La prigioniera


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La prigioniera (La prisonniere) è l’ultimo film diretto dal maestro George Henry Clouzot nel 1968, il congedo di un grande regista con un grande film.
Clouzot cala il sipario sulla sua carriera di cineasta a otto anni dal grandissimo successo di La verità e a quattro dall’incompiuto L’enfer; un decennio, quello degli anni sessanta, che vede Clouzot più alle prese con i problemi personali che con il cinema, con una serie di funesti avvenimenti come la morte dell’amatissima moglie, una lunga depressione e infine l’infarto che lo coglie durante la lavorazione di L’enfer.
La prigioniera quindi nasce in un periodo in cui pare che finalmente il regista francese abbia ritrovato entusiasmo e ispirazione; ed infatti il film sarà un vero e proprio sunto della sua arte cinematografica in cui appaiono evidenti i frutti del lunghissimo lavoro di sperimentazione compiuto proprio con L’enfer, il film rimasto allo stato embrionale e di cui per quarantanni si erano perse le tracce della lavorazione.Che sono riaffiorate qualche anno addietro grazie a 180 bobine recuperate da Serge Bromberg a casa della vedova di Clouzot Ines e che testimoniano lo straordinario lavoro di preparazione per quel film del quale parlerò in un prossimo post.

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Sono proprio gli esperimenti fatti con L’enfer a trovare applicazione in La prigioniera; scatti arditi, intensi primi piani, luci psichedeliche ecc.mostrano come Clouzot fosse riuscito ad inventare un nuovo sistema visivo e comunicativo che il regista stesso applica a primi piani tormentati ed espressivi,ossessivamente ripetuti e che mostrano le varie espressioni degli artisti impiegati e che raccontano una storia fatta di perversione e passione, di raffinata morbosità di un menage a trois che solo per un caso non sfocerà in una tragedia.
La storia che Clouzot racconta in fondo non ha molta importanza se non nell’ottica dell’uso di questo nuovo linguaggio meta visivo:ancora una volta sono i tormenti a farla da padrone, la gelosia e il possesso, gli oscuri meandri della psiche umana eviscerati e mostrati attraverso il linguaggio proprio della psiche, che non può essere lineare per ovvi motivi ma che rappresenta un incubo per immagini.

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Se nell’Enfer il soggetto era l’ossessione al limite della follia di un uomo per sua moglie, in La prigioniera il concetto è ampliato ed esteso ad un triangolo fatto da una donna e due uomini.
C’entra l’amore, c’entra il desiderio di possesso, c’entra anche la morbosità del desiderio inconscio proprio della donna di entrare nel masochistico inferno dell’amante, del quale condividerà e sperimenterà la sottile perversione e il desiderio di possesso globale, inglobante a cui la donna sfuggirà per puro caso.

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Siamo a Parigi; Gilbert e Josè sono una coppia moderna, di quelle aperte a qualsiasi esperienza legata però da un sentimento d’amore molto forte che tiene unita la coppia stessa aldilà delle tentazioni fortissime provenienti dall’esterno del mondo che loro faticosamente sono riusciti a costruire.
Lei lavora nel campo dell’immagine e si occupa di un documentario entre lui è uno scultore d’avanguardia e questo loro essere presenti nel mondo dell’arte li porta una sera alla mostra del fotografo Stan Hassler.Grazie ad un invito di quest’ultimo Josè ha modo di visionare i suoi scatti ed uno in particolare la turba profondamente,una donna nuda e in catene.Nei giorni successivi Josè scopre di essere attratta e contemporaneamente disgustata dalla foto e quando casualmente incontra nuovamente Stan che le chiede un passaggio e poi la invita ad assistere ad una serie di scatti che sta per fare Josè accetta.

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Nell’attesa della modella Stan usa Josè per le prove luci e da quel momento per Josè inizia un incubo al quale però non saprà sottrarsi,anzi.Tra Stan e Josè inizia una relazione in cui l’uomo utilizza la sua forza di volontà per legare a se in modo masochistico la donna,mostrando di volere un totale dominio su di lei. Josè,ormai succube si abbandona a lui salvo tentare in seguito, ormai innamorata senza speranza di quell’uomo dagli impulsi auto distruttivi, di liberarlo dalle sue manie.
Ma Gilbert,che è innamorato di sua moglie, non accetta di essere messo da parte e da quel momento la storia prende una direzione che sembrerebbe portare ad una tragedia annunciata ma che invece…
Non svelo assolutamente il finale perchè è una perla incastonata in un’altra:un film così affascinante correva il rischio di avere un finale scontato, sia in senso drammatico sia in senso happy end.Clouzot sceglie una strada a sorpresa che dona al film invece la patente di capolavoro.

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Siamo di fronte quindi ad un film rigoroso nella ricerca continua,spasmodica da parte del regista dell’inquadratura,dello scatto e della sequenza che mostri la via attraverso il labirinto delle sensazioni di Josè, un’esplorazione in cui si rischia di perdersi in partenza ma in effetti è proprio il perdersi la cosa che affascina di più.
Il gioco a tre assume contorni sfumati in funzione proprio dell’analisi dei sentimenti, delle psicologie;se tutto alla fine rimane irrisolto è perchè l’animo umano e la sua psiche divergono perchè uniche e apartenenti ad ogni singolo individuo.E’ il concetto di umanità ad essere esaltato, nella sua parte più oscura, più unica.Se L’Enfer era stato un viaggio nella follia che purtroppo non abbiamo potuto fare, con La prigioniera facciamo un viaggio metafisico per immagini e alla fine ci ritroviamo si al punto di partenza ma abbiamo avuto comunque la possibilità di sondare e toccare qualcosa di indefinito e magico.

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Per buona fortuna Clouzot ottiene il meglio dagli attori scelti per l’indagine:Laurent Terzieff, Elisabeth Wiener, Bernard Fresson, Dany Carrel, Monique Lange, Darío Moreno, Marcel Moussy, Michel Etcheverry lavorano ottimamente anche se ovviamente Elisabeth Wienernel ruolo di Josè,Laurent Terzieff in quella di Stanislas Hassler e Bernard Fresson in quella di Gilbert Moreau hanno la possibilità di emergere maggiormente grazie ai ruoli principali a loro assegnati.
Grande lavoro di Andréas Winding alla fotografia, vivida e dagli effetti pop/psichedelici che impreziosiscono il tutto rendendo l’atmosfera ottico/visiva un’esperienza unica.
Un film quindi imperdibile, purtroppo trasmesso rarissimamente in tv mentre in rete è presente solo in versione originale.

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Un film di Henri-Georges Clouzot. Con Dany Carrel, Bernard Fresson, Laurent Terzieff, Elisabeth Wiener Titolo originale La prisonnière. Drammatico, durata 105′ min. – Francia, Italia 1968

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Laurent Terzieff : Stanislas Hassler
Bernard Fresson : Gilbert Moreau
Elisabeth Wiener : José
Dany Carrel : Maguy
Claude Piéplu : il padre di José
Noëlle Adam : la madre di José
Dario Moreno : Sala
Daniel Rivière : Maurice

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Regia Henri-Georges Clouzot
Sceneggiatura Henri-Georges Clouzot, Monique Lange e Marcel Moussy
Fotografia Andréas Winding
Montaggio Noëlle Balenci
Scenografia Jacques Saulnier

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L’opinione di mck dal sito http://www.filmtv.it
(…) Una diapositiva fra le altre tra le altre si espone come infra-fotogramma / intra-frame subliminale che, ” pre ’68 “, scatena una reazione di difesa dall’imbarazzo [ stiamo parlando della Rivoluzione Sessuale, che quella Artistica è Sempre in atto e in scena, mentre come Tabù si è passati dal Sesso alla Morte, che la scienza ancora non ‘basta’, quando la Rivoluzione Industriale, dopo quella democratica-repubblicana che ha partorito anche nazismo…nazionalsocialismo…fascismo…comunismo, ha accelerato-catalizzato l’evoluzione esponenzialmente ] : una risata ( ” che stupida, è un fatto nervoso, scusami, non sono riuscita a trattenermi, mi dispiace / non lo hai fatto apposta ? posso rivederla ? ” – che l’ultimo tango a parigi sarebbe giunto a breve…) tra ” Rien ” ed ” Être ” ://: dal costruttivismo all’estetica della cinetica, passando per la fattografia…, da Duchamp, Vasarely, Rodchenko…, a DeSade e Majakovskij ://: l’ossimoro non tale del Film Industriale ( dall’uscita dalle officine Lumière, istant-mockumentary, a Vertov, da Méliès a Brakhage, da Chaplin ad Ejzenštejn, da Kubrick ad Olmi-Antonioni ), “ovvero” la riproduzione in più copie della Realtà più vera del vero, bigger than life, contrapposta alla Cinema-Fo-toGrafia come Industria : l’astratto concreto dell’edificio macchinario suppellettile soprammobile, arte in serie, l’anti/senza carne, sesso, amore, sentimento, comprensione, condivisione E linguaggio vs Nouvelle Vague ( il contratto sociale, la vita amorosa di Tuffaut/Rohmer, il Personale è Politico, la mente fisico-storica di Resnais/Godard, e viceversa…) : il Contatto che cerca Josée ( una raggelata, fiammeggiante É. Wiener che, come la C. Aubry di Manon in seguito interpreterà solo altri 2-3 film “importanti” ma non “memorabilissimi” ed in parte prescindibili : e ancora come lei ( i loro personaggi ) affronterà un calvario, qui con esito sospeso in freeze-frame sui titoli di coda, là s/terminata nella Promised Land Gitaiana ), la dolce sua preoccupazione per l’essere in ritardo all’appuntamento con Stan ( un Laurent Terzieff che ricorda un mix di DeAndrè-Malkovich-Tenco-Dafoe-Gainsbourg-Walken ), la vergogna ed il coraggio insieme durante il primo set-sho(o)t di pose da “giornalista” vs la moderna relazione col compagno ( Bernard Fresson artista “ma” in parte…-…alla fine geloso, ed in toto alla fine…”generoso”…innamorato ) basata sul poter fare tutto — doversi dire raccontarsi confessarsi EWS tutto.(…)
L’opinione di emmepi8 dal sito http://www.filmtv.it

Ultimo film di Clouzot, regista francese molto particolare, che qui ha sfiorato a basso volo la censura, almeno per quei tempi. Dopo qualche anno di silenzio riappare, ma finisce il film in extremis, coadiuvato da una altro regista, Robert Menegoz. Un film spinoso che affronta un argomento morboso che è quello della del masochismo. Clouzot ha dovuto fare i conti con gli anni, nel senso che il progetto non ha avuto la piena appartenenza, comunque c’è da riconoscere, un apertura mentale non indifferente, anche se i temi trattati da lui sono sempre stati “malati”. La morale grida vendetta, ma deve fare i conti con gli animi degli uomini che sono sempre alterabili ed irrazionali, De Sade sta di casa qua. Operazione non facile, ma che prende coraggiosamente le sue conseguenze, peccato che l’attrice protagonista non è l’ideale giusta per un ruolo complesso come questo. Ottime riprese ed ambientazione che ancora oggi mantiene intatto il suo valore.

l’opinione di notoriusnicky dal sito http://www.filmscoop.it

Ultimo film di Clouzot, i tempi delle atmosfere noir, gialli zeppi di suspance sono materia recisa da tempo, questo è un Clouzot che ci lascia approfondendo ancor di più la psicologia malata dei suoi soggetti, protagonisti che col decorso della carriera da carnefici son diventati autolesionisti, compulsivamente attratti dal desiderio di suicidio (‘La verità’ 1960), recuperando una tematica cara al tanto accostato Hitchcock, il ‘voyeurismo’ dell’artista indotto a plasmare il corpo umano, denudarlo di ogni dignità, sodomizzarlo (in quel periodo tematica assunta anche dal nostrano Bava), la vittima persuasa dall’alone di mistero più che dal compenso economico, ne rimane attratta sentimentalmente ma non corrisposta, il suo è un masochismo per far piacere all’altrui persona, coppie aperte (siamo in piena rivoluzione sessuale), e psicologia del colore (eccede con virtuosismi farraginosi, siamo nel ’68 ed è naturale accostarlo al trip di ‘2001’).
Scevro da ogni forma di didascalia analitica sulla psiche umana, è una parabola sulla fertilità dell’amore, e cosa ti porta a fare per ottenerlo, simile alla Bardot de ‘La verità’ almeno in quanto a bellezza, la Wiener, non in termini di dissolutezza recitativa (non pensavo di arrivare a rimpiangere una Bardot pur brava a gestire le sue armi di seduzione ma che il più delle volte sono poste come contraltare ad una espressività lacunosa)

L’opinione di Saintgifts dal sito http://www.davinotti.com

Clouzot dà l’addio all’attività di regista con questo film per me straordinario. Straordinario nella tecnica, con scene che emozionano, che siano in interni o in un porticciolo o su di uno scoglio. Con un uso del colore ben studiato ed effetti psichedelici notevoli. L’argomento poi è importante e trattato in modo da non farlo mai scadere nel banale o peggio nel più superficiale dei voyerismi, merito anche di un Terzieff e di una Wiener in stato di grazia. È comunque di amore che si parla e dell’universo femminile, mai abbastanza sondato e capito.

L’opinione di Giuan dal sito http://www.davinotti.com

Commiato “hors categorie” per il regista più controverso del cinema francese. Fin dal titolo “proustiano” è un film in cui riecheggia il clima claustrofobico e morboso tipico dello stile di Clouzot, contrappuntato però dalla ricerca di opzioni tecniche altre, con cui raccontare patologie allora poco dicibili, ma alfine riconducibili alle dinamiche tra i sessi. Variazione originale sul tema del triangolo nel quale l’occhio e la visione hanno parte preponderante. Resta apppiccicato addosso e rimane in mente. Wiener e Terzieff emanano un fascino malato.

L’opinione del sito http://www.nocturno.it

(…) La rappresentazione dei giochi mentali che formano l’ossatura del rapporto sadomasochista che prende corpo tra i due (ma anche del matrimonio falsamente “aperto” di Josée e Gilbert) è quanto di più acuto e inquietante il cinema avesse rappresentato fino a quel momento. Clouzot costruisce tutto il film sul non visto, sulla suggestione, sulla dimensione tutta cerebrale dell’erotismo: come nella scena in cui Stan insegna a Josée a dominare verbalmente un’inesistente terza persona, con la mdp che segue i movimenti dell’immaginaria schiava nella stanza vuota, o con l’ellissi che ci porta dal momento in cui Josée arriva al primo appuntamento fotografico al “dopo” in cui la donna contempla le immagini scattate dall’uomo con protagoniste lei e un’altra modella. Una scelta rigorosa, e non certo dettata da pudicizia. Dirà Clouzot: «Si j’avais fait du sadique un SS, tout le monde aurait admiré ça. Si j’avais fait le strip-tease mais que ce soit celui de Salomé devant le roi Hérode on aurait souri aimablement. Ce qui est très gênant c’est quand on met un miroir en face de la figure et qu’il faut s’y reconnaître». La prisonnière è gelido come un teorema nel condurre in porto l’assunto iniziale: è anche crudele e profondamente misantropico, come lo erano stati Il corvo, Vite vendute, I diabolici, al punto di trasformare impercettibilmente il carnefice in vittima, e viceversa, mostrando la labilità dei ruoli sessuali. L’ansia borghese di normalizzare i propri impulsi, trasformando un’ossessione erotica in un’accettabile infatuazione amorosa con annessa fuga romantica, trasforma Josée nel polo dominante della coppia, mentre Stan si scopre davvero innamorato, ma anche indifeso e umiliato nella propria impotenza.Resta da dire della forma: di rado si è visto un film così felicemente audace, così coerente e inesausto nella sperimentazione visiva e sonora. Al suo primo film a colori, Clouzot batte i figliocci della nouvelle vague sul loro stesso terreno, componendo ogni inquadratura come un piccolo trattato sui significati emotivi degli elementi cromatici, isolando chiazze di colori primari e utilizzando le illusioni ottiche create dalle opere degli artisti ottico-cinetici in mostra presso la galleria di Terzieff per ricostruire un universo affascinante e ipnotico, sonorizzato dalle muische di Berio, Webern, Xenakis. Se, come dice Terzieff, «l’arte moderna corrisponde esattamente al mondo di oggi, aiuta a capirlo pur essendone un riflesso», il mondo di La prigioniera è un riverbero ormai indecifrabile del nostro inferno mentale, un labirinto in cui ognuno è prigioniero dei propri demoni, visualizzato in un prodigioso tour de force onirico finale che richiama il trip psichedelico di Keir Dullea in 2001.

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2 Risposte

  1. Sembra molto interessante

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