La fabbrica delle mogli (The Stepford wives)


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Cosa può fare una coppia che trova ormai asfissiante l’aria della grande mela, che non ne può più dell’inquinamento e della vita alienante della metropoli?
Può e deve scegliere di allontanarsi da essa e ricostruire una vita a dimensione più umana.
Ed è quello che fanno l’avvocato Walter Eberard, la moglie Joanna ed i due figli Ami e Kim; Joanna, che in fondo è il personaggio principale del film, è una fotografa che vendicchia qualche sua foto ad un’agenzia, ed è anche perplessa su quel cambio radicale di vita.
L’arrivo nel quieto paese di Stenford conferma tutti i suoi dubbi; l’atmosfera è da paradiso terrestre, tutti sono educati e gentili, forse troppo.
Ben presto Joanna si rende conto che l’aria di Stenford è troppo bella e perfetta per essere il coronamento dei sogni della sua vita, mentre suo marito Walter sembra immediatamente integrarsi alla perfezione.
Joanna non riesce a legare con le donne del posto; l’unica vera disponibilità ad un rapporto profondo sembra arrivare da Bobby, una donna sposata con figli giunta poco tempo prima a Stenford.

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Inutilmente le due donne cercano di ambientarsi nella comunità; troppo riservate, perfette e sottomesse ai loro mariti appaiono le donne del posto, quasi delle appendici dei coniugi, sempre pronte ad accudirli in un modo che alle due donne appare davvero esagerato.
Ogni sforzo di Joanna e Bobby per tentare di risvegliare un minimo di indipendenza nelle donne di Stepford risulta vano: simili a robot domestici le “Stepford wives”, le mogli di Stepford vivono un vita all’ombra dei loro mariti, mute e perfette, servizievoli ma anche disumane.
Quando poi anche Bobby all’improvviso cambia, i sospetti di Joanna sulla ridente Stenford crescono a dismisura.
Bobby si trasforma e si integra nella comunità in modo sospetto, diventando anch’essa una bambola sottomessa al marito.

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Cosa nasconde la serenità, la perfezione di Stepford?
L’attore, regista, sceneggiatore e produttore inglese Bryan Forbes adatta per il grande schermo The Stepford wives, un romanzo scritto nel 1972 da Ira Levin (lo stesso scrittore di Rosemary’s baby), trasponendolo in maniera molto fedele e restituendo tramite il film l’atmosfera minacciosa e da incubo del romanzo, sospesa tra l’incanto della comunità di Stepford e l’aleggiare di un pericolo imminente.
La fabbrica delle mogli,titolo che in qualche modo rivela un finale a sorpresa (ma non più di tanto) è un film complesso ben aldilà della storia narrata senza fronzoli sia da Ira Levin che da Forbes.
In esso si mescolano temi complessi, come un anti femminismo di fondo che in pratica era latente in molte società avanzate culturalmente, il mito della donna automa, servizievole e bella, l’angelo del focolare che molti uomini desideravano in luogo della complessità femminile, fatta di rivendicazioni per un posto in società non più subalterno all’uomo e temi come l’emancipazione sessuale ecc.

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Il tutto visto attraverso gli occhi di una coppia all’apparenza perfetta, che a sua volta viene inserita in una società perfetta, in cui l’uomo ha la massima libertà d’azione e la donna è sempre bella e curata, bada alla famiglia e alla casa e quindi vive in perfetta simbiosi con la famiglia, della quale alla fine però è più donna di servizio, cameriera ecc. che elemento pensante e dotato di individualità.
Non a caso il film mostra da subito l’evidente disparità di forma mentis dei due coniugi; Walter sembra integrarsi immediatamente nella società perfetta e idilliaca di Stepford mentre Joanna prova da subito repulsione per l’ordinamento perfetto ma al tempo stesso maschilista della società in cui si è trovata a vivere.
Non a caso Joanna è una donna con una certa indipendenza, anche economica, che le deriva dal suo essere fotografa: è una donna emancipata, che non riesce in alcun modo ad integrarsi in un ambiente in cui le mogli appaiono prive di individualità, sottomesse a riti arcani e mai tramontati che vedono la stanca ripetizione di gesti sempre uguali, come il cucinare, tenere ordinata la casa, insomma tutti quei gesti che la storia ha consegnato come marchio di fabbrica all’essere donna.
Come può, quindi, una donna così indipendente integrarsi in una comunità fatta da persone di ambo i sessi che rappresentano degli stereotipi anche fisici di quello che sono i peggiori difetti umani, ovvero il maschilismo e dall’altra parte l’essere completamente subalterni alla cosa?

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Non può ed infatti già da subito la sua presenza nella comunità sembra essere quella di un corpo estraneo.
Con lo scorrere del film assistiamo anche ad una virata ampia della pellicola stessa; la bucolica e ridente atmosfera di Stenford inizia a stemperarsi e a diventare via via più minacciosa, man mano che Joanna avanza nella comprensione dei riti e delle regole che guidano la comunità.
Fino alla terribile scoperta finale.
Film quindi più complesso delle apparenze, La fabbrica delle mogli: una storia che può appartenere al genere fantasy o anche a quello thriller e giallo se vogliamo fino al “the end” che sa tanto di horror sf.
Bryan Forbes dirige con mano ferma un buon cast nel quale spicca la protagonista principale, l’affascinante Katharine Ross, dalla recitazione asciutta e senza fronzoli.
Bene tutti gli altri, a cominciare dalla bella e simpatica Paula Prentiss.
La fabbrica delle mogli è un film di difficile reperibilità nella rete, le varie versioni che si trovano sono tutte ottime qualitativamente ma in lingua originale.

La fabbrica delle mogli
Un film di Bryan Forbes. Con Paula Prentiss, Katharine Ross, Nanette Newman, Peter Masterson, Tina Louise, Carol Eve Rossen, William Prince,Carole Mallory, Toni Reid, Judith Baldwin, Barbara Rucker, George Coe, Franklin Cover, Robert Fields, Kenneth McMillan, Patrick O’Neal, Marta Greenhouse, Simon Deckard Titolo originale The Stepford Wives. Drammatico, durata 115′ min. – USA 1975.

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La fabbrica delle mogli banner protagonisti

Katharine Ross: Joanna Eberhart
Peter Masterson: Walter Eberhart
Paula Prentiss: Bobbie Markowitz
Nanette Newman: Carol Van Sant
Tina Louise: Charmaine Wimpiris
Carol Eve Rossen: Dr. Fancher

La fabbrica delle mogli banner cast

Regia Bryan Forbes
Soggetto Ira Levin (dall’omonimo romanzo)
Sceneggiatura William Goldman
Produttore Edgar J. Scherick
Produttore esecutivo Gustave M. Berne, Roger M. Rothstein
Fotografia Enrique Bravo Owen Roizman
Montaggio Timothy Gee
Musiche Michael Small
Scenografia Gene Callahan
Costumi Anna Hill Johnstone
Trucco Andy Ciannella

La fabbrica delle mogli banner recensioni

L’opinione di bradipo 68 dal sito http://www.filmtv.it

Ho visto La donna perfetta di F.Oz con la Kidman prima di questo e devo dire che questo mi ha colpito molto di piu’.Mentre nel film di Oz era tutto affidato al sarcasmo e all’estetica alla desperate housewives(anche cromaticamente)qui il tono è molto piu’serio tra il gotico e l’horror e mette una discreta angoscia addosso.Trovarsi in un paese popolato di mogli robot(la mia non sarebbe tanto d’accordo e neanche i nostri figli)è uno spunto decisamente interessante,quello che manca qui probabilmente è un pochino di sintesi in piu’perche’ il tutto risulta un po’ annacquato dall’eccessiva lunghezza…..

L’opinione di projectpat dal sito http://www.filmscoop.it

Un bel prodotto cinematografico (Ne è stato fatto nel 2004 un remake con Nicole Kidman, dal titolo “La Donna Perfetta”). Il messaggio che trasmette è originale e analizzabile sotto molti punti di vista a mio parere, crudo, inimmaginabile perchè non te l’aspetti di certo; per spiegarlo nel miglior modo possibile, bisognerebbe di sicuro guardare ai fatti storici di quel tempo (il movimento femminista è forse l’evento più importante). Non saprei di quali altre parole usufruire per descrivere la morale (anche perchè non è facile commentare proprio la pellicola in generale), vi dico solo che nel finale resterete a bocca aperta. Mi dispiace, ma non vi anticipo nulla.
Certo, c’è sempre di mezzo il fattore noia (qualche taglietto mi sarebbe piaciuto). Ma è un film che non lascia indifferenti, bello davvero.

L’opinione di homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per i due terzi l’opera di Forbes si adagia su ambienti assolati e situazioni conviviali, addensando solo negli ultimi venti minuti il senso di inquietudine e claustrofobia che il visionario capolavoro di Polanski – di cui condivide medesima paternità letteraria ma se ne differenzia per un complotto dalle mire societarie più concrete – creava direttamente o allusivamente sin dall’inizio. Irresistibile per dolcezza e solarità rispecchiate anche dalla mise estiva, la Ross ha in serbo un nudo in trasparenza per un sottofinale da incubo che prelude ad un risveglio ancor più raggelante e distopico.
L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com

Straordinario apologo fantascientifico/femminista, che parte in sordina e lancia messaggi inquietanti e disturbanti, per poi manifestarsi, in tutto il suo orrore, nel terrificante e agghiacciante finale. La lentezza di alcuni passaggi fa crescere la tensione e Forbes andrebbe adorato solamente per questo fantahorror che colpisce come una pugnalata! Paranoie Polanskiane in un contesto Crichtoniano. Altro tassello fondamentale del cinema di fantascienza degli anni settanta.

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La signora incaricata del Benvenuto a Te, sessant’anni almeno, ma efficiente nel darsi un aspetto giovane e vivace (capelli arancione, labbra scarlatte, abito giallo sole), rivolse a Joanna uno scintillio di occhi e denti: Vi piacerà stare qui, sicuro! Una cittadina simpatica con gente simpatica! Non avreste potuto fare scelta migliore! La sua borsa di pelle marrone, a tracolla, era enorme, vecchia e consunta; ne trasse, consegnando il tutto a Joanna, bustine di latte in polvere, minestre liofilizzate, una mini-scatoletta di detersivo biodegradabile, un libretto di buoni sconto validi in ventidue negozi del luogo, due saponette, dei fazzoletti deodoranti…

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2 Risposte

  1. Non conoscevo l’originale da cui hanno fatto quel pessimo remake con la Kidman

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