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Love is all you need

Ida è una parrucchiera,reduce da un intervento di quadrantectomia al seno in seguito ad un cancro; ha appena terminato la chemioterapia e ovviamente vive in un limbo, sospeso tra speranza e paura. A distrarla c’è il matrimonio della figlia con Patrick, conosciuto tre mesi prima; i due hanno deciso di sposarsi in Italia, a Positano, luogo molto caro a Philip,il padre di lui, che ha vissuto con la moglie in una bella casa sulla costiera amalfitana prima che la stessa morisse tragicamente in un incidente stradale.
Ma per Ida arriva un altro brutto colpo, proprio mentre sta cercando di uscire faticosamente dalla malattia.
Al rientro a casa,trova il marito impegnato sessualmente con la giovanissima segretaria dell’uomo,Thilde.
Così Ida è costretta a partire sola per l’Italia, non prima di aver conosciuto il suo futuro consuocero proprio all’aeroporto,in modo tragi comico; la donna infatti tampona la lussuosa auto di Philip, che reagisce a suo modo,irato.
Philip infatti dalla morte della moglie, inconsolabile, vive una vita dedita solo al lavoro, senza alcuno spazio per i contatti umani.
I due si trovano così a viaggiare assieme,due persone dai caratteri opposti: tanto è solare e fiduciosa Ida,nonostante la malattia e la scoperta del tradimento del marito,tanto è burbero e scostante Philip.


Ma,gioco forza i due devono viaggiare assieme.
Intanto Astrid e Patrick, i due futuri sposi,preparano la grande casa in cui si dovrebbe celebrare il matrimonio fra i giovani.
Alla spicciolata arrivano gli invitati: dapprima Ida e Philip, poi la cognata di quest’ultimo,la terribile Benedikte,che mira scopertamente ad impalmare il ricco cognato,poi ecco la sorpresa, l’arrivo di Leif,marito di Ida con la segretaria amante,una ragazza sciocca e svampita.
Nonostante questo nuovo affronto, Ida non perde la  calma e si dedica ai preparativi per le nozze,risolvendo anche problemi banali come quello causato da un’ennesima disavventura,lo smarrimento della valigia con tutte le sue cose
avvenuto in aeroporto.


E l’inizio di una serie di situazioni agro dolci,che culminano con l’annullamento del matrimonio tra i due giovani,causato principalmente dalla confusione di Patrick,che in realtà stava per sposarsi solo per compiacere il padre,nonostante evidenti inclinazioni omosessuali.
Malinconicamente la compagnia degli invitati si scioglie,ma nell’aria c’è qualcosa di nuovo; Philip ha imparato ad amare Ida, per quella sua dolcezza capace di farle superare tutte le traversie che la donna incontra per strada, un autentico percorso ad ostacoli.
Philip andrà a trovarla nel laboratorio da parrucchiera nel quale Ida lavora e la invita ad andarlo a trovare in Italia,nella casa di Sorrento dove a deciso di tornare a vivere ;Ida intanto è tornata con il marito,che dopo la sbandata si è reso conto di amare ancora la moglie.
Cosa farà la donna ora?


Love is all you need di Susanne Bier, cinquantaduenne regista e sceneggiatrice danese, uscito nelle sale nel 2012 è una commedia agro dolce a sfondo sentimentale nella quale i due protagonisti dovevano essere i ragazzi in procinto di sposarsi e invece, con un brusco dietro front, si assiste
all’assurgere al ruolo principale dei due genitori degli sposi stessi, la dolce e anche un po sfortunata Ida e il burbero e arcigno Philip; un capovolgimento di trama che giova alla pellicola, lasciando sullo sfondo i due ragazzi sposi mancati,ma che hanno la vita davanti per trovare la vera strada e l’anima gemella
e viceversa due persone ormai in un’età nella quale sono più i ricordi che le speranze.
Philip è ormai disilluso,vive nel ricordo della moglie e l’unico legame vivente che conserva con la defunta è rappresentato dalla pestifera e invadente cognata Benidikta; dalla morte della moglie non ha più messo piede a Sorrento,dove possiede una casa con una vista bellissima,con giardini stracolmi di arance e di limoni. Il ricordo doloroso di lei lo ha tenuto lontano,ma con le nozze del figlio deve riaffrontare il passato e la seduzione del luogo incantato finisce per avere il sopravvento. Ida è solare tanto è scorbutico Philip e come sempre accade gli estremi alla fine si toccano e si fondono; l’uomo si innamorerà di quella donna capace di superare le avversità senza abbattersi, del suo carattere dolce (anche se un po troppo remissivo, inizialmente, con il marito).


Una commedia sentimentale, quindi, lineare e ben diretta con qualche sprazzo felice, fra i quali l’incantevole location scelta,la costiera amalfitana con una delle sue gemme,Positano e qualche caduta,come il mancato approfondimento delle motivazioni che spingono Patrick a lasciare,sull’altare creato nella villa,la dolce Astrid.
Un neo non da poco,visto che i perchè vengono appena abbozzati. Ma come ho detto i veri protagonisti finiscono per essere gli “adulti”, incluso l’incredibile marito di Ida che perde la testa per la segretaria carina si ,ma oca all’ennesima potenza.
Univo, vero grande limite è la visione stereotipata dell’Italia e in particolare del meridione: solita canzone That’s amore, mandolini e pizza, un ormai trito corollario di molti, troppi film di produzione internazionale che ha per protagonista l’italico stivale.
Ma tant’è…


Decisamente in tono minore Pierce Brosnan,un po legnoso nei panni di Philip mentre decisamente bravissima,bella e dolce l’ormai assoluta certezza rappresentata dalla talentuosa Trine Dyrholm,una delle attrici che è entrata nei cast di diversi film di ottimo livello come
Daisy Diamond,Festen o La comune.Discreta la prova del resto del cast.
Un film in definitiva passabile,senza grosse ambizioni e che si fa seguire, a patto di prenderlo come un passatempo di un’ora e mezza senza alcun bisogno di lambiccarsi il cervello.

Love is all you need

di Susanne Bier, con Pierce Brosnan, Trine Dyrholm, Molly Blixt Egelind, Sebastian Jessen, Paprika Steen. Genere Commedia – Danimarca, Svezia, Italia, Francia, Germania, 2012, durata 110 minut, distribuito da Teodora Film.

Pierce Brosnan: Philip
Trine Dyrholm: Ida
Kim Bodnia: Leif
Paprika Steen: Benedikte
Sebastian Jessen: Patrick
Marco D’Amore: Marco
Ciro Petrone: Alessandro
Christiane Schaumburg-Müller: Thilde
Molly Blixt Egelind: Astrid
Micky Skeel Hansen: Kenneth
Frederikke Thomassen: Alexandra
Bodil Jørgensen: Vibe

Luca Ward: Philip
Francesca Fiorentini: Ida
Antonio Palumbo: Leif
Alessandra Korompay: Benedikte
Emiliano Coltorti: Patrick
Valentina Mari: Thilde
Emanuela Damasio: Astrid
Marco Vivio: Kenneth
Joy Saltarelli: Alexandra
Paola Giannetti: Vibe

Regia Susanne Bier
Soggetto Susanne Bier, Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura Anders Thomas Jensen
Produttore Sisse Graum Jørgensen, Vibeke Windeløv
Produttore esecutivo Peter Garde, Peter Aalbæk Jensen
Casa di produzione Film i Väst, Network Movie Film-und Fernsehproduktion, Zentropa Productions, Lumière & Company, Teodora Film, Liberator Productions, Slot Machine, ARTE, ZDF, Zentropa International Köln, Zentropa International Sweden
Distribuzione in italiano Teodora Film
Fotografia Morten Søborg
Montaggio Pernille Bech Christensen, Morten Egholm
Musiche Johan Söderqvist
Scenografia Peter Grant
Costumi Signe Sejlund

gennaio 19, 2020 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

La comune

Danimarca,anni 70.
Erik e Anna sono una coppia sposata da 15 anni e con una figlia, Freya.
Lui è un professore universitario di architettura, lei una giornalista televisiva; una vita borghese, tranquilla fino al giorno in cui Erik eredita la casa dei suoi in cui viveva ancora suo padre,venuto a mancare.
Una casa enorme, oltre 450 metri quadri, della quale Erik farebbe volentieri a meno vista anche la sua ottima valutazione di mercato.
Ma Anna ha altri progetti e li espone ad Erik, ovvero creare all’interno di esse una comune, in modo da realizzare il suo sogno di vivere in compagnia e perchè no,dividere le spese di gestione.
Anche se dubbioso Erik accetta così in breve tempo arrivano i primi coinquilini fra i quali Ole,un vecchio amico squattrinato e via via gli altri, Steffen e Mona, Allon e Ditte e via dicendo.


Si forma così una eterogenea comunità che almeno agli inizi sembra riuscire a condividere il sogno comune di una vita in armonia all’interno di una micro società auto gestita,libera dai vincoli che dettano la vita nel quotidiano reale.
Tutto sembra filare bene, con una collegialità che da respiro alle aspirazioni di tutti,che apportano il proprio contributo secondo le proprie disponibilità
Ma la situazione è destinata ben presto a mutare radicalmente proprio a causa dell’inizialmente restio Erik,che si innamora della sua giovane allieva Emma.
Quando Erik confessa la cosa ad Anna (anche perchè colto in fallo proprio dalla figlia Freya), la moglie ha una reazione molto comprensiva e sembra accettare la storia.
Ma l’atteggiamento libero e maturo di Anna ben presto si trasforma in una crisi identitaria molto forte; la donna si trova a doversi confrontare con una rivale molto più giovane,bella e affascinante e  il suo atteggiamento moderno lascia il posto alla depressione,che la porta ad avere successivamente un forte calo di rendimento anche sul lavoro.


La situazione precipita quando decide di far venire a vivere Emma nella comune; da quel momento le cose non saranno più le stesse e la comune scoprirà quanto sia difficile conciliare il collettivo con il privato.
La morte del piccolo Vilads sembra riunire per un attimo il gruppo, ma l’incanto è ormai rotto: consapevole di dover trovare una strada nuova e di dover accettare la relazione del marito, Anna lascia la comune alla
ricerca di una nuova identità e di un futuro incerto ma diverso.
La comune è un film che parla di un vecchio mito degli anni 60 e 70,quello di una micro società sganciata dagli obblighi sociali della macro società, nella quale vigono le regole dell’individualità e della affermazione del singolo.
L’utopia delle scelte comuni, della vita sotto uno stesso tetto, un vero comunismo del posseduto a favore di una comunità eterogenea con leggi auto decise è visto come un miraggio che deve scontarsi con la realtà delle cose.


Il collettivo deve per forza confrontarsi con il privato,con l’individuo, che ha regole indipendenti e sopratutto fatalmente legate alle scelte individuali.
Basta una cosa semplicissima come un nuovo amore a mettere in crisi l’utopia stessa; la necessità di confrontarsi con la presenza della rivale in amore porta la protagonista principale, Anna, ad una profonda crisi personale che investe
il suo essere principalmente come donna e come moglie.
Il confronto è impari e Anna,profondamente innamorata di Erik,dovrebbe conciliare la nuova realtà coniugale con la comune. Fatalmente il confronto non regge e così l’equilibrio apparentemente raggiunto si frantuma.
In mezzo ci sono gli sforzi del gruppo per vivere serenamente la realtà della comune,che apparentemente sembra funzionare.Nella realtà le cose sono ben diverse;l’esaltazione dei primi momenti,il bagno spensierato in gruppo,le cene conviviali e la vita in comune
devono lasciare posto alla dura realtà.Il privato,la sfera intima sono inconciliabili con l’utopia e il conto sarà presto presentato.
Interessante lavoro,questo del regista Thomas Vinterberg,molto apprezzato dalla critica,come mostrano i premi internazionali ricevuti,che però non sono bastati ad attrarre pubblico nelle sale.Poco meno di 30.000 spettatori per un film che invece è più che godibile anche se
va affrontato come un lavoro non certo scacciapensieri. Il tema inusuale è affrontato con mano sicura da Vintenbergne pur con qualche difetto è opera di sicuro rilievo.

Qualche lentezza di troppo,qualche dialogo non particolarmente comprensibile sono pecche del film che tuttavia si lascia guardare.
Menzione per la brava Tryne Dirholm,già ammirata nei panni di una spregevole direttrice tv in Daisy Diamond, bravo anche il conosciuto Ulrich Thomsen,nel film Erik.
Brava e sicuramente affascinante il terzo lato del triangolo,Helene Reingaard Neumann che nel film è Emma.
Un film di cui consiglio la visione.

La comune

un film di Thomas Vinterberg, con Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hansen, Lars Ranthe, Fares Fares. Titolo originale: Kollektivet. Genere Drammatico – Danimarca, 2016, durata 111 minuti.

Ulrich Thomsen: Erik
Trine Dyrholm: Anna
Lars Ranthe: Ole
Helene Reingaard Neumann: Emma
Anne Gry Henningsen: Ditte
Fares Fares: Allon
Magnus Millang: Steffen
Martha Sofie Wallstrøm Hansen: Freja
Julie Agnete Vang: Mona
Rasmus Lind Rubin: Peter
Sebastian Grønnegaard Milbrat: Vilads
Jytte Kvinesdal: Kirsten
Mads Reuther: Jesper

Simone D’Andrea: Erik
Laura Romano: Anna
Massimo Rossi: Ole
Benedetta Degli Innocenti: Emma
Rosalba Caramoni: Ditte
Hossein Taheri: Allon
Alessio Cigliano: Steffen
Sara Labidi: Freja
Laura Cosenza: Mona
Niccolò Guidi: Peter
Teo Achille Caprio: Vilads
Paola Giannetti: Kirsten
Rino Bolognesi: Leif

Regia Thomas Vinterberg
Sceneggiatura Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Jesper Tøffner
Montaggio Janus Billeskov Jansen e Anne Østerud
Musiche Fons Merkies
Scenografia Niels Sejer, Salli Lindgreen e Didde Højlund Olsen

gennaio 18, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Il canto delle spose

Tunisia,inverno 1942
La vita, a Tunisi, sembra scorrere all’apparenza tranquilla.
Ma le truppe di invasione nazista con l’aiuto dei francesi collaborazionisti, stanno per iniziare anche in Tunisia la loro immonda opera di rastrellamento degli ebrei.
Nella città vivono due ragazze, Nour (musulmana) e Myriam (ebrea sefardita) che nonostante le differenze di pelle,di cultura e di religione sono molto amiche, tanto da confidarsi i più intimi pensieri.
Come accade del resto a tutte le latitudini del mondo fra ragazze che hanno scoperto di avere tanti punti in comune. Tranno uno, l’amore.
Mentre Nour ha un fidanzato, Khaled, Myriam lo avrà a breve ma non per scelta. La ragazza infatti è orfana di padre e sua madre versa in condizioni economiche precarie; inoltre gli occupanti nazisti


pretendono dagli abitanti di razza ebraica il pagamento di una forte multa (per il solo fatto di essere ebrei)
L’unica soluzione per Tita, la mamma di Myriam, è di concedere in sposa la giovanissima figlia ad un ricco medico, Raoul,che ovviamente ha molti più anni della ragazza.
Ma anche Nour ha le sue pene amorose.
Khaled non lavora e quindi il padre della ragazza non acconsente alle nozze fra i due se prima il giovane non avrà trovato un occupazione. Nour è innamorata di Khaled, tipico maschio abituato a considerare
la donna inferiore all’uomo,secondo gli stereotipi di un mondo immutato da secoli. Ed è anche poco contento dell’amicizia tra le due ragazze, perchè Khaled, facilmente influenzabile,ha assimilato le teorie politiche naziste
che considerano gli ebrei come esseri inferiori. Ma l’amicizia,la complicità tra due ragazze è superiore a tutto…
Il canto delle spose,film del 2008 diretto dalla regista francese Karin Albou affronta alcuni temi di stringente attualità nonostante il film sia ambientato negli anni 40.


Coabitazione pacifica tra popoli, tolleranza religiosa, l’amicizia sono solo alcune tematiche affrontate in un film dai ritmi sicuramente non eccelsi ma dall’intelligente impianto.
La vicenda delle due ragazze si integra perfettamente con una storia che tende a mostrare la condizione femminile in un periodo che appare lontano nel tempo ma che in realtà ha fatto davvero pochi passi avanti.
Si pensi alla figura di Nour o quella di Myriam; la prima già predestinata alla sottomissione al maschio padrone, la seconda costretta a prendere un marito scelto non certo da lei; vero è che nel caso della giovane ebrea più che un’usanza tristemente consolidata nei
secoli ci sono ragioni di ordine economico,ma il discorso cambia poco.
La donna è in tutti i casi succube delle circostanze ed è l’agnello sacrificale da immolare per mancanza di denaro o di prospettive future; nel discorso della madre compare il tradizionale “se ci fosse tuo padre avresti fatto come dice lui“,tipica frase di chi si aggrappa alle tradizioni
senza minimamente pensare alla personalità della futura sposa,una ragazzina divisa da moltissimi anni di differenza con il futuro marito. Non scelto,quindi non amato.


Sicuramente più agevole il cammino di Nour: suo padre non è contrario al matrimonio con l’amato Khaled, ma esige che il giovane abbia prima un lavoro.E se vogliamo è sicuramente un’aspirazione comprensibile in un genitore.
Ma a parte le vicende sentimentali delle due ragazze,Karin Albou segue anche le vite parallele tra le due; se Nour è musulmana in un paese africano,quindi a fortissima prevalenza della religione dominante, Myriam è ebrea, appartiene quindi ad una minoranza generalmente poco amata.
Eppure sia lei che sua madre non sono affatto ghettizzate dalla popolazione locale.
Lei ha un’amica musulmana,sua madre lo stesso.
C’è tolleranza, quindi, rispetto.


Che verrà meno non per odio tra la popolazione tunisina e gli ebrei, bensi per la presenza del demonio nazista, che in questo caso si associa con i collaborazionisti francesi,disposti a scendere a patti con il diavolo pur di conservare lo status quo.
Film ben strutturato quindi,con una trama lineare e alcune scene ad effetto che si ricordano a lungo,come la violenza subita dalla mamma di Myriam,intuita più che vista e seguita dalla ragazza nascosta sotto il letto,i discorsi nel bagno turco femminile e la scena della ceretta inguinale a cui si sottopone Myriam,percorso obbligato per la giovane ebrea e che lo spettatore segue praticamente dal vivo,la mortificante sequenza in cui Khaled mostra ai propri genitori e ai vicini il lenzuolo della prima notte di nozze,usanza purtroppo usata anche da noi fino agli anni settanta in alcune zone del sud.


Brave le attrici fra le quali va segnalata la regista che interpreta la madre di Myriam e le due attrici che interpretano Nour e Myriam, Lizzie Brocheré, Olympe Borval.
Un buon film che affronta temi delicati e di grande attualità,con intelligenza e delicatezza, che potrete vedere in streaming Rai all’indirizzo http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-156192c2-9f66-4242-939c-2fe48ef9d77b-cinema.html

Il canto delle spose

di Karin Albou, con Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian, Karin Albou. Titolo originale: Le chant des mariées. Genere Drammatico – Francia, Tunisia, 2008, durata 100 minuti

 

Lizzie Brocheré … Myriam
Olympe Borval … Nour
Najib Oudghiri … Khaled
Simon Abkarian … Raoul
Karin Albou … Tita madre di Myriam
Lassad Boumnijel … padre di Nour
Nejia Jendoubi … madre di Nour
Hichem Rostom … padre di Raoul
Jaouida Vaugan … madre di Raoul

Regia: Karin Albou
Sceneggiatura: Karin Albou
Musiche: François-Eudes Chanfrault
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Camille Cotte
Casting: Maya Serrulla

gennaio 16, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Ti do i miei occhi

Antonio e Pilar sono sposati da dieci anni,con un figlio; si sono uniti per amore, ma allora cosa ci fa Antonio da uno psicologo?
Ha problemi di coppia?
In effetti si, ma non quelli che ci si aspetterebbe, problemi di incomunicabilità, di amore fisico in declino ecc.
Lo apprendiamo poco per volta.
Quello di Antonio,in realtà è un amore malato.
E parlare di amore, quando si usa la violenza più psicologica che fisica nei confronti dell’anello debole, storicamente, del nucleo familiare toglie
persino la volta di parlare d’amore.


Come può un uomo innamorato tiranneggiare, usare violenza verbale, dominio psicologico sulla propria compagna?
Dall’altro lato dello specchio c’è Pilar; è ancora innamorata di suo marito, indubbiamente, ma non sopporta più le vessazioni e l’amore sta pian piano
lasciando il campo alla consapevolezza della propria esistenza come essere umano, come essere pensante, dotato di una propria umanità, dignità.
Così parla liberamente con sua madre,sua sorella,la sua migliore amica di quello che la agita e la turba e alla fine prende una decisione;raccoglie un po di cose,prende suo figlio Juan e molla Antonio,riparando da sua sorella Ana.
Per Antonio si apre un periodo difficile; è innamorato di sua moglie e vuole gestire la sua rabbia. Così decide di frequentare un centro specializzato e dopo numerose sedute sembra finalmente in grado di convivere da vero coniuge con sua moglie. Che anche se non pienamente convinta,accetta di tornare sotto il tetto coniugale.


Ma un banalissimo episodio porta nuovamente Antonio a riprendere la strada così faticosamente abbandonata; arriva a denudare sua moglie e a lasciarla fuori dalla finestra di casa, completamente nuda.
Per Pilar è decisamente la fine.
Trova la forza di abbandonare il marito e di denunciarlo.E’ ora di iniziare una nuova vita, consapevole che non è certamente l’avere un pessimo marito una realizzazione personale e di vita…
Gran bel film,Ti do i miei occhi (titolo spagnolo originale Te doy mis oyos), diretto nel 2003 dalla regista spagnola Icíar Bollaín.
Un film che tratta un argomento che oggi è ancor di più stringente attualità,la violenza domestica; una violenza più psicologica che fisica, ma non per questo meno subdola, viscida.
Perchè le torture, le umiliazioni, non sono soltanto sessuali, non si manifestano solo con le botte. Si può essere violenti anche annichilendo il partner,umiliandolo psicologicamente trattandolo come una povera cosa e
non come un essere senziente. Il film ha il grandissimo merito di non mostrare scene di botte da orbi,di lividi e di ferite,ma di rendere evidente la condizione di sottomissione psicologica di Pilar.


Ma Pilar è intelligente, ha volontà. L’amore alla fine non può cedere il posto alla propria dignità.
Così la decisione definitiva di dire basta è l’unica possibile ed è anche la fine di un incubo durato molti,troppi anni.
Perchè lei abbia accettato l’inferno casalingo in cui ha vissuto non viene mai spiegato.Quello che conta è,per l’acuta Bollain,è la redenzione,la ribellione.
La presa di coscienza.
Che culmina in una scena in cui davvero lo spettatore di sesso maschile avverte un profondo disagio, almeno quello abituato a trattare la propria compagna come tale,con pari diritti e dignità.
Quando Antonio denuda la moglie e la chiude fuori dalla finestra la umilia in modo indicibile. Poi la trascina dentro, non certo per rimorso ma solo per continuare nella sua sequela di insulti.


Ma la povera Pilar, terrorizzata,si urina addosso. La scena è inquadrata dal basso, ovvero si vedono le caviglie della donna e non certo l’atto di urinare,ma quella pozza di urina ,lo sguardo terrorizzatoe umiliato di Pilar stringono lo stomaco dello spettatore
che già parteggiava per la donna e che ora si immedesima in una storia di umiliazioni antiche e recenti.
Grande cinema quello della Bollain, perchè è cinema di denuncia senza retorica, fatto tramite immagini e grazie anche a due attori bravissimi,Luis Tosar ma sopratutto una strepitosa Laia Marull,capace di tutte le espressioni di una persona tiranneggiata,
dallo sguardo umiliato a quello finale di recupero della dignità,di sfida verso il futuro,di libertà finalmente acquisita.
Un film davvero di grandissimo livello,molto apprezzato da tutta la critica ma anche dal pubblico.In rete troverete recensioni che si spingono fino all’entusiastico.


Fatti salvi commenti,per fortuna pochi, di maschietti sopratutto italici evidentemente abituati a ruoli di galli cedrone,di maschio dominante.
E vista la cronaca,purtroppo,sono ancora troppi.

Ti do i miei occhi
di Icíar Bollaín, con Luis Tosar, Laia Marull, Candela Peña, Rosa María Sardá. Titolo originale: Te doy mis ojos. Genere Drammatico – Spagna, 2003, durata 116 minuti

Laia Marull: Pilar
Luis Tosar: Antonio
Candela Peña: Ana
Rosa Maria Sardà: Aurora
Kiti Manver: Rosa

Regia Icíar Bollaín
Sceneggiatura Icíar Bollaín e Alicia Luna
Fotografia Carles Gusi
Montaggio Ángel Hernández Zoido
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Víctor Molero

gennaio 14, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Kapò

Parigi,occupazione nazista
Edith, una ragazza ebrea, esce di casa; al ritorno assiste ad una retata delle SS che hanno caricato su un camion altri ebrei, fra i quali ci sono i genitori della ragazza.
Istintivamente corre verso di loro e viene quindi catturata. Viene inviata con loro al campo di concentramento di Auschwitz e qui,grazie ad un medico coraggioso,viene salvata dalle camere a gas con un cambio di identità; d’ora in poi Edith cesserà di vivere e al suo posto ecco Nicole Niepas, una detenuta morta da poco.
Ma Edith/Nicole è purtroppo costretta ad assistere ad una scena terribile, l’ultima passeggiata dei suoi genitori e di molti altri esseri umani verso le camere di sterminio.
E’ l’inizio di una vita terribile, sempre in bilico tra la vita stessa e la morte, tuttavia la ragazza sopravvive e viene inviata in un altro campo . Qui la dolce Edith subisce una trasformazione;da ragazza ingenua si trasforma in una kapò,le famigerate guardie dei campi collaborazioniste dei tedeschi. In breve diviene la persona più odiata del campo stesso,temuta da tutte le detenute.


La situazione cambia radicalmente quando nel lager arriva un prigioniero russo,Sasha; Edith si innamora dell’uomo a tal punto di accettare l’organizzazione della fuga di massa dei prigionieri; alla donna è affidato il compito di disattivare la corrente
elettrica dei reticolati,ma quello che non sa la ragazza è che al momento della disattivazione suonerà una sirena d’allarme, bloccandola all’interno del campo. Edith riscatta gli ultimi mesi sacrificandosi per i compagni; otterrà, prima di morire, di vedersi togliere le mostrine naziste…
Kapò,di Gillo Pontecorvo,è un film del 1960 su un tema ancora molto sentito all’epoca in cui il film stesso venne girato,l’inferno dei lager.
In questo caso,oltre alla vita disumana dei campi di concentramento,si assiste ad una dolorosa storia di infamia dapprima e di redenzione poi,ovvero la vicenda della giovane Edith che per spirito di sopravvivenza si trasforma in una belva proprio come quelle che
hanno ucciso i suoi genitori.
E milioni di altre vite in quella che fu definita la fabbrica dello sterminio,Auschwitz.


Kapò è un film molto bello, cupo e teso, che affronta la terribile tragedia dei lager con sobrietà, senza pietismo, raccontando la storia di una kapò, ovvero di quelle donne che accettarono di servire i loro aguzzini assumendo a loro volta il ruolo di carnefici, spesso con tale ferocia da rivaleggiare con i nazisti.
In questo caso il film racconta una storia di abiezione prima ma di redenzione poi; fa nulla che questo cammino sia originato da una storia d’amore ,nata fra il filo spinato e le misere baracche di Auschwitz. Quello che conta è che anche nei momenti più bui ci sia un tenue bagliore,quello della
speranza per un’umanità violata da una parte, quella dei nazisti e tenuta in vita dall’altra, quella dei prigionieri, spesso capaci di atti di eroismo indicibili.


Pontecorvo sceglie un cast di assoluto livello, nel quale tutti interpretano alla perfezione il proprio ruolo; segnalo la bravissima Susan Strasberg nel ruolo di Edith,di Laurent Terzieff in quello di Sasha e in ruoli più defilati Emmanuelle Riva, Didi Perego e Gianni Garko oltre alle giovanissime Graziella Galvani e Paola Pitagora.
Un film davvero bello,che negli anni passati ha avuto diversi passaggi televisivi; è disponibile una versione in streaming più che buona del film
all’indirizzo https://mixdrop.co/f/vrj16go

Kapò
di Gillo Pontecorvo, con Emmanuelle Riva, Didi Perego, Susan Strasberg, Laurent Terzieff, Gianni Garko, Paola Pitagora. Genere Drammatico – Italia, 1960, durata 102 minuti.

Susan Strasberg: Edith, alias Nicole Niepas
Laurent Terzieff: Sascha
Emmanuelle Riva: Terese
Didi Perego: Sofia
Gianni Garko: Karl, soldato tedesco
Annabella Besi: la kapò

Regia Gillo Pontecorvo
Soggetto Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Sceneggiatura Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Produttore Franco Cristaldi, Moris Ergas
Casa di produzione Vides Cinematografica, Zebra Films, Francinex, Lovcen Film, Cineriz
Fotografia Aleksandar Sekulovic
Montaggio Roberto Cinquini
Musiche Carlo Rustichelli, Gillo Pontecorvo
Scenografia Piero Gherardi

gennaio 12, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

La città verrà distrutta all’alba

Evans City,Pennsylvania

Nella tranquilla cittadina in breve tempo accadono strani e inquietanti incidenti.
Alcune persone,dalla vita irreprensibile,all’improvviso mostrano pericolosi segni di squilibrio mentale.Sono loro infatti ad appiccare,senza apparente motivo, incendi in vari posti della città.
L’arrivo del maggiore Ryder e di un nucleo speciale di uomini in tute da decontaminazione radioattiva allarma quella parte di persone che sembra non avere ancora subito gli effetti di quello che sembra un virus.
E lo è,un virus.
E’ stato diffuso da un aereo governativo caduto in campagna,nei pressi di Evans City; quello che la gente non sa è che il velivolo trasportava un virus,il Trixie,ad altissima volatilità e dagli effetti micidiali.


I colpiti dal virus infatti sviluppano forme di malattie mentali che li portano ad avere atteggiamenti violenti verso gli altri; per somma di sventure il virus finisce anche nell’acquedotto cittadino,infettando in pratica tutti gli abitanti.
Inutilmente le autorità cercano di mettere in quarantena la cittadina; alcuni abitanti riescono a fuggire e anche se uno alla volta vengono abbattuti,l’epidemia è fuori controllo.
Infatti….
La città verrà distrutta all’alba di George Andrew Romero,(scomparso nel 2017), esce nelle sale nel 1973.
Un film che come tematica ricorda Andromeda (Andromeda Strain) di Robert Wyse,con la differenza sostanziale del virus che nel caso del film di Wyse è di origine extraterrestre.
Ma molto umana è,nei due film,la reazione del governo,che tenta inutilmente di insabbiare le cose.
E in questo Romero mostra ancora una volta tutto il suo antimilitarismo,vera bandiera di una carriera cinematografica di ottimo livello.
Siamo negli anni 70,la paura dell’atomica,delle malattie diffuse da armi batteriologiche è una delle tante fobie della popolazione mondiale,sospesa sempre in un’atmosfera da guerra imminente,con i due blocchi contrapposti


Usa-Urss e sopratutto dalla stessa paura alimentata anche ad arte da cinema,tv e giornali.
Romero crea una pellicola claustrofobica sia come trama che come ambientazione.
Neanche il tempo di iniziare,senza nemmeno il titolo del film o i nomi degli attori ed eccoci calati nel dramma; un uomo tenta di bruciare la casa,mentre due bambini urlano e la moglie giace morta nel letto.
E’ l’inizio,letteralmente,di un incubo cinematografico che durerà tutta la durata della pellicola,tesa e vibrante,con gli onnipresenti uomini in tuta che combattono una battaglia vana contro le persone impazzite della cittadina.
Il finale,pur essendo aperto,non lascia alcuno spazio alla speranza: la follia governativa non può arginare quello che è un virus creato e portato in giro in modo scriteriato.
Un arma,quella batteriologica, ben più pericolosa di un’atomica, che pur terribile ha comunque un effetto circoscritto in un’area mentre un virus, come nel caso del film, può diffondersi a macchia d’olio e senza un antidoto sono guai.


Un antidoto in effetti ci sarebbe, ma l’uomo in grado di crearlo viene scambiato per un abitante infetto e abbattuto.
La conseguenza è la diffusione a macchia d’olio del virus in varie città e di là, chissà.
Romero conosce bene il suo lavoro, con una regia nervosa e con abilità tecnica tiene lo spettatore incollato alla poltrona, rinverdendo i fasti della Notte dei morti viventi; dagli zombie ad un’umanità contaminata batteriologicamente il passo è breve
così come breve sembra essere la distanza tra i due film.
Anche se ci sono 5 anni di differenza tra La notte dei morti viventi e La città verrà distrutta all’alba, Romero non cambia di un millimetro la sua visione sostanzialmente pessimista dell’establishment militare.


E il film,in definitiva,trasmette il messaggio in modo chiaro.
Decisamente in parte gli attori,anche se nel cast mancano i nomi di richiamo; bene Lane Carroll,Richard Liberty, Lynn Lowry e decisamente ottima la sceneggiatura dello stesso Romero e di Paul McCollough.
Un film da recuperare,decisamente.

La città verrà distrutta all’alba

Un film di George A. Romero. Con Will Darrow MacMillan, Richard Liberty, Harry Spillman, Will Disney, Robert Karlowsky,
Robert J. McCully, A.C. McDonald, Leland Starnes, W.L. Thunhurst Jr., Edith Bell, Richard France.
Titolo originale The Crazies. Drammatico, durata 103 min. – USA 1973.

Lane Carroll: Judy
Will MacMillan: David (accreditato come W.G. McMillan)
Harold Wayne Jones: Clank
Leland Starnes: Shelby
Lynn Lowry: Kathy
Richard Liberty: Artie
Richard France: dottor Watts
Lloyd Hollar: colonnello Peckem
Edith Bell: tecnico di laboratorio
Robert Karlowsky: sceriffo Cooper
Will Disney: dottor Brookmyre
A.C. McDonald: generale Bowen
Bill Thunhurst: Brubaker
Harry Spillman: maggiore Ryder
Robert J. McCully: Hawks
Ned Schmidtke: sergente Tragesser
Tony Scott: vicesceriffo Shade
Roy Cheverie: medico dell’esercito
Jack Zaharia: prete

Adele Pellegatta: Judy
Cesare Barbetti: David
Sergio Graziani: Clank
Gianfranco Bellini: Artie
Glauco Onorato: Col. Peckem

Regia George A. Romero
Soggetto George A. Romero, Paul McCollough
Sceneggiatura George A. Romero, Paul McCollough
Produttore A.C. Croft
Casa di produzione Pittsburgh Films
Fotografia S. William Hinzman
Montaggio George A. Romero
Effetti speciali Tony Pantanello, Regis Survinski
Musiche Bruce Roberts
Trucco Doris Dodds, Gloria Natale, Bonnie Priore

gennaio 9, 2020 Posted by | Horror | | 3 commenti

Il segreto

Marie è su un guado.
Per quanto soddisfatta del suo lavoro di venditrice porta a porta di enciclopedie,di suo marito Francois e di suo figlio di due anni,è in un periodo delicato nella vita di chiunque.Ha tra i 35 e 40 anni,età in cui si vorrebbe avere altro in aggiunta ad una vita modesta,ai pranzi e alle cene da cucinare,al bagnetto al figlio,la partita settimanale a tennis con il marito.Vorrebbe anche più rapporti sessuali con il marito,che da parte sua gradirebbe un altro figlio.
A cambiare radicalmente la routine quotidiana arriva l’incontro con un cinquantenne afro americano,nel pieno delle forze,un tipo abbastanza particolare che di professione fa il ballerino.


Una persona vitale,Bill,che dopo un’iniziale diffidenza di Marie,la incuriosisce e la conquista con la sua sfrenata sensualità-
Per Marie inizia un periodo appagante sul piano fisico che però la porta a trascurare sia il figlio che il marito,che ben presto scopre la tresca tra Marie e Bill;l’uomo lascia la moglie,che a sua volta
vede esaurirsi anche la frenesia sessuale che provava per Bill. Francois e Marie si rivedono tempo dopo ad una festa e…
Il segreto è un film del 2000 diretto da Virginie Wagon,costruito su una storia all’apparenza vista e rivista ma che è affrontata con garbo e acume,anche se spinta forse un po troppo sulle scene di nudo.
Del resto occorreva raccontare la vita sostanzialmente monotona di Marie pre adulterio e quella dopo,usando un netto stacco tra l’abitudine del matrimonio e l’eccitazione costituita dalla novità introdotta dall’aitante Bill,quasi un’immagine opposta della donna.
Marie è tranquilla,silenziosa tanto è loquace,quasi logorroico Bill; poichè gli estremi hanno la tendenza a toccarsi,la donna prova dapprima repulsione,poi una inaspettata eccitazione per Bill,che si tramuta in una appagante relazione sessuale.


Ma il sesso,da solo,non può bastare a riempire un probabile vuoto dovuto a diversi fattori concomitanti,come l’abitudine,il ripetersi di gesti,azioni sempre uguali.
Così quando Francois lascia Marie la vita di quest’ultima entra davvero in crisi.
In fondo il matrimonio aveva la tranquillità di un porto sicuro,riparato dalla tempesta che Bill porta prepotentemente nella vita della donna.
Su questi contrasti vive il film,affrontando la vita di una donna simile a milioni di quelle di altre;attese e delusioni,speranze e abitudine,tutto viene mescolato con sapienza dalla Wagon che alla fine riesce,grazie ad un finale aperto,a non banalizzare
una storia che poteva franare narrativamente in un qualsiasi momento.
Bene i tre attori principali,Anne Coesens (Marie),che regge con disinvoltura anche le diverse scene di nudo a cui,per esigenza di copione,partecipa.Bene anche Michel Bompoil (François) e Tony Todd (Bill) per un film di buona qualità
che regge fino alla fine.

Il segreto

un film di Virginie Wagon. Con Anne Coesens, Michel Bompoil, Tony Todd, Quentin Rossi Titolo originale Le Secret. Drammatico, durata 107 min. – Francia 2000. – Bim Distribuzione

Anne Coesens … Marie
Michel Bompoil … François
Tony Todd … Bill
Quentin Rossi … Paul
Jacqueline Jehanneuf … La madre di Marie
Aladin Reibel … Rémy
Valérie Vogt … Séverine
Frédéric Sauzay … Luc
Natalya Ermilova … Ana
Charlotte Pradon … Mélanie

Regia Virginie Wagon
Sceneggiatura Virginie Wagon, Eik Zonca
Fotografia Jean-Marc Fabre
Montaggio Yannick Kergoat
Costumi Brigitte Slama

gennaio 7, 2020 Posted by | Commedia | , | Lascia un commento

Sex Tape Finiti in rete

Annie e Jay sono una giovane coppia,sposata con 2 figli.
Innamoratissimi e perennemente alle prese con una serie di problemi,come il lavoro,i figli e con il loro passatempo preferito,fare sesso momentaneamente accantonato.Decisi a riprendere le abitudini giovanili,di quando erano innamorati e sempre pronti a fare l’amore i due si trovano improvvisamente alle prese con i problemi di disfunzione erettile di Jay.
Annie non si perde d’animo e per ravvivare il menage sessuale propone al marito di girare un film porno,dopo aver letto Le gioie del sesso,un vecchio manuale sulla vita sessuale di coppia.
Cosa che i due fanno con sollecitudine,ma ad Annie la cosa alla fine non va giù e chiede al marito di cancellare il filmino.
Involontariamente Jay invia con lo smartphone il filmino incriminato ad amici e conoscenti a cui avevano regalato con il passare del tempo tablet e telefoni.


Disperatamente Jay e Annie cercano di eliminare dai cloud tracce del film ma vanno incontro ad una serie di peripezie tragicomiche; ma alla fine riescono a recuperare gli strumenti dimenticando però il figlio di un loro amico che fiuta la possibilità di guadagnare denaro ricattandoli.
Inizia una nuova corsa disperata per cercare di eliminare il video da Youporn, un sito di filmati porno amatoriali. Penetrati dove c’è il server che custodisce in memoria tutti i video i due si accingono a distruggere il server stesso ma vengono scoperti.Nuovo ricatto,questa volta da parte del gruppo che gestisce il server,i guai per la coppia sembrano non finire mai ma…
Sex Tape Finiti in rete è una commedia del 2014 diretta dal regista americano Jake Kasdan figlio del grande Lawrence;un film che prende benevolmente in giro la moda diffusasi negli ultimi anni del sesso amatoriale ripreso con mezzi più o meno professionali e poi caricati in rete da coppie in cerca di emozioni nuove,da ex vendicativi,da tutto quel sottobosco che ha fatto della tecnologia un nuovo gurù capace di ravvivare il tran tran sessuale quotidiano divenuto evidentemente monotono.


Lo fa con garbo e ironia,con una commedia che ha momenti esilaranti e che si avvale sopratutto di un’interprete davvero brava come Cameron Diaz,che alla bella età di 42 anni si mostra nuda più volte nel film,cosa che non aveva fatto
in tutta la sua produzione cinematografica completa. Aldilà della bellezza e della splendida forma fisica,davvero invidiabile,la Diaz conferma tutta la sua simpatia,esaltata anche dalla valida spalla costituita da Jason Segel che nel film è suo marito,imbambolato
al punto giusto,quasi succube di una moglie vivace e sessualmente iperattiva.
Una commedia fondamentalmente simpatica,con qualche momento felice,che non ha alcuna pretesa se non quella di fornire un momento di relax,cosa che si può dire ampiamente riuscita.

Sex Tape,finiti in rete
di di Jake Kasdan, con Cameron Diaz, Jason Segel, Rob Corddry, Ellie Kemper, Rob Lowe , Jolene Blalock. Titolo originale: Sex Tape. Genere Commedia – USA, 2014, durata 90 minuti.

Cameron Diaz: Annie Hargrove
Jason Segel: Jay Hargrove
Rob Corddry: Robbie
Ellie Kemper: Tess
Rob Lowe: Hank Rosenbaum
Nat Faxon: Max
Nancy Lenehan: Linda
Randall Park: Edward
Harrison Holzer: Howard
Jack Black: proprietario di YouPorn
Jolene Blalock: Catalina
Dave Allen: uomo delle mail
Kumail Nanjiani: Punit
Artemis Pebdani: Kia

Regia Jake Kasdan
Soggetto Kate Angelo
Sceneggiatura Kate Angelo, Nicholas Stoller, Jason Segel
Produttore Todd Black, Jason Blumenthal, Steve Tisch
Produttore esecutivo David J. Bloomfield
Casa di produzione Sony Pictures Entertainment, Escape Artists
Distribuzione in italiano Sony
Fotografia Tim Suhrstedt
Montaggio Tara Timpone
Effetti speciali Paul Jaasko, Scott Petrino
Musiche Michael Andrews
Scenografia Jefferson Sage

gennaio 4, 2020 Posted by | Commedia | , , , | Lascia un commento

Primo amore

Vittorio è un orafo,con un ideale femminile ben preciso,una donna magra,magrissima,esattamente quella che ai suoi occhi e alla sua mente è l’ideale di perfezione.
Del resto è stato proprio suo padre a insegnargli che negli oggetti che lui lavora va eliminato tutto ciò che non serve,il superfluo,alla ricerca della bellezza assoluta.
In questo modo Vittorio ha sviluppato una vera patologia psicologica,una devianza che lo spinge alla ricerca di una donna da plasmare secondo i suoi canoni e i suoi desideri.
Con un semplice annuncio conosce la bella e giovane Sonia,una ragazza quasi solare che però agli occhi di Vittorio ha un grave difetto che sovrasta tutti i pregi;pesa troppo,è lontana da quell’ideale che lui sogna ed insegue.
Inizia una relazione tra i due,agli inizi Sonia accetta anche di dimagrire,di nutrirsi di cibi come l’insalata che non danno peso.
Ma dopo un po sia il rigido controllo alimentare dell’uomo,sia il dominio assoluto che adesso ha su di lei spingono Sonia alla ribellione,ma per potersi liberare dell’uomo non c’è nessuna via d’uscita,se non una con conclusione fatale…


Tratto dal romanzo Il cacciatore di anoressiche di Marco Mariolini del 1997 (che ha un finale però diametralmente opposto a quello del film),Primo amore è diretto nel 2004 da Matteo Garrone,al suo secondo,ottimo lavoro dopo il buon esordio del film L’imbalsamatore.
Primo amore è un titolo decisamente antitetico in rapporto a quello che è raccontato nel film.
Che attinenza ha l’amore,sentimento vero e pulito,appassionato e dolce con quel coacervo di bassi istinti che spinge Vittorio alla dominazione,alla subornazione anche psicologica nei confronti di Sonia?
In realtà davvero nulla.
Vittorio è malato,disturbato.
La sua volontà di controllo,la ricerca di una perfezione che esiste solo nella mente non ha nulla a che spartire con l’amore.
Anche se,inizialmente,la vittima di tutto sembra quasi consenziente.
Ma con lo scorrere del film appaiono chiari i due ruoli,carnefice e vittima,in un gioco claustrofobico,a tratti sgradevole,ma perfettamente disegnato da un regista che già dai due film citati mostra di possedere notevoli capacità registiche.


Valore aggiunto del film sono le ottime prove di Vitaliano Trevisan e Michela Cescon,abilissimi nel delineare due figure opposte,che suscitano nello spettatore emozioni contrapposte,con la Cescon addirittura impressionante anche nella trasformazione fisica subita durante la realizzazione della pellicola.
Ma è proprio questo che alla fine conta nel film,la capacità di suscitare emozioni e certamente Primo amore non lascia indifferenti,pur affrontando un tema non certo ammaliante.
Un film decisamente interessante,dominato da una colonna sonora ricca di suggestioni della Banda Osiris,premiata a Berlino,ai david di Donatello e ai Nastri d’oro dove
il film ha ottenuto importanti nomination.Da segnalare il Globo d’oro e il premio Flaiano alla brava Michela Cescon.

Primo amore
un film di Matteo Garrone, con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon, Elvezia Allari, Paolo Capoduro, Roberto Comacchio, Paolo Cumerlato, Claudio Manuzzato.Genere Drammatico – Italia, 2004, durata 100 minuti

Vitaliano Trevisan: Vittorio
Michela Cescon: Sonia

Regia Matteo Garrone
Soggetto Marco Mariolini (romanzo Il cacciatore di anoressiche)
Sceneggiatura Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Vitaliano Trevisan
Produttore Domenico Procacci
Casa di produzione Fandango
Distribuzione in italiano Fandango
Fotografia Marco Onorato
Montaggio Marco Spoletini
Musiche Banda Osiris
Scenografia Paolo Bonfini

gennaio 2, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Gloria

Gloria è una donna ormai vicina alla sessantina, divorziata da un decennio e con figli ormai adulti e indipendenti. E’ quindi una donna libera e realizzata ma con una inesauribile voglia di vivere.
Una sera in una discoteca incontra Rodolfo,di qualche anno più grande di lei; un uomo qualsiasi, anonimo, ma molto dolce. Anche lui ha divorziato,ma da poco e ha due figlie che a differenza di quelli di lei
non sono indipendenti e sembrano anzi legate al padre da un rapporto di subalternità fin troppo accentuato.
Rodolfo è  troppo presente per le sue figlie,sempre pronto ad accorrere alle loro richieste, che siano economiche o di risoluzioni di problemi banali.
Tra i due nasce una relazione appassionata, ma la sera che Gloria lo invita a casa sua per presentarlo alla famiglia (cena alla quale è presente anche il suo ex marito), Rodolfo abbandona la compagnia semplicemente
per rispondere alla chiamata d’aiuto di una sua figlia.

Furibonda,Gloria sceglie di interrompere la relazione ma di fronte alle pressanti,quasi disperate insistenze di lui, accetta di passare un week end in un albergo in riva al mare; ma anche qui arriva una telefonata che avvisa l’uomo di un incidente subito da
una delle figlie; l’unico modo che ha Gloria per fermarlo e fare l’amore con lui, poi, durante la cena,getta il telefono dell’uomo in una zuppa.Questa volta è Rodolfo ad andar via,piantando in asso la donna a cui non resta altro da fare che scatenarsi nel dancing dell’albergo.
Tornata a casa,riceve l’ennesima telefonata di Rodolfo,ma questa volta Gloria sceglie il mezzo più radicale per interrompere la relazione.Prende una delle pistole da paintball dell’uomo,che gestisce un campo per questo sport e spara decine di proiettili di vernice
sula casa di Rodolfo,colpendo anche lui ripetutamente, davanti allo sguardo esterrefatto delle figlie.


Qualche tempo dopo,invitata a un matrimonio, non accetta inviti a ballare da nessuno, scegliendo invece di farlo da sola…
Gloria,film del 2013 diretto da Sebastián Lelio è basato su una sceneggiatura e quindi su una storia semplice e lineare,che racconta la vita di una donna qualsiasi,alle prese con una fase della vita in cui si è realizzato tutto tranne che la solidità sentimentale.
Lei è la rappresentazione figurata di una donna indipendente,intelligente e a suo modo affascinante,pur non essendo bella.Ma Gloria ha dalla sua doti ben più importanti;è piena di voglia di vivere,di muoversi e ballare,di fare quelle cose che evidentemente a sessant’anni
appartengono ad un passato che lei vuole continuare a tener vivo.La vita non finisce certo con un divorzio e con l’aver sistemato i figli; c’è sempre il tempo per godersi gli scampoli di quello che la vita offre. E la vita le pone davanti un altro uomo,che però antepone ai desideri di indipendenza
di Gloria una dipendenza quasi patologica dai figli. Il suo ruolo genitoriale,auto imposto,lo porta ad essere fin troppo presente nelle vite delle sue figlie, abituate evidentemente al ruolo passivo dell’uomo.


Che antepone le necessità delle figlie anche alla bella storia d’amore che vive con Gloria.
Di qui il fin troppo ovvio conflitto con una donna ben più forte e emancipata di lui e sopratutto ben distante dal ruolo della donna succube dell’uomo,l’angelo del focolare relegata in un cantuccio che aspetta il ritorno del suo uomo.
Così la storia,la relazione si interrompe bruscamente per scelta di Gloria,assolutamente non disposta ad anteporre la propria libertà ai desideri di quello che in fin dei conti è un uomo immaturo,plagiato e calato in un ruolo che non gli competerebbe più.
Gloria è quindi un film intelligente,ben diretto e ben assecondato da due attori davvero molto bravi, la bravissima Paulina Garcia che interpreta con grande intensità la figura di Gloria e Sergio Hernadez con sobrietà il ruolo di Rodolfo.


Un film che per una volta affronta il tema della vita dei sessantenni, spesso portata sullo schermo con eccessi di problematiche legate agli acciacchi dell’età o di persone affette quasi sempre da sindrome di Peter Pan. Al contrario,Gloria racconta una storia semplice,quella di vite quotidiane qualsiasi,
con garbo e intelligenza,puntando il dito benevolmente sulla solida e matura Gloria opposta all’incerto Rodolfo,due simboli opposti di modi di affrontare il tramonto dell’esistenza.Che per Gloria semplicemente non esiste. Perchè in fondo chi l’ha detto che la vita finisce a sessant’anni?
Finalmente un’opera fresca e intelligente.
Finalmente un film che parla anche della sessualità nella terza età, esplicitata da alcune scene di sesso,peraltro molto garbate,che mostrano come anche il sesso stesso


può essere un valore aggiunto nella terza età,un sesso vissuto con la maturità dell’età,quindi più adulto e consapevole,più incline ad una intima unione anche con il sentimento maturo dell’affetto.
Un film da vedere sicuramente,che per una volta si conclude senza l’happy end hollywoodiano ma anche senza tristezze eccessive.La vita va avanti,ci sono nuove occasioni ed esperienze in attesa,ce lo insegna Gloria.

Gloria
un film di Sebastian Lelio, con Paulina García, Sergio Hernández, Marcial Tagle, Diego Fontecilla, Fabiola Zamora Titolo originale: Gloria. Genere Drammatico – Cile, Spagna, 2013, durata 94 minuti.

Paulina García: Gloria
Sergio Hernández: Rodolfo
Diego Fontecilla: Pedro
Fabiola Zamora: Ana
Coca Guazzini: Luz
Hugo Moraga: Hugo
Alejandro Goic: Gabriel
Liliana García: Flavia
Antonia Santa María: Maria
Luz Jiménez: Nana
Marcial Tagle: Marcial

Regia Sebastián Lelio
Sceneggiatura Gonzalo Maza e Sebastián Lelio
Distribuzione in italiano Lucky Red
Fotografia Benjamín Echazarreta
Montaggio Sebastián Lelio e Soledad Salfate
Scenografia Marcela Urivi

dicembre 29, 2019 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento