L’anno del dragone

Siamo nel 1985 e sono passati 5 anni dall’ultima regia di Michael Cimino, quel “I cancelli del cielo” che ha di fatto significato il fallimento per la United Artist.
La gloriosa casa di produzione che aveva prodotto capolavori come Oltre il giardino, Tornando a casa, Quinto potere ed altri aveva chiuso i battenti, strangolata dai costi di produzione del film costato quasi 45 milioni di dollari e che aveva incassato la miseria di 3 milioni.
Cimino è quindi diventato un nome poco gradito ai produttori, nonostante avesse firmato nel 1978 il celebre Il cacciatore; è la Dino De Laurentis production a dare una chance al regista americano e il regista di New York ne approfitta per stendere, con l’aiuto di Oliver Stone, la sceneggiatura di L’anno del dragone, riducendo per lo schermo un romanzo omonimo di Robert Daley.
Con un’incoscienza davvero unica, Cimino decide di affidare le due parti principali a Mickey Rourke e Ariane Koizumi; Rourke ha un buon passato, ma non è ancora famoso mentre Ariane Koizumi è praticamente una sconosciuta.
Il rischio di un altro flop costoso è quindi dietro l’angolo.


Viceversa, Cimino mostra di essere un talento naturale del cinema, ad onta delle poche regie fatte, solo 8 in tutto.
Se I cancelli del cielo, che pure era un grande film si era scontrato con una serie di problemi e alla fine era andato incontro al disastro ai botteghini, sorte diversa arride a L’anno del dragone che non solo si rivela un ottimo investimento ma che mette d’accordo critica e pubblico.
Cosa davvero rara per un film violentissimo e sorretto da una sceneggiatura tutto sommato abbastanza banale.
Eppure L’anno del dragone piace, a tratti entusiasma anche con i limiti di una storia già vista altre volte.
La storia narra le vicende di un Capitano di polizia di origini polacche, Stanley White chiamato dai suoi superiori ad un compito davvero difficile; mettere un freno alla dilagante violenza che spira sul quartiere cinese di Chinatown, dove la malavita organizzata ha creato un impero criminale che gode di oscure connivenze e che detta la sua legge spietata sugli abitanti del quartiere.
Stanley è un pluridecorato della guerra del Vietnam ed è tornato dalla “sporca guerra” con un odio mortale e inestinguibile nei confronti dei musi gialli, odio reso ancora più acuto dal ritiro americano che di fatto ha sancito la fine della guerra e la conseguente umiliazione americana.


Il Capitano si trova a dover fronteggiare da subito la guerra scatenata da quelle che sembrano giovani bande di delinquenti che hanno assassinato il capo della principale organizzazione criminale di Chinatown.
Le sue convinzioni sulla colpevolezza della popolazione amricanizzata di origine asiatica ben presto vengono smentite dai fatti; Stanley deve ricredersi perchè la responsabilità è della mafia di Chinatown, mimetizzata dietro la facciata per bene dei ristoranti, delle lavanderie, di quel mondo che ruota attorno al commercio e al turismo.
Stanley si ritrova anche con il matrimonio in crisi; la moglie, stufa dei suoi metodi violenti lo abbandona e lui cerca rifugio in un rapporto professionale prima, sentimentale poi con la bella giornalista Tracy Tzu, un’idealista innamorata del proprio lavoro e che vorrebbe cambiare lo status quo generatosi nel quartiere cinese.


La lotta di Stanley contro il crimine si trasforma in una crociata personale sanguinaria, violenta.
Pur di sconfiggere il nemico, Stanley adotta metodi violentissimi che ben presto portano alla morte i suoi collaboratori, facendogli perdere anche i gradi e la fiducia dei superiori che in qualche modo sono conniventi con i mafiosi, un pò perchè corrotti un pò perchè considerano il tutto come una faccenda interna al quartiere….
Come dicevo all’inizio, L’anno del dragone ha una trama tutto sommato poco affascinante; quello che più conta, per Cimino, è la messa in pratica di un teorema che l personaggio Stanley White fa suo, ovvero alla violenza si risponde con una violenza ancor superiore.


Il film, in questo modo, perde qualsiasi connotazione di denuncia sociale o filosofica, trasformandosi in una sarabanda di colpi di scena, di violenza inusitata mostrata allo spettatore in tutte le salse possibili.
Agguati, omicidi, sparatorie e inseguimenti finiscono per farla da padrone e le uniche pause del film diventano quelle dedicate alla relazione tra Stanley e la moglie o quelle con la sua nuova fiamma, Tracy che in fondo è l’unica che alla fine gli resta vicino.
Questo però non significa assolutamente che il film sia superficiale o peggio, un accozzaglia di morti ammazzati e di sparatorie.
Cimino riesce a mostrare il lato oscuro di Chinatown, quel mondo a se stante che si illude di potersi gestire da solo e quindi di poter agire aldilà della legge. Emerge uno spaccato fatto di violenza e sopraffazione in cui la responsabilità va ascritta anche alla corruzione di parte della polizia della città, che quando non è connivente assiste senza muover dito ai fatti generando così il clima che Chinatown è costretta a respirare.


Attorno troviamo la malavita internazionale legata alle triadi che gestiscono il mercato della droga e della prostituzione, del lavoro schiavistico e della tangente e di tutta la fenomenologia criminale comune purtroppo a tutte le mafie.
L’atmosfera del film appare stridente; la fotografia vira spesso tra luci abbaglianti e scenari plumbei, come la storia che scorre sotto gli occhi dello spettatore.
Il cast lavora con un sincronismo impressionante, seguendo le evoluzioni della storia ad una velocità che coinvolge lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.
Il merito principale va ascritto a Mickey Rourke che disegna un personaggio indimenticabile, probabilmente il meglio riuscito nella sua carriera accanto a quello di Angel nel film Angel heart ascensore per l’inferno.
La faccia da duro e dannato, i metodi bruschi e spicci, la capacità di usare una straordinaria mimica facciale nel passare da espressioni ironiche a quelle da autentica faccia da schiaffi contribuiscono a rendere indimenticabile il personaggio di Stanley White, tanto che alla fine ci si chiede se l’attore quasi newyorkese in fondo non sia davvero nell’intimo come il personaggio interpretato.


Bravissima la sconosciuta Ariane Koizumi alle prese con il ruolo della giornalista dal volto pulito, l’idealista Tracy Tzu.L’attrice americana, nonostante l’ottima interpretazione, non riuscirà a trovare spazio ad Hollywood, limitandosi a lavorare solo in King of New York di Abel Ferrara e in Skin art di W. Blake Herron prima di scomparire del tutto.
Ancora una volta, un’attrice dalle ottime doti ignorata dalla mecca del cinema!
Il resto del cast fa la sua parte con diligenza e bravura; da segnalare l’ottimo John Lone (che rivedremo l’anno successivo in L’ultimo imperatore di Bertolucci, nel ruolo principale di Pu Yi) che verrà ingiustamente escluso dal premio Oscar (L’ultimo imperatore ne vinse 8)

L’anno del dragone
Un film di Michael Cimino. Con Mickey Rourke, John Lone, Ariane, Dennis Dun, Victor Wong,Jack Kehler, Eddie Jones, Fabia Drake, Caroline Kava, Desmond McNamara, Ariane Koizumi, Ray Barry, Lenny Termo, Tony Lip, Joey Chin, Hon Lam Baau, Rosa Ng, K. Dock Yip, Daniel Davin, Mark Hammer, Gerald Orange, Paul Lee, Chim Sum Lee, Keenan Leung, Jeff Khowong, Jerry Chan, Jerry Chang, Gardell Tung, Johnny Shia, Doreen Chan, Aileen Ho, Lisa Lee, Steven S. Chen, Paul Scaglione, Joseph Bonaventura, Jilly Rizzo, Mei Sheng Fan, Harry Yip, Lin Ngan Ng, Raymond J. Barry, Tisa Chang, Janice Wong, James Scales, Way Dong Woo, Jimmy Sun, Judy Dennis, Jadin Wong, Lucille D’Agnillo, Susan Ricketts, Emily Woo, Rudy Ugland Titolo originale Year of the Dragon. Drammatico, durata 136 min. – USA 1985.

Mickey Rourke: Stanley White
John Lone: Joey Tai
Ariane Koizumi: Tracy Tzu
Leonard Termo: Angelo Rizzo
Raymond J. Barry: Louis Bukowski
Caroline Kava: Connie White
Eddie Jones: William McKenna
Joey Chin: Ronnie Chang
Victor Wong: Harry Yung
Dennis Dun: Herbert Kwong

Regia Michael Cimino
Soggetto Robert Daley (romanzo)
Sceneggiatura Michael Cimino, Oliver Stone
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Alex Thomson
Montaggio Noëlle Boisson, Françoise Bonnot
Musiche David Mansfield
Scenografia Wolf Kroeger

Ferruccio Amendola: Stanley White
Massimo Giuliani: Joey Tai
Isabella Pasanisi: Tracy Tzu
Maria Pia Di Meo: Connie White

Nerosubianco

Nerosubianco è un non-film.
Ed è l’espressione migliore di un regista, Tinto Brass, che ha vissuto due vite cinematografiche completamente dissimili fra loro.
Girato nel 1969, quando ancora l’eco del sessantotto si udiva nella musica come nel cinema, nella letteratura e nel teatro, Nerosubianco appartiene, come dicevo all’inizio alla categoria dei non film, ovvero di opere che usano il linguaggio cinematografico e le immagini non per creare un racconto visivo di una storia ma più semplicemente come assemblaggio di immagini e suoni, un vero caleidoscopio dove alla fine capita di trovarci di tutto.
Da Ho Chi Min a Hitler, da Mussolini alla London beat, dal surrealismo pittorico a Duchamp, da Warhol ai manifesti della pop art in Nerosubianco appare di tutto in una carrellata da mal di testa con accennato il discorso sulla sessualità di coppia che entrerà poi come costante delle opere del regista veneziano fino al teorema (discutibile) del tradimento come salvezza della coppia.

Anita Sanders

Il tutto imbastito attorno al nucleo centrale del non- film, la storia di una moglie insoddisfatta, Barbara, che in vacanza a Londra viene seguita costantemente da un uomo di colore col quale avrà una breve avventura sessuale che le permetterà di tornare tutta felice tra le braccia del marito.
Mentre scorrono le immagini, il beat dei Freedom accompagna Barbara in una peregrinazione vorticosa in una Londra che appare vitale e intellettualmente esplosiva nella quale la donna si imbatte di volta in volta nell’oratore di Hyde Park piuttosto che in una pubblicità della Coca Cola, mentre sullo schermo alla rinfusa scivolano vorticosamente immagini di fucilazioni e di guerra, bombardamenti ed esecuzioni di massa, terribili foto provenienti da Auschwitz e didascalie nelle quali compare per esempio il motto “So extra is extra” scritto con una decina di erre.


Barbara si agira stupita e interessata fra giovani che portano sul volto i colori degli hippy che suonano musica beat (sempre con l’accompagnamento immancabile della musica dei Freedom) in una Londra che assomiglia ad un carosello impazzito di suoni e colori.
Brass naturalmente non perde occasione per lanciare la sua filosofia anarcoide come modello di riferimento; in una parte del film vediamo un prete agitare un cartello con scritto “Proibito” mentre con voce assolutamente seria da predicatore dice “Incoraggiare la gente a fare l’amore è proibito perchè è pericoloso, non è invece proibito ancorchè ancor più pericoloso incoraggiare la gente a fare la guerra: perciò da questo momento invece delle immagini pericolose proibite delle scene d’amore vi mostreremo immagine pericolose ma non proibite di scene di guerra
Questa visione ironica e sbeffeggiatrice, che poi diverrà il marchio di fabbrica personalissimo del regista veneto si mescola immediatamente ad immagini di nudo e di sesso (ovviamente molto caste) accompagnate dal feroce confronto con scene di morte.
Dall’impiccagione di una gerarca nazista (presumibilmente avvenuta dopo Norimberga) alle foto dei disgraziati deportati ebrei dei lager, nudi in maniera oltraggiosa e sopratutto senza quasi più carne addosso si passa alle immagini della guerra del Vietnam e di bombardamenti aerei sulle città.


Tutto diventa eccessivo e vorticoso, tanto che ad un certo punto l’overdose di immagini ottiene un effetto di saturazione a cui si aggiunge l’implacabile musica beat che fa da sottofondo, creando i presupposti perchè lo spettatore molli la pellicola e si dedichi ad altro.
Il ritmo aumenta ad un tale livello che le immagini degli scempi della guerra (cadaveri di bambini, di povera gente torturata, di vittime dei bombardamenti) sembrano diventare una cosa sola.
L’orrore sembra dissolversi proprio perchè mostrato ad una velocità pazzesca, quasi una forma di riavvolgimento della memoria mostrata con l’avanzamento veloce su un video registratore.
Se Nerosubianco ha un fascino è proprio da cercarsi in questi frammenti, ovvero nell’esatto momento in cui Brass fa cinema sperimentale mischiando con abilità consumata tutti i modelli di riferimento della società fine anni sessanta mostrando i totem della civiltà e l’immagine storica più famosa della guerra, l’esplosione atomica di Hiroshima.


La storia della inibita Barbara, che alla fine decide di concedersi la scappatella con l’uomo di colore senza nome che la segue come un’ombra finisce per diventare un film nel film, una parte coerente in un mare di incoerenza rappresentato dalle visioni di coppie che fanno l’amore in un parco e dipinti surrealisti che mostrano raffigurazione della morte, di uomini bendati come mummie, scheletri ecc.


C’è una sequenza che probabilmente colpisce lo spettatore più delle altre; una sequenza degna del peggior film splatter, con l’aggravante che in questa serie di immagini in movimento non c’è nulla di inventato.
La macchina da presa segue freddamente, in un bianco e nero d’epoca sgranato e saltellante, lo scarico di un camion colmo di cadaveri ridotti ad ossa e pelle.
I corpi, presi come sacchi della spazzatura vengono gettati in una fossa comune, ammonticchiati come stracci mentre altri corpi ancora seguono senza posa: è una sequenza da orrore senza fine, una parte della nostra storia che ci avvicina all’oscurità più assoluta, quell’oscurità che il nazismo ha interpretato come il buio della mente e della cultura.
E poi le immagini tristissime dei sopravvissuti di Hiroshima, bambini senza più pelle e dagli occhi smarriti e persi nel nulla.
Ecco, Brass nel suo furore amplifica e sbatte in prima pagina, sotto gli occhi dell’inorridito spettatore tutto il peggio del passato dell’umanità per poi tornare alle immagini di Barbara in giro per Londra; quasi a voler dare un colpo anche alla botte, ecco scorrere le immagini di medaglie russe e di contestazioni anti guerra nel Vietnam, di un oratore che esalta Che Guevara e quelle di Castro che arringa la folla a Cuba.


Barbara intanto, con il suo sguardo curioso, sembra passeggiare fra le vetrine luccicanti di un mega negozio che espone merce di provenienza non identificabile.
Alla lunga però questo inestricabile guazzabuglio di immagini, suoni, colori e orrori finisce per stancare ed è per questo che di Nerosubianco resta solo il frastuono di fondo.
Va dato atto a Brass di aver avuto coraggio nello sperimentare; dopo il thriller Col cuore in gola il regista veneto si avventura in un progetto che probabilmente lo appaga dal punto di vista dei risultati e che avrà un seguito beffardo e iconoclasta nel 1980, quando girerà Action.
Nerosubianco è quindi un manifesto programmatico sull’anarchia che però nasce e muore nell’arco delle due ore di proiezione del film stesso.


Dopo questo film Brass girerà altri film coraggiosi come L’urlo, Dropout e La vacanza prima di arrivare alla svolta di Salon Kitty, in cui la summa teorica del suo pensiero finisce per mescolarsi inestricabilmente con l’erotismo che da allora in poi diverrà una specie di ossessione per il regista veneto.
Oggi un film come questo sarebbe assolutamente e totalmente improponibile; nessun produttore sano di mente finanzierebbe un’opera così al di fuori degli schemi.
A fine anni sessanta invece era possibile coniugare la creatività con la sperimentazione, c’era il coraggio di percorrere strade alternative.
Il merito di Nerosubianco, film eccentrico e fuori schema è essenzialmente questo aldilà del fatto che possa o no piacere.

 

Nerosubianco
Un film di Tinto Brass. Con Anita Sanders, Nino Segurini, Terry Canter, Terry Carter Commedia, durata 76′ min. – Italia 1969.

Anita Sanders: Barbara
Terry Carter: l’americano
Nino Segurini: Paolo
Bobby Harrison: (come Freedom)
Mike Lease: (come Freedom)
Ray Royer: (come Freedom)
Steve Shirley: (come Freedom)

Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Francesco Longo, Giancarlo Fusco
Produttore Dino De Laurentiis
Casa di produzione Lion Film
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Freedom
Scenografia Peter Murray
Costumi Giuliana Serano, Piero Gherardi

Lobby card americana con il titolo Black on white

Lobby card inglese con il titolo Attraction

Copertina del vinile con la soundtrack del film

Fotogramma del cineracconto del film

Foto pubblicitarie del film

Due foto di scena dell’attrice Anita Sanders

Flano americano del film

Violentata sulla sabbia

Vanina e Juliette sono due giovani amiche che si recano in Sardegna in vacanza.
Ma Vanina non riesce a rilassarsi nemmeno in vacanza: nella sua mente, come in un incubo, scorrono di continuo le immagini di quando era piccola e assistette impotente allo stupro con conseguente omicidio della madre.
Il drammatico episodio ha ovviamente lasciato degli strascichi, che condizionano la vita della ragazza.
Giunte in paese, le ragazze devono fare i conti con la mancanza di soldi a cui si aggiunge la cronica mancanza di alloggi poichè siamo in piena estate e il posto pullula di turisti.
L’unica opportunità di alloggio è la casetta dimessa di un pescatore locale, che naturalmente non rimane indifferente davanti alle grazie delle due donne.
Per Vanina tuttavia il trauma subito è diventato un’autentica ossessione, tanto da farle desiderare di provare la stessa esperienza della madre, ovvero essere violentata per liberarsi dai suoi fantasmi.

Una giovanissima Carole Andrè è Vanina

Cosa che puntualmente avverrà e alla fine Vanina, finalmente guarita, finirà le vacanze e tornerà a casa con la fedele amica.
Trama a dir poco ridicola e farsesca, quella di Violentata sulla sabbia, opera seconda (ed ultima) di Renzo Cerrato, che nel 1968 aveva diretto il discreto Niente rose per OSS 117.
Qui invece siamo di fronte ad un film eccessivamente verboso, con una trama discutibile rimaneggiata da un romanzo di André Pieyre de Mandiargues, che può essere visto solo per due motivi.


Il primo dei quali è la presenza di Carole Andrè, la leggendaria Perla di Labuan del Sandokan televisivo, bellissima e seducente dall’alto dei suoi 18 anni; l’altro è lo splendido scenario naturale della Sardegna, fatto di distese di sabbia incontaminate e mare dai colori cangianti tra il verde smeraldo e l’azzurro cobalto.
Il resto è solo confusione, dialoghi davvero difficili da digerire e la continua preparazione di Vanina al suo personale colpo di teatro, quando cioè alla fine, dopo aver predisposto con accuratezza lo scenario della violenza carnale che deve subire, ottiene ciò che vuole in riva al mare e di sera, mentre un’insopportabile voce fuori campo ci esplica sui pensieri segreti della ragazza.
L’unico vero motivo di interesse diventa così l’assistere alle evoluzioni psicologiche di Vanina, che includono una performance fisica in cui cosparsa di vernice dorata (in pura imitazione 007 Goldfinger) si sdraia su un letto spiata morbosamente dal suo futuro amante di una sera.

La splendida location sarda (l’oscurità dei fotogrammi è naturale)

Sbaglia chi crede di trovarsi ad un film erotico, perchè di eros non c’è nemmeno l’ombra e la Andrè si mostra davvero con parsimonia.
Un film sciatto, quindi, che non riveste alcun particolare interesse se non dal punto di vista naturalistico e paesaggistico.
E’ bello vedere la Sardegna di inizi settanta incontaminata e non ancora aggredita dal turismo di massa e dalla cementificazione.


In quanto al cast attoriale, detto che la Andrè è bella da vedere e tutto sommato non recita affatto male si può accennare davvero di sfuggita al resto del cast che include il compianto Angelo Infanti (scomparso ad ottobre 2010), Bruno Alias, Tiberio Murgia, Kiki Caron e Marisa Solinas.
Ottima la fotografia, discreto il tema musicale, mentre la location è l’incantevole Siniscola nella frazione di Santa Lucia, nelle Baronie in Sardegna.

Violentata sulla sabbia
Un film di Renzo Cerrato. Con Angelo Infanti, Marisa Solinas, Carole André, Giustino Durano, Kiki Caron, Pietro Tordi, Tiberio Murgia Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971

Carole Andrè- Vanina
Kiki Caron- Juliette

Regia Renzo Cerrato
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Giovanni Simonelli
Pierluigi Ciriaci
Casa di produzione Comacico
Milvia Cinematografica
Fotografia Edmond Séchan
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Gianfranco Plenizio

Bubù

La bella e giovane Berta lavora in una filanda, sognando come tutte le ragazze della sua età solamente un amore e una vita tranquilla.
Crede di realizzare i suoi sogni il giorno che incontra Bubù, un giovane che dice di lavorare come fornaio.
Ma Bubu non ha alcuna voglia di lavorare e dopo aver fatto facilmente breccia nel cuore della ingenua Berta, la convince a prostituirsi con la scusa che in questo modo avranno presto i soldi per sposarsi.
Berta, innamorata, accondiscende e da quel momento diventa una delle tante ragazze parigine costrette a vendere il proprio corpo per una manciata di denaro.
La vita avvilente che fa la convince sempre più a cercare di uscire dal tunnel nel quale si è infilata e la cosa sembra diventare possibile quando Bubù viene arrestato; Berta, che nel frattempo ha conosciuto tra i suoi clienti il timido Piero, sogna di potersi rifare una vita con lui. Per qualche tempo il sogno sembra potersi realizzare perchè la ragazza torna ad essere una ragazza qualsiasi, innamorata del suo uomo e che fa le cose più innocenti, come una passeggiata o mangiare in compagnia un gelato.
Ma Bubu esce dal carcere e…..


Tratto dal romanzo di Charles-Louis Philippe dal titolo Bubu di Montparnasse e ridotto per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1971, Bubu è un film che ricalca quasi fedelmente il romanzo originale dal quale si distingue solamente in qualche cosa che non aggiunge o toglie nulla all’originale scritto da Philippe nel 1901
Un film raffinato, come del resto nella tradizione del regista toscano, che nei due anni precedenti alla realizzazione di questo film aveva diretto il protagonista principale, l’attore Massimo Ranieri, in due film di buon successo, ovvero Metello e Imputazione di omicidio per uno studente.
Bolognini ricostituisce quindi la coppia Massimo Ranieri-Ottavia Piccolo, che così buona prova di se aveva dato in Metello, uno dei grandi successi della stagione 1970 e affida loro i due personaggi chiave della storia, ovvero il timido e impacciato Piero e la ingenua e sprovveduta Berta.

Ottavia Piccolo

Massimo Ranieri e Gigi Proietti

Attorno alle vicende dei due impossibili amanti, Bolognini ricrea l’atmosfera di una Parigi degli inizi 900 vista nei suoi angoli più autenticamente popolari; la tintoria, i boulevard secondari, la squallidissima stanza o le stanze sempre disadorne nelle quali la sventurata Berta riceve i suoi amanti di un’ora si aggiungono ad una visione di una Parigi non di certo da cartolina, come del resto appariva nel romanzo di Phlippe.
E’ questa una delle caratteristiche principali del film di Bolognini, del resto sempre attento nel corso della sua carriera nell’offrire allo spettatore una visione del contesto storico e sociale quanto più aderente possibile all’evento narrato.
Come in Metello o in L’eredità Ferramonti o in Per le antiche scale, l’ambiente finisce per avere una predominanza fortissima;

ma ovviamente il tutto si amalgama nella storia raccontata che ha, al centro dell’attenzione, la vita dei personaggi che animano il film.
In questo caso i personaggi focalizzati e raccontati sono tre; il primo è il classico ragazzo da mauveais rue, il fornaio Bubu, lo squallido corruttore della giovane Berta.
Un uomo privo di ogni regola morale, poco o per nulla attratto dal lavoro che scopre come svangare la giornata nel momento in cui conosce la timida Berta.
La quale è la classica ragazza del proletariato che altro non sogna che l’amore e la famiglia.
Una ragazza già consapevole che nel suo strato sociale altre scelte di vita non sono possibili e che quindi accetta con fatalità la sorte che le viene dalla sua estrazione popolare.
Per amore Berta sceglierà di assecondare lo scaltro Bubu, che le promette il matrimonio ma che la convince anche ad abbreviare i tempi per raggiungerlo nel modo più veloce possibile, ovvero inducendo la disgraziata ragazza alla prosituzione.


Così Berta finisce per diventare una donna perduta, una prostituta che passa da cliente a cliente per racimolare i soldi che il furbo Bubu comunque le estorce e che ben presto si mostrerà per quello che è nella realtà, un pappone che ha scoperto come vivere comodamente senza lavorare.
Il sogno di Berta quindi si dissolve ma riacquista forza il giorno che il suo sfruttatore finisce in prigione; l’affetto sincero di Piero, che la ama e vorrebbe trascinarla fuori dal fango nel quale è caduta sembra davvero essere in grado di compiere il miracolo.
Ma il destino di Berta è segnato e il finale, amarissimo, mostrerà come il sogno della ragazza e di tante altre sue coetanee sia destinato a restare tale.
Accanto alle squallide vicende di Bubu e Berta, appena nobilitate dall’amore disinteressato di Piero, si muove un mondo sordido e corrotto, una Parigi letteralmente divisa in due: da un lato gli eleganti lungo Senna e i giardini curatissimi, la borghesia che sfoggia vestiti eleganti e cappellini, ombrelli finemente ricamati e carrozze, dall’altro le condizioni di vita miserabili del proletariato, lo squallore che diventa emblema assoluto di una classe sociale.
Accanto alla descrizione accurata di Bolognini, vero punto di forza del film che si muove su una sceneggiatura lineare e semplice vincolata com’è dal romanzo breve di Philippe va segnalata la prova maiuscola dei due attori principali.
Ottavia Piccolo, bellissima e intensa, è una Berta credibilissima, quasi francese nel suo essere così naturalmente inserita nella struttura portante del film, quel mondo proletario che ne esalta la virginea bellezza che verrà deturpata proprio dal mondo nel quale vive e dal quale non c’è via d’uscita.


Molto bravo anche Massimo Ranieri, attore credibilissimo capace di dare un’aria di pulizia ad un personaggio che in fondo richiedeva solo questo, ovvero essere in contrasto palese con il mondo sordido nel quale vive Berta.
L’attore napoletano conferma quindi la sua abilità istrionica, così come molto convincenti sono le altre interpretazioni degli altri personaggi del film, a partire da quella dello squallido Bubu interpretato da Antonio Falsi e quella di Gigi Proietti, questa volta sacrificato in un ruolo secondario.


Splendida la fotografia di Guarnieri, adeguate le musiche di Rustichelli.
A margine mi preme sottolineare una cosa, ovvero l’accoglienza fredda, quasi snob riservata al film alla sua uscita.
Il che evidenzia un aspetto paradossale della cinematografia dell’epoca; se si snobba un film di ottima fattura come questo, vuol dire che la critica cinematografica dell’epoca era davvero abituata troppo bene, forse complice la grande statura del cinema italiano dell’epoca, che sfornava capolavori e ottimi prodotti a getto continuo.
Gli ipercritici di allora potessero fare un raffronto con la qualità del cinema degli ultimi vent’anni rivaluterebbe il 50% di ciò che venne all’epoca ingiustamente denigrato.

Bubù
Un film di Mauro Bolognini. Con Ottavia Piccolo, Gianna Serra, Luigi Proietti, Massimo Ranieri, Jole Silvani, Marcella Valeri, Brizio Montinaro, Antonio Falsi, Nike Arrighi Titolo originale Bubu. Drammatico- durata 99′ min. – Italia 1971.

Massimo Ranieri… Piero
Ottavia Piccolo … Berta
Antonio Falsi … Bubu
Gigi Proietti … Giulio

Regia: Mauro Bolognini
Sceneggiatura: Mauro Bolognini, Mario di Nardo,Giovanni Testori
Romanzo: Charles-Louis Philippe
Produzione: Manolo Bolognini .
Musiche: Carlo Rustichelli
Montaggio: Nino Baragli
Fotografia: Nino Baragli
Costumi: Piero Tosi

E sul corpo tracce di violenza

Una giovane provinciale francese, Anne Marie, alla ricerca di un lavoro che le dia indipendenza economica e che la appaghi accetta l’invito di una sua amica parigina, Giulia e fa un provino come indossatrice.
Anne Marie è una bella ragazza e supera brillantemente la prova, iniziando a lavorare anche all’estero. A Londra la ragazza posa nuda per un servizio fotografico, incappando nel reato di oscenità. Processata, Anne Marie viene multata; durante un party alla donna viene rimproverata la cosa, e la ragazza decide di andarsene con Mark Desade principalmente per sfuggire ai sorrisetti ironici dei presenti alla festa.
Ma sarà una decisione fatale.
Mark infatti, dopo una cena, la convince a seguirlo a casa sua in campagna dicendole che avrà modo così di conoscere la sua famiglia.

L’umiliante ispezione corporale

L’amica di Anne Marie, Julie (l’attrice Ann Michelle)

E’ una trappola: a casa di Mark la attende un destino terribile, comune ad altre ragazze.
In casa Desade (questo il nome della famiglia, decisamente allusivo) è stato costituito un tribunale assolutamente illegale.
La mamma di Mark, una ex secondina di un carcere cacciata per aver abusato del suo potere agisce in combutta con suo marito Bayley (un giudice cieco in pensione) arrogandosi il diritto di giudicare donne che hanno in qualche modo violato la legge e che da quest’ultima sono state condannate a pene troppo miti, secondo l’irrazionale pensiero di Margareth Desade.
Nella casa, trasformata in una prigione dalle regole severissime, la donna agisce come una kapò nazista; le ragazze detenute sono sottoposte ad una disciplina ferrea e punite alla minima mancanza.


Nelle leggi non scritte della casa, ma esposte con durezza alle prigioniere, c’è un decalogo che prevede punizioni sempre più pesanti in caso di violazione del regolamento.
Si passa infatti, come avrà modo di sperimentare Anne Marie sulla sua pelle, da punizioni corporali (riduzione del cibo, fustigazione ecc.) alla pena capitale in caso di più violazioni delle regole.
La caparbia Anne Marie, ribelle e insofferente a quelle che considera leggi arbitrarie viene alla fine condannata a morte.
Riesce a fuggire, ma si affida alla persona sbagliata.
L’uomo che la raccoglie infatti la riporta alla villa, convinto che questa sia una casa di cura privata.
Anne Marie riesce a contattare Giulia che accorre prontamente con il suo compagno; ma gli avvenimenti precipitano.
Giulia è catturata dalla terribile famiglia, Anne Marie finisce per essere impiccata ma è in arrivo la giusta punizione per i Desade.
Dopo una lite furibonda, Mark viene ucciso da sua madre che subito dopo, sconvolta, si suicida.
Tony, il compagno di Giulia, arriva alla villa con la polizia che può solo liberare le ragazze recluse e arrestare l’ultimo componente della famiglia, il vecchio giudice.
Un buon prodotto, questo E sul corpo tracce di violenza, titolo un pò strambo visto che nell’originale inglese si chiama The house of whipcord, diretto dal regista inglese Peter Walker.


Il film scorre con notevole tensione sorretto da una discreta sceneggiatura e dall’indubbio mestiere di Walker, noto in Italia per La casa del peccato mortale, L’allegro college delle vergini inglesi, per Chi vive in quella casa? e per La casa dalle ombre lunghe ; dopo la parte introduttiva, che racconta brevemente l’antefatto della vita della protagonista Anne Marie, il film sale di livello sia come interesse sia come tensione.
Dal momento dell’arrivo della ragazza a casa Desade è un crescendo di suspence, anche perchè, chi non ha letto la trama, non riesce a capire bene cosa stia per accadere.
Le cose diventano chiare con l’introduzione del personaggio chiave del film, la diabolica e inflessibile signora Margaret; una donna repressa, come scopriremo, che conduce una sua personale battaglia contro quella che considera l’amoralità dei costumi delle sue vittime, delle quali diventa carceriera e poi carnefice, arrogandosi un diritto che a suo giudizio le deriva dalle sentenze pronunciate dal giudice Bayley, suo marito.
Casa Desade così si trasforma in un carcere degno del più buio medioevo, con la famiglia Dessart trasformata in un tribunale dell’Inquisizione.
Con molta furbizia e mestiere, Walker semina qua e la qualche nudo femminile, poco funzionale a tratti alla storia raccontata; un espediente classico per strizzare l’occhio al pubblico più lubrico, che però funziona vista l’assenza (o quasi) di scene erotiche o di sesso.
La tensione resta alta per tutto il film e il finale è in linea con il racconto. La ricostruzione psicologica dei personaggi è abbastanza accurata così come una sottile denunica sul sistema giudiziario inglese.

Mark, l’adescatore

Spietate punizioni

Tornando al film, la protagonista muore pagando colpe inesistenti, se non quelle di aver tenuto testa caparbiamente alla volontà distruttiva di Margaret, ma i colpevoli finiranno per pagare lo stesso prezzo.
A salvarsi sarà solo il vecchio giudice cieco, docile strumento nella mani della diabolica Margaret che però pagherà un prezzo adeguato ai suoi misfatti, con un omicidio perpetrato ai danni di suo figlio e conseguente suicidio, che restano una delle cose migliori del film.
Il cast merita la sufficienza, con la bella Penny Irving che interpreta Anne Marie e Ann Michelle che interpreta Giulia misurate ed efficaci.
Molto bene Barbara Markham, l’auto proclamatasi carnefice di colpevoli che esistono solo nella fantasia malata della donna, così come bene lavora Patrick Barr, il giudice.

L’aguzzina

L’arrivo della polizia

Uscito nel 1974, E sul corpo tracce di violenza passò quasi inosservato per riscuotere qualche anno dopo un discreto successo.
I motivi sono da cercare nell’abbondanza di titoli usciti negli anni d’oro del cinema mondiale, fertili sia dal punto dei biglietti staccati al botteghno sia dal punto di vista strettamente qualitativo dei prodotti offerti.
Il film è stato rieditato in digitale, per cui chi vuole può gustarsi la visione di un prodotto che non deluderà di certo.
…E sul corpo tracce di violenza
Un film di Peter Walker. Con Patrick Barr, Barbara Marham, Penny Irving, Ann Michelle-Titolo originale House of Whipcord. Drammatico, durata 102 min. – Gran Bretagna 1974. –

Penny Irving …Anne Marie
Barbara Markham … La signora Wakehurst
Patrick Barr … Il giudice Bailey
Ray Brooks … Tony
Ann Michelle … Julia
Sheila Keith … Walker
Dorothy Gordon … Bates
Robert Tayman … Mark E. Desade
Ivor Salter … Jack
Karan David … Karen
Celia Quicke … Denise
Ron Smerczak … Ted
Tony Sympson … Henry
udy Robinson … Claire
Jane Hayward … Estelle
Celia Imrie … Barbara

 

Regia: Pete Walker
Sceneggiatura: David McGillivray e Pete Walker
Produzione: Pete Walker
Musiche: Stanley Myers
Cinematography: Peter Jessop
Montaggio: John Black

Diabolicamente…Letizia

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I coniugi Michela e Marcello Martinozzi, pur amandosi, hanno un problema di coppia.
I due infatti non possono avere figli e nonostante consultino medici specializzati devono rassegnarsi all’idea di non riuscire a diventare genitori.
Michela decide così di recuperare dal collegio sua nipote Letizia, che alla morte della sorella di Michela venne affidata ad un istituto privato, dove però la ragazza è cresciuta sviluppando un odio feroce per tutti.
Dotata di notevoli facoltà paranormali, Letizia arriva nella villa dei coniugi Martinozzi, dove ben presto sfogherà i suoi istinti repressi.
La ragazza dapprima seduce suo zio e il domestico di casa Martinozzi, il giovane Giovanni, poi, non paga, seduce la domestica Giselle e infine anche sua zia Michela.

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Franca Gonella

Con il ricatto ordito con un invisibile personaggio che fotografa i momenti di intimità dei vari personaggi della casa, Letizia semina rancore e provoca, grazie alle sue facoltà paranormali, la morte in rapida successione dei domestici Giovanni e Giselle e infine degli zii.
Ma quando Letizia resta padrona della situazione, ecco comparire il misterioso uomo nell’ombra: è il direttore del collegio, che era suo amante e che aveva permesso alla ragazza di sviluppare le doti paranormali di cui era in possesso.
Scontro finale tra i due….
Diabolicamente… Letizia, film diretto da Salvatore Bugnatelli su sceneggiatura dello stesso regista e di Lorenzo Artale è un giallo con elementi paranormali uscito nelle sale italiane nel 1975, nell’ultimo anno quindi del boom cinematografico che aveva caratterizzato il finire degli anni 60 e gli inizi dei settanta.

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Bugnatelli, che nella carriera diresse solo altre 4 pellicole dirige un film tutto sommato dignitoso, a patto di sorvolare sulla assurdità della trama nella sua componente principale, ovvero la decisione della coppia Michela -Marcello di adottare una nipote di vent’anni, lasciata a marcire in un collegio e riesumata quando è ormai una donna, che ovviamente è sexy e arrabbiata nera con l’umanità.
Lo svolgimento del film punta più sull’aspetto morboso dei rapporti che l’avvenente fanciulla allaccerà con tutti i componenti della casa che sul passato della ragazza o sulle motivazioni psicologiche dei gesti che la stessa compirà, ma questa è una delle caratteristiche di molti gialletti degli anni settanta, girati senza mezzi e spesso anche senza idee.
Letizia, la protagonista, finisce per intrufolarsi in tutti i letti dei vari abitanti della casa, creando lo scompiglio e seminando ovviamente zizzania.

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Magda Konopka

Non sfuggirà alla “diabolica” Letizia nemmeno sua zia, fotografata e ricattata nell’intimità.

Una situazione, quella del ricatto fotografico, ampiamente utilizzata in film antecedenti all’opera di Bugnatelli, come il ben più riuscito Le foto proibite di una signora per bene; qui l’elemento di novità è solo nella mano (che resta nell’ombra) dell’autore degli scatti.
Il cast non presenta personaggi di spicco: Gabriele Tinti, Gianni Dei e Magda Konopka erano dei discreti caratteristi ma nulla più.

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Il ruolo più importante è affidato alla sexy starlette Franca Gonella, specializzata in ruoli erotici in film dai titoli abbastanza esplicativi, come i decamerotici L’Aretino nei suoi ragionamenti sulle cortigiane, le maritate e… i cornuti contenti,…E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro o Quando i califfi avevano le corna ; la Gonella fa il suo con discreti risultati, grazie anche alla sua prorompente carica erotica.
Nel film infatti proprio l’erotismo assume un aspetto determinante; la protagonista Letizia usa le armi della seduzione per il suo scopo principale, la vendetta.

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Gabriele Tinti

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E poichè la Gonella è davvero un bel vedere ecco che almeno da questo punto di vista qualche sobbalzo c’è.
Meno sono quelli legati all’altro aspetto della trama, ovvero la vendetta e i conseguenti effetti speciali che sono ridotti al minimo sindacale.
Un film senza infamia e senza lode, con ritmi molto bassi e con l’unico colpo di scena che troviamo solo nel finale del film.
Decisamente troppo poco, in effetti.

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Diabolicamente… Letizia
Un film di Salvatore Bugnatelli. Con Gabriele Tinti, Franca Gonella, Xiros Papas, Magda Konopka,Gianni Dei– Giallo/Erotico, durata 92 min. – Italia 1975.

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Magda Konopka … Micaela Martinozzi
Franca Gonella … Letizia
Gabriele Tinti … Marcello Martinozzi
Gianni Dei … Giovanni
Giorgio Bugnatelli …Il bambino-cameriere
Ada Pometti … Signora Minoldi
Cesare Di Vito … Il commisario
Xiro Papas … Il misterioso ricattatore
Angelo Rizieri … Minoldi

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Regia: Salvatore Bugnatelli
Sceneggiatura: Salvatore Bugnatelli,Lorenzo Artale
Musiche: Giuliano Sorgini
Montaggio: Remo Grisanti
Editing: Piera Bruni, Gianfranco Simoncelli

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La minorenne

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Turbe adolescenziali di Valeria, ragazza di buona famiglia che è tormentata ( o forse anche oniricamente compiaciuta) da sogni erotici estremi; le cose per lei non cambiano nemmeno in un collegio di suore, visto che i sogni continuano.
Nella vita cosciente Valeria è una ragazza qualsiasi, alle prese con i problemi delle adolescenti; sogna l’amore pulito e persone di cui fidarsi, ma inevitabilmente va incontro a delusioni.

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Gloria Guida

A casa la situazione è ancora peggiore: suo padre è un industrialotto mentre la sua seducente madre è una casalinga che non disdegna avventure extra coniugali, come del resto il marito. A completare il poco edificante quadretto di famiglia ci si mette il fratello, un tipaccio che non esita a mostrare Valeria nuda agli amici (mentre naturalmente si fa il bagno).
Così Valeria è costretta a sorbirsi delusioni di ogni genere, poichè si muove in un ambiente che ha dei limiti morali molto marcati e nei quali il suo desiderio di purezza si infrange come un onda sullo scoglio.

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Ma alla fine, dopo esperienze e inevitabili delusioni, anche per lei arriverà il coronamento dei sogni amorosi.
A La minorenne, diretto da Silvio Amadio nel 1974 va riconosciuto un solo merito: quello di aver lanciato la allora sconosciuta Gloria Guida e di averla svelata (anche in senso biblico) come attrice di filmetti sexy e come bellezza ruspante dal fisico appetitoso.
Di per se il film infatti non presenta alcun motivo di interesse; la trama è assolutamente inconsistente, i dialoghi sono a dir poco imbarazzanti e la velatissima critica sociale finisce per essere sommersa da un contesto generale nel quale predomina la noia.
Si passa dai sogni erotici di Valeria, che variano dallo stupro di gruppo al sogno ad occhi aperti che vede protagonista il medico che visita le studentesse del convitto di suore dove studia la ragazza per concludersi con le squallide visioni degli amici di suo fratello, che la espone inconsapevolmente nuda agli amici allupati.

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Va da se che con queste premesse il film non può che collocarsi nel largo spazio in cui finirono tantissimi prodotti del periodo centrale degli anni settanta, quando i registi scoprirono che con due lire era possibile creare dei filmetti fatti in casa e raggranellare un bel pacco di milioni.
Silvio Amadio, regista di Frascati morto nel 1995 si era fatto una robusta fama di regista specializzato in commedie sexy a basso costo;

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suoi erano prodotti come …E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro, Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano del florido filone dei decamerotici o thriller pruriginosi come Alla ricerca del piacere e Il sorriso della iena.
In questo film Amadio si limita a guadagnarsi la pagnotta sfruttando al meglio le notevoli doti fisiche di Gloria Guida, ancora fisicamente acerba ma già in possesso di quelle caratteristiche che finiranno per risultare determinanti nella sua carriera.
Ed è proprio l’attrice meranese l’unico motivo di interesse del film; la sua forte presenza scenica fa in qualche modo dimenticare i farneticanti dialoghi di cui è costellata la pellicola, che in alcuni momenti risultano talmente pretestuosi da innervosire lo spettatore.
Perchè girare una commediola sexy in cu tutto è scopertamente e smaccatamente chiaro e contemporaneamente strizzare l’occhio ad una denuncia dei mali della borghesia se non si vuole scavare in profondità?
Poichè le scenette sexy, i sogni erotici hanno la meglio su tutto il resto appare chiaro come la sceneggiatura dell’ineffabile Piero Regnoli punti solo ed esclusivamente agli istinti pruriginosi dello spettatore con buona pace di tutto il resto.
Regnoli ha sceneggiato oltre un centinaio di film i cui titoli dicono tutto sulla sua chiamiamola specializzazione cinematografica: si va dal mitico Elena si, ma di Troia a Quella età maliziosa passando per Le dolci zie, L’educanda e tantissimi altri prodotti della commedia sexy italiana.

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Una sceneggiatura a due mani fatta da Amadio e Regnoli quindi era garanzia di morbosità, cosa che puntualmente venne applicata e sfruttata in La minorenne, a cui si può alla fine riconoscere l’unico punto di forza di una bellissima fotografia e una discreta base musicale opera di Pregadio.
In definitiva, filmetto senza pretese e senza nemmeno la presenza di attori di qualche carisma, fatta salva la comparsata di Corrado Pani impegnato a rastrellare qualche soldo senza eccessiva fatica.

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La minorenne
Un film di Silvio Amadio. Con Gloria Guida, Corrado Pani, Fabrizio Moroni, Rosemarie Dexter, Giacomo Rossi Stuart, Giulio Donnini, Marco Guglielmi, Gabriella Lepori, Mario Garriba, Luciano Rossi Erotico, durata 89 min. – Italia 1974.

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Gloria Guida: Valeria
Corrado Pani: l’artista alternativo
Silvio Spaccesi: lo zio sacerdote di Valeria
Giacomo Rossi Stuart: l’amico cinico di famiglia
Marco Guglielmi: padre di Valeria
Nino Scardina: l’assistente dello zio sacerdote

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Regia Silvio Amadio
Sceneggiatura Silvio Amadio, Pietro Regnoli
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Silvio Amadio
Casa di produzione Domizia
Musiche Roberto Pregadio

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