Tre donne immorali?

Tre donne immorali locandina

Film in tre episodi con protagoniste tre donne e ambientato in tre epoche distinte.
Il primo episodio vede protagonista Margherita Luti, la Fornarina amata da Raffaello Sanzio da Urbino, uno dei massimi pittori della storia dell’arte.
Raffaello, che è a Roma per lavorare su incarico di papa Giulio II, conosce casualmente la bella Margherita mentre dipinge tra le rovine dei fori imperiali.
La donna ha una relazione con Tommaso, un giovane garzone, ma, lusingata sia dalla fama che dal fascino di Raffaello, ben presto ne diviene l’amante nonche la musa ispiratrice di alcuni dipinti.

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Marina Pierro è Margherita Luti, la Fornarina

Ambiziosa, Margherita non si limita però a sedurre il celebre pittore; ben presto accetta la corte anche di un ricco e vizioso banchiere, al quale caverà un occhio con un trucco diabolico, mantiene la sua relazione con Tommaso e si divide anche con il pittore.
La donna inizia a mettere assieme una fortuna, e ben presto si sbarazzerà dei suoi amanti, avvelenando anche il celebre pittore.

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Il secondo episodio vede protagonista Marceline, una giovane un tantino svampita che divide il suo tempo tra fantasie erotiche e il suo coniglio Fiorello; la ragazza prova per il candido animaletto qualcosa che va oltre il semplice amore per gli animali. Trattata in famiglia da sciocca e derisa per quella sua passione infantile per Fiorello, Marceline accetta incurante rimproveri e sberleffi.

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Un giorno sua madre uccide il coniglio e lo serve a tavola; per la ragazza è un colpo durissimo e medita la vendetta.
Si fa così violentare da uno stalliere di colore, che per paura di uno scandalo si suicida; dopo di che, tornata a casa, si arma di un grosso coltello e massacra sia la madre che il padre.
Il terzo episodio, brevissimo, vede protagonista Marie, una donna che viene sequestrata a scopo di estorsione da un malvivente.

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Quest’ultimo chiede un riscatto, che viene portato, sul luogo dello scambio, da un dobermann di proprietà della donna.
Il cane assale sia il rapitore che il marito della donna, evirandoli entrambi, dopo di che, soddisfatto, si lascia “consolare” e “premiare” dalla padrona.
Film al solito molto elegante visivamente, corredato dalla fotografia preziosa che riporta quasi magicamente alle epoche descritte nel film, ovvero il 500, l’800 e l’epoca contemporanea, Tre donne immorali è un gradevole esercizio di Borowczyck, quasi calligrafico nella sua struttura.
Il regista, che veniva dalla controversa prova di La marge (Il margine), film molto contestato dalla critica, ritrova i fasti delle sue opere precedenti più celebrate, ovvero La bestia e I racconti immorali, del quale in qualche modo riprende la struttura.

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Le tre donne, protagoniste del film, appaiono come tre eroine del male (come del resto evidenziato nel titolo originale, Les heroines du mal) con motivazioni che ne riscattano in qualche modo le gesta;  Margherita è una donna che non esita ad approfittare della sua potente carica erotica per piegare gli uomini alla sua volontà, opponendosi quindi ai voleri di chi in realtà la considera come un oggetto di piacere; è lei a scegliere, è lei a manipolare gli uomini, per raggiungere i suoi scopi.

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Marceline appare come un personaggio stravagante; ossessivamente attratta dal suo bianco coniglietto, che finisce per diventare compagno sia di confidenza che di svaghi sessuali al limite del lecito, reagisce come una furia quando il suo piccolo protetto, con il quale ha costruito un mondo a se stante, viene barbaramente ucciso dalla madre e per colmo di sfida servito a tavola.
La crudeltà dei genitori, che la sbeffeggiano, verrà punita nel modo più duro; la ragazza si trasforma in una vendicatrice implacabile, mietendo tre vittime nel raggio di una notte.
Una figura di donna la cui moralità sembra diventare improvvisamente inesistente; così come sembra essere priva della stessa Marie, la protagonista dell’ultimo episodio, il più breve e sicuramente il meno riuscito.
Se si capisce la gioia con la quale accetta la liberazione dal suo carceriere con la conseguente evirazione, non si capisce la stessa gioia quando il cane riserva lo stesso trattamento al marito della donna, che pure si era impegnato per liberarla.

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Il tabù dell’eros è liberalizzato al massimo; autoerotismo, zoofilia, accoppiamenti multipli…. tutto è portato, dal regista, ai margini del lecito; ma il film non ha praticamente nulla di erotico, vista la sua propensione a trattare le immagini quasi fossero dei quadri infiniti riproposti fotogramma dopo fotogramma.
Come sua abitudine, con la doverosa eccezione di La marge, in cui il regista scritturò Sylvia Kristel, Borowczyck utilizza attori poco conosciuti, lasciando a Marina Pierro, già protagonista di Interno di un convento, il ruolo di attrice protagonista di quello che è l’episodio più riuscito, il primo.
La morbida bellezza della Pierro, che interpreta la Fornarina dona un’aura del tutto particolare al personaggio stesso; sembra quasi di vedere, in lei, la reincarnazione del personaggio di Margherita Luti.

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Che però è storicamente travisato; lungi dall’essere una donna amorale, la Luti fu la compagna e probabilmente anche la sposa del celebre urbinate; una compagna discreta e innamorata, tanto da voler finire i suoi giorni in convento in seguito alla prematura scomparsa di Raffaello, come ho raccontato nell’articolo a lei dedicato sul blog http://www.paultemplar.wordpress.it.
Ma l’intento di Borowczyck non è quello di rappresentare una realtà storica, peraltro appena accennata con sottile ironia nelle parti che descrivono la corte papale e la figura stessa di Giulio II: per il regista sono centrali le tre eroine del male, le tre donne che rivendicano, con le loro gesta, un’indipendenza e un diritto a non essere considerate oggetti.
Un film molto accattivante, quindi, con buoni momenti e con la parte finale poco riuscita.
Ma un film sicuramente elegante ed affascinante.
Tre donne immorali?,un film di Walerian Borowczyk. Con Marina Pierro, Pascale Christophe, Gaëlle Legrand, François Guétary, Arsan Fall Titolo originale Les héroines du mal. Drammatico, durata 109 min. – Francia 1979.

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Tre donne immorali banner protagonisti

Episodio Margherita

Marina Pierro: Margherita Luti
François Guetary: Raffaello Sanzio
Gérard Falconetti: Tomaso
Jean Martinelli: il papa
Roger Lefrere: Michelangelo
Noël Simsolo: Giulio Romano
Jean-Claude Dreyfus: Bernardo Bini
Philippe Desboeuf: il dottore

Episodio Marceline

Gaëlle Legrand: Marceline
Hassan Fall: Petrus

Episodio Marie

Pascal Christophe: Marie

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Regia Walerian Borowczyk
Soggetto Walerian Borowczyk, André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Fotografia Bernard Daillencourt
Montaggio Walerian Borowczyk, Cadicha Bariha
Musiche Olivier Dessault, Philippe d’Aram

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Suor Emanuelle

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La giovane figlia di un borghese viene sorpresa in atteggiamenti saffici con la matrigna. Monica, questo il nome della ragazza, è di costumi liberi e facili, così suo padre prudentemente decide di mandare la scapestrata figliola in convento, per ricevere un’educazione migliore, convinto anche che dietro le mura del convento stesso la ragazza metterà un freno ai suoi istinti.
La spedisce così in una località dell’Italia centrale, dove la ragazza viene presa in custodia da due suore, una delle quali, Emanuelle, ha un passato da dimenticare,pieno zeppo di avventure sessuali oltre i limiti del consentito.

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Laura Gemser è Suor Emanuelle

Emanuelle, suora di colore, ben presto si trova a disagio con quella creatura amorale che le è stata affidata; Monica le ricorda un passato che lei ha cercato di dimenticare chiudendosi dietro le mura rassicuranti del convento.
La donna inizia così a fantasticare sulle avventure della ragazza, e finirà per dimenticare i buoni propositi e lascerà il convento.

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Monica Zanchi

Diretto da Joseph Warren  (pseudonimo  di Giuseppe Vari) nel 1977, Suor Emanuelle appartiene anche se solo per il titolo alla fortunata serie legata indissolubilmente alla presenza scenica di Laura Gemser, che per una volta lascia il nume D’Amato , ma non suo marito Gabriele Tinti, per girare un film senza nessuna dote, appartenente al florido filone del cinema erotico tout court.

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Molte scene saffiche, molti nudi, e la Gemser relegata quasi in un ruolo secondario, oscurata dalla figura di Monica Zanchi, vera starlette del film; quest’ultima, reduce dalla buona prova nel film Spell, dolce mattatoio di Avallone, ha qui la possibilità di avere un ruolo da protagonista.

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Ma il film è davvero debole, costruito com’è attorno a visioni erotiche senza una trama di supporto, per cui la Zanchi, oltre a mostrare generosamente il suo corpo, non va oltre una piatta recitazione come del resto richiesto dal copione.
Giuseppe Vari, regista con alle spalle una trentina circa di pellicole, nessuna delle quali memorabili, affida alla presenza scenica essenzialmente corporea di Laura Gemser, di Monica Zanchi e di Dirce Funari  le chance di successo della pellicola, che ebbe un discreto riscontro di pubblico, sopratutto all’estero grazie al solito espediente dell’inserimento di scene hard all’interno della pellicola.

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Il che rimane l’unico vero motivo per vedere un film essenzialmente noioso, privo di sorprese e sopratutto abbastanza scontato, se si eccettua un finale almeno un po più vivace, con un colpo di scena che solleva la pellicola dall’algida mediocrità che la contraddistingue.

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La Gemser, al solito molto bella e misteriosa, è un tantino a disagio; probabilmente la mancanza dietro la macchina da presa di D’Amato le toglie spontaneità; un breve cenno sulla bella e affascinante Dirce Funari, una vera meteora del cinema, che svolge diligentemente il ruolo della matrigna di Monica.
Suor Emanuelle ,un film di Joesph Warren (Giuseppe Vari), con Laura Gemser,Giuseppe Tinti, Monica Zanchi, Dirce Funari, Patrizia Sacchi,Vinja Locatelli. Erotico, Italia 1977. Durata 92 minuti

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Laura Gemser: Suor Emanuelle
Gabriele Tinti: Renè
Monica Zanchi: Monica Cazzabriga
Dirce Funari: matrigna di Monica
Patrizia Sacchi: Anna
Vinja Locatelli: suor Nanà
Rick Battaglia: commendatore Cazzabriga

Regia: Joseph Warren
Soggetto: Mario Gariazzo, Ambrogio Molteni, Gerolamo Collogno
Sceneggiatura: Marino Onorati
Fotografia: Guglielmo Mancori
Montaggio: Giuseppe Vari
Musiche: Stelvio Cipriani
Scenografia: Roberta Tomassetti
Produttore: Mario Mariani

 

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Non commettere atti impuri

Non commettere atti impuri locandina

Pino, un giovane decoratore di ceramiche in Assisi convive con il padre Damiano, un mangiapreti comunista e la giovanissima compagna di quest’ultimo, una disinibita ragazza che in pratica è l’amante di Damiano.
Un giorno, mentre è sul terrazzo ad ammirare il panorama, il giovane conosce la bella Maria Teresa, figlia di osservanti cattolici. Ben presto Pino inizia a provare attrazione per la ragazza, , mentre la madre di lei lo prende a benvolere nonostante il ragazzo si professi ateo.

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Luciano Salce

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Simonetta Stefanelli e Marisa Merlini

Con la scusa di fornire ripetizioni di latino, materia nella quale Maria Teresa è stata rimandata, Pino entra in casa delle donne, sotto l’occhio attento sia della mamma della ragazza che della di lei nonna, una donna che vive su una sedia a rotelle.
Pur di poter frequentare la ragazza della quale si è invaghito, Pino accetta ben presto anche di prendere lezioni di catechismo da un sacerdote del vicino convento; ma l’arrivo di uno zio, parimenti cattolico e bigotto, cambierà le carte in tavola.

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Barbara Bouchet

Pino si accorge che qualcosa non va ed entra in crisi; suo padre, un po per distrarlo un po per avvicinarlo alle sue posizioni, lo porta nell’ambiente che frequenta, fatto di estremisti e contestatori.
Al giovane viene affidato l’incarico di far esplodere una bomba, ma proprio mentre sta per svolgere il suo compito, il giovane vede la ragazza e suo zio entrare in casa da soli. Incuriosito, sale sul muro di cinta e vede la ragazza spogliarsi davanti allo zio.
Deluso, torna a casa.

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Ma improvvidamente suo padre prende a canzonarlo, così il ragazzo fugge un una rocca, deciso a farla finita.
Viene raggiunto dalla costernata Nadine, convinta che il ragazzo stia per buttarsi giù dalla rocca.
Invece trova il giovane a mangiare tranquillamente un panino; Pino le si avvicina, le toglie i vestiti e ………
Non commettere atti impuri è una commedia passabile, diretta da Giulio Petroni nel 1971 e sceneggiata dallo stesso Giulio Petroni con l’ausilio di Marco Zavattini; un film senza grosse pretese, almeno nei risultati, perchè probabilmente il regista intendeva stigmatizzare, peraltro in maniera garbata, l’atteggiamento bigotto di un certo ceto sociale.

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Il film dopo un buon inizio, con la bella gag che vede protagonista Damiano che ad un’edicola chiede Potere operaio, Stella rossa e Playmen all’edicolante davanti a due suore, ben presto perde ritmo, limitandosi a scorrere senza acuti attraverso la descrizione, a tratti anche noiosa, del rapporto tra i due ragazzi, Pino e Maria Teresa.
Un pò di brio lo porta la bella Barbara Bouchet, che interpreta Nadine, con il suo sorriso e con la sua straordinaria carica sexy; ma sono solo sussulti perchè l’intento sarcastico del film quella che poteva essere la sua carica corrosiva si scioglie in una serie infinita di sguardi, discorsi tra la mamma, la nonna Maria Teresa e il giovane, fino al finale francamente abbastanza assurdo.

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Non c’è nessun motivo particolare per lodare quest’opera, fatta salva la bellezza delle due protagoniste, la giovane Simonetta Stefanelli e Barbara Bouchet, e il ruolo rivestito, con la solita autorità e simpatia da Luciano Salce, ovvero quello di Damiano, uomo politicamente schierato, ateo, che cerca in tutti i modi di aprire gli occhi al ragazzo convinto delle virtù angeliche della ragazza.

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Nel cast ci sono tre grandi protagonisti della commedia all’italiana; c’è Marisa Merlini, al solito bonaria e famigliare , c’è Gigi Ballista, questa volta nelle insolite vesti del sacerdote incaricato della conversione di Pino e infine c’è Claudio Gora, luciferino nei panni dello zio di Maria Teresa
Detto della splendida location, una Assisi immersa nel sole, del film non resta da dire altro, se non che la regia di Petroni è accettabile, negli ovvi limiti di un film senza pretese; qualche sito che si occupa di cinema classifica questo film come erotico.
Nulla di più falso.

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A parte la brevissima sequenza finale con la Bouchet e  Dado Crostarosa impegnati in un fugace amplesso e il piccolo siparietto con la Stefanelli che si denuda davanti allo zio, di erotismo nel film non vi è traccia

Non commettere atti impuri,un film di Giulio Petroni. Con Claudio Gora, Marisa Merlini, Barbara Bouchet, Luciano Salce,Simonetta Stefanelli, Gigi Ballista, Dado Crostarosa, Franco Balducci, Stefano Oppedisano
Erotico, durata 95 min. – Italia 1971.

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Barbara Bouchet     …     Nadine
Dado Crostarosa    …     Pino
Claudio Gora    …     Zio Giacomo
Marisa Merlini    …     La madre di Maria Teresa
Luciano Salce    …     Damiano
Simonetta Stefanelli    …     Maria Teresa
Gigi Ballista    …     Padre Spiridone

L’assassino è costretto a uccidere ancora

L'assassino è costretto ad uccidere ancora locandina

Giorgio è un architetto che se la spassa con le donne grazie all’aiuto finanziario della moglie, ricchissima;  l’uomo, che ha un disperato bisogno di soldi, principalmente dal suocero, ha debiti rilevanti, ma nonostante tutto non riesce a tenere in piedi il rapporto con Norma, sua moglie.

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Tere Velázquez è Norma Mainardi

Ad aiutarlo arriva un fatto casuale e imprevisto; assiste all’affondamento di un’auto da parte di un uomo, che in riva al mare tenta di sbarazzarsi del corpo di una donna.
Lo avvicina e inizia a ricattarlo; non dirà nulla se l’uomo ucciderà sua moglie, mentre lui sarà lontano costruendosi un alibi di ferro.

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Così avviene, ma il caso ci mette lo zampino; mentre il killer uccide Norma, due ragazzi, Luca e Laura rubano, per fare una bravata, l’auto del killer stesso, che da quel momento si mette sulle loro tracce.
Nel frattempo l’ispettore incaricato delle indagini, poco convinto dalle incongruenze rilevate sulla scena del delitto, inizia a sospettare che le cose siano andate ben diversamente da come appaiono.

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George Hilton è Giorgio

Il killer raggiunge intanto i due ragazzi, che sono andati in un casa vicino al mare; qui l’uomo uccide dapprima una donna che aveva avuto un fugace rapporto con il giovane e subito dopo violenta la compagna di quest’ultimo, Laura, che però riesce a liberarsi e a uccidere il killer.
I due tornano a casa,raccontando l’accaduto; l’ispettore, ormai convinto della colpevolezza di Giorgio, gli tende una trappola….

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L’assassino è costretto a uccidere ancora, film del 1975 diretto da Luigi Cozzi, non si segnala per nessuna dote particolare, pur non essendo un pessimo film.
Siamo nel periodo d’oro del thriller all’italiana, e in questo film troviamo in pratica tutti gli elementi caratteristici del genere, incluse morti violente, killer psicopatico, violenza carnale ecc.

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Ma Cozzi non riesce a sollevare il film dalla mediocrità, vuoi per la trama molto improbabile, vuoi per la lentezza stessa del film, che non presenta mai colpi di genio; al contrario, molti espedienti narrativi risultano artificiosi, così come i dialoghi appaiono decisamente noiosi.

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Femi Benussi

Il regista prende spunti un po da Lenzi un po da Argento, ma non ci mette niente di suo; l’unico espediente interessante è l’accendino che Giorgio recupera dal killer, che però risulterà fatale nello sviluppo della storia.
Gli attori quanto meno se la cavano discretamente; fra loro vanno segnalati la splendida Benussi, insolitamente bionda e Cristina Galbò, che interpreta la giovane Laura, sprovveduta e un tantino oca, che guarda caso si rivelerà però colei che dipanerà la matassa.
Tra gli uomini, mediocre Hilton, nei panni di Giorgio, mentre sulla sufficienza sia Alessio Orano che Michel Antoine.

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Cristina Galbò, Laura e Alessio Orano, Luca

L’assassino è costretto a uccidere ancora, un film di Luigi Cozzi. Con George Hilton, Femi Benussi, Alessio Orano, Eduardo Fajardo, Teresa Velasquez,Carla Mancini, Cristina Galbò
Thriller, durata 98 min. – Italia 1975

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George Hilton     …     Giorgio Mainardi
Antoine Saint-John    Il Killer (come Michel Antoine)
Femi Benussi    …     Dizzy Blonde
Cristina Galbó    …     Laura
Eduardo Fajardo    …     Ispettore di polizia
Tere Velázquez    …     Norma Mainardi
Alessio Orano    …     Luca

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Il giardino dei Finzi Contini

Il giardino dei Finzi Contini locandina

Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.

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Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini

Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.

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Fabio Testi

La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.

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Ultime giornate spensierate

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Helmut Berger

Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.

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Notizie terribili: promulgate le leggi razziali

Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.

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Dominique Sanda e Lino Capolicchio

Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.

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Romolo Valli

La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol.  Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.

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Si parla dei campi di concentramento

Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.

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Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.

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Amici preoccupati

Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.

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L’ambigua Micol

Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.

Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico,  durata 95 min. – Italia 1970

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Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto

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Regia:     Vittorio De Sica
Soggetto:     Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura:     Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore:     Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia:     Ennio Guarnieri
Montaggio:     Adriana Novelli
Musiche:     Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia:     Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi:     Antonio Randaccio


Incipit del romanzo

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.

Il giardino dei Finzi Contini banner recensioni

“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”

Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970

“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”

Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970


“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”

“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”

“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”

“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”

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Malombra

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In una bella villa in campagna vivono Osvaldo e la sorella della moglie, morta anni addietro, molto somigliante alla defunta; nella casa arriva il giovane Mark, nipote di Osvaldo, in compagnia del suo precettore, che ben presto si trova ad essere conteso tra una bella ragazzotta del posto e una domestica dai facili costumi, che finisce per sedurre il precettore.

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Paola Senatore

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Nella villa, di notte, al suono di un carillon, Mark vede passeggiare con un candelabro in mano una misteriosa figura vestita di nero; il giovane la segue e la vede spogliarsi e concedersi piaceri auto erotici.
La donna non è altri che la sorella della defunta proprietaria di casa, che per compiacere il cognato, che vive nel ricordo della figura della moglie, è costretta a indossare i suoi abiti e a prodursi in giochi erotici sotto gli occhi dell’uomo, che la osserva dalla sua stanza grazie ad una apertura praticata nella stanza.
La donna racconta tutto all’istitutore di Mark, del quale nel frattempo si è innamorata; ad aiutare i due amanti arriva l’improvvisa morte del padrone di casa, colpito da un infarto.

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A godere di tutto è Mark, il giovane nipote, che vende tutto per andare a folleggiare a Parigi; nel frattempo si gode le grazie della bella campagnola.
Scompaginato, mal recitato e decisamente noioso questo Malombra, che nel titolo echeggia il famoso romanzo di Fogazzaro; ma, a parte l’ambientazione, il film non ha assolutamente nulla a che vedere con il romanzo.

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Si tratta, infatti, di una commedia erotica soft core, una delle tante che negli inizi degli anni ottanta popolarono lo schermo, cercando di riproporre i fasti della commedia sexy in versione più spinta.
E difatti del film altro non resta che la performance di Paola Senatore, ormai al tramonto sia come attrice che fisicamente.
A farla da padrone è la noia, che regna sovrana per tutto il film; a parte l’improbabilità della storia, con il cognato che costringe la sorella della moglie a sottili giochi erotici senza peraltro spingersi oltre, a stupire è l’assoluto vuoto dei personaggi, che non solo non hanno spessore,

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ma recitano in maniera dilettantesca, in una pochade grezza e priva di qualsiasi valore, fatto salvo il buon lavoro svolto con la fotografia, che quantomeno tenta di adeguarsi al periodo storico in cui è ambientato il film.

I dialoghi sono lenti e prevedibili, mentre la trama, a cui il regista Bruno Gaburro tenta di dare un tocco di imprevedibilità inserendo il misterioso personaggio che gira di notte con il candelabro in mano, perde ogni interesse man mano che il film stancamente procede sui binari del già visto.

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Così la parola fine arriva come un sollievo, con le ultime scene dedicate alla metamorfosi del giovane Mark, che si trasforma da timido e impacciato ragazzotto in gaudente viveur.
Un film da scansare, decisamente, per i motivi esposti e anche per evitare improvvisi appisolamenti fuori orario.

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Malombra, un film di Bruno Gaburro,con Paola Senatore, Maurice Poli, Scilla Jacu, Stefano Alessandrini, Gloria Brini, John Miles, Ludovico Floris, Alice Adams, Henry Luciani,Italia 1984, Erotico

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Paola Senatore: Zia Carlotta
Maurice Poli: Osvaldo
Scilla Jacli: Teresa, la cameriera
Stefano Alessandrini: professor Massimo Renda

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Regia Bruno Gaburro
Soggetto Antonio Fogazzaro (romanzo Malombra)
Fotografia Pasquale Fanetti
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Michele Zanoni

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Il matrimonio di Maria Braun

Il matrimonio di Maria Braun locandina

Germania,1943.
Maria Braun si è sposata con Herman ma ha passato una sola notte con lui;  c’è la guerra e il marito è chiamato al fronte.
Da quel momento la donna è costretta a vivere nelle condizioni di tante, troppe donne tedesche, prive dei mariti che combattono, mentre loro sono costrette ad arrangiarsi alla meno peggio.
Ed è quello che Maria impara a fare, arrangiarsi, per sopravvivere e per portare qualcosa alla sua famiglia, a sua madre e a sua sorella; impara a barattare il poco che ha, chiede e trova lavoro in un night come entraineuse.
Nel frattempo si reca alla stazione, come altre donne, con un cartello appeso al collo recante il nome del marito, alla ricerca di informazioni su di lui.

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Il tempo passa, e alla fine Maria fa amicizia con un soldato americano di colore, Bill.
Ne diventa l’amante, un pò per interesse, un pò perchè l’uomo la tratta gentilmente; nel frattempo dal fronte ritorna suo cognato, che le dice che il marito probabilmente è morto.
Ma Maria continua a credere che Hermann sia vivo, ma un giorno si accorge di essere incinta. La donna perde il bambino, ma continua la sua relazione con Bill, fino a quando una sera mentre è in camera con l’amante, non vede rientrare finalmente suo marito.

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L’uomo senza dire una parola si scaglia sul soldato americano e ne nasce una collutazione, alla quale mette termine Maria colpendo Bill con una bottiglia sulla testa.
Il soldato muore, e Hermann si assume la responsabilità dell’accaduto, viene mandato sotto processo e condannato.
Così Maria è costretta nuovamente ad arrangiarsi da sola; ma è innamorata di quel marito che si è sacrificato per lei, e continua ad andarlo a trovare in carcere.

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Casualmente, conosce Oswald, un ricco industriale, del quale diventa prima la segretaria e in seguito l’amante.
Sotto l’esperta guida della donna, l’azienda di Oswald prospera ulteriormente, nonostante l’opposizione del braccio destro dell’industriale, sconcertato dalla apparente amoralità della donna.
Maria così prosegue la sua vita, dividendosi tra Oswald, il lavoro e le consuete visite al marito; deve resistere anche al suo datore di lavoro e amante, che vorrebbe sposarla.

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Da donna saggia, decide di mettere al corrente il marito della situazione, così come nega ad Oswald il matrimonio, dicendogli che è innamorata del marito e che aspetta il giorno della sua liberazione.
Che alla fine arriva, ma che vede un colpo di scena; Hermann decide di partire per il Canada, per un lungo periodo; in realtà tra Oswald e Hermann c’è un patto, sconosciuto a Maria.
Oswald , che è gravemente malato, ha proposto al marito di Maria di partire per il Canada fino al giorno della sua morte, quindi per poter restare ancora accanto alla dona che ama, concedendo in cambio un testamento che renda i due coniugi proprietari di tutte le sue sostanze.
Quando Hermann ritorna, alla morte di Oswald, finalmente il sogno di Maria sembra concretizzarsi,vivere cioè, dopo quasi dieci anni, con colui che ha sempre amato.

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Ma subito dopo la lettura del testamento, proprio quando il notaio e l’assistente sono andati via, una disattenzione di Maria, che lascia girata la manopola del gas provoca un’esplosione che fa saltare la casa con i due coniugi.
Il matrimonio di Maria Braun è uno splendido affresco storico che copre quasi un decennio di vita della Germania, quella a cavallo tra il 1943, quindi in piena guerra avviata ormai verso l’esito finale infausto per la Germania e il 1953, quindi nel periodo post ricostruzione, con una Germania che ha imparato a lasciarsi alle spalle i lutti e le distruzioni.Maria è l’anima di una Germania ferita a morte, capace però di rimboccarsi le maniche, perchè la vita deve continuare, pur tra lutti e dolore.

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Maria attraversa la stagione più nera della storia tedesca incarnando quelli che sono i valori positivi; l’amore, rappresentato dalla sua incrollabile fiducia prima nel ritorno del marito dal fronte, in seguito dal saper accettare e piegare la vita stessa alla sua volontà di sopravvivenza e infine dalla lunga attesa culminata con il rtiorno del marito, senza mai abbattersi, ma affrontando con tutto il suo carattere, con tutta la sua fiducia ogni sfida, vicendola.
Fassbinder gira un film che incrocia la poesia, pur devastata dalle immagini delle rovine di quella che era una grande azione, con il cinismo sano e pragmatico della realtà, fatta di pura lotta per la sopravvivenza, in cui i valori fondamentali della vita stessa sono messi in discussione dall’orrore quotidiano.

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Le donne che attendono i treni che potrebbero riportare indietro i loro uomini, menomati o sani, distrutti psicologicamente dagli orrori della guerra sono un simulacro di Maria stessa; fiera, volitiva, la donna non esita ad utilizzare l’unica arma rimastale, lo straordinario fascino e la bellezza, per farsi strada, per sopravvivere e coronare quello che è il suo sogno, interrotto ventiquatt’ore dopo la prima notte di nozze.

Un film che si snoda con un percorso stabile emotivamente, nel quale lo spettatore alla fine giustifica il comportamento della donna, quel suo saper adattarsi alle situazioni, in nome dell’amore, della vita stessa.
Un film che commuove, fa riflettere, indigna.
Il regista ha poi il grande merito di valorizzare la straordinaria interprete del film, Hanna Schygulla, capace di mettere in luce le mille sfaccettature della personalità di Maria Braun, un’attrice che mostra un talento davvero eccezionale.
Hanna finisce per confondersi con Maria; non è più un’attrice, è una donna tedesca, fiera e combattiva, con un cognome pesante come quello di Braun, che ricorda l’amante di Hitler; un destino e un comportamento, davanti agli orrrori della guerra, completamente dissimili, due facce opposte, due mondi separati da un abisso.

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A completare la straordinaria bellezza del film, la misurata interpretazione degli altri attori, in primis Ivan Desny, che è Oswald, l’industriale innamorato senza speranza di maria, colui che riuscirà a possederne il corpo ma mai l’anima e di Klaus Löwitsch, l’Hermann marito di Maria che accetterà di andare in carcere prima, di stare lontano dalla moglie poi.
La fotografia e le musiche sono all’altezza e concorrono in maniera determinante all’esito finale di uno dei più bei film del decennio settanta.

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Il matrimonio di Maria Braun,un film di Rainer Werner Fassbinder. Con Günter Lamprecht, Ivan Desny, Hanna Schygulla, Gisela Uhlen, Gottfried John, Klaus Löwitsch
Titolo originale Die Ehe der Maria Braun. Drammatico, durata 120 min. – Germania 1978.

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Hanna Schygulla: Maria Braun
Klaus Löwitsch: Hermann Braun
Ivan Desny: Karl Oswald
Gisela Uhlen: Madre
Elisabeth Trissenaar: Betti Klenze
Gottfried John: Willi Klenze
Hark Bohm: Senkenberg
Günter Lamprecht: Hans Wetzel
Lilo Pempeit: Frau Ehmke
Peter Berling: Bronski