Romanzo popolare

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Molta carne al fuoco, di vario taglio e natura, di quella che quando la hai cotta ottieni un risultato finale superiore alle aspettative tenendo conto che le hai mescolate pur cuocendo a tempi diversi.
Una metafora culinaria per indicare Romanzo popolare, opera di Monicelli datata 1974 che riporta il regista romano ai tempi più cari e sopratutto all’uso di quelli che erano i linguaggi in cui si esprimeva meglio, dopo le alterne fortune di film come La mortadella (1971) e Vogliamo i colonnelli (1973)
Come dicevo, i temi sono quelli preferiti da Monicelli, ovvero i racconti socio culturali che questa volta confluiscono in una storia che mescola argomenti complessi, come il divario culturale nord-sud, il rapporto tra lavoratori e fabbrica nei primi anni settanta, il primo timido femminismo “di massa” seguito alle aperture post 68, il profondo modificarsi della cultura stessa e della morale in un paese che si è evoluto industrialmente in maniera confusa e caotica e che ora deve affrontare le mille tematiche e i conflitti sociali aperti dopo l’autunno caldo del 69.

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Monicelli usa tutta la sua umanità, la sua capacità ironica, la sua profonda vena malinconica e nostalgica per raccontare una vicenda semplice solo all’apparenza, perchè in Romanzo popolare confluiscono i temi citati rendendo il film stesso uno spaccato esemplare di un paese che si è trasformato ma che si è evoluto in maniera frettolosa, quasi con troppa fretta dopo anni in cui alla ricostruzione seguita alla sciagurata seconda guerra mondiale è seguito il “rimbocchiamoci le maniche” che portò l’Italia a divenire una potenza mondiale in concomitanza con il boom economico degli anni sessanta.
Un boom a due velocità, in un paese unito geograficamente ma non di certo culturalmente, in cui persistono fortissime diseguaglianze in vari campi.
Il regista romano prende due storie esemplari di due cittadini qualsiasi, le racconta con ironia e molta commozione e alla fine serve un film esemplare, quasi perfetto che è davvero una rappresentazione ideale dei conflitti personali e di coppia con lo sfondo di un paese fortemente contraddittorio sopratutto a livello culturale.

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La storia racconta le vite di Giulio Basletti, prototipo dell’operaio lombardo che lavora in fabbrica, è un attivista di sinistra e nel tempo libero segue la sua squadra di calcio, il Milan e Vincenzina Rotunno, classica bellezza meridionale figlia di un collega di Giulio che lo stesso ha tenuto a battesimo.
Nonostante la differenza di età, Giulio chiede ed ottiene in moglie Vincenzina e dopo i canonici tempi della gravidanza i due diventano genitori di Francesco.
Casualmente, la vita dei due coniugi viene completamente stravolta da un piccolo episodio, il ferimento di Giovanni Pizzullo, un poliziotto meridionale, da parte di un amico di Giulio.
E’ proprio Giulio a difendere il poliziotto riuscendo a coinvolgere la gente del quartiere in un movimento di sdegno per il grave episodio; da quel momento lo stesso Giovanni inizierà a frequentare il gruppo degli amici di Giulio ed è in questo momento che nasceranno i guai.
Perchè dovendosi allontanare da Milano, Giulio al rientro troverà una situazione nuova, alla quale non è assolutamente preparato:tra Vincenzina e Giovanni è scoppiata irrefrenabile la passione.

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Entrato in conflitto con se stesso, con le sue idee e con la sua cultura Giulio cerca di evitare lo strappo con la giovane moglie, mostrandosi uomo di ampie vedute;ma l’arrivo di una missiva anonima lo costringe ad agire.
Così si reca a casa dei due amanti che nel frattempo hanno preso a vivere assieme;scoprirà che è stato Giovanni a scrivere la lettera anonima e nel diverbio che ne segue la giovane Vincenzina, umiliata dall’essere trattata quasi come un oggetto di proprietà da quei due uomini che ha amato in maniera differente, finirà per prendere il piccolo Francesco e piantare in asso i due uomini.
Anni dopo ritroviamo i tre personaggi alle prese con vite differenti; Vincenzina è diventata è ormai una capo reparto e sindacalista nella fabbrica nella quale lavora,Giovanni si è sposato ed ha un figlio mentre Giulio ormai in pensione si dedica al figlio…
Romanzo popolare è un film che spazia attraverso una vasta gamma di sentimenti, grazie al garbo e alla bravura di uno dei più grandi registi del cinema italiano, un Monicelli ironico e malinconico, satirico e descrittivo, spietato ma tenero.
I tre personaggi da lui descritti hanno pregi e difetti delle culture a cui appartengono;sono personaggi popolari, è vero, ma possono assurgere a campione descrittivo di un’intera società, divisa ancora culturalmente da secoli di appartenenza a storie completamente dissimili.

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Qua e la passaggi memorabili, come la splendida scena in cui Giulio e Vincenzina si recano al cinema a vedere un film vietato ai minori di anni diciotto e si vedono respingere all’ingresso da una maschera inflessibile l’indimenticato Beppe Viola) perchè la ragazza è minorenne, nonostante quest’ultima sia visibilmente incinta nonchè sposata.
Ogni tanto Monicelli stiletta, senza però affondare i colpi, restando sempre sui binari del dramma mescolato alla commedia:non è un drammone ma una storia ordinaria, in cui si scontrano culture e modi di vedere e che avranno il loro culmine nella fuga di Vincenzina, ormai cresciuta a tal punto da non accettare più un ruolo subalterno, ne al marito e nemmeno all’amante.
Una storia in cui dramma e commedia si fondono mirabilmente, creando un’alchimia che solo un grande come Monicelli poteva realizzare.
Grande aiuto al maestro romano arriva da Ugo Tognazzi, qui in uno dei ruoli meglio riusciti della sua sfolgorante carriera e da una splendida Ornella Muti, ormai lanciata nell’universo delle star del cinema.Terzo tassello il bravo Michele Placido, che rende credibilissima la maschera del celerino emigrato al nord che però ha conservato tutti i retaggi della cultura d’appartenenza.
Sulle bellissime note di Iannacci, il film si snoda intenerendo e facendo riflettere.
Un esempio di grande cinema, oggi da rimpiangere solamente con i lucciconi agli occhi.

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Romanzo popolare

Un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Michele Placido, Pippo Starnazza, Alvaro Vitali,Vincenzo Crocitti, Pietro Barreca, Franco Mazzieri, Nicolina Gapetti, Alvato De Vita, Gaetano Cuomo, Gennaro Cuomo, Lorenzo Piani, Carla Mancini Commedia, durata 102′ min. – Italia 1974.

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Ugo Tognazzi: Giulio Basletti
Ornella Muti: Vincenzina Rotunno
Michele Placido: Giovanni Pizzullo
Pippo Starnazza: Salvatore
Nicolina Papetti: moglie di Salvatore

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Regia Mario Monicelli
Soggetto Age, Scarpelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura Age, Scarpelli, Mario Monicelli
Produttore Edmondo Amati per Capitolina Produzioni
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Enzo Jannacci
Scenografia Lorenzo Baraldi

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Recensione di Il Morandini dal sito http://www.mymovies.it
Metalmeccanico dell’hinterland milanese, cinquantenne e scapolo, sposa una ragazza del Sud, ma arriva “alla canna del gas” per il dolore quando scopre che l’ha tradito con un poliziotto meridionale e la scaccia. Stanca di essere contesa dai due come una proprietà, la donna comincia, sola col figlioletto, una nuova vita indipendente. Scritta con Age & Scarpelli (con i dialoghi in dialetto rivisti da Enzo Jannacci e Beppe Viola), è una commedia ironica e malinconica che inclina verso il melodramma. I temi che tocca (emancipazione femminile; impatto tra Nord e Sud; omologazione nei comportamenti proletari) ne fanno un tipico film nazional-popolare nel senso migliore. È un eccellente U. Tognazzi, rigenerato dai film di Ferreri, che gli dà l’acqua della vita. Musiche di Enzo Jannacci e grande successo di pubblico.

Opinione di stanley kubrick dal sito http://www.filmtv.it
(…)Romanzo Popolare è uno dei migliori film di Mario Monicelli, recentemente scomparso. Il film è forse quello che parla più dell’amore tra le pellicole del grande regista italiano. Il film si pone di diritto tra il filone à la commedia drammatica degli anni 70, pur parodiando questo decennio di rivolte operaie. Il protagonista è interpretato da un Ugo Tognazzi in gran forma e da una giovanissima Ornella Muti nel suo primo ruolo “spogliato”
Giulio Blasetti è un cinquantenne che sposa una ragazza non ancora maggiorenne, già conosciuta durante il battesimo di quest’ultima. Giulio lavora in una fabbrica e, durante una rivolta, un carabiniere viene colpito da un sasso da uno degli amici di Giulio. Così il carabiniere, Giovanni interpretato da un Michele Placido in stato di grazia, piano piano comincia a inserirsi nella banda capitanata da Giulio. Dopo la morte di una prozia di Vincenzina, la ragazza che ha sposato Giulio, suo marito va ai funerali che si terranno lontano da Milano. Intanto Giovanni comincia a corteggiare Vincenzina e, al ritorno a casa di Giulio, succede il finimondo.Il film è una dichiarazione di amore verso il cinema degli anni 70 da parte del regista. Una dichiarazione forte e chiara a cominciare dalla solita frase che Giulio dice in gran parte del film
“Tanto siamo negli anni 70”
Non a caso anche il film è uscito negli anni 70 e fu uno dei maggiori successi in quella stagione. Gli anni 70 sono uno dei periodi più belli che l’Italia ha attraversato per quanto riguarda produzioni cinematografiche e questo film lo dimostra. Quel decennio è stato anche un decennio felice per la popolazione intera italiana. Oramai la guerra era finita da tempo e tutti erano contenti. Si trovava più facilmente lavoro e tutti erano contenti. Aver vissuto in quel decennio lo considero un pregio per quelli che sono nati nei primi anni 60. Al cinema si andava in tanti a vedere anche un film d’essai. Insomma è stato un bel decennio. Peccato che non ho avuto minimamente l’opportunità di viverlo. Cosa che mi sarebbe piaciuta molto.(…)

Opinione di Mulligan 71 dal sito http://www.filmtv.it
Grande commedia “popolana”, come solo Mario sapeva fare. Un Tognazzi guasconazzo ed eccellente, un’incantevole Ornella Muti, dio se era bella, e una “storiaccia” di gelosia di “ringhiera”, con una Milano che non c’è più, e un contorno di personaggi memorabili. Il grande cinema italiano, quando ancora esisteva.

L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Grandissimo film di Monicelli, al quale non riesco davvero a trovare un difetto che sia uno. Ambientazione e dialoghi sono spettacolari (praticamente ogni volta che Tognazzi apre bocca si ride), la struttura è intelligente ed originale, col protagonista che si mette letteralmente “alla moviola” per enfatizzare i momenti più importanti del racconto; ed in sottofondo una vena di sincera malinconia. Tognazzi monumentale a dir poco, ma anche la Muti (ovviamente doppiata) riesce a rendere con grazia una certa sensuale ingenuità di provincia.

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“Quando la donna vuol smammare, bisogna essere un po’ brillanti: presentarsi a centrocampo e salutare”.
Le trombate totali: “Colpo più, colpo meno, 3002”.
“Dov’è che hai imparato a sparare, nei sottomarini?”
“Segua quel tram!”.
“Io quello? Solo un volto nella folla”.

 

Paolo Barca maestro elementare praticamente nudista

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L’esistenza del giovane Paolo Barca,rampollo dell’aristocrazia lombarda è avvolta nella bambagia, vissuta all’insegna del frivolo e del superfluo.
Paolo è abituato alla massima libertà di costumi, tant’è vero che frequenta un campo nudista e ha una vita sessuale appagante.
Le cose cambiano il giorno in cui apprende di aver vinto un concorso per una cattedra di ruolo in Sicilia;il suo trasferimento a Catania provoca un autentico terremoto sia in città che nella scuola dove si trova a insegnare.
Paolo infatti ha una mentalità aperta e anticonformista, in netta opposizione sia con la cultura tipica del meridione, sia con quella ancor più retrograda del direttore didattico della scuola, Orazio.
Ben presto Paolo diventa oggetto del contendere di colleghe e di altre donne della città, mentre la sua manifesta liberalità di costumi inizia a preoccupare Orazio, che gli contesta sopratutto le lezioni di educazione sessuale che il giovane tiene ai suoi alunni.

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Nonostante questi contrasti, sempre più forti, per Paolo arriva anche un giorno importante, quello in cui allaccia una relazione sentimentale con Giulia, una sua collega.
Non è più tempo ormai di avventure di una notte…
Paolo Barca maestro elementare praticamente nudista esce nelle sale nel 1975, per la regia di Flavio Mogherini.
Siamo in un periodo di estrema liberalizzazione dei costumi in una società che sotto le spinte dei movimenti del 68 prima e di quello femminista poi, ha iniziato un cambiamento epocale anche nella trattazione di uno dei tabù più impressi nella società italiana, quello sessuale.
Il film di Mogherini si inserisce in quel gruppo di pellicole che prendono garbatamente in giro la mentalità chiusa del sud in opposizione a quella ben più aperta del nord, con le debite eccezioni delle province e dei paesi delle stesse, decisamente con morali ben più conservatrici di quelle esistenti nei grossi centri.

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Anche nel film di Mogherini non mancano gli ovvi stereotipi del siciliano oscurantista e sessualmente represso, macho ma al tempo stesso gelosissimo.
Vero è che il film di Mogherini preferisce passare con leggerezza sul tema, affidandosi all’ironia per raccontare il viaggio “alieno” di Paolo in un mondo che sembra essere ad anni luce dal nord invece che a poche centinaia di chilometri.
Se la trappola del qualunquismo è dietro l’angolo, Mogherini sfugge ai luoghi comuni usando i toni quasi della favola, con una leggerezza che fa propendere per la buona fede di un regista impegnato più a far sorridere che a frustare la mentalità misogina e retrograda del sud.
Momenti divertenti, come quelli delle lezioni tenute ai bambini sui più diversi temi della sessualità si alternano a momenti di pausa che rendono il film monotono e pesante nei momenti in cui non compare un Renato Pozzetto che in soli due anni era passato dall’esordio nel buon Per amare Ofelia diretto sempre da Mogherini) al film Due cuori, una cappella di Lucidi interpretato pressochein contemporanea con il film di Mogherini.

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Un Pozzetto meno surreale del solito, che giocherella con il suo personaggio stravagante e anticonformista presta la sua comicità e la sua simpatia ad un film innocuo che comunque si lascia vedere anche in virtù dell’ottimo cast messo su dal regista toscano.
Accanto all’attore varesino compaiono volti come quello di Paola Borboni, che interpreta la zia brontolona e un tantino bigotta,di Valeria Fabrizi (una delle tante avventure di Paolo), di Miranda Martino, di Annabella Incontrera,della splendida Janet Agren che intepreta il vero amore del maestro e di Stefano Satta Flores che si defila in un ruolo ingrato,quello del  Direttore didattico.
Un film probabilmente, nelle intenzioni di Mogherini, molto più incline al satirico di quanto poi effettivamente venuto fuori a montaggio finito, ma che ha dalla sua una discreta freschezza e leggerezza.
Un film anche poco visto sugli schermi, probabilmente a causa del linguaggio tendente in maniera preoccupante allo scurrile di Pozzetto e dei numerosi nudi presenti nel film stesso.
Difficilissima la reperibilità in rete della pellicola, ridotta ad una versione molto brutta ricavata da un passaggio televisivo, mentre non c’è ancora una versione dvd dello stesso.
Discrete le musiche di Riz Ortolani.

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Paolo Barca, maestro elementare, praticamente nudista

Un film di Flavio Mogherini. Con Janet Agren, Renato Pozzetto, Magali Noël, Miranda Martino, Paola Borboni,Liana Trouché, Valeria Fabrizi, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Pinuccio Ardia, Annabella Incontrera, Stefano Satta Flores, Margherita Sala, Nando Villella, Filippo Mattia, Silvia Azzaretto, Fabrizio Mazzotta, Daniele De Paolis Commedia, durata 110′ min. – Italia 1975.

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Renato Pozzetto:Paolo Barca
Paola Borboni:Contessa Felicita Barca nonna di Paolo
Janet Agren:Maestra Giulia Hamilton
Valeria Fabrizi:Signora Manzotti
Magalì Noel:Maestra Rosaria Cacchiò
Miranda Martino:Maestra Assunta Calabrò
Stefano Satta Flores:Direttore didattico
Giuseppe Marrocco Nudista

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Regia Flavio Mogherini
Soggetto Ugo Pirro, Francesco Massaro
Sceneggiatura Flavio Mogherini
Produttore Luigi De Laurentiis
Musiche Riz Ortolani

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L’opinione di Mark70 tratta dal sito http://www.davinotti.com
Giovane, disinibito, nudista, il giovane Paolo Barca viene trasferito da Milano in una scuola di Catania, dove si scontra con la cultura sessuofoba a bigotta del meridione. Pozzetto è bravo e molte scene sono veramente divertenti ma nel complesso la storia è un po’ esile e noiosa: Mogherini forse ambiva a fare un cinema poetico e surreale, alla Fellini (vedi tutti gli inserti onirici o il cavolo nel finale) con il risultato di appesantire inutilmente il film. Nel complesso decoroso.

L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it
Maestro non per vocazione,ma perchè è l’unico concorso in cui se l’è cavata,il brianzolo Paolo Barca viene mandato in Sicilia,e per via degli argomenti di cui parla sia in classe che fuori,e perchè si è saputo della frequentazione di spiagge per nudisti,diviene rapidamente chiacchierato,e anche desiderato dalle donne del paese:Flavio Mogherini girò questa commedia tutto sommato meno scollacciata di altre coeve,ma anche meno aperta nel messaggio di quanto prometta,con un Renato Pozzetto in piena fase rampante,contornandolo di belle donne come Magali Noel e Janet Agren. Il successo arriso al film,tra i primi dieci incassi del 74/75 ,fu spropositato,e quello che conferma tale constatazione è che questa pellicola si sia praticamente dissolta nel dimenticatoio,e forse è una delle commedie con Pozzetto meno programmate in generale dalla televisione.Il comico,ancora solo grassoccio e non “oversize” come solo qualche anno dopo diverrà,si parla un pò troppo addosso per divertire il pubblico,Magali Noel è sprecata,Janet Agren,pur molto bella,ha un ruolo di cartapesta,e dispiace che un attore valido quale Stefano Satta Flores sia utilizzato in una parte senza spessore:all’epoca Mogherini passava per un regista brillante capace anche di finezze,ma i suoi lavori sono in larga parte dimenticabili,come questo.

L’opinione del Morandini
Milanese frivolo, anticonformista e nudista, va a fare il maestro a Catania e riesce a cambiare qualcosa nella scuola e anche in sé stesso. Se davvero F. Mogherini, aiutato da Ugo Pirro nella sceneggiatura, voleva fare una commedia di costume sull’arretratezza della nostra educazione sessuale, il film ne fa polpette: è una barzelletta da caserma raccontata da un esteta.

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Perché il dio fenicio continua a uccidere?

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Su una piccola isola al largo delle coste britanniche sorge il faro di Snape; qui trovano rifugio due coppiette in cerca di intimità.
Pessima idea, perchè una mano misteriosa uccide tre dei quattro amici.
Tempo dopo una spedizione composta da cinque uomini e due donne si reca sull’isolotto: le motivazioni (non molto nascoste) riguardano le ricerche di un tempio dedicato al dio fenicio Baal, che però si mormora sia custode di un favoloso tesoro.
Il gruppo scopre però l’esistenza dei corpi esanimi delle coppiette, al quale si è aggiunto il corpo della moglie del guardiano del faro,Evan (o Saul?).
La tragica storia è rievocata dal fratello mezzo demente di Evan, che nell’occasione funge da guida per il gruppo.
Di Evan nessuna traccia, ma ecco il colpo di scena.

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Una delle ragazze è assalita da Evan, ormai divenuto completamente pazzo dopo la morte della moglie e per sfuggire all’uomo si sfracella dall’alto del faro.
Uno dei componenti del gruppo scopre l’ingresso alla caverna dove il dio Baal custodisce il suo tesoro, ma contemporaneamente il gruppo dovrà fare i conti con un’altra misteriosa presenza, prima dell’apocalisse finale.
Sulla scia dei film della Hammer production, ormai in fase calante, il regista inglese Jim O’Connolly, con qualche fama da noi per aver diretto alcuni episodi della serie tv Simon Templar, allestisce un filmetto a bassissimo costo che si regge su una sceneggiatura barcollante, a tratti rasentante il delirio e a tratti mortalmente soporifera.
Thriller o horror che sia, Perchè il dio fenicio continua ad uccidere? (in origine Tower of evil) vuol essere un film da incubi e viceversa finisce per annoiare mortalmente lo spettatore, visto che di azione se ne incontra poca per almeno metà film e quando finalmente le cose si muovono ci si rende conto che era meglio che il film fosse rimasto nel limbo delle cose incompiute.

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A parte la povertà dei mezzi a disposizione, O’Connelly non riesce a cavare un ragno dal buco per la necessità di dover basare il film sui colpi di scena.
Che in effetti ci sono ma sono anche banali se non comici.
Non voglio rovinare la visione allo spettatore (incauto), visto che almeno il finale ha qualche colpo di scena, ma va detto che siamo di fronte ad un prodotto molto scadente sotto tutti i punti di vista.
A parte la location, chiaramente ricostruita, e male, negli studios, nuoce al film l’aria di essere un prodotto low cost, con tutte le conseguenze del caso.
Disperatamente O’Connelly la getta sull’erotico, mostrando quanta più epidermide femminile sia possibile, ma l’improbabilità della trama genera più confusione e risa di scherno che apprezzamenti.

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Curiosamente il film ricevette all’epoca delle recensioni tutto sommato non negative, principalmente però nel suo paese.
In Italia eravamo ben abituati, con prodotti sicuramente di qualità superiore, anche se non mancano purtroppo esempi di cinema di genere horror inguardabili o quasi come Perchè il dio fenicio continua ad uccidere?
Per dare un’idea dell’approssimazione della trama, riporto un frammento dell’intervista dell’attrice Jill Haworth, scomparsa nel 2011 che dichiarò:
“Mi ricordo con orrore di Tower of Evil, il mio personaggio si imbatteva in cinque cadaveri e dovevo dire con la faccia seria, ‘Oh, la polizia non sta ancora arrivando”mentre l’equipaggio continuava a ridere ogni volta che lo dicevo “.
Film da restituzione del biglietto, quindi che però,inspiegabilmente, è divenuto negli ultimi anni quasi un fenomeno cult.
Tra l’altro è impossibile trovarlo in rete, ammesso che la cosa valga la pena.
Per chi ama i film in lingua originale è comunque disponibile la versione in inglese, mentre ignoro completamente se sia passato recentemente in tv.

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Perché il dio fenicio continua a uccidere?
Un film di James O”Connolly. Con George Coulouris, Jack Watson, Bryant Holiday, Jill Haworth Titolo originaleTower of evil, distribuito anche come Horror on Snape Island. Horror, durata 85′ min. – Gran Bretagna 1972.

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Gary Hamilton: Brom
Bryant Halyday: Brent, l’investigatore
Jill Haworth: Rose Mason
Mark Edwards: Adam
Jack Watson: Hamp
Anna Palk: Nora Winthrop
Derek Fowlds: Dan
Dennis Price: Bakewell
Anthony Valentine: Dr. Simpson

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Regia Jim O’Connolly
Soggetto George Baxt, Jim O’Connolly
Sceneggiatura George Baxt, Jim O’Connolly
Produttore Richard Gordon
Fotografia Desmond Dickinson
Montaggio Jim O’Connolly
Musiche Kenneth V. Jones
Scenografia Jimmy Evans

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Recensione del sito http://www.filmbrutti.com
“Perchè il dio fenicio continua ad uccidere?”
L’attesa della risposta alla domanda posta nella locandina è lunga e pesante, molto pesante. Ed ovviamente non c’è nessun dio fenicio, per non parlare di una setta, che miete vittime, così come non c’è nessuna torre nel film, ma un faro su un’isoletta al largo delle coste britanniche.
Su tale isola si recano alcuni archeologi ed un investigatore in seguito al ritrovamento dei cadaveri di due coppiette che si erano appartate per fare sesso prematrimoniale: visto che l’arma del delitto è un antico pugnale fenicio, più che l’accertamento della dinamica dei fatti interessa il ritrovamento di un eventuale tesoro. Ma il gruppo, distratto da gelosie sentimentali stile Beautiful, sull’isola trova una brutta sorpresa: il faro contiene un altro cadavere, quello in avanzatissimo stato di decomposizione della moglie del guardiano …(il seguito sul sito)
…Dunque alla fine la nostra curiosità sugli omicidi del dio fenicio è stata più o meno soddisfatta, non si capisce però perchè sia stato necessario sopportare tutto il tedio precedente prima di giungere al dunque: se si voleva mettere in scena il mostro con la testa di cartapesta, lo si poteva far entrare in azione ben prima e con risultati ben più esilaranti!
Recensione del sito http://www.horrormovie.it
Quattro giovani, due ragazze e due ragazzi, si recano sull’isoletta disabitata di Snape per passare una nottata in tutta tranquillità; vengono ritrovati alcuni giorni dopo massacrati, l’unica superstite è in un tale stato di shock che non riesce neppure più a parlare. Nel frattempo sul posto vengono ritrovati alcuni resti di un’antica civiltà fenicia così un gruppo di ricercatori ed archeologi decide di fermarsi sull’isola per analizzare i ritrovamenti. Uno ad uno cominciano a morire, pare che le morti siano legate ad un’antica maledizione di una Divinità Fenicia ma la verità è un’altra… Il perché la distribuzione italiana abbia deciso di cambiare il titolo del film da “Tower of Evil” (La Torre del Diavolo) all’assurdo “Perché il Dio Fenicio continua a uccidere?” rimarrà un mistero; fatto stà che si è di fronte all’ennesimo horror senza infamia né lode. Diverse scene gore, parecchie nudità femminili più o meno svelate (tanto per attirare un po’ di pubblico maschile…), il solito intreccio che passa dal “soprannaturale” per poi svelare una realtà e una verità assolutamente “terrena”; insomma nulla di nuovo e pertanto assolutamente trascurabile.
Recensione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Fondamento vorrebbe essere il fascino oscuro e misterioso da sempre evocato dalla civiltà dei Fenici e dal loro dio Baal, ma questa pellicola inglese, al di là della fotografia ricercata e brumosa e dell’ incastro dei piani temporali, barcolla lungo uno script sfilacciato e strillante che alla ripetitività delle situazioni tenta di ovviare con la violenza e un elevato tasso di nudità e sesso: le penetrazioni durante un coito sono riprese alla stregua di pugnalate, in una rovente morsa tra Eros e Thanatos. Un film povero, cui tuttavia si riconosce un certo intuito e un’indubbia carica outré.

Recensione di Corinne dal sito http://www.davinotti.com
Tra i discreti incipit e finale, la noia regna sovrana per buona parte del tempo e come in uno slasher, di cui in qualche modo questo film è precursore, ci si chiede chi e come morirà, più che per mano di chi. L’aggancio al dio fenicio è confuso e inutile e la storia avrebbe funzionato anche senza. A metà tra slasher e horror classico, a tratti suggestivo e con livelli di sangue e sesso al di sopra della media del tempo, si perde nella mancanza di tensione e non convince del tutto.

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L’occhio del ragno

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Paul Valery è un rapinatore di banche, che durante un colpo viene lasciato sul posto dai complici e di conseguenza arrestato.
Grazie all’aiuto del Professor Orson Krüger, che è l’occulto finanziatore della rapina e che a sua volta è stato truffato dai complici che hanno abbandonato Valery, lo stesso Valery evade e decide di dare la caccia ai due complici traditori, i fratelli Hans e Mark Fischer, non prima di essersi sottoposto ad una provvidenziale plastica facciale.
Kruger e Valery hanno come obiettivo la cattura dei due uomini, ma agiscono per logiche e motivazioni differenti; se a Kruger interessa principalmente recuperare il bottino che i Fischer hanno sottratto alla divisione, a Valery ormai interessa solo la vendetta.
Inizia così la caccia, che finirà…

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Una trama lineare e semplicissima caratterizza L’occhio del ragno, lavoro del 1971 diretto dal prolifico Roberto Bianchi Montero (padre del regista Mario Bianchi), qui alla direzione di un film che è molto più un poliziesco che un thriller, come il titolo argentiano lascerebbe supporre.
Un film non malvagio arrivato nel periodo migliore di un regista che nel corso della sua carriera ha diretto oltre 60 film,quasi tutti non memorabile ma confezionati artigianalmente, con una certa qualità ed accuratezza pur rientrando nella categoria dei b movie.
Nel caso di L’occhio del ragno Bianchi Montero usa la classica miscela che diverrà uno standard negli anni settanta, ovvero un pizzico d’azione, una trama elastica il tutto condito da qualche scena erotica.
Purtroppo per lui, il regista romano incappa in una censura intransigente che sforbicia quasi completamente le parti sexy del film; il che avviene senza molta logica, perchè come vedrete dalle sequenze incriminate, si trattava di semplici nudi integrali e di castissime scene d’amore.

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Avendo visto la versione epurata,posso garantire che le scene tagliate non influiscono in alcun modo all’economia del film, che resta abbastanza fluido anche perchè retto da una sceneggiatura facilmente comprensibile.
Nel cast troviamo un trio attoriale molto eterogeneo, che vede Antonio Sabato interpretare Paul Valery, il rapinatore beffato dai suoi complici, Klaus Kinski in versione fredda, con movimenti quasi d’automa nei panni del rapinatore Hans e infine l’attore hollywoodiano Van Johnson nei panni del professor Krueger.
Presenza femminile di corredo ( e anche di sostanza) per la splendida Lucretia Love, che riveste i panni dell’aiutante di Kruger, Gloria, che finirà per diventare l’amante di Paul.

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Letteralmente stroncato da critica e da buona parte del pubblico, il film venne rimesso in circolazione qualche anno più tardi con un nuovo titolo,Caso Scorpio: sterminate quelli della calibro 38, assolutamente fuorviante e messo li per rastrellare qualche altra lira in più.
Bianchi Montero non è una gran regista e su questo non ci piove; ma questo film può essere visto senza timore di addormentarsi sulla poltrona.
Il problema è che non è affatto di facile reperibilità; su Youtube è presente la versione tedesca del film ovviamente censurata.
L’indirizzo è: http://www.youtube.com/watch?v=zrYVqa9asRM

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L’occhio del ragno
Un film di Roberto Bianchi Montero. Con Klaus Kinski, Antonio Sabato, Van Johnson, Lucretia Love, Claudio Biava Thriller/Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1971.

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Klaus Kinski … Hans Fischer
Antonio Sabato … Paul Valéry / Frank Vogel
Van Johnson … Prof. Orson Krüger
Lucretia Love … Gloria

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Regia: Roberto Bianchi Montero
Sceneggiatura:Luigi Angelo,Aldo Crudo,Fabio De Agostini
Produzione: Luigi Mondello
Musiche:Carlo Savina
Fotografia:Fausto Rossi
Montaggio:Rolando Salvatori

Uscito in Italia nel novembre del 1971, conosciuto anche con i titoli Das Auge der Spinne,Eye of the Spider,El ojo de la araña,L’oeil de l’araignée
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Pur essendo una delle produzioni di più ampio respiro – a livello di budget – dell’intera carriera di Roberto Bianchi Montero, questo L’occhio del ragno è in realtà ben poca roba: una storia decisamente poco originale, un impianto di violenza e tensione molto stereotipato, un gangster/thriller di scarso impatto con un tris di nomi di richiamo. Ovverosia: Klaus Kinski, che però entra in scena a pellicola inoltrata; Van Johnson, anch’egli impegnato in un ruolo secondario e infine il protagonista Antonio Sabato, che di fronte ai due appena citati appare notevolmente limitato. La dozzinalità che muove il mestiere di Montero è sottolineata inoltre dal fatto che in quello stesso anno il regista licenziò anche lo spaghetti western Arriva Durango, paga o muori – mentre l’anno successivo riuscirà a girare ben tre titoli. Le musiche di Carlo Savina sono qui l’elemento forse meno peggiore di tutto il complesso; la sceneggiatura firmata da Fabio De Agostini, Aldo Crudo e Luigi Angelo non lascia segno ed è presumibilmento un parto alimentare, uno fra i tanti generati a catena in quegli anni di grande attività per il nostro cinema, specie sul versante del ‘genere’.

L’opinione di Bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Probabilmente in tempi di rivalutazioni acritiche un titolo come questo sara’anche rivalutato ma secondo il mio modestissimo parere non è proprio il caso.E’una storia di vendetta con un protagonista abbastanza mediocre,un paio di divi(uno del passato,Johnson,l’altro non ancora assurto a tale onore,Kinski)in vacanza pagata,alcune sequenze scollacciate giusto per esacerbare certi pruriti e sequenze d’azione girate cosi’ cosi’.L’unica cosa che si salva,secondo me è il finale assolutamente negativo per tutti………

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Da rivalutare (per quanto come impostazione abbia una vagonata di precedenti), visto che sembra quasi un western ambientato ai giorni nostri. Le eliminazioni dei traditori sono tanto rocambolesche quanto originali, la tensione di fondo non cala mai e pure i cambi di ambientazione, da Vienna a Marsiglia per finire ad Algeri, si fanno rispettare. Sabàto è il classico attore anarchico, la Love fa la sua parte in maniera disinvolta.

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Vienna: durante una rapina Paul (Antonio Sabato) viene tradito dal gruppo di malfattori e lasciato tra le mani della polizia. Evade, si sottopone a un intervento di chirurgia per cambiare connotati e diventa Frank. Poi si reca in Francia in cerca dei traditori. Inguardabile e tedioso noir confezionato con locandina e (successivo) titolo da giallo, per sfruttare il filone all’epoca in voga e generato dalla triade di prodotti diretti da Argento. Già dall’inizio, con un Sabato biondo, parrucchino e sopracciglia fittizie -che nascondono un naso posticcio- ci si rende conto della qualità. Tremendo.

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Le immagini che compaiono sono tratte da un cineromanzo d’epoca, pubblicato dal sito http://www.dbcult.com

Si tratta di immagini non presenti nel film, presumibilmente tagliate dalla commissione censura.

 

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La gatta in calore

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L’ingegner Antonio è sposato con la bellissima Anna; è un uomo d’affari molto impegnato, ragion per la quale è spesso assente da casa.
Un giorno, di rientro da uno dei suoi numerosi viaggi, rinviene nel giardino della villa in cui abita con Anna il corpo esanime di Massimo, un giovane pittore che abita in una casa adiacente.
Antonio trascina il corpo in una zona meno esposta e si reca da sua moglie, chiedendo spiegazioni sull’accaduto.
Anna, che aveva una relazione con il pittore, stanca di dover serbare il silenzio sulla relazione con Massimo, racconta una storia triste e drammatica a suo marito.
Da tempo aveva intrapreso una relazione con il pittore, per rompere principalmente la monotonia e la solitudine in cui il marito l’aveva precipitata con i suoi frequenti allontanamenti.
Dapprima Anna si era limitata a spiare Massimo, poi, fatalmente attratta dalla sua bellezza e dalla sua vitalità ne era diventata l’amante.

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Ma l’uomo, dissoluto e vizioso, dedito anche alle droghe, ben presto si era stancato della donna; Anna racconta che Massimo aveva preso a tradirla a tutto spiano e che in seguito l’aveva concessa ai suoi amici e in ultimo l’aveva in qualche modo costretta a usare droghe.
Anna aveva accettato umiliazioni di ogni genere fino alla sera prima, quando, stanca dei continui maltrattamenti in seguito ad un’ultima umiliazione aveva sparato a Massimo, colpendolo alla testa.
Con grande sorpresa della donna, Antonio confessa di esser stato sempre al corrente della tresca esistente tra i due.
Non essendo più in grado di dare alla donna, più giovane di lui, affetto e soddisfazione coniugale nel talamo, aveva accettato in silenzio la relazione dei due, quasi Massimo fosse un sostituto personale nei doveri coniugali.
Dopo le confessioni reciproche tra i coniugi, Antonio decide di seppellire il corpo di Massimo, ma uscito dalla villa e recatosi in giardino scopre che il corpo del dissoluto pittore è scomparso…

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Caratterizzato da un orrendo titolo che evoca inesistenti atmosfere erotiche al calor bianco, La gatta in calore è in realtà un dramma familiare a tinte fosche con eros di facciata, utilizzato dal regista con parsimonia, senza particolari indugi allo scabroso o all’esposizione prolungata del corpo della statuaria Eva Czemerys.
Nello Rossati, il regista veneto autore della regia, torna a dirigere la Czemerys nel 1972, dopo l’esordio alla regia avvenuto l’anno prima con Bella di giorno moglie di notte, un altro dramma sconfinante nel noir.
Questa volta si basa su una sceneggiatura stesa personalmente, che però se ha un certo interesse nel suo svolgimento mostra una pecca molto grossa in un finale francamente deludente, che in qualche modo abbassa il giudizio finale sul film.
Che resta però opera dignitosa nel suo assieme, vista l’indubbia abilità del regista nel creare l’atmosfera malsana che si respira sopratutto nella parte in cui la protagonista Anna racconta la sua personale odissea al marito.
L’andamento del film è eccessivamente lento, ma è anche una caratteristica dei film psicologici che tanto andavano di moda nei primi anni settanta, quando c’era una tendenza precisa a dare alle pellicole una patina di interesse socio-culturale, spesso con esiti incerti come nel caso di questo film.

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Che viaggia in maniera forse monotona per quasi tutta la totalità del tempo, salvo tentare un improbabile colpo di scena finale, che in qualche modo finisce però per penalizzare il risultato finale.
Rossati si avvale di due attori molto bravi nel caratterizzare i caratteri dei protagonisti del dramma, Silvano Tanquilli e Eva Czemerys.
L’attore romano, scomparso nel 1997 dopo una lunga e onorata carriera con all’attivo circa una novantina di film è una delle presenze costanti dei film a cavallo tra il 1969 e il 1977, periodo nel quale interpreta la metà dei suoi lavori, dividendosi tra i set cinematografici e quelli delle serie tv di allora che non avevano ancora la definizione di fiction.
Volto severo, presenza scenica accentuata, Tranquilli era una maschera adattissima ai drammi e in La gatta in calore da spessore e originalità al personaggio del marito che accetta supinamente ma anche con consapevolezza il ruolo del coniuge tradito, un po per vigliaccheria un po per quieto vivere.

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La Czemerys invece è agli inizi della sua carriera, partita con il botto visto il ruolo di protagonista assoluta dei primi due film di Rossati interpretati; la carriera della stessa proseguirà con alti e bassi e senza grossi ruoli, cosa inspiegabile viste le ottime doti che l’attrice di Monaco possedeva.
Da segnalare la presenza di Massaccesi alla fotografia e le belle e calzanti musiche di Plenizio.
Film che è passato qualche volta, in notturna,su reti private locali mentre è di difficilissima reperibilità in rete.

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La gatta in calore
Un film di Nello Rossati. Con Silvano Tranquilli, Eva Czemerys, Anthony Fontane, Renato Pinciroli, Sergio Serafini Drammatico, durata 92 min. – Italia 1972.

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Eva Czemerys: Anna
Silvano Tranquilli:Ingegner Antonio
Anthony Fontane:Massimo

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Regia:Nello Rossati
Soggetto:Nello Rossati
Sceneggiatura:Nello Rossati
Montaggio:Mauro Bonanni
Fotografia:Aristide Massaccesi
Musiche:Gianfranco Plenizio

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La recensione del sito http://www.ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com
A dispetto del titolo fuorviante che potrebbe far pensare ad un banale filmetto sexy o porno-soft, questo film di Nello Rossati è invece un buon thriller erotico a tinte morbose molto ben interpretato da una Eva Czemerys in ottima forma che dà vita ad un interessante ed inquieto personaggio combattuto tra la noia del rapporto coniugale e l’attrazione per un giovane e attraente vicino di casa che andrà a sfociare in un rapporto ricco di colpi di scena. La sceneggiatura si dipana a colpi di flashback sin dalle prime battute in un continuo rincorrersi di incastri temporali ed è una scelta felice perchè l’attenzione dello spettatore è sempre desta, anche se il ritmo è un po’ cadenzato in diversi passaggi. Rossati dimostra di saperci fare sia come sceneggiatore sia come regista imbastendo una storia piuttosto semplice ma efficace realizzata ottimamente grazie ad una sicura padronanza del mezzo cinematografico e alla buonissima interpretazione soprattutto della Czemerys (ma anche di Silvano Tranquilli), senza dimenticare la perfetta fotografia di Aristide Massaccesi/Joe D’Amato. Co-protagonista è il fratello del regista, Tony Rossati, che per l’occasione sfoggia lo pseudonimo di Anthony Fontane. All’epoca fu vietato ai minori di 18 anni (che esagerazione!) e fu sponsorizzato da uno dei flani più belli e accattivanti che io ricordi: “Vive per amare alla ricerca continua di qualcosa di ‘nuovo’ per la soddisfazione dei sensi, nel film più stimolante, più piccante, più spregiudicato dell’anno.”

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Il commento di Undijng dal sito http://www.davinotti.com
La bella Eva Czemerys, nata a Monaco ma di adozione italiana (sin dall’età di 1 anno) e purtroppo spentasi nel 1996, è passata sugli schermi cinematografici in una serie di film altamente suggestivi. Qua è diretta da Nello Rossati (Io zombo, tu zombi, lei zomba), regista meritevole d’esser riscoperto per lo strano connubio di “temi”, conviventi – spesso in puro contrasto – all’interno dei film; in questo caso, invece, l’erotismo e thriller “coagulano” per dare corso ad uno strano (ma efficace) mix di generi. Il risultato finale è accattivante.

Il commento di Ildandy dal sito http://www.davinotti.com
Lui torna dal lavoro e trova la moglie che ha appena ucciso il giovane vicino di casa. Il resto del film ci svela i retroscena (già ovvi) che hanno portato a tale gesto, con ritmo non sempre funzionale. Nell’ultima parte però si riscatta, con un paio di scene di tensione ben costruite (l’intrusione del cane ridesta l’attenzione). Buone musiche, professionalità ma anche un po’ di noia.

Il solito ringraziamento al sito http://www.dbcult.com per l’immensa quantità di immagini rare disponibili!

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La volpe dalla coda di velluto

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Ruth è una bella e ricchissima ereditiera sposata con Michael; la donna non è felice e per questo ha allacciato una relazione con il bel tenebroso Paul.
Decisa a divorziare dal marito, Ruth lo affronta e ottiene il suo si.
Così Ruth è finalmente libera di vivere la sua nuova storia d’amore con Paul e per rinsaldare l’unione lo invita nella sua splendida villa che possiede in Costa Azzurra;ma all’iniziale idilliaca atmosfera in Ruth subentra la paura, quando le capitano due strani e inspiegabili incidenti.
Una sera nella villa arriva l’ormai ex marito Michael e Ruth scopre con sgomento che lui e Paul in realtà si conoscono ma non solo:i due sono in combutta con una donna,Danielle, per ucciderla e dividersi le sue ricchezze.
A ferire maggiormente Ruth è anche la scoperta che Paul non la ama e che è l’amante della bella Danielle;la prima reazione della donna è di sconforto, tanto che sembra accarezzare l’idea di lasciar portare a termine il complotto tra i due.

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Poi decide di reagire e sabota l’auto di Michael, che muore in un incidente stradale.
Da questo momento per Ruth inizia un incubo senza fine, con Paul che si installa con Danielle in casa di quella che è ormai la sua ex amante.
Danielle, con il tacito assenso di Paul, tenta anche un’improbabile opera di seduzione nei confronti di Ruth, che però medita un piano diabolico per liberarsi dei due scomodi ospiti…
Titolo argentiano, due attrici protagoniste di origini argentine (la Yanni figlia di due italiani emigrati),l’attore protagonista di origine francese, un regista spagnolo:questo il cast cosmopolita di La volpe dalla coda di velluto, bizzarro titolo che strizza l’occhio al fenomeno thriller dell’anno precedente L’uccello dalle piume di cristallo.
In origine il film, di produzione spagnola, si intitolava El ojo del huracan, ovvero l’occhio dell’uragano, ma i distributori italiani, memori del buon successo di pellicole thriller riecheggianti l’ormai celebre film di Argento decisero di proporlo con il titolo che abbiamo imparato a conoscere.

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Così assieme a L’iguana dalla lingua di fuoco, Il sorriso della iena, La farfalla dalle ali insanguinate,Il gatto a nove code e altri eccoci di fronte a un thriller abbastanza canonico, senza grossi elementi di novità eppure di buon livello e gradevole.
Grazie ad una sceneggiatura robusta e senza sbavature, José María Forqué crea un film d’atmosfera in cui non c’è sangue ma una tensione latente che si mescola ottimamente con una trama che riserverà nel finale il più classico dei colpi di scena.

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Retto da una bellissima colonna sonora di Piero Piccioni, che pervade delicatamente il film senza essere ossessiva, La volpe dalla coda di velluto pur con la presenza di pochissimi attori riesce nell’impresa di non annoiare, grazie anche a due elementi fondamentali, ovvero la buona mano del regista e un tocco leggerissimo di innocuo erotismo che esalta una trama morbosa ma mai esplicita, con scene di sesso ridotte al minimo sindacale e nudi molto sotto la norma per questo genere di prodotti.
Davvero bravi gli attori, ovvero l’onnipresente Jean Sorel, vero protagonista di tanti gialli e thriller degli anni sessanta e settanta, di Analia Gadè, affascinante e dall’aria ingenua sufficientemente riportata nel non facile personaggio di Ruth e infine la statuaria e leggermente androgina Rosanna Yanni, la diabolica amante del bel Paul.

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I tre attori reggono molto bene la scena, integrati dalla presenza di Tony Kendall che interpreta l’ormai ex marito di Ruth, vera mente del piano che fallirà miseramente quando la stessa Ruth deciderà di riprendere in pugno le redini della sua vita.
Un film senza grosse pecche, lento senza essere noioso e molto descrittivo ma mai oltre il necessario.
Un’autentica sorpresa, che fa di La volpe dalla coda di velluto uno dei prodotti migliori nel genere giallo/thriller.
Purtroppo la pellicola di José María Forqué non è certo di facile reperibilità e risulta in rete praticamente introvabile almeno in una versione che non sia quella classica, rovinatissima ricavata da una VHS che circola su Internet.

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La volpe dalla coda di velluto
Un film di José María Forqué. Con Amalia Gadé, Tony Kendall, Jean Sorel, Maurizio Bonuglia, Rosanna Yanni, Luis Peña,Rossana Yanni Giallo, durata 90 min. – Italia 1971.

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Tony Kendall: Michael Dustin
Analia Gadè: Ruth Dustin
Rossana Yanni: Danielle
Jean Sorel: Paul
Maurizio Bonuglia: Roland
Luis Peña: ispettore

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Regia Josè Maria Forquè
Soggetto Rafael Azcona, Francesco Capitelli, Mario Di Nardo, Josè Maria Forquè
Sceneggiatura Rafael Azcona, Francesco Capitelli, Mario Di Nardo, Josè Maria Forquè
Casa di produzione Orfeo Producciones
Distribuzione (Italia) Arvo film (Roma)
Fotografia Giovanni Bergamini
Montaggio Antonio Ramirez
Musiche Piero Piccioni
Tema musicale Once and again performed by Shawn Robinson
Scenografia Giorgio Marzelli
Costumi Anna Maria Albertelli
Trucco Manuel Martin

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Recensione dal sito http://www.exxagon.it
Trillerone di modello lenziano che gioca con un titolo che farebbe pensare ad un post-argentiano, scritto a otto mani da un team italo spagnolo nel quale si nasconde Mario di Nardo che dalla sua scrittura di 5 bambole per la luna d’agosto (1970) ha appreso qualcosa delle dinamiche del genere. Però qui non c’è Bava ma Forqué, e per quanto il regista spagnolo sappia maneggiare la materia, lo stile non è il medesimo. Gli ingredienti della storia sono quelli noti: gente ricca ed annoiata la cui vita si divide fra gite in barca, cocktails e sesso da una parte e soldi, tanti soldi in ballo dall’altra; il tutto nella cornice di un’affascinante località di mare. La beffata di turno è la bella, benché un po’ sfiorita, Analia Gadé che si gode il ganzo Jean Sorel, attore che pare essere nato proprio per interpretare questo genere di film. Dopo gli affascinantissimi titoli di testa che incarnano alla perfezione lo stile anni ’70, il film progredisce in maniera terribilmente noiosa per la prima mezz’oretta per poi iniziare ad immettersi nei binari del thriller con una macchina ai quali sono stati manomessi i freni; la protagonista inizia a sospettare che l’amato sia in verità uno spietato balordo e le dinamiche si fanno più tese. Il culmine, verso la fine, vedrà Sorel, la Gadé e la Yanni, perfida rossa, a letto insieme a tentare un triangolo sessuale che la Gadé non gradisce affatto; la Yanni che lecca il piede della Gadé è un tocco fetish-lesbo che non capita di vedere spesso anche nel thriller di genere che di combinazioni sessuali ne ha tentate tante. Il finale a sorpresa non è così sorprendente, soprattutto per quelli che conoscono la materia, ma il procedimento per cui il film approda a tale soluzione è ben spiegato e chiaro, né troppo inverosimile. Canonico nel suo divenire, La Volpe dalla Coda di Velluto è né più né meno il solito eros-thriller anni ’60-’70, realizzato senza particolare originalità ma comunque con discreta cura; piacerà solo agli appassionati del genere.

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L’opinione di Eleonora 15 dal sito http://www.filmtv.it
Veramente bello e ben fatto, originalissimo, di estrema atmosfera! belle ambientazioni; ambienti di classe e ottima fotografia. Vorrei solo sapere perchè film del genere li fanno solo sulle reti private a tarda notte, e soprattutto perchè sono introvabili in DVD!

L’opinione de Ilgobbo, dal sito http://www.davinotti.com
Elegante, un po’ troppo felpato (vellutato?) cimento del vecchio Forque sul collaudatissimo schema dei gialli lenziani. L’averne visti diversi nuoce al godimento perchè Sorel al mero apparire sullo schermo evoca nequizie, per cui si passa il tempo a pensare a quale delle combinazioni possibili sia stata scelta dagli sceneggiatori (fra i quali Azcona!). Però guardabilissimo.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Altro tentativo di bissare il successo e la formula della trilogia di Argento; questa volta il risultato è una pellicola avvincente con poche carenze di sceneggiatura. Un film elegantemente dignitoso che può contare su un ottimo cast su cui primeggia la splendida e brava protagonista e un Jean Sorel ispirato. Location e interni da sogno ed una colonna sonora particolarmente bella.

L’opinione di Saitgifts dal sito http://www.davinotti.com
All’inizio non sembra promettere molto, le smancerie tra Paul e Ruth sono piuttosto noiose e nemmeno ravvivate da scene di sesso troppo castigate, forse anche per l’epoca. Poi la trama prende consistenza e ci sono momenti intriganti, anche ben girati e soluzioni non troppo scontate. I personaggi si distinguono per la loro ambiguità e tutto il succo del film sta proprio qui. Ci si barcamena tra complotti e abbozzi di sesso anche “avanzato”. Quello che non si capisce è il titolo, forse per quella volpe… era più adatta la coda di uno scorpione.

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Grazie signore P.

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Nella magnifica isola di Pantelleria arrivano, per trascorrere un breve periodo di vacanza, due donne affascinanti; Anna ed Eva sono nell’isola motivo di turbamento per il giovane Marco, che vive con sua madre dopo essere rimasto orfano del padre morto qualche giorno dopo le nozze.
Le due donne, disinibite e cacciatrici, decidono di sedurre il ragazzo che però misteriosamente sfugge alle loro attenzioni.
Marco sembra addirittura infastidito dalla loro intraprendenza e così Anna ed Eva decidono di scoprire il motivo di tanta misoginia.
Ben presto appurano che Marco è traumatizzato dal comportamento libertino della madre che, subito dopo l’inattesa morte del marito e dopo la nascita del figlio si è trasformata in una specie di ninfomane insaziabile pronta a concedersi a qualsiasi maschio dell’isola.

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Antonia Santilli

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Evelyn Stewart

Sarà un rito pagano, consumato da Anna ed Eva in una grotta dell’isola a sbloccare Marco, che, dopo l’ingestione di un potente afrodisiaco, nello sfuggire per gioco alle due donne finisce per imbattersi nella madre; il giovane per la sorpresa cade e batte la testa restando esanime.
Lo choc subito nel vedere il figlio sanguinante crea nella madre di Marco un insopprimibile desiderio di cambiare vita.
Da quel momento in poi la donna abbandonerà gli atteggiamenti tenuti sino a quel momento e quando arriverà il giorno della partenza di Anna ed Eva a Marco non resterà altro da fare che ringraziare le due donne per averlo iniziato all’amore fisico, per aver contribuito involontariamente alla conversione della madre e in fondo ad averlo liberato dal suo complesso…

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Grazie signore P. è un film diretto nel 1972 dal regista di origini turche Renato Savino, qui alla sua prima opera dietro la macchina da presa; Savino, nel corso della sua breve carriera da regista dirigerà solo 4 film, nessuno dei quali memorabile ma accomunati da una certa abilità registica e da una buona capacità di assemblare storie non prive di interesse.
Decameron ‘300,Mamma… li turchi! e I ragazzi della Roma violenta sono film diretti con mano agile e il regista inspiegabilmente, nel 1976 abbandona la macchina da presa in concomitanza con l’uscita di I ragazzi della Roma violenta, che è anche l’ultimo film che sceneggerà.
Una prova di buon livello, questa offerta con Grazie signore P.
Il tema a sfumatura edipica, la relazione tra il giovane Marco e le due disinibite amiche lombarde, il trauma subito dalla madre del protagonista non sono certo novità, ma Savino sfugge dalla palude dell’ovvio e del risaputo con una storia raccontata sobriamente e senza indulgenze al morboso che la storia stessa può scatenare.
L’elemento erotico è più di facciata che di sostanza e non è mai volgare.

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Le due protagoniste principali della storia, Antonia Santilli e Evelyn Stewart lavorano con professionalità e certo stride un po il loro affiatamento con quanto dichiarato ai giorni nostri dalla Santilli in una intervista rilasciata a Nocturno:
Se io non ero nessuno, lei era una signora che aveva fatto anche film importanti Evelyn Stewart, Ndr) Con lei ho avuto un pessimo rapporto, era una persona parecchio odiosa, mi umiliava abbastanza. Mi trattava molto male: «Avrai fatto anche l’Università, ma sei proprio ignorante», mi diceva. Pensa te… Con le donne, comunque, a quel che ricordo, sui set non sono mai andata d’accordo. Non certo per colpa mia. Perché forse mi vedevano come una rivale…
Buona la prova offerta da Hiram Keller, il protagonista maschile del film, il giovane che scoprirà il fascino sottile femminile grazie alle due amiche;l’attore americano, che ritroveremo nello stesso anno nel film Il sorriso della iena è misurato e sobrio ed è un vero peccato che dieci anni dopo abbia abbandonato le scene.
La storia è ambientata a Pantelleria, magnifica isola in provincia di Trapani che ha un territorio molto simile ad una località africana, vista anche la vicinanza con il continente nero dal quale dista meno di 70 Km.
Una location naturale selvaggia e affascinante, che dona alla pellicola un sapore esotico e intrigante.
Un film quindi di buona fattura e scorrevole, che però è di difficilissima reperibilità, se non in una riduzione da passaggi televisivi ormai datati.

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In rete infatti è disponibile una versione probabilmente purgata del film molto rovinata che non rende giustizia alla magnifica location e al film stesso.
Purtroppo, in assenza di un’edizione digitale, bisogna accontentarsi…
Grazie signore P…
Un film di Mauro Stefani (Renato Savino) Con Evelyn Stewart, Hiram Keller, Irina Ross, Umberto Di Grazia Commedia, durata 94 min. – Italia 1972.

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Grazie signore p. banner personaggi

Hiram Keller: Marco
Ida Galli: (con il nome Evelyn Stewart)
Antonia Santilli: (con il nome Irina Ross)

Grazie signore p. banner cast

Regia Renato Savino
Sceneggiatura Renato Savino
Fotografia Silvio Fraschetti
Montaggio Roberto Colangeli

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La recensione del sito cinerepublic.filmtv.it
Un ragazzo ha problemi con il sesso, evidentemente causati da attacchi di ninfomania della madre, sorti nella signora dopo la morte del marito, che spingono la donna tra le braccia di molti uomini (che lei durante l’amplesso chiama con il nome del coniuge defunto), situazione del quale il giovane prova vergogna. L’incontro con due splendide turiste al quale si offre di fare da guida turistica forse potrà guarirlo. Alternando sprazzi di commedia sexy del periodo con seri passaggi drammatici un film molto interessante e ben girato. Suggestive le riprese della ricostruzione del rito dionisiaco nella grotta (per il quale il regista disse di essersi ispirato a leggende del luogo) e da (s)culto la spiegazione fornita da una delle due ragazze del rapporto tra le donne e il sesso (“Se una lo fa per soldi è una prostituta! Se invece lo fa per piacere è una puttana! I due termini sono diversi.”). Inutile quindi che vi spieghi il significato del titolo… Le due belle attrici sono Ida Galli e Antonia Santilli (che si firma con lo pseudonimo Irina Ross). Se la prima è più conosciuta (con il nome d’arte di Evelyn Stewart), la seconda è una delle interpreti del cinema italiano più splendide del periodo (nulla da invidiare alle più famose Fenech, Guida, etc…). Dopo aver saltato il ruolo che inizialmente avrebbe dovuto avere di moglie di Al Pacino in SERPICO, la bellissima Antonia si ritirò dalle scene sposando un dirigente di una compagnia aerea. Questo rimane uno dei film più importanti da lei interpretati (insieme a IL BOSS di Fernando Di Leo) e uno dei principali film scandalosi degli anni ’70. Da (ri)scoprire!!!

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Trasuda solarità e ottimismo questa vicenda esotico-erotico-edipica sullo sfondo del mare e delle grotte di Pantelleria: non solo per il paesaggio in sé, ma anche per la naturalezza e l’espansività della Galli e della Santilli che, epigone della cosmopolita e libertina Emanuelle, si adoperano con il cuore e con il corpo per guarire i traumi dell’introverso Keller. Purissima arte i ripetuti nudi integrali della Santilli, offerti con la spontaneità tipica del cinema anni Settanta. Aiuto regista, il csc Di Grazia ha il consistente ruolo del bighellone Mimì. Piacevole.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Credo che per tanti ventenni valga ancora la pena di vederlo, visto che tutte le generazioni son piene di teenager maschili che hanno questa bellezza quasi dannata, perché rovinata da un’infelicità abissale di fondo, il più delle volte causata da un rapporto squilibrato con la madre… Sottolineo che le location siciliane sono magnifiche, ma Savino è un regista crudo, legato all’immediato, a quello che è, e in tal modo se con I ragazzi della Roma violenta riesce a fare un capolavoro assoluto, qui invece manca quella poesia che sarebbe importante…
Musiche Giancarlo Chiaramello

Grazie signore p. Pantelleria, spiagge

 

Una delle splendide spiagge di Pantelleria,location del film

Grazie signore p. Pantelleria, le grotte comunicanti

Le grotte comunicanti di Pantelleria

Grazie signore p. Pantelleria, veduta

Veduta di Pantelleria