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La macchia umana

Coleman Silk,prima preside poi docente di letteratura straniera viene costretto a lasciare l’insegnamento per un banale “zulù” detto all’indirizzo di due giovani di colore,perennemente assenti alle sue lezioni.Appresa la notizia la moglie del professore viene colta da malore e muore per un edema polmonare.
Così’ Coleman si reca da uno scrittore in crisi, Nathan Zuckerman, che vive isolato in un cottage dopo il suo secondo divorzio e la lotta contro un cancro per chiedergli di scrivere un libro con la sua storia; il libro non vedrà mai la luce ma tra i due uomini in compenso nascerà una solida amicizia.
Casualmente il professore conosce una giovane donna separata da suo marito dopo la morte dei suoi figli causata da un incendio, a cui il marito, un reduce dal Vietnam, attribuisce la colpa.
Lei, Faunia,è una bellissima giovane donna e nonostante la grande differenza di età, seduce il professore.

Nasce così un rapporto agli inizi apparentemente solo fisico, ma che con il passare del tempo evolve in qualcosa di più profondo e complesso, come dirà verso il finale Solomon alla donna “”Forse tu non sei stato il mio amore più grande, ma sicuramente sarai l’ultimo!”
Nel frattempo apprendiamo particolari della vita di Solomon, che gettano luce sul suo passato.
L’uomo non è affatto di religione ebraica, ma ha sempre nascosto di essere figlio di una famiglia di neri; per un’anomalia genetica lui è l’unico bianco in famiglia,mentre suo padre,sua madre,il fratello e la sorella sono neri. Questo lo ha pesantemente condizionato,fino al punto che la ragazza che amava, Steena,una bellissima giovane immigrata nordica lo ha lasciato quando ha appreso le sue origini. Così Coleman aveva nascosto le sue origini, aveva addirittura rinunciato alla sua famiglia per vivere la vita di un bianco e aveva finito per sposare la donna che era poi morta di edema.
Tutto questo è parte dei flashback del film,che mostrano la vera storia di Coleman, il rapporto conflittuale con la madre e il fratello,scatenatosi dopo che l’uomo aveva rinnegato le proprie origini e che Nathan apprenderà dopo che…
Ometto il finale,così come ho omesso la parte iniziale del film in quanto rivelatrice della trama.


Un espediente che La macchia umana film diretto nel 2003 da Robert Benton forse poteva essere evitato,perchè generalmente un finale anticipato toglie pathos alle pellicole.
In questo caso il film,che è tratto dal romanzo The Humain Strain di Philip Roth,non è un thriller quanto più un film a metà strada fra il drammatico e l’indagine psicologica.
Un buon film,che si segue con piacere a patto di amare quel tipo di film che bada molto più alla sostanza che alla forma; il ritmo infatti è molto lento, racconta dettagliatamente la storia di Solomon mentre resta più vago
sul passato di Faunia. Ma la macchia umana è lui, il professore che ha passato una vita a nascondere il suo segreto in un’America che negli anni 50 di certo non appariva aperta nelle questioni razziali.
Anche in questo caso il tema è affrontato piuttosto alla lontana; Benton preferisce la vicenda umana di Solomon, la sua vita vista sopratutto quando è anziano e viene accusato,proprio lui, di essere razzista.


Potrebbe facilmente discolparsi raccontando che lui è un nero ma l’abitudine di tutta la vita non può scomparire. In fondo Solomon è un ipocrita in una società ancor più ipocrita. Così,alla fine,l’unica a conoscere il segreto di Solomon è la giovane e bella Faunia,una donna in crisi, segnata dalla morte dei figli e perseguitata da un marito che la ritiene ingiustamente responsabile dell’accaduto.
Probabilmente il romanzo è molto più complesso, almeno a giudicare dalle recensioni,peraltro quasi sempre positive, dei critici; qualcuno di loro ha puntato il dito sulla divergenza tra racconto e film,dimenticando
ancora una volta che un film per sua natura non può condensare ( e non deve) un romanzo, ma al limite usarne l’impianto narrativo.
Da segnalare il bellissimo dialogo tra Solomon giovane e sua madre,con tutta l’amarezza espressa dalla donna che usa parole di sconforto purtroppo estremamente vere verso il figlio e che riflettono la condizione della popolazione di colore negli anni 50.


In quanto alla prova attoriale è stata stigmatizzata un po quella del bravissimo Anthony Hopkins, accusato di essere impacciato nelle scene d’amor, dimenticando anche in questo caso che il quasi settantenne attore britannico (all’epoca del film)fa esattamente quello che gli viene chiesto,ovvero il ruolo dell’uomo maturo alle prese con una relazione con una donna che ha meno della metà dei suoi anni e che di certo non deve interpretare un galletto assatanato.
Brava anche la Kidman,ancora bellissima e non “plastificata” quindi espressiva e talentuosa e bene anche Gary Sinise (Nathan) e Ed Harris, almeno per il poco tempo in cui sta i scena nel ruolo del marito di Faunia.
Un film da recuperare e da gustare.

La macchia umana

Un film di Robert Benton. Con Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise, Abbe Lane, Jacinda Barrett, Kerry Washington, Margo Martindale, Clark Gregg Titolo originale The human stain. Drammatico, durata 103 min. – USA 2003.

Anthony Hopkins: Coleman Silk
Nicole Kidman: Faunia Farely
Ed Harris: Lester Farely
Gary Sinise: Nathan Zuckerman
Wentworth Miller: Coleman Silk giovane
Jacinda Barrett: Steena Paulsson
Harry Lennix: sig. Silk
Clark Gregg: Nelson Primus
Anna Deavere Smith: sig.ra Silk
Lizan Mitchell: Ernestine
Kerry Washington: Ellie
Phyllis Newman: Iris Silk
Mili Avital: Iris da giovane
Danny Blanco Hall: Walter
Marie Michel: Ernestine da giovane

Dario Penne: Coleman Silk
Chiara Colizzi: Faunia Farely
Rodolfo Bianchi: Lester Farely
Paolo Maria Scalondro: Nathan Zuckerman
Francesco Bulckaen: Coleman Silk giovane
Gerolamo Alchieri: sig. Silk
Valentina Mari: Steena Paulsson
Antonio Sanna: Nelson Primus
Susanna Javicoli: sig.ra Silk
Graziella Polesinanti: Ernestine
Tatiana Dessi: Ellie
Angiolina Quinterno: Iris Silk
Fabio Boccanera: Walter
Letizia Scifoni: Ernestine da giovane

Regia Robert Benton
Soggetto Philip Roth
Sceneggiatura Nicholas Meyer
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Jean-Yves Escoffier
Montaggio Christopher Tellefsen
Musiche Rachel Portman
Scenografia David Gropman

gennaio 23, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

La comune

Danimarca,anni 70.
Erik e Anna sono una coppia sposata da 15 anni e con una figlia, Freya.
Lui è un professore universitario di architettura, lei una giornalista televisiva; una vita borghese, tranquilla fino al giorno in cui Erik eredita la casa dei suoi in cui viveva ancora suo padre,venuto a mancare.
Una casa enorme, oltre 450 metri quadri, della quale Erik farebbe volentieri a meno vista anche la sua ottima valutazione di mercato.
Ma Anna ha altri progetti e li espone ad Erik, ovvero creare all’interno di esse una comune, in modo da realizzare il suo sogno di vivere in compagnia e perchè no,dividere le spese di gestione.
Anche se dubbioso Erik accetta così in breve tempo arrivano i primi coinquilini fra i quali Ole,un vecchio amico squattrinato e via via gli altri, Steffen e Mona, Allon e Ditte e via dicendo.


Si forma così una eterogenea comunità che almeno agli inizi sembra riuscire a condividere il sogno comune di una vita in armonia all’interno di una micro società auto gestita,libera dai vincoli che dettano la vita nel quotidiano reale.
Tutto sembra filare bene, con una collegialità che da respiro alle aspirazioni di tutti,che apportano il proprio contributo secondo le proprie disponibilità
Ma la situazione è destinata ben presto a mutare radicalmente proprio a causa dell’inizialmente restio Erik,che si innamora della sua giovane allieva Emma.
Quando Erik confessa la cosa ad Anna (anche perchè colto in fallo proprio dalla figlia Freya), la moglie ha una reazione molto comprensiva e sembra accettare la storia.
Ma l’atteggiamento libero e maturo di Anna ben presto si trasforma in una crisi identitaria molto forte; la donna si trova a doversi confrontare con una rivale molto più giovane,bella e affascinante e  il suo atteggiamento moderno lascia il posto alla depressione,che la porta ad avere successivamente un forte calo di rendimento anche sul lavoro.


La situazione precipita quando decide di far venire a vivere Emma nella comune; da quel momento le cose non saranno più le stesse e la comune scoprirà quanto sia difficile conciliare il collettivo con il privato.
La morte del piccolo Vilads sembra riunire per un attimo il gruppo, ma l’incanto è ormai rotto: consapevole di dover trovare una strada nuova e di dover accettare la relazione del marito, Anna lascia la comune alla
ricerca di una nuova identità e di un futuro incerto ma diverso.
La comune è un film che parla di un vecchio mito degli anni 60 e 70,quello di una micro società sganciata dagli obblighi sociali della macro società, nella quale vigono le regole dell’individualità e della affermazione del singolo.
L’utopia delle scelte comuni, della vita sotto uno stesso tetto, un vero comunismo del posseduto a favore di una comunità eterogenea con leggi auto decise è visto come un miraggio che deve scontarsi con la realtà delle cose.


Il collettivo deve per forza confrontarsi con il privato,con l’individuo, che ha regole indipendenti e sopratutto fatalmente legate alle scelte individuali.
Basta una cosa semplicissima come un nuovo amore a mettere in crisi l’utopia stessa; la necessità di confrontarsi con la presenza della rivale in amore porta la protagonista principale, Anna, ad una profonda crisi personale che investe
il suo essere principalmente come donna e come moglie.
Il confronto è impari e Anna,profondamente innamorata di Erik,dovrebbe conciliare la nuova realtà coniugale con la comune. Fatalmente il confronto non regge e così l’equilibrio apparentemente raggiunto si frantuma.
In mezzo ci sono gli sforzi del gruppo per vivere serenamente la realtà della comune,che apparentemente sembra funzionare.Nella realtà le cose sono ben diverse;l’esaltazione dei primi momenti,il bagno spensierato in gruppo,le cene conviviali e la vita in comune
devono lasciare posto alla dura realtà.Il privato,la sfera intima sono inconciliabili con l’utopia e il conto sarà presto presentato.
Interessante lavoro,questo del regista Thomas Vinterberg,molto apprezzato dalla critica,come mostrano i premi internazionali ricevuti,che però non sono bastati ad attrarre pubblico nelle sale.Poco meno di 30.000 spettatori per un film che invece è più che godibile anche se
va affrontato come un lavoro non certo scacciapensieri. Il tema inusuale è affrontato con mano sicura da Vintenbergne pur con qualche difetto è opera di sicuro rilievo.

Qualche lentezza di troppo,qualche dialogo non particolarmente comprensibile sono pecche del film che tuttavia si lascia guardare.
Menzione per la brava Tryne Dirholm,già ammirata nei panni di una spregevole direttrice tv in Daisy Diamond, bravo anche il conosciuto Ulrich Thomsen,nel film Erik.
Brava e sicuramente affascinante il terzo lato del triangolo,Helene Reingaard Neumann che nel film è Emma.
Un film di cui consiglio la visione.

La comune

un film di Thomas Vinterberg, con Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hansen, Lars Ranthe, Fares Fares. Titolo originale: Kollektivet. Genere Drammatico – Danimarca, 2016, durata 111 minuti.

Ulrich Thomsen: Erik
Trine Dyrholm: Anna
Lars Ranthe: Ole
Helene Reingaard Neumann: Emma
Anne Gry Henningsen: Ditte
Fares Fares: Allon
Magnus Millang: Steffen
Martha Sofie Wallstrøm Hansen: Freja
Julie Agnete Vang: Mona
Rasmus Lind Rubin: Peter
Sebastian Grønnegaard Milbrat: Vilads
Jytte Kvinesdal: Kirsten
Mads Reuther: Jesper

Simone D’Andrea: Erik
Laura Romano: Anna
Massimo Rossi: Ole
Benedetta Degli Innocenti: Emma
Rosalba Caramoni: Ditte
Hossein Taheri: Allon
Alessio Cigliano: Steffen
Sara Labidi: Freja
Laura Cosenza: Mona
Niccolò Guidi: Peter
Teo Achille Caprio: Vilads
Paola Giannetti: Kirsten
Rino Bolognesi: Leif

Regia Thomas Vinterberg
Sceneggiatura Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Jesper Tøffner
Montaggio Janus Billeskov Jansen e Anne Østerud
Musiche Fons Merkies
Scenografia Niels Sejer, Salli Lindgreen e Didde Højlund Olsen

gennaio 18, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Il canto delle spose

Tunisia,inverno 1942
La vita, a Tunisi, sembra scorrere all’apparenza tranquilla.
Ma le truppe di invasione nazista con l’aiuto dei francesi collaborazionisti, stanno per iniziare anche in Tunisia la loro immonda opera di rastrellamento degli ebrei.
Nella città vivono due ragazze, Nour (musulmana) e Myriam (ebrea sefardita) che nonostante le differenze di pelle,di cultura e di religione sono molto amiche, tanto da confidarsi i più intimi pensieri.
Come accade del resto a tutte le latitudini del mondo fra ragazze che hanno scoperto di avere tanti punti in comune. Tranno uno, l’amore.
Mentre Nour ha un fidanzato, Khaled, Myriam lo avrà a breve ma non per scelta. La ragazza infatti è orfana di padre e sua madre versa in condizioni economiche precarie; inoltre gli occupanti nazisti


pretendono dagli abitanti di razza ebraica il pagamento di una forte multa (per il solo fatto di essere ebrei)
L’unica soluzione per Tita, la mamma di Myriam, è di concedere in sposa la giovanissima figlia ad un ricco medico, Raoul,che ovviamente ha molti più anni della ragazza.
Ma anche Nour ha le sue pene amorose.
Khaled non lavora e quindi il padre della ragazza non acconsente alle nozze fra i due se prima il giovane non avrà trovato un occupazione. Nour è innamorata di Khaled, tipico maschio abituato a considerare
la donna inferiore all’uomo,secondo gli stereotipi di un mondo immutato da secoli. Ed è anche poco contento dell’amicizia tra le due ragazze, perchè Khaled, facilmente influenzabile,ha assimilato le teorie politiche naziste
che considerano gli ebrei come esseri inferiori. Ma l’amicizia,la complicità tra due ragazze è superiore a tutto…
Il canto delle spose,film del 2008 diretto dalla regista francese Karin Albou affronta alcuni temi di stringente attualità nonostante il film sia ambientato negli anni 40.


Coabitazione pacifica tra popoli, tolleranza religiosa, l’amicizia sono solo alcune tematiche affrontate in un film dai ritmi sicuramente non eccelsi ma dall’intelligente impianto.
La vicenda delle due ragazze si integra perfettamente con una storia che tende a mostrare la condizione femminile in un periodo che appare lontano nel tempo ma che in realtà ha fatto davvero pochi passi avanti.
Si pensi alla figura di Nour o quella di Myriam; la prima già predestinata alla sottomissione al maschio padrone, la seconda costretta a prendere un marito scelto non certo da lei; vero è che nel caso della giovane ebrea più che un’usanza tristemente consolidata nei
secoli ci sono ragioni di ordine economico,ma il discorso cambia poco.
La donna è in tutti i casi succube delle circostanze ed è l’agnello sacrificale da immolare per mancanza di denaro o di prospettive future; nel discorso della madre compare il tradizionale “se ci fosse tuo padre avresti fatto come dice lui“,tipica frase di chi si aggrappa alle tradizioni
senza minimamente pensare alla personalità della futura sposa,una ragazzina divisa da moltissimi anni di differenza con il futuro marito. Non scelto,quindi non amato.


Sicuramente più agevole il cammino di Nour: suo padre non è contrario al matrimonio con l’amato Khaled, ma esige che il giovane abbia prima un lavoro.E se vogliamo è sicuramente un’aspirazione comprensibile in un genitore.
Ma a parte le vicende sentimentali delle due ragazze,Karin Albou segue anche le vite parallele tra le due; se Nour è musulmana in un paese africano,quindi a fortissima prevalenza della religione dominante, Myriam è ebrea, appartiene quindi ad una minoranza generalmente poco amata.
Eppure sia lei che sua madre non sono affatto ghettizzate dalla popolazione locale.
Lei ha un’amica musulmana,sua madre lo stesso.
C’è tolleranza, quindi, rispetto.


Che verrà meno non per odio tra la popolazione tunisina e gli ebrei, bensi per la presenza del demonio nazista, che in questo caso si associa con i collaborazionisti francesi,disposti a scendere a patti con il diavolo pur di conservare lo status quo.
Film ben strutturato quindi,con una trama lineare e alcune scene ad effetto che si ricordano a lungo,come la violenza subita dalla mamma di Myriam,intuita più che vista e seguita dalla ragazza nascosta sotto il letto,i discorsi nel bagno turco femminile e la scena della ceretta inguinale a cui si sottopone Myriam,percorso obbligato per la giovane ebrea e che lo spettatore segue praticamente dal vivo,la mortificante sequenza in cui Khaled mostra ai propri genitori e ai vicini il lenzuolo della prima notte di nozze,usanza purtroppo usata anche da noi fino agli anni settanta in alcune zone del sud.


Brave le attrici fra le quali va segnalata la regista che interpreta la madre di Myriam e le due attrici che interpretano Nour e Myriam, Lizzie Brocheré, Olympe Borval.
Un buon film che affronta temi delicati e di grande attualità,con intelligenza e delicatezza, che potrete vedere in streaming Rai all’indirizzo http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-156192c2-9f66-4242-939c-2fe48ef9d77b-cinema.html

Il canto delle spose

di Karin Albou, con Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian, Karin Albou. Titolo originale: Le chant des mariées. Genere Drammatico – Francia, Tunisia, 2008, durata 100 minuti

 

Lizzie Brocheré … Myriam
Olympe Borval … Nour
Najib Oudghiri … Khaled
Simon Abkarian … Raoul
Karin Albou … Tita madre di Myriam
Lassad Boumnijel … padre di Nour
Nejia Jendoubi … madre di Nour
Hichem Rostom … padre di Raoul
Jaouida Vaugan … madre di Raoul

Regia: Karin Albou
Sceneggiatura: Karin Albou
Musiche: François-Eudes Chanfrault
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Camille Cotte
Casting: Maya Serrulla

gennaio 16, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Ti do i miei occhi

Antonio e Pilar sono sposati da dieci anni,con un figlio; si sono uniti per amore, ma allora cosa ci fa Antonio da uno psicologo?
Ha problemi di coppia?
In effetti si, ma non quelli che ci si aspetterebbe, problemi di incomunicabilità, di amore fisico in declino ecc.
Lo apprendiamo poco per volta.
Quello di Antonio,in realtà è un amore malato.
E parlare di amore, quando si usa la violenza più psicologica che fisica nei confronti dell’anello debole, storicamente, del nucleo familiare toglie
persino la volta di parlare d’amore.


Come può un uomo innamorato tiranneggiare, usare violenza verbale, dominio psicologico sulla propria compagna?
Dall’altro lato dello specchio c’è Pilar; è ancora innamorata di suo marito, indubbiamente, ma non sopporta più le vessazioni e l’amore sta pian piano
lasciando il campo alla consapevolezza della propria esistenza come essere umano, come essere pensante, dotato di una propria umanità, dignità.
Così parla liberamente con sua madre,sua sorella,la sua migliore amica di quello che la agita e la turba e alla fine prende una decisione;raccoglie un po di cose,prende suo figlio Juan e molla Antonio,riparando da sua sorella Ana.
Per Antonio si apre un periodo difficile; è innamorato di sua moglie e vuole gestire la sua rabbia. Così decide di frequentare un centro specializzato e dopo numerose sedute sembra finalmente in grado di convivere da vero coniuge con sua moglie. Che anche se non pienamente convinta,accetta di tornare sotto il tetto coniugale.


Ma un banalissimo episodio porta nuovamente Antonio a riprendere la strada così faticosamente abbandonata; arriva a denudare sua moglie e a lasciarla fuori dalla finestra di casa, completamente nuda.
Per Pilar è decisamente la fine.
Trova la forza di abbandonare il marito e di denunciarlo.E’ ora di iniziare una nuova vita, consapevole che non è certamente l’avere un pessimo marito una realizzazione personale e di vita…
Gran bel film,Ti do i miei occhi (titolo spagnolo originale Te doy mis oyos), diretto nel 2003 dalla regista spagnola Icíar Bollaín.
Un film che tratta un argomento che oggi è ancor di più stringente attualità,la violenza domestica; una violenza più psicologica che fisica, ma non per questo meno subdola, viscida.
Perchè le torture, le umiliazioni, non sono soltanto sessuali, non si manifestano solo con le botte. Si può essere violenti anche annichilendo il partner,umiliandolo psicologicamente trattandolo come una povera cosa e
non come un essere senziente. Il film ha il grandissimo merito di non mostrare scene di botte da orbi,di lividi e di ferite,ma di rendere evidente la condizione di sottomissione psicologica di Pilar.


Ma Pilar è intelligente, ha volontà. L’amore alla fine non può cedere il posto alla propria dignità.
Così la decisione definitiva di dire basta è l’unica possibile ed è anche la fine di un incubo durato molti,troppi anni.
Perchè lei abbia accettato l’inferno casalingo in cui ha vissuto non viene mai spiegato.Quello che conta è,per l’acuta Bollain,è la redenzione,la ribellione.
La presa di coscienza.
Che culmina in una scena in cui davvero lo spettatore di sesso maschile avverte un profondo disagio, almeno quello abituato a trattare la propria compagna come tale,con pari diritti e dignità.
Quando Antonio denuda la moglie e la chiude fuori dalla finestra la umilia in modo indicibile. Poi la trascina dentro, non certo per rimorso ma solo per continuare nella sua sequela di insulti.


Ma la povera Pilar, terrorizzata,si urina addosso. La scena è inquadrata dal basso, ovvero si vedono le caviglie della donna e non certo l’atto di urinare,ma quella pozza di urina ,lo sguardo terrorizzatoe umiliato di Pilar stringono lo stomaco dello spettatore
che già parteggiava per la donna e che ora si immedesima in una storia di umiliazioni antiche e recenti.
Grande cinema quello della Bollain, perchè è cinema di denuncia senza retorica, fatto tramite immagini e grazie anche a due attori bravissimi,Luis Tosar ma sopratutto una strepitosa Laia Marull,capace di tutte le espressioni di una persona tiranneggiata,
dallo sguardo umiliato a quello finale di recupero della dignità,di sfida verso il futuro,di libertà finalmente acquisita.
Un film davvero di grandissimo livello,molto apprezzato da tutta la critica ma anche dal pubblico.In rete troverete recensioni che si spingono fino all’entusiastico.


Fatti salvi commenti,per fortuna pochi, di maschietti sopratutto italici evidentemente abituati a ruoli di galli cedrone,di maschio dominante.
E vista la cronaca,purtroppo,sono ancora troppi.

Ti do i miei occhi
di Icíar Bollaín, con Luis Tosar, Laia Marull, Candela Peña, Rosa María Sardá. Titolo originale: Te doy mis ojos. Genere Drammatico – Spagna, 2003, durata 116 minuti

Laia Marull: Pilar
Luis Tosar: Antonio
Candela Peña: Ana
Rosa Maria Sardà: Aurora
Kiti Manver: Rosa

Regia Icíar Bollaín
Sceneggiatura Icíar Bollaín e Alicia Luna
Fotografia Carles Gusi
Montaggio Ángel Hernández Zoido
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Víctor Molero

gennaio 14, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Kapò

Parigi,occupazione nazista
Edith, una ragazza ebrea, esce di casa; al ritorno assiste ad una retata delle SS che hanno caricato su un camion altri ebrei, fra i quali ci sono i genitori della ragazza.
Istintivamente corre verso di loro e viene quindi catturata. Viene inviata con loro al campo di concentramento di Auschwitz e qui,grazie ad un medico coraggioso,viene salvata dalle camere a gas con un cambio di identità; d’ora in poi Edith cesserà di vivere e al suo posto ecco Nicole Niepas, una detenuta morta da poco.
Ma Edith/Nicole è purtroppo costretta ad assistere ad una scena terribile, l’ultima passeggiata dei suoi genitori e di molti altri esseri umani verso le camere di sterminio.
E’ l’inizio di una vita terribile, sempre in bilico tra la vita stessa e la morte, tuttavia la ragazza sopravvive e viene inviata in un altro campo . Qui la dolce Edith subisce una trasformazione;da ragazza ingenua si trasforma in una kapò,le famigerate guardie dei campi collaborazioniste dei tedeschi. In breve diviene la persona più odiata del campo stesso,temuta da tutte le detenute.


La situazione cambia radicalmente quando nel lager arriva un prigioniero russo,Sasha; Edith si innamora dell’uomo a tal punto di accettare l’organizzazione della fuga di massa dei prigionieri; alla donna è affidato il compito di disattivare la corrente
elettrica dei reticolati,ma quello che non sa la ragazza è che al momento della disattivazione suonerà una sirena d’allarme, bloccandola all’interno del campo. Edith riscatta gli ultimi mesi sacrificandosi per i compagni; otterrà, prima di morire, di vedersi togliere le mostrine naziste…
Kapò,di Gillo Pontecorvo,è un film del 1960 su un tema ancora molto sentito all’epoca in cui il film stesso venne girato,l’inferno dei lager.
In questo caso,oltre alla vita disumana dei campi di concentramento,si assiste ad una dolorosa storia di infamia dapprima e di redenzione poi,ovvero la vicenda della giovane Edith che per spirito di sopravvivenza si trasforma in una belva proprio come quelle che
hanno ucciso i suoi genitori.
E milioni di altre vite in quella che fu definita la fabbrica dello sterminio,Auschwitz.


Kapò è un film molto bello, cupo e teso, che affronta la terribile tragedia dei lager con sobrietà, senza pietismo, raccontando la storia di una kapò, ovvero di quelle donne che accettarono di servire i loro aguzzini assumendo a loro volta il ruolo di carnefici, spesso con tale ferocia da rivaleggiare con i nazisti.
In questo caso il film racconta una storia di abiezione prima ma di redenzione poi; fa nulla che questo cammino sia originato da una storia d’amore ,nata fra il filo spinato e le misere baracche di Auschwitz. Quello che conta è che anche nei momenti più bui ci sia un tenue bagliore,quello della
speranza per un’umanità violata da una parte, quella dei nazisti e tenuta in vita dall’altra, quella dei prigionieri, spesso capaci di atti di eroismo indicibili.


Pontecorvo sceglie un cast di assoluto livello, nel quale tutti interpretano alla perfezione il proprio ruolo; segnalo la bravissima Susan Strasberg nel ruolo di Edith,di Laurent Terzieff in quello di Sasha e in ruoli più defilati Emmanuelle Riva, Didi Perego e Gianni Garko oltre alle giovanissime Graziella Galvani e Paola Pitagora.
Un film davvero bello,che negli anni passati ha avuto diversi passaggi televisivi; è disponibile una versione in streaming più che buona del film
all’indirizzo https://mixdrop.co/f/vrj16go

Kapò
di Gillo Pontecorvo, con Emmanuelle Riva, Didi Perego, Susan Strasberg, Laurent Terzieff, Gianni Garko, Paola Pitagora. Genere Drammatico – Italia, 1960, durata 102 minuti.

Susan Strasberg: Edith, alias Nicole Niepas
Laurent Terzieff: Sascha
Emmanuelle Riva: Terese
Didi Perego: Sofia
Gianni Garko: Karl, soldato tedesco
Annabella Besi: la kapò

Regia Gillo Pontecorvo
Soggetto Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Sceneggiatura Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Produttore Franco Cristaldi, Moris Ergas
Casa di produzione Vides Cinematografica, Zebra Films, Francinex, Lovcen Film, Cineriz
Fotografia Aleksandar Sekulovic
Montaggio Roberto Cinquini
Musiche Carlo Rustichelli, Gillo Pontecorvo
Scenografia Piero Gherardi

gennaio 12, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Primo amore

Vittorio è un orafo,con un ideale femminile ben preciso,una donna magra,magrissima,esattamente quella che ai suoi occhi e alla sua mente è l’ideale di perfezione.
Del resto è stato proprio suo padre a insegnargli che negli oggetti che lui lavora va eliminato tutto ciò che non serve,il superfluo,alla ricerca della bellezza assoluta.
In questo modo Vittorio ha sviluppato una vera patologia psicologica,una devianza che lo spinge alla ricerca di una donna da plasmare secondo i suoi canoni e i suoi desideri.
Con un semplice annuncio conosce la bella e giovane Sonia,una ragazza quasi solare che però agli occhi di Vittorio ha un grave difetto che sovrasta tutti i pregi;pesa troppo,è lontana da quell’ideale che lui sogna ed insegue.
Inizia una relazione tra i due,agli inizi Sonia accetta anche di dimagrire,di nutrirsi di cibi come l’insalata che non danno peso.
Ma dopo un po sia il rigido controllo alimentare dell’uomo,sia il dominio assoluto che adesso ha su di lei spingono Sonia alla ribellione,ma per potersi liberare dell’uomo non c’è nessuna via d’uscita,se non una con conclusione fatale…


Tratto dal romanzo Il cacciatore di anoressiche di Marco Mariolini del 1997 (che ha un finale però diametralmente opposto a quello del film),Primo amore è diretto nel 2004 da Matteo Garrone,al suo secondo,ottimo lavoro dopo il buon esordio del film L’imbalsamatore.
Primo amore è un titolo decisamente antitetico in rapporto a quello che è raccontato nel film.
Che attinenza ha l’amore,sentimento vero e pulito,appassionato e dolce con quel coacervo di bassi istinti che spinge Vittorio alla dominazione,alla subornazione anche psicologica nei confronti di Sonia?
In realtà davvero nulla.
Vittorio è malato,disturbato.
La sua volontà di controllo,la ricerca di una perfezione che esiste solo nella mente non ha nulla a che spartire con l’amore.
Anche se,inizialmente,la vittima di tutto sembra quasi consenziente.
Ma con lo scorrere del film appaiono chiari i due ruoli,carnefice e vittima,in un gioco claustrofobico,a tratti sgradevole,ma perfettamente disegnato da un regista che già dai due film citati mostra di possedere notevoli capacità registiche.


Valore aggiunto del film sono le ottime prove di Vitaliano Trevisan e Michela Cescon,abilissimi nel delineare due figure opposte,che suscitano nello spettatore emozioni contrapposte,con la Cescon addirittura impressionante anche nella trasformazione fisica subita durante la realizzazione della pellicola.
Ma è proprio questo che alla fine conta nel film,la capacità di suscitare emozioni e certamente Primo amore non lascia indifferenti,pur affrontando un tema non certo ammaliante.
Un film decisamente interessante,dominato da una colonna sonora ricca di suggestioni della Banda Osiris,premiata a Berlino,ai david di Donatello e ai Nastri d’oro dove
il film ha ottenuto importanti nomination.Da segnalare il Globo d’oro e il premio Flaiano alla brava Michela Cescon.

Primo amore
un film di Matteo Garrone, con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon, Elvezia Allari, Paolo Capoduro, Roberto Comacchio, Paolo Cumerlato, Claudio Manuzzato.Genere Drammatico – Italia, 2004, durata 100 minuti

Vitaliano Trevisan: Vittorio
Michela Cescon: Sonia

Regia Matteo Garrone
Soggetto Marco Mariolini (romanzo Il cacciatore di anoressiche)
Sceneggiatura Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Vitaliano Trevisan
Produttore Domenico Procacci
Casa di produzione Fandango
Distribuzione in italiano Fandango
Fotografia Marco Onorato
Montaggio Marco Spoletini
Musiche Banda Osiris
Scenografia Paolo Bonfini

gennaio 2, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Gloria

Gloria è una donna ormai vicina alla sessantina, divorziata da un decennio e con figli ormai adulti e indipendenti. E’ quindi una donna libera e realizzata ma con una inesauribile voglia di vivere.
Una sera in una discoteca incontra Rodolfo,di qualche anno più grande di lei; un uomo qualsiasi, anonimo, ma molto dolce. Anche lui ha divorziato,ma da poco e ha due figlie che a differenza di quelli di lei
non sono indipendenti e sembrano anzi legate al padre da un rapporto di subalternità fin troppo accentuato.
Rodolfo è  troppo presente per le sue figlie,sempre pronto ad accorrere alle loro richieste, che siano economiche o di risoluzioni di problemi banali.
Tra i due nasce una relazione appassionata, ma la sera che Gloria lo invita a casa sua per presentarlo alla famiglia (cena alla quale è presente anche il suo ex marito), Rodolfo abbandona la compagnia semplicemente
per rispondere alla chiamata d’aiuto di una sua figlia.

Furibonda,Gloria sceglie di interrompere la relazione ma di fronte alle pressanti,quasi disperate insistenze di lui, accetta di passare un week end in un albergo in riva al mare; ma anche qui arriva una telefonata che avvisa l’uomo di un incidente subito da
una delle figlie; l’unico modo che ha Gloria per fermarlo e fare l’amore con lui, poi, durante la cena,getta il telefono dell’uomo in una zuppa.Questa volta è Rodolfo ad andar via,piantando in asso la donna a cui non resta altro da fare che scatenarsi nel dancing dell’albergo.
Tornata a casa,riceve l’ennesima telefonata di Rodolfo,ma questa volta Gloria sceglie il mezzo più radicale per interrompere la relazione.Prende una delle pistole da paintball dell’uomo,che gestisce un campo per questo sport e spara decine di proiettili di vernice
sula casa di Rodolfo,colpendo anche lui ripetutamente, davanti allo sguardo esterrefatto delle figlie.


Qualche tempo dopo,invitata a un matrimonio, non accetta inviti a ballare da nessuno, scegliendo invece di farlo da sola…
Gloria,film del 2013 diretto da Sebastián Lelio è basato su una sceneggiatura e quindi su una storia semplice e lineare,che racconta la vita di una donna qualsiasi,alle prese con una fase della vita in cui si è realizzato tutto tranne che la solidità sentimentale.
Lei è la rappresentazione figurata di una donna indipendente,intelligente e a suo modo affascinante,pur non essendo bella.Ma Gloria ha dalla sua doti ben più importanti;è piena di voglia di vivere,di muoversi e ballare,di fare quelle cose che evidentemente a sessant’anni
appartengono ad un passato che lei vuole continuare a tener vivo.La vita non finisce certo con un divorzio e con l’aver sistemato i figli; c’è sempre il tempo per godersi gli scampoli di quello che la vita offre. E la vita le pone davanti un altro uomo,che però antepone ai desideri di indipendenza
di Gloria una dipendenza quasi patologica dai figli. Il suo ruolo genitoriale,auto imposto,lo porta ad essere fin troppo presente nelle vite delle sue figlie, abituate evidentemente al ruolo passivo dell’uomo.


Che antepone le necessità delle figlie anche alla bella storia d’amore che vive con Gloria.
Di qui il fin troppo ovvio conflitto con una donna ben più forte e emancipata di lui e sopratutto ben distante dal ruolo della donna succube dell’uomo,l’angelo del focolare relegata in un cantuccio che aspetta il ritorno del suo uomo.
Così la storia,la relazione si interrompe bruscamente per scelta di Gloria,assolutamente non disposta ad anteporre la propria libertà ai desideri di quello che in fin dei conti è un uomo immaturo,plagiato e calato in un ruolo che non gli competerebbe più.
Gloria è quindi un film intelligente,ben diretto e ben assecondato da due attori davvero molto bravi, la bravissima Paulina Garcia che interpreta con grande intensità la figura di Gloria e Sergio Hernadez con sobrietà il ruolo di Rodolfo.


Un film che per una volta affronta il tema della vita dei sessantenni, spesso portata sullo schermo con eccessi di problematiche legate agli acciacchi dell’età o di persone affette quasi sempre da sindrome di Peter Pan. Al contrario,Gloria racconta una storia semplice,quella di vite quotidiane qualsiasi,
con garbo e intelligenza,puntando il dito benevolmente sulla solida e matura Gloria opposta all’incerto Rodolfo,due simboli opposti di modi di affrontare il tramonto dell’esistenza.Che per Gloria semplicemente non esiste. Perchè in fondo chi l’ha detto che la vita finisce a sessant’anni?
Finalmente un’opera fresca e intelligente.
Finalmente un film che parla anche della sessualità nella terza età, esplicitata da alcune scene di sesso,peraltro molto garbate,che mostrano come anche il sesso stesso


può essere un valore aggiunto nella terza età,un sesso vissuto con la maturità dell’età,quindi più adulto e consapevole,più incline ad una intima unione anche con il sentimento maturo dell’affetto.
Un film da vedere sicuramente,che per una volta si conclude senza l’happy end hollywoodiano ma anche senza tristezze eccessive.La vita va avanti,ci sono nuove occasioni ed esperienze in attesa,ce lo insegna Gloria.

Gloria
un film di Sebastian Lelio, con Paulina García, Sergio Hernández, Marcial Tagle, Diego Fontecilla, Fabiola Zamora Titolo originale: Gloria. Genere Drammatico – Cile, Spagna, 2013, durata 94 minuti.

Paulina García: Gloria
Sergio Hernández: Rodolfo
Diego Fontecilla: Pedro
Fabiola Zamora: Ana
Coca Guazzini: Luz
Hugo Moraga: Hugo
Alejandro Goic: Gabriel
Liliana García: Flavia
Antonia Santa María: Maria
Luz Jiménez: Nana
Marcial Tagle: Marcial

Regia Sebastián Lelio
Sceneggiatura Gonzalo Maza e Sebastián Lelio
Distribuzione in italiano Lucky Red
Fotografia Benjamín Echazarreta
Montaggio Sebastián Lelio e Soledad Salfate
Scenografia Marcela Urivi

dicembre 29, 2019 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento

Romanzo criminale

Roma,fine degli anni settanta
Un gruppetto di 4 adolescenti della borgata romana della Magliana ruba un auto ma i ragazzi, nella fuga, investono e uccidono un poliziotto; i quattro si rifugiano in una vecchia roulotte e decidono di creare una baby gang. Si scelgono anche dei soprannomi, Dandi, Freddo, Libanese e Grana. Ma vengono individuati e mentre il Libanese viene ferito, Freddo viene catturato e il Grana ucciso. Si salva il solo Dandi che fugge.
Ormai adulto, Freddo esce dal carcere e ad attenderlo trova il suo amico Libanese che gli prospetta un colpo clamoroso, il rapimento di un industriale col quale chiedere un riscatto miliardario.
Cosa che fanno con l’aiuto di un elemento dell’estrema destra, Il Nero.
Il sequestro riesce ma il gruppo, ancor prima di incassare i soldi del sequestro uccide il rapito; al momento della divisione dei soldi decidono di reinvestirli nell’attività più lucrosa degli anni 80,il traffico di eroina.


E’ l’inizio di una folgorante attività criminale e di affari lucrosi,che porteranno la banda dei Rolex e delle Kawasaki,come ormai è conosciuto il gruppo, ad essere un potente punto di riferimento della malavita romana.
Con omicidi, traffico di droga e altre attività illecite la banda diventa sempre più potente, arrivando anche ad allacciare ambigue relazioni con i servizi segreti. Ma con il passare del tempo iniziano le divisioni e le morti nel sempre più grande gruppo della banda.
Così tra una morte e l’altra davvero in pochi sopravviveranno al declino della banda stessa.
Romanzo criminale,tratto dall’omonimo romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo esce sugli schermi nel 2005 per la regia di Michele Placido.
Un film che ripercorre i drammatici fatti in cui fu coinvolta la banda della Magliana, l’organizzazione criminale che insanguinò Roma per più di un decennio; seguendo fedelmente il romanzo, Michele Placido ricrea l’ambientazione di Di Cataldo, usando lo stesso espediente di
cambiare i nomi dei protagonisti,che peraltro sono facilmente riconoscibili, almeno per coloro che hanno familiarizzato con la storia del gruppo malavitoso secondo in Italia solo alla mafia o alla camorra sia come organizzazione che come influenza economica.


Una storia terribile,scritta da uomini che si chiamavano nella realtà “Er fornaretto” (alias Franco Giuseppucci nel film Libanese),”Renatino”(De Pedis,nel film Dandi),protagonista di una delle pagine più oscure della storia d’Italia,con un ruolo ancor oggi non del tutto chiaro,quello della scomparsa di Emanuela Orlandi,
poi “Crispino” (nel film Il freddo,ovvero Maurizio Abbatino,uno dei “pentiti” della banda) e ancora “Er Camaleonte” (nel film Nembo Kid,alias Danilo Abbruciati),ucciso nel 1982 da una guardia giurata mentre tentava di sparare a Roberto Rosone, vice presidente del Banco Ambrosiano.
E ancora tanti altri,i cui veri nomi sono diventati tristemente famosi,come Nicolino Selis,Franco Nicolini,Marcello Colafigli,Antonio Mancini…
La storia della banda della Magliana è raccontata da Michele Placido con mano svelta e con ritmo,senza cadute di tensione.
Buona parte delle vere azioni della banda della Magliana sono riportate anche se per ovvi motivi in modo frammentario aprendo uno squarcio su episodi ancora oggi controversi,come il vero ruolo della banda nel sequestro Moro,nella strage di Bologna e altri fatti di sangue che ormai fanno parte storicamente dei misteri d’Italia.


A parte l’ottimo plot e la mano abile,va riconosciuto un altro merito a Placido,quello di aver utilizzato nel cast giovani promettenti come Kim Rossi Stuart e Piergiorgio Favino,Gianmarco Tognazzi,Riccardo Scamarcio e Stefano Accorsi,Claudio Santamaria e Jasmine Trinca oltre a Elio Germano,Anna Mouglalis e Francesco Venditti.
Un cast di attori che ancora oggi sono il meglio del cinema italiano,impegnati a dare un valore aggiunto fondamentale ad un film di per se davvero affascinante.

Merito ovviamente anche dello splendido romanzo di De Cataldo,che ha collaborato alla sceneggiatura del film unitamente a Sandro Petraglia, Stefano Rulli e allo stesso Michele Placido.
Il grande successo del film,vincitore di 8 David di Donatello,di 1 Globo d’oro e 5 nastri d’argento dette il via alla serie Romanzo criminale,ben fatta e di grandissimo successo sul piccolo schermo.
Romanzo criminale è sicuramente un film da vedere,il miglior prodotto italiano dell’anno 2005 e uno dei migliori del decennio.

Romanzo criminale
di Michele Placido. Un film con Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Anna Mouglalis, Claudio Santamaria, Pierfrancesco Favino,Jasmine Trinca, Elio Germano,Anna Mouglalis,Gianmarco Tognazzi, Francesco Venditti Titolo originale: Romanzo Criminale. Genere Drammatico – Italia, Francia, Gran Bretagna, 2005, durata 152 minuti

Kim Rossi Stuart: Il Freddo
Pierfrancesco Favino: Il Libanese
Claudio Santamaria: Il Dandi
Stefano Accorsi: Comm. Nicola Scialoja
Riccardo Scamarcio: Il Nero
Jasmine Trinca: Roberta Vannucci
Anna Mouglalis: Cinzia “Patrizia” Vallesi
Roberto Brunetti: Aldo Buffoni
Antonello Fassari: Ciro Buffoni
Stefano Fresi: Il Secco
Eleonora Danco: Filomena, fidanzata del Sorcio
Elio Germano: Il Sorcio
Francesco Venditti: Bufalo
Giorgio Careccia: Fierolocchio
Daniele Miglio: Scrocchiazeppi
Andrea Ricciardi: Ricotta
Leslie Csuth: Il Francese
Toni Bertorelli: Il Vecchio
Roberto Infascelli: Gigio
Donato Placido: Maresciallo Colussi
Massimo Popolizio: Il Terribile
Bruno Conti: Nicolino Gemito
Gigi Angelillo: Zio Carlo
Giorgio Sgobbi: Avvocato Vasta
Gianmarco Tognazzi: Dr. Eugenio Carenza
Franco Interlenghi: Barone Valdemaro Rosellini
Michele Placido: Il padre del Freddo
Virginia Raffaele: la fidanzata di Nicolino Gemito
Claudio Amato: Bernardino Scafa
Brenno Placido: Andrea
Nicolò Malfatti: Il Dandi da giovane
Marco Bauccio: Il Freddo da giovane

Regia Michele Placido
Soggetto dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo
Sceneggiatura Giancarlo De Cataldo, Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Michele Placido
Casa di produzione Cattleya
Distribuzione in italiano Warner Bros. Entertainment Italia
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Esmeralda Calabria
Effetti speciali Claudio Napoli
Musiche Paolo Buonvino
Scenografia Paola Comencini
Trucco Alberto Blasi

“Se ne stava rannicchiato fra due auto in sosta e aspettava il prossimo colpo cercando di coprirsi il volto. Erano in quattro. Il più cattivo era il piccoletto, con uno sfregio di coltello lungo la guancia. Tra un assalto e l’altro scambiava battute al cellulare con la ragazza: la cronaca del pestaggio. Menavano alla cieca, per fortuna. Per loro era solo un gran divertimento. Pensò che potevano essergli figli. A parte il negro, si capisce. Pischelli sbroccati. Pensò che qualche anno prima, solo a sentire il suo nome, si sarebbero sparati da soli, piuttosto che affrontare la vendetta. Qualche anno prima. Quando i tempi non erano ancora cambiati.
Un attimo fatale di distrazione. Lo scarpone chiodato lo prese alla tempia. Scivolò nel buio.”

dicembre 22, 2019 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Daisy Diamond

Il sogno di Anne, ragazza danese alla ricerca di un suo spazio nel mondo del cinema è quello di poter fare un provino e avere una parte; è una ragazza di buona famiglia, una di quelle però tradizionaliste e anche poco inclini a manifestazioni d’affetto.
Durante un incontro con il suo boy friend, Anne subisce violenza carnale; la famiglia le volta le spalle e inoltre scopre di essere incinta.
Ma la voglia di sfondare,di indipendenza la portano lontano dalla natia Svezia,direzione Danimarca,con la sua piccola nata dall’atto di violenza subito.
In Danimarca le cose non vanno affatto come sperato; Anne non ha un lavoro, non ha soldi,il cinema sembra rifiutarla.
Anche perchè la piccola Daisy piange,piange,piange. Ininterrottamente. Quasi a rimproverare la madre della sua esistenza, del suo dover vivere anche se in fasce una vita da bambina senza un padre, priva anche del necessario per vivere.
La vita di Anne scivola lentamente verso un baratro profondo,senza fine.

Cambia pannolini,tenta inutilmente un impossibile colloquio con sua figlia,che piange, senza soluzione di continuità.
Non potendosi permettere una baby sitter la porta con se ai provini, dove però irrita gli organizzatori dei casting proprio con la presenza urlante della piccola,che in pratica
vive le sue giornate strillando.
Una notte,la sempre più stressata Anne compie un gesto terribile: all’ennesimo pianto,questa volta notturno,della piccola Daisy la porta nella vasca da bagno e la affoga.
Ora Anne è libera.
Ma il gesto non è rimasto senza conseguenze.


Il morale,la mente iniziano a vacillare, complici una serie di rifiuti e di amare esperienze che la ragazza fa.
Affronta una degradante esperienza con una matura donna che dopo averla posseduta carnalmente con la promessa di aiutarla la ignora e la delude, ha un rapporto con un regista che non approda a nulla così
ormai incapace di riannodare i fili della sua vita Anne compie l’ultimo passo sugli scalini della personale discesa all’inferno.
Cambia colore di capelli, si trasforma in Daisy Diamond,una prostituta.
E’ l’ultimo anello della catena dell’abiezione,gira un porno film…ma la sua esistenza è segnata,ormai ha dialoghi con la immaginaria figlia cresciuta,il suo cervello è alla deriva e il finale sarà davvero tragico.
Daisy Diamond è un film bellissimo e durissimo, crudele e sconvolgente.


Difficilmente sullo schermo si è vista un’opera glaciale,triste e senza speranza come questa; allo spettatore non è risparmiato nulla, dai pianti disperati della piccola Daisy allo stupro,dalla sodomizzazione della giovane Anna ad opera della laida regista ai degradanti rapporti sessuali
con i protagonisti di un mondo,quello del cinema marginale,che appare marcio fin nei gangli più intimi.
Non c’è nessuna speranza di redenzione nel film,non c’è altro che la descrizione analitica di una vita bruciata.
Quella di una ragazza che in fondo parte solo con un sogno comune a molte ragazze,quello di seguire la propria voglia di affermazione che però deve fatalmente scontrarsi
con la realtà.Che è fatta di cose meschine. Da istituzioni meschine, da una società meschina. Non si salva nulla: la famiglia,l’amore,nulla di nulla.Non ci sono capisaldi a cui fare riferimento perchè tutto è malato.
Anche il sesso.


Che il regista,un bravissimo Simon Staho,ci mostra senza mediazioni (anche se non arriva mai all’esplicito degli organi sessuali nell’accoppiamento);è un sesso raffigurato gelidamente,un atto meccanico raffigurato nelle sue varianti prive però della componente fondamentale,quella dell’amore.
Un sesso animale,istintivo.
E su tutto c’è una meravigliosa,straordinaria Noomi Rapace capace di calarsi in modo così convincente nella parte della sventurata Anna che vien da chiedersi perche mai non le affidino altre parti importanti; la oggi quarantenne attrice svedese,nonostante le ottime prove fornite
continua ad essere impiegata poco nel cinema. Un vero peccato.
In quanto a Daisy Diamond,personalmente lo ritengo uno dei migliori prodotti degli ultimi vent’anni: un film coraggioso,scomodo e come già detto,disturbante.


Uno di quei film che pur essendo bellissimi non vuoi rivedere.
Per non dover immergerti,di nuovo,in un’atmosfera angosciante,nichilista.
In rete non ci sono versioni in italiano del film,che pur avendo avuto un grosso successo tra la critica e e tra il pubblico competente,per i soliti misteri del cinema è rimasto piuttosto ai margini della grande distribuzione.
E anche questo è un vero peccato.

Daisy Diamond
Un film di Simon Staho. Con Noomi Rapace, Thure Lindhardt, Benedikte Hansen, Morten Kirkskov, Amelie Thomesen, Sofie Pedersen Munkholm, Shanaya Ingemansen, Hjálmar Sigtryggsson, Snæfridur Jónsdottir, Jonathan Weis Brüel, Lotte Andersen,
Laura Drasbæk, Bent Mejding, Beate Bille Drammatico, durata 94 min. – Danimarca 2007

Noomi Rapace … Anna
Thure Lindhardt … Skuespiller
Benedikte Hansen … Regista
Morten Kirkskov … Assistente regista
Trine Dyrholm … Eva
Dejan Čukić … Bettina
Sofie Gråbøl … Attrice
Christian Tafdrup … Thomas Lund
David Dencik … Jens
Jens Albinus … Kunde

Regia … Simon Staho
Sceneggiatura … Peter Asmussen,Simon Staho
Fotografia … Eric Kress
Montaggio … Janus Billeskov Jansen
Art Direction … Thomas Greve

dicembre 4, 2019 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento

Le chat, l’implacabile uomo di Saint-Germain

Parigi,sobborgo di Courbevoie,nelle Banlieu.
In una palazzina che sembra resistere come un fantasma urbano alla modernizzazione del quartiere,dove ruspe e operai lavorano
incessantemente alla demolizione di case fatiscenti, vivono i coniugi Julien e Clemence Boulin.
Sono anziani, sposati da più di venticinque anni.
Ma il loro non è il tradizionale matrimonio tra anziani che dividono con amore gli scampoli della vita dopo aver diviso il quotidiano con affetto, anzi.
Lui, un ex tipografo e lei, ex trapezista rimasta zoppa dopo una caduta sembrano separati da un astio che giorno dopo giorno mina un rapporto ormai logoro.
Attraverso flashback, apprendiamo frammenti della loro vita, con il mutare dell’affetto trasformatosi in indifferenza prima, in mal sopportazione poi.
Non hanno figli e quindi è venuto anche a mancare uno dei fondamentali della vita di coppia; certo, le coppie sterili riescono a costruire alternative ma nel caso dei Boulin con lo scorrere degli anni si è creata una cortina fumogena spessa, soffocante, nella quale le due vite sembrano essersi scisse a tal punto da diventare incompatibili.


In realtà non sarebbe così, basterebbe parlare, discutere.
Ma per Julien e Clemence è davvero troppo tardi.
C’è una tensione inespressa tra loro che sembra sempre in procinto di esplodere; alla fine il punto di rottura viene raggiunto e l’elemento scatenante è Joseph.
Non un essere umano ma un banale gatto, che Julien porta a casa e che con il passare dei giorni si trasforma in un oggetto di adorazione per Julien, che dimentica del tutto la moglie.
Che non ha praticamente più nulla a cui attaccarsi, nemmeno ai residui di quell’affetto che, segretamente e senza confessarlo al marito nutre ancora per lui.
La gelosia finisce per avere la meglio e Clemence uccide il gatto.


E lui va via di casa, rifugiandosi dalla proprietaria di un albergo che in passato frequentava accompagnandosi sporadicamente con prostitute.
Tracce dell’antico affetto, il sapere che sua moglie sta male lo riportano a casa. Ma adesso il baratro scavato tra loro è un abisso: “Sono tornato, Clemence. Ma non ti parlerò mai più. Mai,mi senti !?
Il dialogo delle piccole cose quotidiane è scomparso, sostituito da pezzettini di carta con i quali Julien comunica con sua moglie.
Che una sera li legge,quasi fossero l’unico modo per riempire il vuoto totale della sua esistenza,che si spegne di colpo; Clemence,colpita da un infarto si accascia sul pavimento.
Ora Julien è solo, neanche più l’ombra della moglie accoglie il suo muoversi smarrito…
Da un romanzo nero e pessimista di George Simenon, Le chat, Pierre Granier-Deferre trae il film omonimo, Le chat,malamente riportato in italiano con l’assurdo titolo L’implacabile uomo di Saint Germain.
Un film gelido,come il romanzo.


Un’analisi spietata di un matrimonio, che, sinistramente, sembra simboleggiare altri matrimoni (o forse tutti?).
L’amore, la complicità, l’affetto possono (o devono necessariamente?) svanire, lasciando all’interno dl matrimonio solo macerie.
Quelle stesse che circondano la casa dei protagonisti della storia, ombre di un passato che non ha avuto neanche felicità come base e che ha finito per diventare una prigione, nella quale Julien e Clemence si muovono smarriti. Ma mentre Julien riesce a trovare in un semplice gatto un interesse, un affetto, Clemence vaga preda di una delusione e di un’abitudine che hanno scavato,in lei, un baratro che non c’è modo di superare o colmare, neanche parzialmente.
I due protagonisti finiscono per assurgere ad emblemi di matrimoni trappola, in cui esistenze si spengono lentamente per poi estinguersi.
Una fine con orrore? Un orrore senza fine?


Non ha importanza. Le esistenze arrivano al limite della vita consumandosi lentamente e la morte sembra essere davvero una liberazione.
E la scena finale,con l’infermiera che sbaglia anche il cognome di Julien la dice lunga sul pessimismo cosmico del film.
Che non è cattivo, ma analitico e senza speranze.
Un film da non vedere in momenti di tristezza, perchè aggiunge dolore a disagio.
Due grandi attori sublimano i due personaggi sconfitti del film: Jean Gabin e Simone Signoret, ormai capaci di interpretazioni eccezionali dall’alto di carriere in cui hanno fatto sfoggio di abilità nel tratteggiare psicologie anche complesse
rendono se possibile ancor più tetra e disperata l’atmosfera del film. I due attori ottennero due meritati Orsi d’argento al festival di Berlino per le loro interpretazioni.
Un film che si dipana freddamente, senza speranza, senza illusioni.
Davvero bravo il regista Pierre Granier-Deferre,che modificando a tratti il romanzo di Simenon riesce a non snaturarlo aggiungendo una sua visione, evidentemente nichilista al romanzo stesso.
Purtroppo L’implacabile uomo di saint Germain è un film raramente trasmesso in tv: tuttavia su You tube è comparsa una discreta versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=kEEe_3v_G8U

Le chat, l’implacabile uomo di Saint-Germain

Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Jean Gabin, Simone Signoret, Jacques Rispal, Harry Max, André Rouyer, Yves Barsacq, Isabel Del Rio Titolo originale Le chat. Drammatico, durata 86 min. – Francia 1972

Jean Gabin … Julien Bouin
Simone Signoret … Clémence Bouin
Annie Cordy … Nelly
Jacques Rispal … Il dottore
Nicole Desailly … L’infermiera
Harry-Max … Il pensionato
André Rouyer … Il delegato
Carlo Nell Carlo Nell … L’agente immobiliare
Yves Barsacq … L’architetto
Florence Haguenauer…Germaine
Ermanno Casanova … Il padrone del bar
Georges Mansart … Il giovane in moto
Isabel del Río … La ragazza in moto

Regia Pierre Granier-Deferre
Soggetto Georges Simenon
Sceneggiatura Pierre Granier-Deferre, Pascal Jardin
Fotografia Walter Wottitz
Montaggio Nino Baragli, Jean Ravel
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Jacques Saulnier

ottobre 17, 2019 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento