetti dal regista padovano.

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Reduce dai fasti principalmente commerciali di Malizia, rinverditi da film di cassetta come Peccato veniale, Scandalo e Strumtruppen, Samperi adatta per lo schermo il romanzo omonimo di Cesare Lanza, con risultati sorprendenti.
Lungi dall’accentuare la parte erotica del romanzo, che in qualche modo tende a mostare i primi pruriginosi problemi del giovane protagonista Ju, Samperi guarda con sguardo sapiente e intelligente alle storie che circondano proprio il protagonista principale, raccontando con tono dimesso i fallimenti dei vari componenti del film, in parallelo con i fallimenti degli ideali di quanti speravano in un esito politico diverso delle elezioni del 48.

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Lezioni di vita della maestra di Ju

La storia si muove quindi sui binari paralleli dell’iniziazione sessuale di Ju, che rimane comunque abbastanza estraneo a turbamenti che percepisce ma dei quali non sembra preoccupato, su quelli di Nenè, ben più importanti perchè presenti in una adolescente in piena tempesta ormonale e affettiva, fino al binario meno illustrato con le immagini, ovvero quello politico/sociale.
Facendo attenzione a non andare mai sul terreno minato dello scabroso e del sensazionalismo, il regista riesce a dare una visione lucida e pulita del delicato tema della sessualità nei bambini e negli adolescenti, attraverso una storia che regge bene dall’inizio, ben fotografata e sopratutto ben recitata, grazie al cast che fa miracoli.
Bene il piccolo e sdentato Sven Valsecchi, che interpreta Ju, il bambino curioso, ma non più di tanto, alle prese con l’affascinante e inesplorato mondo femminile, che esprime candore e malizia in maniera perfetta; bene Leonora Fani, forse nella sua interpretazione migliore, anche lei alle prese con un personaggio difficile.
Sorprendente Paola Senatore, in un ruolo non principale, ma importante come quello della madre di Ju; una donna dalle ambizioni frustrate, che sfoga sul marito le sue voglie inespresse e incompiute di una vita diversa.

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Molto bravo Tito Schirinzi, il papà di Ju, uomo nel guado, uscito a pezzi dalla guerra, mortificato nell’animo dall’impossibilità di dare decoro alla sua famiglia e sopratutto asfissiato da una moglie nevrotica, che gli imputa i fallimenti di cui lui ha colpa molto relativa.
E infine da segnalare il personaggio dell’insegnante di Ju, interpretata benissimo da Rita Savagnone, anch’essa una donna avviata sul viale del tramonto malinconicamente, senza soddisfazioni e il personaggio del barbiere, piccolo cameo del solito eccezionale Tognazzi.

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Un film da gustare, privo di volgarità; basti pensare alla delicatezza di una delle scene cruciali del film, quando Nenè e Ju sono nello stesso letto.
Alla richiesta del bambino di praticargli una fellatio, Nenè acconsente e subito dopo chiede al bimbo ” ma ti è piaciuto?” . E lui, seraficamente risponde “insomma”; il tutto chiaramente senza alcuna immagine disturbante, come accade invece nel film Maladolescenza, dove il tema della sessualità adolescenziale è esplicitato con immagini di dubbio gusto.
Un Samperi ad alto livello, in un film che personalmente ritengo il suo migliore.
In ultimo segnalazioni per la sceneggiatura di Alessandro Parenzo , la fotografia davvero sontuosa di Pasqualino De Santis e le musiche di Francesco Guccini.

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Nené, un film di Salvatore Samperi. Con Leonora Fani, Paola Senatore, Rita Savagnone, Tino Schirinzi, Ugo Tognazzi, Sven Valsecchi
Drammatico, durata 97 min. – Italia 1977.

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Il barbiere, Ugo Tognazzi, festeggia una vittoria che non ci sarà

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Sven Valsecchi: Ju
Leonora Fani: Nené
Alberto Cancemi: Rodi, il mulatto
Rita Savagnone: maestra di Ju
Vittoria Valsecchi: Pa
Tino Schirinzi: padre di Ju e Pa
Paola Senatore: madre di Ju e Pa
Ugo Tognazzi: “Baffo”, il barbiere


Regia:     Salvatore Samperi
Soggetto:     Cesare Lanza (romanzo)
Sceneggiatura:     Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore:     Giovanni Bertolucci
Casa di produzione:     San Francisco Film
Fotografia:     Pasqualino De Santis
Montaggio:     Sergio Montanari
Musiche:     Francesco Guccini
Scenografia:     Ezio Altieri
Costumi:     Ezio Altieri

“Tutti sono delusi, in Nenè. E Samperi ce ne dà conto con un narrare tranquillo, senza improvvidi slanci, quasi una cronaca sommessa venata di pulsioni che sboccano nella violenza finale e subito rientrano nell’ombra triste dell’epilogo. Giovandosi della fotografia suggestiva di Pasqualino De Santis, delle musiche di Francesco Guccini, d’una interpretazione almeno in un caso sorprendente. Pensiamo a Tino Schirinzi, che accanto a Paola Senatore e a Rita Savagnone (la maestra) dà al film una forte impennata: bravissimo nei panni d’un padre che forse la guerra ha reso cattivo, e ormai spera soltanto di vincere alla Sisal, ma continua a proibire. Se Schirinzi, all’esordio sul grande schermo dopo teatro e Tv, è un apporto prezioso per il nostro cinema, forse per la prima volta non s’ha da dir male nemmeno di Leonora Fani: a lungo usata come lolita dei cinema di serie C (a ventitré anni ha già fatto quattordici film), e qui finalmente redenta in una Nenè graziosa e fresca. Il piccolo Ju è Sven Valsecchi, per niente lezioso. È il barbiere chi è? Sorpresa, è Tognazzi, che dà un tocco sanguigno e un rintocco accorato a un film di sconfitti: qualcosa di molto diverso dal racconto morboso promesso ai voyeurs.”
Giovanni Grazzini

“Interessante. Samperi dirige con proprietà pure i bambini (Sven e Vittoria Valsecchi), che non cadono quasi mai nel lezio. È aiutato da attori notevoli, perché Schirinzi e la Savagnone sono bravissimi, la Fani è perfettissima per la parte, la Senatore se la cava bene in un ruolo nel quale prevale il dramma. Inoltre ci presenta (non accreditato!) Ugo Tognazzi (barbiere “rosso” nel marzo-aprile del 1948), il cui figlio è aiuto-regista. Un filino sotto il “buono”, ma decisamente è da vedere.

Drammatico e distorto avvio alla scoperta delle prime “tensioni” sessuali per il piccolo Ju (il bravissimo Sven Valsecchi). A fare da guida, verso l’iniziazione delle pulsioni erotiche, dei primi turbamenti e della gelosia, nientemeno che la cuginetta (di poco più grande) Nenè (Leonora Fani). Ambientato in un dopoguerra quasi glaciale, tormentato da estremismi politici e false rivoluzioni (eccezionale il breve, ma pregnante, ruolo di Tognazzi, comunista incallito e deluso) il film di Samperi affronta con spregiudicata naturalezza un tema ostico, pur divertente ma anche doloroso e sconveniente.

L’iniziazione al sesso è sempre stata nelle corde di Samperi, ma in questo caso è sviluppata in un modo assai interessante, più giocoso che morboso e più attento ai risvolti psicologici ed esistenziali. La fotografia è molto curata e gli attori bravissimi: il candore infantile di Valsecchi, l’irrequietezza della Fani, il violento isterismo del padre-padrone Schirinzi. Sullo sfondo, l’Italia post-bellica e il rovente clima pre-elettorale del 1948, vissuto dalla figura del barbiere comunista Tognazzi, in un indimenticabile cameo.

Buon film di Samperi, perfettamente a suo agio nel raccontare con notevole delicatezza la storia di questi ragazzini di provincia nel dopoguerra, tra problemi di tutti i giorni e curiosità sessuali. Meno riuscita è la parte con Tognazzi, molto “teorica” e che non si integra a dovere col resto del film… In ogni caso nel complesso è un’opera interessante e la Fani è a dir poco spettacolare.”

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L Word

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The L word è stata una delle serie più amate dagli spettatori televisivi americani, la cui onda lunga è arrivata anche in Italia, raggiungendo punte record per un serial televisivo basato su una tematica forte come l’omosessualità femminile.
Il serial non parla solo di questo, affrontando tematiche disparate, comunque legate intimamente fra loro; dai rapporti spesso difficoltosi tra donne dello stesso sesso, divise da cultura, religione colore della pelle e abitudini, classe sociale, alle prese con le difficoltà di relazionarsi con un mondo in cui l’omosessualità è spesso vista con sospetto fino alle difficoltà di ordine quotidiano, come la vita in comune, la difficoltà estrema di adottare un bambino, l’inseminazione artificiale e altro.

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La relazione centrale del serial, quella tra Tina e Bette

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a drammatica operazione subita da Dana Fairbanks

Un serial che per la prima volta ha affrontato, senza mediazioni, il tema del lesbismo con un linguaggio crudo, con immagini spesso forti, anche se va detto mai aldilà del lecito.
In L word si intrecciano le storie di un gruppo di donne, man mano sempre più ampio grazie anche al travolgente successo della prima serie televisiva, trasmessa negli Usa nel 2004; il serial, basato sulla sceneggiatura di Ilene Chaiken, Guinevere Turner  e Rose Troche ha avuto 6 stagioni consecutive di episodi strettamente legati l’uno all’altro, in cui il comune denominatore nasce attorno ai tavoli del Planet, il bar in cui un gruppo di amiche si ritrova per parlare di tutto, dalla propria sessualità alle esperienze sentimentali spesso fallimentari di ognuna di loro.

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Donne alle prese con la carriera ma anche con l’amore, come quello storico che unisce due delle protagoniste più importanti ovvero Bette Porter (Jennifer Beals) e Tina Kennard (Laurel Holloman); la relazione tra la bionda Tina e la colored Bette fa da sfondo a tutte le altre vicende ed è quella sicuramente più importante anche per le implicazioni che comporta nella tempestosa unione tra le due.
Bette è omosessuale da sempre, mentre Tina ha avuto in passato relazioni con uomini, prima di approdare al rapporto con Bette. Ed è fra loro due che sorgono i problemi più importanti, legati alla carriera di Bette, insegnante e artista e quella troncata all’inizio di Tina, che si dedica anima e corpo alla gestione della casa dapprima e in seguito alla figlia Angelica

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nata grazie all’inseminazione artificiale, che in seguito lascerà la sua storica partner per tornare ad un più tradizionale legame eterosessuale, coronato anche dalla sua realizzazione professionale nel campo del cinema.
Accanto a loro si muovono una pletora di figure, le più impotanti delle quali sono Jenny Schecter,(Mia Kirshner) ex eterosessuale che proprio al Planet viene iniziata agli amori omosessuali dalla conturbante Marina Ferrer (Karina Lombard), personaggio estremamente antipatico che ha creato negli spettatori autentici partiti pro e contro la sua figura, giudicata da alcuni opportunista e cinica da altri debole e bisognosa di affetto.

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In questo universo si muovono anche figure come quella di Shane McCutcheon (Katherine Moennig), la divoratrice di donne, resa ambiguamente indecifrabile dalla bravissima Katherine Moennig, che veste nello sceneggiato con abiti mascolini, beve e fuma e seduce tutto quello che le capita attorno e he sarà l’unica ad arrivare sulle soglie dell’altare, prima di fuggire a gambe levate da quella che le sembrerà una prigione.

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Proprio la gran varietà di personaggi presentati dal serial costituisce il valore aggiunto dello stesso, perchè lo spettatore segue con interesse le vicende del gruppo di conne che costituiscono una comunità a parte, con i loro problemi e i loro desideri, le loro voglie irrealizzate e i loro piccoli trionfi.
Così assistiamo alle vicende di Alice Pieszecki (Leisha Hailey), simpatica e disinvolta speaker radiofonica, che tiene una sua rubrica a tematica lesbica su una radio della città alle prese con svariati amori, il più importante dei quali sarà quello che nascerà tra lei e Dana Fairbanks (Erin Daniels), campionessa di tennis che morirà tra le sue braccia in seguito ad un cancro al seno.

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Vediamo scorrere sul video le immagini della storia d’amore tra Kit Porter (Pam Grier) sorella di Bette, assolutamente eterossessuale e un giovane con il quale avrà una relazione tempestosa, con l’aggiunta i personaggi stravaganti, come l’androgino Moira in bilico tra la sua sessualità maschile imprigionata in un corpo femminile.
Accanto a loro storie di persone mature, come quella di Phyllis Kroll (Cybill Shepherd), direttrice di una scuola che dopo un lungo matrimonio si scoprirà attratta dalle donne, in particolare dalla volubile Alice.

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Sicuramente gran parte del successo del serial è legato al cast scritturato per esso, che include anche diverse guest star arruolate in alcune puntate con lo specifico scopo di aumentare l’audience.
Tra di esse ci sono Rosanne Arquette,Simone Bailly, Kristianna Loken, Elodei Bouchez, Patricia Velásquez, che integrano il cast delle note Beals, Pam Grier e  Cybill Shepherd; un cast che sembra girare all’unisono, dando spessore e coralità alla produzione, che non appare mai ripetitiva nonostante le sei stagioni in cui lo sceneggiato è andato in onda
Altri punti forti del serial sono, come detto, le storie dei vari personaggi; anche se la differenza culturale tra Usa e Italia si avverte in maniera pesante in alcuni dettagli, tutto sommato per lo spettatore non americano è facile identificarsi nei vari personaggi, pur essendo essi contraddistinti da una sessualità “diversa”;

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l’amore è amore, anche tra persone dello stesso sesso, per cui alla fine si riesce a dimenticare l’omosessualità vivendo le storie dei protagonisti come storie di persone ordinarie.
Storie di gelosia e amore, di fedeltà e tradimenti, fatte di gesti eorici e di meschinità.
Uno specchio deformabile e applicabile a qualsiasi realtà quindi, non solo a quella omosessuale.

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The L world 15 Cybill Shepherd

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Jennifer Beals – Bette Porter
Laurel Holloman – Tina Kennard
Mia Kirshner – Jenny Schecter
Pam Grier – Kit Porter
Katherine Moennig – Shane McCutcheon
Leisha Hailey – Alice Pieszecki
Erin Daniels (Seasons 1—3) – Dana Fairbanks
Eric Mabius (Season 1) – Tim Hapsel
Karina Lombard (Season 1) – Marina Ferrer
Rachel Shelley (Season 2—6) – Helena Peabody


Sarah Shahi (Seasons 2—3) – Carmen de la Pica Morales
Daniela Sea (Season 3—6) – Moira/Max Sweeney
Dallas Roberts (Season 3—4) – Angus Partridge
Cybill Shepherd (Season 4—6) – Phyllis Kroll
Marlee Matlin (Season 4—6) – Jodi Lerner
Janina Gavankar (Season 4) – Eva “Papi” Torres
Rose Rollins (Season 4—6) – Tasha Williams
Malaya Rivera Drew (Season 5—6) – Adele Channing
Kate French (Season 5-6) – Niki Stevens
Elizabeth Keener (Season 5—6) – Dawn Denbo
Clementine Ford (Season 5—6) – Molly Kroll

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1. Episodio pilota
2. Let’s do it
3. Longing
4. Lies lies lies
5. Lawfully
6. Losing it
7. L’ennui
8. Listen up
9. Luck, next time
10. Liberally
11. Looking back
12. Locked up
13. Limb from limb

Seconda stagione

1. Life, loss, leaving
2. Lap dance
3. Loneliest number
4. Lynch pin
5. Labyrinth
6. Lagrimas de oro
7. Luminous
8. Loyal
9. Late, later, latent
10. Land ahoy
11. Loud and proud
12. L’chaim
13. Lacuna

Terza stagione

1. Labia majora
2. Lost weekend
3. Lobsters
4. Light my fire
5. Lifeline
6. Lifesize
7. Lone star
8. Latecomer
9. Lead, follow, or get out of the way
10. Losing the light
11. Last dance (era “Lest we forget”)
12. Left hand of the Goddess

Quarta stagione

1. Legend in the making
2. Livin la vida loca
3. Lassoed
4. Layup
5. Lezgirls
6. Luck be a lady
7. Lesson number one
8. Lexington & concord
9. Lacy lilting lyrics
10. Little boy blue
11. Literary license to kill
12. Long time coming

Quinta stagione

1. LGB Tease
2. Look Out, Here They Come!
3. Lady of the Lake
4. Let’s Get This Party Started
5. Lookin’ At You Kid
6. Lights! Camera! Action!
7. Lesbians Gone Wild
8. Lay Down The Law
9. Liquid Heat
10. Lifecycle
11. Lunar Cycle
12. Loyal and True

Sesta stagione

1. Long night’s journey into day
2. Least likely
3. LMFAO
4. Leaving Los Angeles
5. Litmus test
6. Lactose intolerant
7. Last couple standing
8. Last word

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The L world Erin Daniel & Meredith McGeachieErin Daniel & Meredith

The L world Jennifer Beals & Laurel HollomanJennifer Beals & Laurel Holloman

The L world Jennifer Beals & Marlee Matlin

Jennifer Beals & Marlee Matlin

The L world Kate French & Mia KirschnerKate French & Mia Kirchner

The L world Katherine Moennig & Linda BoydKatherine Moenning & Linda Boyd

The L world Katherine Moennig & Rosanna ArquetteKatherine Moenning & Rosanna Arquette

The L world Leisha Hailey and Rose RollinsLeisha Hayley & Rose Boyd

The L world banner doppiatori

Cristina Boraschi: Bette Porter (stagione1)
Emanuela Rossi: Bette Porter (stagioni 2-6)
Rossella Acerbo: Jenny Schecter
Eleonora De Angelis: Tina Kennard
Laura Lenghi: Shane McCutcheon
Tiziana Avarista: Dana Fairbanks
Claudia Pittelli: Alice Pieszecki
Isabella Pasanisi: Kit Porter
Fabrizio Manfredi: Tim Haspel


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Katherine Moennig è Shane McCutcheon

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Leisha Hailey è Alice Pieszecki

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Cybill Shepherd è Phyllis Kroll

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Rachel Shelley è Helena Peabody

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Jennifer Beals è Bette Porter

The L world wall 4Mia Kirshner è Jenny Schecter

The L world wall 5Laurel Holloman è Tina Kennard

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Pam Grier è Kit Porter

The L world wall 1Rose Rollins è Tasha Williams

The L world wall 7Marlee Matlin è Jodie Lerner

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Erin Daniel è Alice 

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Eric Lively è Mark Wayland

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Murder obsession-Follia omicida

Murder obsession locandina

Mike con la sua donna, Debora, si reca a casa della madre, che abita in una villa.
L’uomo è un attore e dopo qualche giorno viene raggiunto da alcuni suoi colleghi, l’aiuto regista, un suo amico e l’attrice Beverly.

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Ben resto la casa della madre di Mike diventa teatro di un’orgia di sangue; ad uno ad uno tutti i presenti nella villa muoiono assassinati.
L’autore dei crimini sembra essere Mike, che da piccolo, secondo la versione di sua madre, ha ucciso il padre per difenderla.
Ma è così?

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Anita Strindberg è Glenda

Ultimo film di Riccardo Freda, girato nel 1980, Murder obsession-Follia omicida è un thriller fuori tempo massimo.
Il genere era ormai completamente abbandonato da tutti, anche per la concomitante crisi del cinema.
E Murder obsession, per stessa ammissione di Freda “Era una merda, girato senza soldi e con attori scarsi“; aldilà della pittoresca valutazione del regista, autore in passato di altri thriller, come Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea, L’iguana dalla lingua di fuoco e di A doppia faccia, e con alle spalle una più che dignitosa carriera iniziata nel lontano 1942 con Don Cesare di Bazan, il film non presenta meriti particolari per svariati motivi.

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Il primo dei quali, fondamentale, è legato alla sceneggiatura di basso livello imbastita da Antonio Cesare Corti, riportata sullo schermo con fiacchezza dal regista, che pure aveva un notevole cast a disposizione.
Ma proprio la trama scadente, la mancanza di effetti speciali di livello perlomeno decenti portano il film a franare clamorosamente sin dall’inizio.

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Laura Gemser

In bilico tra thriller gotico, film psicanalitico e horror con connotazioni soprannaturali, Murder obsession scivola più volte anche per la scarsa volontà degli attori, quasi increduli di dover recitare in una pellicola così mal composta.
Pure i presupposti per una buona riuscita c’erano tutti; il cast infatti presentava attrici dall’ottimo passato, come Silvia Dionisio, Laura Gemser, Anita Strindberg e Martine Brochard.
Il problema alla fine si rivela proprio questo; poco supportate dalla trama, le pur volenterose attrici mostrano tutti i limiti derivanti dalle situazioni particolari di ognuna di loro.

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Silvia Dionisio

La Strindberg, palesemente invecchiata, con i tratti del volto scavati e marcati, non riesce a trasmettere nulla dell’ambiguo personaggio di Glenda, la madre del protagonista Mike; Martine Brochard, che aveva all’attivo solo il thriller di mediocre fattura Gatti rossi in un labirinto di vetro sembra spaesata, così come sembra spaesata, in misura maggiore, la bellissima Silvia Dionisio, protagonista di una scena rimasta famosa, la corsa disperata di notte fra rovi e cespugli, a seno nudo, in una sequenza che sembra sospesa tra incubo e realtà.
La Dionisio, che interpreta la donna di Mike, Deborah, è anch’essa alla sua ultima apparizione cinematografica.
Appare apatica, svogliata, quasi avesse accettato la parte per obbligo; Laura Gemser, che nel film è Beverly (Beryl) fa quello che sa fare, ovvero pochino, risultando però alla fine forse la più credibile del mazzo.

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Assolutamente fuori ruolo Stefano Patrizi nel ruolo di Mike Stanford, che avrebbe richiesto ben altro spessore e pathos recitativo.
Il risultato è quindi un ‘opera incolore, una partitura completamente scordata e stonata, in cui tutti sembrano dover assolvere in fretta al loro compito.
Così si comprende la delusione di Freda, che ebbe davvero il suo daffare per assemblare un prodotto che potesse uscire sugli schermi, senza rischiare una solenne stroncatura.
Cosa che purtroppo avvenne e a giusta ragione.

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Tutto quello che rimane del progetto di contaminazione tra gotico e thriller psicanalitico è un nulla desolante; a parte la Gemser, che in pratica è nuda in tutte le sequenze che la vedono coinvolta, il resto del film si segnala solo proprio per le scene scabrose, invero limitate solo a parziali nudità delle citate Dionisio, Brochard e Strindberg, quest’ultima ripresa con luci molto soffuse, vista l’impietosa decadenza del suo corpo.

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Martine Brochard

Film relegato in un angolino, prova finale di un regista molto amato ma che chiuse la sua carriera in maniera davvero poco gloriosa.
Murder obsession Follia omicida, un film di Riccardo Freda, con Stefano Patrizi, Martine Brochard, Silvia Dionisio, Henri Garcin, Laura Gemser, John Richardson, Anita Strindberg, Fabrizio Moroni Thriller Italia 1980

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Murder obsession banner personaggi

Stefano Patrizi     …     Michael Stanford
Martine Brochard    …     Shirley
Henri Garcin    …     Hans Schwartz
Laura Gemser    …     Beryl
John Richardson    …     Oliver
Anita Strindberg    …     Glenda
Silvia Dionisio    …     Deborah

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Regia Riccardo Freda
Soggetto Antonio Cesare Corti, Fabio Piccioni
Sceneggiatura Antonio Cesare Corti, Riccardo Freda, Fabio Piccioni
Produttore Enzo Boetani, Giuseppe Collura, Simon Mizrahi
Casa di produzione Dionysio Cinematografica, Société Nouvelle Cinévog
Fotografia Cristiano Pogany
Montaggio Riccardo Freda
Effetti speciali Angelo Mattei
Musiche Franco Mannino
Scenografia Giorgio Desideri
Costumi Giorgio Desideri
Trucco Sergio Angeloni, Lamberto Marini

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Follia omicida locandina 1

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Maschio latino cercasi

Maschio latino cercasi locandina

Maschio latino cercasi, diretto da Giovanni Narzisi su un suo soggetto, è un film del 1977 (distribuito anche con il titolo di L’affare s’ingrossa) composto da 5 episodi con tematica a sfondo sessuale.
Il primo episodio, ambientato a Napoli, vede un turista danaroso alla ricerca di piaceri proibiti (Gianfranco D’Angelo) raggirato da uno scaltro imbroglione Carmine (Vttorio Caprioli);

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Gianfranco D’Angelo e Vittorio Caprioli

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Stefania Casini 

l’uomo si reca in una camera d’albergo con una ragazza che crede minorenne (Brigitte Petronio), che durante l’intimità mostra un contegno pudico, rifiutando per esempio di spogliarsi con la luce accesa.
Chiaramente è un espediente, e il gonzo turista finirà male.
Il secondo episodio racconta la storia di un altro ricco babbeo, il Bislecchi (Gino Bramieri) , che ha una relazione con la giovane e affascinante Gigia (Gloria Guida), la quale è ormai stanca della relazione con l’uomo, che la molesta e la controlla con un binocolo, impedendole di fatto una vita autonoma. Così, con la scusa dell’età, lo molla.

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Maschio latino cercasi 1
Gloria Guida

Il ricco bauscia decide, per riconquistare la giovane amante, di sottoporsi ad una cura ringiovanente presso uno strambo professore tedesco.
La cura sarà solo un palliativo, e il bauscia ne pagherà le conseguenze.
Il terzo episodio vede protagonista Amilcare,(Aldo Maccione)  tipico furbacchione che riesce a godere delle grazie di una affascinante avvocato (Dayle Haddon) sotto gli occhi del marito, un pezzo grosso dell’esercito (Luciano Salce), fidando in una prossima e annunciata amnistia.
Nel quarto episodio protagonista è Gennarino, (Orazio Orlando) che vive con la moglie Anna (Stefania Casini) in Germania, dove sopravvive interpretando squallidi film porno.

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Luciano Salce,Dayle Haddon e Aldo Maccione

Ma la sua virilità sembra cedere, e riacquisterà vigore solo quando anche la moglie diverrà sua compagna di lavoro.
Nell’ultimo episodio una coppia di baroni, Nicola e Sisina (Aldo Giuffrè e Adriana Asti) ravviva il proprio rapporto di coppia con lo scambio dei partner in un club tedesco per scambisti. Mentre lui sembra a suo agio, Sisina appare titubante e inibita. Ma durerà poco e la donna diverrà ben presto una instancabile sostenitrice dello scambismo.
Film sciatto e di grana grossa, Maschio latino cercasi, lanciato anche con il titolo pesantemente allusivo di L’affare s’ingrossa (sic) ha un solo grosso merito, quello cioè di annoverare un cast di assoluto livello, che comprende  attori della comicità come Caprioli, Salce, Maccione, Giuffrè, Bramieri e D’Angelo e attrici quanto meno dignitose a livello fisico, come la Guida, la Petronio e la Haddon, a cui si aggiungono due attrici di ben altro livello come la Asti e la Casini.

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Gino Bramieri

Eppure il film, inserito nel floridissimo filone della commedia erotica, non si solleva mai dalla mediocrità, anche per colpa di una sceneggiatura scialba, incapace di valorizzare le capacità dei tanti attori in campo.
Vien fuori un pateracchio in cui le risate latitano, mentre abbondano natiche e seni; diventa anche spiacevole vedere attori come Bramieri sprecati in ruoli assolutamente inadatti, oppure attrici come la Asti e la Casini utilizzate in parti ignobili.

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Carlo Giuffrè

E’ il caso proprio di Stefania Casini, che sembra spaesata proprio dalla difficoltà di interpretare un personaggio così grossolanamente tratteggiato come quello di Anna, la moglie che accorre in aiuto del marito alle prese con la defaillance in campo erotico sul set del filmaccio porno che l’uomo interpreta.
Tipica commedia di quart’ordine, Maschio latino cercasi arriva in un periodo, il 1977, in cui la crisi di identità, di incassi e di idee del cinema italiano si fa più evidente; mostrare tette e natiche ormai non basta più.
Siamo quasi al tramonto di un’epoca, la triste stagione dei film sempre più spinti sta per arrivare.

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Maschio latino cercasi, un film di Giovanni Narzisi. Con Adriana Asti, Vittorio Caprioli, Gino Bramieri, Gloria Guida, Brigitte Petronio, Gianfranco D’Angelo, Orazio Orlando, Stefania Casini, Carlo Giuffrè, Aldo Maccione, Dayle Haddon, Luciano Salce Commedia erotica, Italia 1977

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Brigitte Petronio, Gianfranco D’Angelo

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Maschio latino cercasi banner personaggi

Adriana Asti     …     Sisina
Gino Bramieri    …     Bislecchi
Vittorio Caprioli    …     Carmine
Stefania Casini    …     Anna
Gianfranco D’Angelo    Il turista
Salvatore Funari    …     Nanninella
Carlo Giuffrè    …     Il barone Nicolino di Castropizzo
Gloria Guida    …     Gigia
Dayle Haddon        L’avvocato
Aldo Maccione    …     Amilcare
Orazio Orlando    …     Gennarino
Brigitte Petronio        La minorenne pudica
Luciano Salce                Il colonnello

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Regia Giovanni Narzisi
Soggetto Giovanni Narzisi
Sceneggiatura Giovanni Narzisi
Produttore Giulio Scanni
Casa di produzione Staff Professionisti Associati, Pelican Film, Capitol
Distribuzione (Italia) Capitol
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Raimondo Crociani
Marcello Malvestito
Musiche Lelio Luttazzi
Costumi Orietta Nasalli Rocca

La gabbia

La gabbia locandina

Michael ha una relazione con una donna divorziata, Helene; la donna, che deve accompagnare suo figlio a casa della nonna, lascia quindi temporaneamente l’amante, e con il figlio si avvia a casa della madre.
Michael incontra casualmente la proprietaria dell’appartamento in cui vive la sua compagna; la donna, Marie, è stata una sua vecchia fiamma, con la quale ebbe una fugace relazione sessuale nel capanno di una spiaggia.
La donna, che ha una figlia molto bella di nome Jaqueline, lo invita nel suo appartamento e tra i due rinasce l’antica passione.

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Florinda Bolkan è Helene

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Agli incontri sessuali tra i vecchi amanti assiste anche Jaqueline; in questa atmosfera torbida Michael si lascia andare, ma il giorno dopo, in seguito ad una nottata brava, l’uomo si ritrova legato al letto nel quale ha tenuto compagnia a Marie.
La donna, temendo che l’uomo possa scappare come fece molti anni addietro, decide quindi di tenerlo prigioniero.
Inizia così l’incubo per Michael, diviso tra la folle e insana passione di Marie e le provocazioni di Jaqueline.
Nel frattempo Helene, che non riesce a mettersi in contatto con il suo uomo, cerca inutilmente tracce di Michael, che sembra scomparso nel nulla.

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Michael è così costretto a subire la passione morbosa di Marie, che lo tratta ormai come un animale da riproduzione, assecondata dalla figlia.
L’uomo, nel disperato tentativo di liberarsi, cerca di convincere Jaqueline che è lei la donna che ama; ma Marie scopre tutto, e dopo aver accoltellato l’uomo, viene sorpresa e legata da Jaqueline allo stesso letto in cui giace gravemente ferito l’uomo.

La gabbia 4

Helene, disperata, dopo aver trovato la patente di Michael nelle mani di suo figlio, che l’ha presa nell’appartamento di Marie, si convince che l’uomo è prigioniero della donna.
Suona quindi disperatamente alla porta di Marie, senza ricevere risposta.
La gabbia, diretto dal regista Giuseppe Patroni Griffi, è un film immerso in un’atmosfera malsana, malata.
Si respira aria di follia, nel film, una follia che pervade le menti delle due donne che catturano il protagonista utilizzandolo come un giocattolo, arrivando alla fine a spingere l’uomo sui più bassi gradini dell’abiezione umana.
Così come durante la proiezione, complice anche una fotografia e una tecnica di ripresa che privilegia i colori cupi, sembra quasi di respirare l’aria torbida della stanza da letto nella quale Marie e sua figlia si lasciano andare alle loro insane passioni.

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Laura Antonelli è Maria

Ma non inganni la descrizione dell’atmosfera.
Il film è molto debole, a tratti molto noioso, perchè Patroni Griffi non riesce a coinvolgere lo spettatore nel triangolo amoroso, costringendolo invece in un ruolo da guardone; il malcapitato così è costretto a sorbirsi violenza, sesso sado maso e autoerotismo, dialoghi imbarazzanti a profusione.
Non aiuta certo la scarsissima vena di una Laura Antonelli in evidente declino, ripresa quasi sempre in penombra, probabilmente per non farle esporre un fisico appesantito; male anche la Marsillach, che interpreta Jaqueline, spaesata, che da un ‘aria di perversa innocenza al suo personaggio senza però riuscire minimamente a renderlo credibile.

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Se la cava Tony Musante, con mestiere, ma non va oltre la sufficienza, mentre braca è la Bolkan che riesce a dar copro, anche se la sua presenza è davvero limitata, al personaggio di Helene.
L’atmosfera claustrofobica del film, all’inizio giustificata, alla fine diventa un’autentica palla al piede, perchè i dialoghi finiscono per diventare quasi surreali mentre sfuggono le vere motivazioni che portano Marie e Jaqueline a fare le loro azioni.
La follia da sola non basta a giustificare il tutto, così come, va detto, Patroni Griffi, nel tentativo di non “eroticizzare” troppo il film alla fine rimane nel guado dell’inespresso, sprecando il buon materiale umano che aveva ha disposizione.
Punto di merito la musica di Ennio Morricone, molto accattivante.

Nota finale; i lettori più attenti del mio blog ricorderanno che ho parlato, tempo addietro del film di Fulci Il miele del diavolo.Bene, a loro non sarà sfuggito che la trama ricorda moltissimo quella di La gabbia, e che la protagonista femminile è proprio la Marsillach.

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La gabbia, un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Florinda Bolkan, Laura Antonelli, Tony Musante, Stefano Oppedisano, John Steiner, Laura Troschel, Roberto Bisacco, Lorenzo Piani, Giancarlo Prete, Enrico Papa, Miguel Bosè, Antonello Campodifiori, Paolo Malco, Flavio Andreini, Bryan Rostrom, Eugenio Masciari, Cristina Marsillach, Blanca Marsillach
Drammatico, durata 101 min. – Italia 1985.

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Laura Antonelli     …     Marie Colbert
Tony Musante    …     Michael
Florinda Bolkan    …     Hélène
Blanca Marsillach    …     Jacqueline
Cristina Marsillach    …     La giovane Marie
Laura Troschel    …     Marianne

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Regia : Giuseppe Patroni Griffi
Sceneggiatura: Francesco Barilli Lucio Fulci
Prodotto da : Jerald Intrator, Juan L. Isasi    ,Ettore Spagnuolo
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Sergio Montanari

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Casa d’appuntamento (French sex murders)

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Il giovane Antoine Gottvallés, ladro di gioielli, sta quasi per essere arrestato durante un colpo.
Corre quindi a rifugiarsi dalla sua amante una prostituta   nella casa d’appuntamento gestita da madame Colette;
All’interno della stessa casa la sua amante viene uccisa, e nonostante il giovane professi la sua innocenza, grazie alle testimonianze della stessa maitresse e delle ragazze che frequentano la casa, unitamente a quella del giornalista  Randall il giovane viene condannato a morte.

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Robert Sacchi

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Anita Ekberg

Ascoltata la sentenza, Antoine giura di vendicarsi di tutti coloro che hanno contribuito a incastrarlo.
Antoine evade dal carcere, ma rimane ucciso in un incidente, nel quale viene orrendamente decapitato.
La testa del giovane finisce nello studio del dottor Waldemar, che la usa per studiarla e da quel momento inizia una serie incredibile di morti, tutte collegate ad Antoine; viene uccisa la maitresse, madame Colette, viene ucciso il giudice che aveva condannato a morte il giovane.

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Rosalba Neri

E’ la vendetta postuma di Antoine o la soluzione non ha nulla di sovrumano?
Casa d’appuntamento, distribuito con diversi titoli, fra i quali French sex murders è un giallo/thriller del 1972, diretto da FL Morris, pseudonimo dietro il quale si nasconde l’italianissimo Ferdinando Merighi, è uno scialbo e scontato film in cui di rilevante c’è il cast, assolutamente sprecato del resto.

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Barbara Bouchet

Il film si muove su un intreccio poco originale, tenendo conto che alla fine il the end è scontato; siamo nel periodo del boom del giallo all’italiana, quindi quasi tutti si cimentano con il genere.

Quello che manca a Merighi è il senso del ritmo, anche se il regista tenta di supplire mettendo qua e la qualche bellezza senza abiti, puntando su scene gore come quella della decapitazione di Antoine, oppure su quella del giudice sgozzato come un vitello, mentre sicuramente d’effetto è la scena del volo giù dalla tour Eiffel, che verrà ripresa per esempio in Vivi e lascia morire di bondiana memoria.

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Nel cast, oltre alla Ekberg, finita a girare film di basso conio,che impersona la tenutaria del bordello madame Colette , troviamo due bellezze antitetiche la biondissima e sexy Barbara Bouchet e la bruna e affascinante Rosalba Neri, oltre all’Humphrey Bogart italiano, Roberto Sacchi che risolverà il giallo, in memoria del suo ben più importante per la storia del cinema Bogey.

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Casa d’appuntamento-French sex murders, un film di Ferdinando Merighi, con Anita Ekberg, Barbara Bouchet, Rosalba Neri, Evelyne Kraft, Robert Sacchi,Howard Vernon Giallo Italia 1972

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Casa d'appuntamento banner personaggi

Anita Ekberg … Madame Colette
Rosalba Neri … Marianne
Evelyne Kraft … Eleonora
Howard Vernon … Professor Waldemar
Pietro Martellanza … Antoine Gottvalles
Barbara Bouchet … Francine
Robert Sacchi … Ispettore Fontaine
Eva Astor … Florence
Renato Romano … Mr. Randall
Rolf Eden … Pepi
Piera Viotti … Tina
William Alexander … George
Ada Pometti … Doris la cameriera
Alessandro Perrella … Amante di Doris

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Regia: Ferdinando Merighi
Sceneggiatura: Paolo Daniele,Marius Mattei,Ferdinando Merighi,Dick Randall
Musiche:Bruno Nicolai
Fotografia:Mario Mancini,Gunter Otto
Montaggio;Bruno Mattei
Produzione:Costantino International Films,Gopa-Film
Distribuzione:Filmagentur Graf,Mondo Macabro

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