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Nell’Italia puritana e bigotta degli anni sessanta,ancora lontana dalla rivoluzione culturale dei decenni successivi,uno dei temi più spinosi e meno dibattuti era quello dell’omosessualità o del lesbismo.
Nonostante il movimento del 68 che in qualche modo aveva portato una ventata di rinnovamento,l’Italia viveva una situazione confusa,contraddittoria in materia di diritti legati alla sessualità.
Nel 1968 era ancora esistente il delitto d’onore,così come il reato di adulterio;diritti civili come l’aborto o il divorzio erano ancora chimere e in questo quadro desolante l’omosessualità era vissuta segretamente,quasi fosse una colpa grave.
Era considerata una malattia oltre che una devianza,di conseguenza un tema assolutamente scomodo,del quale non parlare.
Nel 1969 il regista iraniano Alessandro Fallay,sotto lo pseudonimo di Renzo Maietto,adottato per aggirare il divieto esistente verso i registi stranieri di accedere a contributi economici per film italiani dirige il film Le altre,una pellicola a suo modo coraggiosa che parla non solo di lesbismo,ma anche di procreazione di coppie omosessuali e di convivenza tra coppie dello stesso sesso.

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Maietto dirige la sua prima e unica opera in modo forse confuso,ma coraggioso e anticonformista.
Il tema scomodissimo del lesbismo viene affrontato in modo dispersivo,senza la necessaria profondità,dovuta anche alla necessità di aggirare le forbici della censura; ma il film ha comunque il grande merito di lanciare un sasso nella palude stagnante del conformismo del pensiero comune,il merito in definitiva di parlarne.
La trama in sintesi:
Alessandra e Flavia sono legate da tempo da un legame lesbico,che però vivono serenamente,senza complessi di colpa.
Ma la relazione sembra essere arrivata ad un punto morto e come una qualsiasi coppia etero hanno bisogno sia di trovare nuovi stimoli,sia di cementare il loro affetto con quello che è il simbolo del famiglia tradizionale,un figlio.
Non potendo accedere all’adozione e non volendo affidarsi alle prime sperimentali tecniche di fecondazione in provetta,decidono di comune accordo di procreare in modo naturale.
Dopo alcune infelici esperienze,trovano finalmente il donatore.
Ma un’intervista porterà il caso davanti all’opinione pubblica con conseguenze disastrose,mentre la nascita della bimba ha mutato gli equilibri di coppia…

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Un film coraggioso,indubbiamente,ma anche terribilmente confuso.
Ad una prima parte in cui assistiamo a dialoghi disarmanti nella loro semplicità si sostituisce una seconda parte caratterizzata dal tono documentaristico del film,che smette di analizzare le difficoltà della coppia per concentrarsi sul clamore mediatico che suscita la relazione “proibita”
Ma il film ha il merito,per una volta,di affrontare il lesbismo come una relazione di coppia e non come una devianza sessuale;le due protagoniste sono donne della porta accanto, la location è una città e non la solita  esotica che invoglia alla trasgressione di un momento.
La relazione tra Alessandra e Flavia in fondo non è diversa da una etero;hanno gli stessi problemi,sono alle prese con dinamiche di coppia perfettamente uguali a quelle di una coppia tradizionale.
Noia e gelosia,abitudine affliggono anche loro.
E un bambino che nasce altera gli equilibri come avviene in tutte le famiglie.
Film a fasi alterne quindi,con cose buone e meno buone,ma diretto in fondo con buona e onesta mano da Maietto,che quanto meno non indulge nelle inquadrature morbose.

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Certo,i tempi non permettevano esposizioni smodate di nudi femminili;ma una volta tanto è una fortuna,perchè Maietto si concentra sulla storia ed evita la prurigine che potrebbe scaturire dalla morbosità della storia.
Brave le due protagoniste,la italianissima e biondissima Erna Schurer e la deliziosa Monica Strebel;una coppia affiata che da un tocco di sano realismo alla storia raccontata.
Decisamente su un piano diverso il cast maschile,fatto di volti quasi sconosciuti e a tratti imbarazzante nella recitazione.
Un’opera quasi sperimentale,quindi,che però ha grandi meriti,con lo sdoganamento a cui accennavo agli inizi del tema scomodo del lesbismo.
Da segnalare le invasive musiche,peraltro brutte e fuori contesto,quasi barocche e a tratti davvero fastidiose per un film
datato ma dall’indubbio fascino,rimasto sepolto per mezzo secolo e oggi finalmente disponibile in digitale.

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di Alessandro Fallay (come Renzo Maietto),con Erna Schurer,Monica Strebel,Gabriella D’Olive,Max Dorian
Commedia durata 90 minuti,Italia 1969

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Erna Schürer: Alessandra
Monica Strebel: Flavia
Gabriella D’Olive: Elvira
Max Dorian: collega di Alessandra
Raul Lovecchio: Carlo
Giuliano Esperanti: Giornalista

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Regia Alessandro Fallay
Soggetto Alessandro Fallay, Giulio Berruti
Sceneggiatura Alessandro Fallay, Giulio Berruti
Produttore Carlo Maietto, Renzo Maietto, Leonardo Bonomi
Casa di produzione Unifilm S.r.l.
Fotografia Giuseppe Pinori
Montaggio Paolo Lucignani
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Mimmo Scavia
Costumi Mimmo Scavia

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Pubblicità, giornalismo rapace e slogan pro-natalisti del cattolicesimo più retrivo sono colpiti per mezzo di un discorso in straordinario anticipo sui tempi
– la famiglia gay – ma esposto male a causa di una diegesi piatta, lunghi incisi di patetico realismo (anzi, di semi-documentarismo) sulla vita di coppia e musiche invasive e poco appropriate.
Tra gli “stalloni” rifiutati dalle conviventi more uxorio Schurer-Strebel si fa avanti il Giuliano Disperati di Hanno cambiato faccia, mentre un giovane e non accreditato
Flavio Bucci appare a sorpresa nel ruolo del fotografo.
Mco

Opera misteriosa e sepolta, che fece scalpore per la tematica affrontata (siamo nel 1969!) e sulla cui direzione è sempre regnato il caos.
Pare assodata la teoria che vuole Renzo Maietto come regista ma su Fallay vi è discordanza, per alcuni (la Schurer) essendo anch’egli vero direttore della pellicola. In sè il film non offre grandi spunti,
se si eccettua la presenza delle bellissime interpreti, ma l’alone oscuro della sua (quasi) invisibilità lo rendono comunque guardabile.
Fauno

Lento ed estetico come molti film di quegli anni. Tema imperniato su due lesbiche che vogliono ampliare la famiglia e ricercano il fecondatore idoneo, finendo per trovare quello più reazionario.
Toccante veder confermata l’aggressione a capofitto della pubblicità anche e soprattutto su queste persone così stravaganti e particolari, onde concretizzare ad ogni costo un pingue profitto monetario.
In due parole: se si ama la Schurer basta guardare le immagini, se si vuole estrapolar qualcosa di culturale è un po’ più complicato.

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