Marlowe indaga

L’investigatore Philip Marlowe,americano in trasferta londinese viene convocato a casa del generale Sternwood che lo incarica di effettuare indagini
su una sordida storia di ricatti.
Così il cinico e disincantato investigatore si trova a procedere in un ambiente moralmente degradato;i primi sospetti sono Arthur Geiger,un libraio che sembra nascondere segreti innominabili,la sua bella segretaria Agnes e il di lei amante Joe.
Ancora più equivoche sono le figlie di Sternwood:la più giovane,Camilla,è anche apparentemente la più fragile,affetta com’è da una tossicodipendenza estrema mentre Charlotte,la figlia più grande, ha un comportamento ambiguo,legato anche alla misteriosa scomparsa di suo marito Rusty.
Una serie di omicidi porta Marlowe a chiudere,all’apparenza,la sua indagine,tanto che l’anziano generale decide di congedarlo.
Ma Marlowe non è convinto da quanto scoperto e prosegue le sue indagini,sotto pressione anche da parte dell’ispettore di Scotland Yard Carlson.
Si imbatte così in un altro losco individuo,Eddie,padrone di un ancor più losco club.


Nel frattempo Marlowe è richiamato dal generale,che ha deciso di scoprire la verità sulla scomparsa del marito di Charlotte;dopo una serie di colpi di scena Marlowe dipana la matassa…
Marlowe,l’immortale investigatore creato dalla penna di Raymond Chandler,torna sugli schermi per la seconda volta interpretato da Robert Mitchum,dopo Marlowe,il poliziotto privato del 1975 in questo secondo capitolo,Marlowe indaga.
Il film è diretto da Michael Winner,che gira il remake di The big sleep-Il grande sonno che a sua volta era stato diretto da Howard Hawks nel 1946 con l’interpretazione di Humphrey Bogart.
Senza fare paragoni al limite del blasfemo,vista l’enorme differenza qualitativa oltre che temporale dei due prodotti,si può però tranquillamente dire che il film di Winner perde abbastanza nettamente l’improponibile confronto.
A parte la differenza di ambientazione,americana nel caso di Hawks,londinese in quello di Winner,l’aderenza al romanzo omonimo originale di Chandler (1939) pur essendo pedissequa risulta farraginosa e irrisolta.
Alcuni passaggi del film,così mirabilmente espletati da Hawks diventano nel remake di difficile comprensione,spesso anzi contribuiscono a rendere il film incomprensibile.


Marlowe,al quale Bogey aveva fornito mirabilmente la sua espressione sofferta,cinica,dura in Mitchum resta inespressa;la dove Bogart aveva fornito un’interpretazione memorabile dell’investigatore,uomo solitario ma intimamente preda di debolezze che si intuiscono dalla mimica del grande attore di New York,in Mitchum,probabilmente stanco,ormai quasi settantenne,è limitata ad una interpretazione asciutta ma piatta.
Non un brutto film,per carità,ma un film che rappresenta una grande occasione sprecata.
Alla luce anche del grande cast assemblato,che include un’altra vecchia gloria come James Stewart e Richard Boone,Oliver Reed e John Mills,mentre le donne del film sono Sarah Miles,Joan Collins e Candy Clark.
Michael Winner,che negli anni precedenti aveva sbancato i botteghini con film come Professione assassino ,Scorpio,L’assassino di pietra e Il giustiziere della notte,si limita ad una regia diligente ma priva di qualsiasi picco che ne rialzi in qualche modo le sorti.


Tant’è vero che il film passò quasi inosservato nelle sale e ignorato da buona parte della critica,che evitò accuratamente una fin troppo facile pubblica lapidazione del film.
Detto di Mitchum,molto a disagio,si può tranquillamente glissare sul resto del cast che professionalmente fa il suo ma è stretto nel grigiore di una sceneggiatura e di una regia davvero appena sufficiente.
Un film che in pratica è finito nel dimenticatoio,a differenza dell’originale,da tempo divenuto un classico della cinematografia,tanto da essere conservato nella Biblioteca del Congresso.

Marlowe indaga
Regia di Michael Winner. Un film con Robert Mitchum, Joan Collins, James Stewart, Candy Clark, Sarah Miles, Richard Boone. Titolo originale: The Big Sleep. Genere Poliziesco – Gran Bretagna, 1978, durata 100 minuti

Robert Mitchum: Philip Marlowe
Sarah Miles: Charlotte Sternwood
Richard Boone: Lash Canino
Candy Clark: Camilla Sternwood
Joan Collins: Agnes Lozelle
Edward Fox: Joe Brody
John Mills: ispettore Jim Carson
James Stewart: Gen.Sternwood
Oliver Reed: Eddie Mars
Harry Andrews: Norris
Colin Blakely: Harry Jones
Richard Todd: Comandante Barker

Giorgio Gusso: Philip Marlowe
Noemi Gifuni: Agnes Lozelle
Bruno Alessandro: ispettore Jim Carson
Renzo Palmer: Eddie Mars
Mario Erpichini: Norris
Leo Gullotta: guardia del corpo di Eddie Mars

Regia Michael Winner
Soggetto Raymond Chandler (Romanzo)
Sceneggiatura Michael Winner
Fotografia Robert Paynter
Musiche Jerry Fielding
Scenografia Harry Pottle, John Graysmark

Erano pressappoco le undici di una mattina di metà ottobre, con il sole velato e sulle colline un bagliore che preannunciava pioggia a rovesci.
Mi ero messo l’abito azzurro polvere con camicia, cravatta e fazzolettino, scarpe nere e calze di lana nera con una fantasia di orologi blu.
Ero in ordine, pulito, rasato e sobrio, e non me importava che lo si notasse o no. Ero esattamente quello che ci si aspetta da un elegante investigatore privato.
Andavo a far visita a quattro milioni di dollari.

Raymond Chandler

La pelle

Sgradevole.Spietato.Cattivo.
Eppure anche terribilmente vero,allucinante.
Un viaggio tra le umane miserie mostrato senza alcun filtro,attraverso la testimonianza di prima mano dello scrittore Curzio Malaparte,(pseudonimo di Kurt Erich Suckert ) autore di La pelle,un’opera neorealistica sulle sue esperienze come ufficiale di collegamento con l’esercito americano del neonato,scalcinato esercito italiano post fascista.
Un romanzo sgradevole,dal quale Liliana Cavani trae un film molto aderente all’opera di Malaparte,trasmettendo con le immagini il viaggio attraverso l’inferno di Malaparte (novello Virgilio) che accompagna una moltitudine di Dante attraverso le bolge dell’inferno stesso,che in questo caso è una Napoli in cui la guerra ha lasciato ferite talmente profonde da aver trasformato gli stessi abitanti della città in anime perdute,pronte ad ogni bassezza per salvare la vita,per il pane e perchè no,per i simboli di quelli che saranno i totem del futuro,come un semplice pacchetto di sigarette.
La Cavani dirige La pelle nel 1981,in un momento storico in cui il cinema italiano vive ormai solo di glorie passate,che sta per essere travolto da una crisi scaturita da fattori contingenti,dei quali ho ampiamente parlato in altre occasioni.


Il prodotto finale è una pellicola che disturba,pur facendo riflettere.
Un film in cui tutti i protagonisti appaiono in bianco e nero,senza sfumature e con la predominanza totale del secondo colore.
Curzio Malaparte,protagonista del film,il Virgilio del viaggio,è un uomo ormai cinico e disincantato,che ha visto nel corso della sua vita nascere e poi agonizzare quel fascismo a cui in principio aveva aderito con entusiasmo,salvo poi abbandonare quando la dittatura aveva mostrato il suo vero volto,portando il paese,gli italiani,alla rovina economica,morale e materiale.
Malaparte,come detto all’inizio,è ufficiale di collegamento con i “liberatori americani“,che deve guidare attraverso un acclimatamento culturale problematico ad un rapporto che sia il più morbido possibile con gli ex nemici,ora alleati,quegli italiani
che da un giorno all’altro hanno cambiato alleanza,tra diffidenze comprensibili degli ex nemici.


Diffidenze che Malaparte non smette mai di sottolineare,senza però mai prendere posizione,quasi fatalmente rassegnato all’impossibilità oggettiva di conciliare le culture di due mondi inconciliabili,storicamente e socialmente.
Con l’appoggio del generale Mark Clark,tipico yankee preoccupato più dalle apparenze che dalla sostanza,Malaparte conduce di volta in volta i suoi compagni di viaggio,come il Tenente Jimmy Wren o il Capitano Deborah Wyatt,attraverso una Napoli ridotta ad una casbah impenetrabile di abiezione morale,sconvolta dalla fame,dai bombardamenti,dalla miseria.
Così,di volta in volta,guardiamo esterefatti la prostitute napoletane (una marea) che cambiano colore al pube “perchè i neri amano le bionde“,un carro armato che due soldati americani tentano di vendere al losco Eduardo Mazzullo e che mentre avviene la trattativa


viene completamento smontato da una banda di scugnizzi napoletani,la ragazza vergine che il padre mostra,a pagamento,alle truppe americane e che fa dire a Malaparte “Quel popolo che nelle strade faceva commercio di se stesso, del proprio onore, del proprio corpo, e della carne dei propri figli,
poteva mai essere lo stesso popolo che pochi giorni innanzi, in quelle stesse strade, aveva dato così grandi e così orribili prove di coraggio e di furore contro i tedeschi?“,i bambini venduti dalle madri ai soldati marocchini che abusano sessualmente degli stessi.
E poi il soldato yankee che salta su una mina e resta con le budella in mano,la sirena servita al pranzo a cui sono presenti il Generale Mark Clark e la Capitano Deborah Wyatt,i soldati tedeschi venduti a peso da Marzullo che ne ricaverà ben 50.000 dollari.
Un campionario di varia umanità che Malaparte riassume così “Napoli […] è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica.
Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. […] Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.
Il finale del film è pervaso da un pessimismo senza fine,e lo testimoniano gli ultimi minuti dello stesso,nei quali accadono alcuni fatti:dapprima l’eruzione del Vesuvio,con il classico ognuno pensi per se,con ulteriori distruzioni che colpiscono una città già martoriata;lo stupro del capitano Deborah Wyatt, perpetrato dai suoi stessi soldati e infine la drammaticissima scena finale che fa esclamare a Malaparte,rivolto al tenente Jim “Tu vai,Jim,tu vai.Hai vinto“,mentre guarda i poveri resti di un civile travolto da un carro armato e ridotto ad una poltiglia sanguinolenta.
E’ la definitiva resa di un uomo che ha perso anche l’ultimo brandello di speranza,quella speranza ammantata di cinismo che nonostante tutto lo aveva sorretto per tutto il percorso fatto.
Un finale triste,desolante.
Così come desolante è tutta la storia raccontata da Liliana Cavani con immagini terribili,un vero pugno nello stomaco.
Un pugno negli occhi anche,perchè visivamente il film non risparmia nulla.


Solo la scena dello stupro è tralasciata,quasi a simboleggiare la differenza tra due stupri di differente portata,quello perpetrato ai danni di una città secolarmente sfruttata dai vari dominatori che si sono succeduti al potere e quello ai danni di una cittadina americana proprio da quei soldati che Malaparte aveva difeso,dicendo “Voglio bene agli americani, qualunque sia il colore della loro pelle, e l’ho provato cento volte, durante la guerra. Bianchi o neri, hanno l’anima chiara, molto più chiara della nostra.
Voglio bene agli americani perché sono buoni cristiani, sinceramente cristiani. Perché credono che Cristo sia sempre dalla parte di coloro che hanno ragione. Perché credono che è una colpa grave aver torto, che è una cosa immorale aver torto.
Perché credono che essi soli son galantuomini, e che tutti i popoli d’Europa sono, più o meno, disonesti. Perché credono che un popolo vinto è un popolo di colpevoli, che la sconfitta è una condanna morale, è un atto di giustizia divina.
Liliana Cavani chiama, a raffigurare Malaparte,a darne sfumature e dettagli,personalità e pensieri,un ottimo Mastroianni,che viaggia per tutto il film con un sorriso a metà strada tra il rassegnato e il comprensivo,il cinico e lo sconfortato.
Bravi anche Burt Lancaster (il Generale) che è uno yankee tutto di un pezzo,incarnazione di quell’America così ben descritta da Malaparte nel pensiero su citato,una ottima Claudia Cardinale e un altro giovanottone tipicamente yankee,Ken Marshall,ovvero il Tenente Jimmy Wren.
In ultimo segnalazione per il losco trafficante Marzullo,splendidamente interpretato da Carlo Giuffrè.
Un film da vedere,possibilmente in una serata in cui non si è di pessimo umore….

La pelle

Un film di Liliana Cavani. Con Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Burt Lancaster, Marta Bifano, Ken Marshall,Jacques Sernas, Cristina Donadio, Liliana Tari, Peppe Barra, Carlo Giuffrè, Jeanne Valérie, Nuccia Fumo, Linda Moretti, Alexandra King, Yann Babilee, Cristina Arnadio, Maria Rosaria Della Femmina, Gianni Abbate, Anna Maria Ackermann, Concetta Barra, Giselda Castrini, Antonella Cioli,
Giovanni Crosio, Antonio Ferrante, Giuliana Gargiulo, Elio Polimeno, Paolo Pieri, Bruno Parisio, Anna Walter, Dan Waddle, Bob Braun, Gene Tootle, Jack Flick, Marc Dyer, Brad Nimmo, Steve Reardon,Al Braun, Tomas Arana Drammatico, durata 133 min. – Italia 1981.

Marcello Mastroianni: Curzio Malaparte
Burt Lancaster: Generale Mark Clark
Claudia Cardinale: Principessa Consuelo Caracciolo
Ken Marshall: Tenente Jimmy Wren
Alexandra King: Capitano Deborah Wyatt
Carlo Giuffré: Eduardo Mazzullo
Yann Babilée: Jean-Louis
Jeanne Valérie: Principessa a Capri
Liliana Tari: Maria Concetta
Peppe Barra: Sarto
Cristina Donadio: Amica di Anna
Rosaria della Femmina: Amante di Jimmy
Jacques Sernas: Generale Guillaume
Giselda Castrini: Mafalda

Regia Liliana Cavani
Soggetto Curzio Malaparte
Sceneggiatura Robert Katz, Liliana Cavani
Produttore Renzo Rossellini jr., Alain Poiré
Musiche Lalo Schifrin, Roberto De Simone

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo.

“Non posso abbandonare i miei morti, Jimmy. I vostri morti ve li portate in America. Ogni giorno partono per l’America piroscafi carichi di morti. Sono morti ricchi, felici, liberi. Ma i miei morti non possono pagarsi il biglietto per l’America, sono troppo poveri. Non sapranno mai che cosa è la ricchezza, la felicità, la libertà. Sono vissuti sempre in schiavitù; hanno sempre sofferto la fame e la paura. Saranno sempre schiavi, soffriranno sempre la fame e la paura, anche da morti. E’ il loro destino, Jimmy. Se tu sapessi che Cristo giace fra loro, fra quei poveri morti, lo abbandoneresti?”
“Non vorrai darmi a intendere” disse Jimmy “che anche Cristo ha perso la guerra.”
“E’ una vergogna vincere la guerra” dissi a voce bassa.

Curzio Malaparte

La corrispondenza

In un bellissimo brano di Franco Battiato,La cura,c’è una frase che recita:”Supererò le correnti gravitazionali,lo spazio e la luce per non farti invecchiare…” che in qualche modo si adattano benissimo al film di Tornatore La corrispondenza del quale parlerò tra poco.
Un brano che è un inno all’amore,così come un inno all’amore,fuori dal tempo e dalle leggi fisiche è La corrispondenza,forse il film più intimista del regista di Bagheria; un film lontano da schemi ovvi e che parla d’amore in un linguaggio che non è melenso o strappalacrime,che racconta una storia che in fondo tutti vorrebbero vivere,una storia d’amore assoluto,di quelle che sublimano il più nobile dei sentimenti trasportandolo in una dimensione in cui anche la morte fisica è un dettaglio.Non di poco conto,perchè la grande livellatrice porta via con se tutto quello che si costruisce
e tutto quello che è reale ma che in fondo è solo una tappa,la più dolorosa ma anche la più inevitabile,che però può anche trasformarsi in qualcosa che vive nel ricordo di chi sopravvive perpetuandosi giorno per giorno,rinnovandosi e lasciando al superstite la consapevolezza di aver vissuto una storia straordinaria,che le barriere della fisicità può solo modificare ma non distruggere.


E’ l’assioma di partenza (e anche finale) dello straordinario film di Tornatore tornato dietro la macchina da presa dopo l’eccellente risultato di La migliore offerta,altra opera di grande spessore di quello che attualmente è il regista italiano più sensibile e
innovatore del grande schermo.
Il tema ultra terreno non è una novità per Tornatore;in qualche modo lo aveva già affrontato in Una pura formalità,l’enigmatico film del 1994 in cui il regista si era cimentato in una complessa storia in cui i rigidi confini della corporeità avevano lasciato spazio ad una storia in cui proprio la logica terrena si era fatta sfuggente,inafferrabile.
In La corrispondenza siamo di fronte ad una storia d’amore tra una giovane donna e un maturo scienziato,divisi dall’età e dall’attività frenetica dell’uomo ma uniti da una complicità,da un affetto che hanno dello straordinario.
Un rapporto che si sublima in un affetto che l’uomo elargisce alla giovane donna con un attaccamento che ha dell’incredibile,fatto di tanti piccoli gesti e di attenzioni che travalicano il rapporto passionale,trasformandosi in qualcosa di così profondo che,quando apprendiamo
della sua morte ( e sopratutto quando lo apprende lei) si resta sgomenti,in attesa dell’inevitabile dolorosa attesa dello scorrere della pellicola che ci racconti il passato della coppia.


Invece ecco la sorpresa.
Lui,Ed,sapeva di essere ammalato e aveva nascosto a lei,Amy,la sua mortale malattia;lo aveva fatto per pudore,per non far soffrire l’amata,per risparmiarle l’atroce agonia della malattia.
Ma aveva predisposto tutto per lasciarle la testimonianza del suo amore,per trasformarsi in una guida ultra terrena,per non lasciarla sola nel dolore…
Dal momento della scomparsa di Ed,Amy riceve lettere,mail,video e cd con filmati consegnati secondo uno schema studiato nei minimi particolari da Ed;avvalendosi di una serie di amici,al corrente della sua relazione con la donna,Ed si trasforma in una guida ultraterrena forse un po invadente,ma del resto cosa conta? Un uomo innamorato come lui può essere perdonato per questo estremo tentativo di vincere il vincolo invalicabile della morte.
E Amy in fondo si sente meno sola,guidata dal suo maturo amore;ha scoperto di essere vegliata in modo invisibile ma non per questo meno presente.
Tuttavia arriva la crisi.
Ed,al corrente dei problemi di Amy con sua madre è andata a trovare quest’ultima,per cercare di riavvicinare le due donne,separate dal senso di colpa di Amy che si ritiene responsabile della morte del padre in un incidente stradale.
La reazione della ragazza è drastica;come da istruzioni ricevute,compone 11 volte il nome di Ed sul telefono ed invia un messaggio,in modo da cessare i rapporti con l’invisibile innamorato.Distrugge anche un cd che l’uomo le aveva inviato,in quel modo sottilmente inquietante.
Ma quando dopo qualche giorno ad Amy appare chiaro che non riverà più nulla,ecco il pentimento.


E il percorso a ritroso,nel tentativo di recuperare quel rapporto del quale adesso sa che non può più fare a meno.Si reca a Borgo Ventoso,il loro nido d’amore (che Ed le ha lasciato in eredità,con la complicità dei figli) tenta insomma di recuperare quel rapporto impossibile
E scoprirà che anche Ed aveva le sue crisi nella parte finale della sua vita,fino all’ultimo,drammatico video…
Un film delicato,poetico ed intriso di una vena di malinconia percepibile sin dalle prime battute, e che prosegue inesorabilmente mentre la trama avviluppa lo spettatore in un labirinto delle emozioni che si percorre adagio.
Adagio come il ritmo ipnotico del film,cadenzato su passi di una lentezza che però è assolutamente funzionale ad un film delle emozioni.
Che racconta proprio questo:emozioni.
Ci si possono vedere molte cose,in La corrispondenza.
Qualcuno ci ha visto un amore malato,una persecuzione post mortem di un uomo che non vuole arrendersi al suo fato,altri ci hanno visto un inganno di amorosi sensi,altri una storia melensa e noiosa.
In realtà siamo di fronte ad una storia d’amore,nient’altro.


E in un periodo storico in cui l’amore è visto come qualcosa di cui vergognarsi o come qualcosa di mercificabile e vendibile,spendibile a seconda delle proprie necessità ecco che solo chi realmente prova questi sentimenti nella maniera più piena e pura è in grado di apprezzare una storia
che travalica il quotidiano per trasformarsi in un continuum eterno,assoluto.
Si possono cosi comprendere le reazioni scomposte di un pubblico incapace di assaporare una storia fuori dagli schemi,dalle convenzioni.
Una storia in fondo semplice,che mira direttamente ad un valore oggi in forte crisi.
Tutti parlano d’amore,confondendolo con il possesso o con mille altri orpelli che creiamo ad arte,incapaci come siamo di assaporare quelle che sono le cose pregnanti e fondamentali dell’esistenza.
Ecco,se c’è una lezione da apprendere dal film di Tornatore è proprio quella di riassaporare il sentimento nella sua forma più pura,più totalitaria.
Lasciandoci andare,per una volta,oltre stereotipi e schemi pre costruiti,vantandoci e non vergognandoci della nostra umanità,del nostro desiderio di eternare quello che è in assoluto il sentimento più nobile dell’essere umano.

Per quanto riguarda il resto del film,da gustare le splendide location,che vanno dagli ariosi spazi di Edimburgo alla stupenda Borgo Ventoso,che nella realtà è la magnifica Isola di san Giulio sul Lago d’Orta,impreziosita da qualche scena girata nella magica Isola dei Pescatori sul lago Maggiore,in quella Stresa che è uno dei suoi gioielli.
Semplicemente straordinaria la Olga Kurylenko,che regge con gli sguardi,con le espressioni del volto la stragrande maggioranza del film.
Ottimo anche Jeremy Irons,sicuramente sacrificato nel non facile ruolo del fantasma virtuale,che compare solo su Skype o attraverso registrazioni video.
Un film di rara bellezza,che trasporta lo spettatore in un oasi di pace e serenità dei sensi.
Tutto grasso che cola in tempi ostili e cupi.

La corrispondenza

Regia di Giuseppe Tornatore. Un film con Jeremy Irons, Olga Kurylenko, Simon Anthony Johns, James Warren , Shauna Macdonald. Genere Drammatico – Italia, 2015, durata 116 minuti

Jeremy Irons: Edward “Ed” Phoerum
Olga Kurylenko: Amy Ryan
Simon Johns: Jason
James Warren: Rick
Shauna MacDonald: Victoria
Oscar Sanders: Nicholas
Paolo Calabresi: Ottavio
Rod Glenn: Grip

Luca Ward: Ed Phoerum
Benedetta Degli Innocenti: Amy Ryan
Gianfranco Miranda: Jason
Alessandro Quarta: Rick
Emanuela Rossi: Vittoria
Michele Kalamera: Dott. Sobieski

Regia Giuseppe Tornatore
Soggetto Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura Giuseppe Tornatore
Casa di produzione Paco Cinematografica, Rai Cinema, Warner Bros.
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Fabio Zamarion
Montaggio Massimo Quaglia
Effetti speciali Renato Agostini, Mario Zanot
Musiche Ennio Morricone
Costumi Patrizia Bernardini

“Il tempo matematico
entra nella stanza, s’insinua dalla finestra con le geometrie di
luce dell’alba, ha già ripreso il suo calcolo.
Prima che la luce invadesse il mondo, Ed si era già rivestito.
Amy gli resta abbracciata. Lo bacia ancora, sulle labbra, poi sul
mento”

“Ricordo esattamente l’istante in cui nel mezzo della folla annoiata mi sono accorto del tuo sguardo incantato.
In quel momento ho capito cosa deve provare un’anima sperduta quando, tra tanti corpi, riconosce quello in cui sceglie di reincarnarsi…”

““Se vivi con la testa tra le stelle, prima o poi una ti si ficcherà nel cervello”

“Il mio errore è stato non averti incontrata prima. Non aver potuto vivere a lungo accanto a te. Mi sembra un’ottima ragione per perdere il dono dell’eternità…”

“I luoghi e le cose non sono mai gli stessi, cambiano incessantemente, cambiano con noi, con l’energia che ci trasforma senza tregua.”

“La mente umana non è fatta per capire l’infinito, come non è fatta per capire l’amore.”

“Se l’icona di una nuova mail o di un nuovo messaggio appare sul tuo pc, qualcuno nel mondo là fuori sta pensando a te.”

La migliore offerta

Virgin Oldman è un noto e stimato banditore d’aste,oltre che essere un collezionista d’arte e un grande esperto di pittura.
E’ un misogino,che vive in una grande e lussuosa casa,completamente solo;non ama il contatto con gli altri,tanto da indossare sempre
dei guanti,pranza da solo,non ha amicizie maschili nè femminili.
L’unico tributo alle donne consiste nella sua straordinaria collezione di ritratti femminili,nascosta in un caveau del suo appartamento;ritratti di donne,di grandi artisti,come Raffaello,Tiziano,Modigliani,che Oldman ha raccolto nel corso della sua carriera.
Il giorno del suo compleanno Oldman riceve una telefonata;una voce femminile,che si identifica come Claire Ibbetson gli chiede la disponibilità a periziare la collezione di oggetti d’arte che la donna dice di aver ereditato dai genitori.
Poco incline ad accettare,Oldman si reca comunque alla villa in cui la ragazza vive,ma della donna non c’è traccia.Innervosito dal comportamento di Claire,che sembra sfuggire il contatto fisico con lui,Virgil è sul punto di abbandonare tutto ma alla fine,parlando con la ragazza dietro una porta chiusa,apprende alcune cose su di lei.


Claire soffre di una rara forma di agorafobia e vive praticamente come una reclusa nella grande villa visitata da Virgil,in compagnia di un servitore che comunque non l’ha mai vista di persona.Incuriosito,Virgil inizia a frequentare la villa di Claire e a ordinare la collezione di opere d’arte della stessa;parallelamente,Virgil raccoglie dagli scantinati della villa alcune parti meccaniche,che scoprirà appartenere ad un automa costruito dal leggendario Jacques de Vaucanson.
Poco alla volta il rapporto tra Virgil e Claire evolve,complice anche le confidenze che Virgil fa a Robert,un giovane esperto di meccanica al quale si è rivolto per cercare di ricostruire l’automa di Vaucanson. Contemporaneamente Virgil cerca di acquisire alla sua collezione altre opere d’arte,con l’aiuto dell’amico ( e complice) Billy Whistler,che partecipa ad
alcune aste e acquista per conto di Oldman opere di gran valore ad un prezzo irrisorio.
Con il passare dei giorni Virgil è sempre più stregato dalla personalità contraddittoria di Claire;dopo essersi nascosto riesce finalmente a vederla e in seguito,conquistata la sua fiducia,finalmente la vede da vicino


Per lui è amore,che sembra essere ricambiato da Claire;così Virgil riesce a portarla a casa,dove le mostra anche il suo tesoro di dipinti;deciso a vivere con lei,annuncia alla donna di voler lasciare il suo lavoro di banditore e sceglie Londra come ultima asta della sua carriera.Claire non parte con lui,perchè ancora poco avvezza alle uscite pubbliche.
Al ritorno Virgil non la trova in casa;anzi,il caveau dei dipinti è completamente vuoto,l’unica presenza è quella dell’automa di Vaucanson,completamente ricostruito,che,beffardamente,ripete di continuo “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico:sono d’accordo
con te,infatti mi mancherai,Mister Oldman
Per Virgil è un colpo terribile;Claire,Robert e il suo amico Billy hanno complottato assieme per derubarlo.
La conferma Virgil la ha quando si reca nel laboratorio di Robert e lo trova completamente abbandonato.Anche la villa è vuota,e nel bar di fronte ad essa trova quella che è la vera Claire,una nana dalla memoria prodigiosa,che affitta la villa a produzioni cinematografiche.Nessuna traccia nemmeno del custode…


La migliore offerta,di Giuseppe Tornatore,è una pregevole opera in bilico tra il thriller e il dramma,un film di assoluto livello nel corso del quale il premio Oscar per Nuovo cinema Paradiso conferma il suo assoluto eclettismo
raccontando una storia inconsueta,quella tra un misogino cultore d’arte e una misteriosa ragazza che riuscirà a tirar fuori dal guscio il maturo uomo,ridandogli o meglio,dandogli per la prima volta una dimensione da uomo che però il protagonista pagherà ad un prezzo altissimo.
Il finale è beffardo ma anche esplicativo.
La scena finale,nella piazza di Praga,con Virgil che al cameriere che gli chiede se è solo risponde di no,dice tutto quello che la mancanza di un dialogo avrebbe detto.
Ovvero che l’uomo,nonostante tutto,continua ad essere innamorato della ragazza.Che gli ha mentito,della quale non sa nemmeno il vero nome,che lo ha tradito ma che forse in due occasioni è stata sincera.


Quando,per esempio,gli ha detto “ricordati che qualunque cosa accada io ti amo” o quando gli ha raccontato l’unico episodio forse non inventato,parlando di quel luogo per le speciale,forse in assoluto l’unico frammento di verità in un mare di finzione.
Davvero un bel film,con una robusta sceneggiatura e in cui la lentezza appare come elemento essenziale per fare del film un quadro d’ensemble fatto di tanti tasselli.
Che alla fine si incastrano tutti.


Ottime le prove degli attori protagonisti,fra i quali un ispirato Geoffrey Rush,una bella e misteriosa Sylvia Hoeks,un camaleontico Donald Sutherland e un ottimo Jim Sturgess.
Molto belle le musiche del maestro Morricone,per un film da riscoprire a 5 anni dalla sua uscita,una delle cose migliori del cinema italiano degli anni duemila.

La migliore offerta

Un film di Giuseppe Tornatore. Con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Dermot Crowley, Liya Kebede, Maximilian Dirr, Sean Buchanan, Lynn Swanson, Miles Richardson, Kiruna Stamell, Katie McGovern, Gerry Shanahan, Sylvia De Fanti, Brigitte Christensen, Jay Natelle, Anton Alexander, Laurence Belgrave, Rajeev Badhan, Patricia Meglio
Titolo originale The Best Offer. Drammatico, durata 124 min. – Italia 2012. – Warner Bros Italia

 

Geoffrey Rush: Virgil Oldman
Jim Sturgess: Robert
Sylvia Hoeks: Claire Ibbetson
Donald Sutherland: Billy Whistler
Philip Jackson: Fred
Dermot Crowley: Lambert
Kiruna Stamell: ragazza nel bar
Liya Kebede: Sarah

Rodolfo Bianchi: Virgil Oldman
Marco Vivio: Robert
Myriam Catania: Claire Ibbetson
Vittorio Di Prima: Billy Whistler
Ugo Maria Morosi: Fred
Carlo Valli: Lambert
Tiziana Avarista: ragazza nel bar
Laura Romano: Sarah

Regia Giuseppe Tornatore
Soggetto Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura Giuseppe Tornatore
Produttore Isabella Cocuzza, Arturo Paglia, Marco Patrizi (produttore associato)
Casa di produzione Paco Cinematografica
Warner Bros. Entertainment Italia
Distribuzione (Italia) Warner Bros. Entertainment Italia
Fotografia Fabio Zamarion
Montaggio Massimo Quaglia
Effetti speciali Mario Zanot (Storyteller)
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Maurizio Sabatini
Costumi Maurizio Millenotti

Vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore.

Anche in un falso d’arte c’è qualcosa di vero!

Mi dispiace di aver invaso i suoi pensieri..

L’ammirazione che provo per le donne è pari al timore che ho di conoscerle!

Claire: Allora non sono la prima: ne hai avute altre donne….
Virgil: Sì, le ho amate tutte e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti.

Quando pensi che con una donna è fatta,hai già perso il senso della strategia

Gli ingranaggi sono come le persone: se stanno molto tempo insieme, finiscono per assumere le forme reciproche!

Una breve vacanza

Clara è un’operaia di una fabbrica nell’hinterland di Milano.
Sposata,ha tre figli e si divide fra l’alienante lavoro in fabbrica e quello ancor più alienante in famiglia,nella quale al momento è anche l’unica fonte di reddito.
Il lavoro,le responsabilità le minano il fisico al punto che in seguito ad una visita medica a Clara viene prescritto un soggiorno in un sanatorio della Valtellina.
Lungi dall’essere un handicap,la cosa si trasforma in una specie di vacanza,perchè da quel momento Clara,libera da impegni famigliari e di lavoro ha finalmente tempo
per se stessa.Legge,stringe amicizie,si riposa e,conosciuto un operaio,ha anche il tempo per allacciare una platonica relazione con lui.
Ma la breve vacanza termina e Clara ritorna alla vita di tutti i giorni.


Malinconico ed esistenziale,Una breve vacanza è il penultimo film di De Sica regista,prima di Il viaggio,che nel 1974 porrà fine all’esperienza dietro la macchina da presa di De Sica.
Un film che pur partendo da una trama semplice e lineare,si trasforma nella descrizione ambientale e umana di una delle miriadi di solitudini metropolitane della capitale economica italiana,una Milano grigia come il suo cielo e come i volti delle figure che si muovono come fantasmi di cera tra i palazzoni e le vie della città.
Uno stridore che si avverte ancor più lancinante a paragone con le candide stanze del sanatorio,che a questo punto non è solo il posto deputato
alla cura delle ferite del corpo quanto piuttosto una via di fuga,per la protagonista,da una vita disumanizzante,vissuta come migliaia di altre dietro le porte chiuse di appartamenti anonimi,
consumate in un ruolo che vede la donna prigioniera di una routine peggiore della galera.


De Sica gira quindi un film in cui si mescolano diversi temi,dalla solitudine individuale della protagonista,stritolata dal lavoro in fabbrica e dagli obblighi di quello in famiglia passando attraverso una veloce disanima della condizione femminile negli anni settanta,con l’immagine di una donna che non solo non ha realizzato nessuna delle tante aspirazioni femminili,ma che
al contrario ha aggiunto ad una prigione il senso di responsabilità di dover mantenere anche una famiglia allargata da parenti e figli senza soluzione di continuità.
Bravissima Florinda Bolkan a calarsi nel ruolo della sfiorita Clara,che a tratti assomiglia a quello di un’altra grande figura femminile protagonista di un altro splendido film degli anni settanta,quello di Antonietta in Una giornata particolare di Scola.


Un film bello e ben girato,ottimamente interpretato da tutti gli attori;menzione particolare per Adriana Asti,che interpreta la signora Scanziani,una donna malata terminale nel sanatorio.Brevi comparsate anche per Christian De Sica e Monica Guerritore.
Il soggetto è di De Sica ancora una volta in coppia con Cesare Zavattini,alla loro ultima fatica assieme.
Purtroppo il film è di difficilissima reperibilità,nonostante sia passato qualche volta in tv.

Una breve vacanza
Un film di Vittorio De Sica. Con Florinda Bolkan, Renato Salvatori, José Maria Prada, Teresa Gimpera, Daniel Quenaud, Anna Carena, Miranda Campa, Adriana Asti, Hugo Blanco, Maria Mizar, Mario Garriba, Monica Guerritore, Christian De Sica Drammatico, durata 104 min. – Italia 1973

 

Florinda Bolkan: Clara
Renato Salvatori: Franco, marito di Clara
Daniel Quenaud: Luigi
Josè Maria Prada: dottor Ciranni
Hugo Blanco: fratello di Franco
Maria Mizar Ferrara: l’infermiera Garin
Adriana Asti: signorina Scanziani
Christian De Sica: giovane sul treno
Paolo Limiti: un medico

Regia Vittorio De Sica
Soggetto Rodolfo Sonego
Sceneggiatura Cesare Zavattini
Produttore Marina Cicogna, Arthur Cohn
Distribuzione (Italia) CIC (Cinema International Corporation)
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Luigi Scaccianoce, Adolfo Goppino

Nicola e Alessandra

Biopic ispirata alla vita di Nicola II Romanov,ultimo imperatore russo,che parte dalla nascita dello zarevic Alessio e termina con il massacro della famiglia imperiale avvenuto la notte tra il 16 e 17 luglio 1918 a Ekaterinburg.
In un ruolo defilato appare anche la zarina Alessandra Fedorovna Romanova,nipote della regina Vittoria;la storia drammatica dei due imperatori parte in pratica dal 1904 e termina quindi nel 1918,con la rivoluzione d’ottobre e con la presa del potere da parte dei bolscevichi.
Nicola II è imperatore suo malgrado;non ama il suo ruolo e in politica ha preso decisioni che si sono rivelate funeste per il popolo russo,peraltro spietatamente sfruttato da una classe nobiliare parassita.
La guerra con il Giappone ha lasciato ferite profonde mentre sul fronte interno la carestia e la crescente insofferenza degli strati più poveri della popolazione stanno creando le premesse per una rivolta che la corte prende con leggerezza,mostrando una miopia che avrà fatali conseguenze.
A corte,intanto,arriva un personaggio ambiguo,il monaco Gregory Rasputin;ha avuto un colpo di fortuna,salvando lo zarevic Alessio da una pericolosa emorragia (il giovane erede al trono soffriva di emofilia) e da quel momento la zarina lo ha voluto a corte,subendone il malefico influsso.
Le misere condizioni di vita del popolo russo sfociano in aperta rivolta e l’esercito russo interviene per sedare la rivolta,che costa centinaia di vite di inermi cittadini.


Come conseguenza Nicola II è costretto a concedere la formazione della Duma,un organismo rappresentativo in grado di emanare leggi.Nel frattempo si diffonde sempre più l’ideale comunista,propugnato dal movimento bolscevico e dal suo maggiore esponente Vladimir Ulianov detto Lenin.
Gli anni passano,ma le condizioni della Russia continuano a peggiorare;nel 1913 ritroviamo la famiglia Romanov alle prese con le precarie condizioni di salute di Alessio e con l’ingombrante figura di Rasputin accusato da più parti di tenere una vita licenziosa.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale la situazione precipita.
La Russia dichiara guerra all’impero tedesco e mentre lo zar è al fronte,la zarina Aessandra è sempre più soggiogata dal monaco Rasputin,finendo per seguirne tutti i consigli anche in politica estera.
L’andamento della guerra,che sembra portare la Russia sull’orlo della disfatta porta ad un’aperta rivolta del popolo mentre a corte una congiura di nobili porta all’assassinio di Rasputin;ormai è in moto un meccanismo che non è più possibile fermare.


Nicola II è costretto ad abdicare;lui e la sua famiglia vengono trasferiti a Tobol’sk per ordine del nuovo governo presieduto da Kerenskj.
Ma i bolscevichi hanno ormai iniziato la lotta finale contro la Duma e impossessatisi della famiglia imperiale la giustiziano a Ekaterinburg.
Diretto da Franklin J. Schaffner,Nicola e Alessandra è un affresco storico molto aderente ai fatti che realmente avvennero nel periodo citato.
Le figure che appaiono,da Nicola a Lenin,da Rasputin a Alessandra assomigliano anche fisicament ai protagonisti reali,dando cosi ulteriore verosimiglianza ai fatti narrati.
Un film peraltro abbastanza lungo,tre ore, in cui si cerca di raccontare,dati e documenti alla mano,quello che fu uno dei periodi storici che segnerà profondamente sia la storia della Russia che quella dell’intero novecento.


Kolossal del 1971 diretto da Franklin J. Schaffner,che l’anno precedente aveva diretto un’altra Biopic di alto valore,Patton generale d’acciaio,Nicola e Alessandra è un’opera di largo respiro,molto ben documentata e ottimamente diretta dal regista nativo del Giappone.
Tratto dall’omonimo romanzo di Robert K. Massie,Nicola e Alessandra ebbe lusinghiere recensioni critiche ma poco successo al box office;2 Oscar e altre 4 nomination,3 nomination ai Golden Globe,3 ai Bafta sono il palmares di  un film purtroppo scomparso anche dai canali tv.
Ben diretto e ben recitato,da un cast di attori anche fisicamente molto simili ai reali protagonisti,vede tra gli attori la presenza di Lawrence Olivier,Michael Jayston e Janet Suzman,tutti decisamente a loro agio e tutti davvero credibili.
Ottima fotografia,splendidi costumi.
Purtroppo in rete è un film assolutamente introvabile.

Nicola e Alessandra
Un film di Franklin J. Schaffner. Con Laurence Olivier, Michael Jayston, Janet Suzman, Brian Cox Titolo originale Nicholas and Alexandra. Storico, durata 183 min. – Gran Bretagna 1971

Michael Jayston: Zar Nicola II
Janet Suzman: Zarina Alessandra
Roderic Noble: Zarevic Alexei
Ania Marson: Granduchessa Olga Nikolaevna
Lynne Frederick: Tatiana
Candace Glendenning: Granduchessa Marie Nikolaevna
Fiona Fullerton: Anastasia
Harry Andrews: Granduca Nicholas
Irene Worth: L’imperatrice vedova Maria Feodorovna
Tom Baker: Grigorij Efimovic Rasputin
John McEnery: Kerenskij
Michael Bryant: Vladimir Lenin
Jack Hawkins: conte Fredericks
Timothy West: Dr. Sergej Botkin
Katherine Schofield: Tegleva
Jean-Claude Drouot: M. Pierre Gilliard
John Hallam: Nagorny
Guy Rolfe: Dr. Fedorov
Stanley Baker: padre Gapon
John Wood: colonnello Kobylinsky
Laurence Olivier: Vitte
Eric Porter: Stolypin
Michael Redgrave: Sazonov
Maurice Denham: Kokovtsov
Ralph Truman: Rodzianko
Gordon Gostelow: Alexander Guchkov
Vivian Pickles: Mme. Krupskaya
Brian Cox: Lev Trotsky
James Hazeldine: Josif Stalin
Stephen Greif: Martov
Steven Berkoff: Pankratov
Ian Holm: Yakovlev
Alan Webb: Yakov Yurovsky
Leon Lissek: Avdeyev
David Giles: Filipp Goloshchekin
Roy Dotrice: Generale Alekseev
Martin Potter: principe Jusupov

Regia Franklin J. Schaffner
Soggetto Robert K. Massie
Sceneggiatura James Goldman e Edward Bond
Produttore Sam Spiegel
Casa di produzione Columbia Pictures
Fotografia Freddie Young
Montaggio Ernest Walter
Musiche Richard Rodney Bennett
Scenografia John Box, Ernest Archer, Jack Maxsted e Gil Parrondo
Costumi Yvonne Blake e Antonio Castillo

Gli estranei vi fanno paura. Conoscevo una donna a Prokovskoe. È il mio paese, un piccolo paese in Siberia. E questa donna aveva tanta paura degli estranei che si comprò una cassa di legno di pino, e ci viveva dentro. E un giorno il marito la inchiodò dentro, e poi si mise a sotterrare la cassa. “No, Ivan,” urlava lei. “Ma io voglio solo farti felice,” disse lui. “Lo so. Ma il paradiso è pieno di estranei. Fammi uscire!”

Io sono diventato tardi uno starec. Avevo vent’anni quando ho avuto la visione. Noi contadini abbiamo tante visioni. Ci appare la vergine e ci dice quando vendere le pecore, se vogliamo venderle bene. A me ha detto di fare il pellegrino, e io mi sono messo in marcia. E ho aspettato che mi dicesse di fermarmi, ma non me l’ha detto. E io ho fatto duemila miglia, poi sono arrivato in Grecia, e più avanti non potevo andare, così mi sono fermato. E ho passato due anni in un monastero, e poi sono tornato a casa. Certe volte, la gente mi domanda “Cosa ci vuole per diventare starec?” E io gli dico “buone gambe.”

Nessuno di voi sarà qui quando questa guerra finirà. Tutto ciò per cui ci siamo battuti lo perderemo. Tutto ciò che abbiamo amato sarà distrutto. Sarà una sciagura per i vincitori così come per i vinti. Il mondo diventerà vecchio. Gli uomini andranno raminghi fra le ruine e impazziranno. Le tradizioni, le virtù, ogni morale spariranno. Io non piango per me stesso, ma per quelli che verranno dopo di me. Vivranno tutti senza speranza, allora non resterà altro che il rimorso, la vendetta, il terrore, e il mondo sarà pieno di fanatici e di inutili idioti.

Io sono vecchio, sire, e ne ho visto tante di guerre. Sembravano tutte così importanti. Adesso non ricordo neanche che guerre erano. Milioni di uomini morti, e non so perché. Nessuno lo sa. Voi potreste impedirla questa guerra, sire. Non dovreste far altro che alzarvi adesso in silenzio e tornare dalla vostra famiglia. Sareste il più grande di tutti gli zar.

La famiglia Romanov

Lo zarevic Alessio Romanov

La zarina Alessandra Feodorovna Romanova

Anastasia Nicolaevna Romanova

Maria Nicolaevna Romanova

Olga Nicolaevna Romanova

Tatiana Nicolaevna Romanova

Carrington

Carrington 1

“Dipingo quando sto bene poi mi sento ancora meglio. Non mi interessa vendere.” dice Carrington in una scena del film. 

Il titolo della pellicola riporta il cognome del più trascurato artista serio del suo tempo, Dora Carrington, abilissima pittrice di ritratti e paesaggi dell’inizio del ventesimo secolo. La pittrice inglese si è applicata anche nell’arte decorativa, in particolare nella xilografia. A lei dedica la sceneggiatura e la regia Christopher Hampton, premiato in precedenza con un Oscar per la miglior sceneggiatura del film “Le relazioni pericolose”.

Nel 1915, in un’Inghilterra alle prese con gli avvenimenti causati dalla Prima guerra mondiale, molti intellettuali si rifiutano di combattere dichiarandosi obiettori di coscienza. Tra questi, lo scrittore Lytton Strachey (Jonathan Pryce), membro del Circolo di Bloomsbury, un gruppo di artisti e scrittori i quali ritengono che il compito più alto dell’uomo sia la ricerca della conoscenza e del piacere estetico. Ciò a cui si oppongono è un “romanticismo” che non si adatta a uno stampo convenzionale e non è espresso in modo ordinario.

carrington-1995-08-g_1

La prima volta che Lytton Strachey vede Dora Carrington (Emma Thompson) chiede “Chi è quel bellissimo ragazzo biondo?” ma quando scopre che si tratta di una donna con un audace taglio dei capelli, in preda all’imbarazzo, afferra un libro e finge di leggere. Nasce così, tra la giovane pittrice e il maturo scrittore, una singolare storia d’amore. Durante una passeggiata, Lytton non resiste all’impulso di baciare la donna che reagisce malamente a quel gesto intimo. Lo confida al fidanzato Mark Gertler (Rufus Sewell), pittore anche lui, che la corteggia con insistenza da più di quattro anni.

carrington-1995-10-g_1

Tuttavia, Carrington (non le piace il nome Dora) non prova affetto nei confronti di Mark. Anzi, lo disprezza per le attenzioni focose che le riserva. In preda allo sconforto, Carrington vuole punire Lytton per quel bacio rubato. Si infila di nascosto nella sua stanza con l’intenzione di tagliargli la barba. L’uomo si sveglia e fissa lo sguardo incredulo sul volto della donna. Con tono sommesso lei spiega il motivo del suo gesto. Oltre alle sue parole, stanno affiorando i sentimenti.

carrington-1995-09-g_1

Inavvertitamente, Lytton conquista l’animo energico e idealista di Carrington la quale dichiara il suo amore per lo scrittore, suscitando la rabbia di Mark. Il fidanzato tradito condanna l’amore della donna per un omosessuale, obiettore di coscienza e scrittore dai modi alla Oscar Wilde. Carrington e Lytton decidono di vivere insieme e scelgono il Mulino di Tidmarsh nella contea Berkshire, arricchito dal classico paesaggio inglese con dolci colline e pianure verdi. Carrington si occupa della ristrutturazione dell’edificio e della decorazione della casa che Lytton trova “davvero notevole”. I due conducono un’esistenza serena in cui si dedicano all’arte della pittura e della scrittura. Si ascoltano e si sostengono a vicenda. Lytton posa per Carrington mentre lei ascolta assorta le sue letture. Pur non consumando mai un atto d’amore, condividono lo stesso letto. Dato il riserbo di Lytton, spetta a Carrington il compito di trasmettere al pubblico il calore dei sentimenti condivisi attraverso gli sguardi che rivolge al suo amato e attraverso i silenzi.

carrington-1995-03-g_1

Poi, all’improvviso, un giovane ex ufficiale, Ralph Partridge (Steven Waddington), entra nelle loro vite. Ha inizio un particolare ménage à trois in cui Carrington sposa Ralph per accontentare Lytton che fa loro compagnia durante il viaggio di nozze a Venezia. Lo scenario si anima ancora di più con l’apparizione di Gerald Brenan (Samuel West), amico di Ralph. La sua personalità romantica conquista Carrington che ne diviene l’amante. Nel frattempo, i libri di Lytton ottengono gli ambiti riconoscimenti: tra le conquiste dello scrittore il giovane Roger Senhouse (Sebastian Harcombe). Anche Ralph si innamora di una giovane donna, Frances, con la quale decide di iniziare una convivenza a Londra. Carrington assiste impotente alla nascita e allo sviluppo della relazione tra il suo amato e un altro uomo. Trova un diversivo nelle attenzioni del capitano Beacus Penrose (Jeremy Norham) verso il quale prova attrazione fisica.

Carrington L

carrington-1995-05-g_1

C’è una scena silente nel film che rappresenta la profondità del cuore di Carrington meglio di quanto potrebbe illustrarla un monologo oppure un dialogo: una sera, dopo cena, vaga per il prato della casa e attraverso le finestre illuminate osserva i suoi amanti, passati e presenti, accoppiati con i loro amanti del momento. Mentre il suo sguardo si sposta da una finestra all’altra, lo spettatore la vede come un’estranea.

Nel 1932 Lytton si ammala e muore a causa di un tumore allo stomaco. “Se è questa la morte, devo dire che non è un granchè.” Carrington ascolta addolorata le sue ultime parole. La luce nel suo cuore si spegne assieme allo sguardo del suo amato. Carrington scivola nell’oblio. In vano Ralph cerca di strapparla alla depressione. Le buone intenzioni spesso non possono compensare l’assenza della persona amata. Due mesi dopo la sua morte, Carrington decide di seguire Lytton. Si toglie la vita per raggiungerlo. Gli ultimi pensieri di Carrington sono impressi nel suo diario. Pur non essendo stati riportati nella pellicola, mi sembra coerente illustrarli:

“A man who retires from life does no harm to society. He only ceases to do good. I am not obliged to do a small good to society at the expense of a great harm to myself. Why then should I prolong a miserable existence… I believe that no man ever threw away life, while it was worth keeping.”

“Un uomo che si ritira dalla vita non nuoce alla società. Lui cessa di fare il bene. Non sono obbligata a fare un piccolo bene alla società al costo di un grande danno a me stessa. Perché allora dovrei prolungare un’esistenza miserabile … Credo che nessun uomo abbia mai buttato via la vita, quando valeva la pena conservarla”.

Emma Thompson, pur avendo guadagnato esperienza in film sull’amore non corrisposto (“Quel che resta del giorno” 1993 e “Casa Howard” 1992), non ha ricevuto grossi riconoscimenti per questo ruolo drammatico. Al contrario, Jonathan Pryce ha ottenuto il premio per il miglior attore al Festival di Cannes accanto a Christopher Hampton che si è conquistato il premio della giuria.Un film da vedere e da guardare senza paraocchi. Racconta un amore incondizionato, disinteressato e appassionato. Lo fa senza buonismo, simpatia o critica. Anzi, fa spesso sorridere o sognare, riflettere o sospirare assieme alla natura onnipresente. Poi, i dipinti di Carrington sono sicuramente un valore aggiunto. 

Carrington, un film di Christopher Hampton, con:  Emma Thompson, Jonathan Pryce, Rufus Sewell, Steven Waddington, Samuel West. Drammatico – biografico, durata 2 h 1 min; Regno Unito, Francia 1995.

Emma Thompson: Dora Carrington
Jonathan Pryce: Lytton Strachey
Steven Waddington: Ralph Partridge
Samuel West: Gerald Brenan
Rufus Sewell: Mark Gertler
Penelope Wilton: Lady Ottoline Morrell
Janet McTeer: Vanessa Bell
Peter Blythe: Phillip Morrell
Jeremy Northam: Beacus Penrose
Alex Kingston: Frances Partridge
Sebastian Harcombe: Roger Senhouse
Richard Clifford: Clive Bell
Gary Turner: Duncan Grant
Georgiana Dacombe: Marjorie Gertler

Regia: Christopher Hampton
Soggetto: Michael Holroyd
Sceneggiatura: Christopher Hampton
Produttore: John McGrath, Ronald Shedlo, Chris Thompson
Produttore esecutivo: Philippe Carcassonne, Francis Boespflug, Fabienne Vonier
Casa di produzione: Canal+, Cinéa, Freeway Films, Dora (fr), Orsans (fr), Polygram Filmed Entertainment
Fotografia: Denis Lenoir
Montaggio: George Akers
Musiche: Michael Nyman
Scenografia: Caroline Amies, Frank Walsh
Costumi: Jill Avery, Kirsten Hecktermann, Loredana Nicolao, Adrian Simmons
Trucco: Christine Beveridge, Elaine Davis, Norma Webb

“Non contribuirò mai con alcun atto volontario alla prosecuzione di questa guerra. La mia obiezione non è basata su convinzioni religiose ma su considerazioni morali che continuerò scrupolosamente a rispettare senza curarmi delle conseguenze.”

“- Lytton, mi piace molto stare con te. Sei così lucido e saggio. In questi ultimi mesi, tutte le volte che so che ti vedrò, mi sento tutta emozionata dentro. Se tu volessi baciarmi ancora non credo affatto che mi dispiacerebbe.

– Sai, è una cosa strana… ma piacerebbe anche a me.”

“Migliaia di ragazzi muoiono ogni giorno per difendere questo. Lo sapevi?! Che Dio possa dannare, fulminare, mortificare e fottere le classi elevate.” 

“Io ci ho provato, sai, ma non posso farci niente. Il corpo delle donne è, come dire, sottilmente offensivo.” 

“Mio carissimo Lytton, ho tante cose da dirti ma oggi mi sento del tutto incapace ad esprimerle. Sapevo benissimo che non potevo sperare niente da parte tua, l’ho sempre saputo, fin dall’inizio. In tutti questi anni sono sempre stata consapevole che la mia vita con te aveva dei limiti. Lytton, tu sei la sola persona per cui ho provato una passione totale e assoluta. Non ce ne sarà un’altra, non potrei adesso. Ho avuto uno degli amori più umilianti che una persona possa avere. E’ straziante, credimi, stare qui da sola ad aspettare di vederti o allungare naso e occhi fuori dalla finestra più alta del 44 di Gordon Square nella speranza di scorgerti sulla strada… . Ralph ha detto che eri nervoso perché temevi che potessi pretendere qualcosa da te e che tutti i tuoi amici si sono chiesti come hai potuto sopportarmi così a lungo visto che non capisco niente di letteratura, il che non è vero. Nessuno credo può aver amato le ballate, l’essai di Nicoli e soprattutto l’essai di Lytton quanto me. Non hai mai capito e non capirai mai l’enorme, devastante amore che ho provato per te. Quanto ho adorato ogni ricciolo della tua barba… . Al sol pensarti ora mi viene da piangere, non riesco più a vedere il foglio. Una volta mi hai detto, un mercoledì pomeriggio in salotto, che mi amavi come un’amica. Puoi dirlo ancora? Tua Carrington.” 

“Mia carissima e bene amata, lo sai quanto mi è difficile esprimere i miei sentimenti, sia a voce che per iscritto. Vuoi davvero che ti dica che ti amo come un’amica?! Ma ovviamente ciò è assurdo poiché sai benissimo che ti amo molto più che come un’amica, angelica creatura che con la tua generosità, mi hai dato felicità per tanti anni. La tua lettera mi ha fatto piangere. Mi sento un povero vecchio infelice e miserabile. Se mai la tua decisione deve aver significato che in qualche modo io debba perderti per sempre, non credo che potrei sopportarlo. Tu e Ralph e la nostra vita a Tidmarsh sono le cose alle cui tengo di più a questo mondo.”