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L’amore ai tempi del colera

Sul finire del 1800 a Cartagena, in Colombia, il giovane telegrafista Florentino si invaghisce perdutamente della bella Fermina, figlia di Lorenzo Daza, possidente ambizioso che sogna per la propria figlia un futuro da gran dama. Florentino inizia un’appassionato scambio epistolare con la ragazza che ricambia l’amore del giovane. Ma è un rapporto a distanza, affidato a scambi furtivi di missive, che Fermina affida alla sua nutrice. Lorenzo scopre la relazione platonica fra i due e decide di allontanare la figlia dalla città, per evitare ostacoli alle sue mire.
Arriva la guerra e con essa il colera, che miete migliaia di vittime tra la popolazione; la stessa Firmina si ammala e viene curata dal dottor Juvenal, che scopre che la ragazza non ha il colera ma una semplice gastroenterite.
L’uomo inizia una corte serrata che Firmina accetta, per la felicità di Lorenzo.
Inutilmente Florentino si strugge d’amore per la ragazza; continua a scriverle appassionate lettere d’amore che però non ricevono risposta.
Nel frattempo la mamma del giovane lo fa trasferire sui battelli della compagnia fluviale presso suo cognato, ma per Florentino il ricordo di Fermina è un’ossessione.


Passano gli anni e il giovane, che ha scoperto il sesso, si dedica con frenesia ad allacciare relazioni effimere con centinaia di donne, nessuna delle quali però sostituisce nel suo cuore l’amata Fermina.
Che dal canto suo vive una vita matrimoniale mondana, forse non completamente appagante ma agiata e completata dalla nascita di figli.
Passa mezzo secolo, Florentino e Firmina hanno vissuto le proprie vite senza più incrociare i loro destini; l’uomo ha continuato a collezionare amanti, una delle quali, Olimpia, una giovane sposata, per un attimo è sembrata in grado di
sostituire il ricordo di Fermina fino al giorno nel quale Olimpia viene uccisa dal marito che scopre la relazione della donna.
Per una banale caduta da un albero muore anche Juvenal e Florentino commette un’errore grave presentandosi il giorno del funerale a casa di Fermina per testimoniarle il suo immutato amore, ma Fermina, irata, lo caccia in malo modo.
Ma con costanza, continuando a scriverle delicate lettere d’amore, Florentino riesce a fare breccia nel cuore della donna,quando ormai i due hanno superato i settant’anni…


Dal romanzo L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez, grande successo mondiale del 1985 dello scrittore colombiano, il regista Mike Newell trae un film abbastanza fedele al romanzo stesso.
Un’impresa, alla luce della particolare prosa di Marquez, più un poeta che romanziere, con un modo di scrivere sospeso tra reale e immaginario e che richiede uno sforzo immane per coniugare l’aspetto sognante degli scritti
con l’immagine.
Il film ripercorre il mezzo secolo di una storia d’amore unilaterale, che per il protagonista della storia si trasforma in un’ossessione quotidiana, tanto da tradursi in una incredibile conta dei giorni,”cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese
annotati scrupolosamente da Ferentino che ha anche tenuto una conta analitica delle donne con le quali ha avuto fugaci relazioni, che però non lo hanno mai distolto davvero dall’oggetto del suo amore assoluto, quella Fermina che dal canto suo ha metabolizzato
le parole del padre, “l’amore è soltanto un’illusione“, che l’hanno spinta a sposare il bel dottor Juvenal, con il quale ha avuto una vita tranquilla, agiata, il sogno di suo padre.


Un matrimonio vissuto tra alti e bassi, inizialmente senza una vera passione,testimoniato dalle parole di Juvenal, “nel matrimonio la cosa più importante non è la felicità, ma la stabilità…“, ma che con il tempo è diventato quieta accettazione, nonostante liti e pacificazioni, un tradimento del marito che spinge Fermina a vivere in campagna per tre anni, raggiunta poi da marito che in fondo ama davvero la moglie.
Una storia d’amore quindi, che attraversa decenni di profonda trasformazione, con l’incubo della guerra civile e del mortale colera che decima la popolazione, ma che nel film rimane abbastanza defilato, quasi fosse un corollario della storia.
La centralità della vicenda è affidata al personaggio di Ferentino, un uomo d’altri tempi, rappresentante di un”amor cortese” rinascimentale, nel quale l’amore è un valore assoluto e custodito per tutta la vita.
Un amore che sarà coronato dall’unione con Fermina nonostante l’età avanzata, potente segnale della forza dirompente di un sentimento che non conosce il passare del tempo o le barriere.


Sul finale del film questo assioma sarà testimoniato dalla lite fra Fermina e sua figlia, una Fermina che per la prima volta si rende conto di poter e dover scegliere il proprio futuro, dopo una vita vissuta nell’ombra ingombrante del padre prima, del marito poi.
L’amore non ha confini, non conosce l’età.
Newell sposa questa visione del romanzo di Marquez, rispettando quanto più è possibile lo spirito del romanzo.
Ne viene fuori un film stilisticamente ineccepibile,con una gran bella fotografia e ricreato dal punto di vista visivo con costumi e ambientazioni di quel periodo tumultuoso a tutte le latitudini del mondo che va dalla seconda metà dell’ottocento al primo ventennio del novecento.
Tutti gli attori impiegati lavorano egregiamente, con particolare menzione per Javier Bardem (Florentino) e per Giovanna Mezzogiorno (Fermina), con quest’ultima costretta a lunghe ore di posa per il trucco che la invecchia nel film.
Un’opera che può definirsi riuscita e della quale consiglio la visione.

L’amore ai tempi del colera

Un film di Mike Newell. Con Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno, Benjamin Bratt, Catalina Sandino Moreno, Hector Elizondo,Liev Schreiber, Fernanda Montenegro, Laura Harring, John Leguizamo, Gina Bernard Forbes, Marcela Mar, Juan Ángel, Liliana Gonzalez, Catalina Botero,
Miguel Angel Pazos Galindo, Maria Cecilia Herrera, Luis Fernando Hoyos, Carlos Duplat, Francisco Raul Linero, Unax Ugalde Titolo originale Love in the Time of Cholera. Drammatico, durata 138 min. – USA 2007. – 01 Distribution

Javier Bardem: Florentino Ariza
Giovanna Mezzogiorno: Fermina Daza
Benjamin Bratt: Dr. Juvenal Urbino
John Leguizamo: Lorenzo Daza
Catalina Sandino Moreno: Hildebranda Sanchez
Fernanda Montenegro: Tránsito Ariza
Héctor Elizondo: Don Leo
Liev Schreiber: Lotario Thugut
Ana Claudia Talancón: Olimpia Zuleta
Unax Ugalde: Florentino Ariza da giovane
Angie Cepeda: vedova Nazareth
Laura Harring: Sara Noriega
Juan Ángel: Marco Aurelio
Liliana González: moglie di Marco Aurelio
Salvatore Basile: sindaco

Roberto Pedicini: Florentino Ariza
Fabio Boccanera: Dr. Juvenal Urbino
Francesco Pannofino: Lorenzo Daza
Ilaria Stagni: Hildebranda Sanchez
Marzia Ubaldi: Tránsito Ariza
Franco Mannella: Don Leo
Domitilla D’Amico: Olimpia Zuleta
Francesca Fiorentini: vedova Nazareth
Francesca Guadagno: Sara Noriega

Regia Mike Newell
Soggetto Gabriel García Márquez
Sceneggiatura Ronald Harwood
Produttore Scott Steindorff
Casa di produzione New Line Cinema, Stone Village Pictures
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Affonso Beato
Montaggio Mick Audsley
Musiche Antonio Pinto, Shakira
Scenografia Wolf Kroeger

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d’oro.
Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.
Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un’ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.

È la vita, non la morte, a non avere confini… (Florentino )
Non c’è nulla che ti dia gloria come morire per amore. (Florentino )
Io sono una nullità, non guarirò mai fino alla fine dei miei giorni; la fiamma dell’amore mi ha colpito e brucio senza rimedio; lei è una spina piantata dentro di me è parte di me ovunque io vada e ovunque lei si trovi. (Florentino )
L’unico cruccio che ho morendo è che non muoio per amore. (Padre di Florentino )
Io non sono ricco, sono solo un povero con i soldi…(Florentino)
Nel matrimonio la cosa più importante non è la felicità, ma la stabilità…(Juvenal)
Pensa all’amore come ad uno stato di grazia, non come ad uno strumento per raggiungere un fine, ma come l’alfa e l’omega, in se stesso contenuto…(Florentino)
Fermina, volevo dirti che io ho aspettato questo momento 51 anni, 9 mesi e 4 giorni. Io ti ho amata tutto questo tempo, dal primo istante in cui ti ho vista fino a ora.(Florentino)
Va bene, io vi sposerò se voi… non mi farete mangiare le melanzane! (Fermina)

aprile 25, 2020 Posted by | Drammatico | , , | 1 commento

Ritratto della giovane in fiamme

Bretagna,Francia,1770

Alla pittrice Marianne è affidato un incarico delicato, ritrarre la giovane Heloise in un dipinto destinato al futuro marito della donna.
Un matrimonio concordato tra la contessa, madre di Heloise e un gentiluomo milanese, dopo che la promessa sposa di quest’ultimo, la sorella
di Heloise è morta improvvisamente costringendo la contessa a richiamare Heloise dal convento in cui la giovane viveva.
Siamo nella Francia pre rivoluzionaria, le convenzioni sociali della classe nobile sono predominanti e i rapporti fra genitori e figli è improntato al massimo rispetto dei ruoli; i genitori dispongono del futuro dei figli destinati a matrimoni di convenienza che consolidino i patrimoni familiari. Per questo la contessa decide di concedere in moglie al gentiluomo la figlia più piccola.
Il gentiluomo, futuro marito di Heloise ha richiesto espressamente un ritratto della futura sposa e la contessa ha chiamato nella sua villa un pittore, che però dopo aver ritratto il vestito della futura sposa ha dovuto rinunciare all’incarico,lasciandolo incompiuto il dipinto per il rifiuto assoluto di Heloise di posare per lui.


Marianne è stata assunta con l’incarico di dipingere la ragazza senza farla posare e di entrare in confidenza con lei, in modo da guadagnarne la fiducia e memorizzare il suo volto, che Marianne dovrà dipingere la sera.
Tra Heloise e Marianna nasce un rapporto sempre più profondo, tanto da spingere la pittrice a rivelare alla futura sposa il suo reale ruolo; le mostra il dipinto realizzato che però Heloise trova troppo convenzionale e senz’anima.
Marianne ne cancella il volto e la contessa, delusa, si appresta a licenziarla quando all’improvviso Heloise decide di posare per lei; la partenza della contessa per qualche giorno lascia le due giovani donne da sole e tra loro l’amicizia evolve in qualcosa di più profondo.
Ma arriva il momento in cui devono seguire i propri destini.
Delicato come il dipinto di Heloise, con una atmosfera rarefatta fatta di sguardi e parole (poche) essenziali, Ritratto della giovane in fiamme, diretto da Céline Sciamma nel 2019 si muove in un periodo storico, la Francia pre rivoluzionaria, ancora legata a schemi che affondano le radici in un ordine sociale rigorosamente diviso in classi, in cui la donna ha un ruolo subalterno ed è costretta ad accettare


supinamente le decisioni della famiglia, tesa a mantenere il proprio ruolo attraverso matrimoni di convenienza e legami dettati principalmente dall’interesse.
In questo scenario si innesta la storia di due donne profondamente diverse quanto possono esserlo una pittrice, Marianna, che già nella scelta della professione può essere definita una rivoluzionaria e che, come racconterà a Heloise, ha già conosciuto l’amore anche se non è in grado
di descriverlo con parole appropriate e Heloise, una ragazza senza alcuna esperienza di vita, che ha vissuto in convento e che si ritrova a dover accettare un matrimonio non voluto con un uomo che non conosce.
Tra i due universi in apparenza non ci sarebbe alcun punto di contatto, ma tra Marianne e Heloise c’è immediatamente qualcosa che sembra creare un ponte volto a congiungere gli universi paralleli.
Il candore di Heloise, la sua inesperienza nelle cose della vita diventano per Marianne qualcosa che la spinge a solidarizzare, crea immediata empatia.E Heloise ha un cosi disperato bisogno di dialogo, dopo anni di vita da reclusa che trova nella pittrice una sponda ideale.
Tra le due donne nasce un’amicizia intensa, poi l’amore.


Un amore assolutamente vietato da una società fondamentalmente bigotta, maschilista all’eccesso.
A parte il legame amoroso che viene a crearsi tra Heloise e Marianne, conta lo scambio reciproco di pensieri, di sentire.
Un film tutto la femminile, senza nessun protagonista maschile, con due figure di contorno come la contessa, espressione vivente dell’ancient regime e Sophie, la giovane domestica incinta.
Delicato e dall’aria quasi sognante, il film si avvale di una prestazione maiuscola delle due protagoniste, Noemie Merlant (Marianne) e Adele Haenel (Heloise); intense ed espressive le due attrici rendono ancor più credibili i loro personaggi. Molto bello il commento musicale, affascinante la location.
Un film sicuramente valido, consigliato.

Ritratto della giovane in fiamme

Un film di Céline Sciamma, con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel. Titolo originale: Portrait de la jeune fille en feu. Titolo internazionale: Portrait of a Lady On Fire. Genere Drammatico, – Francia, 2019, durata 120 minuti, distribuito da Lucky Red.

Noémie Merlant: Marianne
Adèle Haenel: Héloïse
Valeria Golino: contessa
Luàna Bajrami: Sophie
Armande Boulanger: studentessa

Regia Céline Sciamma
Sceneggiatura Céline Sciamma
Produttore Véronique Cayla, Bénédicte Couvreur
Casa di produzione Arte France Cinéma, Hold Up Films, Lilies Films
Distribuzione in italiano Lucky Red
Fotografia Claire Mathon
Montaggio Julien Lacheray
Musiche Jean-Baptiste de Laubier, Arthur Simonini
Scenografia Thomas Grézaud
Costumi Dorothée Guiraud
Trucco Aurélie Cerveau, Marthe Faucouit

aprile 23, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | 2 commenti

Al di là delle nuvole

Un regista in cerca di ispirazione “immagina” la costruzione di un film seguendo quattro storie ambientate in città diverse e popolate da personaggi
sfuggenti.
Nel primo episodio, ambientato a Ferrara, un giovane tecnico di idrovore, Silvano, conosce Carmen, una bella ragazza che fa l’insegnante e che dimora in una pensione nella quale, dietro suggerimento della stessa, Silvano prende alloggio. C’è immediata attrazione tra i due, ma Silvano non concretizza l’occasione di manifestare il sentimento appena nato a Carmen.
La rivede tre anni dopo e questa volta la segue a casa. Ma anche se innamorato della donna, nel momento in cui è nudo sul letto con lei, va via di nuovo.
La scena cambia e questa volta il regista è a Portofino.
Qui segue una giovane donna in una boutique e mentre è seduto in piazza la ragazza lo raggiunge e gli racconta immediatamente di aver ucciso suo padre con 12 coltellate,senza addurre motivi al gesto.


Il regista e la ragazza vanno a casa di lei, dove hanno un rapporto sessuale, subito dopo il quale il regista sparisce.
Ricompare a Parigi, immaginando la storia di una ragazza, Olga che conosce Robert, un americano sposato con Patrizia; tra i due nasce una relazione che però Patrizia sopporta per un paio d’anni e poi va via di casa.
Visitando un appartamento conosce Carlo, un uomo da poco abbandonato dalla moglie; forse tra i due nascerà qualcosa di profondo.
L’ultima storia immaginata dal regista si svolge ad Aix en Provence; un giovane segue una ragazza e cerca in tutti i modi di stabilire un rapporto con lei ma lei l’indomani dovrà prendere i voti e la loro fugace conoscenza si conclude
in una chiesa, dove il giovane si addormenta.
Diretto nel 1995 da un Michelangelo Antonioni ormai profondamente minato nel fisico dall’ictus che lo aveva colto dieci anni prima, Al di là delle nuvole è un film nel quale il grande cineasta si avvale della preziosa collaborazione


di Wim Wenders, suo grande ammiratore che coordina il film seguendo le linee guida del maestro.
Elaborato su una struttura ricavata da quattro racconti tratti da Quel bowling sul Tevere, una raccolta di 35 racconti più o meno brevi, Al di là delle nuvole è un film sostanzialmente ermetico perchè privo di un filo di collegamento fra i racconti stessi;
immagini e dialoghi frammentati si inseriscono in racconti per immagini, ambientati in posti diversi.
Alla Ferrara nebbiosa, quasi incantata del primo episodio, forse il più immediato e decifrabile nel quale assistiamo alla sublimazione dell’amore e del desiderio, che resta inappagato forse perchè irraggiungibile nelle sue vette, segue un’ambientazione brumosa e ventosa, quella di una Portofino solitaria nella quale si svolge la storia breve di una donna con un terribile segreto, che però confessa immediatamente
al regista, senza che il breve contatto fra i due abbia un seguito, quasi un trionfo dell’incomunicabilità in cui il rapporto sessuale che i due protagonisti hanno diventi l’unico momento di contatto possibile.


Il terzo episodio è quello che mostra la maggior linearità; ambientato a Parigi ha il momento più felice nell’incontro del bistrot, durante il quale Olga racconta un aneddoto enigmatico ad un Robert immediatamente affascinato dalla ragazza, tanto da divenirne amante e dimenticare sua moglie, che lo attende per un po e poi va via, ricostruendo (forse) la sua vita con un’anima errante come la sua.
Anche l’episodio girato ad Aix en Provence diventa estremamente ermetico nell’impossibilità da parte dei due protagonisti nello stabilire un rapporto, visto che lei sembra essere destinata ad una vita religiosa e lui,
che la segue in chiesa, non riesce a fare altro che a dormire nel momento in cui avrebbe avuto modo di stabilire un ponte con la donna.
Al di là delle nuvole è un titolo che forse simboleggia l’azzurro profondo dei titoli di testa, che a loro volta introducono la sequenza del volo del regista che sta esattamente nel mezzo, fra nuvole e cielo blu; una supposizione la mia, come del resto
non possono essere altro che supposizioni quelle ricavabili dai discorsi rarefatti del film, dal simbolismo delle scene, inclusa la sequenza di raccordo dei due pittori in un campo, forse la scelta meno comprensibile di tutte; contrasto netto anche tra la presenza dei corpi nudi delle splendide protagoniste con la malinconica atmosfera che serpeggia per tutto il film.


Film ostico, a tratti freddo, a tratti troppo aulico nei dialoghi.
Eppure percorso da un’aria talmente rarefatta da risultare affascinante, così come molto belle sono le parti sonore del film, affidate a Lucio Dalla e agli U2 con Van Morrison, autori del brano finale del film.
Compare anche Bach con le sue sonate in un film davvero troppo complesso nella sua struttura portante, quasi un ensemble di emozioni frammentate portate sullo schermo senza una linea guida precisa, ma seguendo l’emozione del momento.
Il cast è di assoluto livello: ci sono John Malkovich (il regista), Kim Rossi Stuart e e Inés Sastre (primo episodio), Sophie Marceau (secondo episodio) Fanny Ardant, Jean Reno e Chiara Caselli (terzo episodio) ,Irène Jacob (quarto episodio) con due grandissimo come Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau nell’episodio di raccordo e tutti si muovono a tratti quasi spettrali in un film di davvero difficile interpretazione. Molto bella la fotografia.

Al di là delle nuvole

Un film di Michelangelo Antonioni,Wim Wenders. Con John Malkovich, Fanny Ardant, Kim Rossi Stuart, Jean Reno, Sophie Marceau, Irène Jacob, Veronica Lazar, Sophie Semin, Peter Weller, Chiara Caselli, Vincent Perez, Ines Sastre, Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Enrica Antonioni, Carine Angeli, Alessandra Bonarrota, Laurence Calabrese, Tracey Caligiuri, Hervé Décalion, J. Emmanuel Gartmann, Sherman Green, Suzy Lorraine, Cesare Luciani, Muriel Mottais, Bertrand Peillard, Sara Ricci, Sabry Tchal Gadjieff, Giulia Urso, Frere Jean-Philippe Revel,
Frere Daniel Bourgeois Drammatico, durata 110 min. – Italia 1995. – C.G.D – Cecchi Gori Distribuzione

John Malkovich: Il regista
Fanny Ardant: Patrizia
Chiara Caselli: Olga
Irène Jacob: La futura suora
Sophie Marceau: La ragazza assassina
Vincent Pérez: Niccolò
Jean Reno: Carlo
Kim Rossi Stuart: Silvano
Inés Sastre: Carmen
Peter Weller: Il marito di Patricia
Marcello Mastroianni: Il pittore
Jeanne Moreau: L’amica del pittore
Enrica Antonioni: Manager della boutique
Veronica Lazar: Liza
Sara Ricci: amica di Carmen

Regia Michelangelo Antonioni, Wim Wenders
Soggetto Michelangelo Antonioni, Wim Wenders, Tonino Guerra
Sceneggiatura Michelangelo Antonioni, Wim Wenders, Tonino Guerra
Produttore Philippe Carcassone, Vittorio Cecchi Gori
Fotografia Alfio Contini (segmento di Antonioni); Robby Müller (segmento di Wenders)
Montaggio Michelangelo Antonioni, Peter Przygodda, Lucian Segura
Musiche U2, Van Morrison, Laurent Petitgand, Bach, Lucio Dalla, Robert Sidoli, Angelo Talocci (music director)
Scenografia Thierry Flamand
Costumi Esther Walz
Art director Thierry Flamand

aprile 21, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Ma Ma-Tutto andrà bene

Insegnante ormai prossima alla disoccupazione,sposata con un uomo che non ama più e che la tradisce, con un figlio che adora e che segue
anche quando gioca a calcio, sport che le interessa solo perchè lo pratica il figlio, Magda ha davanti a se un futuro che immagina difficile.
Ma è appena all’inizio di un cammino dolorosissimo.
Dopo la partenza del marito, in viaggio con la sua amante, durante la calda estate spagnola Magda ha modo di essere di conforto ad Arturo, conosciuto durante una partita di calcio e che
ha appena perso sua figlia e per ulteriore disgrazia si ritrova la moglie in coma.
Durante una visita ginecologica di routine il dottor Julian diagnostica a Magda un doppio carcinoma al seno; per la donna è l’inizio del calvario legato alla chemio pre operazione, che affronterà con coraggio da sola, trovando anche il modo di
essere vicina ad Arturo, che dopo la perdita della figlia deve subire un altro colpo durissimo, la perdita della moglie.
Ma Magda è una donna forte, volitiva; combatte contro il male, subisce la mastectomia del seno (che chiama amputazione) con un coraggio e una forza d’animo che stupisce anche il dottor Julian,che le si affeziona


stabilendo un contatto umano che va oltre anche il rapporto medico/paziente.
Un rapporto umano di amicizia, che Magda rinsalda interessandosi delle vicende di Julian, sposato e che è in attesa di adottare una bimba russa.
Ma le cose sono destinate a prendere una piega tragica.
Proprio quando Magda sembra fuori pericolo, in un momento nel quale ha ritrovato la voglia di vivere e la felicità accanto al sensibile e dolce Arturo, che ha stabilito anche uno splendido rapporto con suo figlio ecco che il destino presnta il conto.
Un conto durissimo da pagare.
Dopo una visita di controllo, un costernato Julian le comunica con dolore che il cancro non solo non è stato debellato, ma che ha ormai interessato la gabbia toracica e che le restano pochi mesi di vita.
Anche questa volta Magda reagisce; confortata dalla scoperta della gravidanza inaspettata e quasi miracolosa che sta portando avanti, la donna prova a sfidare la sorte avversa mettendo al mondo una creatura che
dia un senso a tutta la sua sofferenza, donando una sorellina che chiamerà Natascia a suo figlio e che sia di conforto al disperato Arturo.
E ci riuscirà, vincendo anche le leggi di natura; subito dopo la nascita della piccola, Marta muore, sorridendo.
Il suo coraggio sarà un esempio per Arturo, per Julian e per suo figlio, mentre alla piccola Natascia lascerà un ricordo di se in un video che Magda ha girato per sua figlia, per quando sarà in grado di comprendere chi era sua madre.


Diretto da Julio Medem nel 2015, Ma Ma Tutto andrà bene è un film delicato e per molti versi commovente dedicato ad una figura femminile straordinaria, quella di una donna capace di affrontare un destino cinico e avverso con una forza d’animo
che ha del miracoloso. Emblema di tante, troppe donne costrette a combattere con un nemico subdolo e troppe volte mortale, nonostante i passi da gigante fatti dalla medicina.
Il calvario della malattia, gli effetti devastanti della chemio, che vanno dai problemi fisici a quelli ancor più gravi a livello psicologico sono uno dei temi affrontati nel film,che però punta l’obiettivo sulla figura di Magda, sul quel suo essere volitiva,propositiva, combattente nata.
Un atto d’amore verso una figura rappresentativa, nella quale si può scorgere l’ammirazione di Medem per le donne che non si abbattono mai, nonostante la presenza concomitante del resto dei problemi del quotidiano delle donne stesse.
Il linguaggio poetico usato dal regista affiora spesso nel parlato di Magda, nelle sue azioni, a partire dalla capacità straordinaria della donna di annullarsi o quanto meno accantonare il personale per portare conforto agli altri, a partire da quel figlio tanto amato e che vuol tenere lontano dalla malattia per passare alla figura di Julian, uomo alle prese con problemi coniugali e sopratutto quella di Arturo, che sarà il più colpito dalla cattiva sorte, visto che in successione perderà prima la figlia, poi la moglie e infine anche Magda, che lo aveva guidato fuori dal tunnel del dolore e che regalerà ad Arturo stesso una speranza, rappresentata dalla piccola Natasha e da suo figlio, che crescerà con lui e con suo padre, che finalmente scoprirà di aver sposato una donna straordinaria e che prenderà coscienza di essere un padre.


Ma Ma Tutto andrà bene è un bel film, molto malinconico per forza di cose, che ha qualche limite; ad una prima parte realista e descrittiva si succede una seconda troppo virata al melodramma.
Però va anche detto che Medem, una volta imboccata la strada di un racconto che purtroppo può essere portato ad emblema di tante, troppe storie dolorose che spesso sono vissute nell’oscurità da moltissime donne costrette a combattere un nemico spietato, spesso con situazioni familiari complicate, che comunque devono poi affrontare i contraccolpi fisici della malattia, la capacità di
sapersi relazionare con un corpo che inevitabilmente si trasforma e una psiche devastata, Medem dicevo prosegue coerentemente mostrando anche una luce. Quella della speranza, data dalla vita che nasce, quella dell’esempio. Di una donna che non si arrende, che pur di fronte alla morte trova comunque  la forza di additare un motivo di speranza.
Un bellissimo ritratto femminile, reso magistralmente da Penelope Cruz, qui alle prese con il personaggio più riuscito della sua carriera; malinconica, fiera, dolce, comprensiva, donna vera in tutte le sue sfumature, Penelope/Magda rende umanissimo il suo personaggio, senza mai esagerare o scendere nel patetico.
Una prova maiuscola, così come lineare e ben diretta è quella di Medem, che tre anni dopo dirigerà un altro bellissimo film L’albero del sangue del quale ho parlato qualche settimana fa.
Molto bene il resto del cast per un film che resta impresso, con una tematica scomoda ma che purtroppo è una triste realtà.
Vivamente consigliato.

Ma Ma-Tutto andrà bene
un film di Julio Medem,con Penélope Cruz, Luis Tosar, Asier Etxeandia, Teo Planell, Anna Jiménez, Elena Carranza. Titolo originale: Ma Ma. Genere Drammatico, – Spagna, Francia, 2015, durata 111 minuti, distribuito da I Wonder Pictures.

Penélope Cruz: Magda
Luis Tosar: Arturo
Asier Etxeandía: Julián
Teo Planell: Dani
Mónica Sagrera: zia Sofia
Àlex Brendemühl: Raúl
Anna Jiménez: Natasha

Regia Julio Médem
Soggetto Julio Medem
Sceneggiatura Julio Médem
Produttore Penélope Cruz, Julio Médem
Casa di produzione Morena Films, Ma Ma Películas AIE, Mare Nostrum Productions
Distribuzione in italiano I Wonder Pictures
Fotografia Kiko de la Rica
Montaggio Iván Aledo
Musiche Alberto Iglesias, Eduardo Cruz
Scenografia Montse Sanz

aprile 12, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Giovane e bella

Per la giovane Isabelle, diciassette anni, l’estate porta dei cambiamenti importanti; in vacanza con famiglia e amici la ragazza sceglie di concedersi
ad un giovane tedesco. Ma l’esperienza la lascia del tutto insoddisfatta.
Al rientro a Parigi ,Isabelle prende una decisione che avrà pesanti conseguenze; sceglie di prostituirsi, aprendo un piccolo sito internet nel quale si propone come escort, dichiarando di avere vent’anni.
Tra i suoi primi clienti c’è Georges, un signore anziano e gentile, che diverrà uno dei suoi appuntamenti fissi fino al giorno in cui, durante un rapporto sessuale, l’uomo colto da infarto muore.
Le indagini della polizia portano gli inquirenti sulle tracce di Isabelle; Sylvie,la madre della ragazza apprende con costernazione della vita segreta di Isabelle e decide di correre ai ripari, pur non ricavando dalla figlia alcuna risposta


sulle motivazioni del gesto della stessa .Isabelle infatti fa la escort per motivi oscuri, visto che i soldi che guadagna, molti, non li spende in oggetti o indumenti,ma li mette da parte senza mai nemmeno contarli.
Nonostante l’aiuto di uno psicologo, Sylvie non fa breccia nel muro di silenzi eretto dalla ragazza, ma ottiene quanto meno che Isabelle abbandoni la vita degradante a cui si è dedicata.
La ragazza sembra ritornare ad una parvenza di normalità; ad una festa accetta la corte del giovane Alex, salvo lasciarlo poco dopo perchè non innamorata di lui.
I rapporti sessuali con il giovane sembrano però aver risvegliato in Isabelle istinti sopiti, così la ragazza riattiva la vecchia linea telefonica trovando nella casella mail molte richieste di appuntamento, da un numero in particolare.


Recatasi nell’albergo che era stato la sede dei rapporti con Georges, Isabelle scopre che è la vedova dell’uomo ad averle chiesto un incontro. Equivocando sulla natura dell’incontro,Isabelle si offre sessualmente alla matura signora che in realtà da lei
vuole solo sentirsi raccontare le ultime parole del marito e notizie su quello che le raccontava.
Glaciale ritratto di un’adolescente enigmatica come buona parte dei suoi coetanei, mondo alieno difficile da esplorare e ancor più da comprendere, Giovane e bella di Francois Ozon più che indagare sul mondo della prostituzione, che quando avviene in ambienti più esclusivi della strada
viene definito delle “escort”, cerca di analizzare, senza dare alcun giudizio morale la vita degli adolescenti attraverso l’analisi comportamentale di Isabelle.
Giovane,bella, borghese, Isabelle frequenta la scuola e ha delle amiche, va a teatro e ha una famiglia niente affatto repressiva; non ha alcun genere di problema conflittuale ne con sua madre, ne con suo fratello ne tanto meno con il secondo marito della madre.
Ma allora cosa spinge la ragazza verso un mondo così abietto e amorale come quello delle escort?


Nel film non c’è alcuna risposta per cui è lasciato a chi guarda il compito di farsi un’idea delle reali motivazioni della ragazza; forse Isabelle ha la classica inquietudine dell’adolescenza che è ormai ad un passo dall’età adulta, rappresentata dalla maggiore età, forse cerca attraverso la sessualità un’affermazione della propria personalità,un modo per affermare la propria esistenza o ancora può trattarsi di semplice noia, perchè in fondo a Isabelle non manca nulla.
Su questa ambiguità di fondo si gioca tutto il film, che sembra l’esperimento di un entomologo atto a osservare con curiosità tutta scientifica la vita di un insetto degno di analisi.
Un paragone lato, intendiamoci ,non certo volutamente offensivo. E’ un esempio di come un regista voglia giocare le sue carte narrative senza dar prova di possedere idee preconcette.
Per Ozon Isabelle è un personaggio misterioso,un po come misteriosi sono i giovani a quell’età e all’obiezione che può nascere sul fatto che anche lui (come noi del resto) è stato un adolescente è facile rispondere
che si tratta di due generazioni separate quasi da ere geologiche viste le vertiginose, vorticose modifiche subite dalla società.
L’indagine di Ozon non è introspettiva quanto descrittiva.


Gli incontri sessuali della ragazza, la sua vita quotidiana, il suo essere sono mostrati senza forzature, quasi che il comportamento della ragazza avesse una sua ragione di esistere; un’esistenza spiazzante, che non possiamo condividere e che fondamentalmente non possiamo capire.
Giovane e bella è un buon film, attraversato dalle quattro stagioni dell’anno che assurgono alle stagioni della vita e accompagnate da quattro canzoni di Francoise Hardy, belle e malinconiche. Come il volto imperscrutabile, da Monna Lisa, della giovane Isabelle, rappresentazione di tutto ciò che di misterioso c’è, in generale, nella psicologia femminile.
Davvero bravissima Marine Vacht, fisico efebico e volto da vera adolescente; del resto la ventiduenne attrice e modella (ovviamente nel 2013,data di realizzazione del film) conferisce al suo personaggio un’inquietudine mista ad una freddezza degna di menzione per la naturalezza con cui sono espresse. Cameo superbo di Charlotte Rampling nella parte della vedova dell’anziano George.
Bene il resto del cast,per un film che consiglio vivamente.

Giovane e bella
Un film di François Ozon. Con Marine Vacth, Charlotte Rampling, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen. Titolo originale Jeune et jolie. Drammatico, durata 94 min. – Francia 2013. – Bim Distribuzione

Marine Vacth: Isabelle
Géraldine Pailhas: Sylvie
Frédéric Pierrot: Patrick
Charlotte Rampling: Alice
Johan Leysen: Georges
Fantin Ravat: Victor
Nathalie Richard: Véro
Djedje Apali: Peter
Lucas Prisor: Felix
Laurent Delbecque: Alex
Stefano Cassetti: Cliente all’hotel
Jeanne Ruff: Claire

Regia François Ozon
Sceneggiatura François Ozon
Produttore Éric Altmayer, Nicolas Altmayer
Casa di produzione Mandarin Cinéma, Mars Films, France 2 Cinéma, FOZ
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Pascal Marti
Montaggio Laure Gardette
Musiche Philippe Rombi
Scenografia Katia Wyszkop
Costumi Pascaline Chavanne
Trucco Gill Robillard

aprile 10, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Lezioni d’amore

Professore universitario di letteratura, David è ormai giunto sulla soglia dei sessant’anni.
L’uomo non ha legami, visto che ha abbandonato sua moglie e ha un figlio con cui ha un rapporto conflittuale dal momento che gli rimprovera
l’atteggiamento verso sua madre e la scarsa considerazione in cui la tiene.
David sembra interessato solo alle donne e agli amici; intrattiene una relazione ormai ventennale con una donna in carriera ma non disdegna
di corteggiare le sue studentesse,dopo che queste hanno completato il proprio ciclo di studi.
Ed è una di loro, una splendida ragazza cubana, Consuela (con la a) a costituire un elemento destinato a divenire dirompente.
La ragazza inizia con il maturo professore una relazione che ben presto per David diventa qualcosa di ben più serio di una semplice avventura.
Per David la sua giovinezza,la contemporanea percezione dell’inevitabile avvicinarsi della vecchiaia scatenano una ossessione che ben presto sfocia in gelosia verso l’affascinante Consuela.


David ormai prova qualcosa di simile all’amore,per la prima volta dalla giovinezza, cosa che lo turba profondamente. Ma sarà proprio l’improvvisa gelosia, l’irruzione di Consuela nella sua vita a metterlo in crisi e a separarlo dalla ragazza. Che ricomparirà nella sua vita due anni dopo,con una drammatica novità…
Il tempo che passa inesorabile,la non accettazione del viale del tramonto dell’esistenza, la consapevolezza del tempo trascorso in modo edonistico e se vogliamo irresponsabile sono solo alcuni temi del film Lezioni d’amore ,bruttissimo
titolo tradotto dall’originale Elegy, a sua volta trasposizione cinematografica del romanzo di Philip Roth L’animale morente.
Diretto dalla regista e sceneggiatrice spagnola Isabelle Coixet nel 2008, il film riprende un tema caro a Roth,il rapporto che si stabilisce tra un uomo di età avanzata e una giovane donna, come nel caso di La macchia umana che ebbe nel 2003 una bella riduzione cinematografica
con il titolo omonimo ad opera di Robert Benton.


Lezioni d’amore è un film elegante sia formalmente che visivamente, che mostra con passaggi studiati l’evoluzione del rapporto tra un vecchio don Giovanni ed una ragazza d’oggi, un rapporto difficile e reso problematico dal vissuto dei due protagonisti.
Non è solo la grande differenza d’età a dividerli (40 anni), c’è qualcosa di più profondo legato al  personale dei due; lui dopo la separazione della moglie,con un certo atteggiamento anche poco responsabile e maturo, ha pensato solo a se stesso, a soddisfare i propri piaceri fra i quali
in primo piano va messo l’atteggiamento verso l’altro sesso, di pura soddisfazione dei sensi, simboleggiato sia dal suo continuo correre alla ricerca di avventure galanti,nonostante un rapporto decennale con una matura donna in carriera sia con le sue ex studentesse; donne che non hanno più un legame professore/studente e che quindi diventano per David terrirorio di caccia.
Una caccia che denota principalmente la paura di invecchiare, quasi che la conquista sentimental/sessuale sia un modo di fermare l’inesorabile passare del tempo.


La bellezza che l’uomo,all’inizio del rapporto con la bella Consuela, illustra come assoluta e liricamente pregnante in realtà è effimera; con il passare del tempo la bellezza sfiorisce, una legge di natura severa ma anche livellante, mentre quella impressa su una tela rimane eterna, perchè inanimata.
L’incapacità di affrontare il tempo che scorre inesorabile costituisce il grande limite di David che scopre la vacuità di quanto finora inseguito; questa nuova consapevolezza lo porta ad affrontare qualcosa che ha sempre accantonato,ma che ora emerge impietosamente.
E Consuela lo mette spalle al muro, lei che è giovane, bella che a soli ventidue anni ha già avuto degli amanti e che ha già sperimentato aspetti della sessualità che David,tanto più grande di lei, ignora.
Ma David ben presto avrà molti spunti di riflessione,alcuni dolorosi; la malattia terminale di un amico, la devastante irruzione di Consuela nel grigiore delle sue giornate,dopo che lei lo ha lasciato e sopratutto avrà modo di ripensare anche al rapporto con suo figlio,con il quale riuscirà a ristabilire un tenue filo di contatto.


Un film delicato e equilibrato,interpretato in modo impeccabile da due ottimi attori, Ben Kinglsey e Penelope Cruz; le scene di intimità tra i due sono quanto di più casto immaginabile sullo schermo,l’affiatamento tra i due attori rende la storia credibile;bene anche il resto del cast attoriale.
Detto della bella fotografia e delle belle musiche, non posso far altro che consigliarvi caldamente la visione del film.

Lezioni d’amore
Un film di Isabel Coixet. Con Penélope Cruz, Ben Kingsley, Dennis Hopper, Patricia Clarkson, Peter Sarsgaard, Debbie Harry, Charlie Rose, Antonio Cupo, Michelle Harrison , Sonja Bennett, Emily Holmes, Chelah Horsdal, Marci T. House, Alessandro Juliani, Tiffany Lyndall-Knight Titolo originale Elegy. Drammatico, durata 106 min. – USA 2008. – 01 Distribution

Ben Kingsley: David Kepesh
Penélope Cruz: Consuela Castillo
Dennis Hopper: George O’Hearn
Peter Sarsgaard: Kenneth Kepesh
Patricia Clarkson: Carolyn
Sonja Bennett: Beth
Debbie Harry: Amy O’Hearn

Luca Biagini: David Kepesh
Ilaria Stagni: Consuela Castillo
Sergio Di Stefano: George O’Hearn
Massimiliano Manfredi: Kenneth Kepesh
Emanuela Rossi: Carolyn
Franca Vidali: Beth
Michela Alborghetti: Amy O’Hearn
Franca D’Amato: Susan Reese

Regia Isabel Coixet
Soggetto Philip Roth (romanzo L’animale morente)
Sceneggiatura Nicholas Meyer
Produttore Tom Rosenberg
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Jean-Claude Larrieu
Montaggio Amy E. Duddleston

aprile 8, 2020 Posted by | Drammatico, Sentimentale | , , , | Lascia un commento

La forma dell’acqua

Gli Usa nel 1962 sono nel bel mezzo della guerra fredda e l’amministrazione Kennedy si ritrova a dover fronteggiare il blocco sovietico anche con nuove armi; in questo clima di contrapposizione non solo ideologica si svolgono le vicende della giovane Elisa, una ragazza uscita da un orfanotrofio che ora lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio segreto governativo.
Elisa è muta, divide la sua vita fra il lavoro, l’unica persona che le mostri amicizia, l’afroamericana Zelda e il suo coinquilino Gilles, anche lui un emarginato per la sua omosessualità.
Nel laboratorio della base viene portata una strana creatura, un essere che sembra essere una mutazione umana di un pesce; l’uomo anfibio è stato catturato in Amazzonia, sottratto alla popolazione indigena che lo venerava come un essere speciale e dai grandi poteri.
L’essere infatti ha straordinarie capacità guaritive e la sua particolare conformazione fisica scatena gli appetiti dei militari, decisi a scoprirne le caratteristiche fisiche che gli permettono di vivere sott’acqua.


La creatura viene affidata al colonnello Strickland, uomo crudele che incurante della somiglianza della creatura con gli umani la tratta come cavia di laboratorio.
Elisa però riesce a stabilire una comunicazione con l’essere,portandogli da mangiare e colloquiando con lui tramite il linguaggio dei sordomuti e con la musica, facendo ascoltare alla creatura i suoi dischi; ma la stessa Elisa non impiega molto a scoprire che il suo nuovo amico
è destinato ad una fine orribile, la vivisezione.
Un insperato aiuto arriva dalla spia sovietica Hoffstetler, che si oppone alla decisione del Kgb di sopprimere la creatura per evitare che le sue particolarità fisiche possano essere utilizzate come arma dagli americani.
Si arriva così ad uno scontro fra Strickland da un lato, ormai ossessionato dalla creatura e dal trio composto da Elisa, Hoffstetler e Gilles dall’altro, decisi a salvare l’anfibio dal suo destino di morte…


Diretto nel 2017 da Guillermo del Toro,La forma dell’acqua è stato il film di maggior successo di quell’anno; premiato con 4 premi Oscar per il miglior film, il miglior regista, la migliore scenografia e la migliore colonna sonora ha poi raccolto
altri importanti riconoscimenti in tutto il mondo a cominciare dal Leone d’oro alla mostra di Venezia passando poi per i Golden Globe e i prestigiosi British Academy Film Awards e numerosi altri premi in tutto il mondo.
Meritati,senza dubbio.
Costruito come una favola moderna ma lontana dalla concezione di favoletta edificante in stile la bella e la bestia, La forma dell’acqua è strutturato come film dalle tonalità cupe che con sapienza mescola temi purtroppo universali sulla tolleranza del diverso,che sia esso un portatore di handicap (Elisa), una minoranza etnica (Zelda), un diverso come orientamento sessuale (Gilles).
L’ambientazione è quella sospesa fra isterismo e caccia alle streghe tipica della guerra fredda anni 60,con i blocchi Usa e Urss divisi dalla reciproca diffidenza che culminerà nella crisi dei missili di fine 1962; ma per il film ben più importante è
la contemporanea presenza di temi sociali universali angoscianti quanto e più di una contrapposizione ideologica in fondo riservata solo ai potenti che tirano i fili dell’umanità/burattina.


Negli Usa c’è ancora un irrisolto tema di divisione razziale, la diversità sessuale è qualcosa da nascondere con vergogna e da emarginare, della democrazia tanto declamata come la più compiuta al mondo si vede solo la facciata scintillante, come una vecchia soubrette che nasconda sotto un metro di cipria rughe profonde.
Guillermo del Toro non affonda i colpi.
Resta molto in superficie, privilegiando la storia e consolidando, con un finale giudicato da molti troppo buonista, la sua personale visione del tema fondante l’intero film, la tolleranza.
Molte critiche hanno riguardato proprio questo aspetto del film, dimenticando che non sempre è necessaria una visione disincantata e cinica del presente e del futuro; l’umanità può e deve avere una speranza, e il finale del film conforta questa tesi.
Anche se, sotto un’ottica realistica, il messaggio non è poi così grondante speranza; i due diversi devono nascondersi, perchè quel loro non essere allineati ai canoni di perfezione richiesti dalla società non si coniuga nemmeno lontanamente con i canoni stessi.


E allora la fuga assume i connotati di un passaggio ad una clandestinità dove poter essere se stessi, in un mondo che possa accettare le loro “imperfezioni” per quelle che sono.
Il suggerimento del finale è proprio quello; la creatura e la ragazza vanno verso la casa di lui, almeno verso quella che lui considera tale portando con se Elisa, creatura pura e eterea, che ha accettato la diversità dell’anfibio come riflesso della sua condizione.
Un film molto bello,reso affascinante dalla bellissima interpretazione di Sally Hawkins,quella che impropriamente hanno paragonato alla “bella” della storia La bella e la bestia.
Anonima, lontana dai canoni estetici della bellezza,una Hawkins acqua e sapone incarna perfettamente la figura della dolce Elisa, emarginata per la sua impossibilità al dialogo. Altrettanto brava è l’espressiva Octavia Spencer, la Zelda del film, protagonista secondaria di tante pellicole di successo come Spider-Man,Essere John Malkovich,La verità nascosta e tante altre; bene anche
il carognesco Michael Shannon ( Richard Strickland) e Doug Jones (la creatura),pur limitato nelle espressioni dal travestimento.
Decisamente attraente la colonna sonora,premiata con un Oscar e che riporta in auge gli anni 50 e 60 della musica americana,dallo swing al jazz al tip tap.
Un film coinvolgente,da vedere.

La forma dell’acqua
Regia di Guillermo Del Toro, con Sally Hawkins, Michael Shannon , Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg. Titolo originale: The Shape of Water. Genere Drammatico, Fantasy, Sentimentale, – USA, 2017, durata 119 minuti,distribuito da 20th Century Fox Italia.

Sally Hawkins: Elisa Esposito
Michael Shannon: col. Richard Strickland
Richard Jenkins: Giles
Doug Jones: uomo anfibio
Michael Stuhlbarg: dott. Robert ‘Bob’ Hoffstetler / Dimitri
Octavia Spencer: Zelda Delilah Fuller
Nick Searcy: gen. Frank Hoyt
David Hewlett: Fleming
Lauren Lee Smith: Elaine Strickland
Morgan Kelly: uomo della torta
Stewart Arnott: Bernard
Nigel Bennett: Mihalkov
Martin Roach: Brewster Fuller
John Kapelos: Arzoumanian
Jayden Greig: Timmy Strickland
Brandon McKnight: Duane

Pino Insegno: col. Richard Strickland
Franco Zucca: Giles
Loris Loddi: dott. Robert ‘Bob’ Hoffstetler / Dimitri
Cinzia De Carolis: Zelda Delilah Fuller
Flavio De Flaviis: gen. Frank Hoyt
Franco Mannella: Fleming
Eleonora De Angelis: Elaine Strickland
Roberto Gammino: uomo della torta
Luca Biagini: Bernard
Roberto Fidecaro: Mihalkov
Simone Mori: Brewster Fuller
Angelo Nicotra: Arzoumanian
Giulio Bartolomei: Timmy Strickland
Fabrizio De Flaviis: Duane

Regia Guillermo del Toro
Soggetto Guillermo del Toro
Sceneggiatura Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Produttore Guillermo del Toro, J. Miles Dale
Produttore esecutivo Liz Sayre
Casa di produzione Bull Productions, Fox Searchlight Pictures, TSG Entertainment, Double Dare You Productions
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Dan Laustsen
Montaggio Sidney Wolinsky
Musiche Alexandre Desplat
Scenografia Paul D. Austerberry
Costumi Luis Sequeira
Trucco Kristin Wayne

aprile 4, 2020 Posted by | Drammatico, Fantastico | , , | Lascia un commento

Tulipani-Amore,onore e una bicicletta

Anne, sul letto di morte di sua madre Chiara,è costretta a promettere alla stessa di portare dopo il trapasso le sue ceneri nella natia Puglia.
Qualche tempo dopo ritroviamo la ragazza su una moto con side car, con il sedere per aria ustionato ,accompagnata in ospedale da
Immacolata e Vito.
Qui però vengono raggiunti da un funzionario di polizia, che accusa la ragazza di omicidio; per evitare l’arresto della ragazza Immacolata e Vito
raccontano quello che è accaduto negli ultimi giorni rievocando la storia dei genitori di Anna.
Che non è figlia di Chiara,come ha sempre creduto,ma di una coppia olandese, Gauke e Ria, una ragazza che suo padre ha conosciuto durante un viaggio e della quale si è innamorato, unione dalla quale è nata Anna. Gauke, arrivato in Italia dalla lontana Olanda in bicicletta, era stato accolto amichevolmente dalla gente di un paesino pugliese e sopratutto da Piero e sua moglie Chiara.


Da Piero acquista un casolare, diventando amico dello stesso e aiutandolo quando al giovane viene chiesto il pizzo per tenere aperta la sua attività.
Gauke aveva rimesso su il trullo e coltivato il terreno, creando magicamente dal nulla una coltivazione di tulipani, che avevano riscosso una grande successo.
La felicità di Gauke raggiunge la completezza il giorno in cui arriva in paese Ria con la piccola Anna; da quel momento però hanno inizio una serie di vicissitudini legate
proprio alla presenza di un losco individuo e della sua banda di estorsori, che avrà un epilogo drammatico…
Ovviamente ometto buona parte della trama per non rovinare l’effetto sorpresa di Tulipani,amore onore e bicicletta,deliziosa opera del 2017 firmata dal regista olandese Mike Van Diem,autore di una regia
autorevole e precisa per una pellicola che fa della semplicità un’arma formidabile.
Una trama semplice, senza orpelli inutili viene messa al servizio di un racconto che esalta sia la proverbiale accoglienza della gente del sud sia la vita semplice delle campagne della Puglia, in una vicenda senza tempo
che ha i contorni della favola.


Una favola che però tale non è,vista la presenza di una banda di malfattori che taglieggiando la popolazione locale vive una situazione parassitaria alla quale la gente del luogo non può o semplicemente non vuole opporsi.
E’ proprio Gauke,l’uomo venuto dal nord Europa a insegnare alla gente del paese che la dignità e la libertà sono elementi fondamentali,che opporsi si può e si deve.
Per questo dovrà pagare un alto prezzo ma la lezione che lascerà sia agli abitanti del paese, sia a sua figlia sarà di fondamentale importanza per la crescita di tutte le componenti in gioco.
A raccontare la storia della famiglia di Anna sono due protagonisti che hanno vissuto in prima persona le vicende raccontate; abbellite, un pochino esagerate nella forma, diventate quasi leggenda ma che insegneranno a Anna prima, all’ispettore poi,
a rispettare e sopratutto ricordare un uomo con la u maiuscola, quel Gauke che, sorretto da valori umani e morali assoluti, sarà un esempio da ricordare per la gente del luogo.


Che difatti all’arrivo di Anna, accolta da Immacolata con un affetto enorme, reagisce come se tornasse all’ovile un figlio lontano da troppo tempo, un figlio amato e che rappresenta per la comunità un esempio di continuità con il passato.
E la stessa Anna rimarrà stregata dal posto, dalla sua vita semplice,fatta di cose veramente importanti, lontana anni luce dal gelo e dalla pioggia del Canada, dalla sua vita opaca.
In più imparerà a conoscere finalmente quei genitori che troppo presto ha dovuto abbandonare.
Un film senza fronzoli, raccontato con una semplicità disarmante, un’arma che tanti registi dovrebbero scoprire,copiare.
E’ nella semplicità che alle volte ci si deve rifugiare se davvero si vuol dare messaggi degni di essere ricordati.
Mike Van Diem descrive una storia semplice con un’ironia bonaria, che alle volte muove il sorriso proprio per il suo disarmante candore, quello che nasce dal racconto di un uomo visto come un super eroe dalla gente del luogo.
Che in realtà è solo un uomo proveniente da un mondo diverso.


Con mano felice il regista assembla un cast di attori di eccellente livello, pronti a mettersi al servizio di una storia che aveva comunque delle insidie; l’agro dolce è sapientemente dosato e gli attori e le attrici vi si adeguano ottimamente.
Brava per esempio Ksenia Solo nella parte di Anna, volto acqua e sapone che ben si integra con la semplicità delle vicende raccontate e del paesino assolato che è il fulcro del racconto; molto bene anche Giorgio Pasotti (Piero),Donatella Finocchiaro (Chiara giovane),
Anneke Sluiters (Ria) e sopratutto una validissima Linda Vitale (Immacolata). Menzione d’onore per Giancarlo Giannini, guest star del film alle prese con il ruolo del bonario, bonario ispettore di polizia, chiamato a indagare su una morte che di certo non ha rattristato nessuno.
Molto belle le location con segnalazione del palazzo della Regione Puglia a Bari, sul Lungomare Nazario Sauro, utilizzato come banca nella sequenza nella quale Gauke va a ritirare il denaro ricavato dalla vendita dei suoi terreni in Olanda, sommersi da una disastrosa alluvione
a metà degli anni 50. Vorrei anche aggiungere una menzione d’onore per Gijs Naber (Gauke), espressivo e coinvolgente nella sua interpretazione e per il regista stesso, capace di raccontare una Puglia degli anni 70 le cui condizioni di vita erano davvero come mostrate nel film.
Non il solito luogo comune sul sud Italia,ma la dimostrazione che documentarsi serve sempre; la Puglia era davvero ospitale, sopratutto nell’entroterra, dove ancora vigevano valori pregnanti,come la solidarietà, l’accoglienza e l’amicizia.
Un film da vedere,assolutamente

Amore, Onore e una Bicicletta

Un film di Mike Van Diem. Con Ksenia Solo, Giancarlo Giannini, Gijs Naber, Donatella Finocchiaro, Lidia Vitale,Giorgio Pasotti, Peter Schindelhauer, Michele Venitucci, Anneke Sluiters, Elena Cantarone
Titolo originale Tulipani: Love, Honour and a Bicycle. Commedia, durata 100 min. – Paesi Bassi, Italia, Canada 2017

Ksenia Solo … Anna
Giancarlo Giannini … Catarella
Gijs Naber … Gauke
Donatella Finocchiaro … Chiara
Lidia Vitale … Immacolata
Giorgio Pasotti … Piero
Michele Venitucci … Vito
Totò Onnis … Lo Bianco
Anneke Sluiters … Ria

Regia Mike van Diem
Sceneggiatura Peter van Wijk e Mike van Diem
Musiche Jim McGrath e Ari Posner
Montaggio Jessica de Koning
Fotografia Luc Brefeld e Lennert Hillege
Production Design Harry Ammerlaan

aprile 1, 2020 Posted by | Commedia, Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento

Third Person

Tre vicende interconnesse anche se da un filo molto tenue si sviluppano in tre luoghi differenti; a Parigi Michael, scrittore che ha anche vinto il Pulitzer
si è rinchiuso in un albergo per scrivere un libro e ha lasciato in America sua moglie. Nell’albergo dimora anche Anna, una scrittrice che vorrebbe un aiuto nella stesura del suo libro e che ha una relazione complicata, conflittuale con Michael.
Nello stesso tempo a Roma Scott, che di professione ruba le idee e i progetti di stilisti è costretto a sottrarre le opere di alta moda italiana, che detesta profondamente così come detesta in genere l’Italia. In un bar della capitale conoscerà Monika, una rom
molto bella che dopo alcune vicende si troverà a vivere una storia d’amore con Scott, all’inizio niente affatto disinteressata ma che evolverà con il tempo.
E a New York si dipana la vicenda del pittore Rick e della ex moglie Julia, che, accusata di aver tentato di uccidere il figlio, si è vista togliere lo stesso dai servizi sociali e che per tentare di vedersi riaffidare il figlio è costretta a ingaggiare un’impari battaglia legale
con il ricco marito.


Le tre storie, fra alti e bassi si avviano alla conclusione che,per una serie di coincidenze si scopriranno legate anche se molto alla lontana, con un finale aperto.
Third Person, film del 2015 diretto da Paul Haggis soffre di alcuni peccati capitali imperdonabili, tali da inficiare anche il poco di buono ricavabile da una visione di oltre 135 minuti durante la quale lo spettatore è chiamato all’improbo sforzo di decifrare le situazioni che si succedono
e che trovano nel finale una spiegazione non solo oscura, ma fuorviante, che porta lo spettatore a interrogarsi sul reale valore di quanto ha seguito.
Uno dei peccati capitali è rappresentato dall’espediente di creare i tre personaggi femminili come depositari di segreti inconfessabili; Anna ha una relazione proibita con suo padre (lo scopriamo alla fine), Monika ha accettato l’aiuto ( e anche la corte) di Scott per spillare soldi, almeno inizialmente e Julia, personaggio per il quale si prova una istintiva simpatia, legata al ruolo di madre che combatte contro il denaro pur di riavere suo figlio in realtà non è la persona innocente che si immaginava.


Ecco quindi che il gioco di ombre di Haggis si trasforma nel solito bieco ritratto di donne opportuniste,pronte a tutto pur di realizzare i propri scopi.
Certo, anche Michael non è un agnellino,visto che ha corteggiato Anna principalmente per studiarne le reazioni e per farne la protagonista del proprio libro, ma sembra essere un peccato veniale di fronte alle colpe della donna stessa.
E infine c’è il solito triste repertorio anti italiano: Scott odia l’Italia perchè non ama la moda italiana, disprezza i romani e Haggis di suo ci aggiunge il personaggio antipaticissimo del barista (interpretato da Scamarcio) e figure di romani pavidi.
Insomma c’è abbastanza per detestare una pellicola irritante, irrisolta e che per una volta ha visto d’accordo molta parte della critica e del pubblico, che hanno stroncato senza appello un film


pretenzioso, presuntuoso che vorrebbe stimolare chi guarda e portare lo stesso spettatore all’uscita del labirinto attraverso una visione confusa e contraddittoria di vicende
che in comune hanno solo l’ambiguità. In questo Haggis si è mantenuto coerente, con un finale che più ambiguo e sconcertante che mai.
In quanto al cast,ricchissimo, che include Kim Basinger (molto sacrificata) e Liam Neeson,Maria Bello e Moran Atias,Olivia Wilde e il nostro Scamarcio,oltre a Adrien Brody sono tutti largamente insufficienti,penalizzati anche dalla confusione di una sceneggiatura a tratti indecifrabile.
Spiace stroncare così un film diretto da un regista che aveva esordito con il sorprendente Crash Contatto fisico e che ha scritto la sceneggiatura del bellissimo Million Dollar Baby; ma  la voglia di strafare, di stupire, di essere originali porta ad una spocchiosa supponenza che,tradotta in linguaggio cinematografico si tramuta in un naufragio quasi totale.
Un film del quale sconsiglio assolutamente la visione

Third Person
Un film di Paul Haggis. Con Liam Neeson, Olivia Wilde, Adrien Brody, Moran Atias, James Franco, Mila Kunis, Kim Basinger, Maria Bello, Riccardo Scamarcio, Vinicio Marchioni, David Harewood, Caroline Goodall, Isabella Blake-Thomas,
Gisella Marengo, Loan Chabanol, Patrick Duggan, Emanuela Postacchini Titolo originale Third Person. Drammatico, durata 130 min. – Belgio 2013. – Distribuito da M2 Pictures

Liam Neeson: Michael O’Leary
Olivia Wilde: Anna
Mila Kunis: Julia
James Franco: Rick
Adrien Brody: Scott
Moran Atias: Monika
Maria Bello: Theresa
Kim Basinger: Elaine
Riccardo Scamarcio: Marco
Vinicio Marchioni: Carlo
Caroline Goodall: Dr. Gertner
David Harewood: Jake Long
Bob Messini: Giuseppe
Oliver Crouch: Jesse
Fabrizio Biggio: Claude
Vincent Riotta: Gerry
Daniela Virgilio: Claire
Katy Louise Saunders: Gina
Loan Chabanol: Sam

Regia Paul Haggis
Soggetto Paul Haggis
Sceneggiatura Paul Haggis
Produttore Paul Haggis, Paul Breuls, Michael Nozik
Produttore esecutivo Nils Dünker, Fahar Faizaan, Arcadiy Golubovich, Andrew David Hopkins, Tim O’Hair, Guy Tannahill, Anatole Taubman
Casa di produzione Corsan, Hwy61
Distribuzione in italiano Moviemax
Fotografia Gianfilippo Corticelli
Montaggio Jo Francis
Effetti speciali Terence Alvares
Musiche Dario Marianelli
Scenografia Laurence Bennett
Costumi Sonoo Mishra
Trucco Tracey Levy, Maurizio Silvi
Sfondi Raffaella Giovannetti

marzo 31, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , | Lascia un commento

The Sessions-Gli incontri

Mark, scrittore poeta e giornalista vive da più di trent’anni in un polmone d’acciaio a causa di una poliomielite che lo ha reso tetraplegico; il suo corpo
non risponde ad alcuna sollecitazione, ma l’uomo conserva intatte tutte le funzioni mentali oltre al controllo di alcune corporali.
Nonostante la condizione terribile in cui è costretto a vivere, Mark riesce ad apprezzare ancora la vita, la sua sensibilità lo spinge a scrivere articoli e poesie toccanti; a provvedere a lui si avvicendano delle persone, fra le quali la bella Amanda della quale l’uomo si innamora. In contemporanea Mark stringe un rapporto di amicizia, che va oltre quello strettamente legato alla confessione con padre Brendan, un prete sensibile e intelligente da poco arrivato nella parrocchia di Mark. Ed è a lui che Mark, profondamente religioso, si rivolge per confidare
paure e speranze, sogni e desideri, incluso quello di provare per la prima volta un’esperienza sessuale con una donna. Brendan capisce che con Mark non possono valere le rigide leggi cattoliche e di conseguenza lo incoraggia a vivere la propria sessualità,anche perchè Mark ha ormai capito che la vita che gli resta è davvero poca. Amanda, la sua assistente, di fronte alla dichiarazione d’amore dello scrittore sceglie di andar via nonostante la donna sia attratta da Mark; al posto di Amanda arriva Vera, una ragazza


dalla mentalità aperta e disponibile che da quel momento si impegna per cercare di aiutare Mark nella ricerca di una persona disposta a fargli esplorare la sessualità.
E la trova nella persona di Cheryl, una terapeuta del sesso disponibile ad una serie massima di sei incontri sessuali con Mark. Così
con l’aiuto anche di un’altra paraplegica amica di Mark, che presta la propria casa per gli incontri inizia il particolare rapporto fra Cheryl e Mark.
Che inizialmente è puramente sessuale.
Mark scopre grazie alla sensibilità di Cheryl che lo mette a proprio agio il complesso mondo della sessualità ma dopo quattro incontri accade quello che Cheryl in qualche modo aveva immaginato, ovvero l’innamoramento dello scrittore.
Quello che non aveva previsto però è il proprio coinvolgimento emotivo,che si trasforma ben presto in un sentimento al quale Cheryl, sposata e madre di un figlio non può e non vuole cedere.
Così suo malgrado fedele a quanto stabilito in fase di conoscenza decide di interrompere le sedute.
Una sera in seguito ad un blackout Mark rischia di morire per il mancato funzionamento del polmone d’acciaio; ricoverato in ospedale e salvato in extremis conosce Susan una giovane e bella infermiera.


Sarà proprio Susan a restare al fianco di Mark negli ultimi quattro anni di vita dell’uomo,con dedizione ed amore.
Ai funerali di Mark sarà lei a leggere una poesia d’amore, la stessa che l’uomo aveva dedicato a Cheryl e che la donna aveva letto
entrando in crisi, affascinata dalla ricchezza del mondo interiore di Mark.
Basato sul racconto autobiografico di Mark O’Brien On Seeing a Sex Surrogate il regista Ben Lewin trae il film The Sessions Gli incontri nel 2012, scegliendo con acume di dare alla storia altamente drammatica di Mark O’Brien un taglio ironico, allentando cioè
la tensione dovuta alla narrazione di una vita quasi impossibile, quella di Mark costretto, confinato in un polmone d’acciaio con una mente lucidissima e sensibile ma alle prese con una infinità di problemi legati alla propria condizione.
Così il racconto cinematografico si spoglia opportunamente del facile pietismo e si trasforma nel racconto del quotidiano di una persona che in realtà a differenza dei normo dotati ha solo l’impossibilità di essere autonomo. Una differenza non da poco, certo,
ma che la grande sensibilità di Mark porta l’uomo stesso ad affrontare con la caparbietà di chi non si arrende al proprio destino una vita che può comunque riservare momenti di serenità.


La scoperta della sessualità, tema scomodo da parte di chi vede nei tetraplegici esseri ormai confinati in un limbo fisico quasi da emarginare assume in questo film una valenza a più dimensioni.
Mark è un essere umano come gli altri, con gli stessi sogni e gli stessi desideri; quelli di poter vivere storie d’amore, all’apparenza impossibili da realizzare ma che Mark caparbiamente insegue, aiutato in questo dalle persone che lo circondano, come Padre Brendan,un uomo che per primo capisce come la concezione di peccato tipica della religione non possa essere applicata ad una persona che vive una condizione esistenziale assolutamente straordinaria.
Quello di un normo dotato è un mondo fatto di movimento, di relazioni sociali, di desideri appagabili proprio grazie alla condizione di libertà nel quale si muove; un tetra plegico è impossibilitato, un guscio vuoto che imprigiona la mente che però è vitale, che soffre e gioisce come quella di chiunque.
Ed è la prima delle persone straordinarie, sensibili nelle quali Mark si imbatte .La seconda è Vera, la giovane assistente che lungi dallo scandalizzarsi per le richieste di Mark non solo ne comprende i bisogni ma ne agevola la realizzazione.
C’è poi Cheryl, la figura centrale del film, una donna che si dedica ad una professione che ha un confine invisibile con la prostituzione ma che in realtà ha una valenza che va ben oltre il mero rapporto sessuale.
Una donna che traghetterà Mark dalla vita inanimata, priva della manifestazione del proprio mondo interiore al suo opposto, ovvero alla consapevolezza che anche la sessualità è possibile in un tetraplegico; una sessualità che non è sfogo dei sensi, ma un bisogno di contatto umano che Mark,per la prima volta,


potrà sperimentare. Cheryl scoprirà che i sentimenti vanno ben oltre l’esteriore e questa consapevolezza la spingerà a mostrare a Mark la strada da percorrere.
E che Mark esplorerà accanto a Susan, l’ultima persona della vita dell’uomo, che renderà più sereni gli ultimi anni di vita dello stesso. Donna straordinaria, che riesce a capire come Mark possegga una merce rara, un mondo interno fatto di sentimenti forti, pregnanti.
Uno splendido film,senza dubbio.
Il taglio leggero di The Sessions-Gli incontri fa piazza pulita di un rischio di partenza, quello del taglio pietistico di una storia che invece in alcuni momenti si alleggerisce a tal punto da far dimenticare la vera condizione fisica dello scrittore.
Ma il racconto deve far sorridere, lasciare spazio anche al rovescio della medaglia della condizione di infermità dei tertraplegici; gli incontri sessuali fra Cheryl e Mark assumono una connotazione leggera, pur tra le ovvie difficoltà dell’atto.
Il tutto con delicatezza,con sorrisi che mitigano il magone che inevitabilmente prende lo spettatore,costretto a paragonare la propria condizione di persona sana e vitale opposta a quella di un portatore di handicap.
Straordinarie le prove attoriali.


Helen Hunt,che interpreta Cheryl, ottenne la nomination all’Oscar,battuta da Anne Hathaway con I Miserabili,una scelta che grida vendetta; perchè il personaggio di Cheryl  è tutt’altro che facile da rendere visivamente,perchè richiede un equilibrio di espressioni che vanno dal faceto al drammatico,con mille sfaccettature. Helen Hunt ci riesce oltre le più rosee previsioni così come avrebbe meritato l’Oscar anche John Hawkes,che interpreta splendidamente Mark,un ruolo e un personaggio di estrema difficoltà
per un normo dotato; bene anche William H. Macy (padre Brendan), prete fuori dagli schemi,personaggio di grande umanità e intelligenza reso con una interpretazione impeccabile.
Brave anche Robin Weigert (Susan) e sopratutto Moon Bloodgood (Vera).
Da apprezzare la luminosa fotografia,in netto contrasto con la presunta cupezza della storia per un film da non perdere assolutamente.

The Sessions-Gli incontri
di Ben Lewin, con John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood, Annika Marks, Rhea Perlman. Titolo originale: The Surrogate. Genere Drammatico, – USA, 2012, durata 95 minuti, distribuito da 20th Century Fox Italia.

John Hawkes: Mark O’Brien
Helen Hunt: Cheryl Cohen-Greene
William H. Macy: padre Brendan
Moon Bloodgood: Vera
Annika Marks: Amanda
Adam Arkin: Josh
Rhea Perlman: Mikvah Lady
W. Earl Brown: Rod
Robin Weigert: Susan
Blake Lindsley: Dr. Laura White
Ming Lo: Clerk
Rusty Schwimmer: Joan
Jennifer Kumiyama: Carmen

Regia Ben Lewin
Soggetto Mark O’Brien
Sceneggiatura Ben Lewin
Produttore Judi Levine, Stephen Nemeth, Ben Lewin
Produttore esecutivo Maurice Silman, Julius Colman, Douglas Blake
Casa di produzione Fox Searchlight Pictures, Such Much Films, Rhino Films
Distribuzione in italiano 20th Century Fox Italia
Fotografia Geoffrey Simpson
Montaggio Lisa Bromwell
Musiche Marco Beltrami
Scenografia John Mott
Costumi Justine Seymour
Trucco Natalie Wood

marzo 29, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento