Una vita bruciata

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Una giovane ragazza morta, Charlotte e il suo assassino,Erich Von Schellenberg, che si reca da uno scrittore per chiedergli, dopo aver confessato di aver ucciso la ragazza, di scrivere un libro sulla vita di Charlotte.
La ragazza, figlia di un funzionario di alto rango francese, era una ragazza complessa, con un passato torbido alle spalle.
Lo scopre lo scrittore Georges Viguier,(uno dei primi amanti di Charlotte), che sta scrivendo un libro su Freud; l’uomo decide di indagare sulla ragazza, in modo da ricavarne materiale per il suo saggio.
La vita della ragazza appare così allo scrittore nella sua complessa dinamica; moglie di un omosessuale,dedita a piaceri sessuali torbidi,Charlotte era una ragazza insoddisfatta, vittima anche della mancanza d’amore della sua famiglia.Corrotta da Erich,era sprofondata in un vortice di lussuria e piaceri proibiti, ridotta alla stregua di un giocattolo erotico e di piacere.

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In una scena del film Charlotte è seduta a cena con la sua famiglia; Charlotte è piena di vita, parla dei suoi piani e delle sue speranze, mentre il padre si siede di fronte a lei con il respiro affannoso. A quanto pare, come è impegnato in politica, la sua situazione è diventata stressante come la situazione politica nel suo complesso. L’umo pone le mani sul volto adulto di sua figlia e dolcemente la bacia sulla fronte, come si fa con un bambino. “Charlotte, sei un idiota,” dice.
Mettendo assieme frammenti di verità raccolti in giro, George alla fine decide di rinunciare alla stesura del saggio, non ravvisando nella vita di Charlotte elementi tali da giustificarne un romanzo.
Eric, dopo aver raccontato a Georges le ultime ore della ragazza, si toglie la vita…
Una vita bruciata (La jeune fille assassinee), diretto da Roger Vadim, esce nei cinema nel 1974, senza peraltro riscuotere successo.

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Vadim, dopo il grande successo di Barbarella di sei anni prima, mostra la tendenza ad un’irreversibile involuzione dirigendo un film che mescola con poca cura e con minor profitto temi svariati, creando una pellicola a sfondo psicanalitico o psicologico ammantandola di venature gialle in salsa semi erotica.
Ne vien fuori un film mortalmente narcotico, dalle dinamiche complesse; troppo,in realtà, perchè alla fine il film si avvita su se stesso non sapendo bene che via prendere.
La confusione del film appare evidente anche dalle recitazioni assolutamente schizoidi dei protagonisti; l’unica a cavarsela più o meno dignitosamente è la bella e sfortunata Sirpa Lane, morta nel 1999 a soli 47 anni dopo aver contratto il virud dell’AIDS.
L’attrice finnica esordisce sullo schermo con questo film, girato quando aveva 22 anni; volto magnetico e fisico aggressivo, la Lane è professionale al punto giusto:non fosse per la caoticità della sceneggiatura, l’attrice avrebbe modo di mostrare per intero le sue capacità.

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Nel film compare anche il regista francese, che impersona lo scrittore Viguier mentre un altro protagonista più o meno su uno standard recitativo adeguato è Mathieu Carrière.
Discreta la fotografia e belle le musiche di Mike Oldfield ; null’altro da segnalare in una pellicola debolissima e senza fascino.
Una vita bruciata è un film che non risulta aver avuto passaggi televisivi ed è praticamente introvabile in rete.
Una vita bruciata
Un film di Roger Vadim. Con Sirpa Lane, Michel Duchaussoy,Roger Vadim, Mathieu Carrière,Anne-Marie Deschodt .Titolo originale La jeune fille assassinée. Drammatico, durata 99′ min. – Francia 1974.

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Una vita bruciata banner protagonisti
Sirpa Lane : Charlotte Marley
Michel Duchaussoy : Serge
Mathieu Carrière : Eric von Schellenberg
Roger Vadim : Georges Viguier
Alexandre Astruc : l’éditore Guy
Anne-Marie Deschodt : Eliane
Elisabeth Wiener : Elisabeth
Thérèse Liotard : Louise
Sabine Glaser : Agnès
Anthony Steffen : il principe Sforza
Louis Arbessier et Josette Harmina : i parenti di Charlotte
Igor Lafaurie : il fratello
Lilian Grumbach : la donna dell’editore Guy

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Regia:Roger Vadim
Sceneggiatura:Roger Vadim,Stash Klossowski
Produzione:Claude Capra
Musiche:Mike Oldfield
Montaggio:Victoria Mercanton
Fotografia:Pierre-William Glenn
Costumi:Sylvie de Segonzac
Trucco:Thi-Loan Nguyen

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Il dolce corpo di Deborah

Il dolce corpo di Deborah locandina 4

Progenitore dei thriller che avrebbero invaso le sale cinematografiche nel decennio successivo,Il dolce corpo di Deborah (The sweet body of Deborah) esce nelle sale nel 1968 e codifica in un certo modo i lavori che verranno; Romolo Guerrieri,regista del film, costruisce lo stesso su un impianto robusto che vede una giovane sposa attirata in una trappola mortale dal marito, in combutta con l’ex fidanzata e un amico.
Una spruzzatina di velato erotismo, un’atmosfera sensuale, qualche colpo di scena e un intreccio più psicologico che d’azione caratterizzano la pellicola di Guerrieri che prima di questo film aveva diretto una commedia balneare e tre western,genere in auge sul finire degli anni sessanta.

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Il regista romano, autore negli anni successivi di altre due pellicole del genere thriller come La controfigura e Un detective costruisce una storia forse ai limiti del credibile ma scorrevole e che si lascia seguire con interesse.
Tutto ruota attorno al matrimonio tra lo svizzero Marcel e la bella e biondissima ereditiera americana Deborah, coppia che durante il viaggio di nozze si imbatte in un vecchio amico di Marcel,Philipp, fratello di una ex dello svizzero.
L’uomo accusa di aver spinto al suicidio Susan,spinta al gesto estremo dall’abbandono di Marcel;quest’ultimo, turbato dalla notizia decide di vederci chiaro e si reca a casa dei genitori di Susan, che trova vuota e abbandonata.
Proprio nella casa della ex Deborah, rispondendo al telefono, riceve un ammonimento e una minaccia di morte.
E’ l’inizio di un lungo incubo per la bella americana, che per sfuggire alla tensione nervosa che si viene a creare in seguito a questo e altri episodi inizia ad abusare di farmaci.
Casualmente ad una festa Deborah incontra il pittore Robert, che da quel momento inizierà a vegliare su di lei in maniera discreta; l’amicizia tra i due irrita Marcel,alle prese con l’intrigo della morte di Susan, che inizia a credere provocata dall’amico Phlipp

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Nel frattempo le minacce e le persecuzioni messe in atto da Philipp raggiungono il culmine;Deborah che si sente perseguitata dall’uomo, dalle telefonate minatorie e dall’atmosfera angosciante in cui è costretta a vivere crolla psicologicamente e una sera per dormire inghiotte una forte dose di barbiturici.
Philipp entra nella villa e tenta di uccidere la donna, ma il provvidenziale intervento di Marcel salva Deborah dalla morte.
Marcel infatti uccide Philipp e subito dopo, caricatosi addosso il corpo esanime dell’uomo va a sappellirlo in giardino.
Ma il giorno dopo Deborah crede di impazzire quando vede Philipp vivo in compagnia della rediviva Susan;in realtà la donna non è mai morta ma la scoperta per Deborah è davvero troppo grossa.La donna sviene e, caricata da Philipp e Marcel, viene collocata nella vasca da bagno dove i due iniziano a tagliarle le vene, volendo così simulare un suicidio.
Ma il diavolo ci mette lo zampino…
Il finale è lineare e riporta il film ad una conclusione politicamente corretta, con la vittima designata che sfugge alla morte grazie al cavaliere errante e senza paura.

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Guerrieri costruisce quindi un film godibile, in linea con quelli che saranno poi gli stilemi di questo genere;l’anno dopo Umberto Lenzi riprenderà sia l’attrice protagonista Carroll Baker, sia il bravo Jean Sorel per costruire il suo personale trittico dei “thriller dei quartieri alti”, come il regista stesso definirà il genere di nicchia che contribui in maniera determinante a rendere famoso, composto dai film Orgasmo (1969), uno dei film più venduti negli Stati Uniti in quel periodo, da Così dolce… così perversa (1969) e da Paranoia (1970).
Guerrieri è quindi un precursore del genere e il film incontrò un buon successo di pubblico.
Meno di critica, va detto.
I perchè sono legati a quella particolare forma di snobismo misto a miopia culturale di parte della critica, che guardava di malocchio tutti i generi che stavano fiorendo nel nostro paese, dallo spaghetti western alla commedia sexy, dal thriller citato al poliziesco all’italiana.
Un errore imperdonabile,alla luce del grande successo che ebbe in Italia e all’estero il cinema italiano di quegli anni, amatissimo anche da platee che fino ad allora avevano apprezzato solo i prodotti dei grandi del nostro cinema.
A contribuire al successo del film contribui sicuramente l’ottima prova del cast, nei quali vanno segnalati la bellissima Carroll baker, vera star del genere negli anni successivi, il citato Jean Sorel, la bella e affascinante Evelyn Stewart (qui protagonista con il suo vero nome, Ida Galli),Luigi Pistilli e Robert Hilton.
Il film ha anche una colonna sonora adeguata composta da Nora Orlandi e si avvale di una fotografia tenebrosa e impeccabile opera di Marcello Masciocchi.
Un film in definitiva di indubbia qualità, pur tra qualche pecca e qualche sbavatura di troppo, che resta un esempio di come si riuscisse ad assemblare in maniera esemplare le varie componenti di un film per creare un prodotto di fascino.
La pellicola è disponibile in una buona riduzione divx su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=lL5tJI0Uj-M e merita sicuramente una visione.

Il dolce corpo di Deborah

Un film di Romolo Guerrieri. Con Luigi Pistilli, Evelyn Stewart, Carroll Baker, Jean Sorel, Valentino Macchi, George Hilton, Michel Bardinet, Renato Montalbano Drammatico, durata 90 min. – Italia 1968.

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Carroll Baker: Deborah
Jean Sorel: Marcel
Ida Galli: Suzanne Boileau (con il nome Evelyn Stewart)
Luigi Pistilli: Philip
Michel Bardinet: commissario di polizia
Valentino Macchi: Garagista
Mirella Pamphili: Centralinista
Domenico Ravenna: Dottore
Giuseppe Ravenna: Maitre d’Hotel
Renato Montalbano: Telefonista
George Hilton: Robert
Sisto Brunetti: Agente

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Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Ernesto Gastaldi, Luciano Martino
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi
Produttore Tony Garnett, Mino Loy, Luciano Martino
Casa di produzione Compagnie Cinématographique de France, Flora Film, Zenith Cinematografica
Fotografia Marcello Masciocchi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Nora Orlandi
Scenografia Amedeo Fago
Costumi Gaia Romanini
Trucco Mario Van Riel

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L’opinione del sito http://www.exxagon.it
(…)Gli affezionati del genere sapranno ritrovare diversi elementi ricorrenti nel thriller anni ’60, come le motivazioni che muovono i protagonisti a delinquere in maniera complessissima, sempre finalizzate all’appropriazione di un’ingente quantità di soldi, un motivo musicale che porta un protagonista all’esaurimento nervoso o, ancora, una scena in cui viene mostrata la danza sensuale di una donna di colore in qualche club di elegantoni (vedi Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, 1972) cosa che evidentemente riecheggiava il cinema mondo.(…)
(…)un cast che sa come muoversi all’interno di una storia giallo-thriller. Guerrieri risce a reggere il gioco tecnico anche se il thriller non sia esattamente il suo genere d’elezione, la fotografia di Marcello Masciocchi gioca con le luci e le ombre. Nora Orlandi cura le musiche e non fa un cattivo lavoro. Il top de Il dolce corpo di Deborah, comunque rimane la scena nella quale la Baker in tutina glamour gioca a Twister con Sorel (…)

L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
C’era una volta il giallo all’italiana, affascinante e piacevolmente complesso, a volte improbabile nelle risoluzioni e spesso risultato da rielaborazioni di successi internazionali. Se possiamo attribuire a Damiano Damiani e Mario Bava l’inizio del filone, rispettivamente con “Il rossetto” (1960) e “La ragazza che sapeva troppo” (1964), è a Romolo Guerrieri che va il merito di aver lanciato il sottofilone dei gialli dalle venature erotiche e dai risvolti familiari che poi faranno la fortuna del genere tra la fine degli anni ’60 e i primissimi ’70. Il dolce corpo di Deborah
Infatti i vari “Paranoia”, “Orgasmo”, “Così dolce…così perversa” di Lenzi o i successivi e già in parte differenti “Lo strano vizio della signora Wardh” e “La coda dello scorpione” di Martino derivano proprio da “Il dolce corpo di Deborah” e dalle atmosfere un pò lascive che il film di Guerrieri tenta di costruire attorno al desiderabile corpo del titolo, che poi sarebbe quello della sempre bellissima Caroll Baker.
Su un soggetto scritto insieme al produttore Luciano Martino, Ernesto Gastaldi – che poi si specializzerà proprio in gialli – costruisce una sceneggiatura che ha chiari rimandi a “I Diabolici” di Clouzot. Infatti il punto di partenza per questo filone del giallo all’italiana è proprio il cinema francese “nero”, le atmosfere torbide che ammantavano quei film e gli intricati moventi che muovevano le storie, che spesso e volentieri avevano come scopo l’impossessarsi di ingenti somme di denaro. Dal momento che con “Il dolce corpo di Deborah” siamo alla soglia degli anni ’70, anzi, nel fatidico ’68, gli elementi scabrosi solo Il dolce corpo di Deborahsuggeriti altrove trovano qui un ben preciso esplicitamento.

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L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Vederlo conoscendo l’opera lenziana rovina completamente ogni colpo di scena. Restano sia l’importanza (la tematica è nuova) sia una certa lentezza per tutta la prima parte, quella che precede l’arrivo alla villa della Costa Azzurra (che è, in realtà, vicina al Golf dell’Olgiata). Il cast funziona più che accettabilmente, con la Baker bellissima (ma con Lenzi sarà ancora più smagliante), Sorel efficace, Pistilli e la Stewart in ruolo. Per esigenze criptopubblicitarie la Baker qui deve fastidiosamente (per noi) fumare il doppio a confronto di quanto fa in tutti i Lenzi messi insieme…

L’opinione del sito http://www.bmoviezone.wordpress.com
Il dolce corpo di Deborah merita una valutazione discreta nonostante non sia da giudicare, con il senno di poi, come uno dei film più riusciti del genere. Sicuramente interessante più per l’atmosfera (la fotografia piena di ombre e luci e la bella colonna sonora di Nora Orlandi fanno la loro parte) che per la sostanza, il film è comunque da vedere per gli amanti del genere, dato che senza questa produzione il corso che il giallo ha preso in Italia avrebbe potuto essere molto differente.

 

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La figlia di Frankenstein (Lady Frankenstein)

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Il sogno del barone Frankenstein è quello di creare una creatura vivente utilizzando parti di corpi di persone defunte.Con l’aiuto del fedele assistente dottor Charles Marshall,Frankenstein conduce una serie di esperimenti su animali e alla fine, confortato dai risultati raggiunti, prova il grande passo.
Utilizzando il cuore e il cervello di un uomo impiccato, Frankenstein ottiene così una creatura mostruosa che è viva si, ma che è anche assolutamente ingestibile.
La creatura si ribella a qualsiasi forma di controllo e alla fine uccide il barone; non contento, il mostro semina terrore e morte fra i civili accanendosi in particolar modo su coloro che avevano aiutato il barone nel suo progetto, fornendo la materia prima per i suoi esperimenti.
Poichè il mostro è assolutamente invincibile e sfugge alla cattura della polizia, Tania, figlia del barone, a sua volta ricercatrice e laureata in medicina decide di creare un’altra creatura dalla mostruosa forza fisica in grado di combattere la creatura originaria.

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Ottenendo l’aiuto del dottor Marshall che è anche suo amante, lady Frankenstein costruisce un altro mostro utilizzando il corpo di un servitore con problemi mentali ma dalla grandissima forza fisica.
Per fare ciò, convince il dottore della necessità di trapiantare cuore e cervello nella nuova creatura;ma a giocare a fare il padreterno evidentemente si rischia troppo, così Tania riesce a uccidere il mostro ma viene a sua volta uccisa dall’amante ormai trasformato anch’esso in una creatura senza controllo
Ispirato al romanzo di Mary Shelley,scritto dalla stessa fra il 1816 e il 1817, quando aveva soltanto 19 anni,La figlia di Frankenstein, distribuito anche come Lady Frankenstein  è un horror debole e sfilacciato diretto nel 1971 dai registi Ernst R. von Theumer (che si firma Mel Welles) e da Aureliano Luppi.

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Welles,molto più noto come attore che come regista (nove titoli nella sua filmografia, assolutamente irrilevanti) e Luppi,alla sua unica regia costruiscono un film senza grosso interesse,un horror a cui mancano i fondamentali per creare le premesse di un film originale.
A parte il soggetto tra i più usati della storia del cinema, al film manca qualsiasi profondità psicologica sulle motivazioni del barone e sopratutto sulla tragica figura del mostro, pieno di complessità psicologiche che erano presenti nel romanzo della Shelley.
Ne vien fuori un pastrocchio debole e senza ritmo, a cui va aggiunta anche la mancanza di effetti speciali che diano credibilità alla pellicola stessa; l’atmosfera gotica del romanzo è praticamente assente, nonostante la tenebrosa location che al solito è ambientata nel castello di Balsorano.
La protagonista femminile, Rosalba Neri, è bellissima e seducente ma non basta a dare dignità ad una pellicola senza verve e senza smalto.
Il finale affrettato poi distrugge anche quel poco di buono che si era visto nella pellicola; poichè il film è stato trasmesso più volte in tv, è stato anche pesantemente mondato dalle scene in cui compare la Neri in abiti succinti con il prevedibile risultato di rendere ancor più confuso il racconto.

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Basti pensare che l’edizione originale, che dura 1ora e 33 minuti si riduce nella versione italiana ad 1 e 23 minuti, con ovvie conseguenze sulla leggibilità della pellicola.
Una pellicola da dimenticare, quindi; non fosse per la presenza della Neri e di Joseph Cotten saremmo di fronte ad una pellicola da annoverare a tutti gli effetti tra gli z movie.

Lady Frankenstein
Un film di Mel Welles (Ernest Von Theumer). Con Joseph Cotten, Rosalba Neri, Paul Müller, Herbert Fux, Mickey Hargitay, Paul Whiteman Horror, durata 84 min. – Italia 1971.

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Joseph Cotten … Barone Frankenstein
Rosalba Neri … Tania Frankenstein
Paul Muller … Dr. Charles Marshall
Peter Whiteman … La Creatura
Herbert Fux … Tom Lynch
Renate Kasché … Julia Stack
Mickey Hargitay Capitano Harris
Lorenzo Terzon … Assistente di Harris
Ada Pometti …Moglie del contadino
Andrea Aureli … Jim Turner
Joshua Sinclair … John
Richard Beardley … Simon Burke
Petar Martinovitch … Jack Morgan
Adam Welles …Bambino

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Regia: Mel Welles, Aureliano Luppi
Sceneggiatura:Dick Randall,Edward Di Lorenzo
Romanzo originale:Mary Shelley
Musiche:Alessandro Alessandroni
Fotografia:Riccardo Pallottini
Montaggio:Cleofe Conversi
Production Design:Francis Mellon
Design Costumi :Maurice Nichols

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L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Il tema è horror puro, e ricalca, in maniera piuttosto contorta, il solito dottore intento ad armeggiare parti di corpo umano, onde dare corso alla sua “creatura”. C’è la mitica Rosalba Neri, ma l’atmosfera gotica, mal gestita per via d’un reparto trucco davvero mediocre, svilisce anche a causa di un finale fatto con “l’accetta”. Figura, in una parte, anche Paul Muller, attore già visto nel miglior Amanti d’Oltretomba ed in seguito ingaggiato come presenza fissa nel terrificante ciclo TV Lucio Fulci presenta. Passato CUT su Rete 4…

L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Horror italiano abbastanza confuso, fuori tempo. A fare la parte della mattatrice c’è la Neri e vi è la partecipazione di Cotten (che purtroppo è molto breve). Nota d’onore anche per il caratterista Paul Muller. Assurdo il finale, mentre il make-up della creatura è abbastanza ridicolo.

L’opinione del sito http://www.filmtv.it
Defunto lo “scienziato pazzo”, la figlia ne segue le orme.
Il barone Frankenstein e il suo aiutante dottor Marshall portano finalmente a termine il loro folle esperimento: ma la “creatura” si rivela fin da subito malvagia e incontrollabile, seminando morte e terrore ovunque e scegliendo come prima vittima il proprio demiurgo. A questo punto Tania, la figlia del barone, persuade Marshall – da sempre invaghito di lei – a ripetere il trapianto usando se stesso come “donatore” e il corpo del forzuto ma demente garzone Thomas come “ospitante”: l’idea, però, si rivela tutt’altro che felice…
Partecipazione limitata e “alimentare” del glorioso Cotten a un sexy-horror di bassissimo profilo.

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Professione bigamo

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Una donna italiana, Teresa e una tedesca, Ingrid: in mezzo lui, Vittorio Coppa che di professione fa il controllore di wagon lit sulla tratta ferroviaria che porta da Roma a Monaco.
Due donne che ritengono, l’una all’insaputa dell’altra, di essere le legittime consorti di Vittorio, che invece divide il suo tempo da marito inappuntabile tre giorni a Roma e tre giorni a Monaco.
E’ un uomo inappuntabile,Vittorio, tanto da risultare quasi un marito perfetto;nessuna delle due donne ha da muovere appunti al comportamento coniugale di Vittorio.
Arriva il giorno in cui anche l’equilibrio coniugale di Vittorio inizia a mostrare le prime crepe.
Parlando con un medico, Vittorio è costretto a rivelare la sua situazione di bigamo a tutti gli effetti;il consiglio del medico è ovviamente quello di sanare la situazione e da quel momento Vittorio inizia a fare degli errori, che solo fortunosamente non si rivelano fatali.

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Ma alla lunga l’intricata situazione si rivela ingestibile per Vittorio e Teresa scopre l’esistenza della rivale in amore;così la donna si precipita a Monaco dove conosce Ingrid e con essa stabilisce un piano d’azione comune.
Le due donne decidono di trascinare Vittorio in tribunale,dove però hanno entrambe un’amara sorpresa;Vittorio non solo è bigamo, ma è sposato legalmente con Assunta,una giovane che ha portato all’altare anni addietro.
Così,dopo aver scontato la pena inflittagli dal tribunale per bigamia, Vittorio è costretto a tornare dalla prima moglie…
Professione bigamo è un film del 1969 da Franz Antel e sceneggiato da ben quattro autori, ovvero Mario Guerra, Gunther Ebert, Kurt Nachmann, Vittoriano Vighi;davvero tanta roba per un film non particolarmente riuscito, una commedia sospesa tra il comico e il surreale, supportata in tutto e per tutto da Lando Buzzanca, che stava imponendosi come rappresentante del gallismo italico.

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Un ruolo che l’attore siciliano avrebbe replicato molte volte nel corso degli anni successivi e che qui si rivela vincente dal punto di vista della caratterizzazione del personaggio.
Altra cosa è la riuscita del film, giocata dal regista di Il trionfo della casta Susanna sulla situazione coniugale del solito gallo italiano che vuol fare il re nel pollaio;mal gliene incoglie visto il finale mentre la prima parte del film si gioca in terra tedesca, con lunghe scene in cui domina il linguaggio quasi maccheronico dei personaggi, che vorrebbe essere comico e che invece finisce per rendersi fastidioso.
A parte questa caratteristica, il film è davvero poca cosa e mostra una serie di stereotipi impressionanti; in un momento storico in cui il movimento femminista si avvia ad avere un ruolo fondamentale nell’evoluzione del costume sociale ecco una storiella imbarazzante che parla di tradimenti famigliari e che mostra situazioni imbarazzanti anche per il modo in cui vengono proposte visivamente.

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A parte la regia, davvero anonima al limite dell’insulso c’è ben poco da salvare, essendo la storia scontata e il divertimento latitante; forse l’unico vero motivo d’interesse è costituito dalla presenza di Raffaella Carrà nelle vesti della vera moglie del protagonista, davvero magra consolazione.
Il film è praticamente introvabile e in rete circolano solo versioni rabberciate e al limite della decenza come visione.

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Un film di Franz Antel. Con Lando Buzzanca, Raffaella Carrà, Terry Torday, Leopoldo Valentini, Anita Durante, Franco Giacobini, Ann Smyrner, Jacques Herlin, Lina Alberti, Rainer Basedow, Peter Weck, Judith Dornys, Andrea Rau Commedia, durata 99′ min. – Italia 1969

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Lando Buzzanca … Vittorio Coppa
Teri Tordai … Ingrid
Raffaella Carrà … Teresa
Peter Weck … Klaus von Weiland
Ann Smyrner … Püppi
Jacques Herlin … Dr. Pellegrini
Edith Hancke … Hausmädchen
Andrea Rau … Marisa
Fritz Muliar … Johann
Rainer Basedow … Alex
Judith Dornys … Luisa
Franco Giacobini … Roberto
Barbara Zimmermann … Tina
Heinz Erhardt … Weichbrodt

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Regia:Franz Antel
Sceneggiatura:Günter Ebert,Mario Guerra,Kurt Nachmann ,Vittorio Vighi
Musiche:Gianni Ferrio
Fotografia:Hanns Matula
Montaggio:Arnfried Heyne,Vincenzo Tomassi

L’opinione del sito http://www.filmtv.it
C’è chi ha “una donna in ogni porto” e chi si accontenta di avere una moglie in ogni stazione: peggio per lui, ma peggio ancora per chi si sorbisce un’ora e mezzo di tresche piccole piccole che fanno ridere pochissimo.

L’opinione del Morandini-dizionario del cinema
Controllore di vagoni-letto della linea Roma-Monaco ha una moglie in ognuna delle due città. Commedia dozzinale, poco efficace sotto il profilo comico-umoristico, impastata di volgarità e di dialoghi sedicenti “coloriti”.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film lento e macchinoso nella prima parte, che si fa discreto solo quando la situazione del bigamo comincia a precipitare. Il film su questo ferroviere, insomma, parte con un’ora di ritardo. Prima dominano un greve umorismo germanico, una fastidiosa parlata con accento tedesco ed un micidiale festival di dialetti, che spuntano anche nel finale. Tolto Buzzanca, mediocri gli altri. Nei ruoli minori c’è pure Rendine (il Panunzio di Indagine su un cittadino…). Di Antel è meglio il coevo Il trionfo della casta Susanna, anch’esso com la Torday, Herlin e Buzzanca

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Lettomania

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Lettomania è un filmetto erotico del 1976, tutto incentrato sulle grazie della cantante e attrice Carmen Villani, protagonista di 17 pellicole quasi tutte a sfondo erotico interpretate tra il 1974 e il 1984.
In questo caso la trama e la sceneggiatura stessa del film possono essere tranquillamente definite la cosa più brutta alla quale abbia partecipato la biondissima attrice modenese, che pur nel corso della sua non esaltante carriera ha partecipato a film di una pochezza imbarazzante.
Qui siamo di fronte alla storia di una donna sposata ad uno scrittore avanti con gli anni;Dora,questo il nome della donna,conosce a Londra durante un servizio fotografico Max, un giovane con poca voglia di lavorare ma attratto dalla professione di fotografo.

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L’uomo vive con Giulio, un altro scioperato che non ha alcuna intenzione di prendere il posto in banca del padre; al lavoro di routine preferisce infatti quello del concertista da piano bar.
Altro elemento in comune tra i due, oltre la scarsa attitudine al lavoro e alla cronica mancanza di denaro è la facilità che mostrano nell’accalappiare ragazze facili; nella rete di Max cade anche la bella Dora che alla fine si concederà anche a Giulio.
Ma passata la sbornia di gioventù la donna preferirà ritornare al rapporto con il marito e ai due giovani non resterà altro da fare che cercare di mettere la testa a partito; Giulio entrerà, molto malvolentieri,in banca mentre Max riprenderà il suo lavoro al genio civile,mantenendo quanto meno la sua attitudine agli scherzi.
Diretto da Vincenzo Rigo, qui alla sua terza e ultima regia cinematografica dopo il thriller Gli assassini sono nostri ospiti e Zelmaide- Passi furtivi in una notte boia nel quale aveva diretto la Villani accanto a Walter Chiari,Lettomania è un prodotto scialbo, noioso e recitato ancor peggio, tirato su più che altro per attirare spettatori grazie alla esibizione del bellissimo corpo della Villani, in verità esposto con parsimonia.

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La mancanza di una trama rende il film praticamente costretto a vivacchiare fotogramma per fotogramma; la qual cosa alla fine contribuisce a dare la sensazione di un polpettone assolutamente indigesto e praticamente inguardabile, oltre che insalvabile.
A parte la Villani, che fa quello che le è chiesto senza entusiasmare troppo, troviamo il buio più assolto:la parte di Max, il fotografo per hobby è interpretata da Harry Reems, porno attore americano divenuto famoso grazie a Gola profonda; paradossalmente Reems qualche dote recitativa la mostra anche mentre il suo collega Alberto Squillante, che interpreta Giulio è davvero poca cosa.
Il resto del cast è quasi trasparente, a parte la citazione d’obbligo per il bravo Pietro Tordi impegnato a dare un minimo di credibilità al personaggio del marito della Villani.

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Film da dimenticare, quindi.
Per chi proprio volesse cimentarsi nella sua visione, consiglio lo streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.net/lettomania-1976/ nel quale si può assistere ad una riduzione in divx tutto sommato accettabile dal punto di vista della qualità visiva della pellicola.Del suo valore intrinseco ho già detto tutto…

Lettomania
Un film di Vincenzo Rigo. Con Carmen Villani, Harry Reems, Alberto Squillante, Armando Celso,Pietro Tordi, Enzo Fisichella, Daniela Morelli, Rosanna Callegari, Flavio Bonacci Erotico, durata 91 min. – Italia 1976.

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Carmen Villani … Dora
Harry Reems … Max
Alberto Squillante… Giulio
Armando Celso … Leone
Pietro Tordi … Hermann Tiller

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Regia:Vincenzo Rigo
Sceneggiatura:Vincenzo Rigo
Musiche:Franco Campanino
Fotografia:Gino Santini
Montaggio:Giancarlo Venarucci

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L’opinione di Undijng tratta dal sito http://www.davinotti.com
Terza ed ultima regia (nonché sceneggiatura) per Vincenzo Rigo, cineasta ch’è stato in grado di confezionare film “proiettati” in calare: inizia con Gli Assassini sono Nostri Ospiti (1974), prosegue con Zelmaide (1976) e chiude – che peggio non si può – con questa commediaccia poco ironica, meno erotica (la Villani, nel ruolo di fedifraga pentita, si spoglia con parsimonia pur se “lettomaniaca”) e rovinosamente action (la gara automobilistica in chiusa). Forse resta uno dei peggiori titoli interpretati dalla bionda cantante…

L’opinione di daidae tratta dal sito http://www.davinotti.com
Davvero un pessimo film: noioso, senza senso, malrecitato. Un filmaccio che sembra un impasto buttato lì a casaccio tanto per fare. Da vedere solo se si soffre di insonnia o si è cinemasochisti. Ho visto di peggio, ma penso che l’oscar al non senso questo film lo meriti tutto.

L’opinione di saitgifts dal sito http://www.davinotti.com
Carmen Villani un suo fascino ce l’ha, non scopro niente; voglio dire che più che il suo corpo (niente male) è il suo visetto: le sue espressioni, i suoi occhi che sprizzano una sana malizia priva di qualsiasi equivocità. Disinvolta anche nel recitare. Ed è il motivo per cui film come questo esistono, sono stati fatti, persone ci hanno lavorato. Si può notare anche un certo impegno nel farlo. Purtroppo creare sceneggiature non è come raccontare una storiella al bar con gli amici; anche se gli ingredienti ci sono, il minestrone non ha sapore.

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Black cat-Gatto nero

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In un paesino della campagna inglese avvengono una serie di morti inspiegabili.
Un giovane automobilista muore in un incidente d’auto,arso vivo dopo aver sfondato con la testa il parabrezza dell’auto sulla quale stava viaggiando,due ragazzi nel capanno di una darsena nel quale si erano rinchiusi per amoreggiare,un ubriacone cadendo dalle travi sospese di un vecchio palazzo e infilzandosi su una cancellata e infine la madre della ragazza della darsena arsa viva nell’incendio della sua casa.
In ognuna delle morti, apparentemente slegate fra loro, ha fatto la comparsa, minacciosa e inquietante, la figura di un gatto nero; il felino appartiene al professor Robert Miles,un tipo solitario ed eccentrico che vive isolato passando il suo tempo accanto ad un registratore, con il quale imprime sonoramente le voci dei defunti.
Sulle morti inspiegabili indaga Scotland Yard, rappresentata dall’ispettore Gorley, che è sicuro che dietro le strane morti ci sia qualcosa di misterioso; della stessa idea è la giovane e bella fotografa Jill Travers, che si è trovata sulle scene dei decessi e che ha notato sul corpo dell’ubriacone delle tracce inspiegabili di unghiate di gatto e sulle altre orme dello stesso felino.

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Gorley e Jill si ritrovano ad indagare insieme ma sarà proprio Jill a scoprire il bandolo della matassa, collegando la presenza del misterioso gatto nero alla figura inquietante di Miles, lo strano legame parapsicologico che lo stesso ha con il gatto; ma Jill rischia di pagare con la vita il suo interesse verso la figura del professore.
L’uomo,infatti, riesce ad attirare in trappola la bella fotografa, murandola viva con il gatto, ma…
Black cat-Gatto nero è un film di Lucio Fulci tratto ancora una volta da un romanzo di Edgar Allan Poe.
Il saccheggiatissimo scrittore britannico scrive il racconto breve Gatto nero nel 1843, raccontando la vicenda di un condannato a morte che ricorda il perchè del suo stato attuale, ovvero aver ucciso la moglie dopo esser diventato folle in seguito ad un atto di crudeltà commesso nei confronti del gatto nero della moglie.

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Il romanzo di Poe è davvero breve e la storia, in se, non poteva reggere una sceneggiatura cinematografica; così Fulci amplia la storia allontanandosene quasi definitivamente.
Il film che ne segue è disorganico,pur mostrando ancora una volta il talento del regista romano;l’aria misteriosa e parapsicologica del romanzo di Poe scompare per lasciar posto ad un horror nel quale sembrano contare più gli effetti visivi che la storia in se.

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Il film è confuso, anche se conserva un certo fascino legato all’ambientazione e alla ricerca ossessiva di Jill del vero perchè delle misteriose morti che funestano il paese nel quale i fatti si svolgono.
L’ambientazione è quasi gotica, con l’ormai tradizionale villa immersa in un’inquietante panorama fatto di cieli grigi in netto contrasto con il verde intenso della natura inglese.Ancora più netto appare lo stagliarsi della natura stessa in opposizione con il buio tetro e sinistro nel quale si muove il professor Miles, con sullo sfondo l’inafferrabile figura del gatto, sempre li a squadrare con i suoi occhi verdi le varie situazioni che si susseguono.
E’ questa la cosa migliore del film, che per il resto ha un andamento altalenante, che non riesce a creare suspence come in altri lavori del maestro.
Troppo discontinuo il ritmo, poco affascinante la storia; Fulci, reduce dall’horror Paura nella città dei morti viventi e dal genere crimi a cui appartiene Luca il contrabbandiere girati nel 1980 appare incerto sulla rotta da seguire,barcamenandosi così sulla rotta da seguire indeciso se fare un horror puro o un film a sfondo parapsicologico.
L’ibrido che ne esce non è carne ne pesce, anche se non va stroncato tout court.

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Per fortuna il cast utilizzato è di ottimo livello e sopperisce alle mancanze della storia con la professionalità; brava e bella Mimsy Farmer, ormai presenza fissa dei prodotti thriller ed horror di quel periodo così come discreta e misurata è la presenza di David Warbeck nel ruolo dell’ispettore Gorley; sacrificato Al Clver in una parte secondaria, quella del sergente Wilson, molto bene Patrick Magee, dallo sguardo spiritato, allucinato e quindi un po folle del professor Robert Miles.
Completano il cast principale Daniela Doria e Dagmar Lassander, rispettivamente nei ruoli di Maureen e Lillian Grayson, le due donne che moriranno brutalmente vittime della follia di Miles.
Discreta la fotografia e l’ambientazione, per un’opera che può essere guardata se appassionati di horror.
Black cat-Gatto nero è un film passato diverse volte in tv ed è anche disponibile su You tube in versione completa ed in italiano (una volta tanto) all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=4qj8tzfRzPI

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Black Cat (Gatto nero)

Un film di Lucio Fulci. Con David Warbeck, Mimsy Farmer, Dagmar Lassander, Daniela Doria,Patrick Magee, Bruno Corazzari Titolo originale Il gatto nero. Horror, durata 98′ min. – Italia 1981.

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Patrick Magee: Robert Miles
Mimsy Farmer: Jill Travers
David Warbeck: ispettore Gorley
Al Cliver: sergente Wilson
Dagmar Lassander: Lillian Grayson
Bruno Corazzari: Ferguson
Geoffrey Copleston: ispettore Flynn
Daniela Doria: Maureen Grayson

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Sergio Fiorentini: Robert Miles
Vittoria Febbi: Jill Travers
Luigi La Monica: ispettore Gorley
Manlio De Angelis: sergente Wilson
Germana Dominici: Lillian Grayson
Arturo Dominici: ispettore Flynn
Isabella Pasanisi: Maureen Grayson

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Regia Lucio Fulci
Soggetto Biagio Proietti, dal racconto Il gatto nero di Edgar Allan Poe
Sceneggiatura Biagio Proietti, Lucio Fulci
Produttore Giulio Sbarigia
Casa di produzione Selenia Cinematografica
Fotografia Sergio Salvati
Montaggio Vincenzo Tomassi
Effetti speciali Paolo Ricci
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Francesco Calabrese
Costumi Massimo Lentini
Trucco Franco Di Girolamo, Rosario Prestopino (assistente)

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L’opinione del sito http://www.filmhorror.com

Tra i non numerosissimi estimatori di IL GATTO NERO c’è chi si chiede ancora perché questo film non abbia mai riscosso i favori della critica e del grande pubblico. Eppure c’è quasi tutto: una buona storia, la tensione, l’atmosfera e persino una discreta prova degli attori.
C’è poco splatter è vero, ma che importa? IL GATTO NERO è, insieme a Le Porte Del Silenzio, l’horror più onirico che Fulci abbia mai diretto, e si sa le storie oniriche non vanno certo incontro ai gusti di tutti.
In una cittadina inglese, il bizzarro professor Miles cerca di stabilire un contatto con i morti provando a registrarne le voci con un microfono adagiato sulle lapidi. Nel frattempo, in paese, strani e inspiegabili decessi funestano la tranquilla vita degli abitanti, tanto che si è costretti a chiamare un ispettore di Scotland Yard per cercare di dipanare la matassa.
E’ il 1980 quando Fulci decide di girare questo omaggio ad Edgar Allan Poe rispolverando tra l’altro un precedente tributo, sempre dedicato allo scrittore di Boston, che il Nostro aveva inserito in Sette Note In Nero. Anche questa volta in effetti, con il racconto di Poe, la storia di Fulci sceneggiata da Biagio Proietti non ha poi così tanto a che vedere (nessun accenno alla cecità del gatto o all’omicidio della moglie. tanto per capirsi) ma l’atmosfera che si respira è ossessiva al punto giusto.
E’ interessante tra l’altro notare come tutto il film si sviluppi all’interno di una dimensione quasi eterea, dove i gatti assumono le sembianze di malvagi psicopompi, in grado di aprire le porte, appiccare incendi e soprattutto uccidere.

L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it
Il tema che attanaglia la filmografia dell’italiano Fulci ricade nel concetto di discontinuità.
E forse in Italia, fra i registi che hanno trattato il genere thriller ed Horror, Lucio Fulci si candida, seriamente, ad essere il più altalenante di sempre. Spulciando nella lista delle sue produzioni emergono film di grande qualità ed altri, bensì, di bassissimo profilo.
E ancora una volta, ahimè, ci tocca fare questa dolorosa iniziazione di concetto per dire che “Il gatto nero” o “Black cat”, fate voi, è una sciagura totale.
Partorito nel 1981 il film di Fulci prende spunti dal famoso romanzo in cui, logicamente, è un gatto a innescare la morte nei personaggi in scena.
Il soggetto di Fulci, preso da Edgar Allan Poe, a dire il vero, in chiave prettamente cinematografica, un po’ già stona. Insomma è improbabile portare, attraverso le immagini di una macchina da presa, le “gesta” fatali di un povero gatto ignaro della sua “maledizione”.
Quindi già l’effetto visivo, la finalizzazione degli omicidi, appare abbastanza grottesca e forzata.
Ne risente, a questo punto, tutta la narrazione che barcolla in modo irrimediabile dall’inizio alla fine. Il tutto è scoordinato e sgangherato. La sceneggiatura è disimpegnata e i personaggi si intersecano entro essa sono privi di carisma ed empatia. Le poche incursioni, specie nel finale, nell’introspezione psicologica di determinati personaggi risulta essere un’altra (fatale) bordata di superficialità.
Anche la confezione tecnica è un’altra caduta nel vuoto. Il ritmo è straziante ad esempio. La fotografia è di serie B, gli attori, invece, recitano in modo non ottimale, però, dopotutto, è quell’immondo copione a penalizzare il cast. Qui, con “Il gatto nero”, non convince proprio niente, nessuna sequenza si salva.
Prodotto da scartare che certifica, per l’ennesima volta, la lunaticità di Fulci.

L’opinione del sito http://www.alexvisani.com
Uno dei film più sottovalutati del maestro romano. La storia narra di un professore paranoico dedito all’ascolto delle voci dei morti (che crede di catturare con un particolare registratore) e che viene tormentato da un tenebroso gatto nero. Il finale del film ricalca quello del racconto da cui è liberamente (moolto liberamente) tratto ovvero: “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe. Ambientato in Inghilterra e con la carismatica partecipazione del grande Patrick Magee, “Black Cat” è un film che appartiene comunque al periodo d’oro di Fulci nonostante non sia al livello di “Zombi 2″,”Paura nella città dei morti viventi”, “L’Aldilà” o “Quella villa accanto al cimitero”. C’è un’inquietante atmosfera in quest’opera ed alcune inquadrature sono davvero molto belle. Il talento visionario di Lucio si fa vedere a tratti anche se i cali di tono ed inspirazione sono evidenti. Brava anche Mimsy Farmer coadiuvata dal sempre fascinoso David Warbeck. Ci sono anche un paio di delitti che fanno il loro effetto, specialmente quello in cui un disgraziato precipita da un cantiere in costruzione e finisce con l’infilzarsi su delle sbarre di ferro che fuoriescono da una colonna di cemento armato..

L’opinione del sito http://www.horrormovie.it

“The Black Cat”, non è certamente fedele al famoso racconto di Edgar Allan Poe. Fulci, nella sceneggiatura scritta assieme a Biagio Proietti, modifica totalmente l′assunto di partenza del racconto di Poe, realizzando un soggetto molto differente dalla novella originale.
Le atmosfere che si respirano, grazie anche alla bella fotografia di Sergio Salvati (operatore che, in questo periodo, costantemente segue il regista), sono cupe e la tensione viene mantenuta per l′intera durata del film. Tensione che, va detto, non è troppo incisiva ed è molto lontana da quella delle altre pellicole realizzate nel medesimo periodo .
Le musiche, a cura di Pino Donaggio, donano la giusta atmosfera ed aiutano lo spettatore a seguire piacevolmente il film che ha un ritmo, tutto sommato, piuttosto lento.
Non è sicuramente la miglior produzione di Fulci, in quanto alcuni dialoghi appaiono poco curati, alcune scene a volte sono inutili, e complessivamente alcuni momenti del film smorzano le potenzialità della sceneggiatura.
Di questo film è azzeccata la presenza del gatto (come istigatore dell′ assassino), all′apparenza dolce, ma causa di omicidi spietati e angosciosi, tutti accompagnati dal suo elegante passo felpato.
La visione è consigliata a chi ama il giallo anni ′80, abbastanza violento, ma che non tocca vertici estremi di splatter.

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Il gatto nero


Mi sposai giovane, e fui felice di trovare in mia moglie una indole congeniale
alla mia. Osservando la mia predilezione per gli animali domestici, non perdeva
occasione di procurarmi quelli delle specie più piacevoli. Avevamo uccelli, pesci
dorati, un bellissimo cane, conigli, una scimmietta e un gatto.
Quest’ultimo era un animale eccezionalmente forte e bello, tutto nero, e
straordinariamente sagace. Quando parlava della sua intelligenza, mia moglie, che
in cuor suo era non poco imbevuta di superstizione, alludeva spesso all’antica
credenza popolare che considerava tutti i gatti neri streghe travestite. Non che ne
parlasse seriamente: se accenno alla cosa, è solo perché proprio ora mi è capitato di
rammentarmene.
Pluto ‐ era questo il nome del gatto ‐ era il mio beniamino, il mio compagno di
giochi. Io solo gli davo da mangiare, e in casa lui mi seguiva dovunque andassi, Anzi,
a fatica riuscivo a impedirgli di accompagnarmi per la strada.
La nostra amicizia durò a questo modo per parecchi anni, durante i quali il
mio temperamento, il mio carattere (arrossisco a confessarlo) avevano subìto, ad
opera del demone dell’Intemperanza, un radicale peggioramento. Giorno dopo
giorno divenni più lunatico, più irritabile, più indifferente ai sentimenti altrui. Mi
lasciai andare al punto di usare con mia moglie un linguaggio brutale. Alla fine,
arrivai anche a picchiarla. I miei animali, naturalmente, risentirono di questo
mutamento d’umore. Non solo li trascurai, ma li maltrattai. Per Pluto, tuttavia,
conservavo ancora quel tanto di riguardo che bastava a impedirmi di malmenarlo
come, senza scrupolo alcuno, malmenavo i conigli, la scimmia o anche il cane,
quando per caso o per affetto mi venivano tra i piedi. Ma la mia malattia mi
divorava sempre più (e quale malattia è paragonabile all’alcool?), e alla fine anche
Pluto, che si faceva vecchio e di conseguenza un po’ fastidioso anche Pluto cominciò
a provare gli effetti del mio malumore.
Una notte, tornando a casa, ubriaco fradicio, da uno dei ritrovi che
frequentavo in città, ebbi l’impressione che il gatto evitasse la mia presenza. Lo
afferrai; e allora, impaurito dalla mia violenza, coi denti mi ferì lievemente alla
mano. Subito la furia di un demone si impadronì di me. Non mi conoscevo più.
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Sembrava che di colpo la mia anima originaria fosse fuggita via dal mio corpo; e
una malignità più che diabolica, alimentata dal gin, eccitava ogni fibra del mio
essere. Trassi dal taschino del panciotto un temperino, lo aprii, afferrai la povera
bestia per la gola, e deliberatamente con la lama le cavai un occhio dall’orbita!
Arrossisco, brucio, rabbrividisco nello scrivere di quest’infame atrocità.
Quando, al mattino, ritornò la ragione ‐svaporati nel sonno i fumi dell’orgia
notturna ‐ provai un sentimento in parte d’orrore, in parte di rimorso per il delitto
di cui m’ero reso colpevole; ma era tutt’al più un sentimento debole ed equivoco, e
l’anima non ne fu toccata. Di nuovo mi diedi agli stravizi, e ben presto affogai nel
vino ogni ricordo del mio atto.
Nel frattempo, il gatto lentamente guarì. L’orbita dell’occhio perduto era, è
vero, spaventosa a vedersi, ma pareva che non ne soffrisse più. Girava per la casa
come al solito ma, come ben mi potevo aspettare, fuggiva in preda al terrore
ogniqualvolta mi avvicinavo. Tanto m’era rimasto ancora del mio vecchio cuore,
che dapprincipio mi afflisse quell’evidente ripugnanza da parte di una creatura che
una volta mi aveva tanto amato. Ma a questo sentimento subentrò ben presto
l’irritazione. E poi, a mia definitiva e irrevocabile rovina, sopraggiunse lo spirito
della PERVERSITÀ. Di tale spirito la filosofia non tiene conto. E tuttavia, così come
sono certo che la mia anima vive, sono certo che la perversità è uno degli impulsi
primitivi del cuore umano, una delle indivisibili facoltà primarie, o sentimenti, che
danno un indirizzo al carattere dell’Uomo. Chi non si è sorpreso cento volte
nell’atto di commettere un’azione spregevole o stolta per la sola ragione che sapeva
di non doverla commettere? Non abbiamo forse, a dispetto del nostro miglior
consiglio, una perpetua inclinazione a violare ciò che è Legge, solo perché la
riconosciamo come tale? A mia definitiva rovina, ripeto, sopraggiunse questo
spirito di perversità. Fu questa insondabile brama dell’anima di tormentare se
stessa, di far violenza alla propria natura, di fare il male per puro amore del male,
che mi spinse a continuare e infine a consumare l’offesa che avevo inflitto
all’inoffensiva bestiola. Una mattina, a sangue freddo, le infilai un cappio al collo e
la appesi al ramo d’un albero; l’impiccai con gli occhi colmi di lacrime e col più
amaro rimorso nel cuore; l’impiccai perché sapevo che mi aveva amato, e perché
sentivo che non mi aveva dato ragione alcuna per farle del male; l’impiccai perché
sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe
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compromesso la mia anima immortale al punto da porla ‐ se ciò fosse possibile ‐ al
di là della misericordia senza fine di un Dio infinitamente pietoso e terribile.
La notte che seguì il giorno in cui fu commesso quell’atto crudele, mi destò
dal sonno il grido «Al fuoco!». Le cortine del mio letto erano in fiamme. Tutta la
casa ardeva. Con grande difficoltà sfuggimmo all’incendio: mia moglie, un
domestico, e io. La distruzione fu completa. Tutte le mie ricchezze terrene vennero
divorate dal fuoco, e da allora mi abbandonai alla disperazione.
Non cerco di stabilire un rapporto di causa ed effetto tra il sinistro e l’atrocità:
sono superiore a queste debolezze. Ma ora sto descrivendo una catena di eventi, e
non voglio che nessun anello risulti imperfetto. All’indomani dell’incendio,
ispezionai le rovine. Con una sola eccezione, i muri erano crollati. L’eccezione
riguardava un muro divisorio, non molto spesso, che stava, più o meno, nel mezzo
della casa, e contro il quale prima poggiava la testata del mio letto. Qui l’intonaco
aveva resistito in gran parte all’azione del fuoco, giacché ‐ a questo attribuii il fatto
‐ era stato steso di recente. Intorno a questo muro si era raccolta una fitta folla, e
molte persone sembravano esaminare una certa parte con minuziosa e viva
attenzione. Le parole «strano!» «singolare!» e altre espressioni analoghe destarono
la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, come scolpita a bassorilievo sulla superficie
bianca, la figura di un gigantesco gatto. L’immagine era resa con stupefacente
esattezza. Intorno al collo dell’animale, c’era una corda.
Dapprima, al vedere questa apparizione ‐ poiché non potevo considerarla che
tale ‐ estremo fu il mio stupore, e il mio terrore. Ma infine mi soccorse la riflessione.
Il gatto, ricordavo, era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa.
All’allarme dell’incendio, il giardino era stato subito invaso dalla folla, e qualcuno
doveva aver staccato l’animale dall’albero per gettarlo, attraverso una finestra
aperta, in camera mia. Ciò, probabilmente, allo scopo di destarmi dal sonno. Il
crollo degli altri muri aveva compresso la vittima della mia crudeltà dentro la
sostanza dell’intonaco fresco; poi la calce e l’azione combinata delle fiamme e
dell’ammoniaca della carogna avevano creato l’immagine così come ora la vedevo.
Sebbene in tal modo tranquillizzassi prontamente la mia ragione, se non
proprio la mia coscienza, a proposito del fatto strabiliante testé descritto, esso non
mancò di fare un’impressione profonda sulla mia fantasia. Per mesi e mesi non
potei liberarmi dal fantasma del gatto; e in questo periodo si insinuò nuovamente
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nel mio spirito un vago sentimento che sembrava, ma non era, rimorso. Giunsi a
rimpiangere la perdita dell’animale e a guardarmi intorno, nelle miserabili bettole
che ora abitualmente frequentavo, in cerca di un altro gatto della medesima razza
da tenere al posto dell’altro.
Una notte, mentre sedevo semistordito in un covo peggio che infame, la mia
attenzione fu improvvisamente attratta da qualcosa di nero che stava in cima a una
delle gigantesche botti di gin, o rum che fosse, che costituivano il principale
arredamento del locale. Da qualche minuto fissavo il coperchio della botte, e ciò che
ora mi sorprese fu di non aver notato prima quel qualcosa che vi stava sopra. Mi
avvicinai e lo sfiorai con la mano. Era un gatto nero, un bel gatto grosso: grosso
quasi come Pluto, e a lui somigliantissimo, tranne per un particolare. Su tutto il
corpo, Pluto non aveva un solo pelo bianco; questo gatto, invece, aveva una larga,
sebbene indefinita, chiazza bianca che gli copriva il petto quasi per intero.
Non appena lo toccai, si alzò, prese a farmi le fusa, mi si strofinò contro la
mano, e parve tutto contento della mia attenzione. Era proprio questa, dunque, la
creatura che andavo cercando. Subito proposi al padrone del locale di acquistarlo;
ma costui non ne rivendicò la proprietà non ne sapeva nulla ‐ non l’aveva mai visto
prima di allora.
Continuavo ad accarezzarlo, e quando mi accinsi a rincasare, l’animale si
mostrò desideroso di accompagnarmi. Acconsentii, e per la strada di tanto in tanto
mi chinavo a fargli una carezza. Una volta a casa, si ambientò immediatamente, e
subito divenne il beniamino di mia moglie.
Per parte mia, ben presto sentii nascere dentro di me una viva antipatia nei
suoi confronti. Era proprio il contrario di quel che avevo previsto; ma ‐ non so
come e perché avvenisse ‐ il suo evidente affetto per me non faceva che
disturbarmi e irritarmi. A poco a poco questi sentimenti, disgusto e fastidio,
crebbero fino a mutarsi nell’asprezza e nell’odio. Evitavo quell’animale; tuttavia un
certo senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltà mi
impedivano di fargli del male. Per qualche settimana, non lo colpii né gli arrecai in
altro modo violenza; ma gradualmente, insensibilmente, presi a guardarlo con
inesprimibile ribrezzo e a rifuggirne in silenzio l’odiosa presenza, come un fiato di
peste.
Ciò che senza dubbio contribuì ad accrescere la mia avversione per l’animale
fu la scoperta, la mattina dopo che l’ebbi portato a casa, che, come a Pluto, anche a
lui era stato cavato un occhio. Tale circostanza, tuttavia, non fece che renderlo più
caro a mia moglie, la quale, come ho già detto, possedeva in alto grado quell’
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umanità di sentimenti che era stata un tempo il mio tratto caratteristico e la fonte
dei miei piaceri più semplici e puri.
Ma come cresceva la mia avversione per questo gatto, sembrava aumentare
la sua predilezione per me. Seguiva i miei passi con un’insistenza che mi sarebbe
difficile far comprendere al lettore. Ogniqualvolta mi sedevo, si accoccolava sotto
alla mia seggiola o mi saltava sulle ginocchia, coprendomi delle sue repulsive
carezze. Se mi alzavo per camminare, mi si metteva tra i piedi, e quasi mi faceva
cadere; oppure, afferrandosi ai miei vestiti con le unghie lunghe e aguzze, mi si
arrampicava in questo modo fino al petto. In questi momenti, sebbene avessi voglia
di finirlo con un sol colpo, mi trattenevo dal farlo, in parte per il ricordo di quel mio
primo delitto, ma soprattutto ‐ voglio confessarlo, subito ‐ per il mio assoluto
terrore della bestia.
Non era proprio terrore del male fisico: e tuttavia non saprei come definirlo
altrimenti. Quasi mi vergogno di ammettere ‐ sì, anche in questa cella di criminale ‐
che il terrore e l’orrore suscitati in me dall’animale erano stati esasperati da una
delle più assurde chimere che sia dato immaginare. Più di una volta mia moglie
aveva richiamato la mia attenzione sull’aspetto della chiazza di peli bianchi di cui
ho parlato, e che costituiva l’unica differenza visibile tra la strana bestia e l’altra
che avevo ucciso. Il lettore ricorderà che questa chiazza, sebbene larga, era
all’inizio del tutto indefinita. Ma lentamente, così lentamente che per lungo tempo
la mia ragione lottò contro quella che sembrava pura fantasia, aveva finito per
assumere una rigorosa nitidezza di contorni. Era adesso l’immagine di un oggetto
che rabbrividisco a nominare ‐ e per questo soprattutto provavo ripugnanza e
terrore, e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro se avessi osato era
adesso, dico,
l’immagine di una cosa orrida, di una cosa sinistra: la FORCA! Oh, luttuosa e
terribile macchina dell’orrore e del delitto, dell’agonia e della morte!
E adesso ero davvero disperato, al di là d’ogni possibile disperazione umana.
E che un animale, un bruto, il cui simile avevo disprezzato e ucciso ‐ che un animale,
un bruto, infliggesse a me ‐ a me, uomo fatto a immagine di Dio, così grande e
intollerabile miseria! Ahimè! né di giorno né di notte conobbi più la benedizione del
riposo! Durante il giorno, l’animale non mi lasciava solo un istante; e durante la
notte mi destavo di soprassalto, ogni ora, da sogni di indicibile paura, per trovare
sulla mia faccia il fiato caldo della cosa e il suo peso immane ‐ incubo incarnato che
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non avevo la forza di scuotermi di dosso, e sempre, sempre gravava sul mio cuore!
Sotto l’oppressione continua di tormenti come questi, l’esiguo residuo di
bene che era in me finì col soccombere. Pensieri malvagi ‐ i pensieri più tenebrosi e
malvagi ‐ divennero i miei soli, assidui compagni. Il mio abituale umor tetro si
accentuò fino a mutarsi in odio di tutto e di tutta l’umanità; mentre dei subiti,
frequenti e incontrollabili accessi di una furia alla quale ora ciecamente mi
abbandonavo, mia moglie, che mai si lamentava, era, ahimè, la vittima più consueta
e paziente.
Un giorno mi accompagnò, per qualche faccenda domestica, nella cantina del
vecchio edificio che la povertà ci costringeva ad abitare. Il gatto mi seguì per i ripidi
gradini e, avendomi quasi fatto cadere a testa ingiù, mi esasperò alla follia.
Brandendo un’ascia, e dimenticando nella mia furia il puerile timore che fino a quel
momento aveva frenato la mia mano, vibrai all’animale un colpo che, se fosse calato
come volevo, gli sarebbe certo riuscito fatale. Ma il colpo fu arrestato dalla mano di
mia moglie. Questo suo intervento scatenò in me una rabbia più che demoniaca:
liberai il braccio dalla sua presa e le affondai l’ascia nel cervello. Cadde morta
all’istante, senza un gemito.
Compiuto questo orrendo assassinio, subito, e in piena lucidità, mi disposi a
occultare il cadavere. Sapevo di non poterlo trasportare fuori della casa, né di
giorno né di notte, senza correre il rischio di essere osservato dai vicini. Presi in
considerazione molti piani. A un certo punto, pensai di tagliare il cadavere in
minuti frammenti e di distruggerli col fuoco. Poi decisi di scavargli una fossa nel
pavimento della cantina. Poi, ancora, esaminai la possibilità di imballarlo in una
cassa come fosse una merce qualsiasi, con le solite formalità, e di farlo portar via da
un facchino. Infine, trovai un espediente che mi parve migliore di questi. Decisi di
murarlo nella cantina, come si tramanda che nel medioevo i monaci murassero le
loro vittime.
A tale scopo la cantina era quanto mai adatta. I muri erano poco compatti, e
di recente erano stati ricoperti per intero di un ruvido intonaco che a causa
dell’umidità dell’atmosfera non aveva potuto indurirsi. Inoltre, in uno dei muri
c’era una sporgenza, dovuta a un falso camino o focolare, che era stata riempita
così da non presentare differenze rispetto al resto della cantina. Non avevo dubbi
di potere agevolmente rimuovere i mattoni in quel punto per poi introdurvi il
cadavere e murare tutto come prima così che nessun occhio scoprisse alcunché di
sospetto.
E in questo mio calcolo non mi sbagliai. Con una grossa leva di ferro spostai i
mattoni con tutta facilità e, collocato con cura il corpo contro la parete interna, lo
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puntellai in quella posizione; poi, con poca fatica, rifeci l’ammattonato così come
era prima. Mi procurai calcina, sabbia e setole e, usando ogni possibile precauzione,
preparai un intonaco che non era possibile distinguere dal vecchio e lo stesi
accuratamente sul muro nuovo. Quando ebbi finito, constatai soddisfatto che tutto
era a posto. Non v’era segno nel muro che esso fosse stato manomesso. Con la
massima cura rimossi da terra i calcinacci. Mi guardai attorno trionfante, e mi dissi:
«Qui, almeno, non ho lavorato invano».
Il passo successivo fu di cercare la bestia che era stata la causa di tanta
sciagura: poiché infine ero fermamente deciso a metterla a morte. Se mi fosse
riuscito di trovarla allora, sul suo destino non avrebbero potuto esservi dubbi; ma,
a quel che pareva, lo scaltro animale, allarmato dalla violenza della mia collera
recente, si guardava bene dal mostrarmisinell’umore in cui mi trovavo. È
impossibile descrivere, o immaginare, la profonda, beata sensazione di sollievo che
l’assenza dell’aborrito animale fece nascere in me. Non comparve durante la notte,
e così, per una notte almeno da che m’era entrato in casa, dormii d’un sonno
profondo e tranquillo; sì, dormii, pur col peso dell’assassinio sull’anima!
Passò il secondo giorno, il terzo, e ancora il mio tormentatore non si vedeva.
Di nuovo respirai come un uomo libero. Il mostro, atterrito, era fuggito per sempre
dalla mia casa! Non l’avrei veduto mai più! Ero al colmo della felicità! Ben poco mi
turbava la colpa della mia azione delittuosa. V’erano state indagini, ma le mie
pronte risposte le avevano sviate. Si era proceduto anche a una perquisizione, ma
non si era scoperto nulla, naturalmente. Guardavo alla mia felicità futura come a
una certezza assoluta.
Il quarto giorno dopo l’assassinio, del tutto inaspettatamente, si
presentarono in casa mia alcuni agenti di polizia e procedettero a un nuovo,
minuzioso esame dell’edificio. Ma, sicuro com’ero dell’irreperibilità del mio
nascondiglio, non provai il minimo imbarazzo. Gli agenti mi ordinarono di
accompagnarli nella perquisizione. Non lasciarono inesplorato nessun angolo,
nessun recesso. Alla fine, per la terza o quarta volta, scesero in cantina. Non mi
tremava un muscolo. Il cuore mi batteva calmo come quello di chi dorma un sonno
innocente. Percorsi la cantina da un capo all’altro. Camminai avanti e indietro con
fare disinvolto, le braccia conserte. Quelli della polizia erano pienamente
soddisfatti e si disponevano ad andarsene. L’esultanza del mio cuore era troppo
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forte perché potessi frenarla. Smaniavo dalla voglia di dire una parola, una sola, in
segno di trionfo, e rendere doppiamente certa la loro certezza della mia innocenza.
«Signori», dissi alla fine, mentre il gruppo risaliva le scale, «sono lieto di aver
placato i vostri sospetti. Auguro a tutti voi buona salute, e un po’ più di cortesia. Tra
parentesi, signori miei, questa è una casa molto ben costruita» (nella smania di
parlare con disinvoltura, quasi non sapevo quel che mi usciva di bocca), «potrei
anzi dire costruita in modo eccellente. Questi muri ‐ ve ne andate, signori? ‐ questi
muri sono solidamente fabbricati»; e qui, da nient’altro spinto che dal desiderio
frenetico di fare una bravata, picchiai forte con un bastone che tenevo in mano
proprio su quella parte dell’ammattonato dietro al quale stava il cadavere della mia
diletta sposa.
Ma possa Dio proteggermi e salvarmi dalle zanne del Grande Nemico! Non
appena l’eco dei miei colpi si smorzò nel silenzio, mi rispose una voce dall’interno
della tomba! Un lamento, dapprima soffocato e rotto come un singhiozzo di un
bimbo, e che in breve salì di tono, divenne un grido lungo, altissimo, ininterrotto,
assolutamente innaturale, disumano: un ululato, uno strido lamentoso, metà
d’orrore e metà di trionfo, quale avrebbe potuto levarsi solo dall’inferno, dalle gole
dei dannati nelle loro torture, e insieme dalle gole dei demoni che esultano nella
dannazione.
Dei miei pensieri è follia parlare. Mi sentii mancare, barcollai verso il muro opposto.
Per un istante, gli uomini sulle scale restarono immobili: attoniti, atterriti. Un
istante dopo, una dozzina di solide braccia lavoravano al muro. Cadde di schianto. Il
cadavere, già putrefatto in gran parte e imbrattato di grumi di sangue, apparve,
ritto in piedi, agli occhi degli spettatori. Sulla sua testa, la bocca rossa spalancata e
l’unico occhio di fiamma, stava appollaiata la bestia orrenda, le cui arti mi avevano
sedotto all’assassinio, e la cui voce accusatrice mi consegnava al boia. Avevo
murato il mostro dentro la tomba!
Da: Edgar Allan Poe, I racconti del terrore

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Alla bella Serafina piaceva fare l’amore sera e mattina

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Semplicemente abominevole il titolo Alla bella Serafina piaceva fare l’amore sera e mattina, affibbiato da distributori nostrani preoccupati principalmente di cavalcare la prima ondata di film erotici che stavano spopolando nei cinema.
La fiancee du pirate (La fidanzata del pirata), il titolo originale, viene quindi ripreso in maniera maldestra lasciando sottintendere chissà quali piaceri erotici da visionare; in realtà siamo di fronte ad un film che non solo non ha nulla di erotico, ma è una commedia noir che denuncia i vizi privati, la morale piccolo borghese ipocrita e farisea di un piccolo paese della Francia, Tellier, un posto che assomiglia tantissimo alla nostra provincia,che sia al nord o al sud dello stivale.
La storia racconta le vicissitudini di Marie (inspiegabilmente ribattezzata Serafina), una giovane che è arrivata nel lugubre e nebbioso paesino in compagnia della madre;le due donne hanno dovuto far subito i conti con la prepotenza e l’arroganza dei paesani, che le hanno impiegate in lavori umilissimi.Marie ha sperimentato sul suo corpo anche la lussuria dei paesani, costretta a subire avance e umiliata sia nel morale che nel fisico.

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Non sono solo i galletti del paese a insidiare Marie; c’è anche Irene, una lesbica proprietaria terriera che tenta in tutti i modi di concupire la ragazza.
Purtroppo la mamma di Marie viene investita da un trattore guidato dall’autista ubriaco di un nobile del paesino; alla ragazza non resta altro da fare che far trasportare la donna nella misera capanna in cui viveva con la defunta madre, cosa della quale si occupa il gruppetto dei borghesi del posto, fra i quali spiccano la citata Irene, un commerciante, un ragioniere , un farmacista e un bracciante.
Così Marie rimane sola,con l’unica compagnia di un caprone nero e l’amicizia di Andrè, il proiezionista cinematografico di Tellier.
Ma la ragazza cova desiderio di rivalsa e di vendetta.
Così, poco alla volta, seduce il gruppetto di “notabili”, decidendo di farsi pagare per le sue prestazioni.
Gli uomini del gruppo ben presto oltre a tentare di guadagnare i favori sessuali della giovane, prendono a raccontare particolari della loro vita coniugale e Marie diviene padrona dei loro segreti più intimi.

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Con l’aiuto del fido Andrè, Marie si procura un registratore a nastro, sul quale incide la viva voce dei paesani che raccontano le loro storie, non saltando nemmeno il parroco del paese, colui che, come avrebbe detto De Andrè, non “disprezza fra un miserere e un’estrema unzione il bene effimero della bellezza”.
Il momento della vendetta arriva puntualmente:Marie fa in modo di diffondere le registrazioni mentre i protagonisti della vicenda sono in chiesa in compagnia delle mogli.
Scoppia i putiferio, ma la rispettabilità e l’onorabilità dei paesani non può essere violata impunemente;moglie e mariti fanno fronte comune e distruggono la capanna e gli averi della ragazza.
Che però aveva già deciso di andar via; nel finale vediamo la ragazza allontanarsi su una strada solitaria, togliersi le scarpe (uno dei tanti regali ricevuti) e camminare a piedi scalzi verso un futuro difficile e imperscrutabile, ma con una dignità riscoperta.
Marie è finalmente padrona della sua vita.

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Bello, senza se e senza ma Alla bella Serafina;opera prima della regista Nelly Kaplan di origini russe ma nata in Argentina, il film è un noir ambizioso e irriverente,grottesco e cattivo al punto giusto.
La fiancee du pirate, il titolo del film, prende origine dal film che Andrè proietta nei villaggi attorno; sarà anche l’ultima immagine di tellier che Marie porterà con se, perchè troverà uno dei manifesti del film appiccicato su un albero.
E che le ricorderà anche Andrè, l’uomo del quale si è innamorata ma che non è poi così distante dagli altri abitanti di Tellier, un uomo che ha preso alcuni vizi dei paesani, come il tenere un comportamento volgare dopo pranzo o mentre guarda la tv.
Una provincia che corrompe,quindi.
Ed anche una provincia abitata da gente gretta e meschina,caricaturizzata in maniera anche eccessiva se vogliamo; sono tutti brutti, quasi deformi, le donne del paese sono prive di attrattive fisiche, con grandi fianchi e gambe da podista.Lei, Marie, è come un fiore in un letamaio.

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Perchè Tellier è quasi la raffigurazione bestiale di un luogo coacervo di tutti i difetti possibili.
Grazie ad una regia attenta e alla grande interpretazione di una magnifica Bernadette Lafont, Alla bella Serafina si trasforma in una piacevolissima sorpresa;siamo di fronte ad un film fresco e affascinante, proto femminista nelle intenzioni e nello svolgimento, fino al finale assolutamente centrato con la bella Marie che si incammina verso la libertà.
La Lafont, che aveva alle spalle oltre una trentina di film prima di interpretare la pellicola della Kaplan diverrà quasi una presenza istituzionale del cinema francese, arrivando a totalizzare, ad oggi, quasi duecento interpretazioni sia cinematografiche che in originali televisivi.
Un’attrice bella e intensa, che interpreta magnificamente il ruolo malinconico di Marie, vittima del perbenismo e della cieca ottusità di un manipolo di vigliacchi e opportunisti, ma che saprà riscattarsi e riacquistare una propria potente dimensione di donna.
Film affascinante, quindi,accolto alla sua uscita da lodi e acclamazioni, alcune delle quali le riporto di seguito.
“Questo primo film importante di Nelly Kaplan è insolente. (…) E ‘delizierà il pubblico per la sua semplicità, è un film sottile, raffinato per i suoi riferimenti e le sfide che lancia.”
“”Un film di Bunuel, ma diretto da una donna. Ciò significa che il tradizionale martello di Bunuel è sostituito dagli artigli della Kaplan. Ma c’è abbastanza crudeltà per ispirare l’altro e indignarlo. C’è soprattutto un lavoro pieno di linfa,una luce sulla produzione attuale. »
” “L’intelligenza di Nelly Kaplan è di essere riuscita a fare un film d’autore e un film per il grande pubblico, senza volgarità e dando il minimo di poesia mai banale.

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Immagino i volti di coloro che si recarono al cinema attratti dal titolo equivoco sperando di scoprire chissà quali raffinatezze erotiche e che invece si trovarono di fronte un film serio in cui l’erotismo praticamente non esiste, se non sussurrato e mostrato nei limiti rigidi di un film drammatico.
In ultimo segnalo la colonna sonora del compianto George Moustaki, Moi, je me balance cantata da Barbara.
La pellicola della Kaplan è praticamente introvabile in rete in versione italiana; esiste su You tube La fiancee du pirate, in versione originale ma non integrale.
Sono state infatti tagliate alcune sequenze con gli unici nudi della Lafont e la visone è consigliata solo a coloro che conoscono bene la lingua francese.

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Alla bella Serafina piaceva far l’amore sera e mattina
Un film di Nelly Kaplan. Con Julien Guiomar, Bernadette Lafont, Jacques Marin, Georges Géret Titolo originale La fiancée du pirate. Commedia, durata 102′ min. – Francia 1969.

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Alla bella Serafina...banner interpreti

Bernadette Lafont : Marie
Georges Géret : Gaston Duvalier
Michel Constantin : André
Julien Guiomar : Il duca
Jean Parédès : Il signor Paul
Francis Lax : Émile
Claire Maurier : Irène
Pascal Mazzotti :Il parroco Dard
Jacques Masson : Hippolyte
Henry Czarniak : Julien
Jacques Marin : Félix Lechat
Micha Bayard : Mélanie Lechat, detta « La Goulette »
Fernand Berset : Jeanjean
Renée Duncan : Delphine
Gilberte Géniat : Rose
Claire Olivier : la madre di Marie
Louis Malle : Jésus
Claude Makovski : Victor

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Regia : Nelly Kaplan
Sceneggiatura : Nelly Kaplan et Claude Makovski
Adattamento : N. Kaplan et Makovski + Jacques Serguine et Michel Fabre
Dialoghi: Nelly Kaplan et Claude Makovski
Fotografia : Jean Badal
Musiche : Georges Moustaki
Tema musicale : Moi, je m’balance, cantata da Barbara
Suono : Claude Jauvert
Produzione : Cythère Films, Claude Makovski,Moshe Mizrahi

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