Quando le donne si chiamavano Madonne

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A Prato, nella pubblica piazza, si svolge un insolito processo; ad essere accusata di adulterio è la bellissima Madonna Giulia, sposata a Romildo che non è capace di consumare l’atto coniugale.
La donna così è stata sorpresa dal marito fra le braccia del suo amante Marcuzio dei Lucani.
Davanti al potestà ser Cecco, la donna rivendica il suo diritto ad essere felice con l’uomo che ama,accusando il marito di essere impotente e al tempo stesso la legge di essere stata scritta da uomini che non hanno alcun interesse alla felicità delle donne.
Spogliatasi in pubblico per mostrare le sue grazie, che madonna Giulia giudica sprecate per suo marito, ottiene da Ser Cecco di essere messa alla prova;dovrà dimostrare come suo marito sia impotente e come invece Marcuzio la sappia soddisfare.
Così la sera, a casa di Romildo, avviene una singolare competizione amorosa tra il coniuge tradito e l’amante della donna.

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Nel frattempo a Prato sono arrivati tre giovani gaudenti, Gisippo, Ruberto e Tazio che prendono alloggio a casa dello zio di Ruberto,Quinto Fulvio.
Qui i tre giovani hanno la ventura di incontrare tre belle fanciulle;la prima,Peronella, è la figlia di Quinto, la seconda Francesca è la nipote di un frate, Mariaccio mentre la terza,Lucia, è addirittura figlia di un frate.
Naturalmente i tre tentano da subito di insidiare la virtu delle ragazze.
Sarà Tazio il primo a godere delle grazie di Peronella,aiutato in questo da una governante ruffiana,mentre Roberto, per vincere le resistenze di Francesca invero non troppo forti e per eludere la sorveglianza strettissima di frate Mariaccio dovrà travestirsi da donna incinta.
Il compito più difficile lo avrà Gisippo, perchè Lucia ha un congenito timore degli uomini e il giovane dovrà ricorrere ad un astuto trucco per vincerne le resistenze.
Nel frattempo avviene la contesa tra Romildo e Marcuzio: al primo assalto Romildo si arrende,mentre Marcuzio va ben oltre ogni aspettativa.

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Il giorno dopo, davanti al popolo,Ser Cecco assolve madonna Giulia dal reato di adulterio “perchè il fatto non costituisce reato”, scornando pubblicamente il marito.
Madonna Giulia ringrazierà Ser Cecco ( e i giudici) dispensando i suoi favori…
Quando le donne si chiamavano madonne è un film boccaccesco inserito nel florido filone del decamerotico italiano;uscito nel 1972, quindi nel pieno della fortunata stagione dei cloni del Decameron pasoliniano.Diretto da Aldo Grimaldi, può essere considerato uno dei prodotti più dignitosi del genere, essendo praticamente privo delle consuete volgarità inserite nei decamerotici; piuttosto curati quindi sia i dialoghi,sia i costumi e per una volta anche le scene di sesso sono abbastanza pulite e non pecorecce.

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Tra travestimenti, assalti amorosi ed equivoci,la commedia scivola via abbastanza tranquillamente grazie anche ad un cast decisamente sopra la media, che include nomi come Vittorio Caprioli (Ser Cecco, il disponibile podestà), la splendida Edwige Fenech (madonna Giulia),Mario Carotenuto (Quinto) e Don Backy,l’amante di Giulia.
Un film senza grosse pretese, com’è ovvio che fosse, ma con dalla sua qualche battuta allegra e qualche situazione comica.
Non c’è da gridare la miracolo ma quanto meno non ci si annoia.
Film trasmesso più volte in tv,Quando le donne si chiamavano madonne è presente in una sontuosa versione ridotta in divx su Youtube, dai luminosi colori che permettono per una volta di apprezzare il film nella sua interezza.L’indirizzo è : http://www.youtube.com/watch?v=RfQsn3yYxOk

Quando le donne si chiamavano madonne

Un film di Aldo Grimaldi. Con Don Backy, Paolo Turco, Vittorio Caprioli, Edwige Fenech,Mario Carotenuto, Carlo De Mejo, Stefania Careddu, Francesca Benedetti, Rosita Pisano, Valentino Macchi, Peter Berling, Eva Garden, Renato Malavasi Commedia, durata 94′ min. – Italia 1973.

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Quando le donne si chiamavano madonne banner protagonisti

Edwige Fenech: Giulia Varrone
Vittorio Caprioli: Ser Cecco, il podestà
Stefania Careddu: Francesca
Don Backy: Marcuzio dei Lucani
Jürgen Drews: Ruberto
Paolo Turco: Tazio
Antonia Brancati: Lucia
Carlo De Mejio: Gisippo
Mario Carotenuto: Quinto Fulvo
Francesca Benedetti: Gisa
Peter Berling: Romildo Varrone
Carletto Sposito: frate Mariaccio
Eva Garden: Peronella
Renato Malavasi: il cerusico

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Regia Aldo Grimaldi
Soggetto Aldo Grimaldi, da Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Gianni Grimaldi
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Giuseppe Bassan
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Schioppa, Gloria Granati

 Quando le donne si chiamavano madonne banner recensioni

L’opinione di Bellahenry dal sito http://www.filmtv.it
Siamo al decamerotico piu classico, con location e costumi tipici del genere e una trama con buone idee non sviluppate.
la trama si divide principalmente tra la bellissima Edwige ,sempre favolosa, vittima di un marito che non la soddisfa deve difendersi in un processo per “corna” con don backy, e i tre giovani ospiti di un super Carotenuto che devono escogitare sotterfugi per poter accesso ai letti delle ragazze.
come detto le idee ci sono peccato che poi svilupparle sia un altra cosa e spesso ci si perde. l’episodio del processo viene inutilmente tirato lungo solo per un fatto di compensi, oltre alla super star edwige c’è anche un Caprioli che da solo tiene le fila di tutto …sempre bravissimo. mentre quello dei tre giovani potrebbe regalare qualche gag in piu che non c’è, ripeto un super carotenuto da solo porta avanti questo episodio.
per il genere decamerotico non è male ma la qualità generale è abbastanza bassa. nudità come sempre molto poche rispetto al credere popolare sul genere.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Ambientato nel 1395, è fra i meno disprezzabili del genere decamerotico (pur se resta sotto la sufficienza: *½) si avvale di un cast niente male nelle prime linee, ma pure con qualche sorpresa nelle seconde (da notare la sorprendente espressività della Careddu nella sua “scena madre”) e di ottimi nomi nel cast tecnico. Soffre di una certa ripetitività nella seconda parte, che causa lentezza ed una certa noia. Spettacolosa la Fenech. Curiosa la presenza della figlia di Vitaliano Brancati. Si toscaneggia benino, ma si usano a vanvera “codesto” e “affatto”.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Decamerotico sopra la sufficienza, gioca le carte vincenti del ripudio della volgarità – di solito invece parte integrante di numerose pellicole congeneri – e dell’allegria che anima familiari scenette di concupiscenze, travestimenti, libertinaggio e adultèri. La Fenech, pure in vena di comizi femministi, si prodiga con classe in nudi e amplessi multipli consumati insieme al mandrillo Don Backy sotto lo sguardo attento del giudice Caprioli, mentre Carotenuto, con inedito accento toscano, disegna un arpagone ingenuo e geloso. Un po’ di stanchezza verso il finale. ** abbondante.

L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com
Solare e stuzzicante decamerotico, curato nelle musiche e nelle ambientazioni (molto belli anche gli esterni bucolici), recitato degnamente, con dialoghi niente affatto sciatti o volgari. C’è una particolare attenzione alle figure femminili, o meglio, chiaramente, alla sessualità femminile, colta in varie sfumature (il desiderio, il pudore, la civetteria, l’audacia, la furbizia). Tutto abbastanza superficiale, ma divertente e non grossolano. Ottimo il personaggio di Carotenuto, che allegramente “toscaneggia”.

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La pelle giovane (Baby love)

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Lucy vive in una piccola cittadina industriale del nord dell’Inghilterra, in un sobborgo povero e dimesso.
E’ una bella ragazza,che frequenta la scuola locale, ma ha anche seri problemi personali;sua madre infatti è una ex prostituta,ormai dedita all’alcool e ammalata gravemente.
Rientrando da scuola, un giorno Lucy scopre che sua madre ha deciso di farla finita con la sua miserevole vita, scegliendo di tagliarsi i polsi nella vasca da bagno, in una nuvola di vapore.
Ma la donna previdentemente ha chiesto ad un suo vecchio amico (ed amore), Robert, di prendersi cura di quella ragazza rimasta ormai sola.
Robert è un dottore affermato, che vive in un’elegante casa con una moglie,Amy, ricca ma anche repressa e insoddisfatta; la coppia ha un figlio, Nick, ma ad Amy manca una figura femminile di riferimento, una figlia a cui voler bene e a cui dedicare le sue attenzioni.

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Così quando Robert decide di andare a trovare Lucy e scopre le condizioni miserevoli nelle quali vive, dopo aver parlato con la moglie, prende la decisione di comune accordo con Amy di accogliere in casa la ragazza.
Lucy accetta l’invito con diversi stati d’animo:da un lato ha un risentimento irragionevole verso Robert, che accusa interiormente dell’infelicità della madre, dovuta alla fine della relazione di un tempo, dall’altro ha un fortissimo bisogno d’amore, di protezione, di una famiglia che in realtà non ha mai avuto.
Ed è in preda a questi sentimenti che entra,in punta di piedi,nella famiglia.
Che ben presto sconvolgerà.
Perchè Lucy è una ragazza che ha in se una sensualità fortissima, della quale uno dietro l’altro gli appartenenti alla famiglia subiscono il fascino.
Poichè Lucy è perfettamente consapevole della cosa, decide di utilizzare quel suo magnetismo da Lolita, perverso e ingenuo al tempo stesso, per legare a se i componenti della famiglia stessa.

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Il primo a cedere all’ambiguo fascino della ragazza è proprio il giovane Nick, che però si vede respinto dalla ragazza; che contemporaneamente lega a se la debole e confusa Amy, sempre in bilico fra il sentimento materno verso quella ragazza che rappresenta la figlia che non ha mai avuto e il fascino sensuale che da lei proviene.
Ed è proprio con Amy che Lucy stabilisce il legame più ambiguo, che culminerà con una relazione lesbica.
Robert è attratto anch’esso dalla ragazza, ma quando si renderà conto che l’influenza della ragazza è ormai diventata quasi nefasta per il suo nucleo famigliare deciderà…
Baby love, tradotto in italiano con il furbetto titolo di La pelle giovane è un film uscito nelle sale nel 1968 che segna l’esordio dietro la macchina da presa di Alistair Reid, regista televisivo alla prima delle sue tre direzioni cinematografiche.
Il film è tratto da un romanzo di Tina Chad Christian, i cui diritti vennero acquistati dal produttore Michael Klinger ancor prima che il romanzo venisse concluso e si ispira abbastanza chiaramente al Lolita di Nabokov del quale riprende il personaggio dell’adolescente scomoda, sensuale e ingenua allo stesso tempo.

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Lucy è infatti il prototipo della ragazza perennemente in bilico tra l’adolescente che vorrebbe vivere la sua vita come tale ma che deve fare i conti con la realtà che la circonda.
Che è costituita da un ambiente dimesso e squallido, da una madre che scompare di scena immediatamente lasciandola praticamente sola ad affrontare una vita che per lei si prospetta densa di incognite.
L’arrivo di Robert, medico di Hampton Court,cinico ed arrivista, che ha sposato la debole Amy per i soldi e per il prestigio sociale, rappresenta per Lucy un occasione di riscatto e un trampolino di lancio verso un futuro meno nero.
Consapevole del suo fascino torbido da adolescente bella e sensuale, Lucy porterà scompiglio nella famiglia, fino al drammatico finale che lascia aperta la porta all’interpretazione dello spettatore, un finale enigmatico del quale ovviamente non parlo per far gustare allo spettatore il fascino che emana.
la pelle giovane è un film drammatico ben condotto e guidato da Reed, che descrive molto bene la ragnatela di sentimenti e di passioni proibite in cui Lucy trascina la famiglia di Robert, descrivendone le contraddizioni e le debolezze senza mai scivolare nel patetico o all’opposto nel pruriginoso.
La scena madre della seduzione (davvero apparente) di Amy nei confronti di Lucy è emblamitca in questo senso; la donna abbraccia la ragazza e poi la bacia mentre la camera sfuma lentamente la sequenza senza indugiare sull’aspetto morboso della cosa.

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Unico neo la frammentarietà del personaggio di Lucy, che non è mai esplicitato in modo tale da far capire fino a che punto la ragazza voglia davvero una protezione da una figura paterna e da un surrogato di madre rappresentato da Amy e quanto invece decida coscientemente di sfruttare la propria carica seduttiva per intrappolare i componenti della famiglia e vivere così un’esistenza più agiata.
I tempi del film sono dilatati e in effetti mostrano i complicati rapporti fra Amy e Robert, l’inquieta personalità di Nick e l’enigmatica figura di Lucy ce sconvolgerà l’equilibrio ipocrita della famiglia, con Robert e Amy ormai arrivati al capolinea del loro matrimonio mantenuto in vita solo dal formalismo e dalla necessità di lasciare inalterato il proprio status sociale.
L’uscita del film non creò particolari problemi con la censura, nonostante la tematica scabrosa;intelligentemente Reed costruisce un film attento a non privilegiare l’aspetto morboso della storia,che pur si prestava a stimolare il voyeurismo dello spettatore.
Il personaggio di Lucy, a differenza di quello del celebre Lolita, usa la sensualità come un mezzo per ottenere la stabilità affettiva piuttosto che l’appagamento dei sensi.

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In questo senso appare assolutamente perfetta la scelta dell’attrice Linda Hayden, esordiente dalle ottime capacità recitative ma non particolarmente appariscente.
Stranamente la Hayden non avrà una carriera esaltante, nonostante la qualità del suo debutto e la fama ricavata sia da Baby love sia dai due film successivi, La pelle di Satana e Una messa per Dracula.
Bene il resto del cast e la fotografia; il film è assolutamente introvabile nella versione italiana e non è mai passato in tv.
Su You tube c’è la versione originale del film, di bassissima qualità;chi ha buona padronanza dell’inglese può avventurarsi nella visione di questo film che consiglio vivamente.

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La pelle giovane
Un film di Alastair Reid. Con Linda Hayden, Ann Lynn, Keith Barron Titolo originale Baby Love. Drammatico, durata 93 min. – Gran Bretagna 1968

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Diana Dors …La madre di Lucy
Linda Hayden …Lucy
Troy Dante …L’amante
Ann Lynn …Amy
Sheila Steafel … Tessa
Dick Emery … Harry
Keith Barron … Robert
Lewis Wilson … Prete
Derek Lamden … Nick
Patience Collier … La signora Carmichael
Terence Brady …L’uomo nel negozio
Marianne Stone … La proprietaria del negozio
Christine Pryor …Una ragazza che fa shopping
Yvonne Horner …Una ragazza che fa shopping
Vernon Dobtcheff …L’uomo nel cinema

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Regia:Alastair Reid
Romanzo:Tina Chad Christian
Sceneggiatura:Alastair Reid,Guido Coen, Michael Klinger
Produzione:Guido Coen,Michael Klinger
Musiche:Max Harris
Fotografia:Desmond Dickinson
Montaggio:John Glen
Art Direction:Scott MacGregor

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Oltre l’Eden

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Oltre l’Eden di Alain Robbe-Grillet è il quarto film del regista e sceneggiatore francese di Brest.
Il primo a colori che segue L’uomo che mente l’ultimo suo lavoro del 1968.
parlare di questo film analizzandone la trama è operazione praticamente inutile oltre che impossibile; la struttura tipica dei film di Grillet infatti impedisce di narrare una trama essendo costruiti gli stessi come frammenti non riconducibili ad un solo filo conduttore.
Nello specifico Oltre l’Eden appare strutturato,utilizzando un paragone pittorico, come un museo dalle diverse sale in cui siano presenti gallerie di vari pittori; in questo caso l’artista dominante è Mondrian, con le sue pitture schematiche e i colori rosso, giallo, blu e nero e le sue linee nette.
Grillet, che odiava il verde, tanto da non voler girare film a colori, trova in Mondrian il suo mentore e costruisce attorno alle sue tavole un film in cui più che la trama, la storia, appare importante la rappresentazione visiva dei suoi sogni onirici, che troveranno nel film stesso l’esaltazione massima nella figura della protagonista.

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Il film è,per farla breve, composto da veri e propri quadri viventi che formano un percorso labirintico nel quale si innesta una trama volutamente oscura;l’Eden in effetti è un bar frequentato da studenti, caratterizzato da vetrate e quadri appesi alle pareti che altro non sono che riproduzioni delle opere di Mondrian.
Nel bar la sera vengono rappresentati spettacoli di puro stile sado maso, a base di feticci erotici che però non hanno alcun potere coinvolgente sullo spettatore, vista la resa asettica, quasi chirurgica che Grillet impone as usual ad un suo film.
La protagonista della storia è Violette, una ragazza della quale non conosciamo nulla ( e non conosceremo nulla); Violette una sera incontra nelle’Eden un misterioso straniero, che affascina e affabula i presenti con giochi di prestigio e lunghi racconti dei suoi viaggi in Africa.
Violette, affascinata, accetta di prendere una sostanza stupefacente e la sera, su invito del misterioso straniero, si reca in una fabbrica, dove ha degli incontri inquietanti.
Ritrova lo straniero morto all’uscita dalla fabbrica, dalla quale la ragazza è uscita con molta difficoltà:l’uomo stringe tra le mani una cartolina di Djerba, una località della Tunisia.

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Al rientro a casa Violette scopre di essere stata derubata di un dipinto,decide di seguire l’indizio della cartolina e parte per la Tunisia dove scopre che un artista ha lo stesso volto dell’uomo morto nella fabbrica.Diviene l’amante dello scultore,ma viene rapita da un gruppo di giovani che sono l’esatta replica dei suoi amici dell’Eden.
Adesso è lei la protagonista degli spettacoli feticistici dell’Eden e dopo essere stata sottoposta a sevizie,grazie all’aiuto di una ragazza che è l’esatta immagine di se stessa, riesce a fuggire giusto in tempo per scoprire che anche lo scultore è morto.
La storia ritorna all’Eden, dove Violette scopre che forse nulla è accaduto, che forse tutto è dovuto all’assunzione della droga, o che forse…
Come accennato all’inizio, Oltre l’Eden appartiene marginalmente alla cinematografia, solo per il fatto che utilizza il cinema per mostrare immagini in movimento;qui siamo di fronte ad un’opera non classificabile e non catalogabile, proprio per le caratteristiche di narrazione destrutturata delle vicende dei protagonisti del film, che appaiono come quadri in movimento e immersi sostanzialmente in uno spazio tempo dilatato e non afferrabile.

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La struttura stessa del film è quasi circolare,con la partenza dall’Eden e il ritorno al punto d’origine;in fondo non è importante il fatto che Violette sia o non sia protagonista della storia, se abbia o no vissuto le avventure raccontate nel film.
Conta il linguaggio visivo e qui iniziano i guai.
troppe le citazioni e i simboli che utilizza il regista francese per districarsi nella pellicola per cui alla fine ci si deve accontentare di un viaggio in una galleria pittorica fuori dallo spazio, in cui tutto ha solamente la dimensione di ciò che si vede, quasi un invito a prendere e fruire delle immagini stesse senza troppi problemi, accontentandosi di far gustare agli occhi le colorazioni straordinarie della pellicola, dei quadri astratti e se vogliamo, in ultima analisi, della visionarietà del racconto.
Il film esce nel 1970 ed è opera di grande impatto emotivo a patto però di dimenticare la narrazione cinematografica; per Grillet conta poco e nulla, quello che vuole è far immergere lo spettatore in un mondo dove i sensi devono essere stimolati e possibilmente plasmati dalla visione senza una logica stringente di quello che scorre sullo schermo.
Ci sono dei nudi nel film ma l’erotismo è sotto zero; nulla stimola i sensi e la libidine proprio perchè sembra di essere di fronte a dei quadri esposti come arte a se stante.

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Il nudo diventa sublimazione dei sensi e non partecipazione diretta o vojeuristica.
Chiunque voglia avvicinarsi a questa o altre opere di Grillet non può prescindere da un dato fondamentale; il suo cinema non è soltanto visionario, è puramente opera visiva che stimola i sensi.
Un film in anticipo sui tempi o assolutamente fuori da ogni contesto?
Forse una cosa e l’altra.
Pure sbaglierebbe chi si accosta a quest’opera e cercasse di coglierne aspetti particolari o messaggi intrinseci.
Basta solo godersi quello che si vede e lasciarsi trascinare dalla vista.
Oltre l’Eden è opera praticamente introvabile in rete e non risulta nemmeno passata di recente in tv, per cui chiunque voglia vederla dovrà puntare su versioni in commercio in DVD.
Oltre l’Eden
Un film di Alain Robbe-Grillet. Con Catherine Jourdan, Pierre Zimmer, Richard Leduc Titolo originale L’Eden et après. Drammatico, durata 100′ min. – Francia 1971.

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Catherine Jourdan: Violette
Lorraine Rainer: Marie-Eve
Sylvain Corthay: Jean-Pierre
Richard Leduc: Marc-Antoine
Pierre Zimmer: Duchemin
Ludovít Króne: Franc
Jarmila Kolenicová: Sona
Juraj Kukura: Boris
Catherine Robbe-Grillet: Donna

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Regia Alain Robbe-Grillet
Soggetto Alain Robbe-Grillet
Sceneggiatura Alain Robbe-Grillet
Produttore Samy Halfon
Fotografia Igor Luther
Montaggio Bob Wade
Musiche Michel Fano
Scenografia Anton Krajcovic

Titolo originale L’éden et après
Lingua originale Francese
Paese di produzione Francia, Cecoslovacchia
Anno 1970
Durata 93 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 16:9

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L’opinione di kotrab dal sito http://www.filmtv.it
Un altro Robbe-Grillet impegnato in un algido percorso misterioso, una non-storia dove i tempi non sono assoluti e gli spazi si intersecano, con pareti alla Mondrian che imprigionano, esterni assolati, luoghi non-luoghi difficili da percorrere, case dalle superfici abbaglianti che annullano il loro spessore e assorbono la vita, violenze e omicidi dove la morte non è mai tale, è apparenza, e ricerche di un niente che però è già stato trovato. Oltre l’Eden è stato costruito con uno stretto legame alla sua musica di commento ed è uno dei due risultati prodotti dal montaggio diverso di uno stesso materiale filmico, secondo il modello della musica aleatoria novecentesca: infatti, a partire da una serie di inquadrature girate, sono risultati i due film Eden et aprés e N. a pris les dés (“N. ha preso i dadi”; titolo originale acronimo).

L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.it
L’Eden come allegoria: è un locale ed un Paradiso in apparenza, ma varcato il suo ingresso, può trasformarsi, all’evenienza, anche nell’Inferno. Un gruppo di giovani sperimenta esperienze estreme, al limite della violenza e dell’erotismo, all’interno di un ambiente contorto. Spentosi nel febbraio di quest’anno, Grillet è stato regista noto sostanzialmente per l’acclamato dramma dal titolo Trans-Europ-Express (1966). Eppure l’autore, pur se con il contagocce, ha dato corpo (e voce a scritti) a pellicole quasi “maledette”, poiché proiettate avanti, ed estranee, al tempo della loro realizzazione.

L’opinione di Fauno http://www.davinotti.it
Come idee e trovate può essere geniale, ma per poterlo apprezzare è necessaria una cultura generale anche su altri tipi di arti figurative, oltre ad essere cinefili polivalenti; altrimenti è inevitabile che la forte curiosità iniziale ceda il passo alla noia, dovuta alla lentezza del film. Nulla da dire su trucco, estetica e scenari, specialmente le oasi, ma se non siete amanti di film ermetici, di mimica o di pittura e scultura, astenetevi dal vederlo.

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Lucrezia Borgia l’amante del diavolo

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La figura storica di Lucrezia Borgia è una delle più controverse e al tempo stesso denigrate della storia.
Figlia naturale di Papa Alessandro VI Borgia e di Vannozza Cattanei,Lucrezia è stata dipinta dai biografi dell’epoca come una donna dissoluta,dedita ai piaceri più sfrenati e legata a suo padre e a suo fratello Cesare,il Valentino,da legami incestuosi.
In realtà Lucrezia fu probabilmente più vittima dei giochi politici del padre e in sub ordine del fratello che donna capace di decidere la propria vita;le stesse fonti malevole riportano la diceria, totalmente inventata,di una Lucrezia avvelenatrice e lussuriosa; lo dimostra la condotta di moglie esemplare e madre affettuosa che Lucrezia tenne quando diventò la consorte di Alfonso d’Este duca di Ferrara.


La bellissima Lucrezia morì di setticemia seguita all’ultimo parto quando aveva 39 anni;era al nono parto e l’ultimo le risulterà fatale.Alla sua morte tutto il ducato la pianse, perchè la donna descritta come amorale e viziosa era stata in realtà una moglie fedele e una madre esemplare,nonostante i gravi lutti che la perseguitarono, con la scomparsa di ben quattro dei figli avuti dal duca tutti morti in tenera età.
Una figura,la sua, che risentì delle maldicenze dei cronisti, tutti in qualche modo colpiti dal papa Alessandro VI, figura questa sicuramente dai lati molto più bui, uomo dedito ai piaceri della carne e della gola, anche se fu comunque un buon amministratore a livello politico.
Nel 1968 Osvaldo Civirani, regista e sceneggiatore con alle spalle qualche western e un paio di peplum stende la sceneggiatura di Lucrezia Borgia l’amante del diavolo, con la collaborazione di Jofré Durel e Wilhelm Sorger e ne cava fuori un film in costume che racconta, in maniera approssimativa e sopratutto abbastanza infedele dal punto di vista storico, la vita di Lucrezia Borgia.

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A rivestire i panni della futura duchessa d’Este chiama Olga Olga Schoberová, una bellissima attrice dell’allora Cecoslovacchia che aveva alle spalle una quindicina di pellicole di basso valore, nessuna delle quali meritevoli di un cenno biografico.
Olinka Berova,nome d’arte che la biondissima attrice sceglierà da questo momento in poi è sicuramente bellissima;ha un fisico mozzafiato e una cascata di capelli biondi ed è stata lanciata come l’erede naturale di Brigitte Bardot e di Ursula Andress.
Ma se la bellezza c’è e il fisico anche, la Berova non è certo un’attrice di spessore.
Il dover recitare in pellicole spesso a basso costo, con sceneggiature approssimative e in produzioni senza grossi nomi di richiamo la penalizzeranno non poco; questo film non aumenterà certo il suo prestigio,trattandosi a tutti gli effetti di un b movie in piena regola.

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La storia narrà delle vicende di Fabrizio Aldovrandi,un giovane sopravvissuto allo sterminio della propria famiglia organizzato da Alessandro VI e portato a termine dal Valentino, Cesare Borgia, che ancora una volta appare in un film come l’anima nera e braccio armato del papa.
Fabrizio, ferito,si rifugia in un convento dove conosce Lucrezia;la ragazza è stata confinata li per volere di suo padre e di suo fratello, sia per la sua condotta scandalosa sia perchè destinata a diventare sposa di qualche nobile influente nello scacchiere politico.
Tra i due, che dovrebbero in realtà essere nemici giurati, visto l’eccidio che ha sterminato la famiglia Aldovrandi,scoppia l’amore.
Ma tra i due si erge minacciosa la figura del Valentino…
Caratterizzato da un ritmo sonnacchioso, da una sceneggiatura improbabile e da un pizzico (davvero pizzico) di erotismo soft, Lucrezia Borgia l’amante del diavolo è un prodotto per certi versi assimilabile al filone dei film di cappa e spada, ribattezzati ingloriosamente “chiappa e spada”.
In questo il film tradisce clamorosamente le aspettative; non c’è il ritmo necessario e le scene di erotismo sono ridotte al lumicino;il che non è certo un male, alla luce di quello che si vedrà sugli schermi negli anni successivi.
Apprezzabili invece i costumi, le scenografie e la luminosità della fotografia.

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Certo, da sole queste componenti non bastano a nobilitare la pellicola, tuttavia il film stesso non va liquidato e gettato nella spazzatura.
Merito anche sia della Berova di Gianni Garko e di Lou Castel, che offrono professionalità al ruolo interpretato.
Il film è assolutamente introvabile in rete, tuttavia è da poco tempo disponibile in versione dvd.

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Lucrezia Borgia l’amante del diavolo
Un film di Osvaldo Civirani, con Olinka Berova,Lou Castel,Gianni Garko,Dada Gallotti,Franco Ressel .Storico, Italia 1968

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Olinka Berova … Lucrezia Borgia
Lou Castel … Cesare Borgia
Gianni Garko … Fabrizio Aldobrandi
Nina Sandt … Contessa Giulia Farnese
Giancarlo Del Duca … Giovanni Borgia
Dada Gallotti … Bianca
Franco Ressel … Ambasciatore d’Aragona
Giovanni Ivan Scratuglia … Soldato di Fabrizio
Leon Askin … Alessandro VI
Corrado Monteforte … Gasparri
Ernesto Colli … Valletto ambasciatore
Fedele Gentile … Cardinale

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Regia: Osvaldo Civirani
Sceneggiatura:Osvaldo Civirani,Jofré Durel e Wilhelm Sorger
Produzione:Osvaldo Civirani,Jofré Durel
Musiche:Coriolano Gori
Montaggio:Nella Nannuzzi
Fotografia:Osvaldo Civirani

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Lucrezia Borgia è una figura perseguitata dal proprio mito.
Il mito di una donna bellissima,ma anche amorale,priva di scrupoli,incestuosa e libertina,e,come se non bastasse,avvelenatrice.
Di tutti gli aggettivi sopra esposti l’unico probabilmente rispondente al vero è bellissima.
Perché le cronache del rinascimento la descrivono come una donna molto sensuale,affascinante e dalla grazia innata.
Il resto nasce da leggende spesso prive di fondamento,nate sulla scia della sua appartenenza alla famiglia Borgia.
Lucrezia nasce nel 1480,a Subiaco.
E’ figlia di Rodrigo Borgia,il futuro Alessandro VI e della dama Vannozza Cattanei,che darà a Rodrigo altri tre figli,Giovanni,Goffredo e Cesare,il duca Valentino.
Quello in cui vive,fin da piccola,è un ambiente saturo di immoralità,di beghe politiche e di intrighi.
E lei,che è una donna tipica del rinascimento,assoggettata al potere maschile e in particolare del padre-padrone,vive la sua vita in supina obbedienza alla ragione di stato,quella che Alessandro VI,suo padre,le impone ogni volta che la sua vita arriverà a quello che crede un punto fermo.
Ha solo 13 anni quando viene promessa sposa a Giovanni Sforza,nobile milanese della potente famiglia;Alessandro VI ha bisogno di alleati,e gli Sforza sono una famiglia potente e rispettata.
Dopo poco tempo,le necessità politiche della famiglia cambiarono,e Alessandro VI posò gli occhi su un nuovo partito che avrebbe portato nuove alleanze politiche.
Ma la presenza di Giovanni impediva di coronare i piani dei Borgia,così il papa escogitò un sistema sbrigativo per liberarsi dello Sforza:accusò il povero giovane di non aver adempito al dovere coniugale,e dichiarò nullo il matrimonio.
Pressato anche dalla sua famiglia,Giovanni Sforza accettò l’ingrato ruolo di marito impotente,consolandosi con la ricca dotte di Lucrezia,che gli restò come risarcimento.
Nel frattempo il potere dei Borgia si estendeva,grazie alla politica sicuramente discutibile,ma altrettanto efficace di Alessandro,ben coadiuvato dal figlio Cesare,uomo privo di scrupoli e fedele esecutore degli ordini paterni.
L’odio verso i Borgia montava,trasformandosi anche in maldicenza,che non risparmiava alcun componente della famiglia.
Giovanni era dipinto come un uomo dedito solo a vizi e dolce vita,Goffredo come una nullità;Cesare era temuto e rispettato nello stesso modo in cui era odiato.
Il disprezzo si concentrava naturalmente su Alessandro VI,di cui si conosceva la scandalosa relazione con Giulia Farnese,giovane rampolla della nobiltà romana,e naturalmente su Lucrezia.
Di lei si arrivò a dire,senza probabilmente alcun fondamento,che intrattenesse rapporti incestuosi con suo padre e con Cesare;che possedeva un anello nel quale c’era un potente veleno con il quale uccideva i suoi amanti;che partecipasse a sabba infernali nelle stanze del papa.
Maldicenze,dicerie.
L’odio per i Borgia era fortissimo e fu alimentato soprattutto dagli scritti di Burcardo,biografo ufficiale dei Borgia,che di sicuro inventò di sana pianta alcune storie.
Torniamo a Lucrezia,che,nella pausa dell’annullamento del suo matrimonio,stringe una relazione con il messo di papa Alessandro,Perotto,dal quale avrà un figlio,partorito in gran segreto prima delle seconde nozze con il diciottenne Alfonso d’Aragona,duca di Risceglie.
Il povero Perotto verrà ucciso dallo stesso Cesare,cosa che sconvolgerà Lucrezia.
L’incontro con Alfonso fu determinante per Lucrezia;era un bel giovane,lei era affascinante,e i due si innamorarono.
Dall’unione nacque un figlio,che venne chiamato,in onore del papa,Rodrigo.
Ma le mutevoli condizioni della politica portarono ben presto Alessandro VI a considerare,il matrimonio di Lucrezia,come un peso.
Fu così che ne decise l’eliminazione.
Ma Alfonso,avvertito da Lucrezia,scappa.
Tornerà solo con un salvacondotto papale e con l’assicurazione che non gli sarebbe successo niente.
Un inganno fatale.
Una sera Alfonso viene aggredito da misteriosi pellegrini e ferito gravemente.
Riuscirà a ristabilirsi,ma verrà strangolato nel suo letto dall’anima dannata di Cesare,il sicario Michelotto.
Per Lucrezia è un colpo terribile;per la prima volta si era veramente innamorata,e pensava di aver trovato la felicità lontano dall’atmosfera corrotta di Roma,lontana dalle mire del padre e del fratello.
Decide di ritirarsi in un convento e ci rimane per un po’.
Ancora una volta la ragione di stato ebbe la meglio,e Lucrezia venne richiamata a Roma,promessa sposa di Alfonso d’Este duca di Ferrara.
Un altro matrimonio politico,temuto soprattutto dal duca,sia per la temibile fama che precedeva Lucrezia,sia per la fine burrascosa dei suoi precedenti matrimoni.
Lucrezia arriva a Ferrara,dove ben presto diventa la duchessa di tutti.E’ bella,è intelligente,è amata.
Protegge artisti e poeti,e la sua corte è tra le più raffinate d’Europa;il suo salotto è frequentato dall’Ariosto,dal Bembo.
Una vita finalmente felice,da sposa e madre esemplare;darà ben sei figli al suo duca,quattro dei quali,però,moriranno in tenera età.
Nel frattempo,però la stella dei Borgia si oscura;Giovanni è morto in un misterioso agguato,nel quale probabilmente non è estraneo Cesare.
A Roma,durante un banchetto,Alessandro VI si sente male;dopo ore di atroce agonia,il papa muore.
Anche se,nello stesso banchetto,ci sono altre persone che si sentono male,Alessandro è l’unico a morire;l’intossicazione da cibi guasti sembra aver colpito mortalmente solo lui.
Ecco la descrizione dell’effetto che fece la morte di Alessandro VI,descritta vividamente dal Guicciardini:
Concorse al corpo morto d’Alessandro in San Piero con incredibile allegrezza tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi d’alcuno di vedere spento un serpente che con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di orribile crudeltà di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza distinzione le cose sacre e le profane, aveva attossicato tutto il mondo; e nondimeno era stato esaltato, con rarissima e quasi perpetua prosperità, dalla prima gioventú insino all’ultimo dí della vita sua, desiderando sempre cose grandissime e ottenendo piú di quello desiderava.”
La morte di Alessandro sarà seguita da quella del Valentino,ucciso in un agguato in Francia,nel 1507.
Otto anni dopo toccherà a lei,la duchessa di Ferrara,morire in giovane età.
Lucrezia ha 39 anni,e ha otto parti alle spalle;il nono le sarà fatale,perché morirà di setticemia subito dopo.
Anche la piccola nata non vivrà a lungo.
Con Lucrezia si eclissa,in pratica,la meteora dei Borgia.
Una famiglia che ebbe sicuramente un’influenza nefasta in un periodo storico di per se molto movimentato;ma la demonizzazione della loro storia non è giustificata dalla effettiva portata degli eventi che contribuirono a modificare.
Soprattutto la figura di Lucrezia ha avuto,nel corso degli ultimi anni,una rivalutazione in senso positivo:lungi dall’essere la figura quasi demoniaca dipinta dai contemporanei,si è trasformata in una donna vittima di oscure trame di potere,prigioniera di un ruolo mai scelto,ma subito,per quella tacita accettazione di un destino a cui nessuna donna poteva ribellarsi.
Nobile o popolana,la donna era schiava del proprio destino e Lucrezia non faceva eccezione.
Una figura diventata,nel tempo,l’emblema dell’emancipazione.

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Massimo Pirri, regista e sceneggiatore romano prematuramente scomparso nel 2001 a 55 anni è stato un regista che nella sua carriera ha diretto solo 7 film, il più famoso dei quali è sicuramente L’immoralità,uscito nel 1978 e che suscitò un’ondata di polemiche sia per il tema trattato (una relazione a tre tra un assassino pedofilo, una donna e la sua figlia adolescente) sia per le scene di sesso tra il protagonista e Karin Trentephol,all’epoca appena tredicenne, che ovviamente venne sostituita da una controfigura nelle scene più torride.
Calamo è il suo primo film diretto nel 1976 ed è opera complessa e al tempo stesso irrisolta, densa com’è di riferimenti al mondo borghese e ai giovani rampolli della borghesia stessa, stretti tra il desiderio di evasione e di ribellione al mondo a cui appartengono e l’impossibilità di sfuggire alla prigione dorata nella quale vivono comunque agiatamente e dei cui simulacri non sanno e non possono fare a meno.

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Lino Capolicchio e Valeria Moriconi

Un film in cui Pirri mescola elementi tipici del cinema di Bunuel, senza minimamente arrivare a lambire le vesti del vate spagnolo a tentativi di innovazione del cinema, attraverso dialoghi e situazioni che spesso spiazzano lo spettatore rendendo il film per certi versi affascinante ma per la maggior parte del tempo piuttosto noioso attraverso una verbosità eccessiva ed estenuante.
Pirri mette troppa carne al fuoco e stende una sceneggiatura a tratti schizofrenica, disinteressandosi della trama e privilegiando la contrapposizione frontale tra i due mondi a cui appartengono i due gruppi di individui che costituiscono l’ossatura del film, visti attraverso i comportamenti spesso incomprensibili che mostrano nel corso del film.
Discorso che può apparire fumoso, ma certo è concettualmente difficile esprimere a parole un film dall’andamento poco lineare, in cui i personaggi principali appaiono a tratti quasi grotteschi nelle personalità, nei gesti e più ancora nei dialoghi.

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Con queste premesse diventa difficile anche dare indicazioni sulla trama senza rischiare di fuorviare l’attenzione dello spettatore;cosa è più importante nel film, la vicenda personale del protagonista oppure il mondo che lo circonda, i giovani borghesi che frequenta oppure gli hippy che segue senza tuttavia integrarsi?

La pellicola inizia mostrandoci il protagonista, Riccardo, un giovane che studia in Svizzera da seminarista osservare una ragazza e due ragazzi in riva al mare;la ragazza si spoglia davanti ai due ragazzi, salvo poi fuggire appena si accorge della presenza di Riccardo.Il giovane,turbato, torna a casa dove ad attenderlo c’è la sorellastra Stefania, con la quale ha una relazione incestuosa;la scena si trasferisce a tavola, dove un gruppo eterogeneo di persone è seduta accanto al padre di Riccardo.
Durante il pranzo,l’uomo pontifica sulla situazione politica, usando termini sprezzanti verso le la classe operaia (“ci vorrebbe il manganello, nessuno tira la cinghia come abbiamo fatto noi“), suscitando la reazione di Riccardo quando accenna al desiderio di quest’ultimo di diventare prete.

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E’ il primo momento topico del film, distonico e schizofrenico, in cui la varia umanità del mondo borghese sembra unirsi compiutamente attraverso dialoghi reazionari;la scena in cui la ragazza che i genitori vorrebbero affibbiare a Riccardo si mette le mani tra le gambe toccandosi le parti intime e poi passandosi vogliosa le dita tra le labbra suggerisce compiutamente l’unione con un altro simulacro del mondo borghese,il sesso.
Riccardo sfugge a questo primo “agguato” urlando la sua voglia, il suo desiderio di diventare prete; forse è una reazione al mondo ipocrita a cui comunque appartiene,forse è solo un gesto di sfida verso il padre,chissà.
Per tutto il film non sapremo mai quanto il giovane sia convinto della sua scelta e quanto piuttosto intenda rimarcare la distanza con quel mondo che sembra essergli così estraneo.
Poi Riccardo riprende la sua tormentata relazione con Stefania, fino a quando la donna non gli confessa di essere sul punto di sposarsi;Riccardo torna in Svizzera e casualmente incontra un gruppo di giovani hippy, con i quali stringe amicizia.
Attratto dai giovani, un gruppo di borghesi che sembra voler vivere fuori dai rigidi schematismi della classe alla quale appartengono,Riccardo si lega ad una ragazza del gruppo; è l’inizio di un’esperienza tormentata, che passerà attraverso il superamento dei rigidi schemi borghesi, attraverso la sperimentazione dell’amore libero e dell’uso delle droghe.

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Quando alla fine,Riccardo capirà che quella del gruppo è solo una ribellione pro forma alla società ed ai suoi totem, deciderà di riprendere la tonaca da prete,che ha portato sempre con se ma…
Con un andamento schizoide, mescolando dialoghi a volte eccessivamente verbosi, a volte schematici e irritanti, a volte ancora semplicemente decadenti,Pirri da la sua descrizione del mondo borghese senza tuttavia uscire dal rigido binario del dualismo conformismo/anticonformismo.
Lo stesso personaggio principale, Riccardo, appare prigioniero di un mondo al quale vorrebbe sottrarsi ma che lo irretisce anche quando decide di uscirne, finendo per lasciarsi andare in maniera indolente incontro ad esperienze che alla fine lo lasceranno ancor più pieno di dubbi.
Dubbi che assalgono anche lo spettatore, indeciso su come decifrare gli ambigui messaggi di Pirri; scene apparentemente slegate dal tema principale si susseguono creando un’atmosfera di palese imbarazzo.
Cosa pensare ad esempio delle sequenza disturbante dell’aborto della giovane “hippy” interpretata dalla Senatore?
Pesanti dubbi vengono poi analizzando l’interpretazione di Capolicchio; il personaggio di Riccardo ha una personalità ondivaga e lui ne accentua le caratteristiche con una recitazione ai limiti dell’isteria, accentuando quelli che sono di base i tormenti di un’anima inquieta con una resa recitativa più da teatro che da cinema.

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Paola Montenero

Cosa che fa anche la Moriconi, il cui personaggio è ancor più indecifrabile sia nelle mosse sia nelle motivazioni che la spingono tra le braccia del fratellastro, attraendolo e respingendolo contemporaneamente,in un assurdo gioco di seduzione sado masochistico.
La bravissima attrice sembra anch’essa dare un taglio teatrale alla sua interpretazione, tanto che se aggiungiamo la bravissima Paola Montenero, che interpreta il ruolo della ragazza di cui temporaneamente si innamora Riccardo, avremo un gruppo di attori che sembrano strappati di peso da un palcoscenico.
Curiosa la decisione di Pirri di far lavorare la sua compagna del tempo, la Montenero, con le parti intime completamente depilate, cosa che rende il film più incline ad essere un softcore movies che una pellicola d’autore.
Troppe infatti le scene di nudo fuori contesto per non ingenerare il legittimo sospetto che Pirri abbia voluto ancor più assorbire l’attenzione dello spettatore con il buon vecchio sistema di sbandierare l’eros a tutto spiano.
Nel cast figurano anche Paola Senatore, con un colore di capelli biondo che le stravolge completamente il volto e il compianto Aldo Reggiani, sacrificato nel ruolo di un giovane borghese che non ha alcun peso nel film.
Il giudizio finale sul film stesso non può non partire dalla considerazione che comunque è apprezzabile il tentativo da parte di Pirri di percorrere strade poco battute;il problema è il modo in cui lo fa e qui abbiamo praticamente già detto tutto in fase di recensione.

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Per chi volesse cimentarsi con quest’opera comunque anticonvenzionale, arriva a proposito la riduzione in divx del film, splendida e luminosa caricata pochi giorni fa da un emerito “youtubista”: il film infatti è disponibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=RbUEv1W7_lE e dovrebbe essere in versione integrale.

Càlamo
Un film di Massimo Pirri. Con Valeria Moriconi, Raffaele Curi, Aldo Reggiani, Lino Capolicchio, Paola Senatore, Paola Montenero, Rita Livesi, Lorenzo Piani, Jacques Stany Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1976.

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Lino Capolicchio: Riccardo
Valeria Moriconi:Stefania
Paola Montenero:La ragazza hippy
Paola Senatore:la bionda hippy
Aldo Reggiani:un giovane hippy

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Regia: Massimo Pirri
Sceneggiatura: Massimo Pirri, Pier Giovanni Anchisi
Musiche:Claudio Tallino
Montaggio:Cleofe Conversi
Fotografia:Riccardo Pallottini

“ E’ un film che parla di giovani e dell’impossibilità materiale di comunicazione fra i due grandi gruppi in cui essi si dividono. Nel primo, quelli pienamente realizzati o che hanno già individuato strade e strumenti per raggiungere i loro obiettivi. Nel secondo, coloro che questi strumenti non li possegono, per diversi motivi, e che dunque non riescono a realizzarsi. L’incontro o lo scontro di questi due blocchi, che reciprocamente si attirano, provoca un “corto circuito”. Ci sono implicazioni politiche, ma mediate da questi elementi: il mio esame si compie attraverso un occhio che non divide in fazioni, ma che diviene, però “fazioso” quando individua le strutture che ingabbiano molti giovani, occultando loro i mezzi che possono aiutarli a definirsi e prendere coscienza di se stessi”. (Massimo Pirri)

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L’opinione di mm40 da http://www.filmtv.it
Il debutto dietro la macchina da presa del trentunenne Massimo Pirri è all’insegna del cinema autoriale, con una sceneggiatura complessa e spigolosa scritta dal regista stesso in collaborazione con Pier Giovanni Anchisi, fino a quel momento caratterista e autore per produzioni di serie B/C. Non che qui la situazione sia nettamente migliore, anzi: il budget è piuttosto ridotto e l’unica nota davvero positiva a riguardo della produzione sta nello sfoggio di un poker di interpreti di discreto livello (Lino Capolicchio, Valeria Moriconi, Aldo Reggiani, Paola Senatore). Per il resto il film naufraga ben presto, vittima di ambizioni troppo alte, con dialoghi pretenziosi che si accoppiano (male) a frequenti scene di nudo spesso totalmente gratuite; si dice che Pirri puntasse a scimmiottare Bunuel, ma forse sarebbe stato già abbastanza per lui raggiungere un Alberto Cavallone. Ad ogni modo ciò che qui manca è la personalità del regista, roba che non si compra, nè tantomeno si imita. Fotografia cupa (ma chissà quanto dipende dalla visione in vhs di qualità scadente) di Riccardo Pallottini, fra un poliziottesco e l’altro, che diventerà collaboratore fisso di Pirri nei suoi prossimi lavori.

L’opinione di ezio da http://www.filmtv.it
Un cultissimo del cinema di genere anni settanta.Ambizioni alte e non tutte risolte ma si intravede una interpretazione psicologica ben descritta dall’ottimo Capolicchio e dalla brava Montenero,attrice di teatro prestata al cinema,come spiega bene lei negli extra dell’imperdibile collana cinekult ,la bibbia dell’home video sul cinema di genere.Siamo sempre li!! Cinema cosi’ oggi possiamo solo sognarcelo.,allora si rischiava,nel bene e nel male.Imperdibile per gli appassionati del genere.Tanti nudi ,anche quello depilato di Paola Montenero,il regista spiega il perche’ negli extra….

L’opinione di Homesich dal sito http://www.davinotti.com
Parabola mortale di un giovane seminarista senza vocazione, schiacciato dal marciume borghese e dai proclami finto libertari di un gruppo di hippies. Pirri dichiara di essersi ispirato niente meno che a Buñuel (!) e scrive una sceneggiatura confusa, provocatoria e pretenziosa, che causa frequenti moti di disgusto. Da apprezzare la sfaccettata interpretazione di Capolicchio, la Moriconi sempre più somigliante alla Gastoni, la carnale e filiforme Montenero e certe parti musicali di Tallino, il compositore di Spell.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Di quelli che ho visto è il meno riuscito. Per i primi 40 minuti va a scheggia ad emettere come lava le sensazioni più contorte e le libidini più sopite, che esplodono tutte in una volta, del rapporto di lui con la sorellastra… il resto sono fenomeni che vediamo spesso. Tutti son bravi a predicare e a coinvolgere nelle loro porcherie il solito bonaccione senza personalità e così mansueto da non voler mai contraddire nessuno, salvo poi scaricarlo come un rifiuto biologico quando non fa più comodo. In due parole: fatevi valere e non siate così fessi.

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Luca Reali è un impenitente donnaiolo che vive in un paese situato sulle rive del Garda.
Scapolo,poco più che quarantenne,ha una passione smodata per l’altro sesso; seduce senza soluzione di continuità tutte le donne che gli capitano a tiro, dalla figlia del farmacista alla figlia del proprietario del bar del paese.
Ogni tanto poi si concede un’avventura con una bella turista di passaggio;tutte le sue prodezze finiscono annotate sul personale diario che Luca scrive, annotando diligentemente i particolari, anche più scabrosi della sua turbolenta vita sentimentale.
Un giorno,tra le turiste di passaggio, capita anche la bella Jenny Milton, ricchissima figlia di un magnate americano.
Luca la salva da un tentativo di suicidio ma questa volta non tenta minimamente di attirarla nel suo gineceo.La ragazza infatti sembra a Luca troppo giovane e per lei sembra sviluppare un sentimento a metà strada tra il protettivo e il paterno.

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Rosanna Podestà

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Renzo Montagnani

Presto però la ragazza si innamora di lui e in paese si vocifera della cosa;Luca viene incoraggiato in pratica dai notabili del paese a proseguire e possibilmente impalmare la bella ereditiera.
I notabili, infatti, hanno messo gli occhi sul patrimonio della ragazza e intendono sfruttare la cosa per una speculazione che dovrebbe arricchirli tutti.
Ma Luca,che non è affatto un ingenuo, scopre la trama ordita alle sue spalle.
Si vendica salendo sul campanile del paese e leggendo il suo diario al paese allibito;poi decide di fare di testa sua…
Clone di tanti film della commedia sexy italiana ambientati nella “peccaminosa”provincia italiana, Il letto in piazza,diretto da Bruno Gaburro nel 1975 non va aldilà di una superficiale denuncia, decisamente all’acqua di rose,dei vizi della provincia stessa.

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Debole almeno nelle tematiche di fondo, il film, che è tratto da un romanzo di Nantas Salvalaggio, veleggia pacificamente tra gli stereotipi della commedia sexy; il protagonista è il solito donnaiolo senza alcuna voglia di mettere la testa a partito, che si muove nel solito gineceo di donne insoddisfatte della propria vita monotona vissuta nel solito paese in cui tutti sanno tutto di tutti e in pratica finisce per diventare l’oggetto del desiderio degli appetiti delle stesse donzelle.
In pratica assolutamente nulla di nuovo.
La sceneggiatura diventa quindi un personale regalo per Renzo Montagnani, uno dei principali alfieri della commedia sexy degli anni settanta; l’attore toscano, replicando per l’ennesima volta il ruolo del galletto nel pollaio, regala la consueta professionalità strappando qualche risata.
Ma null’altro di più, perchè il film è davvero poca cosa;abiurando da subito a qualsiasi tentativo di fare della satira e portando il film sui classici binari della commedia pecoreccia,Gaburro mostra come il suo l’occhio sia puntato totalmente in direzione della biglietteria.

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A tal pro spoglia con buona frequenza le belle donne che fanno parte del cast ovvero Sherry Buchanan (Jenny,la bella ereditiera),Rita Silva (la giunonica turista tedesca),Loretta Persichetti.
Per un film senza nessun particolare impegno come Il letto in piazza,Gaburro assembla un cast di caratteristi assolutamente ben nutrito:Gabriele Tinti,Venantino Venantini,Franco Bracardi,Daniele Formica quanto meno danno un tocco di dignità alla pellicola stessa, evitando la palude in cui altri film dello stesso filone non riusciranno a evitare.
Buona parte di questi film, infatti, erano interpretati da attori sotto qualsiasi soglia di decenza e professionalità a livello recitativo, conferendo agli stessi film la patente irreversibile di film di serie Z.
Sicuramente tra questi non va annoverato questo film, che qualche spunto di divertimento riesce ad offrirlo.
Poca cosa,va bene.
Ma a guardare altre pellicole della defunta commedia sexy ci si rende conto che è meglio accontentarsi.
Il letto in piazza può essere annoverato tra i film invisibili; in rete circola solo una pessima versione estratta da una polverosa VHS e in tv non passa praticamente mai.

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Un film di Bruno Gaburro. Con Rossana Podestà, John Ireland, Renzo Montagnani, Giuseppe Anatrelli, Gabriele Tinti,Venantino Venantini, Ugo Fangareggi, Giuseppe Maffioli, Giacomo Rizzo, Alberto Squillante, Cinzia Romanazzi, Daniele Formica, Sherry Buchanan, Franco Bracardi, Dino Emanuelli, Salvatore Puntillo Commedia, durata 93 min. – Italia 1975.

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Il letto in piazza banner protagonisti

Renzo Montagnani … Luca Reali
Rossana Podestà … Serena
John Ireland … Milton
Giuseppe Anatrelli … Lattanzi il farmacista
Franco Bracardi … Adolfo
Sherry Buchanan … Jennifer Milton
Francesco D’Adda … Carluccio ,fidanzato di Marisa
Patrizia De Clara … Sorella di Luca
Emilio Delle Piane … Amilcare Gorgona
Dino Emanuelli … Geometra Trombetta
Ugo Fangareggi … ‘Gandhi’
Daniele Formica … Tondino’ Novati
Giuseppe Maffioli … Beppo
Nando Marineo … Don Alfonso
Loretta Persichetti … Marisa sorella di Beppo
Salvatore Puntillo … Il poliziotto
Giacomo Rizzo … Amico di Luca
Cinzia Romanazzi … Pinotta
Renato Romano … Carabiniere
Rita Silva … La turista tedesca
Gabriele Tinti … Amico di Luca

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Regia Bruno Gaburro
Soggetto dal romanzo omonimo di Nantas Salvalaggio
Sceneggiatura Franco Bucceri, Roberto Leoni
Produttore Edmondo Amati
Produttore esecutivo Maurizio Amati
Casa di produzione Flaminia Produzioni Cinematografiche
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Guido De Angelis e Maurizio De Angelis
Scenografia Giovanni Natalucci
Costumi Mariolina Bono

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L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
L’atmosfera incantata del paesello, un microcosmo apparentemente autosufficiente, in cui ogni personaggio ha un ruolo, un’identità ed una serie di tic e difetti ben noti a tutti i compaesani. Ecco tutto ciò che si salva di questo Letto in piazza, tratto dall’omonimo romanzo (1967) del giornalista Nantas Salvalaggio e sceneggiato da Roberto Leoni e Franco Bucceri. Il resto è più aderente allo stile della commedia erotica (nudi e volgarità in quantità, inconsistenza delle psicologie dei personaggi) che alla commedia di costume ambientata in provincia, modello Il commissario Pepe o Signore e signori. Gaburro non è mai stato un regista molto dotato ed il suo maggior successo in carriera sarà il commerciale-balneare e vacuo Abbronzatissimi (1991). La scelta di Montagnani (come sempre costretto ad accettare anche i ruoli peggiori) come protagonista è indiscutibile, dato il tipo di prodotto che si voleva realizzare, ma forse con una trama simile si sarebbe potuto osare qualcosina di più del solito stereotipato viavai di cosce e corna; fra gli altri interpreti anche Rossana Podestà, Giacomo Rizzo, Ugo Fangareggi, Daniele Formica, Franco Bracardi e John Ireland, americano che trent’anni prima recitò con Ford e Hawks, per finire poi in declino la propria carriera. Musiche dei fratelli De Angelis, non fra le loro migliori, ma neppure da buttare.
L’opinione di Homesick tratta dal sito http://www.davinotti.com
Tratto da un romanzo di Nantas Salvalaggio, nulla più di una modesta commedia sugli intrallazzi politici ed erotici di un paese di provincia. La regia di Gaburro è molto debole e l’impennata drammatica messa a punto dalle eccellenti doti attoriali di Montagnani – fino a quel momento sopite dai soliti atteggiamenti di dongiovanni incallito – dura troppo poco. Minimi i contributi dei big (Ireland, Podestà) e dei numerosi caratteristi di contorno, tra i quali si distingue comunque il nullafacente Fangareggi.

L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Un film centrato specialmente sulla figura di Montagnani, sfruttato però per l’ennesima volta come personaggio di maniera e maniaco del sesso senza impegno sminuendo, di fatto, quella che dovrebbe essere sulla carta una buona pellicola. Un nutrito cast di caratteristi di contorno fa da cornice, ma non aggiunge altro al film (fatto che evidenzia l’incapacità di Gaburro di gestire il materiale a disposizione). Film simpatico, ma che non lascia il segno.

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Macbeth

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Nel 1971, a distanza di due anni dalla tragedia di Beverly Hills del 9 agosto 1969, in cui trovò la morte sua moglie Sharon Tate, Roman Polanski torna dietro la macchina da presa per dirigere la riduzione cinematografica del Macbeth, la tragedia di Shakespeare più cupa e drammatica.
Che la morte tragica dell’attrice avesse sconvolto il regista polacco appare chiaro sin dalla scelta del soggetto,il dramma shakespeariano incentrato sul potere e sui pericoli che esso comportano per chi si lascia da esso sedurre.
Polanski mette in scena un film dai toni se possibile ancor più cupi della tragedia;avvolge il film in un’atmosfera crepuscolare e violenta, accentuandone sia la violenta storia sia il chiaro messaggio indirizzato da William Shakespeare alle platee deputate alla rappresentazione del dramma.

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Il grande bardo aveva preso spunto dal resoconto storico delle tragiche vicende del re Macbeth di Scozia narrate da Raphael Holinshed e dal quello filosofo scozzese Hector Boece;una tragedia che narra e illustra i guasti che il potere possono generare nell’animo umano, attraverso le vicende di Macbet e della sua sposa, ancor più ambiziosa di suo marito e che nella realtà appare dominata d una sete di potere che sembra superare anche quella del marito, che nella tragedia appare quasi succube della donna.
Ma se nella tragedia shakesperiana l’elemento soprannaturale appare assolutamente dominante, una specie di nemesi alla quale Macbeth non sa e non può opporsi, preda com’è della superstizione che lo porterà a commettere atti terribili, nel film di Polanski la cosa è nettamente più sfumata.
Il ruolo di Lady Macbeth è si importante, ma non ha quella capacità totalizzante che esiste nella tragedia;il soprannaturale è elemento di contorno e le tre streghe che vaticinano il futuro di Macbeth hanno un ruolo decisamente inferiore.
Lady Macbeth non sembra avere quel peso determinante che ha in origine e Macbeth sembra agire più per istinto che per volontà della moglie.
Una differenza di non poco conto, ma che comunque non va ad inficiare il risultato finale, visto che Polanski non stravolge la tragedia, quanto piuttosto la adatta al suo modo di vedere.

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La trama è quella classica ordita da Shakespeare ,che inizia con Macbeth e Banquo, generali di Duncan che regna sulla Scozia tornare al loro paese dopo una sanguinosa guerra condotta contro i ribelli che si oppongono a re Duncan.
Durante il viaggio i due uomini si imbattono in tre streghe che vaticinano per Macbeth un futuro da sovrano subito dopo essere diventato il signore di Cawdor e per Banquo un futuro da padre di re senza però diventare in realtà mai un sovrano.
Subito dopo il ritorno a casa, Macbeth vede avverarsi la prima parte della profezia;Ross, messaggero del re comunica a Macbeth l’avvenuta nomina di signore di Cawdor.
Macbeth così parla con sua moglie, confidandogli la profezia predetta dalle tre streghe.

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La donna, mossa da ambizione e sete di potere, incita suo marito a dar corso alla profezia, eliminando l’unico ostacolo tra suo marito e la corona, ovvero re Duncan.
Durante un soggiorno dello stesso re nel maniero di Macbeth, re Duncan viene da quest’ultimo ucciso.
Per sviare da se il sospetto di essere il vero omicida, Macbeth accusa due suoi servi e subito dopo li giustizia.
I figli di Duncan,Malcolm e Donalbain capiscono che è Macbeth il vero omicida e fuggono; per Macbeth si spalanca la porta che lo vede in seguito sedere sul trono di Scozia.
Ma l’uomo è ormai in preda a sentimenti violenti e contrastanti; un po per il rimorso di aver ucciso il proprio re, un po per la paura che la profezia delle tre streghe si avveri Macbeth decide di eliminare anche Banquo suo amico di un tempo.

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Sono due sicari prezzolati dal neo re a uccidere l’amico Banquo, ma all’agguato scampa Fleance, figlio di Banquo.
Gli eventi intanto precipitano; mentre Malcom, figlio del defunto re organizza un esercito per deporre il regicida, Macbeth sempre più perseguitato dal rimorso e sopratutto dallo spettro del suo defunto amico Banquo decide di interprellare nuovamente le tre stregh.
Le quali formulano altri nuovi vaticini:Macbeth non potrà mai morire per mano di un uomo, sarà insidiato da Macduff, signore di Fife e che conoscerà la sconfitta solo il giorno in cui la foresta di Birnam si muoverà minacciosa verso di lui.
Ormai preda della follia e privo anche dell’ultimo barlume di umanità rimastogli, Macbeth fa sterminare la famiglia di Macduff.
A cadere sotto i colpi del folle re sono la moglie e i figli del signore di Fife, che nel frattempo sta muovendo con l’esercito raccolto da Malcom verso di lui.
Vinta dall’orrore dello sterminio della famiglia Macduff e anche dal rimorso per la propria condotta, lady Macbeth si uccide.
Nella battaglia finale si compie il destino di Macbeth;come predetto dalle tre streghe, gli uomini di Malcom, nascosti dietro i rami degli alberi della foresta di Birnam, si muovono verso il castello del re che viene ucciso per mano di Macduff.
Si compie così la profezia della morte per mano di un uomo non nato per mano umana: Macduff infatti era stato estratto con il forcipe dal ventre della madre, morta durante il padre.
Si chiude con la solenne incoronazione del legittimo re di Scozia, il figlio di re Duncan, Malcom.
L’atmosfera tragica e cupissima della tragedia trova in Polanski un fedele illustratore degli avvenimenti; una luce drammatica, un’atmosfera plumbea e tenebrosa permea il film dall’inizio alla fine, esaltando quindi lo scenario drammatico delle vicende narrate da Shakespeare.

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Un film molto particolarmente ben fatto, nel quale l’elemento tragico della storia narrata da Shakespeare ben si sposa con le vicende personali del regista, che sembra trasporre a piene mani uno stato d’animo ancora sconvolto dai tragici avvenimenti che portarono alla morte l’attrice Sharon tate, moglie del regista che era tra l’altro in attesa di un figlio.
La strage di Bel Air avvenne,come accennato agli inizi, la notte del 9 agosto 1969; accanto alla bellissima attrice, che era a sole due settimane dal parto persero la vita Jay Sebring, Wojciech Frykowski e Abigail Folger,amici della coppia.
La strage,opera della Manson family,destò orrore e sdegno in tutto il mondo.
Tornando al film, accanto alla splendida fotografia e alle location incantate delle highland scozzesi,del Wales e del Northumberland, vanno segnalati gli attori, poco conosciuti ma bravi, fra i quali spicca la presenza di Francesca Annis.
Il film non passa sulle tv locali e nazionali ma è visionabile in una splendida versione divx in streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.net/macbeth-1971/

Macbeth

Un film di Roman Polanski. Con John Stride, Francesca Annis, Jon Finch, Martin Shaw Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 140′ min. – Gran Bretagna 1971

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Jon Finch: Macbeth
Francesca Annis: Lady Macbeth
Martin Shaw: Banquo
Terence Bayler: Macduff
John Stride: Ross
Nicholas Selby: Duncan
Stephen Chase: Malcolm
Paul Shelley: Donalbain
Bernard Archard: Angus
Sydney Bromley: Porter

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Regia Roman Polanski
Soggetto William Shakespeare
Sceneggiatura Roman Polanski, Kenneth Tynan
Produttore Andrew Braunsberg, Hugh Hefner, Victor Lownes
Fotografia Gilbert Taylor
Montaggio Alastair McIntyre
Musiche The Third Ear Band
Scenografia Wilfred Shingleton, Fred Carter e Bryan Graves

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L’opinione del sito http://www.mymovies.it
In una Scozia medioevale crudele, pagana e barbarica, dove il fantastico e la magia sono sempre dietro l’angolo, il nobile Macbeth è spinto dalla moglie avida di potere, a commettere a commettere una serie di omicidi per installarsi al trono. Diventato re, l’usurpatore non riesce a cancellare il rimorso del sangue versato: sospettando complotti, ucciderà l’amico Banquo e, sempre più isolato, andrà incontro alla rovina.
Polanski calca la mano sui luoghi cupi e sanguinosi, ma non vuole strafare mettendoci troppo di suo, e ende tutto sommato un buon servizio alla tragedia shakespeariana. Ai tempi i critici arricciarono il naso: ma non sono poi tanti i film tratti da Shakespeare dove non si respiri la polvere del palcoscenico e dove gli attori non abbiano il birignao. L’impatto brutale con molte sequenze riscatta alcune ingenuità. La parte della Annis sarebbe dovuta andare a Tuesday Weld, che però si rifiutò di apparire nuda. Colonna sonora della Third Ear Band.

L’opinione del sito http://www.filmup.leonardo.it
Grigio, cupo, con qualche scena di nudo (il sabba delle streghe e la Lady Macbeth sonnanbula), in ogni scena si respira l’aria di Scozia dell’anno 1000 con il fango, la povertà e le violenze. Non ho visto il Macbeth di Welles ma posso sicuramente dire che questa versione di Polanski rispetta fedelmente il dramma Shakespeariano e ne amplifica il messaggio contro l’avidità di potere e il tradimento delle amicizie…Bellissima la scena del duello finale e bravissima la Lady Macbeth (Francesca Annis) ruolo non facile ma ottimamente intepretato

L’opinione di elio91 dal sito http://www.filmscoop.it
La filmografia di Roman Polanski dall’esordio negli anni ’60 fino a Tess contiene soltanto film di grandissimo valore,mai un passo falso (vabbé,Che non è un gran film però si può salvare); cosa incredibile nella carriera di un regista. Poi ci fu la pausa degli anni ’80 ripresa stancamente con Pirati,continuata con l’alternanza di bei progetti a volte sottovalutati e non capiti (La morte e la fanciulla,La Nona porta) ad altri di grandissimo valore da considerarsi tra i suoi migliori (Luna di Fiele,il Pianista,anche l’ultimo sottovalutatissimo Ghostwriter). Ma c’è forse un film all’interno della sua filmografia che ha diviso un pò tutti alla sua uscita e che ancora oggi è difficile inquadrare perfettamente,ed è questo Macbeth.
La più bella trasposizione rimane Il Trono di Sangue dell’imperatore Kurosawa e su questo poco c’è da ridire; Welles ovviamente non si può dimenticare ma in un’ideale classifica inserirei Polanski in mezzo al giapponese e all’americano (di Welles non ho amato l’eccessiva stilizzazione teatrale).
Non è un’opera completamente riuscita questa di Polanski e ciò si nota subito: le parti parlate da teatro in contrasto con la cruda rappresentazione spesso non sortiscono gli effetti sperati ma la trasposizione è rigorosa anche se,caso unico nella produzione del polacco,a tratti piena di alcuni eccessi che poi raramente si vedranno nei successivi lavori. Si parla di eccessi di violenza e crudeltà che lasciano straniti; mi spiego meglio: ovviamente il cinema di Polanski è basato sulle ossessioni,la crudeltà e anche su una violenza psicologica dilaniante ma in un certo modo quasi elegante (e malato) il regista riesce nelle sue altre pellicole a centellinare questo,a volte mostrandolo con crudezza e altre volte solo suggerendolo. Nel suo Macbeth la violenza esplode a volte in una maniera incontrollabile e che non sembra essenziale in virtù di ciò che si racconta,basterebbero le atmosfere cupe e nerissime,le trame fitte di omicidi e di bramosia di potere,anche gli incubi e i mostri generati dalle tre streghe. Invece no,stupri e omicidi ci vengono spiattellati davanti con ostentata crudezza quasi a voler dire “ecco,ora siete contenti?”.
Impossibile non ricercare i semi di questa violenza nella tragedia di Sharon Tate e Macbeth è il film successivo alla morte del regista. Lo choc personale si è riversato tutto nella tragedia Shakespiriana,impossibile non notarlo.
Sotto molteplici punti di vista Macbeth è quindi il film più personale ed estremo di Polanski anche perché il meno contenuto nella sua eccessività improvvisa e il più ostentatamente violento.
Spiazzante anche il finale ciclico,ancora una volta di grande crudezza e che ripropone il tema prediletto del polacco: un male destinato a ripetersi e non finire mai. Come nella vita di Polanski,qui più che mai trasportata sul grande schermo attraverso le sue ossessioni senza filtro.

L’opinione di dobel dal sito http://www.filmscoop.it
L’opera con cui Polanski tornò al lavoro nel 1971 dopo la tragedia di Bel Air è una delle più cupe tragedie del Bardo inglese. ‘Macbeth’ rappresenta la brama di potere, l’ambizione sfrenata e la cecità di fronte ad un destino che non può che essere sanguinoso. Una tragedia trasposta sullo schermo in modi e tempi differenti con almeno due punti di riferimento imprescindibili: Welles e Kursawa. Allo stesso modo è punto di riferimento fondamentale l’opera verdiana (uno dei capolavori del melodramma romantico ed una lettura Shakespeariana di profondità abissale). Polanski in qualche modo rielabora e sublima la propria tragica esperienza in un film a suo modo straordinario. Siamo di fronte ad un lavoro di pura regia (non essendo gli interpreti all’altezza di quelli sfoggiati nei due precedenti sopra menzionati), nel quale gli attori si inseriscono in modo funzionale alla visione d’insieme di Polanski. Debbo dire che, al pari di ‘Tess’, è uno dei film del maestro polacco che mi hanno maggiormente soddisfatto. L’universo di Polanski è infestato di spettri, ombre e inquietudini: i suoi film non sono mai pacificatori o accomodanti; una produzione discontinua è legata dal filo rosso dei dèmoni interiori. ‘Macbeth’ si presta in maniera eccezionale ad una visione poetica nella quale il demoniaco si sposa al ‘troppo umano’; così la visione registica viene declinata in un ambiente di gelido squallore, su spiagge umide e fredde, in una campagna irlandese dove la vegetazione non è rigogliosa e ricca bensì scarna e grigia. I nobili e i regnanti vivono in austeri castelli in mezzo a porci e galline; Macbeth e Lady Macbeth sono due giovani ambiziosi pronti a tutto; le streghe sono delle vecchie uscite da un quadro fiammingo. Una regia, a mio parere, grandissima, che si avvale di una splendida fotografia e di un sapiente utilizzo di musiche folkloristiche di derivazione medievale. Un ritorno alla regia di grande profilo, di grande eleganza, e grande profondità. Rispetto a Welles e a Kurosawa siamo di fronte ad un film che non può vantare altrettanti grandi interpreti, ma sicuramente una regia di pari valore.
Non si tratta, come qualche commentatore ha insinuato, di tratti di novità nella lettura polanskiana (supportata dalla consulenza critico-letterara di Kenneth Tynan), bensì di una trasposizione classica magnifica e di straordinaria unità stilistica.

L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com
Sanguigno, feroce, crudele, non ho altri aggettivi per questo capolavoro polanskiano tra i suoi più sottovalutati. C’è ancora lo schock per la strage di Bel Air e si vede. Non vedrò mai più, in questo genere di film, sangue a zampilli, decapitazioni, luride streghe nude, corpi maciullati e sfigurati, bambini trucidati, un finale visionario e surreale. Forse solo Paul Verhoeven con L’amore e il sangue si è avvicinato a questo capolavoro. Il Polanski piu truce e violento e quello più doloroso. Dialoghi Shakespiriani e massacri alla Soldato blu.

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Un luogo aperto.
(Tuoni e lampi.)
Entrano le TRE STREGHE.
1a Strega. Fra la piova, fra i lampi, fra il tuon,
Quando ancor rivedremci noi tre?
2a Strega. Quando cessi dell’armi il frastuon,
Quando appaja chi vinse o perdé.
3a Strega. Dunque, innanzi al tramonto.
1a Strega. In qual loco?
2a Strega. Sulla landa. —
3a Strega. E Macbetto verrà.
1a Strega. Son con te, Grimalchino.[13]
Tutte e Tre. Paddóco
Ne domanda. — Vediamo, siam qua.
Orrendo è il bello: bello è l’orror!
Via, tra l’immonda nebbia e il vapor!

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Il castello di Macbeth

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Le tre streghe della tragedia in dipinti del passato

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