Il thriller all’italiana


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Uno dei generi cinematografici più seguiti, e di conseguenza più remunerativi, nella storia del cinema italiano è il giallo all’italiana, ribattezzato con il solito termine riassuntivo inglese “thriller”, divenuto poi un clichè appiccicato a tutte le produzioni che spaziavano dal giallo al noir con la denominazione “thriller all’italiana”
Parafrasando la Genesi, all’inizio fu Bava; il regista ligure, a lungo considerato dalla critica miope un regista buono solo per i b movie, diresse nel 1962 il giallo La ragazza che sapeva troppo: era la prima volta che sullo schermo arrivavano contaminazioni tra generi diversi, ovvero il giallo classico, l’horror e persino il sentimentale, rappresentato dalla storia d’amore tra i protagonisti.


Un fotogramma dal film Gatto nero (Black cat) di Lucio Fulci

La casa con la scala nel buio
Scena tratta da La casa con la scala nel buio, di Lamberto Bava

Il film caratterizzato da una fotografia sontuosa, che diverrà il marchio di fabbrica di Bava, pur risentendo di una recitazione debole, fissò i paletti di quella che sarebbe diventata poi la produzione seriale di tantissimi film basati sul canovaccio assassino/morti/sangue, un trittico a cui si aggiungerà nel corso degli anni, sopratutto nel decennio settanta, un pizzico più o meno abbondante di erotismo.
Quando nel 1964 Bava diresse 6 donne per l’assassino, film di ben altro livello in confronto a La ragazza che sapeva troppo, il regista fissò un altro tassello nei canoni del genere; l’uso di una fotografia a colori molto carica, quasi saturata, che sembrava riprendere il gotico pre anni sessanta, ancora pieno di mostri di ogni genere, spesso ricavati da opere letterarie, come Frankenstein o Dracula.


Gatti rossi in un labirinto di vetro, di Umberto Lenzi


Carroll Baker e la Stewart in Il coltello di ghiaccio, di U.Lenzi

Un altro elemento di novità fissato dal grande Bava è la presenza, costante, dell’assassino: è sempre quasi invisibile, irriconoscibile, fino al colpo di scena finale. Uccide spesso donne, in maniera efferata, per svariati motivi. Interesse o lussuria, odio o altro, la vittima sacrificale è quasi sempre di sesso femminile.
Il genere inaugurato da Bava resta in incubazione per qualche anno; la morale corrente non permette ancora l’uso di immagini troppo cruente, così come una delle caratteristiche peculiari del thriller all’italiana, il nudo femminile utilizzato sopratutto nelle scene pre morte o pre agguati è ancora quasi inesistente per motivi censori.

Il medaglione insanguinato
Scena tratta da Il medaglione insanguinato, di Massimo Dallamano


La corta notte delle bambole di vetro, di Aldo Lado

L’anno in cui inzia la diffusione più importante dei primi prodotti del filone è il 1968; il regista Romolo Guerrieri dirige Il dolce corpo di Deborah, che racchiude tutti gli elementi citati come archetipi.
Il plot racchiude il classico triangolo lui-lei l’altra, la cospirazione diabolica, la vittima predestinata, qualche timida apparizione di nudo. Carroll Baker e Evelyn Stewart mostrano timidamente seni e profili nudi, la trama mescola e contamina horror e sadismo, colpi di scena e menti diaboliche, pathos e sangue. Gli ingredienti ci sono tutti ormai, il genere è pronto per iniziare la sua avventura.


La morte ha sorriso all’assassino, di Aristide Massaccesi (Joe D’Amato)

Dall’altra parte dell’oceano, in maniera assolutamente indipendente, il regista Polanski crea Rosemary’s baby, che nella trama, nello sviluppo e nelle situazioni sembra essere una specie di manifesto del giallo horror; alcuni registi italiani metabolizzano il tutto, fanno tesoro e aspettano il momento propizio.
Sempre nel 1968 esce un altro film a forti connotazioni thriller: si tratta di La morte ha fatto l’uovo, un bizzarro esperimento che coniuga il giallo ad una spruzzatina di eros contaminandolo con una trama noir; il risultato è altalenante, ma il successo del genere è ormai assicurato.


Femi Benussi in Nude per l’assassino, di Andrea Bianchi

Nel 1969 infatti ancora Bava ci riprova con Il rosso segno della follia, imbastendo una storia “forte”, con omicidi in serie operati da un colpevole che conosciamo sin dagli inizi. Un ribaltamento di situazioni, ancora una volta, e un nuovo canone da gestire. Chi l’ha detto che un film non possa partire al contrario, seguire cioè l’evoluzione di una mente malata sapendo in anticipo a chi appartiene?
E’ il 1970 però l’anno fondamentale per lo sviluppo e l’affermazione del genere.


La sanguisuga conduce la danza, di Alfredo Rizzo

Coincide con l’uscita nelle sale di L’uccello dalle piume di cristallo, di Dario Argento, che ne cura anche soggetto e sceneggiatura. Il film contiene molti elementi di novità, che si coniugano alla perfezione con una tama elaborata e ricca di colpi di scena. L’uso sapiente della ripresa in soggettiva, che da allora sarà ripresa in molti altri film del filone, si mescola alla capacità innovativa di Argento di creare atmosfera attraverso l’uso alchemico di musica, immagini e pathos, che arriveranno a toccare la vetta con Profondo rosso, probabilmente il giallo/thriller meglio riuscito della storia del cinema italiano.
Il grandissimo successo del film funziona da detonatore: tutti iniziano a scrivere soggetti in tema, molti produttori fiutano l’affare e non lesinano finanziamenti a registi che sottopongono loro dei copioni gialli.


Anita Strindberg in Una lucertola con la pelle di donna, di Lucio Fulci

Nascono così decine di film che riecheggiano, in qualche modo, il titolo del film di Argento, in modo da caratterizzare presso il pubblico il loro prodotto; sarà una costante anche degli anni a venire, che si allargherà ad altri prodotti, come i decamerotici, nati dal successo del Decameron di Pasolini, dal filone conventuale, da quello militare (dottoresse, colonnelli ecc)  e via discorrendo. Molti prodotti sono validi, molti altri di discreta fattura, la maggior parte scadenti: non può essere altrimenti, perchè le ragioni di cassetta spesso inducono i produttori ad assoldare registi o attrici di scarso valore, quando anche di valore nullo.

Il solito Bava ci riprova con  5 bambole per la luna d’agosto, questa volta fallendo clamorosamente il bersaglio con un film scontato, che lui stesso metterà tra i più brutti della sua carriera; non sarà l’unico a bucare clamorosamente un film, come del resto inevitabile, quando ci si trova a doversi confrontare con le regole del mercato, con i diktat dei produttori, con sceneggiature imposte, con cast costruiti a seconda delle necessità del momento del budget e via discorrendo.


Cosa avete fatto a Solange?, di Massimo Dallamano


La sorella di Ursula,
di Enzo Milioni

E’ il momento di dare un’occhiata alla filmografia dei registi più importanti del genere, citando, di volta in volta, i prodotti più riusciti del genere.
Uno dei registi che meglio coltivò il genere, con risultati decisamente soddisfacenti fu Umberto Lenzi, autore di Così dolce… così perversa (1969), Orgasmo (1969), Paranoia (1970), il trittico girato in poco più di due anni con la costante dell’attrice principale, Carroll Baker. Il successo della trilogia portò Lenzi a giare anche il debolissimo Un posto ideale per uccidere, con la giovanissima Ornella Muti e con Ray Lovelock come protagonista maschile, Il coltello di ghiaccio (1972), ancora con la Baker come protagonista, unitamente a Evelyn Stewart e Sette orchidee macchiate di rosso (1972),Spasmo (1974) e infine Gatti rossi in un labirinto di vetro (1975), prima di passare ad un altro redditizio filone, quello del poliziesco all’italiana, in gergo tecnico poliziottesco.


Pierre Clementi, protagonista di La vittima designata di Maurizio Lucidi

Ovviamente non si può parlare di thriller senza citare Dario Argento, che negli anni settanta dettò legge nel filone, grazie a film come il citato L’uccello dalle piume di cristallo, a Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio, Profondo rosso e Suspiria, che rappresenta una ulteriore evoluzione, la contaminazione tra thriller, horror e soprannaturale.
I film di Argento sono i più visti, i più ammirati e ovviamente anche i più copiati; le innovazioni del regista romano fanno scuola, e diventano il punto di riferimento di molti registi del genere thriller.
Un altro regista da citare, per il contributo determinante dato al filone giallo è Lucio Fulci, che propose prodotti innovativi, come Una lucertola con la pelle di donna, thriller onirico e visionario venato di erotismo, Non si sevizia un paperino, ottimo lavoro assecondato da un bel cast, nel quale spiccano nuovamente la Bolkan, già protagonista della lucertola, Thomas Milian e Barbara Bouchet, per giungere al noir paranormale, Sette note in nero, forse il suo lavoro più equilibrato.


Eva Czemerys, protagonista del film L’arma, l’ora e il movente, di Francesco Mazzei

Nel 1969 lo stesso Fulci aveva fatto da apripista con l’ottimo Una sull’altra, un film che ebbe parecchi guai con la censura, sia per la presenza di scene sexy sia per la trama morbosa. Accanto a Fulci va citato Enzo Miraglia, autore di due buoni lavori, La dama rossa uccide sette volte (1972), caratterizzato da una trama ben elaborata e da un cast all’altezza e La notte che Evelyn uscì dalla tomba (1971), forse più debole strutturalmente ma sempre di buon livello.
Scorrendo gli almanacchi cinematografici alla ricerca di registi di gialli, spesso ci si imbatte in registi come Duccio Tessari, assolutamente poliedrici, che si sono cimentati in svariati campi; nel settore giallo di lui vanno citati La morte risale a ieri sera (1970) e Una farfalla con le ali insanguinate (1971), opere discete ma nulla più, oppure nel nome di Giuseppe Bennati, autore del debole L’assassino ha riservato nove poltrone (1974)

L'iguana dalla lingua di fuoco
L’iguana dalla lingua di fuoco di Riccardo Freda


Murderock, di Lucio Fulci

Decisamente improntata al giallo la produzione di uno dei più fecondi registi italiani, Sergio Martino, che diresse Lo strano vizio della signora Wardh (1971), thriller con venature erotiche che lanciò la bella Edwige Fenech, che lavorò anche nei successivi Tutti i colori del buio (1972) e  Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972), prima che il regista girasse I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973), ultimo suo contributo al genere thriller.
Accanto ai citati registi, che decretarono la diffusione del genere elevandolo anche di rango, nonostante i pareri molto negativi della critica dell’epoca, sempre poco attenta al cinema italiano e ai suoi forti elementi di novità, vanno citati assolutamente prodotti e registi che tirano fuori opere originali e interessanti.
Dopo un omaggio ad uno dei film più belli della storia del cinema italiano, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, innovativo e intelligente prodotto realizzato con pochi soldi e tante idee,
citerei tra i registi Massimo Dallamano, autore dell’ottimo Cosa avete fatto a Solange?


Nero veneziano, thriller/horror diretto da Ugo Liberatore

Armando Crispino, regista di L’etrusco uccide ancora (1972), gran bel thriller caratterizzato da tensione latente, senza eccessivo uso di sangue e splatter, autore anche del visionario Macchie solari (1974), contaminazione del giallo con l’horror e il paranormale, Aldo Lado, autore di due pilastri fondamentali come Chi l’ha vista morire (1972) e L’ultimo treno della notte (1975), opere affascinanti anche se diversissime come tematiche e del mediocre La corta notte delle bambole di vetro (1971).
Ancora, occorre citare Tonino Valerii che nel 1972 diresse l’ottimo Mio caro assassino, uno dei gialli meglio congegnati, Sergio Sollima, autore di Il diavolo nel cervello (1972), Luciano Ercoli, regista di La morte accarezza a mezzanotte, La morte cammina con i tacchi alti, e poi ancora Mario Caiano, Silvio Amadio….


Orgasmo, di Umberto Lenzi

Il genere ebbe quindi una vasta diffusione, oltre a numerosi proseliti; servì inoltre da trampolino di lancio per attrici e attori che ne ricavarono vasta popolarità oltre che scritture per altri generi di film; il giallo, con la commedia sexy e il poliziottesco, fu il genere completamente autoctono con più spettatori in assoluto, complice anche la mancanza totale di concorrenza.
Sino al 1976, probabilmente l’ultimo anno dell’età dell’oro del cinema, la mancanza della Tv, che si limitava a trasmettere sui canonici canali di stato pochi film alla settimana, peraltro abbondantemente datati, permise al cinema di godere ancora dell’afflusso massiccio di spettatori.


La bellissima Susan Scott in Passi di danza su una lama di rasoio, di M. Pradeaux

Il thriller arrivò come popolarità e quindi come audience a tirare fino al 1977, quando un’insieme di più fattori ne decretò se non la scomparsa, la drastica riduzione delle opere girate; uno di questi fu la comparsa delle commedie erotiche, che pian piano finirono per soppiantare le commedie sexy, un altro motivo è quello citato dell’avvento delle tv private, che portarono alla nascita di una miriade di emittenti che programmavano e sfornavano, a getto continuo, centinaia di pellicole al giorno, con la drammatica conseguenza di far calare paurosamente il numero di spettatori nel cinema.

Quella villa accanto al cimitero
Quella villa accanto al cimitero, thriller/horror di Fulci

Fattori ve ne furono altri, ma sicuramente meno importanti di questi; naturalmente il genere non scomparve del tutto, anzi.
Molti registi continuarono a lavorare sul genere thriller, ne nacquero degli altri, accanto agli ormai collaudati nomi di lenzi, Fulci, Argento & c; ma l’epoca d’oro era ormai definitivamente tramontata, e il thriller mutò pelle, diventando sempre più estremo nei contenuti e nelle immagini.
Il sexy prese sempre più il sopravvento, mentre lo splatter divenne uno dei cardini degli stessi film; malinconicamente, anche per il genere arrivò il tramonto, fino alla sua scomparsa quasi definitiva agli albori degli anni novanta.


Una splendida Erika Blanc, protagonista di Cosi dolce cosi perversa, di Lenzi

Il giallo/thriller all’italiana è stato uno dei prodotti più snobbati dai critici; i soloni del cinema hanno sempre storto il naso davanti alle opera di Fulci, di Lado e altri, limitandosi ad una tiepida accoglienza solo per Dario Argento, arrivando persino ad etichettare Bava come maestro del B movie.
Il solito atteggiamento miope che non deve stupire; sono gli stessi critici che esaltano Tarantino, per esempio, e che sono diventati rossi di vergogna quando lo stesso ha esaltato Bava come maestro e come suo principale ispiratore.
I casi si sono ripetuti, sopratutto ultimamente; anche registi come Scorsese hanno omaggiato, pubblicamente, registi italiani poco considerati dalla critica ufficiale.


Carroll Baker e Jean Sorel in Paranoia, sempre di Lenzi

Il che non può che rallegrare, sapendo che finalmente viene resa giustizia ad un’epoca cinematografica che fu la più creativa dell’intera storia cinematografica italiana, e che ha consegnato alla stessa opere di assoluto livello, ancorchè ormai impolverate e in attesa di una riscoperta.

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Mimsy Farmer nell’ottimo Il profumo della signora in nero, di Francesco Barilli


Una farfalla con le ali insanguinate, di Duccio Tessari


Barbara Bouchet in La dama rossa uccide sette volte, di Enzo Miraglia


Angela Covello in I corpi presentano tracce di violenza carnale, di Sergio Martino


La morte della dottoressa Ullman, Macha Meryl in Profondo rosso di Dario Argento


Reazione a catena,
di Mario Bava


L’ultimo treno della notte,
di Aldo Lado

Annie Belle in La casa sperduta nel parco, di Deodato


Barbara Bouchet
in La tarantola dal ventre nero di Paolo Cavara

Ancora Barbara Bouchet in Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci


Buio Omega, di Joe D’Amato


Dominique Boschero in Chi l’ha vista morire, di Aldo Lado

Filmscoop, il blog di Paul Templar

2 Risposte

  1. solo ora ho notato questo post! ora non ho tempo! lo leggo dopo e carico il mulo! 🙂

    GGM

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