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Nuda sotto la pelle

Una coppia apparentemente felice,quella composta da Rebecca e Raymond; lei è la giovane figlia di un libraio,lui un insegnante;sono sposati da poco tempo,ma c’è qualcosa che tormenta Rebecca.
Il pensiero della passata relazione con Daniel,con il quale aveva vissuto una folgorante relazione proprio nel periodo che la stava portando al matrimonio con Raymond.
La nostalgia per Daniel,l’incertezza sui reali sentimenti che nutre per il marito la portano a salire sulla sua moto e a raggiungere l’ex amante in Svizzera.
La moto era stato il regalo d’addio di Daniel,che aveva conosciuto nella libreria del padre nella quale il giovane passava molto tempo.Dopo una appassionata notte d’amore,Rebecca aveva continuato a vedere clandestinamente il giovane,fino al matrimonio.Ma la passione per Daniel è solo sopita,così una mattina la giovane,salita sulla sua moto si dirige verso la Svizzera,dove Daniel vive.
Il viaggio è un’occasione per ritrovare se stessa,le sensazioni che prova in maniera differente per i due uomini;preda di dubbi,più volte Rebecca è tentata di tornare indietro,ma caparbiamente andrà avanti.
Verso un appuntamento assolutamente imprevisto.

Tratto dal romanzo La motorcyclette,di Andrè Pieyre de Mandriargues e diretto nel 1968 da Jack Cardiff in una coproduzione anglo francese, Nuda sotto la pelle è un film particolare,un incontro tra la psichedelia e l’on the road movie tenuto assieme da un collante esile,
la storia a tre che coinvolge in modi differenti la protagonista del romanzo (e del film) Rebecca e due uomini dissimili,l’intellettuale piatto e abitudinario Raymond e il bohemienne Daniel,un personaggio lontano anni luce dai canoni culturali del marito.
Una dicotomia che Rebecca non riesce a sciogliere,tesa com’è a far ordine nei suoi sentimenti.Quando sale sulla moto,indossa la sua tuta di pelle,Rebecca sembra cambiare aspetto;la giovane moglie si trasforma in una persona completamente diversa,sessualmente trasgressiva,in una simbiosi carnale con la sua moto.
“”Era una tuta combinata di pelle nera, tutta molto lucida e foderata di pelliccia bianca, che si chiudeva fino al collo e si fissava lì, ai polsi e alle caviglie con cinghie e fibbie. Rebecca l’aveva spalancata (sembrava fosse la pelle di una bestia enorme appena scorticata), poi, infilando prima le gambe, vi era salita nuda, fatta eccezione per il piccolo codino di nylon trasparente sopra il triangolo dei suoi capelli corti
e tirando verso l’alto la linguetta della cerniera lampo aveva chiuso la guaina scura sul suo corpo naturalmente marrone. “Niente è più morbido di così.” si era detta (un po ‘ingenuamente perché era solo la pelliccia di coniglio e non aveva avuto la possibilità di sentire sulla pelle né zibellino né visone) mentre il sangue le saliva alla testa a causa del caldo e il soffice solletico che sentiva sulla sua pelle. Il mio corpo è come un violino in una scatola imbottita.

scrive de Mandriargues nel romanzo e Cardiff insiste molto su questo particolare,cercando di ricreare la simbiosi erotica tra la tuta in pelle e la ragazza nuda avvolta in essa trasportandola in un viaggio onirico e psichedelico attraverso strade e montagne,campagne e vallate,il tutto condito da un ossessivo uso del flashback.
Il risultato finale è un film frammentario,penalizzato proprio da quello che doveva essere il tema centrale del film,il viaggio chiarificatore di Rebecca.Che invece non solo non chiarisce nulla,ma crea confusione nello spettatore,incapace di cogliere le vere motivazioni
che portano la donna a cercare di rivedere il suo amante.
L’uso di interni,mascherati da esterni,di robusti ventilatori che sparano aria sul volto di Rebecca finiscono per creare un’artificiosità che penalizza ulteriormente il film,già abbastanza confuso (e noioso di suo)

A poco valgono le prestazioni attoriali di un fascinoso Alain Delon (Daniel) e di una giovane e affascinante Marianne Faithfull; l’on the road movie si trasforma in una trappola che riceve il suggello finale (un vero epitaffio) quando sarà il destino a scegliere per Rebecca il dilemma che la aveva spinta ad allontanarsi da Raymond.
L’erotismo sottile che avvolge sinuoso il romanzo si smarrisce nella trasposizione visiva e il film perde progressivamente interesse,fino a diventare un’opera anonima che non ebbe nemmeno molto rilievo internazionale in quanto la sua presentazione a Cannes,molto attesa,venne annullata assieme alla manifestazione di quell’anno,conseguenza diretta
degli avvenimenti del maggio francese.Film scomparso da decenni dagli schermi cinematografici e televisivi,rintracciabile solo in dvd d’oltralpe.

Nuda sotto la pelle
Un film di Jack Cardiff. Con Alain Delon, Marianne Faithfull, Roger Mutton Titolo originale Girl on a Motorcycle. Drammatico, durata 91 min. – Francia-Gran Bretagna 1968.

Alain Delon: Daniel
Marianne Faithfull: Rebecca
Roger Mutton: Raymond
Marius Goring: padre di Rebecca
Catherine Jourdan: Catherine
Jean Leduc: Jean
Jacques Marin: benzinaio
André Maranne: sovrintendente francese
Bari Jonson: ufficiale doganiere francese
Arnold Diamond: ufficiale doganiere francese
John G. Heller; ufficiale doganiere tedesco
Marika Rivera: cameriera tedesca
Richard Blake: primo studente
Chris Williams: secondo studente
Colin West: terzo studente
Kit Williams: quarto studente

Regia Jack Cardiff
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Ronald Duncan
Produttore William Sassoon
Produttore esecutivo Ronan O’Rahilly
Casa di produzione Warner Bros.
Fotografia Jack Cardiff
Musiche Les Reed
Costumi Suzy Berton,
Masada Wilmot
Trucco Bunty Phillips

febbraio 5, 2019 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Praga,1968

Tomas è un neurochirgo di una certa fama,economicamente ben messo e sopratutto irresistibile conquistatore di donne.
Tra di esse si distingue Sabina,un’artista prototipo della femminista,indipendente e priva di qualsiasi inibizione; tra i due,oltre al rapporto intimo
esiste un vero rapporto di amicizia.  due infatti,pur volendosi bene,amano troppo la loro indipendenza,la loro libertà.
A breve le cose cambiano,in modo irreversibile.
Mentre è in trasferta per lavoro,conosce Teresa,una ragazza che coltiva l’hobby della fotografia e che vorrebbe andar via dal piccolo paese nel quale è confinata.
Sogna infatti di sfondare in un mondo che è quasi totalmente al maschile.
Tomas,che si è innamorato di lei,della sua freschezza,della sua voglia di vivere riesce a convincerla a seguirlo a Praga.


Qui Teresa e Sabina si conoscono e diventano amiche,tanto che la fotografa la riprende più volte;ma sta per scoppiare la primavera di Praga,con l’invasione dei carri armati russi che occupano militarmente la Cecoslovacchia,stritolando il sogno di libertà dei cecoslovacchi e dei loro leader,Dubcek e Svoboda.
Grazie ad alcune riprese fatte di nascosto,Teresa rimedia dei soldi e i tre vanno a rifugiarsi in Svizzera.Qui mentre Sabina conosce un insegnante universitario,sposato, Tomas nonostante il legame con Teresa continua a frequentare altre donne.L’amicizia tra i tre si interrompe,fisicamente,nel momento in cui Sabina decide di andar via dalla Svizzera,rifiutando di legarsi con il docente,che nel frattempo a lasciato moglie e figli per lei.
La sua vita libera non può accettare limitazioni,e pur amandolo,Sabina lo abbandona.
Cosa che fa anche Teresa,stanca dei tradimenti di Tomas;la ragazza torna a Praga,seguita però da Tomas,che è diventato suo marito.
Che lo fa rischiando molto,in quanto il neurochirurgo aveva pubblicato dei pamphlet anti sovietici; difatti appena arrivato a Praga
a Tomas viene ritirato il passaporto e bloccata la sua professione.
Dopo un periodo difficilissimo,Tomas e Teresa,che hanno ripreso il loro legame che è sicuramente più forte delle infedeltà dell’uomo,dopo
un tentativo di Teresa di togliersi la vita,i due dicevo vanno a vivere in un tranquillo posto di campagna,dove per breve tempo vivranno finalmente una vita serena,anzi,felice.Ma il destino è in agguato…


L’insostenibile leggerezza dell’essere (The Unbearable Lightness of Being,nella versione internazionale),tratto dall’omonimo romanzo di Milan Kundera,è un film molto bello diretto dal regista statunitense Philip Kaufman che porta sullo schermo la riduzione del romanzo considerato uno dei più ostici da rappresentare su pellicola.
Kaufman ci riesce dimenticando in parte il pedissequo ripercorrere delle parole di Kundera,lasciando in un canticcuio la più che chiara critica
alla realizzazione del socialismo reale dello stesso,badando essenzialmente a raccontare la storia d’amore con tanto di tragico finale di due amanti
che dovrebbero essere confinati in un mondo che non sentono loro,nel quale le libertà non solo sono negate,ma completamente annichilite.
Il regime sovietico infatti instaura nel paese,che appena vent’anni prima aveva conosciuto la brutale occupazione nazista,un regime forse non cosi sanguinario,ma sicuramente illiberale e oppressivo.
Il romanzo di Kundera parte da assunti che per forza di cose nel film vengono accantonati;manca la descrizione del vivace mondo culturale della Cecoslovacchia pre invasione,manca sopratutto il punto di forza del racconto,l’impossibilità da parte dell’uomo di determinare il proprio destino (uso una semplificazione massima),insomma manca lo spirito del romanzo.
Ma questo non è un punto negativo.


Il film non scende in profondità,preferisce raccontare delle vite;come dice Tomas,”Se io avessi due vite, nella prima inviterei Tereza a restare a casa mia e nella seconda la sbatterei fuori: così potrei fare un paragone e decidere come comportarmi. Ma si vive una volta sola. La vita è così leggera: è come uno schema che non si può mai riempire né correggere né migliorare. È spaventoso!”
In termini semplici,è la filosofia del libro…
Vite sospese,in balia degli avvenimenti,in balia del potere,del destino.
Che in modo lato è il fondamento del romanzo di Kundera,se vogliamo.Ma tutto finisce quà.A Kaufman interessa la descrizione delle psicologie dei suoi personaggi,tormentati più dal quotidiano che da astruse preoccupazioni filosofiche.
Molto bella la descrizione ambientale,con una parte del film che mostra le reali foto,piccoli filmati della brutale aggressione russa;imperialista ne più ne meno,molto lontana da quella idea di liberazione dei popoli che aveva ispirato Marx e in fondo la rivoluzione d’ottobre.
Kaufman,del quale ricordo con piacere lavori di ottimo livello come Terrore dallo spazio profondo,Henry & June,Sol levante,usa un’ottima fotografia,una sceneggiatura appropriata e prima di tutto degli ottimi attori per creare un film ricco d’atmosfera e di momenti interessanti.


Lena Olin,Juliette Binoche e Daniel Day Lewis sono impeccabili,intensi e credibili nei ruoli di tre persone diversissime,ma conscie di un ruolo a loro attribuito da un destino che alla fine si rivelerà anche beffardo.
Menzione d’onore per Sven Nykvist,il fotografo preferito da Bergman,fortemente voluto da Kaufman.
Un bel film,davvero,che ha avuto una buna accoglienza da parte della critica e controverse reazioni da parte del pubblico;in rete ho letto recensioni molto approssimative,legate alla presunta infedeltà del film al romanzo.Ancora una volta gioverebbe ricordarsi che un film non deve portare sullo schermo,sic e simpliciter,quella che è l’ossatura di un romanzo ma deve essere la sintesi della sensibilità del regista unita
allo “sfruttamento” delle qualità dei propri attori.
Per chi volesse vedere il film in una definizione ottima il link streaming è il seguente: http://www.altadefinizione01.zone/6592-linsostenibile-leggerezza-dellessere.html

L’insostenibile leggerezza dell’essere
Un film di Philip Kaufman. Con Juliette Binoche, Daniel Olbrychski, Daniel Day-Lewis, Lena Olin, Erland Josephson, Stellan Skarsgård, Derek de Lint, Pavel Landovský, Donald Moffat, Tomasz Borkowy, Bruce Myers, Pavel Slaby, Pascale Kalensky, Jacques Ciron, Anne Lonnberg Titolo originale The Unbearable Lightness of Being.Drammatico Commedia, durata 173 min. – USA 1988

Daniel Day-Lewis: Tomáš
Juliette Binoche: Tereza
Lena Olin: Sabina
Derek de Lint: Franz
Erland Josephson: Ambasciatore
Pavel Landovský: Pavel
Donald Moffat: Chirurgo capo
Tomek Bork: Jiri
Daniel Olbrychski: Ufficiale del Ministero degli Interni
Stellan Skarsgård: L’Ingegnere
Bruce Myers: Editore cecoslovacco
Pavel Slaby: Nipote di Pavel
Pascale Kalensky: Infermiera Katja
Jacques Ciron: Manager del ristorante svizzero
Anne Lonnberg: Fotografa svizzera
Clovis Cornillac: Ragazzo al bar

Regia Philip Kaufman
Soggetto Milan Kundera (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Philip Kaufman
Produttore Saul Zaentz
Produttore esecutivo Bertil Ohlsson
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Vivien Hillgrove Gilliam, Michael Magill, Walter Murch, B.J. Sears
Effetti speciali Trielli Bros.
Musiche Mark Adler, Ernie Fosselius, Leos Janácek
Costumi Ann Roth
Trucco Suzanne Benoit

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte fra torture indicibili. E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell’eterno ritorno? Si, qualcosa cambierà: diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio. Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all’infinito, la storiografia francese sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

Mag 26, 2018 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

La rivolta

Varsavia,aprile 1943

Ammassati nel ghetto della città,circondato da mura e sotto stretta sorveglianza dei nazisti,che dal 1939 occupano militarmente la Polonia,
vivono ben sotto i limiti della sopravvivenza oltre settantamila ebrei polacchi.
Il Reichsführer-SS Heinrich Himmler,recepito l’ordine del Fuhrer Adolf Hitler che ha imposto la “soluzione finale del problema ebraico” inizia a deportare altri 24.000 cittadini ebrei ,un terzo dei quali è destinato ai campi di sterminio mentre i due terzi saranno impiegati come forza lavoro a basso costo nelle industrie tedesche.
E’ la goccia che fa traboccare il vaso;da un po di tempo all’interno del ghetto si è formato un nucleo di resistenza all’invasore nazista,che il 19 aprile 1943 passa decisamente all’attacco,cogliendo completamente di sorpresa l’esercito nazista.
Per quasi un mese l’eroica resistenza dei patrioti terrà in scacco le soverchianti forze nemiche,fino al 16 maggio 43,quando anche l’ultimo nucleo di resistenza verrà annientato.


La rivolta,film originariamente girato per la tv con una durata di 3 ore venne successivamente ridotto a 160 minuti ed ebbe quindi una versione cinematografica che usci nelle sale nel 2001.
La pellicola ricostruisce le vicende storiche di quei drammatici giorni,raccontando le vicende di alcuni protagonisti della rivolta del ghetto,patrioti e collaborazionisti semplici cittadini attraverso una visione globale di quelle che erano le reali condizioni di vita del ghetto stesso,nel quale la vita umana aveva da tempo perso ogni valore, schiacciata da un’occupazione che considerava gli abitanti stessi solo merce senza valore,esseri umani senza alcuna dignità da trattare come bestie e da schiacciare come esseri inferiori,salvo mantenerne in vita alcuni per utilizzarli come moderni schiavi,o da depredare di tutto quello che aveva un valore economico.
I personaggi che si muovono all’interno della storia danno una visione personale delle condizioni di vita del ghetto,tra l’incubo della deportazione e la speranza di sopravvivere fino al giorno in cui le potenze alleate avrebbero alla fine avuto ragione dello strapotere nazista,speranze frustrate dal passare dei giorni scandito da condizioni di vita sempre più umilianti, che annichiliscono fin anche la dignità umana.
Mordecai Anielewicz,uno dei pochi giovani rimasti nel ghetto ad un certo punto pronuncia una frase emblematica,che riassume l’essenza stessa della vita dei reclusi “Può un uomo con una morale mantenerla in un mondo immorale?”


Una domanda che tornerà,sotto altre forme,in quelle fabbriche dello sterminio che erano i lager; che qui sono solo dei fantasmi,perchè la gente del ghetto ignora assolutamente l’esistenza dei campi di sterminio.
E in realtà anche il ghetto ad un certo punto è una variante di Buchenwald o Bergen Belsen;al suo interno si muore di fame,di sopprusi,di violenza.
Si muore senza dignità.
A questa logica si oppongono in pochi;qualcuno,fuori da Varsavia,cerca disperatamente di organizzare un viaggio in Israele ma la quasi totalità dei cittadini assiste,quasi fatalmente,al genocidio del ghetto.
Che non è immediatamente visibile e questo porta molti a sopportare tutto,in attesa di un aiuto dall’esterno che non arriverà mai,tutt’altro.Si pensi a Stalin che interverrà in Polonia solo per prendersi la sua parte…
La rivolta racconta quindi l’organizzazione da parte di Mordechai,di Yitzak Zuckerman,di Kazik e pochi altri di un movimento disperato che provi almeno a salvare la dignità.


Cosa che per esempio fa Adam Czerniakow,capo del Consiglio ebraico,che tenta di proteggere la sua gente raccogliendo una grossa somma di denaro per salvare da morte certa un pugno di abitanti del ghetto,ignorando il fatto che
i nazisti usavano lo stesso sistema in tutte le zone occupate,salvo poi ovviamente non rispettare gli accordi presi.
Tra queste e altre storie,come quella di Tosia Altman,la ragazza sottoposta ad una delle abominevoli ispezioni corporali fatte dai nazisti,si assiste ad uno spaccato della vita del ghetto,con la conclusione della vicenda,amara,per tutti i protagonisti.
Un film ben diretto,asciutto,senza retorica,che racconta quasi freddamente gli avvenimenti di quei drammatici giorni.
Un taglio documentaristico che giova all’economia della pellicola,che si avvale di attori particolarmente in forma,a cominciare da Donald Sutherland passando per Hank Azaria,a LeeLee Sobieski,una vera rivelazione e sopratutto John Voight
nelle vesti di Jurgen Stroop,il “boia di Varsavia”,che,condannato a morte dagli alleati visse fino al 1952,quando estradato in Polonia venne definitivamente condannato all’impiccagione e giustiziato.
Tutti bravi,quindi,anche i meno noti;da segnalare la sobria colonna sonora di Maurice Jarre.
Un film che va visto,se possibile,nella sua versione integrale che purtroppo in Italia è assolutamente introvabile;anche la versione ridotta è irreperibile.

La rivolta
Un film di Jon Avnet. Con Jon Voight, Donald Sutherland, Leelee Sobieski, Hank Azaria, David Schwimmer Drammatico, durata 153 min. – USA 2001

David Schwimmer: Icchak Cukierman
Donald Sutherland: Adam Czerniaków
Leelee Sobieski: Tosia Altman
Hank Azaria: Mordechaj Anielewicz
Jon Voight: Jürgen Stroop
Cary Elwes: dott. Fritz Hippler
Sadie Frost: Zivia Lubetkin
John Ales: Marek Edelmann
Mili Avital: Devorah Baron
Nora Brickman: Clara Linder
Stephen Moyer: Simcha Rotem
Radha Mitchell: Mira Fuchrer
Eric Lively: Arie Wilner
Alexandra Holden: Frania Beatus
Andy Nyman: Calel Wasser
Jesper Christensen: gen. Friedrich Krüger
Palle Granditsky: dott. Janusz Korczak

Regia Jon Avnet
Sceneggiatura Jon Avnet e Paul Brickman,
Musiche Maurice Jarre
Fotografia Denis Lenoir
Montaggio Sabrina Plisco
Production Design Benjamín Fernández
Costume Design George L. Little

Mag 21, 2018 Posted by | Drammatico | , , , | 2 commenti

Marlowe indaga

L’investigatore Philip Marlowe,americano in trasferta londinese viene convocato a casa del generale Sternwood che lo incarica di effettuare indagini
su una sordida storia di ricatti.
Così il cinico e disincantato investigatore si trova a procedere in un ambiente moralmente degradato;i primi sospetti sono Arthur Geiger,un libraio che sembra nascondere segreti innominabili,la sua bella segretaria Agnes e il di lei amante Joe.
Ancora più equivoche sono le figlie di Sternwood:la più giovane,Camilla,è anche apparentemente la più fragile,affetta com’è da una tossicodipendenza estrema mentre Charlotte,la figlia più grande, ha un comportamento ambiguo,legato anche alla misteriosa scomparsa di suo marito Rusty.
Una serie di omicidi porta Marlowe a chiudere,all’apparenza,la sua indagine,tanto che l’anziano generale decide di congedarlo.
Ma Marlowe non è convinto da quanto scoperto e prosegue le sue indagini,sotto pressione anche da parte dell’ispettore di Scotland Yard Carlson.
Si imbatte così in un altro losco individuo,Eddie,padrone di un ancor più losco club.


Nel frattempo Marlowe è richiamato dal generale,che ha deciso di scoprire la verità sulla scomparsa del marito di Charlotte;dopo una serie di colpi di scena Marlowe dipana la matassa…
Marlowe,l’immortale investigatore creato dalla penna di Raymond Chandler,torna sugli schermi per la seconda volta interpretato da Robert Mitchum,dopo Marlowe,il poliziotto privato del 1975 in questo secondo capitolo,Marlowe indaga.
Il film è diretto da Michael Winner,che gira il remake di The big sleep-Il grande sonno che a sua volta era stato diretto da Howard Hawks nel 1946 con l’interpretazione di Humphrey Bogart.
Senza fare paragoni al limite del blasfemo,vista l’enorme differenza qualitativa oltre che temporale dei due prodotti,si può però tranquillamente dire che il film di Winner perde abbastanza nettamente l’improponibile confronto.
A parte la differenza di ambientazione,americana nel caso di Hawks,londinese in quello di Winner,l’aderenza al romanzo omonimo originale di Chandler (1939) pur essendo pedissequa risulta farraginosa e irrisolta.
Alcuni passaggi del film,così mirabilmente espletati da Hawks diventano nel remake di difficile comprensione,spesso anzi contribuiscono a rendere il film incomprensibile.


Marlowe,al quale Bogey aveva fornito mirabilmente la sua espressione sofferta,cinica,dura in Mitchum resta inespressa;la dove Bogart aveva fornito un’interpretazione memorabile dell’investigatore,uomo solitario ma intimamente preda di debolezze che si intuiscono dalla mimica del grande attore di New York,in Mitchum,probabilmente stanco,ormai quasi settantenne,è limitata ad una interpretazione asciutta ma piatta.
Non un brutto film,per carità,ma un film che rappresenta una grande occasione sprecata.
Alla luce anche del grande cast assemblato,che include un’altra vecchia gloria come James Stewart e Richard Boone,Oliver Reed e John Mills,mentre le donne del film sono Sarah Miles,Joan Collins e Candy Clark.
Michael Winner,che negli anni precedenti aveva sbancato i botteghini con film come Professione assassino ,Scorpio,L’assassino di pietra e Il giustiziere della notte,si limita ad una regia diligente ma priva di qualsiasi picco che ne rialzi in qualche modo le sorti.


Tant’è vero che il film passò quasi inosservato nelle sale e ignorato da buona parte della critica,che evitò accuratamente una fin troppo facile pubblica lapidazione del film.
Detto di Mitchum,molto a disagio,si può tranquillamente glissare sul resto del cast che professionalmente fa il suo ma è stretto nel grigiore di una sceneggiatura e di una regia davvero appena sufficiente.
Un film che in pratica è finito nel dimenticatoio,a differenza dell’originale,da tempo divenuto un classico della cinematografia,tanto da essere conservato nella Biblioteca del Congresso.

Marlowe indaga
Regia di Michael Winner. Un film con Robert Mitchum, Joan Collins, James Stewart, Candy Clark, Sarah Miles, Richard Boone. Titolo originale: The Big Sleep. Genere Poliziesco – Gran Bretagna, 1978, durata 100 minuti

Robert Mitchum: Philip Marlowe
Sarah Miles: Charlotte Sternwood
Richard Boone: Lash Canino
Candy Clark: Camilla Sternwood
Joan Collins: Agnes Lozelle
Edward Fox: Joe Brody
John Mills: ispettore Jim Carson
James Stewart: Gen.Sternwood
Oliver Reed: Eddie Mars
Harry Andrews: Norris
Colin Blakely: Harry Jones
Richard Todd: Comandante Barker

Giorgio Gusso: Philip Marlowe
Noemi Gifuni: Agnes Lozelle
Bruno Alessandro: ispettore Jim Carson
Renzo Palmer: Eddie Mars
Mario Erpichini: Norris
Leo Gullotta: guardia del corpo di Eddie Mars

Regia Michael Winner
Soggetto Raymond Chandler (Romanzo)
Sceneggiatura Michael Winner
Fotografia Robert Paynter
Musiche Jerry Fielding
Scenografia Harry Pottle, John Graysmark

Erano pressappoco le undici di una mattina di metà ottobre, con il sole velato e sulle colline un bagliore che preannunciava pioggia a rovesci.
Mi ero messo l’abito azzurro polvere con camicia, cravatta e fazzolettino, scarpe nere e calze di lana nera con una fantasia di orologi blu.
Ero in ordine, pulito, rasato e sobrio, e non me importava che lo si notasse o no. Ero esattamente quello che ci si aspetta da un elegante investigatore privato.
Andavo a far visita a quattro milioni di dollari.

Raymond Chandler

Mag 9, 2018 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

La pelle

Sgradevole.Spietato.Cattivo.
Eppure anche terribilmente vero,allucinante.
Un viaggio tra le umane miserie mostrato senza alcun filtro,attraverso la testimonianza di prima mano dello scrittore Curzio Malaparte,(pseudonimo di Kurt Erich Suckert ) autore di La pelle,un’opera neorealistica sulle sue esperienze come ufficiale di collegamento con l’esercito americano del neonato,scalcinato esercito italiano post fascista.
Un romanzo sgradevole,dal quale Liliana Cavani trae un film molto aderente all’opera di Malaparte,trasmettendo con le immagini il viaggio attraverso l’inferno di Malaparte (novello Virgilio) che accompagna una moltitudine di Dante attraverso le bolge dell’inferno stesso,che in questo caso è una Napoli in cui la guerra ha lasciato ferite talmente profonde da aver trasformato gli stessi abitanti della città in anime perdute,pronte ad ogni bassezza per salvare la vita,per il pane e perchè no,per i simboli di quelli che saranno i totem del futuro,come un semplice pacchetto di sigarette.
La Cavani dirige La pelle nel 1981,in un momento storico in cui il cinema italiano vive ormai solo di glorie passate,che sta per essere travolto da una crisi scaturita da fattori contingenti,dei quali ho ampiamente parlato in altre occasioni.


Il prodotto finale è una pellicola che disturba,pur facendo riflettere.
Un film in cui tutti i protagonisti appaiono in bianco e nero,senza sfumature e con la predominanza totale del secondo colore.
Curzio Malaparte,protagonista del film,il Virgilio del viaggio,è un uomo ormai cinico e disincantato,che ha visto nel corso della sua vita nascere e poi agonizzare quel fascismo a cui in principio aveva aderito con entusiasmo,salvo poi abbandonare quando la dittatura aveva mostrato il suo vero volto,portando il paese,gli italiani,alla rovina economica,morale e materiale.
Malaparte,come detto all’inizio,è ufficiale di collegamento con i “liberatori americani“,che deve guidare attraverso un acclimatamento culturale problematico ad un rapporto che sia il più morbido possibile con gli ex nemici,ora alleati,quegli italiani
che da un giorno all’altro hanno cambiato alleanza,tra diffidenze comprensibili degli ex nemici.


Diffidenze che Malaparte non smette mai di sottolineare,senza però mai prendere posizione,quasi fatalmente rassegnato all’impossibilità oggettiva di conciliare le culture di due mondi inconciliabili,storicamente e socialmente.
Con l’appoggio del generale Mark Clark,tipico yankee preoccupato più dalle apparenze che dalla sostanza,Malaparte conduce di volta in volta i suoi compagni di viaggio,come il Tenente Jimmy Wren o il Capitano Deborah Wyatt,attraverso una Napoli ridotta ad una casbah impenetrabile di abiezione morale,sconvolta dalla fame,dai bombardamenti,dalla miseria.
Così,di volta in volta,guardiamo esterefatti la prostitute napoletane (una marea) che cambiano colore al pube “perchè i neri amano le bionde“,un carro armato che due soldati americani tentano di vendere al losco Eduardo Mazzullo e che mentre avviene la trattativa


viene completamento smontato da una banda di scugnizzi napoletani,la ragazza vergine che il padre mostra,a pagamento,alle truppe americane e che fa dire a Malaparte “Quel popolo che nelle strade faceva commercio di se stesso, del proprio onore, del proprio corpo, e della carne dei propri figli,
poteva mai essere lo stesso popolo che pochi giorni innanzi, in quelle stesse strade, aveva dato così grandi e così orribili prove di coraggio e di furore contro i tedeschi?“,i bambini venduti dalle madri ai soldati marocchini che abusano sessualmente degli stessi.
E poi il soldato yankee che salta su una mina e resta con le budella in mano,la sirena servita al pranzo a cui sono presenti il Generale Mark Clark e la Capitano Deborah Wyatt,i soldati tedeschi venduti a peso da Marzullo che ne ricaverà ben 50.000 dollari.
Un campionario di varia umanità che Malaparte riassume così “Napoli […] è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica.
Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. […] Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.
Il finale del film è pervaso da un pessimismo senza fine,e lo testimoniano gli ultimi minuti dello stesso,nei quali accadono alcuni fatti:dapprima l’eruzione del Vesuvio,con il classico ognuno pensi per se,con ulteriori distruzioni che colpiscono una città già martoriata;lo stupro del capitano Deborah Wyatt, perpetrato dai suoi stessi soldati e infine la drammaticissima scena finale che fa esclamare a Malaparte,rivolto al tenente Jim “Tu vai,Jim,tu vai.Hai vinto“,mentre guarda i poveri resti di un civile travolto da un carro armato e ridotto ad una poltiglia sanguinolenta.
E’ la definitiva resa di un uomo che ha perso anche l’ultimo brandello di speranza,quella speranza ammantata di cinismo che nonostante tutto lo aveva sorretto per tutto il percorso fatto.
Un finale triste,desolante.
Così come desolante è tutta la storia raccontata da Liliana Cavani con immagini terribili,un vero pugno nello stomaco.
Un pugno negli occhi anche,perchè visivamente il film non risparmia nulla.


Solo la scena dello stupro è tralasciata,quasi a simboleggiare la differenza tra due stupri di differente portata,quello perpetrato ai danni di una città secolarmente sfruttata dai vari dominatori che si sono succeduti al potere e quello ai danni di una cittadina americana proprio da quei soldati che Malaparte aveva difeso,dicendo “Voglio bene agli americani, qualunque sia il colore della loro pelle, e l’ho provato cento volte, durante la guerra. Bianchi o neri, hanno l’anima chiara, molto più chiara della nostra.
Voglio bene agli americani perché sono buoni cristiani, sinceramente cristiani. Perché credono che Cristo sia sempre dalla parte di coloro che hanno ragione. Perché credono che è una colpa grave aver torto, che è una cosa immorale aver torto.
Perché credono che essi soli son galantuomini, e che tutti i popoli d’Europa sono, più o meno, disonesti. Perché credono che un popolo vinto è un popolo di colpevoli, che la sconfitta è una condanna morale, è un atto di giustizia divina.
Liliana Cavani chiama, a raffigurare Malaparte,a darne sfumature e dettagli,personalità e pensieri,un ottimo Mastroianni,che viaggia per tutto il film con un sorriso a metà strada tra il rassegnato e il comprensivo,il cinico e lo sconfortato.
Bravi anche Burt Lancaster (il Generale) che è uno yankee tutto di un pezzo,incarnazione di quell’America così ben descritta da Malaparte nel pensiero su citato,una ottima Claudia Cardinale e un altro giovanottone tipicamente yankee,Ken Marshall,ovvero il Tenente Jimmy Wren.
In ultimo segnalazione per il losco trafficante Marzullo,splendidamente interpretato da Carlo Giuffrè.
Un film da vedere,possibilmente in una serata in cui non si è di pessimo umore….

La pelle

Un film di Liliana Cavani. Con Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Burt Lancaster, Marta Bifano, Ken Marshall,Jacques Sernas, Cristina Donadio, Liliana Tari, Peppe Barra, Carlo Giuffrè, Jeanne Valérie, Nuccia Fumo, Linda Moretti, Alexandra King, Yann Babilee, Cristina Arnadio, Maria Rosaria Della Femmina, Gianni Abbate, Anna Maria Ackermann, Concetta Barra, Giselda Castrini, Antonella Cioli,
Giovanni Crosio, Antonio Ferrante, Giuliana Gargiulo, Elio Polimeno, Paolo Pieri, Bruno Parisio, Anna Walter, Dan Waddle, Bob Braun, Gene Tootle, Jack Flick, Marc Dyer, Brad Nimmo, Steve Reardon,Al Braun, Tomas Arana Drammatico, durata 133 min. – Italia 1981.

Marcello Mastroianni: Curzio Malaparte
Burt Lancaster: Generale Mark Clark
Claudia Cardinale: Principessa Consuelo Caracciolo
Ken Marshall: Tenente Jimmy Wren
Alexandra King: Capitano Deborah Wyatt
Carlo Giuffré: Eduardo Mazzullo
Yann Babilée: Jean-Louis
Jeanne Valérie: Principessa a Capri
Liliana Tari: Maria Concetta
Peppe Barra: Sarto
Cristina Donadio: Amica di Anna
Rosaria della Femmina: Amante di Jimmy
Jacques Sernas: Generale Guillaume
Giselda Castrini: Mafalda

Regia Liliana Cavani
Soggetto Curzio Malaparte
Sceneggiatura Robert Katz, Liliana Cavani
Produttore Renzo Rossellini jr., Alain Poiré
Musiche Lalo Schifrin, Roberto De Simone

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo.

“Non posso abbandonare i miei morti, Jimmy. I vostri morti ve li portate in America. Ogni giorno partono per l’America piroscafi carichi di morti. Sono morti ricchi, felici, liberi. Ma i miei morti non possono pagarsi il biglietto per l’America, sono troppo poveri. Non sapranno mai che cosa è la ricchezza, la felicità, la libertà. Sono vissuti sempre in schiavitù; hanno sempre sofferto la fame e la paura. Saranno sempre schiavi, soffriranno sempre la fame e la paura, anche da morti. E’ il loro destino, Jimmy. Se tu sapessi che Cristo giace fra loro, fra quei poveri morti, lo abbandoneresti?”
“Non vorrai darmi a intendere” disse Jimmy “che anche Cristo ha perso la guerra.”
“E’ una vergogna vincere la guerra” dissi a voce bassa.

Curzio Malaparte

Mag 7, 2018 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

La corrispondenza

In un bellissimo brano di Franco Battiato,La cura,c’è una frase che recita:”Supererò le correnti gravitazionali,lo spazio e la luce per non farti invecchiare…” che in qualche modo si adattano benissimo al film di Tornatore La corrispondenza del quale parlerò tra poco.
Un brano che è un inno all’amore,così come un inno all’amore,fuori dal tempo e dalle leggi fisiche è La corrispondenza,forse il film più intimista del regista di Bagheria; un film lontano da schemi ovvi e che parla d’amore in un linguaggio che non è melenso o strappalacrime,che racconta una storia che in fondo tutti vorrebbero vivere,una storia d’amore assoluto,di quelle che sublimano il più nobile dei sentimenti trasportandolo in una dimensione in cui anche la morte fisica è un dettaglio.Non di poco conto,perchè la grande livellatrice porta via con se tutto quello che si costruisce
e tutto quello che è reale ma che in fondo è solo una tappa,la più dolorosa ma anche la più inevitabile,che però può anche trasformarsi in qualcosa che vive nel ricordo di chi sopravvive perpetuandosi giorno per giorno,rinnovandosi e lasciando al superstite la consapevolezza di aver vissuto una storia straordinaria,che le barriere della fisicità può solo modificare ma non distruggere.


E’ l’assioma di partenza (e anche finale) dello straordinario film di Tornatore tornato dietro la macchina da presa dopo l’eccellente risultato di La migliore offerta,altra opera di grande spessore di quello che attualmente è il regista italiano più sensibile e
innovatore del grande schermo.
Il tema ultra terreno non è una novità per Tornatore;in qualche modo lo aveva già affrontato in Una pura formalità,l’enigmatico film del 1994 in cui il regista si era cimentato in una complessa storia in cui i rigidi confini della corporeità avevano lasciato spazio ad una storia in cui proprio la logica terrena si era fatta sfuggente,inafferrabile.
In La corrispondenza siamo di fronte ad una storia d’amore tra una giovane donna e un maturo scienziato,divisi dall’età e dall’attività frenetica dell’uomo ma uniti da una complicità,da un affetto che hanno dello straordinario.
Un rapporto che si sublima in un affetto che l’uomo elargisce alla giovane donna con un attaccamento che ha dell’incredibile,fatto di tanti piccoli gesti e di attenzioni che travalicano il rapporto passionale,trasformandosi in qualcosa di così profondo che,quando apprendiamo
della sua morte ( e sopratutto quando lo apprende lei) si resta sgomenti,in attesa dell’inevitabile dolorosa attesa dello scorrere della pellicola che ci racconti il passato della coppia.


Invece ecco la sorpresa.
Lui,Ed,sapeva di essere ammalato e aveva nascosto a lei,Amy,la sua mortale malattia;lo aveva fatto per pudore,per non far soffrire l’amata,per risparmiarle l’atroce agonia della malattia.
Ma aveva predisposto tutto per lasciarle la testimonianza del suo amore,per trasformarsi in una guida ultra terrena,per non lasciarla sola nel dolore…
Dal momento della scomparsa di Ed,Amy riceve lettere,mail,video e cd con filmati consegnati secondo uno schema studiato nei minimi particolari da Ed;avvalendosi di una serie di amici,al corrente della sua relazione con la donna,Ed si trasforma in una guida ultraterrena forse un po invadente,ma del resto cosa conta? Un uomo innamorato come lui può essere perdonato per questo estremo tentativo di vincere il vincolo invalicabile della morte.
E Amy in fondo si sente meno sola,guidata dal suo maturo amore;ha scoperto di essere vegliata in modo invisibile ma non per questo meno presente.
Tuttavia arriva la crisi.
Ed,al corrente dei problemi di Amy con sua madre è andata a trovare quest’ultima,per cercare di riavvicinare le due donne,separate dal senso di colpa di Amy che si ritiene responsabile della morte del padre in un incidente stradale.
La reazione della ragazza è drastica;come da istruzioni ricevute,compone 11 volte il nome di Ed sul telefono ed invia un messaggio,in modo da cessare i rapporti con l’invisibile innamorato.Distrugge anche un cd che l’uomo le aveva inviato,in quel modo sottilmente inquietante.
Ma quando dopo qualche giorno ad Amy appare chiaro che non riverà più nulla,ecco il pentimento.


E il percorso a ritroso,nel tentativo di recuperare quel rapporto del quale adesso sa che non può più fare a meno.Si reca a Borgo Ventoso,il loro nido d’amore (che Ed le ha lasciato in eredità,con la complicità dei figli) tenta insomma di recuperare quel rapporto impossibile
E scoprirà che anche Ed aveva le sue crisi nella parte finale della sua vita,fino all’ultimo,drammatico video…
Un film delicato,poetico ed intriso di una vena di malinconia percepibile sin dalle prime battute, e che prosegue inesorabilmente mentre la trama avviluppa lo spettatore in un labirinto delle emozioni che si percorre adagio.
Adagio come il ritmo ipnotico del film,cadenzato su passi di una lentezza che però è assolutamente funzionale ad un film delle emozioni.
Che racconta proprio questo:emozioni.
Ci si possono vedere molte cose,in La corrispondenza.
Qualcuno ci ha visto un amore malato,una persecuzione post mortem di un uomo che non vuole arrendersi al suo fato,altri ci hanno visto un inganno di amorosi sensi,altri una storia melensa e noiosa.
In realtà siamo di fronte ad una storia d’amore,nient’altro.


E in un periodo storico in cui l’amore è visto come qualcosa di cui vergognarsi o come qualcosa di mercificabile e vendibile,spendibile a seconda delle proprie necessità ecco che solo chi realmente prova questi sentimenti nella maniera più piena e pura è in grado di apprezzare una storia
che travalica il quotidiano per trasformarsi in un continuum eterno,assoluto.
Si possono cosi comprendere le reazioni scomposte di un pubblico incapace di assaporare una storia fuori dagli schemi,dalle convenzioni.
Una storia in fondo semplice,che mira direttamente ad un valore oggi in forte crisi.
Tutti parlano d’amore,confondendolo con il possesso o con mille altri orpelli che creiamo ad arte,incapaci come siamo di assaporare quelle che sono le cose pregnanti e fondamentali dell’esistenza.
Ecco,se c’è una lezione da apprendere dal film di Tornatore è proprio quella di riassaporare il sentimento nella sua forma più pura,più totalitaria.
Lasciandoci andare,per una volta,oltre stereotipi e schemi pre costruiti,vantandoci e non vergognandoci della nostra umanità,del nostro desiderio di eternare quello che è in assoluto il sentimento più nobile dell’essere umano.

Per quanto riguarda il resto del film,da gustare le splendide location,che vanno dagli ariosi spazi di Edimburgo alla stupenda Borgo Ventoso,che nella realtà è la magnifica Isola di san Giulio sul Lago d’Orta,impreziosita da qualche scena girata nella magica Isola dei Pescatori sul lago Maggiore,in quella Stresa che è uno dei suoi gioielli.
Semplicemente straordinaria la Olga Kurylenko,che regge con gli sguardi,con le espressioni del volto la stragrande maggioranza del film.
Ottimo anche Jeremy Irons,sicuramente sacrificato nel non facile ruolo del fantasma virtuale,che compare solo su Skype o attraverso registrazioni video.
Un film di rara bellezza,che trasporta lo spettatore in un oasi di pace e serenità dei sensi.
Tutto grasso che cola in tempi ostili e cupi.

La corrispondenza

Regia di Giuseppe Tornatore. Un film con Jeremy Irons, Olga Kurylenko, Simon Anthony Johns, James Warren , Shauna Macdonald. Genere Drammatico – Italia, 2015, durata 116 minuti

Jeremy Irons: Edward “Ed” Phoerum
Olga Kurylenko: Amy Ryan
Simon Johns: Jason
James Warren: Rick
Shauna MacDonald: Victoria
Oscar Sanders: Nicholas
Paolo Calabresi: Ottavio
Rod Glenn: Grip

Luca Ward: Ed Phoerum
Benedetta Degli Innocenti: Amy Ryan
Gianfranco Miranda: Jason
Alessandro Quarta: Rick
Emanuela Rossi: Vittoria
Michele Kalamera: Dott. Sobieski

Regia Giuseppe Tornatore
Soggetto Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura Giuseppe Tornatore
Casa di produzione Paco Cinematografica, Rai Cinema, Warner Bros.
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Fabio Zamarion
Montaggio Massimo Quaglia
Effetti speciali Renato Agostini, Mario Zanot
Musiche Ennio Morricone
Costumi Patrizia Bernardini

“Il tempo matematico
entra nella stanza, s’insinua dalla finestra con le geometrie di
luce dell’alba, ha già ripreso il suo calcolo.
Prima che la luce invadesse il mondo, Ed si era già rivestito.
Amy gli resta abbracciata. Lo bacia ancora, sulle labbra, poi sul
mento”

“Ricordo esattamente l’istante in cui nel mezzo della folla annoiata mi sono accorto del tuo sguardo incantato.
In quel momento ho capito cosa deve provare un’anima sperduta quando, tra tanti corpi, riconosce quello in cui sceglie di reincarnarsi…”

““Se vivi con la testa tra le stelle, prima o poi una ti si ficcherà nel cervello”

“Il mio errore è stato non averti incontrata prima. Non aver potuto vivere a lungo accanto a te. Mi sembra un’ottima ragione per perdere il dono dell’eternità…”

“I luoghi e le cose non sono mai gli stessi, cambiano incessantemente, cambiano con noi, con l’energia che ci trasforma senza tregua.”

“La mente umana non è fatta per capire l’infinito, come non è fatta per capire l’amore.”

“Se l’icona di una nuova mail o di un nuovo messaggio appare sul tuo pc, qualcuno nel mondo là fuori sta pensando a te.”

gennaio 8, 2018 Posted by | Drammatico | , , | 2 commenti

La migliore offerta

Virgin Oldman è un noto e stimato banditore d’aste,oltre che essere un collezionista d’arte e un grande esperto di pittura.
E’ un misogino,che vive in una grande e lussuosa casa,completamente solo;non ama il contatto con gli altri,tanto da indossare sempre
dei guanti,pranza da solo,non ha amicizie maschili nè femminili.
L’unico tributo alle donne consiste nella sua straordinaria collezione di ritratti femminili,nascosta in un caveau del suo appartamento;ritratti di donne,di grandi artisti,come Raffaello,Tiziano,Modigliani,che Oldman ha raccolto nel corso della sua carriera.
Il giorno del suo compleanno Oldman riceve una telefonata;una voce femminile,che si identifica come Claire Ibbetson gli chiede la disponibilità a periziare la collezione di oggetti d’arte che la donna dice di aver ereditato dai genitori.
Poco incline ad accettare,Oldman si reca comunque alla villa in cui la ragazza vive,ma della donna non c’è traccia.Innervosito dal comportamento di Claire,che sembra sfuggire il contatto fisico con lui,Virgil è sul punto di abbandonare tutto ma alla fine,parlando con la ragazza dietro una porta chiusa,apprende alcune cose su di lei.


Claire soffre di una rara forma di agorafobia e vive praticamente come una reclusa nella grande villa visitata da Virgil,in compagnia di un servitore che comunque non l’ha mai vista di persona.Incuriosito,Virgil inizia a frequentare la villa di Claire e a ordinare la collezione di opere d’arte della stessa;parallelamente,Virgil raccoglie dagli scantinati della villa alcune parti meccaniche,che scoprirà appartenere ad un automa costruito dal leggendario Jacques de Vaucanson.
Poco alla volta il rapporto tra Virgil e Claire evolve,complice anche le confidenze che Virgil fa a Robert,un giovane esperto di meccanica al quale si è rivolto per cercare di ricostruire l’automa di Vaucanson. Contemporaneamente Virgil cerca di acquisire alla sua collezione altre opere d’arte,con l’aiuto dell’amico ( e complice) Billy Whistler,che partecipa ad
alcune aste e acquista per conto di Oldman opere di gran valore ad un prezzo irrisorio.
Con il passare dei giorni Virgil è sempre più stregato dalla personalità contraddittoria di Claire;dopo essersi nascosto riesce finalmente a vederla e in seguito,conquistata la sua fiducia,finalmente la vede da vicino


Per lui è amore,che sembra essere ricambiato da Claire;così Virgil riesce a portarla a casa,dove le mostra anche il suo tesoro di dipinti;deciso a vivere con lei,annuncia alla donna di voler lasciare il suo lavoro di banditore e sceglie Londra come ultima asta della sua carriera.Claire non parte con lui,perchè ancora poco avvezza alle uscite pubbliche.
Al ritorno Virgil non la trova in casa;anzi,il caveau dei dipinti è completamente vuoto,l’unica presenza è quella dell’automa di Vaucanson,completamente ricostruito,che,beffardamente,ripete di continuo “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico:sono d’accordo
con te,infatti mi mancherai,Mister Oldman
Per Virgil è un colpo terribile;Claire,Robert e il suo amico Billy hanno complottato assieme per derubarlo.
La conferma Virgil la ha quando si reca nel laboratorio di Robert e lo trova completamente abbandonato.Anche la villa è vuota,e nel bar di fronte ad essa trova quella che è la vera Claire,una nana dalla memoria prodigiosa,che affitta la villa a produzioni cinematografiche.Nessuna traccia nemmeno del custode…


La migliore offerta,di Giuseppe Tornatore,è una pregevole opera in bilico tra il thriller e il dramma,un film di assoluto livello nel corso del quale il premio Oscar per Nuovo cinema Paradiso conferma il suo assoluto eclettismo
raccontando una storia inconsueta,quella tra un misogino cultore d’arte e una misteriosa ragazza che riuscirà a tirar fuori dal guscio il maturo uomo,ridandogli o meglio,dandogli per la prima volta una dimensione da uomo che però il protagonista pagherà ad un prezzo altissimo.
Il finale è beffardo ma anche esplicativo.
La scena finale,nella piazza di Praga,con Virgil che al cameriere che gli chiede se è solo risponde di no,dice tutto quello che la mancanza di un dialogo avrebbe detto.
Ovvero che l’uomo,nonostante tutto,continua ad essere innamorato della ragazza.Che gli ha mentito,della quale non sa nemmeno il vero nome,che lo ha tradito ma che forse in due occasioni è stata sincera.


Quando,per esempio,gli ha detto “ricordati che qualunque cosa accada io ti amo” o quando gli ha raccontato l’unico episodio forse non inventato,parlando di quel luogo per le speciale,forse in assoluto l’unico frammento di verità in un mare di finzione.
Davvero un bel film,con una robusta sceneggiatura e in cui la lentezza appare come elemento essenziale per fare del film un quadro d’ensemble fatto di tanti tasselli.
Che alla fine si incastrano tutti.


Ottime le prove degli attori protagonisti,fra i quali un ispirato Geoffrey Rush,una bella e misteriosa Sylvia Hoeks,un camaleontico Donald Sutherland e un ottimo Jim Sturgess.
Molto belle le musiche del maestro Morricone,per un film da riscoprire a 5 anni dalla sua uscita,una delle cose migliori del cinema italiano degli anni duemila.

La migliore offerta

Un film di Giuseppe Tornatore. Con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Dermot Crowley, Liya Kebede, Maximilian Dirr, Sean Buchanan, Lynn Swanson, Miles Richardson, Kiruna Stamell, Katie McGovern, Gerry Shanahan, Sylvia De Fanti, Brigitte Christensen, Jay Natelle, Anton Alexander, Laurence Belgrave, Rajeev Badhan, Patricia Meglio
Titolo originale The Best Offer. Drammatico, durata 124 min. – Italia 2012. – Warner Bros Italia

 

Geoffrey Rush: Virgil Oldman
Jim Sturgess: Robert
Sylvia Hoeks: Claire Ibbetson
Donald Sutherland: Billy Whistler
Philip Jackson: Fred
Dermot Crowley: Lambert
Kiruna Stamell: ragazza nel bar
Liya Kebede: Sarah

Rodolfo Bianchi: Virgil Oldman
Marco Vivio: Robert
Myriam Catania: Claire Ibbetson
Vittorio Di Prima: Billy Whistler
Ugo Maria Morosi: Fred
Carlo Valli: Lambert
Tiziana Avarista: ragazza nel bar
Laura Romano: Sarah

Regia Giuseppe Tornatore
Soggetto Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura Giuseppe Tornatore
Produttore Isabella Cocuzza, Arturo Paglia, Marco Patrizi (produttore associato)
Casa di produzione Paco Cinematografica
Warner Bros. Entertainment Italia
Distribuzione (Italia) Warner Bros. Entertainment Italia
Fotografia Fabio Zamarion
Montaggio Massimo Quaglia
Effetti speciali Mario Zanot (Storyteller)
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Maurizio Sabatini
Costumi Maurizio Millenotti

Vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore.

Anche in un falso d’arte c’è qualcosa di vero!

Mi dispiace di aver invaso i suoi pensieri..

L’ammirazione che provo per le donne è pari al timore che ho di conoscerle!

Claire: Allora non sono la prima: ne hai avute altre donne….
Virgil: Sì, le ho amate tutte e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti.

Quando pensi che con una donna è fatta,hai già perso il senso della strategia

Gli ingranaggi sono come le persone: se stanno molto tempo insieme, finiscono per assumere le forme reciproche!

gennaio 6, 2018 Posted by | Drammatico | , , , , | 5 commenti

Una breve vacanza

Clara è un’operaia di una fabbrica nell’hinterland di Milano.
Sposata,ha tre figli e si divide fra l’alienante lavoro in fabbrica e quello ancor più alienante in famiglia,nella quale al momento è anche l’unica fonte di reddito.
Il lavoro,le responsabilità le minano il fisico al punto che in seguito ad una visita medica a Clara viene prescritto un soggiorno in un sanatorio della Valtellina.
Lungi dall’essere un handicap,la cosa si trasforma in una specie di vacanza,perchè da quel momento Clara,libera da impegni famigliari e di lavoro ha finalmente tempo
per se stessa.Legge,stringe amicizie,si riposa e,conosciuto un operaio,ha anche il tempo per allacciare una platonica relazione con lui.
Ma la breve vacanza termina e Clara ritorna alla vita di tutti i giorni.


Malinconico ed esistenziale,Una breve vacanza è il penultimo film di De Sica regista,prima di Il viaggio,che nel 1974 porrà fine all’esperienza dietro la macchina da presa di De Sica.
Un film che pur partendo da una trama semplice e lineare,si trasforma nella descrizione ambientale e umana di una delle miriadi di solitudini metropolitane della capitale economica italiana,una Milano grigia come il suo cielo e come i volti delle figure che si muovono come fantasmi di cera tra i palazzoni e le vie della città.
Uno stridore che si avverte ancor più lancinante a paragone con le candide stanze del sanatorio,che a questo punto non è solo il posto deputato
alla cura delle ferite del corpo quanto piuttosto una via di fuga,per la protagonista,da una vita disumanizzante,vissuta come migliaia di altre dietro le porte chiuse di appartamenti anonimi,
consumate in un ruolo che vede la donna prigioniera di una routine peggiore della galera.


De Sica gira quindi un film in cui si mescolano diversi temi,dalla solitudine individuale della protagonista,stritolata dal lavoro in fabbrica e dagli obblighi di quello in famiglia passando attraverso una veloce disanima della condizione femminile negli anni settanta,con l’immagine di una donna che non solo non ha realizzato nessuna delle tante aspirazioni femminili,ma che
al contrario ha aggiunto ad una prigione il senso di responsabilità di dover mantenere anche una famiglia allargata da parenti e figli senza soluzione di continuità.
Bravissima Florinda Bolkan a calarsi nel ruolo della sfiorita Clara,che a tratti assomiglia a quello di un’altra grande figura femminile protagonista di un altro splendido film degli anni settanta,quello di Antonietta in Una giornata particolare di Scola.


Un film bello e ben girato,ottimamente interpretato da tutti gli attori;menzione particolare per Adriana Asti,che interpreta la signora Scanziani,una donna malata terminale nel sanatorio.Brevi comparsate anche per Christian De Sica e Monica Guerritore.
Il soggetto è di De Sica ancora una volta in coppia con Cesare Zavattini,alla loro ultima fatica assieme.
Purtroppo il film è di difficilissima reperibilità,nonostante sia passato qualche volta in tv.

Una breve vacanza
Un film di Vittorio De Sica. Con Florinda Bolkan, Renato Salvatori, José Maria Prada, Teresa Gimpera, Daniel Quenaud, Anna Carena, Miranda Campa, Adriana Asti, Hugo Blanco, Maria Mizar, Mario Garriba, Monica Guerritore, Christian De Sica Drammatico, durata 104 min. – Italia 1973

 

Florinda Bolkan: Clara
Renato Salvatori: Franco, marito di Clara
Daniel Quenaud: Luigi
Josè Maria Prada: dottor Ciranni
Hugo Blanco: fratello di Franco
Maria Mizar Ferrara: l’infermiera Garin
Adriana Asti: signorina Scanziani
Christian De Sica: giovane sul treno
Paolo Limiti: un medico

Regia Vittorio De Sica
Soggetto Rodolfo Sonego
Sceneggiatura Cesare Zavattini
Produttore Marina Cicogna, Arthur Cohn
Distribuzione (Italia) CIC (Cinema International Corporation)
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Luigi Scaccianoce, Adolfo Goppino

gennaio 4, 2018 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento

Nicola e Alessandra

Biopic ispirata alla vita di Nicola II Romanov,ultimo imperatore russo,che parte dalla nascita dello zarevic Alessio e termina con il massacro della famiglia imperiale avvenuto la notte tra il 16 e 17 luglio 1918 a Ekaterinburg.
In un ruolo defilato appare anche la zarina Alessandra Fedorovna Romanova,nipote della regina Vittoria;la storia drammatica dei due imperatori parte in pratica dal 1904 e termina quindi nel 1918,con la rivoluzione d’ottobre e con la presa del potere da parte dei bolscevichi.
Nicola II è imperatore suo malgrado;non ama il suo ruolo e in politica ha preso decisioni che si sono rivelate funeste per il popolo russo,peraltro spietatamente sfruttato da una classe nobiliare parassita.
La guerra con il Giappone ha lasciato ferite profonde mentre sul fronte interno la carestia e la crescente insofferenza degli strati più poveri della popolazione stanno creando le premesse per una rivolta che la corte prende con leggerezza,mostrando una miopia che avrà fatali conseguenze.
A corte,intanto,arriva un personaggio ambiguo,il monaco Gregory Rasputin;ha avuto un colpo di fortuna,salvando lo zarevic Alessio da una pericolosa emorragia (il giovane erede al trono soffriva di emofilia) e da quel momento la zarina lo ha voluto a corte,subendone il malefico influsso.
Le misere condizioni di vita del popolo russo sfociano in aperta rivolta e l’esercito russo interviene per sedare la rivolta,che costa centinaia di vite di inermi cittadini.


Come conseguenza Nicola II è costretto a concedere la formazione della Duma,un organismo rappresentativo in grado di emanare leggi.Nel frattempo si diffonde sempre più l’ideale comunista,propugnato dal movimento bolscevico e dal suo maggiore esponente Vladimir Ulianov detto Lenin.
Gli anni passano,ma le condizioni della Russia continuano a peggiorare;nel 1913 ritroviamo la famiglia Romanov alle prese con le precarie condizioni di salute di Alessio e con l’ingombrante figura di Rasputin accusato da più parti di tenere una vita licenziosa.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale la situazione precipita.
La Russia dichiara guerra all’impero tedesco e mentre lo zar è al fronte,la zarina Aessandra è sempre più soggiogata dal monaco Rasputin,finendo per seguirne tutti i consigli anche in politica estera.
L’andamento della guerra,che sembra portare la Russia sull’orlo della disfatta porta ad un’aperta rivolta del popolo mentre a corte una congiura di nobili porta all’assassinio di Rasputin;ormai è in moto un meccanismo che non è più possibile fermare.


Nicola II è costretto ad abdicare;lui e la sua famiglia vengono trasferiti a Tobol’sk per ordine del nuovo governo presieduto da Kerenskj.
Ma i bolscevichi hanno ormai iniziato la lotta finale contro la Duma e impossessatisi della famiglia imperiale la giustiziano a Ekaterinburg.
Diretto da Franklin J. Schaffner,Nicola e Alessandra è un affresco storico molto aderente ai fatti che realmente avvennero nel periodo citato.
Le figure che appaiono,da Nicola a Lenin,da Rasputin a Alessandra assomigliano anche fisicament ai protagonisti reali,dando cosi ulteriore verosimiglianza ai fatti narrati.
Un film peraltro abbastanza lungo,tre ore, in cui si cerca di raccontare,dati e documenti alla mano,quello che fu uno dei periodi storici che segnerà profondamente sia la storia della Russia che quella dell’intero novecento.


Kolossal del 1971 diretto da Franklin J. Schaffner,che l’anno precedente aveva diretto un’altra Biopic di alto valore,Patton generale d’acciaio,Nicola e Alessandra è un’opera di largo respiro,molto ben documentata e ottimamente diretta dal regista nativo del Giappone.
Tratto dall’omonimo romanzo di Robert K. Massie,Nicola e Alessandra ebbe lusinghiere recensioni critiche ma poco successo al box office;2 Oscar e altre 4 nomination,3 nomination ai Golden Globe,3 ai Bafta sono il palmares di  un film purtroppo scomparso anche dai canali tv.
Ben diretto e ben recitato,da un cast di attori anche fisicamente molto simili ai reali protagonisti,vede tra gli attori la presenza di Lawrence Olivier,Michael Jayston e Janet Suzman,tutti decisamente a loro agio e tutti davvero credibili.
Ottima fotografia,splendidi costumi.
Purtroppo in rete è un film assolutamente introvabile.

Nicola e Alessandra
Un film di Franklin J. Schaffner. Con Laurence Olivier, Michael Jayston, Janet Suzman, Brian Cox Titolo originale Nicholas and Alexandra. Storico, durata 183 min. – Gran Bretagna 1971

Michael Jayston: Zar Nicola II
Janet Suzman: Zarina Alessandra
Roderic Noble: Zarevic Alexei
Ania Marson: Granduchessa Olga Nikolaevna
Lynne Frederick: Tatiana
Candace Glendenning: Granduchessa Marie Nikolaevna
Fiona Fullerton: Anastasia
Harry Andrews: Granduca Nicholas
Irene Worth: L’imperatrice vedova Maria Feodorovna
Tom Baker: Grigorij Efimovic Rasputin
John McEnery: Kerenskij
Michael Bryant: Vladimir Lenin
Jack Hawkins: conte Fredericks
Timothy West: Dr. Sergej Botkin
Katherine Schofield: Tegleva
Jean-Claude Drouot: M. Pierre Gilliard
John Hallam: Nagorny
Guy Rolfe: Dr. Fedorov
Stanley Baker: padre Gapon
John Wood: colonnello Kobylinsky
Laurence Olivier: Vitte
Eric Porter: Stolypin
Michael Redgrave: Sazonov
Maurice Denham: Kokovtsov
Ralph Truman: Rodzianko
Gordon Gostelow: Alexander Guchkov
Vivian Pickles: Mme. Krupskaya
Brian Cox: Lev Trotsky
James Hazeldine: Josif Stalin
Stephen Greif: Martov
Steven Berkoff: Pankratov
Ian Holm: Yakovlev
Alan Webb: Yakov Yurovsky
Leon Lissek: Avdeyev
David Giles: Filipp Goloshchekin
Roy Dotrice: Generale Alekseev
Martin Potter: principe Jusupov

Regia Franklin J. Schaffner
Soggetto Robert K. Massie
Sceneggiatura James Goldman e Edward Bond
Produttore Sam Spiegel
Casa di produzione Columbia Pictures
Fotografia Freddie Young
Montaggio Ernest Walter
Musiche Richard Rodney Bennett
Scenografia John Box, Ernest Archer, Jack Maxsted e Gil Parrondo
Costumi Yvonne Blake e Antonio Castillo

Gli estranei vi fanno paura. Conoscevo una donna a Prokovskoe. È il mio paese, un piccolo paese in Siberia. E questa donna aveva tanta paura degli estranei che si comprò una cassa di legno di pino, e ci viveva dentro. E un giorno il marito la inchiodò dentro, e poi si mise a sotterrare la cassa. “No, Ivan,” urlava lei. “Ma io voglio solo farti felice,” disse lui. “Lo so. Ma il paradiso è pieno di estranei. Fammi uscire!”

Io sono diventato tardi uno starec. Avevo vent’anni quando ho avuto la visione. Noi contadini abbiamo tante visioni. Ci appare la vergine e ci dice quando vendere le pecore, se vogliamo venderle bene. A me ha detto di fare il pellegrino, e io mi sono messo in marcia. E ho aspettato che mi dicesse di fermarmi, ma non me l’ha detto. E io ho fatto duemila miglia, poi sono arrivato in Grecia, e più avanti non potevo andare, così mi sono fermato. E ho passato due anni in un monastero, e poi sono tornato a casa. Certe volte, la gente mi domanda “Cosa ci vuole per diventare starec?” E io gli dico “buone gambe.”

Nessuno di voi sarà qui quando questa guerra finirà. Tutto ciò per cui ci siamo battuti lo perderemo. Tutto ciò che abbiamo amato sarà distrutto. Sarà una sciagura per i vincitori così come per i vinti. Il mondo diventerà vecchio. Gli uomini andranno raminghi fra le ruine e impazziranno. Le tradizioni, le virtù, ogni morale spariranno. Io non piango per me stesso, ma per quelli che verranno dopo di me. Vivranno tutti senza speranza, allora non resterà altro che il rimorso, la vendetta, il terrore, e il mondo sarà pieno di fanatici e di inutili idioti.

Io sono vecchio, sire, e ne ho visto tante di guerre. Sembravano tutte così importanti. Adesso non ricordo neanche che guerre erano. Milioni di uomini morti, e non so perché. Nessuno lo sa. Voi potreste impedirla questa guerra, sire. Non dovreste far altro che alzarvi adesso in silenzio e tornare dalla vostra famiglia. Sareste il più grande di tutti gli zar.

La famiglia Romanov

Lo zarevic Alessio Romanov

La zarina Alessandra Feodorovna Romanova

Anastasia Nicolaevna Romanova

Maria Nicolaevna Romanova

Olga Nicolaevna Romanova

Tatiana Nicolaevna Romanova

gennaio 1, 2018 Posted by | Drammatico | , | 2 commenti

Carrington

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“Dipingo quando sto bene poi mi sento ancora meglio. Non mi interessa vendere.” dice Carrington in una scena del film. 

Il titolo della pellicola riporta il cognome del più trascurato artista serio del suo tempo, Dora Carrington, abilissima pittrice di ritratti e paesaggi dell’inizio del ventesimo secolo. La pittrice inglese si è applicata anche nell’arte decorativa, in particolare nella xilografia. A lei dedica la sceneggiatura e la regia Christopher Hampton, premiato in precedenza con un Oscar per la miglior sceneggiatura del film “Le relazioni pericolose”.

Nel 1915, in un’Inghilterra alle prese con gli avvenimenti causati dalla Prima guerra mondiale, molti intellettuali si rifiutano di combattere dichiarandosi obiettori di coscienza. Tra questi, lo scrittore Lytton Strachey (Jonathan Pryce), membro del Circolo di Bloomsbury, un gruppo di artisti e scrittori i quali ritengono che il compito più alto dell’uomo sia la ricerca della conoscenza e del piacere estetico. Ciò a cui si oppongono è un “romanticismo” che non si adatta a uno stampo convenzionale e non è espresso in modo ordinario.

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La prima volta che Lytton Strachey vede Dora Carrington (Emma Thompson) chiede “Chi è quel bellissimo ragazzo biondo?” ma quando scopre che si tratta di una donna con un audace taglio dei capelli, in preda all’imbarazzo, afferra un libro e finge di leggere. Nasce così, tra la giovane pittrice e il maturo scrittore, una singolare storia d’amore. Durante una passeggiata, Lytton non resiste all’impulso di baciare la donna che reagisce malamente a quel gesto intimo. Lo confida al fidanzato Mark Gertler (Rufus Sewell), pittore anche lui, che la corteggia con insistenza da più di quattro anni.

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Tuttavia, Carrington (non le piace il nome Dora) non prova affetto nei confronti di Mark. Anzi, lo disprezza per le attenzioni focose che le riserva. In preda allo sconforto, Carrington vuole punire Lytton per quel bacio rubato. Si infila di nascosto nella sua stanza con l’intenzione di tagliargli la barba. L’uomo si sveglia e fissa lo sguardo incredulo sul volto della donna. Con tono sommesso lei spiega il motivo del suo gesto. Oltre alle sue parole, stanno affiorando i sentimenti.

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Inavvertitamente, Lytton conquista l’animo energico e idealista di Carrington la quale dichiara il suo amore per lo scrittore, suscitando la rabbia di Mark. Il fidanzato tradito condanna l’amore della donna per un omosessuale, obiettore di coscienza e scrittore dai modi alla Oscar Wilde. Carrington e Lytton decidono di vivere insieme e scelgono il Mulino di Tidmarsh nella contea Berkshire, arricchito dal classico paesaggio inglese con dolci colline e pianure verdi. Carrington si occupa della ristrutturazione dell’edificio e della decorazione della casa che Lytton trova “davvero notevole”. I due conducono un’esistenza serena in cui si dedicano all’arte della pittura e della scrittura. Si ascoltano e si sostengono a vicenda. Lytton posa per Carrington mentre lei ascolta assorta le sue letture. Pur non consumando mai un atto d’amore, condividono lo stesso letto. Dato il riserbo di Lytton, spetta a Carrington il compito di trasmettere al pubblico il calore dei sentimenti condivisi attraverso gli sguardi che rivolge al suo amato e attraverso i silenzi.

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Poi, all’improvviso, un giovane ex ufficiale, Ralph Partridge (Steven Waddington), entra nelle loro vite. Ha inizio un particolare ménage à trois in cui Carrington sposa Ralph per accontentare Lytton che fa loro compagnia durante il viaggio di nozze a Venezia. Lo scenario si anima ancora di più con l’apparizione di Gerald Brenan (Samuel West), amico di Ralph. La sua personalità romantica conquista Carrington che ne diviene l’amante. Nel frattempo, i libri di Lytton ottengono gli ambiti riconoscimenti: tra le conquiste dello scrittore il giovane Roger Senhouse (Sebastian Harcombe). Anche Ralph si innamora di una giovane donna, Frances, con la quale decide di iniziare una convivenza a Londra. Carrington assiste impotente alla nascita e allo sviluppo della relazione tra il suo amato e un altro uomo. Trova un diversivo nelle attenzioni del capitano Beacus Penrose (Jeremy Norham) verso il quale prova attrazione fisica.

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C’è una scena silente nel film che rappresenta la profondità del cuore di Carrington meglio di quanto potrebbe illustrarla un monologo oppure un dialogo: una sera, dopo cena, vaga per il prato della casa e attraverso le finestre illuminate osserva i suoi amanti, passati e presenti, accoppiati con i loro amanti del momento. Mentre il suo sguardo si sposta da una finestra all’altra, lo spettatore la vede come un’estranea.

Nel 1932 Lytton si ammala e muore a causa di un tumore allo stomaco. “Se è questa la morte, devo dire che non è un granchè.” Carrington ascolta addolorata le sue ultime parole. La luce nel suo cuore si spegne assieme allo sguardo del suo amato. Carrington scivola nell’oblio. In vano Ralph cerca di strapparla alla depressione. Le buone intenzioni spesso non possono compensare l’assenza della persona amata. Due mesi dopo la sua morte, Carrington decide di seguire Lytton. Si toglie la vita per raggiungerlo. Gli ultimi pensieri di Carrington sono impressi nel suo diario. Pur non essendo stati riportati nella pellicola, mi sembra coerente illustrarli:

“A man who retires from life does no harm to society. He only ceases to do good. I am not obliged to do a small good to society at the expense of a great harm to myself. Why then should I prolong a miserable existence… I believe that no man ever threw away life, while it was worth keeping.”

“Un uomo che si ritira dalla vita non nuoce alla società. Lui cessa di fare il bene. Non sono obbligata a fare un piccolo bene alla società al costo di un grande danno a me stessa. Perché allora dovrei prolungare un’esistenza miserabile … Credo che nessun uomo abbia mai buttato via la vita, quando valeva la pena conservarla”.

Emma Thompson, pur avendo guadagnato esperienza in film sull’amore non corrisposto (“Quel che resta del giorno” 1993 e “Casa Howard” 1992), non ha ricevuto grossi riconoscimenti per questo ruolo drammatico. Al contrario, Jonathan Pryce ha ottenuto il premio per il miglior attore al Festival di Cannes accanto a Christopher Hampton che si è conquistato il premio della giuria.Un film da vedere e da guardare senza paraocchi. Racconta un amore incondizionato, disinteressato e appassionato. Lo fa senza buonismo, simpatia o critica. Anzi, fa spesso sorridere o sognare, riflettere o sospirare assieme alla natura onnipresente. Poi, i dipinti di Carrington sono sicuramente un valore aggiunto. 

Carrington, un film di Christopher Hampton, con:  Emma Thompson, Jonathan Pryce, Rufus Sewell, Steven Waddington, Samuel West. Drammatico – biografico, durata 2 h 1 min; Regno Unito, Francia 1995.

Emma Thompson: Dora Carrington
Jonathan Pryce: Lytton Strachey
Steven Waddington: Ralph Partridge
Samuel West: Gerald Brenan
Rufus Sewell: Mark Gertler
Penelope Wilton: Lady Ottoline Morrell
Janet McTeer: Vanessa Bell
Peter Blythe: Phillip Morrell
Jeremy Northam: Beacus Penrose
Alex Kingston: Frances Partridge
Sebastian Harcombe: Roger Senhouse
Richard Clifford: Clive Bell
Gary Turner: Duncan Grant
Georgiana Dacombe: Marjorie Gertler

Regia: Christopher Hampton
Soggetto: Michael Holroyd
Sceneggiatura: Christopher Hampton
Produttore: John McGrath, Ronald Shedlo, Chris Thompson
Produttore esecutivo: Philippe Carcassonne, Francis Boespflug, Fabienne Vonier
Casa di produzione: Canal+, Cinéa, Freeway Films, Dora (fr), Orsans (fr), Polygram Filmed Entertainment
Fotografia: Denis Lenoir
Montaggio: George Akers
Musiche: Michael Nyman
Scenografia: Caroline Amies, Frank Walsh
Costumi: Jill Avery, Kirsten Hecktermann, Loredana Nicolao, Adrian Simmons
Trucco: Christine Beveridge, Elaine Davis, Norma Webb

“Non contribuirò mai con alcun atto volontario alla prosecuzione di questa guerra. La mia obiezione non è basata su convinzioni religiose ma su considerazioni morali che continuerò scrupolosamente a rispettare senza curarmi delle conseguenze.”

“- Lytton, mi piace molto stare con te. Sei così lucido e saggio. In questi ultimi mesi, tutte le volte che so che ti vedrò, mi sento tutta emozionata dentro. Se tu volessi baciarmi ancora non credo affatto che mi dispiacerebbe.

– Sai, è una cosa strana… ma piacerebbe anche a me.”

“Migliaia di ragazzi muoiono ogni giorno per difendere questo. Lo sapevi?! Che Dio possa dannare, fulminare, mortificare e fottere le classi elevate.” 

“Io ci ho provato, sai, ma non posso farci niente. Il corpo delle donne è, come dire, sottilmente offensivo.” 

“Mio carissimo Lytton, ho tante cose da dirti ma oggi mi sento del tutto incapace ad esprimerle. Sapevo benissimo che non potevo sperare niente da parte tua, l’ho sempre saputo, fin dall’inizio. In tutti questi anni sono sempre stata consapevole che la mia vita con te aveva dei limiti. Lytton, tu sei la sola persona per cui ho provato una passione totale e assoluta. Non ce ne sarà un’altra, non potrei adesso. Ho avuto uno degli amori più umilianti che una persona possa avere. E’ straziante, credimi, stare qui da sola ad aspettare di vederti o allungare naso e occhi fuori dalla finestra più alta del 44 di Gordon Square nella speranza di scorgerti sulla strada… . Ralph ha detto che eri nervoso perché temevi che potessi pretendere qualcosa da te e che tutti i tuoi amici si sono chiesti come hai potuto sopportarmi così a lungo visto che non capisco niente di letteratura, il che non è vero. Nessuno credo può aver amato le ballate, l’essai di Nicoli e soprattutto l’essai di Lytton quanto me. Non hai mai capito e non capirai mai l’enorme, devastante amore che ho provato per te. Quanto ho adorato ogni ricciolo della tua barba… . Al sol pensarti ora mi viene da piangere, non riesco più a vedere il foglio. Una volta mi hai detto, un mercoledì pomeriggio in salotto, che mi amavi come un’amica. Puoi dirlo ancora? Tua Carrington.” 

“Mia carissima e bene amata, lo sai quanto mi è difficile esprimere i miei sentimenti, sia a voce che per iscritto. Vuoi davvero che ti dica che ti amo come un’amica?! Ma ovviamente ciò è assurdo poiché sai benissimo che ti amo molto più che come un’amica, angelica creatura che con la tua generosità, mi hai dato felicità per tanti anni. La tua lettera mi ha fatto piangere. Mi sento un povero vecchio infelice e miserabile. Se mai la tua decisione deve aver significato che in qualche modo io debba perderti per sempre, non credo che potrei sopportarlo. Tu e Ralph e la nostra vita a Tidmarsh sono le cose alle cui tengo di più a questo mondo.”

 

dicembre 26, 2017 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento