Così fan tutte

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La bella Diana, sposata con il distratto Paolo, si sente trascurata dallo stesso.
nonostante usi le armi della seduzione, non riesce a riaccendere nel marito la fiamma della passione; l’occasione le si presenta quando viene avvicinata da un uomo ad una festa che le propone un rapporto particolare.
Diana, recatasi a Venezia per risolvere un problema ereditario (una sua zia le ha lasciato una bella casa e denaro), incontra una sua vecchia fiamma e allaccia con essa una breve relazione. Avrà anche altri rapporti con un artista che la inizierà ai piaceri della sodomia, scoprirà l’amore di gruppo e infine, felice, tornerà dal marito che nel frattempo ha preso coscienza del fatto di aver trascurato troppo la focosa mogliettina.

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Claudia Koll

Così fan tutte, diretto da Tinto Brass nel 1992, alla sua uscita venne letteralmente massacrato dalla critica e osteggiato ferocemente dalle femministe.
In realtà il film ha qualche sprazzo in cui si riconosce ancora il talento del regista veneziano, convertitosi al soft core con La chiave, opera che segnò in qualche modo il cinema erotico italiano, introducendo la novità della trama con un minimo di credibilità unita alla presenza di un’attrice di buona caratura.

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Se nella Chiave avevamo trovato una Stefania Sandrelli assolutamente sexy e sensuale, in Così fan tutte Brass lancia Claudia Koll, attrice sconosciuta con una certa predisposizione naturale alla recitazione, cosa che non avverrà più nel novo secolo.
La Koll è bella, fisicamente affascinante e ha un’aria sbarazzina e seducente, oltre ad essere molto sensuale; questo rende la pellicola (di per se costruita attorno ad una trama molto striminzita) degna di essere vista.

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Come è ovvio, c’è tutta la filosofia brassiana, nel film; amore e tradimento, sesso ed esplorazione del suo mondo fino ai limiti del lecito.
Per Brass il lecito è ovviamente un concetto obsoleto; in amore conta la sessualità, con la logica conseguenza che tutto diventa lecito purchè venga appagato il proprio piacere.

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Se il discorso è moralmente discutibile, non può essere esteso ad un’opera che viene visionata da uno spettatore che sa esattamente cosa accadrà sullo schermo.
Così i numerosi nudi, gli amplessi, i falli di gomma, le posizioni quasi ginecologiche diventano parte del gioco.
Brass in fondo fa proprio questo.
Gioca con il sesso, esternando i propri feticci, ovvero il posteriore femminile, tutto quello che sollecita la sua fantasia ( e ovviamente quella dello spettatore)
Il film non è brutto, anche se il ricorso massiccio alla sovraesposizione di nudi della Koll è davvero eccessivo.
Ma nel cinema erotico si strizza l’occhio proprio allo spettatore curioso e un tantinello voyeur, per cui la giustificazione c’è.

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La trama è davvero poca cosa; assistiamo alle peregrinazioni sessuali della bella Diana, che non si fa alcuno scrupolo nel tradire il marito, che viceversa rifiuterà le avances di un’amica della moglie per non far torto alla stessa.
Due punti di vista che sollevano parecchie critiche; la visione di Brass della donna è pericolosamente vicina a quella di un essere tutto istinto e sessualità.
La donna brassiana sembra vivere in funzione del sesso, è disinibita e disponibile, mentre l’uomo o è cacciatore o è talmente imbranato da non riuscire ad approfittare delle occasioni che gli si presentano.
Aldilà del discutibile pensiero di Brass, Così fan tutte resta un film di medio livello, in cui funziona quanto meno il tentativo di mostrare la visione di Diana come quella di una donna insoddisfatta anche per colpa del marito, quindi giustificata nelle sue azioni. Al limite, quello che può urtare è quel “Così fan tutte” che allarga il discorso all’intero universo femminile

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il che è non solo arrogante, ma anche abbastanza stupido.
Generalizzare non è mai intelligente, e Brass sembra farlo anche se più per gusto della provocazione che per convinzione personale.
Comunque sia, il prodotto non è disprezzabile in toto; bella la parte veneziana, quanto meno dal punto di vista della location.
Nulla da dire sul resto del cast che fa da contorno alla figura principale, quella di una Koll che vide nel film il trampolino di lancio per una carriera decisamente importante.

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Cosi fan tutte, un film di Tinto Brass, con Claudia Koll, Franco Branciaroli,  Paolo Lanza, Renzo Rinaldi, Ornella Marcucci, Antonio Conte
Commedia/erotico, durata 99 min. – Italia 1992.

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Claudia Koll – Diana
Paolo Lanza – Paolo
Ornella Marcucci – Nadia
Isabella Deiana – Antonietta
Renzo Rinaldi -Sig. Silvio

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Regia: Tinto Brass
Sceneggiatura: Tinto Brass, Francesco Costa, Bernardino Zapponi
Produzione: Giovanni Bertolucci, Achille Manzotti
Musiche: Pino Donaggio
Editing: Tinto Brass
Costumi: Jost Jakob

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La bella Claudia Koll, prima d’esser assalita da “vocazione mistico/religiosa” presta “il fianco” a Tinto Brass, che la vuole nel ruolo della disinibita, maliziosa e malandrina scultrice Diana, habituè dello pseudo-tradimento che si diverte a sollecitare la tensione (erotica) dell’amante Paolo raccontandogli esperienze “anali” di cui favoleggia sino a quando, chiamata in quel di Venezia per questioni ereditarie, non metterà in pratica. Opera al limite dell’hard con un’ambientazione che rifugge quelle post-belliche e con musiche accattivanti

Prima di diventare una specie di suor Claudia, la Koll fortunatamente ci ha regalato anche perle come questa. Il film in sè non è di quelli da studiare nelle scuole di cinema, ma poco importa: tolta la Koll hai tolto il film in pratica. Dovrebbe essere visto obbligatoriamente da ogni ragazzino sopra i 13 anni, a mio avviso.

Mescolando realtà e fantasie della protagonista, Brass costruisce il solito film in cui intesse le lodi del tradimento visto come “botta di vita” e cioè elemento vivificatore del rapporto di coppia. Sai che novità! Questa è la “filosofia” (si fa per dire) del regista e questo è il suo cinema. Prendere o lasciare. Tuttavia almeno qui c’è Claudia Koll che è molto bella e sensuale, a differenza di molte altre attricette dei film di questo regista.

Storia di corna, raccontate e consumate, tra due coniugi un po’ in crisi. Brass comincia la caduta agli inferi, girando un film che di fatto è un porno per qualità e storia. Attori tragicomici, con il solito signor “EchisonoioBabboNatale”. Claudia Koll è bellissima, ma qui recita (vabbè) con una voce garrula che non sembra nemmeno la sua (e comunque ha dimostrato di saper fare meglio in altre occasioni). Vorrebbe essere liberatorio e anticonformista, è mestissimo e piccoloborghese (la scena del rave come se lo immagina il geometra di Gallarate).

Abbastanza insulso film brassiano. Una dei pochi punti di forza è la Koll, notevole sì ma non dal punto di vista recitativo; per il resto interpretazioni mediocre (roba che manco gli attori di un film porno…), trama fatta solo per inserire nudi e sesso a buon mercato. Di satira ne vedo poca…

Tra i migliori film del regista. Tra commedia e erotico e con sprazzi qua e là anche di inserti hard, una vicenda che scorre via lineare, sottolineata dalla bella colonna sonora e dall’ambientazione veneziana. La parte del leone comunque la fa la splendida Claudia Koll, qui davvero strepitosa.

Indubbiamente uno dei migliori (anzi, no, diciamolo pure: “il” migliore) film erotico-soft diretto da Tinto Brass, vera e propria quintessenza della sua (e nostra) ossessione per il culo femminile (concordo assolutamente sull’affermazione, spesso citata da Tinto “le tette sono solo un culo portato sul davanti”). Splendida Claudia Koll pre-conversione, davvero intrigante e sensuale (e, lasciatemelo dire, molto, ma molto meglio sia dell’appesantita Sandrelli che dell’ “esagerata” Grandi!).

Probabile vetta del cinema di Tinto Brass e della sua ossessione per il fondoschiena. Gran merito è di Claudia Koll, qui davvero bella e attizzante, che regala freschezza al consueto tema del tradimento e delle botte d’allegria che ravvivano il rapporto. Memorabile la sua prima esperienza a Venezia nel suggestivo atelier dell’artista. Nel genere specifico veramente difficile trovare di meglio.

Uno dei migliori film di Tinto Brass che abbia visto. Anche se Claudia Koll non è né la Grandi né la Sandrelli, lascia la sua impronta nelle scene a sfondo erotico, risultando molto eccitante. Il film diverte anche e la scenografia è tipica dei film del regista veneto. Buono.

L’infermiera di notte

Nicola Pischella è un noto dentista con uno studio in una cittadina del sud della Puglia; esuberante, l’uomo ha un’amante fissa e spesso cerca l’avventura facile con qualche sua cliente particolarmente disponibile.
L’uomo ha anche moglie e figlio; mentre la prima, Lucia, è sempre sul chi vive conoscendo la vivacità del marito, il figlio Carlo sembra non aver ereditato la passione del padre per le gonnelle.
Carlo infatti dedica quasi tutto il suo tempo allo studio.

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Gloria Guida è Angela

La routine famigliare viene devastata dall’improvviso arrivo di Saverio Baghetti, zio della moglie di Nicola, che apparentemente sembra essere in fin di vita.
Nicola e Lucia lo accolgono con calore essendo l’uomo ricchissimo e sperando ovviamente in un lascito a loro favore; per vegliare sull’uomo viene anche assunta una giovane e affascinante infermiera, Angela Della Torre, che viene ben presto insidiata dagli uomini di casa.

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Sia Nicola, sempre irresistibilmente attratto dalle donne, sia l’anziano e finto moribondo Saverio infatti attentano alle virtù della spigliata ragazza, ma l’unico a goderne i favori alla fine sarà proprio Carlo che farà breccia nel cuore di Angela grazie anche alla sua riservatezza.
Intanto in casa Pischella lo zio Saverio sembra alla ricerca di qualcosa; quel qualcosa è un diamante dal valore immenso che il vero Saverio ha nascosto in un lampadario che ora è in casa dei Pischella.

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L’uomo che ha assunto l’identità dello zio Saverio è in effetti un volgare ladro, di nome Alfredo che ha appreso dal vero Saverio dell’esistenza del favoloso diamante.
Dopo varie peripezie, sarà proprio Carlo a beffare tutti e a impadronirsi del diamante, che andrà a godersi con la bella Angela.
L’infermiera di notte, film del 1979 diretto da Mariano Laurenti, autore di diversi “classici” della commedia sexy come Il vizio di famiglia, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, La bella Antonia, prima Monica e poi Dimonia, L’insegnante va in collegio ecc. è un film che non si discosta molto dagli altri prodotti seriali girati nel periodo di massimo fulgore del genere, che ebbe un notevole successo negli anni a cavallo tra il 1975 e il 1980.
E’ anche uno dei pochi prodotti di discreto livello della commedia sexy, ormai in fase di stanca e sopratutto in fase di ripetitività infinita.

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Se la trama non è particolarmente originale, il film si segnala quanto meno per una certa eleganza formale e per la mancanza dei soliti elementi pecorecci; ci sono i canonici nudi femminili, affidati alle bellissime interpreti del film, ovvero Gloria Guida, Paola Senatore, Annamaria Clementi, ma non sono mai volgari.
Il cast è costituito da molti dei caratteristi che fecero la fortuna del genere; si va da Lino Banfi, il solito impenitente donnaiolo anche un tantino sfigato alla professionale Francesca Romana Coluzzi, passando per Mario Carotenuto, il furfante che si introduce in casa Pischella per rubare il diamante all’immancabile Alvaro Vitali che interpreta l’allupato Peppino,braccio destro di Nicola.

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Nel cast c’è anche l’immancabile Jimmy il Fenomeno; la location è sicuramente da apprezzare, una Puglia da cartolina incluso il ristorante Grotta Palazzese di Polignano, celebre per la sua magnifica veduta sulle scogliere della ridente cittadina in provincia di Bari.

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L’infermiera di notte, un film di Mariano Laurenti. Con Gloria Guida, Leo Colonna, Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Paola Senatore,Lino Banfi, Francesca Romana Coluzzi, Lucio Montanaro
Commedia sexy, durata 95 min. – Italia 1979.

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L'infermiera di notte banner protagonisti

Lino Banfi    …     Nicola Pischella
Gloria Guida    …     Angela Della Torre
Alvaro Vitali    …     Peppino
Leo Colonna    …     Carlo Pischella
Mario Carotenuto    …     Zio Saverio / Alfredo
Annamaria Clementi    …     Moglie del pugile
Lucio Montanaro    …     D.J.
Ermelinda De Felice    …     Regina, la Cameriera
Vittoria Di Silverio    …     Zia di Angela
Jimmy il Fenomeno    …     Postino
Francesca Romana Coluzzi    …     Lucia moglie di Nicola
Paola Senatore    …     Zaira amante di Nicola

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Regia: Mariano Laurenti
Sceneggiatura: Mariano Laurenti, Franco Milizia
Musiche: Gianni Ferrio
Costumi: Silvio Laurenzi
Editing: Alberto Moriani

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La Guida è splendida, il film molto meno. Per arrivare a 90’ Gloria canta e balla. La storia (di Milizia e di Laurenti) è poca cosa. La “vis” del film sta tutta in un grande Lino Banfi, visto che Carotenuto ha meno spazio e meno battute. La Senatore e la Clementi si spogliano e basta. Trionfo di Pejo, J&B, Fernet Branca, Punt e Mes. Come se non bastasse, sugli scudi una discoteca di Ceglie ed un ristorante di Polignano…

Commedia sexy all’italiana di media qualità (a firmarne la regia non è Sergio Martino, ma nemmeno Michele M. Tarantini). Come sempre a tenere dèsta l’attenzione e smuovere qualche spontanea risata è l’inimitabile Banfi prima maniera (qui nei panni di “dentista” sui generìs), mentre l’occhio trae giovamento dalle perfette curve dell’acerba Gloria Guida (memorabile la scena con il termosifone e Banfi nascosto alla finestra). Resta titolo dignitoso, in grado di divertire per 90 minuti, al quale la Guida ha posto (come sugli altri) il vèto assoluto.

Bella prova di commedia erotica italiana: vivacissima, senza inutili volgarità, ideale per una serata divertente e serena. La Guida, la Senatore e la Clementi sono al top della bellezza, affiancate da un impareggiabile terzetto di caratteristi (Banfi, Carotenuto, Vitali), cui si aggiunge la simpatia della Coluzzi.

Riuscita commedia di Laurenti con la Guida a spogliarsi e la coppia Banfi-Vitali che provvede alla parte comica (ma non dimentichiamo il grande Mario Carotenuto). Il meccanismo funziona bene, sono poche le digressioni inutili (giusto le canzoni della bionda protagonista in discoteca), mentre il dentista perennemente “ingriféto” interpretato da Banfi resterà uno dei suoi ruoli memorabili… Lo strano intreccio da giallo che accompagna la storia principale poteva anche essere evitato, a mio avviso.

Non basta piazzare un pur volenteroso e scoppiettante Banfi come baricentro e sperare/aspettare che attorno alle sue prestazioni il film si faccia da sé. Un film è fatto anche di cura registica, di una sceneggiatura, di idee e di un ritmo capace di scandirle e sostenerle; tutte cose che a Laurenti paiono volare parecchi metri sopra la testa quando prova a dirigerne uno. Per chi è di facilissimi contentini.

Commedia sexy esemplare, per tempi comici e tecnica. Mai volgare e tenuta benissimo nonostante la semplicità dello spunto, ha un parco attori in stato di grazia, soprattutto Banfi e Carotenuto, capaci di veri pezzi di bravura, così come il regista Laurenti, che inanella disinvolto sequenze perfette, arrivando addirittura a far fare un campo-controcampo tra Banfi e Leo Colonna che parlano tra loro agli attori stessi, cambiando la loro posizione durante il dialogo. Gloria Guida non si discute, una dea, e in più canta la cultissima “La musica è”.

Commedia scollacciata infermieristica che appartiene all’ultimo periodo in cui la stessa ebbe popolarità. Banfi divertente, ma tutto sommato riprende il suo solito repertorio alla “Totò della Puglia”; in ogni caso tiene in piedi il film. Carotenuto simpatico, ma il suo personaggio appare stucchevole e fine a se stesso. Bellissima ed in doppia versione infermiera-diva della disco Anni Settanta la Guida, qui nelle ultime apparizioni nella commediaccia di serie B prima dell’imminente incontro con Dorelli e relativo avanzamento alla commedia di serie A.

Sicuramente non uno dei nostri migliori film scollacciati. Tutto il film si sorregge sulle spalle di Banfi che, pur in forma, propina i suoi soliti tic e giochi di parole, pur tuttavia senza annoiare. La Guida è meno genuina e simpatica del solito e questo stona. Carotenuto non brilla come altrove così come Vitali. La Senatore in gran forma! I siparietti musicarelli della Guida, ripeto qui spocchiosa oltre modo, suonano molto come un tentativo di allungare la minestra! Vedibile ma nulla più!

Divertente commedia sexy, forse la migliore del periodo. Diretta dall’esperto Laurenti con mano felice, si avvale di un copione leggero ma abile nell’evitare i cliche del genere, con battute e situazioni azzeccate e un cast particolarmente affiatato. Banfi e Vitali sono in grande spolvero, Carotenuto è immenso come sempre, la Coluzzi esilarante, la Guida splendida come non mai. Grande apparizione del mitico Jimmy Il Fenomeno.

Gente che scappa dagli armadi e da sotto ai letti, quindi ancora una inutile storiella d’amore tra la bellissima Guida all’apice del successo (anche se sensualmente vale di piu la sempre nuda Clementi) e il giovane sfigato di turno come contorno a gag spesso efficaci e comunque con meno volgarità del solito; non molti caratteristi minori (si segnalano graziosi Jimmy Fenomeno e Lucio Montanaro) ma ancora è Lino Banfi il motore umoristico, ciò per cui il film vale la pena d’esser visto; Vitali incassa schiaffi da far concorrenza a Bombolo…

Tre lampi: Carotenuto a letto che tenta di sedurre la bellissima Guida, Banfi che anela alla medesima cosa, Origene Soffrano alias Jimmy il fenomeno che fa il postino alquanto ottusetto. Ecco in estrema sintesi la pellicola, condita di erotismo raffinato, beandosi della grazia ed eleganza di una sensuale Gloria Guida e della vis comica di un “zio” Lino sempre in forma (non fisica!) perfetta. Da vedere assolutamente.

Paninazzo iperfarcito:c’è un intrigo truffaldino, un flirt tra ragazzi, una gara di ballo, un’esibizione canora della Guida, un’amante trascurata che cornifica Banfi con Vitali, la moglie del pugile che vuole cornificare il marito col figlio di Banfi… Ma soprattutto c’è Banfi, e le scene cult sono poi solo tre: Banfi e il portalettere, Banfi e il trucchetto della stufa, Banfi che tenta di sedurre Vitali che si è travestito da Guida. Carotenuto è un po’ sacrificato. Molto divertente, nell’insieme.

Esagererò evidentemente, ma lo trovo uno dei più alti esempi di commedia sexy e sicuramente la miglior commedia di Laurenti (o quasi). Pochi i motivi ma importanti: si ride a crepapelle (al contrario delle altre commedie dove più che altro si SORRIDE), Banfi (che tira in ballo Santi e Madonne in ogni occasione) ci dà una delle sue performances più memorabili, l’uso dell’erotismo è sublime e la Guida ci regala una delle sue prove d’attrice migliori. Il resto del cast segue senza brillare (ma Carotenuto è sempre bravo). Donne bellissime. Da vedere!

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Gli altri racconti di Canterbury

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Decamerotico ad episodi ispirato, molto alla lontana, dalle novelle di Chaucer e dal successo del pasoliniano I racconti di Canterbury. Nel primo episodio, il Signore di Brindisi, arrogante e donnaiolo, costringe la bella Elena moglie del contadino Galante a rapporti di sodomia.
Durante uno di questi incontri, Galante, nascosto sotto il letto, apprende la cosa e decide di vendicarsi.
Porta a corte la moglie costringendola ad indossare un  vestito che lascia le natiche scoperte, attorno alle quali c’è scritto “Benemerito”;

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La beffa di Galante

il Signore di Brindisi, per non rivelare i suoi gusti particolari alla corte, nomina Galante ambasciatore presso Venezia, così lo scaltro contadino, presa la moglie e qualche oggetto si avvia verso un futuro meno tribolato.
Il secondo episodio vede protagonista Mastro Nino, uno scultore di statue di santi, che ha il sospetto di essere cornificato dalla bella moglie.Così una sera, dicendo di voler andare a cena da un amico, torna di soppiatto per cogliere sul fatto la fedifraga moglie, che però nasconde l’amante tra le statue dei santi.

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La moglie di Mastro Nino attende l’amante….

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La moglie di Farinello pretende i “doveri coniugali”

Ma Mastro Nino l’indomani mattina riesce a trovare l’amante e lo insegue mentre quest’ultimo, nudo, scappa per le stradine del paese.
La moglie, dandogli del visionario, lo riempie di botte.
Nel terzo episodio un pescatore, convinto che la orribile moglie stia per morire, seduce una servetta proprio accanto al corpo della donna, che però è viva e vegeta e gli fa il gesto dell’ombrello.

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Il pescatore tenta di sedurre la servetta sul talamo nuziale con la presunta morta al fianco

Il quarto episodio vede protagonisti una coppia di sposi e il seguito di invitati al banchetto che si ferma per festeggiare e dormire in una locanda.
L’oste, incapricciatosi  della bella sposa, approfitta della improvvisa visita di briganti per rinchiudere tutti i presenti (esclusa la sposina), in una botola collegata al pozzo nero della taverna.

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Olimpia e il frate

Così approfitta delle grazie della stessa donna, mentre i briganti portano via carrozza e cavalli degli sventurati avventori, costretti a restare per ore tra gli scarichi della fogna.
Nel quinto episodio un converso cercatore si imbatte in una donna che gli chiede aiuto, confessandogli di voler uccidere il marito perchè stanca delle sue violenze.
Il fraticello impietosito, la porta nel suo convento e ovviamente tra i due scatta la passione, mentre suo marito, convinto che la donna si sia gettata nel pozzo, dopo essere stato quasi linciato dai vicini e amici della donna, gira con un ritratto della moglie appeso al collo e con in testa una corona di spine.

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Nel frattempo Olimpia, la donna, se la spassa sia con il fraticello sia con tutti gli altri occupanti il monastero; la conseguenza è che la donna resta incinta così gli scaltri frati decidono di farla resuscitare gridando al miracolo sia per la “resurrezione” sia per il concepimento.
Olimpia finisce per diventare agli occhi di tutt una santa mentre i frati rimandano il converso alla ricerca di un’altra donna. Il sesto episodio racconta le gesta di Farinello, mugnaio donnaiolo incapricciato della bella vedova Monna Collagia; nonostante le reiterate proposte di uno “scambio commerciale” ovvero le grazie della donna in cambio di sacchi di farina, Farinello resta all’asciutto.

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La moglie del mugnaio, trascurata dal marito, decide di mettersi d’accordo con Monna Collagia.
Si sostituisce alla donna e beffa Farinello, concedendo le sue grazie anche all’aiutante del marito.
Da quel momento Farinello è costretto ad un tour de force per accontentare la moglie.

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La bella Monna Collagia

Gli altri racconti di Canterbury, diretto da Mino Guerrini nel 1972 dopo il lusinghiero successo di Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio è un decamerotico a struttura classica, quindi diviso in episodi tutti differenti come ambientazione.
Si va dalla Puglia (il primo episodio) all’Abruzzo, passando per la Campania, la Sicilia ecc.
Il film non ha alcuna attrattiva particolare, visto che è recitato in maniera amatoriale e viste anche le trame dei vari episodi, assolutamente monotoni e noiosissimi.
Non si ride nemmeno per errore e a dannazione dello stesso film arriva anche la mancanza della solita attricetta famosa per le grazie esposte.

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Difatti nel cast non figura alcun attore di grido, il che contribuisce in maniera determinante al fallimento del film stesso, che si impantana nelle solite becere volgarità e scurrilità a base di parolacce, peti e compagnia annessa.
Un film da schivare in tutti i modi, visto che riuscire ad arrivare al fatidico The end richiede una fatica sovrumana.

Gli altri racconti di Canterbury, un film di Mino Guerrini. Con Enza Sbordone, Toni De Leo, Alida Rosano, Giuseppe Volpe. Decamerotico/Commedia, durata 96 min. – Italia 1972.

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Francesco Angelucci – Mastro Nino
Roberto Borelli – Chiodo
Mariana Camara – Rebecca
Fortunato Cecilia – Farinello
Teodoro Corrà – L’oste
Assunta Costanzo -Monna Collagia
Francesco D’Adda – Galante
Antonio De Leo – Il Signore di Brindisi
Enzo Maggio – Beppe
Samuel Montealegre – Isacco
Jocelyne Munchenbach – Moglie di Farinella
Gianni Ottaviani – L’amante della moglie
Alida Rosano -Olimpia
Mirella Rossi – La servetta
Enza Sbordone – Elena

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Estrapolato da diversi racconti vergati dalla mano di vari autori (tra i quali Boccaccio, l’Aretino e Ariosto) si focalizza su sei episodi anche se memorabili restano quattro. Nel primo Elena (Enza Sbordone) ha una relazione “contro natura” con il despota di Brindisi ai danni del marito; nel secondo Olimpia (Alida Rosano) sfugge alla violenza del coniuge cercando l’abbraccio di un frate e poi dell’intero convento; nel terzo la moglie coglie il marito in adulterio; nel quarto uno scultore di figure religiose viene cornificato e mazziato. Volgare nei dialoghi, e poco ironico.

I dotti riferimenti letterari (Chaucer, Aretino, Boccaccio, Ariosto, Degli Arienti, Margherita di Navarra, Sacchetti) prima dei titoli di testa suonano come una giustificazione per introdurre un decamerotico all’insegna del pecoreccio più lercio – la cornice ovino-pastorale non poteva essere più appropriata – che azzera il potenziale comico delle varie gag e affossa nel cattivo gusto financo le nudità femminili elargite da ciascun episodio. Scatologico: e nei contenuti, e nel risultato.

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Prigione di donne

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Ingresso alle celle di un carcere femminile.
Martine, una studentessa francese, guarda attonita la fila di celle che la circonda e rivive i momenti che hanno preceduto il suo arrivo e la sua detenzione nel carcere.
La giovane, una studentessa giunta a Roma per motivi di studio, gironzola con una sua amica tra le rovine della città eterna ed entra in una grotta dove ci sono dei giovani che stanno utilizzando droga.
L’arrivo della polizia fa si che uno di essi infili delle bustine di stupefacenti nella tasca del vestito di martine, che nel frattempo viene fermata, arrestata e tradotta in questura.

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Martine Brochard interpreta Martine

Nonostante proclami la sua innocenza, la giovane viene portata in carcere, dove inizia la sua odissea.
Viene infatti sottoposta ad un’umiliante ispezione corporale e spedita in una cella in compagnia di detenute per vari reati.
Qui Martine fa conoscenza con Susanna, una prostituta che è anche la più violenta della cella, leader del gruppo di detenute, con Gianna che è una “mammana” ovvero una persona che pratica aborti clandestini, con Grazia, una detenuta politicizzata.

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La doccia delle detenute

Le condizioni di vita delle detenute sono disumane; angariate dalle superiori e da suore che hanno poca pena sia delle anime sia dei corpi delle stesse detenute, le donne diventano molto più ciniche e disumane proprio in virtù del trattamento che subiscono.
Le stesse alla fine attuano una serie di  vendette nei confronti delle secondine e delle superiori; adulterano il cibo, denudano una delle suore più giovani umiliandola e costringendola a girare completamente nuda e via dicendo.
Susanna promuove una rivolta per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita, ma la rivolta tessa finisce nel sangue; sarà Grazia a pagare quando, inseguita dai poliziotti che nel frattempo hanno sedato a manganellate la rivolta, deciderà di suicidarsi pur di non tornare in cella.
Martine, ancora una volta innocente in quanto ha tentato in tutti i modi di frenare la rivolta, viene inviata con Susanna, Gianna ed altre in un carcere di massima sicurezza, dal quale però uscirà quasi subito essendo stata riconosciuta la sua estraneità alla vicenda originale che l’ha portata in carcere, ovvero la detenzione della droga.
E’ una donnamolto più matura quella che lascia il penitenziario e sale su un traghetto, guardando con pietà il carcere nel quale ci sono ancora le sue compagne di sventura.

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Marilu Tolo

Prigione di donne è un WIP, women in prison, un genere cinematografico che ebbe un certo successo ambientato sempre all’inetrno di carceri e penitenziari femminili; si distingue dagli altri numerosi cloni per una certa sobrietà sia nello stile del racconto sia per la quasi totale assenza di una delle componenti che caratterizzarono molti film del filone, ovvero le immancabili sequenze saffiche tra detenute.
La componente erotica è limitata ad un paio di scene peraltro molto caste, come la sfida lanciata da Susanna che inscena una finta masturbazione a tutto vantaggio di una guardia di custodia e a qualche immancabile scena di docce comuni.

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Il film ha anche l’ambizione di denunciare il trattamento subito dalle detenute nelle carceri, e quà fallisce un pò l’obiettivo per eccesso di zelo.
Brunello Rondi, regista molto controverso, autore di film smaccatamente erotici come I prosseneti e Velluto nero, ma anche di film di discreta fattura come Ingrid sulla strada, è troppo smanioso di conferire alla sua pellicola una patente di credibilità e mette troppa carne al fuoco.

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Il film così assume a tratti caoticità mescolata ad una denuncia forte ma anche esagerata delle condizioni di vita delle detenute; le secondine, le suore, il personale del carcere, il commissario, l’avvocato finiscono per essere caratterizzati in senso negativo e ciò nuoce alla credibilità del film stesso.
La scena del sicidio di Grazia, con tanto di tv pronta a sciacallare sull’evento con una diretta in cui il cronista altro non aspetta che la morte della ragazza per fare audience è molto forzata, così come esagerata è la recitazione della pur brava (e bellissima) Marilu Tolo che interpreta Susanna.

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L’oltraggio alla giovane suora, l’attrice Cristine Galbò

L’attrice romana dà un tono di isterismo al suo personaggio francamente irritante; molto più posata Martine Brochard che interpreta la svagata Martine, colpevole solo di essersi trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Le altre attrici, fra le quali segnalo Cristine Galbò che interpreta la giovane suora, Erna Schurer che interpreta l’equivoca Gianna e Katia Christine, che da corpo al personaggio tragico di Grazia fanno il loro dovere con professionalità.

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La sequenza della morte di Grazia, l’attrice Katia Christine

Competano il cast Corrado Gaipa, il magistrato, Luciana Turina qui nelle vesti di una suora, Maria Pia Conte che interpreta l’amica di Martine che si guarda bene dall’intervenire al momento dell’arresto della stessa e Andrea Scotti, l’antipaticissimo poliziotto che interroga Martine facendo pistolotti abbastanza surreali sui francesi e sugli studenti che potrebbero stare a casa loro senza importunare la gente per bene.
Un film di buona fattura quindi, ben sceneggiato e ben diretto, con momenti abbastanza felici mescolati ad esagerazioni sceniche, che però non inficiano sulla buona riuscita del film, che in fondo è abbastanza interessante e coinvolgente.
Prigione di donne, un film di Brunello Rondi. Con Marilù Tolo, Martine Brochard, Erna Shurer, Andrea Scotti, Erna Schurer, Lorenzo Piani, Corrado Gaipa, Aliza Adar, Katia Christine, Luciana Turina, Christine Galbo
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.

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Marilu Tolo

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Martine Brochard    Martine Fresienne
Marilù Tolo    …     Susanna
Erna Schürer    …     Gianna
Katia Christine    …     Grazia
Cristina Galbó    …     La giovane suora
Isabelle De Valvert    …     Isabelle
Aliza Adar    …     La detenuta di colore
Luciana Turina    …     Suora
Maria Cumani Quasimodo- Suor Ursula, la madre superiora
Maria Pia Conte    …     L’amica di Martine
Felicita Fanny    …     Una detenuta
Corrado Gaipa    …     Magistrato
Giovanna Mainardi…      Secondina
Anna Melita    …     Una hippie
Lorenzo Piani    …     L’hippy tossico
Jill Pratt    …     La madre di Martine

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Regia: Brunello Rondi
Sceneggiatura: Brunello Rondi, Leila Buongiorno, Aldo Semeraro
Prodotto da: Pino De Martino
Musiche: Alberto Verrecchia
Film Editing : Giulio Berruti
Costumi: Oscar Capponi

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Uno dei primi e più riusciti (causa professionalità del regista e degli interpreti) Women in Prison di stampo italiano. Incentrato sulle vicende della nuova introdotta all’interno d’un carcere femminile, che devo sopportare ogni tipo di vessazione, a cominciare dalle ispezioni intime (decisamente forti nella versione integrale). Il tema predominante (ovvero il sesso) è esplorato in maniera distorta, come già era accaduto in un altro dramma, sempre siglato da Rondi (Valeria Dentro e Fuori, 1972). Sicuramente un titolo di punta nel genere…

Nobile assunto, ma film indeciso (fra denuncia civile e concessione all’erotismo, fra recitazione composta – la Brochard – e quella eccesivamente sguaiata – la Tolo, eccetera). Calcare troppo sugli aspetti di denuncia (penso alla figura della Cumani Quasimodo), rischia di cadere nel grottesco, nel non credibile, e quindi nel non far arrivare a bersaglio la denuncia. Gineceo favoloso: oltre alle citate, la Schurer, la Christine (sì! La vittima designata) e la Galbó (sì! Gli orrori del Liceo).

Avvalendosi della consulenza alla sceneggiatura del criminologo Semerari, Rondi getta un’occhiata polemica contro il sistema carcerario e mediatico, ma nello stesso tempo cede ai richiami del wip puro – nudi, ispezioni corporali, secondine sadiche, docce, masturbazioni, lesbismo, rivolte – per il quale dispone di una nutrita manovalanza femminile, ben caratterizzata nel fisico e nell’animo: innocente e sensibile la Brochard, burina romantica la Tolo, ribelle la Christine, vezzosa la Schurer; al di là delle sbarre, una ieratica Cumani e una fragile Galbò. Acconce musiche di Verrecchia.

Women in prison di quelli teoricamente a mezza strada tra le nobili intenzioni e le concessioni al pubblico. In realtà il lato sociale è piuttosto debole, con le solite accuse al sistema che opprime le donne eccetera; ed anche a livello exploitation il film non mi ha convinto più di tanto. Certo si tratta di un film vitale, forse persino troppo con queste donne che non fanno altro che fare caciara appena possono; ma nel complesso l’ho trovato deludente

Film su donne in prigione che per la prima volta anzichè puntare unicamente su sesso e violenza dà spazio anche a una – ridicola – denuncia sociale. Certe scene sono talmente esagerate da far ridere, vedi quando Christine chiama e chiede di parlare col presidente della repubblica (sic!) o la rivolta fatta da donne spogliate a forza. Mediocre, considerando anche il livello delle altre pellicole italiane (e estere) su questo (per fortuna oggi tramontato) sottogenere.

Di forte impatto emotivo, ma non travolgente come altri film dello stesso regista, forse anche perché la protagonista sembra un pesce fuor d’acqua e la si apprezza più che altro per la sua caparbietà a difendersi e a credere in una giustizia. Vincono la Tolo, con le sue espressioni sprezzanti e sarcastiche, i visi truccati della Schurer e la meraviglia strabiliante della Christine… Sembra che Rondi l’abbia fatto apposta a far torturare la più bella…

La mansion de los muertos vivientes

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Candy, Mabel, Lea e Cathy, quattro ragazze in vacanza si recano in un hotel delle Canarie per passare un breve periodo di villeggiatura.
L’hotel è all’apparenza completamente vuoto, gestito da Carlos, un misterioso e sfuggente receptionist e da un giardiniere voyeur.
Le quattro ragazze naturalmente hanno rapporti saffici tra loro e approfittando della totale assenza di gente si espongono generosamente nude ai raggi solari, beandosi dell’apparente calma del luogo.
Accanto all’hotel sorge un misterioso monastero, anch’esso apparentemente disabitato; una delle ragazze, attirata da strane voci che provengono da esso, vi si reca improvvidamente, tant’è vero che viene violentata e uccisa da un gruppo di Templari che abita la costruzione.

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Lina Romay è Candy

Si tratta di monaci colpiti da un’antica maledizione, tra di loro c’è anche Carlos, che vive un’esistenza a metà strada tra il vivente e il non-vivente, una specie di vampiro che al contrario di questi ultimi vive di giorno per trasformarsi in un essere mostruoso di notte.
Ad una ad una le ragazze finiranno uccise, salvo Candy, che dopo aver scoperto che Carlos tiene prigioniera, incatenata per il collo ad un letto la moglie Olivia, finisce per eliminare l’uomo, che ha creduto di vedere in lei la donna che secoli addietro maledisse i templari.

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La mansion de los muertos vivientes,opera diretta da Jesus Franco nel 1982, è un horror/erotico ispirato nettamente alle saghe templari ( i famosi resuscitati ciechi) di Amando de Ossorio, un esperimento difficilmente giudicabile del controverso regista spagnolo.
Un film che ha un suo fascino sinistro, sia chiaro; peccato che Franco, come suo solito, privilegi la parte voyuristica del film, puntando sulle ormai tradizionali scene erotiche e che utilizzi per gli effetti speciali ( i volti dei templari) il minimo sindacale, limitandosi a dipingere con il cerone bianco i volti dei monaci.

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Il film tuttavia si mantiene su binari standard di decoro, pur non emozionando ne annoiando: un’opera abbastanza piatta, in cui l’unica certezza arriva dalla mano del regista, capace come pochi di “fermare la scena” e impressionarla.
Ma questo ovviamente non può bastare e infatti non basta.
Girare un film con 6/7 attori richiede quantomeno una trama convincente, oltre alla capacità da parte del regista di puntare quanto meno sul dialogo se non su effetti visivi.
Franco non fà nulla del genere, affidando invece alle grazie di una Lina Romay in abbondante sovrappeso il compito di stimolare almeno a livello visivo lo spettatore.

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A nulla servono nemmeno le usuali sequenze saffiche, che per una volta prendono il posto di quelle eterosessuali.
La recitazione di conseguenza è affidata ad attrici a cui non è richiesta particolare abilità anche in presenza di dialoghi non impegnativi; difatti ho visto il film in lingua originale con sottotitoli in francese, senza avere particolari problemi di traduzione.
Per quanto riguarda la storia, nulla di nuovo e parecchio di deja vu, con i soliti templari afflitti da una maledizione, il solito sacrificio rituale della ignara donzella capitata li per caso e via discorrendo.

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La location non è particolarmente esaltante, visto che alle Canarie ci sono posti di ben altro fascino, ma anche in questo caso il regista ha dovuto arrangiarsi con quello che gli hanno fornito, ovvero un albergo molto simile ad un palazzone di periferia di una nostra metropoli e un mare molto simile a quello di natura vulcanica della Campania.
In ultima analisi, un film che non lascia nessuna sensazione particolare e che scorre senza sussulti verso un prevedibile finale, con l’ultima scena dedicata alla croce del monastero, che campeggia al tramonto in maniera sinistra.

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La mansion de los muertos vivientes, un film di Jesus Franco, con Lina Romay, Antonio Mayans, Mabel Escaño, Albino Graziani,Mamie Kaplan, Jasmina Bell, Eva León- Horror, Spagna 1982

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Lina Romay – Candy
Antonio Mayans – Carlos Savonarola
Mabel Escaño: Mabel
Albino Graziani: il giardiniere dell’hotel / un templare
Mamie Kaplan: Lía
Jasmina Bell: Caty
Eva León: Olivia

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Regia     Jesús Franco
Soggetto     Jesús Franco
Sceneggiatura     Jesús Franco
Produttore     Emilio Larraga
Casa di produzione     Golden Films, Barcellona
Fotografia     Juan Soler (come Joan Almirall)
Montaggio     Jesús Franco
Musiche     Pablo Villa (= Daniel J. White, Jesús Franco)

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La croce dalle sette pietre

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Ecco uno dei film più brutti, peggio recitati, più sconclusionati,più imbarazzanti della storia del cinema italiano.
Un esordio con aggettivi dequalificanti, ma assolutamente necessari per inquadrare questa ignobile pellicola da definire zzz movie, quasi una tripla x destinata ad essere un vero e proprio marchio d’infamia.
La croce dalle sette pietre si qualifica già nel sottotitolo con cui venne distribuito, quel Il lupo mannaro contro la camorra che fa tanto racconto del babau al bimbo che non vuol dormire.

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La storia è di una semplicità e bruttura disarmanti; Marco è nato da un rapporto sessuale tra sua madre e il diavolo, per cui reca con se un’antica maledizione, ovvero trasformarsi in un lupo mannaro quando ovviamente c’è la luna piena.
Per salvarsi da questa maledizione, Marco porta con se un medaglione a forma di croce, che lo protegge in qualche modo dalla maledizione stessa, ma al solito il medaglione gli viene rubato da alcuni delinquenti, ovviamente a Napoli  (e dove se no?).

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Per recuperarlo il tapino dovrà combattere nientemeno che contro la camorra, ma avrà fortuna anche perchè così troverà l’amore.
Di per se, raccontata in questo modo, la storia sembrerebbe ridicola ma niente più.
Ma chi non ha visto il film provi a immaginare sequenze dirette in maniera amatoriale, effetti scenici tra i più scarsi immaginabili, con la perla della trasformazione di Marco in Lupo mannaro, forse la sequenza più divertente dell’intera storia del cinema.
A tal proposito ho selezionato proprio i fotogrammi di questa sequenza per mostrare e additare al pubblico ludibrio Marco Antonio Andolfi, regista e attore del film.
Vi renderete conto dell’approssimazione con cui è stato girato il flm stesso, “impreziosito” da altre perle, come gli attacchi del lupo mannaro agli uomini che vogliono impedirgli di recuperare la famosa croce.
Nel marasma generale è coinvolta anche l’attrice francese Annie Belle, quasi incredula di aver accettato di partecipare ad una simile sciocchezza; l’attrice infatti dopo questa pellicola ne girerà solo un’altra, forse consapevole di aver imboccato il tunnel senza uscita dei film da cinema oratoriale.

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Finanziato con soldi pubblici, La croce delle sette pietre dimostra come nel 1987 si sprecassero soldi altrimenti utilizzabili in operazioni finanziate senza controllo, che hanno contribuito poi a dilapidare un piccolo patrimonio che avrebbe potuto essere utilizzato per lanciare registi di ben altro calibro e spessore.
Credo che, senza tema di smentite, questo film possa essere annoverato tra quella particolare categoria dei film ultra trash meritevoli di essere visti almeno una volta per capire cosa bisogna evitare quando si gira un film.
Andrebbe proposto infatti al DAMS come testo, decalogo di comportamento per indicare tutto ciò che va evitato in un film.

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Annie Belle

La croce dalle sette pietre (Il lupo mannaro contro la camorra) , un film di Marco Antonio Andolfi, con Eddy Endolf, Annie Belle, Gordon Mitchell, Paolo Fiorino,Marco Antonio Andolfi Horror,Italia 1987

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Marco Antonio Andolfi: Marco Sartori
Annie Belle: Maria
Gordon Mitchell: Black Mass Leader
George Ardisson: Boss
Zaira Zoccheddu: Madame Amnesia
Giulio Massimini: Ministro

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Regia     Marco Antonio Andolfi
Soggetto     Marco Antonio Andolfi
Sceneggiatura     Marco Antonio Andolfi
Fotografia     Carlo Poletti
Musiche     Paolo Rustichelli
Costumi     Gilian

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Incredibile: “se non lo vedi, non ci credi”. Ha il primato di passanti che guardano in macchina. Andolfi è protagonista, regista, soggettista, sceneggiatore, montatore e cura gli effetti speciali. La presenza di Ardisson dà al tutto un tono ancor più surreale. Ultimo credito della Zoccheddu (in tenuta iper-troiesca): se ha smesso per il solo timore di poter essere coinvolta, all’epoca, in qualcosa di peggio, si è trattato di un’errata valutazione. Citazioni (volute?) da Il bacio della pantera e Stati di allucinazione.

Incredibile esempio di pressappochismo che riguarda ogni settore della macchina cinematografica: dalla regia (improvvisata e confusa) alla storia (horror, action e “camorra”, con dialoghi sui generis), passando per un trucco che fa apparire i recenti lavori autoprodotti a budget “zero” veri e propri kolossal. Eppure qualcosa da salvare c’è, e sta nella selezione di attori secondari che ricordano tempi migliori del cinema nostrano. Un buon esempio, insomma, al contrario: per imparare cosa si deve evitare di fare in un film…

Uno dei film più brutti e deliranti della storia del cinema, nonché uno dei più trash. Sotto questo punto di vista la pellicola non ha eguali e raggiunge il suo culmine quando il protagonista si trasforma in lupo mannaro. Notevoli sono anche le visioni orrorifiche di cui è preda durante il sonno. La sceneggiatura è un qualcosa di pietoso e grottesco allo stesso tempo, mentre gli attori (ma è giusto chiamarli così?) sono tra i più impresentabili e imbarazzanti di sempre. Insomma, un film che vi farà sbellicare dalle risate dal principio alla fine

Un vero e proprio culto trash che fu girato, ormai più di vent’anni fa, grazie a finanziamenti statali ma che non è praticamente possibile vedere se non scaricandolo da internet. Che dire: il film mantiene tutte le promesse annunciate dalla sua “fama”. Non c’è un solo aspetto da salvare: recitazione, regia, soggetto ed effetti speciali sono indegni di tali nomi, ma come spesso succede quando un prodotto è così mal riuscito riesce a diventare un vero e proprio feticcio per chi ama i film brutti. Invedibile ma anche imperdibile.

Cultone del genere trash. Certo nel cast si conta qualche caratterista (Annie Belle, Ardisson, Mitchell; ci sono pure Piero Vivaldi e Giulio Massimini), ma il resto è una pena assoluta. Recitazione inesistente (e la Zoccheddu dà il meglio di sè), effetti speciali al limite del ridicolo, soprattutto il make-up di Eddy Andolf. Sequenza di torture con mostro oscene! Non vi sono parole per descrivere questa pellicola: vederla è un’esperienza unica.

Notevole trashone italico. La storia è altamente demenziale e il protagonista Andolfi, i dialoghi, gli effetti speciali (incredibile il make up del lupo mannaro) e le scene di sesso sono quanto di più ridicolo si sia mai visto in un horror. Curioso il cast di contorno (Annie Belle, Gordon Mitchell, Giorgio Ardisson) che però in questo caso mette solo tristezza. All’estero gira una versione insertata, a quanto sembra ancora più assurda. Comunque sia, è un film da non perdere.

Oddio! Avete presente il “giornalino di classe” fatto dai bambini alle elementari senza l’intervento della maestra? Ecco, questo film rappresenta a livello tecnico il giornalino di classe del cinema. Un ragazzo ha una maledizione: si trasforma in uomo lupo, ma può evitarla grazie a un particolare medaglione, che però gli viene rubato… dalla camorra!!! Attori lerci, regia, sceneggiatura e effetti speciali fatti in cucina… Un mito del cinema brutto.

Impossible pensare che non sia stato fatto volontariamente così brutto. A confronto Bruno Mattei è David Lynch. Resta il fatto che è un film imperdibile non solo per gli amanti del trash, ma per tutti quelli che, stanchi della comicità becera e caciarona che non fa ridere nessuno, decidano di tuffarsi in questo delirante scherzo della macchina da presa. All’estero gira una director’s cut…

Incredibile: il lupo mannaro vs camorra! È proprio vero: tra un horror e una sceneggiata napoletana. Dirige grazie al finanziamento statale “Eddy Andolf” che è pure protagonista (oltre a tutto il resto) ed è di una inespressività disturbante. E che dire del mitico Gordon Mitchell in quello che forse è il ruolo più inutile della sua filmografia? Incredibile, un tuffo nel folklore napoletano a bordo di una vecchia macchina color cachi tra frasi d’amore, trasformazioni indecenti ed erotismo di serie Z. Di tutto e di più: fino al volto di S. Pietro.

Confesso che adoro i trash italiani. Da Il sesso della strega a Patrick vive ancora passando per Zombi horror e via di seguito. Ma qui siamo in una dimensione diversa, imparagonabile al cinema di serie Z del quale questo film riesce a cogliere pochissimi aspetti caratteristici (qualcosa nei flashback sessuali, per esempio). Il resto della follia risulta anche noioso, senza ovviamente entrare nel merito di un qualsiasi aspetto tecnico o estetico. Inoltre se, come si dice, il film si è giovato pure dei finanziamenti di stato, subentra in più la disapprovazione morale!

Un trashone abominevole che non ha pietà per nulla! La recitazione è agghiacciante, per non parlare del make-up del lupo mannaro. Il dialetto napoletano non aiuta certo nella comprensione del film, che vanta una sceneggiatura colabrodo, non avendo né capo né coda. Uno di quei film orrendi dei quali, una volta iniziata la visione, non si può fare a meno di andare fino in fondo, come quando si vede un gatto schiacciato per la strada e, sebbene sia disturbante, non si riesce a non guardarlo…

Si dice che non c’è limite al peggio, ma in questo caso c’è: davvero difficile pensare che si possa fare un film peggiore di questo. Il protagonista in versione licantropo è qualcosa di imperdibile: completamente nudo tranne una (brutta) maschera sul volto, si muove del tutto ebete emettendo assurdi squittii da topo. La colonna sonora è inesistente, composta solo da patetici effetti sonori probabilmente ottenuti da qualche giocattolo per bambini. Talmente brutto da essere diventato un cult.

Uno dei peggiori horror dello Stivale, di certo il più trash d’Europa. Frasi come “ma ‘sta troia fotte int’al telefono?” o scene come gli scleri del licantropo sono difficili da scordare. Personaggi come Mitchell-sacerdote, Ardisson all’americana e Andolfi restano negli annali. Le voci del doppiaggio fanno venire i crampi allo stomaco per le risate e le espressioni ebeti di Eddy non lascian dubbi: si può parlare di cult movie. Ma almeno ci si diverte parecchio, altro che boiate tipo I fantasmi di sodoma, in cui nemmeno c’è comicità involontaria!

Non prendiamoci in giro: un novellino con una telecamera digitale e due soldi farebbe quasi certamente una cosa migliore di questa roba che nemmeno chiamo film. Andolfi prende letteralmente in mano la situazione e si inventa factotum di questo disastro su pellicola che vanta (vanta?) attori che non recitano e lo fanno pure male, musiche da mal di testa, una storia ai limiti del demenziale ed effetti che chiamarli casalinghi è un eufemismo. Almeno però si ride parecchio.

Il peggior film di tutti i tempi, lo zero cinematografico, non può non essere commentato. Rispetto ovviamente Andolfi come persona, ma questo suo lavoro, favorito anche da aiuti statali, è quanto di più anticinematografico mai apparso sul pianeta Terra. Recitazione, regia, sfx, tutto da dimenticare. Ne esiste anche una seconda versione, con scene in più, chiamata El talisman e pure un seguito. Da notare la presenza di Gordon Mitchell, che c’era pure nel capolavoro Fellini Satyricon… Dalle stelle alle stalle… Un must… del trash.

Mettete assieme attori che più incapaci non si può, effetti speciali dall’incontenibile effetto trash ed elaborate una storia sfrontatamente assurda. Il risultato di questa alchimia sarà una pellicola delle più brutte mai realizzate e proprio per questo imperdibile. Davvero, non c’è nulla che si salva. Consiglio questo film a tutti coloro che hanno bisogno di farsi una risata malsana e isterica.

Sicuramente il film italiano più trash di tutti i tempi. La cosa che sorprende è che questo film fu finanziato dallo Stato, cosa a dir poco utopica al giorno d’oggi! Inutile rimarcare la pochezza del titolo (sia dei mezzi, sia della progressione narrativa). In ogni caso questo “Lupo mannaro contro la camorra” è fonte di fragorose risate, anche dopo più visioni.

Forse è secondo solo a Delirio di sangue di Bergonzelli. È tutto perfettamente poveristico: attori, dialoghi, ambientazioni… e per ultimo, ma non in ordine di importanza, Marco Antonio Andolfi nella parte di se stesso medesimo, una sorta di Pietro Germi dei giorni nostri. Grandioso. Gordon Mitchell si conferma l’attore con la carriera più sconvolgentemente in discesa della storia dell’umanità. Da recuperare senza esitazione.

 

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Roberto è sposato alla bella Marita, che lo ha piantato in asso ed è andata a vivere in Polinesia, a Bora Bora.
L’uomo decide di andare a riprendersi la moglie, sospinto più che dall’amore, da un senso profondo di possesso e dal suo ego ferito.
Giunto a Bora Bora, l’uomo conosce una affascinante e disinibita guida locale, Susanne, che vive la sua sessualità secondo i costumi del posto, ovvero con molta libertà e mancanza di falsi pudori.

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Roberto, dopo lunghe ricerche, trova Marita, che vive felicemente con Manì; la donna, appagata da quello stile di vita che trova rispondente al suo desiderio di libertà rifiuta di ritornare a casa con il marito.

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Che dal canto suo si ingegna per tentare di riconquistarla; decide così di costruirsi una capanna in riva al mare e dopo alcuni tentativi riesce a far capitolare la donna, che però non se la sente di troncare il suo legame con il polinesiano
Ma la storia a tre non può funzionare e quando Manì si accorge che Roberto spia e incoraggia la moglie ad avere rapporti sessuali con lui mentre Roberto li guarda, pianta in asso tutto e va via.
I coniugi così possono rientrare assieme a casa, ma Marita avvisa Roberto che è una situazione transitoria….
Bora Bora, diretto da Ugo Liberatore nel 1968 è un film divenuto con il passare degli anni quasi un cult.
Merito principalmente della location assolutamente straordinaria, quell’isola di Bora Bora nell’arcipelago delle Isole della società che negli anni successivi sarebbe diventata sinonimo di paradiso naturale e di bellezza selvaggia.
Il film di Liberatore ha una trama ridotta all’osso, che pasticcia troppo tra l’indagine psicologica sul rapporto perverso che esiste tra i due coniugi, rimasto praticamente inespresso per tutto il film e le azioni degli stessi coniugi, quasi schizofreniche nella loro illogicità.

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Vero è che i due appartengono ad una galassia opposta rispetto alla cultura semplice e naturale dei polinesiani ma i contrasti tra le due culture, i due stili di vita sono visti essenzialmente più come uno scontro tra morali sessuali che come un impossibile paragone tra civiltà diametralmente all’opposto.
La prima, quella europea, fatta di tabu e retaggi creati da una società oppressiva, che lega in maniera strisciante l’individuo ai suoi simboli principe, come il denaro, il successo gli agi e le comodità mentre la seconda nello specifico la cultura quasi primitiva e gioiosa polinesiana tesa ad esaltare proprio l’individuo nella sua massima manifestazione di libertà sia morale che eminentemente “fisica” vista la possibilità degli abitanti del posto di vivere a stretto contatto con la natura, seguendo le leggi della natura stessa.

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Corrado Pani e Haydee Politoff

Questo contrasto è visto da Liberatore a netto vantaggio dei polinesiani, visti come persone solari e privi dei difetti tipici degli europei; il film difatti esordisce con la caratterizzazione in negativo del personaggio principale del film, quel Roberto che appare immediatamente come arrogante ed antipatico.

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La cosa si trascinerà per tutto il film, che dal canto suo scivola lentamente e in maniera abbastanza monotona verso un finale davvero bizzarro, in cui le scelte di Marita appaiono davvero prive di logica.
Bora Bora, come già detto, deve moltissimo della sua fama allo splendido scenario esotico e a quel pizzico di erotismo che il regista riesce a inserire nella pellicola. Non dimentichiamo che siamo nel 1968, che nei film il massimo della trasgressione era composta dalla visione di qualche fugace seno nudo; Bora Bora non fa eccezione alla regola, ma ha quantomeno una trama abbastanza scabrosa e qualche sequenza che per l’epoca può essere davvero definita ardita.

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In sostanza un film che visto oggi appare pesantemente datato, con una trama poco lineare almeno nelle motivazioni dei personaggi e con lunghi dialoghi spesso davvero noiosi, mitigati però dallo splendido scenario della perla polinesiana che ci appare in tutto il suo lussureggiante splendore. Seguendo i link a questi indirizzi troverete una versione eccellente digitale del film, in lingua inglese:

https://ultramegabit.com/file/details/GUnExUNqLR8/Bora.part1.rar 
https://ultramegabit.com/file/details/9E-2jzzn4VA/Bora.part2.rar 
https://ultramegabit.com/file/details/zUE--f5XYZQ/Bora.part3.rar

Bora Bora, un film di Ugo Liberatore. Con Corrado Pani, Haydée Politoff, Doris Kunstmann Erotico, durata 97 min. – Italia 1968.

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Corrado Pani – Roberto
Haydée Politoff – Marita
Doris Kunstmann – Susanne
Rosine Copie – Tehina
Antoine Coco Puputauki – Mani

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Regia: Ugo Liberatore
Sceneggiatura: Ugo Liberatore
Prodotto da: Alfredo Bini    ,Eliseo Boschi
Muscihe: Piero Piccioni
Cinematography: Leonida Barboni
Editing : Giancarlo Cappelli
Art Direction -Piero Cicoletti
Costumi :Piero Cicoletti

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 A seguito del divorzio una giovane (ex)sposa raggiunge la Polinesia dove affronta, con naturale slancio, ogni tipo d’avventura erotica. Però i legami sentimentali riaffiorano, ed hanno l’aspetto di un coetaneo indigeno. Il marito, in seguito, la raggiunge sull’isola… Modico per contenuti e piuttosto latteo (non per possenza di mammelle ma per l’effetto indotto alle ginocchia) insolitamente il film di Liberatore raccoglie enorme consenso di pubblico e spiana la strada al filone erotico-esotico. Da ricordare, comunque, i due bravi attori (all’epoca sconosciuti): Corrado Pani e Haydée Politoff.

Si salvano gli splendidi panorami polinesiani e la Politoff che riesce in un certo qual modo ad ispirare simpatia. Per il resto il film è una bufala, sottolinea per l’ennesima volta la presunzione degli europei a voler cambiar vita. Si possono apprezzare le culture altrui ma non si può così semplicemente sputare sulla propria… Abominevole la dissezione della tartaruga, tanto da fare invidia alla versione integrale di Cannibal Holocaust. Solo alla fine vengono svelate le motivazioni dell’abbandono e il film recupera qualcosina.

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