Salvare la faccia

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L’amore è un sentimento complesso, ricco di sfaccettature. Può essere illustrato attraverso un amplesso amoroso, o meglio, attraverso timidi dettagli di un atto di passione. La cinepresa inquadra la carezza di una mano elegante, i capelli sciolti di una giovane donna, il lieve respiro di una ragazza innamorata sulla pelle dell’uomo che l’abbraccia… . Allo spettatore verrebbe voglia di sorridere, verrebbe voglia di immergersi in quell’attimo sognato, nel bene che trasmette alla mente e, sopratutto, all’anima. Tuttavia, qualcosa lo frena. Un suono, una musica fastidiosa, inadatta all’intimità ed in netto contrasto con essa. “Love your neighbour as yourself” recita il ritornello e, lentamente, quasi senza accorgersi, allontana lo spettatore dal sogno, lo accompagna verso la realtà, verso il mondo dei fasulli equilibri, ove, pare che non ci sia spazio per l’amore e per la tenerezza.
La giovane donna è Licia Brignoli (Adrienne La Russa), figlia dell’imprenditore Marco Brignoli (Rossano Brazzi), industriale di Prato, assiduamente impegnato nell’accrescimento del patrimonio familiare. Infatti, con l’inaugurazione della nuova fabbrica, Brignoli non solo solidifica la propria posizione sociale ma agevola la carriera politica dell’Onorevole amico, candidato al Governo.Tanta fatica spesa, quindi, tanti sacrifici per accumulare denaro e potere vanno salvaguardati “ad ogni costo”.

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Licia è la figlia minore di Brignoli la quale, all’età di diciott’anni, sorride e canta al suo primo amore, Mario (Nino Castelnuovo). A causa della giovane età e, probabilmente, del benessere in cui è cresciuta, Licia è estranea alla perfidia umana, è una “credente”. La sua visione del mondo è fiabesca: Cenerentola e l’amore che la unirà al Principe Azzurro, ovvero, il bene che prevale sul male. Mario, al contrario, dimostra di perpetrare una filosofia di vita all’estremo opposto: tutto è in vendita, anche Cenerentola. Quando Licia viene fotografata tra le sue braccia, per commissione dello stesso Mario, quest’ultimo la svende per venti milioni di vecchie lire. A tanto ammonta la somma che lo stimato Brignoli è disposto a sborsare pur di evitare uno scandalo con conseguenze economiche rovinose. Non solo. Alla pari dell’amante, anche il padre è disposto a svendere gli affetti. Con il consenso della figlia maggiore, Giovanna (Paola Pitagora), e del genero, Francesco (Alberto de Mendoza), Brignoli rinchiude la figlia in un istituto di salute mentale. La famiglia di Licia, con l’appoggio del “sempre disinteressato” clero, decide di costruire una commovente storia: solo una ragazza affetta da malattia mentale avrebbe potuto commettere l’imprudenza di concedersi ad un proletario, in una casa di appuntamenti. Quindi, la famiglia Brignoli, tragicamente colpita dalla disgrazia, susciterà nell’opinione pubblica un sentimento di commozione e solidarietà. Nessuno oserebbe puntare il dito contro una creatura ammalata e, tanto meno, contro una famiglia che la accudisce amorevolmente, nel migliore dei modi, quasi fosse una “cornice di chiesa”.
Tradita negli affetti, svenduta nell’amore, privata dalla libertà, Licia subisce l’impeto del padre. Si sottopone alla terapia psicofarmacologica e al severo regime di reclusione. Uscirà dal manicomio viva, forse diversa, ma viva.

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Alla conclusione del ricovero, Licia torna in famiglia, apparentemente contenta di riabbracciare le persone che la circondano: papà Brignoli, Giovanna e Francesco. Tuttavia, lo spettatore attento comprende sin da subito che la condotta di Licia, seppur mascherata da gesti affettuosi, è caratterizzata da azioni malefiche. Sarà che Licia è impazzita? Sarà che ha imparato una lezione da venti milioni di lire?
Dapprima, Licia seduce il cognato, Francesco, punendo in questo modo la sorella Giovanna. Licia condanna la promiscuità tra i pensieri e le azioni di Giovanna la quale, pur consapevole di essersi sposata per convenienza, tollera le azioni scorrette del padre e del marito. L’attenzione di Licia si rivolge, poi, al pavido Mario. Il lupo perde il pelo ma non le abitudini: così, Mario si dimostra entusiasta all’idea di ricattare il padre di Licia e acconsente ad un’improbabile proposta di matrimonio della ragazza.
Nemmeno il clero sfugge all’ira di Licia: durante una proiezione privata, ove viene presentato il pellegrinaggio a Lourdes organizzato per le maestranze della fabbrica, “un’esperienza davvero indimenticabile!”, Licia scambia il nastro del percorso religioso con un nastro che ritrae lo stimatissimo Brignoli e l’amante Laura (Idelma Carlo) avvinghiati in atteggiamenti licenziosi.
Lentamente, la famiglia Brignoli s’incammina verso l’orlo del precipizio. Giovanna, stanca e arresa, muore suicida. Francesco, privato dal sogno di ereditare il patrimonio Brignoli, si allontana dalla famiglia. Mario, intrappolato nel proprio arrivismo, morirà per mano dell’ignaro papà Brignoli.
I sopravvissuti sono increduli, spossati, si interrogano confusi sulle ragioni dei propri fallimenti.

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Forse, per alcuni di loro trattasi di rovina. L’unico che dovrebbe sentirsi realizzato è proprio papà Brignoli. In fondo, la piccola Licia è stata plasmata secondo l’immagine dell’ignobile padre. L’educazione ha reso. Nel finale, Licia e papà Brignoli, isolati nel lusso opulente della villa familiare, si fanno compagnia a tavola. La stessa cinepresa che all’inizio inquadrava interessata i dettagli di un tenero atto d’amore, ora, arretra lentamente, quasi volesse prendere le distanze dalle rimanenze delle esistenze rovinate. Nessuno si è salvato. Si salva chi si allontana.
Salvare la faccia uscì nelle sale italiane il 2 febbraio 1969 e, due anni dopo, negli Stati Uniti con il titolo “Psychout for Murder”. Gli intenditori dicono che la pellicola destinata alle sale oltre oceano si è salvata dalle sforbiciate, pertanto, presenta una storia omogenea ed intrisa di scene più spinte.
Rossano Brazzi si firma Edward Ross e dirige con buoni risultati un film cattivo e/o sulla cattiveria.
Infatti, grazie al soggetto del fratello Oscar, il regista bolognese mette in scena una convincente storia malata. Il film denuncia l’ipocrisia, la labilità dei buoni sentimenti e la slealtà familiare che si estende alla società ed alle istituzioni. Infatti, come accade nei film di Salvatore Samperi, la famiglia, pilastro della società, crolla su se stessa a causa dell’ipocrisia e della corruzione.
Ma il film non si limita ad essere un’opera contestataria. La pellicola mescola il dramma al giallo, anche se con risultati a volte banali, riscontrabili nelle scene che vedono Licia impegnata ad escogitare e mettere in atto trappole letali.

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Il cast è di ottimo livello. La bellissima Adrienne La Russa si cala abilmente nei panni di Licia, tanto dolce e altrettanto torbida da rendere credibile il tormentato personaggio. Adrienne la Russa brillerà nuovamente lo stesso anno nell’ottimo film di Lucio Fulci, “Beatrice Cenci”.
Altrettanto bella e brava è Paola Piagora la quale, a differenza della protagonista, sprigiona una sensualità più matura e rende, quindi, credibile la comparsa della sorella maggiore, Giovanna.
Bene anche il cast maschile. Forse a De Mendoza avrebbero potuto risparmiare la scena giocherellona in piscina, ove lo stesso appare a disaggio. Rossano Brazzi che dirige se stesso, risulta convincente nella parte dell’ industriale che tenta di salvare una faccia che, in fondo, non ha.
Ottima sceneggiatura da parte di Biagio Proietti, coautore del film “Black Cat” di Lucio Fulci; azzeccate le musiche psichedeliche composte da Benedetto Ghiglia; splendida la fotografia curata da Luciano Trasatti (bravissimo anche nel film “Miseria e nobiltà”).
Salvare la faccia è un film da scoprire o riscoprire; probabilmente più apprezzabile oggi che all’epoca in cui fu realizzato, dato che il cinema italiano degli anni ’60 e ’70 abbondava di pellicole di denuncia sociale, caratteristica, oggi, dimenticata.
Il film è disponibile su You ube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=OmjuURiqf60 in una versione molto buona.

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Salvare la faccia
Un film di Edward Ross. Con Rossano Brazzi, Nino Castelnuovo, Paola Pitagora, Adrienne La Russa,Alberto De Mendoza,
Nerio Bernardi, Valentino Macchi, Renzo Petretto Drammatico, durata 92 min. – Italia 1969

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Rossano Brazzi: Marco Brignoli
Nino Castelnuovo: Mario
Paola Pitagora: Giovanna Brignoli
Adrienne La Russa: Licia Brignoli
Alberto de Mendoza: Francesco
Nerio Bernardi: cameriere

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Regia Rossano Brazzi
Soggetto Oscar Brazzi
Sceneggiatura Biagio Proietti, Diana Crispo
Produttore Oscar Brazzi
Casa di produzione Chiara Film, Banco Film, Glori Art
Fotografia Luciano Trasatti
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Benedetto Ghiglia
Scenografia Giovanni Fratalocchi

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” Mi sento come Cenerentola che incontra il suo Principe Azzurro.
-Il Principe Azzurro era ricco, io non lo sono… ancora.
 I soldi non m’interessano. Per me tu conti molto di più. Io ti amo.”

” La ricchezza, il potere, vanno salvaguardati ad ogni costo!
– Se devo essere costretta a pagarli ad un prezzo tanto alto, io non so proprio che cosa farmene!”

” Non sei cambiato per niente Mario, non trovi mai la strada di casa. Sono due ore che ti sto aspettando… . Ciao. Non dici niente? Non sono un fantasma, sono proprio io. Da quei posti si esce vivi, tesoro. Forse diversi… ma vivi.”

“- L’Onorevole verrà alla inaugurazione del Circolo ricreativo.
 Ah, lo credo bene, l’idea del Circolo è stata sua.
– Ha invitato molti cinegiornali. Si raccomanda, in particolare, che ci sia molta gente e … .
 E che tutti si dimostrino entusiasti della sua visita.
– Ha bisogno di pubblicità in questo momento. L’idea di poter entrare nel Governo lo fa letteralmente impazzire!
 Io impazzirò se penso ai milioni spesi per la piscina!
– Sono soldi spesi bene… .
 Già.
– L’Onorevole è un investimento molto sicuro.
 Inviti tutti quelli che hanno chiesto di essere assunti.
– E’ un po’ vecchio come trucco. L’abbiamo già utilizzato per l’inaugurazione della mensa e, poi, del campo di calcio e, soprattutto, per i comizi dell’Onorevole durante le elezioni e, quindi … .
– Sì, lo so, qualcuno non verrà più. Ma, ci sono i nuovi immigrati meridionali. Quelli verranno.”

” La nostra famiglia rinnova la sua linfa con sangue nuovo e di prima qualità: prima un playboy, adesso un ricattatore. Va bene, facciamo progressi.
– Giovanna, certe cose non le dovresti dire.
 Certo, papà, hai ragione. Ma, per non dirle, non avrei dovuto fare tante altre cose. Non avrei dovuto vivere qui, né fare questa vita che non significa niente. Ma, soprattutto, non dovrei avere un padre come te! E’ tutto così stupido. A che gioco stai giocando?! Ma non ti rendi conto che stai cercando di distruggere della gente che è già morta?! Sono tutti morti, Licia. Solo che non lo sanno… . Va via Licia, non stare qua, vattene! Noi non possiamo darti niente, perché non abbiamo niente. Abbiamo soltanto la faccia da salvare e non vale molto neppure quella.”

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L’uomo della pioggia

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All’epoca in cui avevo letto L’uomo della pioggia, ancora ai tempi della scuola, non immaginavo che un romanzo che mi era tanto piaciuto, in seguito, si sarebbe iscritto nella lunga ed impressionante lista dei libri di Grisham divenuti film di successo.
Parlo di una vera e propria lista, perché dal 1993, anno in cui uscirono nelle sale Il socio diretto da Sydney Pollack con protagonisti Tom Cruise e Gene Hackman, ed Il rapporto Pelican diretto da Alan J. Pakula, con protagonisti Denzel Washington e Julia Roberts, proseguendo nel 1994, anno in cui fu proiettato sul grande schermo Il cliente, diretto da Joel Schumacher, con protagonisti Susan Sarandon e Tommy Lee Jones, ed ancora 1996, anno in cui uscì nelle sale Il momento di uccidere diretto da Joel Schumacher, con protagonisti Mattew McConaughey, Sanda Bullock e Samuel L. Jackson, proseguendo con L’ultimo appello (1996) diretto da James Foley, L’uomo della pioggia (1997), Conflitto d’interessi (1998) regia Robert Altman, La giuria (2003) diretto da Garry Felder, concludendo con Mickey e Fuga da Natale (2004), i titoli dei romanzi di uno dei miei scrittori preferiti finirono stampati su memorabili locandine sparse nei cinema di tutto il mondo.
L’uomo della pioggia è stato il primo volume che “mi ha messo in contatto” con Grisham. Nonostante siano passati un bel po’ di anni da allora, ricordo di essermi immersa nella lettura al punto di averla finita in pochi giorni. Inoltre, ricordo come mi sia dispiaciuto averlo letto troppo in fretta…

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L’anziana signorina Birdie Birdsong, un personaggio memorabile di questo romanzo, mi è rimasta nel cuore grazie al brillante umorismo dell’autore, il quale la descriveva attraverso la spontaneità del giovane avvocato Baylor.

Forse sono in tanti a domandarsi qual’è il motivo per cui tanti dei romanzi di John Grisham sono tramutati in pellicole?
A mia opinione, le ragioni delle scelte sono: i contenuti facilmente convertibili in sceneggiature, il ritmo e lo scorrere dell’azione e la naturalezza dei personaggi.
Tornando a bomba, L’uomo della pioggia (The Rainmaker), film “giuridico processuale”, diretto abilmente da Francis Ford Coppola, uscì nelle sale cinematografiche americane nel 1997, riscontrando un ottimo successo di critica e di pubblico.
Il film, come anticipato, trae origine dal romanzo scritto nel 1995 dal principale autore di gialli giudiziari dei nostri tempi, John Grisham.
Ora, prima di andare oltre con il racconto della pellicola, vorrei proporre una succinta analisi della terminologia usata per definire i concetti su cui si fonda la trama:
-assicurare significa rendere sicuro, proteggere da un danno o pericolo.
-contratto di assicurazione è il contratto con cui l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno a esso prodotto da un sinistro (assicurazione contro i danni), ovvero a pagare un capitale o una rendita (vitalizia o temporanea) al verificarsi di un evento attinente alla vita umana (assicurazione sulla vita).
-polizza (di assicurazione) è definito il documento contenente indicazioni di vario genere, che serve da ricevuta, da contrassegno, o che attesta un’obbligazione da parte dello scrivente. La polizza di assicurazione, in pratica, è il documento di prova del contratto di assicurazione, che riproduce le condizioni che lo regolano, predisposte dall’assicuratore e accettate dall’assicurato.

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-truffa è l’ottenimento di un vantaggio a scapito di un altro soggetto indotto in errore attraverso artifici e raggiri.
-leucemia è un tumore delle cellule del sangue.
-alcolismo è una sindrome patologica determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcol. I danni dall’abuso di alcol colpiscono quasi ogni organo del corpo, compreso il cervello, causando una serie di disturbi fisici e psichici.
-maltrattamento – l’azione del maltrattare o dell’essere maltrattato; comportamento che è per altri causa di danni fisici o morali.
-violenza domestica – comprende tutte le forme di maltrattamento – sia fisico che psichico e sessuale – nei confronti di un componente familiare, in particolare contro una donna, compiute da altre persone familiari (in maggioranza uomini).
-omicidio – consiste nella soppressione di una vita umana per opera di un altro essere umano.
-morte – cessazione delle funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso.

Letto quanto sopra, il gentile lettore potrebbe pensare di essere edotto riguardo al contenuto di un convenzionale court-movie, ovvero di un film che mette al centro barbose questioni legali. Orbene, fortunatamente, così non è.
L’uomo della pioggia propone un’incursione nell’ambiente dei tribunali, ma, al contempo presenta la professione legale illustrandola attraverso una dimensione umana delle vicende raccontate: difficoltà quotidiane, ingiustizie e battaglie per la sopravvivenza, affari “sporchi”, in sostanza, i drammi di tutti noi. Visionando la pellicola, ci rendiamo conto che l’obbiettivo di Coppola non era quello di criticare o di elogiare i giudici, e nemmeno di presentare i scontri che avvengono davanti ai magistrati. Al contrario, qui abbaiamo a che fare con una rappresentazione del tutto particolare del “mondo degli avvocati”.

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Dietro la macchina da presa c’è il celebre e stimatissimo regista Francis Ford Coppola, sceneggiatore di Patton generale d’acciaio (1971), per cui vinse l’Oscar, e regista di capolavori quali Il padrino (1972), Il padrino – Parte II (1974), Apocalypse Now (1979), I ragazzi della 56ª strada (1983), Cotton Club (1984) e Dracula di Bram Stoker (1992).

Il protagonista della storia è Rudy Baylor (Matt Damon), un giovane laureato presso la Facoltà di Giurisprudenza, il quale riceve un duro colpo dalla vita: lo studio legale presso cui avrebbe dovuto lavorare subito dopo la laurea è stato assorbito da uno studio di fama, che non ha bisogno dei suoi servigi. Fresco di laurea, senza esperienza nell’ambito giuridico e completamente al verde, Rudy è costretto ad accettare l’impiego presso uno studio legale di periferia, il cui stravagante titolare, Bruiser Stone (Mickey Rourke) è coinvolto in affari “sporchi”. Tuttavia, il giovane avvocato ha un asso nella manica: ha ricevuto l’incarico da una famiglia proletaria al fine di citare in giudizio una grossa compagnia assicurativa, che si era rifiutata di pagare una polizza al figlio affetto da leucemia.
Rudy Baylor proviene da una famiglia povera; lavora in un bar locale per finanziare i suoi studi e accetta di professare l’avvocatura nello studio del losco Bruiser, solo in quanto costretto. Siccome il famoso Studio Bruiser, viene posto sotto sequestro dal FBI, Rudy getta le basi di un piccolo ufficio legale, associandosi con Deck Shifflet (Danny DeVito), di professione “paralegale” ed abile inseguitore di ambulanze

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Tuttavia, Rudy non diverrà mai “l’uomo della pioggia”, ossia l’avvocato che vanta la brillante capacità di guadagnare denaro “a pioggia” nell’ambiente ove lavora. La ragione del mancato acquisto di detto “titolo” o “sopranome”, sta nelle cause che Rudy assume: stesura del testamento dell’anziana signora Birdie (Teresa Wright), una difficile battaglia contro una grossa compagnia di assicurazioni, Great Benefit, assistita dallo Studio “mille dollari l’ora” del corrotto avvocato Leo F. Drumond (John Voight) e una storia d’amore con la bella e fragile Kelly Riker (Claire Danes), vittima di violenze domestiche messe in atto da un marito alcolizzato.
Attraverso il protagonista, Coppola non solo riesce ad uscire dagli schermi dei film del genere, bensì ottiene una pellicola di ottimo ritmo, che né annoia, né cede ai buoni sentimenti. Seppur giovanissimo, 27enne all’epoca in cui veniva girato il film, Matt Damon riesce sin da subito a dare prova della sua bravura, calandosi abilmente nella parte da bravo ragazzo “dal viso pulito”.

“Credo proprio che in “The Rainmaker” ci sia, oltre che l’anima idealista e ribelle di Coppola, anche una parte della sua storia.” è quanto dichiarato dall’attore John Voight, che nella pellicola interpreta la parte del venerabile e titanico Leo F. Drummond, il togato principe della compagnia corrotta.
Oltre alle eccellenti prove recitative e alla regia, una menzione particolare per la responsabile dei costumi, Aggie Guerard Roggers, la quale veste un giovane ragazzo affetto da leucemia con un scolorito giubbotto Top Gun, rendendo dolorosamente realistica l’immagine di un’aquila dalle ali spezzate. Complimenti, altresì, per la scelta dei completi da uomo e delle cravatte abbinate, che partono dal modello grandi magazzini anni ‘ 80 (“paralegale”), passano per il look stravagante del proprietario di nightclub e arrivano sino ai modelli “giacca doppiopetto, elegantissima, nonché costosissima”!
Fortunatamente, la pellicola passa qualche volta in tv e penso sia di facile reperibilità.

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L’uomo della pioggia

un film di Francis Ford Coppola. Con Matt Damon, Danny DeVito, Claire Danes, Jon Voight, Mary Kay Place, Dean Stockwell, Teresa Wright, Virginia Madsen, Mickey Rourke, Andrew Shue, Red West, Johnny Whitworth, Wayne Emmons, Adrian Roberts, Roy Scheider, Alexis Brigham, Danny Glover, Marshall Taylor Titolo originale The Rainmaker. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 135 min. – USA 1997.

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Matt Damon: Rudy Baylor
Danny DeVito: Deck Shifflet
Claire Danes: Kelly Riker
Jon Voight: Leo F. Drummond
Mary Kay Place: Dot Blake
Danny Glover: Tyrone Kipler
Teresa Wright: Colleen ‘Miss Birdie’ Birdsong
Virginia Madsen: Jackie Lemancyzk
Mickey Rourke: Bruiser Stone
Red West: Buddy Blake
Johnny Whitworth: Donny Ray Blake
Andrew Shue: Cliff Riker
Roy Scheider: Wilfred Keeley
Dean Stockwell: Harvey Hale
Adrian Roberts: Butch
Sonny Shroyer: Delbert Birdsong

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Regia Francis Ford Coppola
Soggetto John Grisham (romanzo)
Sceneggiatura Francis Ford Coppola
Produttore Michael Douglas, Fred Fuchs, Steven Reuther
Fotografia John Toll
Montaggio Melissa Kent, Barry Malkin
Musiche Elmer Bernstein

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Massimiliano Manfredi: Rudy Baylor
Giorgio Lopez: Deck Shifflet
Valentina Mari: Kelly Riker
Oreste Rizzini: Leo F. Drummond
Melina Martello: Dot Blake
Maurizio Mattioli: Tyrone Kipler
Micaela Giustiniani: Colleen ‘Miss Birdie’ Birdsong
Cristiana Lionello: Jackie Lemancyzk
Ennio Coltorti: Bruiser Stone
Simone Mori: Cliff Riker
Gerolamo Alchieri: Wilfred Keeley
Franco Zucca: Harvey Hale
Sandro Pellegrini: Butch
Gianluca Tusco: Delbert Birdsong

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“Il primo anno di Giurisprudenza tutti volevano bene a tutti. Perché studiavamo la legge, e la legge è una cosa nobile. Il terzo anno, eri fortunato se non venivi ucciso nel sonno. Gli studenti compravano esami, rubavano materiale di ricerca dalla biblioteca e mentivano ai professori. È questa la natura della professione?”
“Incaricato da un idiota con la garanzia di un mascalzone, finalmente sono avvocato.”
“Come si fa a sapere quando un avvocato mente? Semplice: gli si muovono le labbra.”
“Che differenza c’è tra un avvocato ed una prostituta? Quando sei morto la prostituta smette di fotterti.”

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Francis Ford Coppola, in riferimento all’ambiente legale che si era proposto di dipingere nella pellicola:
“Si trattava di un mondo interessante di cui non sapevo molto, e cioè il mondo degli avvocati di Memphis, il suo lato losco, gli avvocati che si approfittano delle cause per lesioni personali. Non credo di aver mai letto niente, o visto film, che trattano in questo modo il ventre molle della legge. Vedevo Rudy come un cavaliere, un puro che si prodigava per dare conforto a tutte queste damigelle addolorate. Per me c’era una relazione con l’altra forma del cavaliere americano, quella presente nel racconto poliziesco: il tizio nel suo ufficio, in un quartiere poco raccomandabile, che cerca di aiutare la gente, conservando tuttavia un punto di vista leggermente cinico. Mi sembra anche un po’ una storia da film noir. Non è un thriller. Ha più a che fare con tematiche sociali e l’oppressione dei poveri da parte delle grandi istituzioni corporative, viste attraverso la metafora di una compagnia di assicurazioni. Credo che molte persone provino qualcosa nei confronti delle compagnie assicurative. Spesso si ha la sensazione che uno paghi le quote del premio e poi, quando hai bisogno del loro aiuto, ti raggirano con la storia degli scoperti e altre scappatoie, oppure non soddisfano la tua richiesta di risarcimento. E, a quel punto, a chi ti rivolgi? Fondamentalmente c’è qualcosa d’ingiusto nel modo in cui vengono condotte le attività assicurative al contrario di ciò che, secondo noi, dovrebbero essere in realtà, e cioè una sorta di protezione.”
Matt Damon, in riferimento alle caratteristiche dei personaggi presenti nel film:

“Rudy è un buono, viene sopraffatto ma non molla. Penso che sia confuso sulla natura della professione d’avvocato; è sorprendentemente ingenuo per uno che ha passato tre anni alla Facoltà di Legge. Quello che mi piace di lui è che vuole veramente la verità, e si sforza di fare quello che è giusto. Nulla che abbia a che fare con la giustizia o la legalità o i dettagli tecnici. Si tratta del giusto e dell’ingiusto. Continua a sbattere la testa contro un muro, ma non cambia atteggiamento. Vede qualcuno e lo vuole aiutare. La sua ingenuità si dissolve lentamente mentre si trova a interagire con persone e mondi diversi. Comincia a crescere e a comprendere cosa sia veramente la vita. Alla fine si trova a dover prendere una difficile decisione, e stabilire se la professione di avvocato sia qualcosa con cui può convivere, oppure no. Danny DeVito è l’avvocato bocciato cinque volte all’esame di abilitazione, un personaggio singolare e pieno di sentimento. Fra lui e Rudy c’è grande simpatia. Deck è uno che si preoccupa di fare del bene e pensa che fare del bene consista nel guadagnarsi da vivere, nell’essere in grado di sbarcare il lunario. John Voight è l’avvocato Drummond, un mercenario, ma crede di non esserlo. Probabilmente lui direbbe di essere un idealista, di avere una passione per la verità. Cogliamo questo tizio all’apice della sua arroganza. Penso anche che ci sia un qualcosa di meschino che forse deriva dalle sue insicurezze e paure. Credo che siamo tutti interessati ai problemi insiti al sistema giuridico. Ciò che mi piace è che Rudy è qualcuno per cui tifare, è uno che rappresenta quello che tutti noi vorremmo vedere: una persona che, a discapito del proprio benessere, insegue la giustizia nella società per la causa dei bisognosi e di quelli che non possono difendersi. Bruiser Stone è l’avvocato di fama alquanto dubbia, patrocinatore di cause di vittime d’incidenti e proprietario di topless bar, con possibili legami con i criminali che difende. Ha modellato se stesso sui loschi personaggi di successo che si trova a frequentare nei casinò e nei locali di striptease.”

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La mia decisione di fare l’avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati. Ero un adolescente goffo, imbarazzato dalla mia goffaggine, frustrato nei confronti della vita, terrorizzato dalla pubertà e in procinto di venire spedito da mio padre in una scuola militare per insubordinazione. Era un ex marine, convinto che i ragazzi andassero tirati su a frustate. Io avevo dimostrato di avere la lingua svelta e una certa avversione per la disciplina, e la sua soluzione fu mandarmi via. Passarono anni prima che lo perdonassi.

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

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One Flew Over the Cuckoo’s NestQualcuno volò sul nido del cuculo è un romanzo importante scritto da Ken Kesey e pubblicato solo tre anni più tardi,un’opera che si inserisce autonomamente nell’ampio movimento culturale della “beat generation“.
Un romanzo che parla di psichiatria e manicomi,di malattie psichiche e condizioni di degenza, un tema scomodo,quasi sempre affrontato di straforo
per l’incapacità di trattare con cognizione di causa il grave problema delle malattie mentali.
Con una scrittura diretta,senza fronzoli,Kesey ambienta la sua storia all’interno di un manicomio,parola ormai in disuso ma che all’epoca era l’unica disponibile per indicare quello che era a tutti gli effetti un carcere per i sofferenti di malattie psichiche.
Nel 1975 il regista ceco Milos Forman riprende il testo di Kesey,modificandolo in parte ma lasciando intatto il titolo,Qualcuno volò sul nido del cuculo,locuzione gergale americana ripresa da una filastrocca che recita “”Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest” ad indicare proprio i manicomi riferendosi alle oche che volano in oriente e in occidente,mentre qualcuna vola sul nido del cuculo.
Forman ne fà una storia autonoma,incisiva,drammatica e sicuramente claustrofobica,mantenendo quello che era lo spirito di Kesey,che però non apprezzò affatto la riduzione cinematografica tanto da fare causa alla produzione.
Il che francamente fu decisione discutibile,alla luce della splendida e autonoma storia diretta da Forman e che,per inciso,si trasformò in un formidabile battage pubblicitario per il romanzo.

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Forman preparò con cura maniacale il film,come del resto nel suo stile;volle che gli attori entrassero in un istiuto di igiene mentale e vedessero con i propri occhi le loro condizioni di vita,arrivò ad usare per il film le partecipazioni di autentici sofferenti mentali,proiettando agli attori un documentario,Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman per calarli ancor più nelle loro parti.
Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta la storia di Randle Patrick McMurphy,un disadattato all’apparenza,ma in realtà solo un ribelle contro una società che considera opprimente.
McMurphy diventa un caso per il dottor Spivey,che deve valutarne le reali capacità mentali;l’uomo infatti ben presto si mostra insofferente verso la rigida disciplina dell’istituto psichiatrico;lo scontro diventa aperto tra infermiera Mildred Ratched e McMurphy stesso,visto che la prima rappresenta il “potere interno” dell’ospedale.
Ben presto la ribellione di McMurphy diventa totale;l’uomo si rende conto delle assurde regole che vengono imposte ai degenti,non ultima quella che vede la rigida divisione fra gli stessi,costretti in gruppi discriminati dalla gravità della patologia dalla quale sono affetti.
McMurphy diventa un elemento destabilizzante per l’ospedale;il suo rapporto con gli altri degenti diventa sempre più stretto man mano che l’uomo riesce a strapparli all’apatia di cui sembrano ormai prede irrecuperabili.
I migliori successi McMurphy li ottiene con Billy Bibit,un giovane che come si scoprirà non soffre di particolari patologie se non quelle legate alla balbuzie,conseguenza di una personalità ancora in formazione.
Nel frattempo stabilisce un’amicizia profonda con un gigantesco nativo,”Grande Capo” Bromden,che si finge sordo muto principalmente per l’incapacità di affrontare il mondo esterno,quello che invece McMurphy ben conosce.
Con il passare del tempo i gesti di ribellione di McMurphy si trasformano,per i dirigenti della struttura,in una guerra aperta molto pericolosa per l’establishment.

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Ad essere attaccata è la logica stessa della struttura.
McMurphy ottiene,in breve tempo,risultati eccezionali usando semplicemente la logica del reinserimento dei malati nella vita quotidiana;li fa viaggiare in autobus,li porta a fare una gita in barca,porta all’interno della struttura donnine allegre e alcool.
La normalità però è l’unica vera grande nemica del potere:il potere stesso vive e vegeta sulla paura,sulla costrizione,sui farmaci insomma su un coacervo di costrizioni che rendono i malati stessi facili prede.
La reazione del potere non si fa attendere;quando McMurphy vede morire suicida il giovane Billy e in conseguenza di ciò aggredisce la rigida e spietata infermiera Mildred,tentando di strangolarla, viene messo in condizione di non creare più problemi.
Viene lobotomizzato,ridotto ad un vegetale,lui che era uno spirito libero,indomito.
Ad avere pietà è il suo amico “Grande Capo” Bromden:con un cuscino il nativo lo soffoca,poi sradica un lavabo e lo scaglia contro una finestra e fugge.
La vita va affrontata,non puoi nasconderti da essa…
Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei film più importanti nella storia del cinema.

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A parte l’innovativo linguaggio usato da Forman,il tema scabroso e poco noto o quanto meno spesso trascurato ed occultato da registi e scrittori,
la grandissima abilità con cui il regista affronta i momenti topici del film,che è ambientato quasi tutto nell’oppressiva struttura ospedaliera,oppressiva anche come location, a parte tutto questo dicevo Forman sceglie un interprete assolutamente perfetto per il ruolo di McMurphy,quel Jack Nicholson che fornirà una prova da primo della classe,gigioneggiando,esprimendo attraverso mille espressioni facciali gli stati d’animo del ribelle McMurphy.
Altro merito di Forman è quello di fornire svariate chiavi di lettura complementari,ovvero un’analisi spietata della struttura che si universalizza in una condanna del potere anche politico con più di un riferimento alle vicende storiche americane,incluse una suggerita rilettura del movimento dei figli dei fiori e più in generale di tutti quei movimenti alternativi che fiorirono in America negli anni sessanta fino ai giorni in cui venne girato il film.
C’è anche un espediente che va sottolineato (ed applaudito),quello dell’improvvisazione.
Molte battute e scene vennero letteralmente create al momento,rendendo tutto il film una specie di happening creativo collettivo,il che influuì anche profondamente sulla recitazione di tutto il gruppo,che strapa a tratti applausi a scena aperta.
La gestazione del film fu molto elaborata.

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A produrre la pellicola fu Michael Douglas che subentrò a suo padre,che deteneva i diritti cinematografici,il che alla fine valse al giovane figlio d’arte un Oscar;per il ruolo del protagonista vennero contattati dapprima Marlon Brando, Burt Reynolds e Gene Hackman e infine James Caan,che rifiutarono il ruolo;alla fine venne scelto Nicholson,che da soluzione di riserva si trasformò in uno straordinario valore aggiunto per il film stesso.
Altro personaggio importante è quello di “Grande Capo” Bromden,interpretato da Will Sampson,che da oscuro ranger di un parco si trovò trasformato in un divo.
Il nativo,scelto per le sue caratteristiche fisiche,alla fine si trasforma in un autentico mito,con quella espressione granitica che rende impenetrabile il volto e sopratutto per la grande interpretazione nelle scene finali,autentica perla del film.
L’accoglienza da parte di pubblico e critica fu quasi universalmente trionfale;una valanga di riconoscimenti si riversò sul film,dagli Oscar ai Golden Globe passando per i prestigiosi BAFTA
Uno dei più importanti resta l’inserimento del film nei primi 100 di tutti i tempi.

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Giusto e sacrosanto.
Per chi voglia vedere in streaming questo capolavoro imprescindibile c’è una splendida versione all’indirizzo https://openload.co/f/wx4rNL-8bmw/CB01.EU-1v4lcvn0.v0l0.svl.n1d0.d3l.cvcvl0.BR.mkv
oppure http://www.nowvideo.li/video/7402c73c02e54

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un film di Milos Forman. Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, William Redfield, Will Sampson, Brad Dourif,Christopher Lloyd, Danny DeVito, Sydney Lassick, Dean R. Brooks, Scatman Crothers, Vincent Schiavelli, William Duell, Mwako Cumbuka, Nathan George, Alonzo Brown, Peter Brocco, Josip Elic, Lan Fendors, Mimi Sarkisian, Mews Small, Louisa Moritz, Michael Berryman, Ken Kenny, Dwight Marfield, Ted Markland, Philip Roth, Delos V. Smith Jr., Tin Welch, Mel Lambert, Kay Lee, Anjelica Huston
Titolo originale One Flew over the Cuckoo’s Nest. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 133 min. – USA 1975.

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qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-protagonisti

Jack Nicholson: Randle Patrick McMurphy
Louise Fletcher: infermiera Mildred Ratched
Will Sampson: “Grande Capo” Bromden
Brad Dourif: Billy Bibit
Christopher Lloyd: Taber
William Redfield: Harding
Sydney Lassick: Charlie Cheswick
Danny DeVito: Martini
Peter Brocco: colonnello Matterson
Dean R. Brooks: Dr. John Spivey
Alonzo Brown: Miller
Scatman Crothers: Turkle
Mwako Cumbuka: Attendant Warren
William Duell: Jim Sefelt
Michael Berryman: Ellis
Josip Elic: Bancini
Lan Fendors: infermiera Itsu
Nathan George: agente Washington
Ken Kenny: Beans Garfield
Mel Lambert: Harbormaster
Kay Lee: infermiera notturna
Dwight Marfield: Ellsworth
Ted Markland: Hap Arlich
Louisa Moritz: Rose
Philip Roth: Woolsey
Mimi Sarkisian: infermiera Pilbow
Vincent Schiavelli: Frederickson
Marya Small: Candy
Delos V. Smith Jr.: Scanlon
Tin Welch: Ruckley

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Regia Miloš Forman

Soggetto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey
Sceneggiatura Bo Goldman, Lawrence Hauben
Produttore Michael Douglas, Saul Zaentz
Casa di produzione United Artists, Fantasy Films
Distribuzione (Italia) Mikado Film
Fotografia Haskell Wexler
Montaggio Sheldon Kahn, Lynzee Klingman
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert, Edwin O’Donovan

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-doppiatori

Adalberto Maria Merli: Randle Patrick McMurphy
Benita Martini: infermiera Ratched
Massimo Foschi: “Grande Capo” Bromden
Paolo Turco: Billy Bibit
Enzo Robutti: Taber
Pietro Biondi: Harding
Gianni Bonagura: Charlie Cheswick
Nino Scardina: Martini
Mario Milita: Turkle
Enzo Garinei: Jim Sefelt
Mario Mastria: paziente del gruppo d’ascolto

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-citazioni

“Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?
Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!”

“L’ultima volta che l’ho visto era ubriaco fradicio, gli occhi bruciati dall’alcool. Ogni volta che portava la bottiglia alla bocca, non era lui che la beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.”

” La prima donna che mi faccio la accendo tutta come un flipper e alla prima botta quella mi fa tilt ci puoi scommettere!”

“Continuiamo come se fosse un giorno qualsiasi”; “Carta a me! “.

“Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro!”

Ha mai sentito il detto: ” Chi non sta fermo non pianta radici”?

“Non mi piace affatto l’idea d’ingoiare qualcosa quando non so che roba è!”

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One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Opening Theme)
Medication Valse
Bus Ride To Paradise
Cruising
Trolling
Aloha Los Pescadores
Charmaine
Play The Game
Last Dance
Act Of Love
Jingle Bells
One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Closing Theme)

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-riconoscimenti

Oscar 1976

Miglior film a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler e Bill Butler
Nomination Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Miglior colonna sonora a Jack Nitzsche

Golden Globe 1976

Miglior film drammatico a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson
Miglior attrice in un film drammatico a Louise Fletcher
Miglior attore debuttante a Brad Dourif
Migliore sceneggiatura a Lawrence Hauben e Bo Goldman

Premio BAFTA 1976

Miglior film a Michael Douglas, Saul Zaentz e Milos Forman
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler, Bill Butler e William A. Fraker
Nomination Miglior colonna sonora originale a Jack Nitzsche
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Mary McGlone, Robert R. Rutledge, Veronica Selver, Larry Jost e Mark Berger

Inoltre:
Premio 1977 Kansas City Film Critics Circle Award per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Board of Review Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Premi David di Donatello 1976 per il migliore regista straniero a Miloš Forman e per il miglior attore straniero a Jack Nicholson
Nastro d’argento 1976 per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Society of Film Critics Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson

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Ken Kesey

Sono laggiù.
Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti
sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.
Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni
d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo in cui si trovano, la gente per la
quale devono lavorare. Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano.
Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli
hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti
insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo
sfavillio duro delle valvole nella parte posteriore di una vecchia radio.
«Ecco il Capo. Il “suuu-per” Capo, compari. Il vecchio Capo Ramazza. Dove te
ne vai, Capo Ramazza…» Mi mettono uno straccio in mano, mi indicano il punto che
vogliono farmi pulire oggi, e io vado. Uno di loro mi sferra un colpo con il manico
della scopa sui polpacci affinché mi affretti a passare.
«Ehilà, lo vedi come scappa? È alto abbastanza per mangiarmi mele sulla testa e
ha paura di me come un bambino.»
Ridono, poi li sento farfugliare

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I duellanti

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Fencing is a science. Loving is a passion. Duelling is an obsession”, ovvero: “La scherma è una scienza. L’amore, una passione. Il duello, un’ossessione” – è il sagace annuncio stampato sulla locandina del film “I duellanti” (“The Duellists”), debutto cinematografico del regista Ridley Scott, che uscì nelle sale francesi e britanniche nel 1977.
Il primo film della fruttuosa carriera di Scott, valse al regista di “Alien”, “Blade Runner”, “1492 – Conquest of Paradise”, “Gladiator”, “Kingdom of Heaven”, un episodio del “All the Invisible Children”, il premio per la miglior opera prima a Cannes (1977) ed il David di Donatello (1978) per la migliore regia ed il miglior film straniero .
Avendo alle spalle una ricca esperienza nel settore pubblicitario e dei cortometraggi (ben 1.500 annunci) e dopo aver studiato arte e design, Ridley Scott sfidò se stesso nel film “I Duellanti”, mettendo in atto una mirabile e virtuosa esercitazione di stile, soprattutto come immagine (fotografia : Frank Tidy), scenografia (Bryan Graves, Peter J. Hampton) e musica (Howard Blake).
Come anticipato dal titolo, la pellicola di Scott è incentrata sul combattimento formalizzato tra due personaggi.
La particolarità del film è rappresentata dal fatto che ciascun duello si svolge in modo distinto. In questo senso, il regista prestò una cura quasi maniacale alla scenografia (ispirandosi al premiato “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick), a scapito di un miglior sviluppo della trama (sceneggiatura : Gerald Vaughan – Hughes, basata sul racconto di Joseph Conrad ).

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Nonostante si dica che il regista avesse avuto a disposizione modeste risorse economiche, ciò non traspare nelle scene, le quali appaiono di altissima qualità.
Testimonianze raccontano come le spade impiegate nel film siano state collegate a batterie elettriche per produrre scintille spettacolari, tanto che gli attori vennero persino scossi un paio di volte durante le riprese.

La pellicola ambientata nell’epoca napoleonica racconta la storia di due ufficiali ussari agli antipodi – l’impulsivo Gabriel Feraud (Harvey Keitel) ed il razionale Armand D’ Hubert (Keith Carradine) – che acquisteranno popolarità grazie alla loro ossessione per il duello. Il motivo degli scontri: uno di essi, Feraud, si ritrova (pretestuosamente) ferito nell’orgoglio.
Al fine di una migliore comprensione del soggetto, è opportuno ricordare che, nelle modalità in cui veniva praticato dal XV secolo in poi, un duello ricadeva sotto precise regole: era un combattimento consensuale e prestabilito che scaturiva per la difesa dell’onore, della giustizia e della rispettabilità, e che si svolgeva secondo regole accettate in modo esplicito o implicito tra uomini di medesimo ceto sociale e armati nel medesimo modo. Solitamente, il duello era estraneo alla legge ufficiale, che lo vietava o al più lo tollerava, e veniva vagliato dai contendenti come un’azione sostitutiva della legge stessa – assente o ritenuta insoddisfacente ai fini della giustizia.

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Nel film di Scott, la contesa dell’onore si estende per più di quindici anni, periodo assai lungo durante il quale le vicende di vita privata degli protagonisti si intrecciano con gli affari bellici di Napoleone.
La pellicola segue e cattura le peregrinazioni degli ufficiali partendo da Strasburgo (1800), passando per Augusta (1801) e Lubbeca (1806), e persino in Russia (1812), dove il duello non venne impedito dal rigido clima invernale, bensì da un attacco a sorpresa dei cosacchi.

Dopo il ritorno in Francia, il cambiamento di regime comportò l’arresto per tradimento di Feraud, ma D’ Hubert, ora ufficiale superiore, intervenne salvando la vita al suo avversario.
Una precisazione in merito agli eventi storici: Scott collocò l’ultimo duello nel 1816, dopo la sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte.
Orbene, in verità, questi avvenimenti ebbero luogo tra la fine del 1813 e la primavera del 1814.
Nell’autunno del 1815 Napoleone fu mandato in esilio sull’Isola Sant Elena, ove si spense, poi, nel 1821.
Tornando alla pellicola, nel 1816, a Tours, i duellanti affrontano l’ultima sfida, che si concluderà con un ironico armistizio.
Infatti, il ponderato D’ Hubert, promotore del fair play, sconfiggerà con un monologo memorabile il collerico Feraud:
You have kept me at Your beck and call for fifteen years. I shall never again do what You demand of me. By every rule of single combat, from this moment Your life belongs to me. Is that not correct? Then I shall simply declare You dead. In all of Your dealings with me, You’ll do me the courtesy to conduct Yourself as a dead man. I have submitted to Your notions of honor long enough. You will now submit to mine.”
Mi avete tenuto alla Vostra mercè per quindici anni. Non farò più ciò che Voi pretendete da me. Per il codice cavalleresco, la Vostra vita da questo momento mi appartiene. Ne convenite, vero? E io semplicemente Vi dichiaro morto. In tutti i vostri rapporti con me mi farete il piacere di comportarvi come foste defunto. Ho subito troppo al lungo il Vostro concetto dell’onore. Ora Voi subirete il mio.

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Ad un prima visione, la storia valorizzata da Scott potrebbe sembrare abbastanza comune, senza grosse pretese.
Tuttavia, il regista britannico, abile indagatore della psicologia umana, incita il pubblico ad approfondire il suo concetto dipanando una seconda chiave di lettura piena di significati inquietanti.
Scott invita lo spettatore alla riflessione su argomenti malagevoli come l’impiego della violenza fisica con il pretesto della salvaguardia di una moralità fasulla.
Inoltre, il regista punta il dito contro la meschinità dell’essere umano, il quale non disdegna l’impiego di svariati mezzi- e qui entrano nello scenario sia le armi da taglio, che quelle da fuoco – per stroncare l’avversario.
Da ultimo, Scott conclude la pellicola con il miraggio della luce (dell’intelligenza e del buon senso) che spunta e si diffonde contrastando e beffando l’animo buio dell’uomo.

Essenziale ed azzeccato il parere di Gordon Gow (Films and Filming) del 1978: “Un tema insolito, che paragona ironicamente la bellezza della natura all’assurdità della bruttezza umana, entrambe favorevoli promotrici dell’esordio regisorale di Ridley Scott. Il film esamina con sarcasmo e con malinconia l’antagonismo presente nell’essere umano, schiavo di stolti concetti sulla condotta onorevole. Con una perseveranza moderata e razionale, la pellicola biasima gli impulsi aggressivi e la natura ingannevole dei valori.”
Un film sicuramente da vedere ed apprezzare pure per la bellezza dei paesaggi naturali, animati da oche rumorose e da cavalli galanti, oppure, avvolti da nebbia e rugiada, offuscati da vapore e fumo, illuminati dalla luce dell’alba, del tramonto o del sole dei giorni nuvolosi… .
Al successo del film contribuirono, senza ombra di dubbio, le prestazioni degli attori protagonisti.
Keitel, con ogni muscolo del suo corpo teso, con gli occhi che sviluppano ombre, compare in scene che investono il pubblico con la tensione di una molla spirale.

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Keith Carradine conferisce al personaggio D’ Hubert una splendida grazia virile; con le sue trecce militari, oppure con i capelli sciolti in una criniera d’oro, sembra un “hippie Apollo”.
E pensare che Carradine aveva ripetutamente rifiutato il ruolo! L’attore, ammise, addirittura, di averlo accettato in quanto tentato dalla cucina e dai vini della Borgogna, ove si sono svolte parte delle riprese.
Quanto alle apparizioni femminili, esse sono strumentali al fine di dipingere al meglio il personaggio D’Hubert. Difatti, Scott riservò ruoli secondari a Cristina Raines (Adele de Valmassic) e Diane Quick (Laura).
Oltre agli attori sopra menzionati, compaiono in ruoli secondari: Tom Conti (“Merry Christmas Mr. Lawrence”), Albert Finney (“Tom Jones”, “Erin Brockovich”), Robert Stephens (“Empire of the Sun”), Pete Postlethwaite (“The Usual Suspects”) ed Edward Fox (“Gandhi”).
In lingua originale, la storia veniva narrata da Stacy Keach (“American History X”).
La voce narrante nell’edizione italiana è quella dell’attore Romolo Valli, il quale aveva avuto lo stesso compito tre anni prima in “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick.
Fortunatamente, la pellicola passa spesso in tv e penso sia di facile reperibilità.

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I duellanti
Un film di Ridley Scott. Con Harvey Keitel, Keith Carradine, Robert Stephens, Edward Fox, John McEnery,Albert Finney, Jenny Runacre, Tom Conti, Alan Webb, Diana Quick, Arthur Dignam, Alun Armstrong, Liz Smith, Hugh Fraser, Pete Postlethwaite, Dave Hill, Gay Hamilton, Maurice Colbourne, Meg Wynn Owen, William Morgan Sheppard, Patricia Healy, William Hobbs, Christina Raines, Matthew Guinness, Neville Jason, Timothy Penrose, Anthony Douse, Richard Graydon, Tim Hardy, Michael Irving, Tony Matthew, Jason Scott, Luke Scott, Mary McLeod Titolo originale The Duellist. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 101 min. – Gran Bretagna 1977.

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Keith Carradine: Armand D’Hubert
Harvey Keitel: Gabriel Feraud
Albert Finney: Joseph Fouché
Edward Fox: Colonnello
Cristina Raines: Adele de Valmassic
Robert Stephens: Generale Treillard
Tom Conti: Dott. Joaquin
John McEnery: Cavaliere
Diana Quick: Laura
Alun Armstrong: Lacourbe
Maurice Colbourne: Tall Second
Gay Hamilton: Maid
Meg Wynn Owen: Léonie D’Hubert
Jenny Runacre: Madame de Lionne
Alan Webb: Cavaliere
Arthur Dignam: Capitano
William Morgan Sheppard: Maestro d’armi
Pete Postlethwaite: Barbiere
Liz Smith: Cartomante

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Regia Ridley Scott
Soggetto Joseph Conrad
Sceneggiatura Gerald Vaughan-Hughes
Produttore Ivor Powell, David Puttnam
Fotografia Frank Tidy
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali John Burgess
Musiche Howard Blake
Scenografia Peter J. Hampton
Costumi Tom Rand
Trucco Susan Barradell

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L’opinione di Snaporaz68 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Scott tralascia moralismi e sentimentalismi e si concentra sul modo di raccontare questa follia (dal racconto di Joseph Conrad “Il Duello”): i suoi giochi con la luce sono veramente magistrali (la sovraesposizione alla luce che fa da contrasto con le zone d’ombra, i punti di vista ribaltati) e gran parte delle scene del film sembrano quadri Caravvaggeschi. Alcuni esempi: le scene d’amore con i visi che emergono dal buio e il duello nel granaio con i fasci di luce che penetrano dalle aperture ai lati della scena. Da manuale di regia la scena del duello nella nebbia con Scott che si incaponisce (contro sceneggiatore e contro tutti) e ci mostra un Carradine tremante con i flashback della sua vita che scorrono quasi come un presagio. Altro colpo da maestro è il finale con questa napoleonica figura che si staglia in una visione dal’alto della grande vasta immensa stupidità umana e della grande vasta immensa caducità delle cose terrene. Il sole che a tratti fa capolino tra le nuvole su questa neonata consapevolezza non è un effetto digitale ma una tremenda botta di culo del regista britannico che si imbatte nel momento e nella giornata adatti per girare la scena conclusiva.

L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it

Il primo Ridley Scott viene da lontano, siamo negli anni settanta, la sua prima produzione è di matrice storica. Matrice che ritroveremo spesso e volentieri con questo cineasta.
“I duellanti” è quindi la prima firma su pellicola di un regista molto capace e assolutamente poliedrico, lo stile de “I duellanti” sembrerà essere, comunque, un po’ distante da ciò che saranno le altre produzioni, ma ci sono tutte le ragioni del mondo.
Scott con questo debutto non demerita però il prodotto del 1977 sembra essere una specie di ricordo storico della regia, una sorta di souvenir autentico. Oggigiorno assistere a “I duellanti” potrebbe appesantire chi guarda il tutto; ossia i ritmi sono bassissimi e la storia è una vera e propria forzatura, gli episodi si basano su un duello ripetitivo e quasi malato, ma al contempo abbastanza insensato.
Le grandi macchinazioni sono riservate per altre cose; tipo la scenografia e le ambientazioni che richiamano un mondo misterioso e di altri tempi, quasi fra il fiabesco e il gotico. La fotografia invece deve tutto alla sua scarsa nitidezza e alla suo sviluppo quasi artigianale, essendo alle volte quasi seppiata offre allo spettatore un ritratto d’autore. Diventa importante grazie alla sua miseria.
Per il resto è difficile oggi valutare in modo eccelso e sbalorditivo tale prodotto, come detto i tempi dell’azione viaggiano a velocità ridottissime e la costruzione della trama ha del teatro, cioè tutte le sequenze nascono e muoiono in funzione di questi fatidici duelli, ne sono sette. “I duellanti” in fondo avrebbe anche un’altra lettura, vuole essere una metafora e un richiamo, attraverso l’icona di Keitel di Napoleone Bonaparte, cioè l’ostinata ricerca della gloria che finisce in intermezzi e finali amari.

l’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per essere all’epoca un debuttante, Scott è regista sorprendentemente maturo: non solo arreda gli ambienti, cesella le scenografie e varia i fasci di luce senza degenerare nel preziosismo, ma prediligendo sintesi ed ellissi ad inutili verbosità sa anche come sfuggire ai possibili rischi di monotonia indotti dalla scansione diacronica di uno stesso evento (il duello interminabile tra i due ufficiali). Nel confronto tra l’orgoglio pervicace di Keitel e la padronanza di sé e la ragionevolezza di Carradine si onora il pensiero di Conrad su storia, destino ed antagonismo umano.
L’opinione di Tarabas dal sito http://www.davinotti.com
“Napoleone, la cui vita fu un duello con tutta l’Europa, non vedeva di buon grado i duelli nel suo esercito”. Inizia così il racconto di Conrad. Come il racconto, il film è un esercizio di ambientazione storica perfetto, una versione avventurosa di Barry Lyndon alla cui estetica è ispirato. L’ironia di Conrad si perde, resta la potente raffigurazione di un’epoca e una storia che consente più di una lettura (allegoria della guerra, del dissidio tra ragione e istinto). Splendido cast, splendido finale con Keitel “trasfigurato” nell’esiliato Bonaparte.

L’opinione del sito http://www.cinemastino.wordpress.com

(…) Nessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. (…)

L’opinione del sito http://www.scrivenny-dennyb.blogspot.it/

I duellanti è il primo film di Ridley Scott – regista di pellicole di culto quali Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise o del bellissimo American Gangster – che si aggiudicò il premio speciale della critica al Festival di Cannes quando presiedeva Roberto Rossellini (tanto per ricordare quanto i nostri grandi registi capiscano il talento di giovani e non ancora totalmente affermati colleghi, basti pensare anche a Bernardo Bertolucci che fu decisivo per l’assegnazione della Palma d’oro a Cuore selvaggio di David Lynch). Ciò che ho notato in questo film è l’attenzione particolare ai dettagli che ha avuto il regista nei confronti delle scene (che diventerà maniacale in Blade Runner), ispirate, a detta di Ridley Scott, a Barry Lindon. Quella che più mi viene in mente ritrae un uomo in una stanza seduto con la schiena sul letto, un flauto in una mano e uno spartito sul viso. Accanto a quest’ultimo un tavolinetto con delle pere in un vassoio e alcuni libri. Scommetto che i fogli sparsi sul pavimento, come tutto il resto della scenografia, sia stato posizionato dal regista stesso. Attenzione, eleganza, caparbietà fanno sì che questo film sia uno dei migliori esordi cinematografici di sempre.

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«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali».

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La famiglia

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Subito dopo la prima metà degli anni ottanta il cinema italiano sembrava preda di una crisi irreversibile di identità.
Ormai solo i grandi registi del passato riuscivano ancora a proporre prodotti degni di menzione e sopratutto di una visione.
La concorrenza formidabile della tv domestica,dell’Home video (cassette ecc.) e la contemporanea crisi di disaffezione verso il cinema
di fatto svuotava le sale,che chiudevano ad un ritmo insostenibile.Eppure,in un quadro così desolante,il cinema di casa nostra riusciva a proporre
ogni tanto film di altissimo livello.
Nel 1987 Ettore Scola,uno dei registi più importanti del dopo guerra,presentò La famiglia,un film sceneggiato dallo stesso Scola con l’aiuto di esperti scrittori del grande schermo come Maccari,Scarpelli e Diana.
La pellicola,di ben 137 minuti di durata,racconta quella che a prima vista sembra una saga familiare,che abbraccia un arco temporale storico che va
dal primo decennio del novecento al 1986.
Una storia lunga ottant’anni quindi,vissuta dai numerosi protagonisti all’interno del luogo simbolo della società,quello dove si gioisce e si soffre,dove si ama e si costruisce,la base stessa della società civile,la famiglia.

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Un grande appartamento,quasi sempre in penombra,vede sfilare genitori e figli,sorelle e nipoti,senza soluzione di continuità,mentre all’esterno la vita scorre con tutti i suoi accadimenti,che ovviamente hanno un riflesso sulla famiglia ma che in fondo restano marginali,funzionali solo alle storie personali di tutti i protagonisti,quasi che la famiglia stessa sia l’oasi in cui rifugiarsi e dimenticare tutte le pene gli affanni del quotidiano,un posto fuori dal tempo in cui tutti i protagonisti della storia recuperano in qualche modo la propria intimità,il proprio essere,prima come individuo che come essere meramente sociale.La famiglia si divide in nove sequenze temporali,grosso modo di un decennio circa.
Una delle invenzioni più importanti dell’ottocento,la fotografia,fa da muta testimone all’inizio della storia della famiglia in oggetto,della quale non conosciamo il cognome,così come non conosceremo il cognome di nessuno dei protagonisti.
E’ una foto ingiallita dal tempo,in cui le persone in posa guardano con occhio timido o sfrontato nell’obiettivo,con i loro vesti d’epoca ad esaltarne le figure ormai dimenticate quella che introduce le vicende della famiglia;raffigura il battesimo di Carlo,vero protagonista della storia,in braccio a suo nonno omonimo e accanto al padre Aristide,impiegato del ministero con qualche ambizione pittorica e sua madre Susanna,una tenera e scioccherella
cantante lirica.Ci sono le tre zitelle di casa,sorelle di Aristide; Luisa, Margherita e Millina pur essendo continuamente in competizione,sono legate da un affetto profondo che riverseranno sul resto della famiglia.

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In ultimo,nella foto,c’è la domestica di casa con sua nipote Adelina.Altri personaggi meno importanti fanno parte della cerimonia del battesimo,ovvero il fratello di Aristide,il dottor Giordani,medico e amico di famiglia,il giovane fratello di Susanna e in ultimo la famiglia del fratello di Aristide.
Questa è la famiglia,nel 1907; dieci anni dopo ritroviamo Carlo ormai quasi adolescente con suo fratello Giulio,nato tre anni prima alle prese con un dilemma;sottrarre o no una banconota dal soprabito del dottor Giordani,accorso sul capezzale del nonno morente.
Con l’aiuto del cuginetto Enrico, i tre compiono il furtarello;che verrà scoperto casualmente dal padre,quando il dottor Giordani,privo di soldi,verrà fermato per non aver pagato il biglietto del tram.
Carlo,con dignità,si assumerà la responsabilità del suo gesto mentre Giulio confesserà solo involontariamente il furto;si capiscono quindi già le personalità future dei ragazzi,quella riflessiva e posata di Carlo,quella irrequieta di Giulio.
Mentre i famiglia ci sono questi screzi,piccole e grandi rivalità,amori mai nati come quello tra Millina e Giordani,il mondo affonda sempre più nella follia della guerra…
Terza parte,siamo nel 1926;Carlo, studente,da lezioni alla bella Beatrcie,che non gli nasconde le sue simpatie ,ma il giovane non ha occhi che per la seducente Adriana,sorella di Beatrice,ragazza spigliata ed indipendente.
Nel frattempo muore Aristide,Adriana comunica a Carlo di voler andar via dalla città destinazione Milano,per seguire un corso.Carlo cerca inutilmente di convincerla a restare, ma Adriana è gelosa della sua libertà e tra i due la relazione termina bruscamente.
Quarta parte,1938.Carlo si è sposato con la dolce Beatrice,insegna in un liceo e ha due figli,Paolino e Maddalena.

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L’Italia è nel pieno della dittatura fascista;Giulio ha più di una simpatia per le idee del regime e intende partecipare alle guerre coloniali,nonostante la ferma e preoccupata reazione della giovane Adelina,che da tempo è la sua compagna.Carlo invece non condivide affatto
le idee del fratello,pur evitando di prendere pubblicamente posizione.Anche Adriana intanto ha avuto le sue affermazioni,è una stimata concertista,vive a Parigi .
Quinta parte,1947.La guerra è finita,Giulio torna a casa ma non è più lui;è un uomo depresso,stanco,distrutto nel fisico e nella mente.
Una sera capita a casa di Carlo Adriana con Jean Luc,il maturo fidanzato francese.In un impeto di gelosia,Carlo lo offende pesantemente,suscitando lo sdegno di Beatrice.Nel frattempo arriva a casa di Carlo la sempre fedele Adelina,che sopravvive facendo la borsa nera,per
incontrare l’amore della sua vita,Giulio.
Sesta parte,1956.Millina è morta,Giulio e Adelina si sono sposati e hanno adottato una bambina.Carlo è a casa,da solo;arriva Adriana in visita e Carlo scopre di desiderarla ancora.Ma Adriana rifiuta una relazione,per non ferire sua sorella.Luisa, Margherita e Susanna sono ormai
troppo anziane e affette da problemi di demenza senile.Non le vedremo più.
Settima parte,1966.Maddalena,figlia di Carlo e Beatrice ha deciso di lasciare suo marito perchè innamorata di un altro uomo.Anche Paolino ha una relazione con una donna separata e con due figli.
Ottava parte,1976.Carlo è rimasto solo,la fedele e dolce Beatrice è morta.Adriana gli rivela che sapeva tutto della loro relazione,ma che aveva sempre fatto finta di nulla,preoccupata per l’unità della famiglia.
Paolino ha sposato la donna separata,Marika, mentre Carlo ormai è quasi sempre solo,nella casa affollata da fantasmi.
Nona parte.Tempi attuali.E’ l’ottantesimo compleanno di Carlo e arrivano vecchie e nuove generazioni per festeggiare l’ottuagenario patriarca.
Una foto di gruppo chiude il film.

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In ottanta anni di storia personaggi di tutti i tipi hanno frequentato la casa,legati o no da vincoli familiari;la casa è stata un porto di mare ma anche un rifugio,il mondo esterno,le due guerre,i dopoguerra,le ricostruzioni,il boom economico,il terrorismo hanno avuto un impatto sulle vite di tutti
ma non all’interno della famiglia.Così come nella casa sono man mano comparsi i simboli del progresso sociale,dalla radio fino alla tv,ma sono cose marginali.
Quello che conta è la famiglia,il suo ruolo fondamentale in una società che evolve ma che resta un’ancora di sicurezza,una barriera.
Scola ricostruisce tutto il percorso narrativo con momenti poetici e altri drammatici,con futilità e al tempo stesso con una profondità davvero impressionante.
Non era facile girare tre ore di pellicola in un interno,ma Scola utilizza tanti personaggi pieni di sfumature,di vitalità con pregi e difetti da far dimenticare l’ambientazione sicuramente claustrofobica.
Un linguaggio meta cinematografico fatto di sguardi,di piccole storie,di “fatterelli”,di piccole e grandi tragedie;un romanzo per immagini che scorre sublimando la scrittura in immagini di grande effetto.

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Per girare una pellicola così complessa il regista si affida al meglio del cinema italiano,ad attori di consolidata bravura e espressività.
A partire da un intenso Vittorio Gassman passando per Stefania Sandrelli,i Dapporto padre e figlio (scelta felicissima);come non segnalare la bravissima Ottavia Piccolo,Joe Champa,Monica Scattini,Renzo Palmer,Fanny Ardant,il cameo di Philippe Noiret,e poi ancora Athina Cenci,Sergio Castellitto,Andrea Occhipinti…
Un cast memorabile per resa qualitativa,dove nessuno sbaglia un passaggio,un personaggio.
Accolto con gran favore dalla critica e dal pubblico,La famiglia ebbe anche la candidatura all’Oscar come miglior film straniero;ma era l’anno di L’ultimo imperatore,che aveva trionfato portando via 9 statuette su 9 nomination,sperare che un film italiano potesse portar via un altro premio importante era davvero cosa impossibile.
Peraltro a vincere l’Oscar fu un film bellissimo,Il pranzo di Babette di Gabriel Axel;si pensi che a concorrere quell’anno c’era in concorso Arrivederci ragazzi di Louis Malle…
6 David di Donatello,6 Nastri d’argento e 12 Ciak d’oro furono il giusto tributo ad un film bello ed intenso;va aggiunta anche la nomination alla Palma d’oro di Cannes e 2 Globi d’oro.
Il film è disponibile in una versione molto buona all’indirizzo http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5eb228ac-249c-4a2b-a62f-dc56bee330ba.html

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La famiglia

Un film di Ettore Scola. Con Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Ottavia Piccolo, Cecilia Dazzi, Massimo Dapporto,
Athina Cenci, Carlo Dapporto, Philippe Noiret, Alessandra Panelli, Monica Scattini, Sergio Castellitto, Renzo Palmer,
Ricky Tognazzi, Barbara Scoppa, Andrea Occhipinti, Dagmar Lassander, Memè Perlini, Fabrizio Cerusico, Jo Champa,
Giuseppe Cederna, Massimo Venturiello, Paola Agosti, Toni De Leo, Alberto Gimignani, Silvana De Santis, Hania Kochansky,
Jacques Peyrac, Alessandra Zoppi, Francesca Balletta, Jo Campa, Andrea Livier Aronovich, Raffaela Davi Drammatico,
durata 127 min. -Italia 1987

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Vittorio Gassman: Carlo uomo; nonno di Carlo
Andrea Occhipinti: Carlo ragazzo
Emanuele Lamaro: Carlo bambino
Cecilia Dazzi: Beatrice ragazza
Stefania Sandrelli: Beatrice
Jo Champa: Adriana ragazza
Fanny Ardant: Adriana adulta
Joska Versari: Giulio bambino
Alberto Gimignani: Giulio ragazzo
Massimo Dapporto: Giulio uomo
Carlo Dapporto: Giulio anziano
Ilaria Stuppia: Adelina ragazza
Ottavia Piccolo: Adelina adulta
Athina Cenci: Zia Margherita
Alessandra Panelli: Zia Luisa
Monica Scattini: Zia Ornella; Millina
Marco Vivio: Carletto bambino
Sergio Castellitto: Carletto uomo
Fabrizio Cerusico: Paolino ragazzo
Ricky Tognazzi: Paolino uomo
Philippe Noiret: Jean Luc
Renzo Palmer: Zio Nicola
Massimo Venturiello: Armando
Giuseppe Cederna: Enrico
Barbara Scoppa: Maddalena
Memè Perlini: Aristide
Dagmar Lassander: Marika
Andrea Livier Aronovich: Marina
Consuelo Pascali: Adelina bambina
Rafaela Davì: Portiera del palazzo

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Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola, Graziano Diana
Produttore Franco Committeri per Mass Film – RAI – Les Film Ariane
Distribuzione (Italia) UIP
Fotografia Ricardo Aronovich
Montaggio Francesco Malvestito, Ettore Scola
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Cinzia Lo Fazio, Luciano Ricceri

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L’amore è come la tosse, non si può nascondere

Ci sei poi andato a quella riunione con i compagni socialisti? Sì, ma ho litigato con tutti. Tu litighi sempre con quelli che la pensano come te.
Forse dovresti metterti con quelli che la pensano diversamente.

Il momento più bello delle feste è quando si resta soli a sparlare.

Ai figli che non danno pensieri, si dedicano pochi pensieri!

A cosa pensi?
E chi pensa? All’età mia non si pensa più: solo ricordi.
Che retorica, proprio da vecchietto… E come sarebbero questi ricordi? Belli?
No, quelli sono i peggiori: che ti fanno dire “era meglio prima”, una frase che non bisogna dire mai. No, tutto sommato i migliori sono i ricordi brutti.

E così ho compiuto ottant’anni. Sono molti? Sono pochi? Pare che sia l’età più bella…

Come stai, zietto?
Quando mi sento meglio, mi sento peggio.

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L’assoluto naturale

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Un aggettivo qualificante per indicare L’assoluto naturale:estenuante.
Un film ridotto da una piece teatrale di Goffredo Parise e diretto da Mauro Bolognini che non sembra affatto opera del regista di Pistoia,ma non solo.
Un film che arriva prima di tre grandi successi popolari del decennio settanta,Metello,Bubu e Imputazione di omicidio per uno studente e che rappresenta un’opera presso che unica nella produzione del Maestro toscano.
Opera controversa,che cerca di parlare d’amore stravolgendo i ruoli tipici del rapporto amoroso e che si trasforma nel corso dello svolgimento del film
in un irrisolto confronto a due,verboso e a tratti noiosissimo dialogo tra due posizioni inconciliabili.
Che sono quelle tra Peter,studioso inglese in vacanza in Italia e Elle,bella,ricca e viziatissima signora delle borghesia medio/alta.
I due si incontrano,si amano (o meglio si accoppiano per usare un’espressione cara alla donna) ma alla fine si lasciano incapaci di mediare le mille sfumature del sentimento più complesso,irriducibili nelle loro posizioni.
Peter ha una concezione dell’amore romantica,poetica;parte dal presupposto che amare sia la cosa più importante,considera proprio l’amore la sublimazione del proprio essere,dei propri sentimenti.

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Ella è molto più pragmatica,quasi gelida nelle sue convinzioni;l’amore non esiste,è fatto solo da attrazione fisica,è solo soddisfazione del proprio istinto,è un “accoppiamento“,quindi è appagamento dei sensi e non prevede altri coinvolgimenti se non quello del corpo.
Le due posizioni sono inconciliabili e difatti ben presto le differenze tra i due esplodono in una serie di tentativi,da parte della donna di mostrare al romantico inglese l’altra faccia dell’amore.
Ella si concede a due uomini sotto gli occhi di lui,ferendolo dolorosamente,ne distrugge un opera scritta di stampo prettamente romantico,a simboleggiare l’inutile attaccamento di lui ad un sentimento inesistente e infine gli fa conoscere la sua famiglia,amorale e depravata.
A questo punto finalmente Peter apre gli occhi e decide di troncare il suo inutile rapporto con la donna,dalla quale non può ricavare altro che momenti di appagamento fisico senza nessun futuro.
Finirà in tragedia…
Nel romanzo Parise fa dire ad Ella “Questo è il senso. Me l’hai anche dimostrato e del resto te l’ho dimostrato io stessa, con la mia lunga, struggente confessione anatomica. E tu con le tue metafore. Dicendo che ami i miei capelli perché metaforici mi hai tradito. E io per amore, per vero amore e oscuramento di tutto, della realtà, ho creduto…ho creduto…ma perché? Perché?…
Posso io vivere, amare, fondere il mio corpo con il tuo in mezzo a una selva di metafore? Posso io dividere il mio amore per te con mille e mille immagini che affollano il mio letto, la mia mente e soprattutto la tua mente da cui escono come nugoli di nere farfalle: presenze ideali, poetiche, come tu le chiami, che io non so vedere, toccare, cacciare, ma devo solo subire?”
Una posizione netta e inequivocabile quella di Ella che si scontra frontalmente con la filosofia morbida e sentimentale dell’uomo e che produce,nel corso del film,un’estenuante corsa a dialoghi spesso pretenziosi tra i due,spesso fini a se stessi e che mettono a dura prova la pazienza dello spettatore.

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L’amore,considerato probabilmente l’unico sentimento umano fuori da qualsiasi contestazione finisce qui per diventare materia di scontro tra due visioni antitetiche con un cambio di ruoli decisamente netto;non è la donna ad essere sentimentale
e traboccante amore,bensì l’uomo;la donna rivendica un suo ruolo ben preciso,rivendica il diritto ad avere l’appagamento dei propri sensi e del proprio corpo mentre l’uomo rivendica il diritto ai sentimenti.
Un ribaltamento di posizioni che nel film si traduce in un linguaggio espressivo a tratti insopportabile nella sua pretenziosità.
L’assoluto naturale è uno di quei film pesantemente datati figli “naturali” di un’epoca storica ricca di contraddizioni,dibattiti su tutto e tutti,un’epoca nella quale si tentava di rimettere in discussione ruoli e punti fermi.
Solo che in questo caso il ribaltamento dei ruoli ha risultati quasi comici,mentre la storia stessa alla fine sfianca e rimane sostanzialmente irrisolta.
Come aveva avvertito Parise,”“L’assoluto naturale” è consigliabile a tutti coloro che hanno avuto modo di discutere con qualcuno, e soprattutto con sé stessi, sul tema “che cos’è l’amore?”, ma in particolare a chi quasi gode nel cavillare su tale questione insolubile. Scritto in forma dialogica, con evidente possibilità di trasposizione teatrale, il testo è un’ironica indagine svolta da un uomo e una donna,
i quali dichiarano di amarsi ma lo fanno partendo da presupposti opposti. Ciascun lettore potrà riconoscersi maggiormente nelle tesi dell’uno o dell’altro, o ancora in un miscuglio delle diverse opinioni, com’è più logico che sia. La scelta di assegnare all’uomo e alla donna determinati ruoli, non è, almeno a mio avviso, così decisiva, nel senso che potrebbero benissimo recitare le stesse battute a parti invertite  (questo perché ritengo la divisione in generi alquanto banalizzante, soprattutto quando si afferma che “tutti gli uomini sono…” o “tutte le donne sono…”).

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L’ironia agognata da Parise resta meramente sulla carta:nel film è completamente assente,metabolizzata da dialoghi a tratti surreali.
La Koscina,interprete del ruolo di Ella,si concede qualche nudo assolutamente in anticipo sui tempi sfidando la censura;per il resto si limita a sfoggiare dei brutti occhialoni in stile fanali molto in voga in quel periodo e gli arredamenti risentono di un periodo di profonda trasformazione del design.
Per il resto ben poco da segnalare se non la discreta colonna sonora firmata da Ennio Morricone.
Oggi un’opera del genere non avrebbe nessun finanziatore e meno che mai spettatori.
E’ passata,irrimediabilmente,l’epoca delle disquisizioni filosofiche sul sesso degli angeli.
Dopo quasi cinquant’anni di assoluto oblio,il film è stato recuperato dal Centro sperimentale di cinematografia ed è oggi presente in rete,su You tube,in una versione accettabile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=EQy7VkqT70w

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L’assoluto naturale

Un film di Mauro Bolognini. Con Laurence Harvey, Sylva Koscina, Isa Miranda, Guido Mannari, Felicity Mason Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969.

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Laurence Harvey: Lui
Sylva Koscina: Lei
Isa Miranda: Madre
Felicity Mason: Zia
Isabella Cini: Nonna
Nella Tessieri-Frediani: Bisnonna
Amalia Carrara: Bis-bisnonna
Franca Sciutto: Ragazza nell’incidente
Guido Mannari: primo meccanico
Giorgio Tavaroli: secondo meccanico
Vanni Castellani: veterinario

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Regia Mauro Bolognini
Soggetto Goffredo Parise
Sceneggiatura Mauro Bolognini, Ottavio Jemma, Vittorio Schiraldi
Produttore Laurence Harvey
Casa di produzione Cinecenta, Tirenia
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Giovanni Baragli
Costumi Vanni Castellani

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Così bella così dolce

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Un foulard bianco fluttua nell’aria,plana dolcemente al suolo.
Uno stridente contrasto con il corpo steso sull’asfalto,coperto di sangue,attorno al quale si è radunata una piccola folla.
Il corpo della donna viene pietosamente composto a casa sua,vegliato dalla cameriera e dal marito ,che accanto al suo cadavere ricostruisce in flash back l’inizio della loro tormentata storia.
Luc (ma il nome non viene mai pronunciato) ha lasciato un tranquillo posto in banca,insoddisfatto,e ha scelto di aprire un banco dei pegni;qui un giorno arriva una sedicenne bella e timida,Elle,che per continuare gli studi è costretta ad impegnare le poche cose di valore che possiede.
L’ha sposata,e la donna,dolce e remissiva,si è lasciata intrappolare in un matrimonio che assomiglia tanto,troppo ad una gabbia dorata.
Lui ha immediatamente mostrato un lato del carattere di difficile intuizione per la sedicenne timida e disarmata;ha iniziato a comportarsi con lei come un Pigmalione al contrario,frustrandola e castrandola in tutte le sue iniziative,impedendole di crescere come naturalmente dovrebbe essere,finendo in pratica per tiranneggiarne la figura bel oltre il plagio psicologico.

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Che diventa anche fisico.
La ragazza diviene una figura da plasmare secondo le dispotiche voglie del marito,che le impedisce in pratica anche i contatti fisici con l’esterno;quando la ragazza stringe un legame di sincera amicizia con un giovane sconosciuto,la gelosia di Luc trasforma il rapporto di coppia in tirannia.
La ragazza si ammala,il marito forse capisce di essersi spinto troppo in avanti e promette di cambiare.
La propone un viaggio,che non avverrà mai.
La ragazza,infatti,sceglie di porre termine alla sua vita.
Tratto dalla novella breve di Dostojevski “La mite“il film,,intitolato in Francia Une femme douce,Una ragazza dolce è diretto da Robert Bresson esce sugli schermi transalpini nel 1969, ma arriverà con colpevole ritardo solo nel 1972 in Italia,finendo per essere considerata un’opera minore del grandissimo maestro di Bromont-Lamothe.
Invece il nono lungometraggio di Bresson,il primo a colori della sua carriera,è opera matura e disperata,intrisa di un pessimismo cosmico che avvicina ancor più il Maestro al capolavoro esistenzialista del 1977,quel Il diavolo probabilmente summa teorica e pratica del pensiero elaborato del Maestro,opera che diventa il compendio di una filosofia ormai nichilista e senza speranza per le cose umane.
L’incontro di Bresson con Dostojevski non poteva essere più felice;divisi da due forme di comunicazione dissimili,da epoche di vita distanti (Feodor Dostojevski muore nel 1881,Bresson nasce nel 1901) i due si incontrano su un tema complesso,in una storia di disperazione che è tra le più dirompenti della storia della letteratura.

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Se nel romanzo Dostojevski mostra la figura di Luc come quella di un uomo dalla fanciullezza travagliata,che ha finito per prendersi una rivincita trasformandosi in un essere quasi vuoto,privo di pietà,duro e inflessibile, Bresson ne mutua la figura e grazie all’immagine in movimento trasferisce negli sguardi e nel comportamento dell’uomo tutta la durezza acquisita dallo stesso nel corso della vita.
Lei invece è una donna tranquilla,”mite” come recita il titolo del romanzo;ha però carattere,è una donna sincera,accetta di sposare l’uomo che la corteggia ma finirà per commettere un tragico errore.
Non è un rapporto di coppia paritario,quello che si viene a creare tra la coppia.
Quasi voglia diventarne il padrone assoluto,della mente e del corpo,Luc tiranneggia la donna,impedendole di crescere,come legittimamente la donna si aspetterebbe.
Ha la pretesa di plasmarla a sua immagine e somiglianza,di annullarne la volontà,di diventare padrone del suo corpo e dei suoi pensieri.
Lei non lo ama,lo si capisce poco alla volta.
E’ delusa profondamente da un uomo che mostra ad ogni passo di essere arido.

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E nonostante il passo finale del tentativo,invero goffo,di riconquistare l’affetto della moglie,il film muove lentamente verso il finale che conosciamo.
Dolorsamente,Luc mette in gioco se stesso,si tormenta e si interroga sul gesto disperato della moglie,senza però arrivare a coglierne l’intima essenza;un uomo egoista come può comprendere i segreti tormenti di una giovane donna che ha visto la sua esistenza tramutarsi in quella di un uccellino rinchiuso in una gabbia dorata?
Rigoroso e gelido,il film mostra attraverso il flash back gli errori fatali di valutazione di Luc in violenta contrapposizione con l’anima candida di lei.
Una donna che rifiuta un ruolo subalterno,scegliendo attraverso la morte una libertà assoluta,fuori dalle catene e dalla prigione di un amore che amore non è e non è mai stato.
Esordio con il botto per la bellissima Dominique Sanda,destinata in breve tempo ad una folgorante carriera,almeno relatvamente al decennio settanta.
Il suo volto angelico,dolce esprime compiutamente la figura di Ella,donna tormentata da un rapporto quasi sadico con un coniuge manipolatore;per tutto i film la Sanda mantiene un’aria di candore assolutamente impeccabile,mentre di buon livello è Guy Frangin nel ruolo del marito.
Bene tutto i resto,assolutamente impeccabile.
Il film è di difficilissima reperibilità e non mi risulta una sua edizione italiana in digitale.

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Un film di Robert Bresson. Con Dominique Sanda, Guy Frangin, Jane Lobre Titolo originale Une femme douce. Drammatico, b/n durata 105 min. – Francia 1969

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Dominique Sanda: Elle
Guy Frangin: Luc
Jeanne Lobre: Anna
Claude Ollier: Il medico
Jacques Kébadian: Il dragamine
Gilles Sandier: Il sindaco

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Regia Robert Bresson
Soggetto Fëdor Dostoevskij
Sceneggiatura Robert Bresson
Fotografia Ghislain Cloquet
Montaggio Raymond Lamy
Musiche Jean Wiener
Scenografia Pierre Charbonnier

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«Dite le vostre battute a fior di labbra, come ve le ho recitate io, se le urlate come fanno tanti nostri attori, preferirei affidare i miei testi al banditore…
Nel torrente, nel vortice, nell’uragano delle passioni occorre sempre ottenere persino una certa dolcezza»

«Gettai acqua fredda su quell’ebbrezza»

«Sai, Anna, cosa significa soffrire, quando si sta con una donna così bella, così dolce»

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“Quando si ha un grandissimo dolore, dopo i primi accessi più violenti, si vuole sempre dormire. Si dice che i condannati a morte abbiano un sonno straordinariamente profondo durante l’ultima notte. Si, dev’essere proprio così, lo esige la natura stessa, altrimenti le forze non basterebbero.”

“Lei avvampò di nuovo dopo aver sentito quel “per voi”, ma non replicò nulla, non buttò i soldi, li prese – ecco cosa vuol dire miseria! Ma come era avvampata! Compresi di averla ferita.”

“Allora compresi che era buona e mite. Le persone buone e miti non si oppongono a lungo e, anche se non subito,
diventano poi molto comunicative, non sanno evitare una conversazione: rispondono prima a monosillabi,
ma rispondono e rispondono sempre più facilmente, solo non bisogna scoraggiarsi se ci si tiene tanto alla conversazione”

“Sapete quanto può essere inebriante il pensiero, quando non esiste più il dubbio.”

“Vedete: la gioventù, la buona gioventù, è generosa e irruente, ma poco tollerante, e appena qualcosa non corrisponde al suo ideale, lo disprezza subito.”

“…e del resto accade spesso che qualcosa di elevato per voi, che voi considerate sacro e degno di venerazione, allo stesso tempo
sembri grottesco per qualche ragione alla massa dei vostri compagni.”

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