Grazie zia


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Esordio alla regia per Salvatore Samperi, regista padovano morto nel 2009 a 65 anni.
Grazie zia è un film importante, ad onta del titolo che sembrerebbe anticipare il florido filone delle commedie sexy parentali che negli anni settanta esplorarono, con molta pruriginosità e poca inventiva, il dramma reale dell’incesto che è sempre stato vissuto come uno dei tabù più oscuri e meno esplorati della sessualità umana.
Il film di Samperi in realtà ha ben poco di scabroso, almeno dal punto di vista visivo perchè si limita all’illustrazione di un rapporto sado masochistico che si sviluppa tra una zia e suo nipote;tuttavia è un film importante proprio perchè la parte scabrosa viene edulcorata a tutto vantaggio della rappresentazione drammatica di uno scontro morale che vediamo illustrato, man mano che il film avanza, tra due diversi personaggi che finiscono per diventare emblemi della società che rappresentano.

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Da un lato troviamo una donna matura, placidamente adagiata in una vita senza grosse scosse e quindi borghese e un tantino annoiata, con tanto di amante intellettuale (ovviamente di sinistra) e dall’altro un giovane ribelle che sente un confuso e anarcoide sentimento di ribellione verso l’ordine costituito, verso i totem della borghesia e in ultima analisi in perfetta simbiosi con quello che avviene in Europa in quegli anni ovvero la contestazione studentesca che sfoceranno nel maggio francese.
Samperi quindi dirige Grazie zia proprio nel momento di massima crisi e di massima tensione che la società si ritrova a vivere, scossa dalle fondamenta dai suoi stessi figli che non si riconoscono nel mondo degli adulti e che verrà sintetizzato con l’ormai trito slogan della “fantasia al potere“.
Il film quindi per certi versi è anticipatore di tematiche importanti, pregnanti: con molto coraggio e con molta incoscienza Samperi, che non dimentichiamolo aveva appena 24 anni porta sullo schermo una vicenda scabrosa raccontandola con un rigore e una sobrietà assolutamente sorprendenti in un esordiente.
Il bianco e nero assoluto in cui viene girato il film estremizza la storia, quasi volesse rappresentare, con i due colori antitetici, l’assoluta impossibilità di dialogo e di comprensione tra i due mondi, quello borghese appunto e quello giovanile.
Proprio l’andamento della storia e il suo tragico finale propongono infatti una visione auto distruttiva della società;quel’eutanasia chiesta dal protagonista alla sua amante e succube zia altro non è che la rappresentazione di una società che incapace di comprendere alla fine fagocita e distrugge.

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Grazie zia è un bel film, caratterizzato da un ritmo solo all’apparenza indolente, retto invece da una coerenza e da una drammaticità che il futuro regista di opere più smaccatamente erotiche non raggiungerà più, come dimostreranno i vari Malizia, Fotografando Patrizia ecc., con le dovute eccezioni di film particolari e a tratti incompresi come Nenè.
Ma qui siamo al Samperi ancora arrabbiato, al Samperi “sessantottino”, che disseziona il sociale proponendo una sua visione estremamente coerente del presente, una visione in cui gli ideali del sessantotto sono rappresentati visivamente con ardore forse confusionario ma di sicuro interesse.
Grazie zia racconta la parabola discendente della società, attraverso due personaggi che vengono a trovarsi casualmente a contatto:Lea e suo nipote Alvise.
Tra i due nascerà una storia proibita, un incesto però più portato e votato alla distruzione che al compimento del mero atto sessuale, un atto di rivolta di un giovane verso i pilastri della società borghese.

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Alla quale appartiene Lea, donna matura ma dal fascino sensuale, che un giorno si vede affidare suo nipote dal padre del ragazzo; Alvise soffre di una forma di paralisi agli arti che in realtà non è nemmeno psico somatica, visto che il giovane è sanissimo e che ha scelto quella forma estrema di protesta per evitare di essere incanalato, irrigimentato dal padre alla direzione dell’industria di famiglia.
Alvise viene quindi affidato, complice anche l’allontanamento dei suoi distratti e indaffarati genitori alle cure di zia Lea, che nn slo è un medico ma che ha da sempre un rapporto di simpatia e affetto con il ragazzo.
Alvise però ha troppa rabbia dentro:è offuscato nella mente dal suo velleitarismo libertario e anarcoide e dal momento del suo arrivo inizia una sottile e perversa opera di seduzione di sua zia.Una seduzione che, come dicevo prima, non è tanto sessuale quanto psicologica.Il giovane sembra infatti utilizzare Lea come bersaglio della sua rabbia e lo dimostra schiavizzando e umiliando, in più occasioni, la troppo passiva Lea.
Tra i due nasce un rapporto di dominazione completa ed esclusiva, con Alvise che trascina Lea, nella sua lucida follia, in un rapporto ai confini scuri del sadismo e del masochismo.
Lea accetta supinamente il tutto finendo per sacrificare all’ambiguo rapporto con il ragazzo sia la sua vita sentimentale sia la sua vita professionale.
Il rapporto di sudditanza di Lea raggiunge l’apice nel finale, quando cioè Alvise chiederà a sua zia di porre fine alla sua vita, vita che il giovane non riesce più a sopportare preda com’è delle sue frustrazioni e delle sue angosce esistenziali.
E Lea lo farà, senza esitare, perchè ormai è solo un docile strumento sopraffatto dalla imperiosa e dominante volontà di Alvise…
L’uscita del film fu caratterizzata da polemiche senza fine che si tramutarono in un formidabile battage pubblicitario per il film che difatti divenne uno dei più visti dell’annata.
Due fazioni contrapposte si schierarono pro e contro la buona fede di Samperi :ci fu chi vide nel film analogie con I pugni in tasca di Bellocchio e quindi una pellicola tesa a mostrare la rabbia giovanile ,le psicosi e le manie che serpeggiavano in modo malatissimo all’interno della classe borghese e chi invece considera il regista veneto un furbetto che era riuscito a cavalcare l’onda giusta, quella della rabbia e della contestazione giovanile per ricavare qualche soldo e un po di fama.
Probabilmente questo tipo di appunto andrebbe fatto al successivo Cuore di mamma, decisamente più furbetto e meno candido di questo esordio.

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Fondamentale per l’economia del film la presenza nel cast della bellissima e sensuale Lisa Gastoni, che aldilà dell’interpretazione magistrale del personaggio di Lea si trasformò per Samperi, esordiente e poco padrone ancora del mezzo, in una guida anche tecnica come ammesso dal regista in una delle sue ultime interviste.
L’attrice ligure, che aveva 33 anni all’inizio delle riprese, era di una bellezza e di una sensualità addirittura imbarazzanti;nel 1968 aveva già alle spalle decine di film dei più svariati generi e si può dire che era una delle più apprezzate interpreti del cinema nostrano.
Molto bravo anche il venticinquenne Lou Castel, che nel film interpreta il nevrotico Alvise; il personaggio da lui interpretato in realtà avrebbe diciassette anni, ma il volto quasi adolescenziale dell’attore riesce a rendere credibile il personaggio.
Grazie zia è un film che riveste quindi una grande importanza per il nostro cinema pre settanta, aldilà anche degli effettivi meriti.
Va da se che oggi appare pesantemente datato ma resta un utile documento per chiarire aspetti di quell’epoca irripetibile.

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Grazie, zia

Un film di Salvatore Samperi. Con Gabriele Ferzetti, Lisa Gastoni, Lou Castel, Nicoletta Rizzi, Massimo Sarchielli Drammatico, durata 94′ min. – Italia 1968

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Lisa Gastoni: zia Lea
Lou Castel: Alvise
Gabriele Ferzetti: Stefano
Luisa De Santis: Nicoletta la cantante
Massimo Sarchielli: Massimo
Nicoletta Rizzi: segretaria del padre di Alvise

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Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Salvatore Samperi, Sergio Bazzini, Pier Luigi Murgia
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Doria G. Film
Fotografia Aldo Scavarda
Montaggio Silvano Agosti (accreditato come Alessandro Giselli)
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giorgio Mecchia Madalena
Costumi Claudio Cordaro

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L’opinione di Outsider dal sito http://www.filmscoop.it

Or dunque, “Grazie,Zia” è un film molto interessante che merita una riflessione e un riconoscimento.
L’opera, caratteristico prodotto del periodo in cui è girato, abilmente ricostruisce l’alienazione e l’amarezza ( stati d’animo su cui si soffermarono vari registi particolarmente nel decennio ’58-’68).
Viene trattato il tema della persona disabile, peraltro inquadrata in un periodo difficile e pesante per la condizione.
L’attore infatti fa la parte di un 17 enne ( anche se di anni ne dimostra almeno una decina in più, almeno dico) e inoltre recita molto bene in quello stile che al tempo avevano cucito addosso molti ricchi scontenti, con in più l’afflizione ed il degrado dato dall’incattivimento per la malattia.
Altri due attori meravigliosi, Gabriele Ferzetti, praticamente perfetto, recitazione ed espressività da premio Oscar e Lisa Gastoni, fantastica (una delle mie attrici preferite da notti insonni e convulsioni dall’eccitazione) i cui due occhi verdi da cerbiatta, (quasi fosse il suo sguardo antesignano dell’azzurrina Crescentini, ma più conturbante nel calore) non spiccano causa il bianco e nero. La Gastoni era un’attrice che recitava meravigliosamente con movenze da sapiente attrice di teatro, la ricordo in un film di Totò all’epoca schernito dalla critica, demolito e definito filmetto “totò monaco di monza”, con Macario ed il grandissimo nino taranto. Donna capacissima, ligure di nascita, padre torinese e madre irlandese, Lisa Gastoni ha interpretato da fuoriclasse tutti i ruoli più difficili, ovvero quelli in cui l’attrice deve incarnare momento per momento i sobbalzi dati da situazioni torbide causate da sentimenti che conducono all’instabilità e alla sofferenza, come la passione e l’attaccamento all’uomo sbagliato o disonesto.
Il cinema ha saputo vedere queste qualità e la sua filmografia, un po’ sottovalutata, è stata costruita sul valore interpretativo e non solo sull’apparenza di bella donna (che nulla aveva da invidiare alle altre) cosa a dire il vero difficile anche allora.
Grazie Zia è un film sapientemente costruito e diretto, che, dopo aver descritto alienazione, infelicità e scontentezza, lascia spazio all’amarezza, di cui anche lo spettatore è invaso. Anche la bellissima Gastoni, Dottoressa in clinica, intelligente, giovanile, piena di stile e fascino, diviene un giocattolo nelle mani del ragazzo e si abbandona al torbido gioco.
I limiti della sceneggiatura portano il film a non decollare mai, quello che sembrerebbe dover accadere si trascina in un morboso gioco al massacro, in un vortice realistico a tratti ma successivamente improbabile.
Tre sono i momenti del cambio di rotta:
la sparizione di Ferzetti che esce dalla vita della dottoressa, ma che recava seco solo abitudinarietà ed egoismo, anche se in qualche momento sembra sublimarsi, in realtà è un uomo che non ama davvero e/o da cui la Nostra non si sente amata
la scena delle domestiche che si allontanano mentre Lisa e il nipote “giocano” agli innamorati sul tappeto, ( singolare poi la tortura psicologica del giovane;
il “non ritorno” in clinica ( cosa veramente improbabile) della dottoressa, la cui non raggiungibilità viene annunciata ai sanitari che telefonano, dal nipote, cosa davvero poco realistica, semi demenziale, forse il regista ha voluto sottolineare il delirio psicopatologico, davvero improbabile, anche vista la professione medica di Lisa.
La trama nella seconda parte si avvita su se stessa, rallenta, annoia. Tuttavia Sampietri ci conduce dove vuole, allo stato d’animo che vuole destare, ovvero fa sì che lo spettatore si compenetri nell’improbabile delirium.
Tecnicamente alcune inquadrature tradiscono davvero una mancanza tecnica che, evidentemente, al tempo non poteva essere corretta mancando la moltitudine direzionale delle riprese che il digitale ha portato. Primi piani traballanti, da cine amatore poco esperto, in un dialogo fra la Gastoni e Ferzetti.
L’ultima scena, invece, l’inquadratura che posteriormente alla scena si allontana, ci fa capire come la cultura delle riprese di scena il regista l’avesse eccome, l’ispirazione c’era. Con quell’inquadratura si dice tutto. Resta l’amaro in bocca, con l’unico sapore zuccheroso di aver visto uno splendido fondoschiena in bianco e nero, che ha fatto leccare i BaFFi anche e soprattutto al Vecchio Outsider. Scena da urlo, quella dello specchio. Pollice su.

L’opinione di Gordiano Lupi dal suo sito cinetecadicaino.blogspot.it

(…) Il leitmotiv della pellicola è il suicidio, che in un finale da thriller erotico diventa eutanasia, come per significare che non c’è scelta per chi vorrebbe vivere in un mondo diverso. Non basta l’erotismo, non serve il sadismo e la perversione, neppure far soffrire chi ci ama è la soluzione. La morte è la decisione finale, quasi scontata, l’ultima forma possibile di ribellione nei confronti della vita.
Gli attori sono molto bravi, specie i tre protagonisti (Castel, Gastoni e Ferzetti), ma stendiamo uno pietoso velo su Nicoletta Rizzi, la cantante che prova a intonare Auschwitz – Canzone del bambino nel vento, che fa rimpiangere non poco l’originale di Guccini. La Rizzi ricopre il ruolo della coetanea che dovrebbe far ingelosire la zia quando si apparta con Alvise e insieme ridono di lei.
Il film è girato a Padova, in grande economia, tra ville di campagna e alberghi, producendo molti imitatori negli anni Settanta, persino a livello di ambientazione. Grazie zia fa nascere un sottogenere, quello dei Peccati in famiglia, che darà vita a una serie interminabile di opere classificabili come commedia sexy. In questa sede ricordiamo il satirico Grazie nonna (1975) di Marino Girolami, interpretato da Edwige Fenech, ma anche La nipote (1974) di Nello Rossati e Cugini carnali (1974) di Luciano Martino. Salvatore Samperi anticipa in versione drammatica molti temi erotico – voyeuristici che torneranno in Malizia (1973) in chiave prettamente comica. I titoli di testa, introdotti da un gustoso cartone animato, ingannano sul tenore della pellicola che non ha niente di umoristico. Fotografia perfetta in un bianco e nero livido e suggestivo, di Aldo Scavardo, una scelta e non una necessità, che merita un Nastro d’Argento. La Gastoni non è da meno come interprete, premiata ai David di Donatello.(…)
L’opinione di gianleo 67 dal sito http://www.mymovies.it

Alvise, rampollo viziato e ribelle di una ricca famiglia di industriali veneti, finge una paraplegia per attrarre le attenzioni di genitori distratti. Finisce accudito in casa della bella e matura zia materna. Tra una nevrosi e l’altra il rapporto tra i due si fa sempre più morboso e malato. Epilogo tragico. Dramma psicologico giocato sul registro ironico di una di una poco convincente satira anti-sociale e su quello ancor meno riuscito di pruriginosa e iconoclasta commedia di costume. Gli elementi che vorrebbero definire il clima di contestazione sociale e politica (correva l’anno 1968!) paiono ingenuamente abbozzati in una cornice ideologica superficiale e spesso irritante, risolvendosi talvolta con ridicole soluzioni figurative (il plastico che riproduce un classico scenario di guerra in Vietnam, la demenziale contabilità degli ‘offesi’ sul campo, la reazionarietà retriva del falso intellettuale ‘liberal’ impegnato in un reportage sulla tragedia degli alluvionati, persino un primo piano di un ritratto di Stalin!). Vale più come tragica messa a fuoco di una certa disgregazione dei valori sociali tradizionali (la famiglia, la repressione sessuale, il rigetto di convenzioni piccolo-borghesi) e più sul piano teorico che pratico. Un esordiente e acerbo (ancorchè abile) Samperi si cimenta con un soggetto difficile e dal fascino morboso, ma sbaglia sovente il registro e pare più interessante nel filmare il dettaglio di un disagio esistenziale attraverso la gestualità ed il linguaggio non verbale che nella insistita prolissità declamatoria di certe scene. Non giova alla causa nemmeno un ritmo frammentato e discontinuo (ancorchè sostenuto da una ossessiva litania fanciullesca del maestro Morricone), nè la scialba prova degli attori: un Lou Castel gigione e un pò sopra le righe ed una Lisa Gatoni di algida staticità. Di routine la prova del sempre bravo Ferzetti. Finale un pò fiacco, dove le pulsioni autodistruttive e la morbosità dell’incestuoso rapporto sado-masochistico tra i due protagonisti non raggiungono un climax di tragica credibilità. Una buona occasione mancata.

L’opinione di silenzio dal sito http://www.davinotti.com

Il serpentino, capriccioso, impertinente Alvise e l’annoiata, sensuosa, protettiva Lea reagiscono alla fissità borghese che li circonda instaurando un rapporto ludico-erotico che non può che consumarsi sotto l’ala di Thanatos. Dotato di una genuina carica politica, il film di Samperi funziona a tutt’oggi come ritratto impietoso e sentito di due “vittime” della noia e del malessere sociale. Castel ricalca il suo Alessandro de I pugni in tasca. Funzionali le neniose e bambinesche note di Morricone.

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