Morte a Venezia


Gustav von Aschenbach,cinquantenne compositore di successo,sceglie Venezia per riposare e riprendersi da problemi cardiaci che ne stanno minando la salute.
E’ il 1911,Gustav arriva nella città lagunare con un battello in una brumosa e fredda giornata;è diretto al Lido,al lussuoso Hotel des Bains.
Una volta arrivato,Gustav ha un nuovo attacco di cuore.
Si ristabilisce e partecipa nella hall dell’albergo ad un concerto di musica classica,dove rimane folgorato dalla presenza di un adolescente efebico e bellissimo,Tadso,figlio di una famiglia polacca in vacanza.
Ben presto la morbida e al tempo stesso conturbante bellezza del giovane si trasforma in una autentica ossessione per il maturo compositore;prende a seguirlo, a studiarne il comportamento,le amicizie.


Se da un lato Gustav è attratto irresistibilmente dal giovane,dall’altro è intimamente allontanato dallo stesso da un complesso di sentimenti contrastanti.
Prova anche per lo stesso una forte attrazione sessuale e alla fine,nel tentativo di apparire più giovane,nell’illusione di recuperare la propria giovinezza Gustav si tinge i capelli ed arriva anche a truccarsi.
E’ solo un tentativo patetico;l’uomo non riesce a comunicare con il giovane.Una mattina,in spiaggia,segue con lo sguardo Tadso mentre si immerge nell’acqua;è il suo ultimo sguardo alla vita,pochi istanti dopo si accascia
sulla sedia a sdraio.La morte lo coglie con la tintura dei capelli che cola lentamente sul volto.
Con Morte a Venezia Luchino Visconti scrive la seconda parte della sua trilogia tedesca che comprende anche La caduta degli dei (1969) e Ludwig (1972).
E’ l’opera più malinconica del grandissimo regista lombardo,che riporta sullo schermo il racconto lungo omonimo (o se vogliamo un romanzo breve) dello scrittore tedesco Thomas Mann.
Visconti amava molto le opere di Mann,avrebbe voluto portare sullo schermo un’altra opera dello stesso,La montagna incantata.
Ma subito dopo Ludwig,Gruppo di famiglia in un interno e L’innocente,quando avrebbe finalmente potuto dedicarsi alla riduzione cinematografica di La montagna incantata morì per una trombosi a 70 anni.


In Morte a Venezia Visconti di discosta molto dall’originale di Mann;un’operazione che alcuni critici contesteranno,dimenticando che una trasposizione cinematografica deve essere una personale elaborazione,non una pedissequa trasposizione.Che senso ha riportare sullo schermo un’opera se non ha nulla di chi l’ha rielaborata?
Visconti accentua la componente sessuale già latente nel romanzo,la sublima e la trasforma in un’angoscia esistenziale del protagonista,che vede nel giovane e bellissimo Tadso una raffigurazione quasi ellenistica della bellezza,una sublimazione della bellezza e della perfezione opposta a quello che è evidente in lui stesso,la decadenza fisica,la malattia,la vecchiaia.
In questo il maestro lombardo mostra ancora una volta un tocco di altissima classe,riuscendo a trasferire sullo schermo il tormento di un uomo che assiste al trionfo della giovinezza sulla vecchiaia,della salute e della bellezza sul disfacimento fisico.
Il grottesco tentativo di “ringiovanimento” di Gustav testimonia proprio questo,l’incapacità di ricreare fisicamente quello che è ormai perso.
E Gustav muore in una Venezia dall’aria rarefatta,in una spiaggia che sembra deserta,occupata da Tadso che si allontana nell’acqua avvolto da un sole tiepido mentre lui,lentamente,scivola verso l’oblio,con quella ancor più grottesca tintura che gli bagna il viso,
il dissolvimento dell’artificio con cui aveva voluto fermare l’avanzare dell’età.
Un film dolentemente lirico,malinconico,triste.


La Venezia decadente,con il lusso del grand hotel opposto al colera che serpeggia in città,con la sua bellezza che però sembra appannata,quasi sfiorita immersa com’è in una luce crepuscolare testimonia quasi l’assoluta comunione tra il compositore sfiorito,sfibrato dalla lunga ricerca della bellezza dell’arte nelle sue forme più rappresentative e la bellezza del giovane Tadso,folgorante,una sfida eterna alla vita.
Forse Gustav è attratto da tutto ciò che Tadso incarna:la sua bellezza,la sua gioventù sono il suo rimpianto per quello che non ha più;ma è anche il rimpianto più terreno,più autenticamente carnale.
Non puoi avere ciò che non puoi possedere concretamente.
Così Gustav finirà per struggersi sino a quel dito puntato verso l’orizzonte di Tadso;un’orizzonte che per il giovane è ancora tutto da scoprire…
Visconti usa poche parole;il linguaggio è quasi tutto affidato alle immagini.
Dalla lunga sequenza iniziale a quella struggente che chiude il film,è tutto un ripetersi di immagini simili a centinaia di quadri esposti uno dietro l’altro.


L’interprete principale del film,Dirk Bogarde,trasmette l’immagine della sofferenza interiore dapprima,di quella anche fisica poi.
Il suo volto appare quasi smarrito,preda di un coacervo di sentimenti che il suo volte trasmette splendidamente.
Sotto la direzione di Visconti l’attore londinese fornisce una delle prove più convincenti della sua lunga carriera.
Da segnalare anche il giovane Björn Johan Andrésen (16 anni durante le riprese del film) che lo storico cinematografico Lawrence J. Quirk definì “degno di essere preso in alcune immagini dalla pellicola e appeso nelle sale del Louvre o del Vaticano
L’attore svedese non ebbe praticamente più visibilità dopo questo film,in pratica si può definire una creatura di Visconti nata e finita con lui.
Bene la Mangano,in un piccolo ruolo c’è Carole Andrè,grandissimo Romolo Valli nel ruolo del servile direttore dell’albergo.
Stupenda la colonna sonora,nella quale spicca il IV movimento della Quinta Sinfonia oltre a Per Elisa di Beethoven e La vedova allegra di Franz Lehár.Chi è alla ricerca del film può guardarlo in una bella versione HD in streaming all’indirizzo http://altadefinizione.bid/morte-a-venezia-1971/

Morte a Venezia

Un film di Luchino Visconti. Con Dirk Bogarde, Romolo Valli, Mark Burns, Nora Ricci, Marisa Berenson, Björn Andersen, Carole André, Silvana Mangano, Leslie French, Franco Fabrizi, Marco Tulli, Antonio Appicella, Sergio Garfagnoli,
Ciro Cristofoletti, Luigi Battaglia, Masha Predit, Eva Axen, Marcello Bonini Olas, Bruno Boschetti, Nicoletta Elmi, Mirella Pamphili, Dominique Darel Drammatico, durata 120 min. – Italia 1971

Dirk Bogarde: Gustav von Aschenbach
Romolo Valli: direttore dell’albergo
Mark Burns: Alfred
Nora Ricci: governante
Marisa Berenson: signora von Aschenbach
Carole André: Esmeralda
Björn Andrésen: Tadzio
Silvana Mangano: madre di Tadzio
Leslie French: agente di viaggi
Franco Fabrizi: barbiere
Antonio Apicella: il girovago
Sergio Garfagnoli: Jaschu, giovane polacco
Ciro Cristofoletti: ragazzo dell’hotel
Luigi Battaglia: Scapegrace

Regia Luchino Visconti
Soggetto Thomas Mann
Sceneggiatura Nicola Badalucco e Luchino Visconti
Produttore Luchino Visconti
Produttore esecutivo Mario Gallo
Casa di produzione Warner Bros.
Fotografia Pasquale De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Gustav Mahler, Franz Lehár, Modest Mussorgsky e Ludwig van Beethoven
Scenografia Ferdinando Scarfiotti
Costumi Piero Tosi
Trucco Maria Teresa Corridoni, Gilda De Guilmi, Mario Di Salvio, Mauro Gavazzi, Goffredo Rocchetti e Luciano Vito

Incipit romanzo

Gustav Aschenbach o von Aschenbach, come ufficialmente suonava il suo nome dal giorno del suo cinquantesimo compleanno, in un giorno di primavera dell’anno 19.., quello che per mesi e mesi aveva mostrato al nostro continente una faccia tanto minacciosa,
aveva intrapreso, da solo, una lunga passeggiata partendo da casa sua nella Prinzregenterstrasse di Monaco.
Sovreccitato dal lungo, difficile ed insidioso lavoro del mattino, che lo aveva costretto a procedere con la massima concentrazione, attenzione, prudenza e rigore della volontà, lo scrittore non era riuscito a contenere, nemmeno dopo il pranzo, l’impulso produttivo che gli urgeva dentro, quel motus animi continuus che,
secondo Cicerone, è l’essenza della stessa retorica, né aveva potuto trovare nel sonnellino, che, a compensazione dell’esaurirsi sempre più rapido delle sue forze, gli era ormai così necessario, una volta nell’arco della giornata.

“Io mi ricordo che c’era una clessidra come questa in casa di mio padre… La sabbia scorre attraverso un forellino così sottile che all’inizio sembra che il livello della parte superiore non debba cambiare mai.
Cominciamo ad accorgerci che la sabbia scorre via solo verso la fine. Ma prima di allora ci vuole tanto… che non vale la pena di pensarci. Poi all’ultimo momento, quando non c’è più tempo, ci si accorge che è troppo tardi…
ci si accorge che è troppo tardi per pensarci…”

“Hai raggiunto il perfetto equilibrio. L’uomo e l’artista sono ormai una cosa sola: hanno toccato il fondo insieme.”

“Il genio è un dono di Dio. No, anzi… è una punizione di Dio. È un divampare peccaminoso e morboso di doti naturali.”

“Tu non hai mai posseduto la castità. La castità è un dono della purezza, non il penoso risultato della vecchiaia, e tu sei vecchio, Gustav.
E non c’è al mondo impurità così impura come la vecchiaia.”

L’Hotel Des Bains,Venezia

Un fotogramma tratto dal film…

E il Picnic di Vettriano…

5 Risposte

  1. Complimenti, Paolo! Conosco e apprezzo il tuo stile e la generosità dei dettagli (immagini, citazioni, ecc.) ma in questo caso hai superato te stesso.
    Nel periodo in cui ho lavorato alla biografia di Romolo Valli mi sono interessata a questo film ma dopo 20 minuti ho abbandonato la visione. Non sempre si può reggere un sovraccarico di malinconia e, probabilmente, all’epoca non ho retto per questo motivo.
    Dalla tua descrizione deduco che il film si potrebbe riassumere nella frase “La stagione del tuo amore non è più la primavera.” Cmq, mi riservo di vederlo e di tornare sull’argomento. Ciao 🙂

    • La citazione è pertinente,infatti è una delle chiavi di lettura del film.Che per inciso ho apprezzato più del libro,un caso rarissimo,per la capacità di Visconti di raccontare per immagini le emozioni che lui stesso ha provato nella lettura del romanzo.E’ vero,un film da vedere,affrontare con uno stato d’animo che non sia già compromesso dalla malinconia.
      I film esistenziali portano sempre a riflessioni sulla propria condizione,oltre che a quella,più in generale,dell’umanità.Credo anche che non siano poi tantissimi quelli in grado di guardare,con la necessaria lucidità,un film che affronta una tematica scomoda come quella della giovinezza sparita,del tempo che passa,del rapporto tra la bellezza e l’arte e l’incapacità di afferrare la sua intima essenza.Lo dimostrano molte critiche rivolte al film sopratutto alla sua uscita;un film che non ebbe grande successo di pubblico proprio per l’intimismo che lo pervade,per la scomoda tematica omosessuale e sopratutto perchè evidentemente la sensibilità è merce rara.Ciao 🙂

  2. Come dana anch’io all’epoca (25 anni fa o giù di lì) non avevo retto, pur apprezzando le immagini e la robusta struttura.

    Ricordo male o c’à la traversata in tempo reale della laguna col vaporetto?

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