Una romantica donna inglese

La romantica donna inglese del titolo del film di Losey è Elizabeth,moglie dello scrittore Lewis Fielding,madre di un bambino,donna dalla vita agiata
ma inappagata.
Le manca qualcosa,forse una presenza più affettuosa del marito,forse qualcosa che lei avverte ma non riesce a identificare con certezza.
Decide di prendersi un periodo di riposo e riflessione recandosi alle terme di Baden Baden in Germania;
qui conosce il bellissimo e affascinante Thomas,che dice di essere un poeta ma in realtà è solo un trafficante di droga.
Ne parla con il marito che è alle prese con la stesura di una sceneggiatura cinematografica.
Thomas arriva quindi a casa della coppia dove,complice il comportamento fin troppo conciliante di Lewis,i due allacciano una relazione.
Relazione che è scoperta da Lewis che allontana i due da casa.
La coppia,ormai non più clandestina ,si rifugia in Francia,sulla Costa Azzurra dove all’inizio sembra tutto filare liscio.
Ma le prime emergenze economiche mettono in difficoltà la coppia,mentre Swan,un boss della droga,che deve riscuotere un grosso debito da
Thomas riesce a rintracciarlo.


Il giovane avventuriero decide di non coinvolgere Elizabeth nel fallimento della sua vita e chiama Lewis,che riprende la moglie sotto il tetto coniugale.
E’ stata solo una tempesta che ha imperversato per poco nella loro vita,che riprende il vecchio status quo…
Joseph Losey in questo Una romantica donna inglese riesuma il tradizionale triangolo lui-lei l’altro, prende la ancor più tradizionale moglie insoddisfatta e romantica che soffre di carenza di affetto matrimoniale e trasporta il tutto sullo schermo,mettendo sullo sfondo una cornice platinata e di classe.
Che però resta fine a se stessa.
Il film non coinvolge,nonostante lo sfondo lussuoso.
Il tema della vita coniugale,dei suoi limiti in materia affettiva,il matrimonio borghese visto come gabbia dorata che imprigiona i sentimenti sono temi affrontati  in maniera ossessiva dal cinema.
Losey di suo ci mette una confezione impeccabile ma che non ottiene alcun effetto visibile e sopratutto non dice nulla di nuovo su questa tematica.
Elizabeth è una donna frustrata,schiacciata dalla evidente personalità egocentrica del marito che dal canto suo sembra soffrire del complesso del generale,ovvero
di colui che vuole che tutto attorno a se fili in ordine e senza sussulti.
In questo contesto la donna,insofferente della situazione,si lascia sedurre da un gigolò truffaldino e se vogliamo da strapazzo;Elisabeth alla fine ne ricava una sbandata


salutare,perchè il suo comportamento finisce per ravvivare nel marito l’interesse per lei.
Il suo colpo di coda ottiene l’effetto di svegliare,nel marito,l’attenzione per lei che ha dimostrato di avere personalità.
Tutto qui,siamo alla fiera del già visto,cambia solo il vestito sotto il quale daero c’è ben poco.
Film dai ritmi lentissimi,con personaggi sfumati;proprio quello di Elisabeth doveva essere approfondito,alla fine viene in qualche modo messo in risalto quello di Lewis,uomo
visto come ensemble di alcuni vizi capitali maschili,ovvero la superiorità machista,il perbenismo borghese,l’attenzione alle apparenze.
Il finale è molto debole,con il playboy finito fuori gioco e il ritorno alla normalità.
Intendiamoci non siamo di fronte ad un brutto film ma ad un film senza anima,in definitva poco interessante.
Bene gli attori,una Glenda Jackson borghese che più borghese non si può,imbronciata,classica casalinga insoddisfatta,bene Michael Caine che ha davvero la capacità di rendere,


attraverso mille sfumature,i caratteri dei personaggi che interpreta.
Discreto Berger,il solito bello e dannato condannato,ancora una volta a impersonare un personaggio con mille vizi e poche virtù.
Bellissima la fotografia,che passa dallo sfumato alla luminosità massima per il resto null’altro da segnalare.
Poco successo per Losey all’uscita del film,scarso pubblico tanto da aver confinato Una romantica donna inglese in un cassetto.
Film di difficilissima reperibilità in italiano.Vi segalo una bellissima versione inglese,in download all’indirizzo http://fboom.me/file/c90d5977435cb/rn7ti5eg.part1.rar
e http://fboom.me/file/a96b75fa140bd/rn7ti5eg.part2.rar

Una romantica donna inglese
Un film di Joseph Losey. Con Helmut Berger, Glenda Jackson, Nathalie Delon, Michael Caine, Michael Lonsdale, Kate Nelligan Titolo originale The Romantic Englishwoman.
Drammatico, durata 115 min. – Gran Bretagna 1975

 

 

Glenda Jackson: Elizabeth Fielding
Michael Caine: Lewis Fielding
Helmut Berger: Thomas
Michael Lonsdale: Swan
Béatrice Romand: Catherine
Kate Nelligan: Isabel
Nathalie Delon: Miranda
Reinhard Kolldehoff: Herman
Anna Steele: Annie
Marcus Richardson: David

Regia Joseph Losey
Soggetto Tom Stoppard
Sceneggiatura Thomas Wiseman
Produttore Daniel M. Angel
Musiche Richard Hartley

Un borghese piccolo piccolo

Nel 1981 Franco Battiato,cantautore siciliano,compone Bandiera bianca;nel brano ci sono alcuni passi che sembrano riecheggiare la trama del film di Monicelli,Un borghese piccolo piccolo.
Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare. rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare” o anche “Quante squallide figure che attraversano il paese com’è misera la vita negli abusi di potere“o ancora “Ho sentito degli spari in una via del centro quante stupide galline che si azzuffano per niente” sono perifrasi della pellicola di Monicelli,il de profundis personale del grande regista nei confronti della commedia all’italiana,quel filone florido della cinematografia italiana che aveva disegnato un’Italia profondamente diversa da quella dipinta dallo stesso regista
in tante commedie graffianti ma sostanzialmente solo ironiche sul “paese che non c’è” o sul “paese senza memoria” raccontato da Sciascia.
Siamo nel 1977,l’aria è bruma,anzi plumbea.
Non a caso siamo negli anni di piombo,in un paese dilaniato che ha perso la sua innocenza già da un decennio,con un boom economico ormai solo nella memoria e in preda ad una crisi morale e culturale senza precedenti.
Quasi avesse perduto ogni speranza sugli italiani (ma anche sull’umanità,ahimè),Monicelli consegna alla cinematografia un’opera crudele e senza speranza,in cui tutti i gangli del consesso civile sembrano incancreniti,preda di metastasi diffuse,un paese senza bussola e alla deriva,moralmente e umanamente raso al suolo.


Non si salva nulla,in Un borghese piccolo piccolo.
Il gatto a nove code di Monicelli sferza il sociale,il privato,il politico;è un film anticlericale ( il prete parla di unica speranza dell’umanità attraerso la morte) ma principalmente è un film nichilista.
L’italiano medio,il borghese piccolo piccolo (due aggettivi dequalificanti a significare la nullità umana del personaggio) esce a pezzi da questo ritratto al vetriolo degli italici vizi;un padre che elargisce consigli qualunquistici “Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena“,che ricorre al servilismo più abietto pur di realizzare i propri sogni di uomo fallito portando il proprio figlio (poco più che un inetto) ad affiancarlo nel lavoro.
Le speranze di ogni padre si sublimano in senso negativo in un uomo che non insegna al proprio figlio il rispetto verso se stesso ma lo porta drammaticamente ad essere un’ameba nella società,un altro valido (invalido) rappresentante di quella maggioranza silenziosa
che nel decennio settanta assistette immobile alla disgregazione del tessuto sociale.
C’è spazio per un altro carcinoma mortale della società,quella massoneria responsabile di nefandezze senza fine che nel 1981 si scopri aver metastatizzato tutte le componenti più importanti della società;tutti ricorderanno la loggia P2,con i suoi iscritti che appartenevano a tutte le categorie cardine,dall’esercito alla magistratura,dall’imprenditoria al giornalismo,alla cultura.
Monicelli questo non lo sa ma sferza senza pietà.
Non c’è un solo aspetto della vita civile che non venga brutalizzato,non c’è nulla e nessuno che possa essere salvato.

La trama:
la vita di Giovanni Vivaldi,grigio travet impiegato dello stato ruota attorno alle aspettative che nutre per suo figlio Mario,un giovane da poco diplomato.
Mario è un ragazzo qualsiasi,senza particolari doti;compiace la volontà di suo padre perchè in realtà non ha ambizioni se non quella di assecondare Giovanni,ormai vicino alla pensione e che sogna di poterlo far assumere al ministero.
Per far ciò Giovanni non esita a far quanto di più basso può un uomo;arriva a strisciare ai piedi dei dirigenti superiori,non esita a farsi massone durante una cerimonia al limite del farsesco e con l’aiuto del dottor Spaziani alla fine riesce a sapere la traccia del tema del concorso.
Ma il giorno fatidico in cui finalmente il suo Mario si appresta a superare la prova,i due si trovano coinvolti in una sparatoria e Mario muore.
La vista del figlio riverso sull’asfalto,la contemporanea malattia della moglie che non supera lo choc lo portano sulle soglie della follia.
Chiamato dalla polizia per un riconoscimento,Giovanni fa finta di non identificare l’omicida del figlio e da quel momento si trasforma in un implacabile giustiziere.
Catturato con uno stratagemma il giovane assassino,lo trasporta in un capanno e lo sevizia fino alla morte,atroce spettacolo al quale fa assistere anche la moglie…
Un borghese piccolo piccolo esce nel 1977,nel periodo storico che ho descritto.
Non c’era molta voglia di ridere,in quei tempi.

 


Inflazione a due cifre,terrorismo diffuso,crisi economica;l’Italia è appena uscita dalla crisi petrolifera che aveva disastrato l’economia,dalle domeniche a piedi,dall’emergenza colera e sta per avviarsi alla parte finale degli anni di piombo,che culmineranno l’anno successivo con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro.
Non ride nemmeno Alberto Sordi,che pure fino ad allora era stato il massimo rappresentante cinematografico dell’italietta,di quel paese dai tanti vizi e dalle poche virtù che l’attore romano aveva messo alla berlina fino ad allora.
E disegna un personaggio che ha fatto della mediocrità uno stile di vita.
Un personaggio che non ispira alcuna simpatia,verso il quale non si prova pietà.
Forse perchè vediamo realizzati in lui molti dei nostri stili di vita,molte delle nostre debolezze.
Sordi giganteggia creando visivamente un personaggio sconfitto,che abiura anche ai principi in cui crede;è un cattolico che diventa un massone,un cattolico che arriva ad uccidere dopo aver seviziato la sua vittima,colpevole certo ma verso la quale non ha la minima pietà che pure dovrebbe essere insita nella sua fede.
Questo principio,violato da Giovanni,lo ritroviamo nell’omelia del prete “…quegli uomini che mangiano,dormono,bevono,si accoppiano.defecano e poi vanno all’altro mondo,soltanto chi come noi è costretto ogni giorno ad ascoltare nel confessionale i racconti che gli uomini fanno delle loro sporcizie,delle loro nequizie,può esprimere un parere sul genere umano,sulla futilità delle cose terrene,degli stati,dei re,sulla vita nascosta dentro le case,se io dovessi dare un mio giudizio complessivo, emettere una sentenza io volentieri invocherei il diluvio universale ed emetterei una sentenza inappellabile di morte generale


E’ l’apoteosi del nichilismo.
Un film come detto all’inizio,crudele.
Non c’è un solo personaggio che si salvi in questo film.
Si pensi al dottor Spaziani,interpretato dal solito grande Romolo Valli,che riceve Giovanni mentre si sta facendo cadere dai capelli la abbondante forfora!
Un film che purtroppo sembra oggi riproporre tematiche tornate di grande attualità…
Per chi volesse vedere il film,c’è una versione di discreta qualità a questo indirizzo: http://www.dailymotion.com/video/x5vhnf5

Un borghese piccolo piccolo

Un film di Mario Monicelli. Con Shelley Winters, Alberto Sordi, Vincenzo Crocitti, Romolo Valli, Pietro Tordi, Mimmo Poli, Renato Romano, Roberto Antonelli, Ettore Garofalo, Paolo Paoloni, Renato Scarpa, Enrico Beruschi, Renato Malavasi, Francesco D’Adda, Ettore Garofolo, Renzo Carboni, Marcello Di Martire, Edoardo Florio Drammatico Durata 122 min. – Italia 1977

Alberto Sordi: Giovanni Vivaldi
Shelley Winters: Amalia Vivaldi
Romolo Valli: Dott. Spaziani
Vincenzo Crocitti: Mario Vivaldi
Renzo Carboni: Assassino
Enrico Beruschi: Cameriere
Renato Scarpa: Prete

Regia Mario Monicelli
Soggetto Vincenzo Cerami (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Sergio Amidei, Mario Monicelli
Produttore Luigi e Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Auro Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gitt Magrini

Incipit romanzo

Per ingannare il tempo in attesa che la caffettiera fischiasse, con un mozzicone di matita ritrovata nel fondo di un cassetto, sopra un brandello della busta del pane si mise a calcolare: fece qualche moltiplicazione, qualche sottrazione, divise i pensionati per tanti bambini; tolse qualche anno per prudenza, qualche altro per contemplare gli imprevisti e un buon dieci per cento d’errore.
Togli e metti, per navigare sicuro verificò il problema con la prova del nove. Decise che più o meno gli restavano quindici anni da vivere, che non poteva escludere i cento anni e che comunque dieci erano quasi matematici

« Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena.
D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono. Tu ormai sei sistemato,
noi siamo vecchi: non c’abbiamo altre ambizioni. Tutto quello che vogliamo è morire in pace, con la coscienza a posto. »

“Mario: Spaziani che ne facciamo di Mario?
Dr. Spaziani: Di chi?
Mario: Mario mio! Che lo buttiamo in mezzo alla strada? oppure gli facciamo fare l’operaio?”

“Ama chi ti ama, fosse pure un cane!”

“Mario, non siamo soli, dietro di noi c’è il Grande Incognito, il Capo sconosciuto della massoneria. Stiamo calmi, e se facciamo il nostro dovere, coll’aiuto di chi può, ce la faremo.”

“Alla fine, sempre, prima di chiudersi nei rispettivi uffici, gli impiegati si trovavano d’accordo che l’istituzione di una sana pena di morte avrebbe messo a tacere definitivamente tutta la violenza di questo mondo.”

Una giornata particolare

Roma,6 maggio 1938.
E’ una giornata particolare,per il paese ma sopratutto per la capitale.
Il Fuhrer Adolf Hitler è in visita nella città,addobbata a festa per l’occasione.
Ed è una giornata particolare per Antonietta e Gabriele,due inquilini di un grigio casermone in stile impero,tipica architettura fascista
mentre la radio trasmette tronfie cronache nella retorica fascista.
Antonietta è una donna bella,ma di una bellezza ormai sfiorita,semplice e ignorante,sposata ad un rozzo fascista,madre di sei figli nella classica
filosofia di regime che vuole le donne angeli del focolare e madri fertili per la carne da cannone.
Gabriele è un annunciatore dell’Eiar,la radio di stato,destinato al confino perchè omosessuale.
Sta meditando il suicidio,come racconterà al suo amante:”Oggi stavo… come si dice… stavo per commettere una sciocchezza. Mi ha salvato l’arrivo di una che abita qui vicino. No, è sicuro, la vita, qualunque sia, vale la pena di essere vissuta, si dice così.
E poi arriva sempre un pappagalletto a ricordarcelo.


Ed è proprio la fuga di un pappagallo (un merlo per la verità) a far conoscere i due,ma lo vedremo tra poco.
Scorre un cinegiornale d’epoca,con la cronaca dettagliata degli avvenimenti della giornata;il Fuhrer sorridente,ali di folla festante e subito dopo ecco la vita piatta,squallida di Antonietta:la famiglia,i figli che la vedono come una serva,un marito che fa lo stesso.
E’ una donna sola,fondamentalmente,Antonietta.
Poi,tutti vanno via e la donna si guarda attorno,smarrita.
E’ consapevole delle proprie condizioni squallide,ma è anche prigioniera di un ruolo che vede la donna schiava del suo sesso.
La pellicola va avanti,colorata di un seppia tenue,fra l’immobilità delle cose e un silenzio estraneante;sembra di vedere un quadro in leggero movimento di Hopper,una delle sue visioni
immobili della realtà,dove tutto comunica un freddo che ti entra nelle ossa.
Così quello che vediamo.
La solitudine ci avvolge,comunicando una sensazione di malinconico freddo;non ci viene in mente un’immagine migliore.
Gabriele è nell’appartamento di fronte;scrive,con espressione assorta,poi guarda la pistola che fa mostra di se sulla scrivania.
Suona il campanello e l’uomo va ad aprire.E’ Antonietta:”Scusate tanto mi è scappata Rosmunda.Tiene il nome di una persona ma è un pappagalletto.”


E’ il primo contatto tra le due anime.
Io tengo sei figli e se arriva il settimo ci danno il premio per le famiglie numerose
Lo sguardo di Gabriele cambia espressione prima di prorompere in una risata liberatoria.
La tensione,le idee della morte svaniscono.
La vita è fatta di tanti momenti diversi e ogni tanto arriva anche il momento di ridere
Ecco,la solitudine sembra svanire,dissolversi.
E’ quasi un raggio di sole nel grigiore generale.
Certo,attorno nulla cambia ma c’è un soffio di vita.
Si sente la voce del cronista che descrive quello che accade in città,in sottofondo,ma ai due la cosa non interessa.
Inizia un dialogo,questo è importante.
Non mi hanno mandato via dalla radio per la mia voce.Disfattista,inutile,con tendenze depravate
E’ il momento delle confessioni.Con un estraneo è più facile.Si sente il bisogno di condividere un mondo rinchiuso,il proprio dolore,la propria angoscia quotidiana.
Gabriele è un diverso in un mondo che predica la purezza della razza,”pugnale e moschetto fascista perfetto“,che esalta la mascolinità e la virilità,il maschio italico che seduce
ma che torna a casa la sera perchè il focolare è sacro.
E trova la Antonietta di turno ad aspettare,paziente.La moglie che ha passato la giornata impegnata nella routine,quella che anestetizza l’anima e il cervello.


La confessione dell’uomo mette in crisi Antonietta,che reagisce con un ceffone;nel gesto confluiscono sentimenti svariati,come la rabbia,la frustrazione,il dolore,la fine della speranza di poter
cambiare qualcosa nell’ordine stabilito delle cose.
E si continua così,con dialoghi che mettono sempre più a nudo le povere anime di due esseri qualsiasi,unite dal bisogno quasi fisico
di poter avere un contatto umano.
Questo bisogno si tramuta in un rapporto fisico,che sembrerebbe impossibile tra i due;ma Gabriele ha bisogno di sentire la vicinanza di qualcuno che condivida la sua angoscia esistenziale,le sue paure mentre
Antonietta ha bisogno di sentirsi DONNA, non solo un essere con funzioni riproduttive o una domestica a tempo pieno.
E’ stato bello,ma non cambia niente“,confessa Gabriele,”incontrarti,conoscerti in una giornata come questa,questo è stato bello per me
E lei,la popolana forse ignorante,ma dai sentimenti veri,puri, capisce e dice “guarderò tutti i giorni la tua finestra,come stamattina quando sono tornata a casa.Ti guardavo sempre e arrivavo a non combinare niente...”
Il contatto è totale,le due anime si sono toccate.
Ma è solo una giornata particolare,sta per terminare.
L’adunata è finita,tutti tornano a casa.
A cena,Antonietta ascolta senza veramente sentire il resoconto della giornata,mentre tutti mangiano tranquillamente.
Lei è persa con lo sguardo,sorride come Monna Lisa;e noi ci chiediamo cosa ci sia nel suo sorriso…
E’ arrivata la sera.La donna sta leggendo,vicino alla finestra,il libro che Gabriele le ha dato;si affaccia e segue con lo sguardo i due uomini della polizia
fascista che portano via Gabriele.La giornata particolare è finita,cala il buio.


Nell’anima.
E sul paese.
Più che un film,Una giornata particolare è una poesia delicata,struggente.
Uno sguardo sull’animo umano,sulla solitudine,sull’incomunicabilità.
Su tutto quello che è l’angoscia quotidiana,sulla paura,sulla diversità.
Sulla speranza ma anche sulla disillusione.
Tutto quello che accade nella giornata particolare ha cambiato le vite dei due protagonisti;certo,non c’è un futuro ad aspettarli,apparentemente.
Ma c’è stato un tocco di vita,un lampo di luce nel grigio delle due esistenze.
E poi..chissà…la vita può avere in fondo delle sorprese.
Questo non lo dice Scola,perchè il finale sembrerebbe non lasciare spazio alla speranza.
Ma ad inizio giornata,chi avrebbe detto a Gabriele e Antonietta che avrebbero avuto una giornata particolare?
Ettore Scola tocca il punto più alto della sua arte cinematografica con un film denso di emozioni,struggente,malinconico,splendidamente recitato.
Eh si,perchè la Loren e Mastroianni,la coppia più affiatata cinematograficamente della storia del cinema italiano,esprime compiutamente tutta la gamma delle emozioni
che si susseguono nella pellicola.
Fotografata splendidamente da Pasquale De Santis.
Due interni bastano a fare un grandissimo film,due attori stupendi a trasmettere grandi emozioni.
Cos’altro dire?

Una giornata particolare

Un film di Ettore Scola. Con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, John Vernon, Alessandra Mussolini, Françoise Berd,
Vittorio Guerrieri, Nicole Magny, Patrizia Basso, Tiziano De Persio, Maurizio Di Paolantonio, Antonio Garibaldi
Drammatico, durata 105 min. – Italia 1977

Sophia Loren: Antonietta
Marcello Mastroianni: Gabriele
John Vernon: Emanuele, marito di Antonietta
Françoise Berd: portiera
Patrizia Basso: Romana
Alessandra Mussolini: Maria Luisa
Vittorio Guerrieri: Umberto

Regia Ettore Scola
Soggetto Maurizio Costanzo, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Maurizio Costanzo, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Carlo Ponti
Casa di produzione Compagnia Cinematografica Champion
Distribuzione (Italia) Gold Film
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Enrico Sabbatini
Trucco Francesco Freda

“Lo sai che si può diventar ciechi? Chiedilo al viceparroco, e senti quello che ti dice!
-Ma qual è il viceparroco? Quello mezzo cieco?”

“Sabato m’hanno fregato pure il pon pon.
-Non si dice pon pon! È parola straniera! Chiamalo fiocco, nappa, non so! Italianizza: chiamalo pon pono!”

“Eppure ci dovrei essere abituato, fin da ragazzo, o isolato o solo! Che poi… è la stessa cosa. Ma certo che conti! Solo che è tutto così assurdo. Secondo loro dovremmo sentirci in colpa.
Oggi stavo… come si dice… stavo per commettere una sciocchezza. Mi ha salvato l’arrivo di una che abita qui vicino. No, è sicuro, la vita, qualunque sia, vale la pena di essere vissuta, si dice così.
E poi arriva sempre un pappagalletto a ricordarcelo. Solo che oggi per me è una giornata particolare, lo sai? È come in un sogno quando… quando vuoi gridare e non ci riesci perché ti manca il respiro!
Però ho voglia di parlare! Parlare! Parlare! Te ne accorgi vero? Oppure che ti devo dire? Scendere nella strada, fermare il primo sconosciuto e raccontargli tutti i fatti miei, ma fino a spaventarlo!
A scandalizzarlo! A menargli, sì!, a fargli del male! Qualunque cosa, piuttosto che stare solo in questa casa che odio. Non dici niente? Pronto? Marco! E parla, ca**o! Ma di’ qualcosa!
Ma quello che vuoi… non lo so, parla del tempo, di sport, di un libro che stai leggendo! …scusami. Sì, lo so quello che senti anche tu. No, no… lo sai che non possiamo vederci.
E poi, forse sarebbe anche peggio. Senti, quando si è scoraggiati bisogna trovare la forza di reagire, e subito, se no… non c’è niente da fare e sei fregato! Capisci? …senti! Perché non ci ridiamo sopra?
Eh? Senti… piangere si può fare anche da soli, ma ridere bisogna essere in due! Ti ricordi quella volta a Ostia con quello lì del cocomero? Ma ridi, Marco, ti prego, ridi! …che amico triste mi sono scelto.
Sai cos’è che mi peserà di più? La tua mancanza. Curati. Fammi sapere della tua salute. Sì, appena succede ti richiamo. Ciao. Pensami quando vuoi.”

“L’ordine è la virtù dei mediocri.”

 

 

Morte a Venezia

Gustav von Aschenbach,cinquantenne compositore di successo,sceglie Venezia per riposare e riprendersi da problemi cardiaci che ne stanno minando la salute.
E’ il 1911,Gustav arriva nella città lagunare con un battello in una brumosa e fredda giornata;è diretto al Lido,al lussuoso Hotel des Bains.
Una volta arrivato,Gustav ha un nuovo attacco di cuore.
Si ristabilisce e partecipa nella hall dell’albergo ad un concerto di musica classica,dove rimane folgorato dalla presenza di un adolescente efebico e bellissimo,Tadso,figlio di una famiglia polacca in vacanza.
Ben presto la morbida e al tempo stesso conturbante bellezza del giovane si trasforma in una autentica ossessione per il maturo compositore;prende a seguirlo, a studiarne il comportamento,le amicizie.


Se da un lato Gustav è attratto irresistibilmente dal giovane,dall’altro è intimamente allontanato dallo stesso da un complesso di sentimenti contrastanti.
Prova anche per lo stesso una forte attrazione sessuale e alla fine,nel tentativo di apparire più giovane,nell’illusione di recuperare la propria giovinezza Gustav si tinge i capelli ed arriva anche a truccarsi.
E’ solo un tentativo patetico;l’uomo non riesce a comunicare con il giovane.Una mattina,in spiaggia,segue con lo sguardo Tadso mentre si immerge nell’acqua;è il suo ultimo sguardo alla vita,pochi istanti dopo si accascia
sulla sedia a sdraio.La morte lo coglie con la tintura dei capelli che cola lentamente sul volto.
Con Morte a Venezia Luchino Visconti scrive la seconda parte della sua trilogia tedesca che comprende anche La caduta degli dei (1969) e Ludwig (1972).
E’ l’opera più malinconica del grandissimo regista lombardo,che riporta sullo schermo il racconto lungo omonimo (o se vogliamo un romanzo breve) dello scrittore tedesco Thomas Mann.
Visconti amava molto le opere di Mann,avrebbe voluto portare sullo schermo un’altra opera dello stesso,La montagna incantata.
Ma subito dopo Ludwig,Gruppo di famiglia in un interno e L’innocente,quando avrebbe finalmente potuto dedicarsi alla riduzione cinematografica di La montagna incantata morì per una trombosi a 70 anni.


In Morte a Venezia Visconti di discosta molto dall’originale di Mann;un’operazione che alcuni critici contesteranno,dimenticando che una trasposizione cinematografica deve essere una personale elaborazione,non una pedissequa trasposizione.Che senso ha riportare sullo schermo un’opera se non ha nulla di chi l’ha rielaborata?
Visconti accentua la componente sessuale già latente nel romanzo,la sublima e la trasforma in un’angoscia esistenziale del protagonista,che vede nel giovane e bellissimo Tadso una raffigurazione quasi ellenistica della bellezza,una sublimazione della bellezza e della perfezione opposta a quello che è evidente in lui stesso,la decadenza fisica,la malattia,la vecchiaia.
In questo il maestro lombardo mostra ancora una volta un tocco di altissima classe,riuscendo a trasferire sullo schermo il tormento di un uomo che assiste al trionfo della giovinezza sulla vecchiaia,della salute e della bellezza sul disfacimento fisico.
Il grottesco tentativo di “ringiovanimento” di Gustav testimonia proprio questo,l’incapacità di ricreare fisicamente quello che è ormai perso.
E Gustav muore in una Venezia dall’aria rarefatta,in una spiaggia che sembra deserta,occupata da Tadso che si allontana nell’acqua avvolto da un sole tiepido mentre lui,lentamente,scivola verso l’oblio,con quella ancor più grottesca tintura che gli bagna il viso,
il dissolvimento dell’artificio con cui aveva voluto fermare l’avanzare dell’età.
Un film dolentemente lirico,malinconico,triste.


La Venezia decadente,con il lusso del grand hotel opposto al colera che serpeggia in città,con la sua bellezza che però sembra appannata,quasi sfiorita immersa com’è in una luce crepuscolare testimonia quasi l’assoluta comunione tra il compositore sfiorito,sfibrato dalla lunga ricerca della bellezza dell’arte nelle sue forme più rappresentative e la bellezza del giovane Tadso,folgorante,una sfida eterna alla vita.
Forse Gustav è attratto da tutto ciò che Tadso incarna:la sua bellezza,la sua gioventù sono il suo rimpianto per quello che non ha più;ma è anche il rimpianto più terreno,più autenticamente carnale.
Non puoi avere ciò che non puoi possedere concretamente.
Così Gustav finirà per struggersi sino a quel dito puntato verso l’orizzonte di Tadso;un’orizzonte che per il giovane è ancora tutto da scoprire…
Visconti usa poche parole;il linguaggio è quasi tutto affidato alle immagini.
Dalla lunga sequenza iniziale a quella struggente che chiude il film,è tutto un ripetersi di immagini simili a centinaia di quadri esposti uno dietro l’altro.


L’interprete principale del film,Dirk Bogarde,trasmette l’immagine della sofferenza interiore dapprima,di quella anche fisica poi.
Il suo volto appare quasi smarrito,preda di un coacervo di sentimenti che il suo volte trasmette splendidamente.
Sotto la direzione di Visconti l’attore londinese fornisce una delle prove più convincenti della sua lunga carriera.
Da segnalare anche il giovane Björn Johan Andrésen (16 anni durante le riprese del film) che lo storico cinematografico Lawrence J. Quirk definì “degno di essere preso in alcune immagini dalla pellicola e appeso nelle sale del Louvre o del Vaticano
L’attore svedese non ebbe praticamente più visibilità dopo questo film,in pratica si può definire una creatura di Visconti nata e finita con lui.
Bene la Mangano,in un piccolo ruolo c’è Carole Andrè,grandissimo Romolo Valli nel ruolo del servile direttore dell’albergo.
Stupenda la colonna sonora,nella quale spicca il IV movimento della Quinta Sinfonia oltre a Per Elisa di Beethoven e La vedova allegra di Franz Lehár.Chi è alla ricerca del film può guardarlo in una bella versione HD in streaming all’indirizzo http://altadefinizione.bid/morte-a-venezia-1971/

Morte a Venezia

Un film di Luchino Visconti. Con Dirk Bogarde, Romolo Valli, Mark Burns, Nora Ricci, Marisa Berenson, Björn Andersen, Carole André, Silvana Mangano, Leslie French, Franco Fabrizi, Marco Tulli, Antonio Appicella, Sergio Garfagnoli,
Ciro Cristofoletti, Luigi Battaglia, Masha Predit, Eva Axen, Marcello Bonini Olas, Bruno Boschetti, Nicoletta Elmi, Mirella Pamphili, Dominique Darel Drammatico, durata 120 min. – Italia 1971

Dirk Bogarde: Gustav von Aschenbach
Romolo Valli: direttore dell’albergo
Mark Burns: Alfred
Nora Ricci: governante
Marisa Berenson: signora von Aschenbach
Carole André: Esmeralda
Björn Andrésen: Tadzio
Silvana Mangano: madre di Tadzio
Leslie French: agente di viaggi
Franco Fabrizi: barbiere
Antonio Apicella: il girovago
Sergio Garfagnoli: Jaschu, giovane polacco
Ciro Cristofoletti: ragazzo dell’hotel
Luigi Battaglia: Scapegrace

Regia Luchino Visconti
Soggetto Thomas Mann
Sceneggiatura Nicola Badalucco e Luchino Visconti
Produttore Luchino Visconti
Produttore esecutivo Mario Gallo
Casa di produzione Warner Bros.
Fotografia Pasquale De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Gustav Mahler, Franz Lehár, Modest Mussorgsky e Ludwig van Beethoven
Scenografia Ferdinando Scarfiotti
Costumi Piero Tosi
Trucco Maria Teresa Corridoni, Gilda De Guilmi, Mario Di Salvio, Mauro Gavazzi, Goffredo Rocchetti e Luciano Vito

Incipit romanzo

Gustav Aschenbach o von Aschenbach, come ufficialmente suonava il suo nome dal giorno del suo cinquantesimo compleanno, in un giorno di primavera dell’anno 19.., quello che per mesi e mesi aveva mostrato al nostro continente una faccia tanto minacciosa,
aveva intrapreso, da solo, una lunga passeggiata partendo da casa sua nella Prinzregenterstrasse di Monaco.
Sovreccitato dal lungo, difficile ed insidioso lavoro del mattino, che lo aveva costretto a procedere con la massima concentrazione, attenzione, prudenza e rigore della volontà, lo scrittore non era riuscito a contenere, nemmeno dopo il pranzo, l’impulso produttivo che gli urgeva dentro, quel motus animi continuus che,
secondo Cicerone, è l’essenza della stessa retorica, né aveva potuto trovare nel sonnellino, che, a compensazione dell’esaurirsi sempre più rapido delle sue forze, gli era ormai così necessario, una volta nell’arco della giornata.

“Io mi ricordo che c’era una clessidra come questa in casa di mio padre… La sabbia scorre attraverso un forellino così sottile che all’inizio sembra che il livello della parte superiore non debba cambiare mai.
Cominciamo ad accorgerci che la sabbia scorre via solo verso la fine. Ma prima di allora ci vuole tanto… che non vale la pena di pensarci. Poi all’ultimo momento, quando non c’è più tempo, ci si accorge che è troppo tardi…
ci si accorge che è troppo tardi per pensarci…”

“Hai raggiunto il perfetto equilibrio. L’uomo e l’artista sono ormai una cosa sola: hanno toccato il fondo insieme.”

“Il genio è un dono di Dio. No, anzi… è una punizione di Dio. È un divampare peccaminoso e morboso di doti naturali.”

“Tu non hai mai posseduto la castità. La castità è un dono della purezza, non il penoso risultato della vecchiaia, e tu sei vecchio, Gustav.
E non c’è al mondo impurità così impura come la vecchiaia.”

L’Hotel Des Bains,Venezia

Un fotogramma tratto dal film…

E il Picnic di Vettriano…

Anna dei mille giorni

Inghilterra,1527.
Enrico VIII Tudor ha una relazione con la figlia maggiore di sir Thomas Boleyn,Mary.
Il re è sposato con Caterina d’Aragona,che però non è riuscita a dargli il tanto sospirato erede maschio.
Nei primi otto anni di matrimonio infatti la regina è rimasta incinta sei volte,ma una sola figlia,Mary (detta in seguito la Cattolica o la Sanguinaria)
è sopravissuta.
Ad un pranzo Enrico VIII si invaghisce della sorella minore di Mary,Anna,che però è legata a Henry Percy;nonostante l’ostacolo il re ordina al suo primo ministro, il Cardinale Wolsey di sciogliere il fidanzamento di Anna con il promesso sposo.
La giovane e bella Anna non è minimamente attratta dal re,ma poco alla volta,sedotta dal serrato corteggiamento di Enrico e sopratutto dal fascino del potere che esercita,gli cede.
Ma con molta furbizia la donna rifiuta di spingersi fino in fondo;contemporaneamente inizia a minare la fiducia del re nel suo cancelliere.
Il re,ormai deciso a regolarizzare il suo legame con Anna,invia Wolsey da Papa Paolo III per chiedere lo scioglimento del suo matrimonio con Caterina;il Cancelliere fallisce la sua missione e questo segna la sua definitiva disgrazia a corte.


Contemporaneamente il re comunica al Parlamento la sua volontà di separare la chiesa d’Inghilterra da quella romana,dando via allo scisma che sancirà la nascita della chiesa anglicana.
Così Enrico VIII è libero di impalmare Anna Boleyn.
E lo fa,nonostante la netta opposizione di buona parte della nobiltà e sopratutto l’ostilità del popolo,molto legato alla legittima sovrana Caterina.
Qualche mese dopo la felicità del re sembra essere completa:Anna è incinta.
Ma la neo regina partorisce una femmina (la futura Elisabetta I,la regina vergine) e questo sancisce l’inizio della fine del rapporto idilliaco tra i due.
Il re inizia a trascurare sempre più Anna ma nonostante tutto quest’ultima resta di nuovo incinta.
Quando il figlio della coppia nasce morto,Enrico,che nel frattempo ha allacciato una relazione amorosa con una delle damigelle di Anna,Jane Seymour,chiede al suo nuovo cancelliere Thomas Cromwell di studiare un mezzo per liberarsi di Anna.
Con molta spregiudicatezza,il Lord Cancelliere con la tortura fa confessare un musicista di casa Boleyn di essere l’amante di Anna e nel frattempo con la stessa accusa arresta dei cortigiani.


Tra gli arrestati figura anche i fratello di Anna e la donna,che nel frattempo è stata arrestata e portata nella Torre di Londra,comprende di essere perduta.
Nonostante un drammatico colloquio con Enrico,Anna non smuove la volontà del re e la donna,che ha rifiutato di ammettere l’adulterio e di conseguenza di sciogliere il matrimonio,viene condannata a morte.
Dopo mille giorni di potere tanto sognato e voluto,Anna Boleyn sale sul patibolo e viene decapitata.
Enrico VIII è libero di impalmare Jane Seymour mentre la piccola Elisabetta ascolta i rombi dei cannoni annunciare la morte di sua madre.
L’ascesa e la caduta di Anna Boleyn (italianizzata in Bolena) è raccontata dal londinese Charles Jarrott con buona mano e con una ricostruzione storica tutto sommato abbastanza fedele.
Jarrott aveva una decennale carriera televisiva alle spalle e questo suo esordio sul grande schermo va considerato positivo alla luce del risultato finale.
Anna dei mille giorni esce nelle sale nel 1969,ottenendo un discreto successo di pubblico ma critiche contrastanti.
Nonostante tutto otterrà ben 10 nomination agli Oscar anche se alla fine porterà a casa solo la statuetta per i migliori costumi mentre miglior sorte riceverà ai Golden Globe,assicurandosi quelli per il miglior film drammatico,la migliore regia,la miglior attrice e la migliore sceneggiatura.
Come dicevo,un film ben realizzato,con una sceneggiatura ricavata dal soggetto originale del premio Pulitzer Maxwell Anderson,una sontuosa realizzazione scenica e di costumi.


Qualche forzatura,come il mai esistito incontro prima dell’esecuzione fra Anna e Enrico VIII non inficia il buon esito della pellicola,che resta storicamente abbastanza fedele a quanto accaduto nella realtà.
Forse l’unico vero errore è l’aver puntato su Richard Burton come interprete del personaggio di Enrico VIII,ma non certo per incapacità recitativa da parte del grande attore gallese quanto piuttosto per le differenti  caratteristiche fisiche.Re Enrico dall’essere aitante era diventato,con il passare del tempo,un uomo robusto ai limiti della pinguedine;ma tutto sommato si tratta di dettagli.
Il film scorre con piacevolezza,i vari attori svolgono diligentemente il loro lavoro e va segnalata l’ottima performance di Genevieve Bujold,alla sua prima vera parte importante in carriera.
Jarrott due anni dopo dirigerà un altro buon film storico,quel Maria Stuarda, regina di Scozia che racconterà la triste vicenda della cugina di Elisabetta I Tudor che finirà per essere decapitata come la madre di Elisabetta,la sventurata Anna Boleyn.

Anna dei mille giorni

Un film di Charles Jarrott. Con Irene Papas, Anthony Quayle, Richard Burton, Geneviève Bujold, John Colicos, Vernon Dobtcheff, Michael Hordern, Katharine Blake, Valerie Gearon, Michael Johnson, Peter Jeffrey,Joseph O’Conor, William Squire, Esmond Knight, Nora Swinburne Titolo originale Anne of the Thousand Days.
Storico, durata 145 min. – Gran Bretagna 1969.

 

 

Richard Burton: Re Enrico VIII
Geneviève Bujold: Anna Bolena
Irene Papas: Caterina d’Aragona
Anthony Quayle: Cardinale Wolsey
John Colicos: Thomas Cromwell
Michael Hordern: Conte Thomas Boleyn
Katharine Blake: Elizabeth Boleyn
Valerie Gearon: Mary Boleyn
Michael Johnson: George Boleyn
Peter Jeffrey: Duca di Norfolk
Joseph O’Conor: Vescovo Fisher
William Squire: Tommaso Moro
Esmond Knight: Kingston
Nora Swinburne: Lady Kingston
Vernon Dobtcheff: Mendoza
Brook Williams: Breareton
Gary Bond: Smeaton
T.P. McKenna: Norris
Denis Quilley: Weston
Terence Wilton: Lord Percy
Lesley Paterson: Jane Seymour
Nicola Pagett: Principessa Mary
June Ellis: Bess
Kynaston Reeves: Willoughby
Marne Maitland: Campeggio
Cyril Luckham: Priore Houghton
Amanda Walker: Dama di Anna
Charlotte Selwyn: Dama di Anna
Elizabeth Counsell: Dama di Anna
Juliet Kempson: Dama di Caterina
Fiona Hartford: Dama di Caterina
Lilian Hutchins: Dama spagnola di Caterina
Anne Tirard: Dama spagnola di Caterina
Amanda Jane Smythe: Elisabetta bambina

Enrico VIII Tudor

Anna Boleyn

 

Regia Charles Jarrott
Soggetto Maxwell Anderson
Sceneggiatura Bridget Boland, John Hale e Richard Sokolove
Produttore Hal B. Wallis
Casa di produzione Hal Wallis Productions
Fotografia Arthur Ibbetson
Montaggio Richard Marden
Musiche Georges Delerue
Scenografia Maurice Carter
Costumi Margaret Furse

 

Il giorno della civetta

“Voi mi state dicendo a vostro modo che non parlate perché gli assassini sono ancora in libertà. Ma gli assassini sono in libertà perché voi non parlate.”
In questa frase pronunciata dal Capitano Bellodi,protagonista del film Il giorno della civetta,c’è l’essenza del film stesso e in modo lato della mafia,vera protagonista della pellicola e del romanzo di Sciascia del quale è la fedele riduzione su pellicola.
Un film sulla mafia,quindi,un film sulla corruzione e sui poteri forti con essa collusi.
Uno dei primi ad affrontare in modo organico un fenomeno che già negli anni 60 sembrava avvolgere come una piovra (che non a caso sarà il titolo di una fortunata serie tv sulla mafia) tutto il tessuto sociale della Sicilia,rendendo inestricabile un mondo omertoso,fiancheggiato da una pletora di personaggi che con essa hanno sviluppato un’economia occulta che ha finito per diventare un cancro della società.
Il libro di Sciascia,strutturato come un romanzo,ma in realtà vero atto di accusa verso un mondo impenetrabile capace di avvelenare e al tempo stesso di coartare un’intero consesso civile, racconta una storia che negli anni successivi sarebbe diventata una triste litania,replicata all’infinito e responsabile di una scia di sangue lunghissima e dolorosa.


La storia di un paese,di una regione intera che finisce,un pò per paura,un pò per convenienza per convivere con il fenomeno mafioso quasi in simbiosi.
Sciascia analizza il fenomeno,racconta una storia che avremo rivisto tante volte,fino alla nausea e alla fine chiude il romanzo quasi sconfitto, comunque rassegnato:la mafia,come dirà Giovanni Falcone,è una cosa umana e come tale avrà un termine,ma qui siamo nel 1961 (il romanzo è del 1960 ma sarà pubblicato l’anno dopo) e il fenomeno mafia è purtroppo vivo e vitale.

E’ il 1961,siamo in Sicilia.
Il Capitano Bellodi,emiliano purosangue di Parma,è stato trasferito in Sicilia;si trova a dover indagare sul misterioso omicidio Salvatore Colasberna,imprenditore edile che ha pagato con la vita il diniego a lasciare un appalto a favore di un’azienda protetta dalla mafia.
L’uomo è stato ucciso nei pressi dell’abitazione di Salvatore Nicolosi e di sua moglie Rosa;anche l’uomo scompare,ma Bellodi,con caparbietà riesce a far dire a Rosa il nome dell’uomo che Salvatore ha incontrato sul luogo dell’omicidio,Zecchinedda.
La circostanza viene confermata da un informatore della polizia,Parrinieddu;ma i due uomini sono destinati a fare una brutta fine.
Dietro la loro scomparsa c’è la lunga mano di Don Mariano Arena,potente capo mafia della zona,protetto da poteri forti e con amicizie altolocate.
Le indagini di Bellodi arrivano fino a lui,Arena verrà arrestato.


Ma nell’ombra le amicizie si muovono e l’uomo torna libero:il capitano viene trasferito in altra sede.
Analisi dura,nuda e cruda ambientale e sociologica,Il giorno della civetta si apre e si chiude in modo asciutto,ripercorrendo in maniera fedele i passi del Capitano Bellodi,uomo di sani principi e ligio alla legge,nella quale ha una fede incrollabile attraverso i meandri di una società rigidamente strutturata come una piramide.
Una piramide umana,però,al cui vertice c’è il potere assoluto,parallelo a quello legale ma al tempo stesso molto più potente.
La mafia è la vera legge,rispettata da tutti non solo per paura ma quasi come un’istituzione sacra,con il suo complesso di regole che ha come corredo comportamenti omertosi se non anche fiancheggiatori da parte di apparati dello stato.
Magistrati,poteri economici,politici,tutti sono al servizio in qualche modo dell’anti stato.
E alla fine sarà proprio l’anti stato a vincere e le parole di Bellodi,che ho citato all’inizio,resteranno lettera morta.
C’è un passo,nel film,in cui il Capitano incontra Arena,il capo mafia,che gli racconta di come vede lui la gente che lo circonda:
” …e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…
Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…
E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha pià senso e più espressione di quella delle anatre…(cit.lett.)
Nel finale del film, quando il Capitano mestamente lascia il paese per essere sostituito da un funzionario di polizia meno zelante, i mafiosi rimasti tranquillamente al loro posto definiranno quest’ultimo “quacquaracquà”,in netta contrapposizione con Bellodi,nemico si ma degno del massimo rispetto.


Il film trasuda pessimismo che si afferra,palpabilmente,per tutta la durata della pellicola.
E il finale è ovviamente il punto più alto di questo pessimismo serpeggiante.
Il giorno della civetta è un film importante che analizza il fenomeno mafia sotto varie angolazioni;lo è anche perchè è il primo ad affrontare senza paure lo scomodo tema del malaffare,fino ad allora trattato cinematograficamente senza la dovuta profondità.
E lo fa con un linguaggio perfettamente costruito,con dialoghi secchi ed efficaci,aiutato anche dalla recitazione corale di un gruppo di attori tutti di altissimo livello.Come il bravissimo Franco Nero che interpreta il probo e integerrimo capitano Bellodi,
una splendida Claudia Cardinale ancora una volta “siciliana”,bella come ai tempi di “Il gattopardo” ma sopratutto in possesso di uno sguardo,di una fisicità che parlano da soli.
E poi ancora un credibilissimo Lee J. Cobb nei panni di Don Mariano Arena,eminenza “nera” e vera anima dannata che è dietro alla piovra che strangola il paese.
Bravi anche Serge Reggiani,Nehemiah Persoff e Tano Cimarosa,per un film che non può mancare in nessuna videoteca.
Damiani dirige il primo dei suoi film che avranno come tema la mafia o comunque la violenza,la sopraffazione e l’omertà,il silenzo complice:seguiranno film di denuncia come La moglie più bella,il bellissimo Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica,L’istruttoria è chiusa: dimentichi,Perché si uccide un magistrato,tutti film con un comune denominatore,quello dell’impegno civile e della denuncia.
Il film è disponibile su You tube in una splendida versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Ypg5SxbDhE4

Il giorno della civetta

Un film di Damiano Damiani. Con Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Franco Nero, Serge Reggiani, Ugo D’Alessio,
Nehemiah Persoff, Fred Coplan, Ennio Balbo, Brizio Montinaro, Lino Coletta Drammatico, Italia 1968

Franco Nero: capitano Bellodi
Claudia Cardinale: Rosa Nicolosi
Lee J. Cobb: Don Mariano Arena
Tano Cimarosa: Zecchinetta
Nehemiah Persoff: Pizzuco
Serge Reggiani: Parrinieddu
Ennio Balbo: il primo mafioso al banchetto
Ugo D’Alessio: il secondo mafioso al banchetto
Fred Coplan: il brigadiere
Giovanni Pallavicino: maresciallo dei Carabinieri
Laura De Marchi: La figlia di don Mariano
Brizio Montinaro: il figlio del maresciallo
Lino Coletta: il giovane baffuto in casa di Don Mariano
Vincenzo Falanga: uno scagnozzo di Don Mariano

Genere drammatico, giallo
Regia Damiano Damiani
Soggetto Leonardo Sciascia
Sceneggiatura Damiano Damiani, Ugo Pirro
Produttore Luigi Carpentieri, Ermanno Donati
Distribuzione (Italia) Medusa Film
Montaggio Nino Baragli
Musiche Giovanni Fusco

Sergio Graziani: capitano Bellodi
Rita Savagnone: Rosa Nicolosi
Corrado Gaipa: Don Mariano Arena
Arturo Dominici: Pizzuco
Oreste Lionello: Parrinieddu
Ignazio Balsamo: maresciallo dei Carabinieri

Incipit romanzo

L’autubus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa. nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica.
Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista «un momento» e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva.
Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

 

– “Come andò il gioco?”
– “A zacchinetta vinsi, poi arrivarono i carabinieri e ci arrestarono tutti; così tutti abbiamo perduto.”

“Fesso” è quasi grave come “cornuto”. Ma “cornuto” è più grave di tutto.

 

Euro International Film

Tiro al piccione 1961

Il boia di Venezia 1962

Un dollaro bucato 1963

Django 1966

Edipo Re 1967

La morte ha fatto l’uovo 1968

La ragazza con la pistola 1968

C’era una volta il West 1968

La matriarca 1968

Il dito nella piaga 1969

Nell’anno del signore 1969

Con quale amore con quanto amore 1970

I girasoli 1970

I cannibali 1970

Ninì Tirabusciò 1970

La vittima designata 1971

La cosa buffa 1972

Lucrezia giovane 1974

La mazurka del barone della santa e del fico fiorone,1974

 La supplente 1975