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Gruppo di famiglia in un interno

Quando nel 1974 Luchino Visconti gira Gruppo di famiglia in un interno è già ammalato.
Due anni prima un ictus lo ha colpito,lasciandolo quasi completamente paralizzato nel lato sinistro del corpo;nonostante la forte tempra,
Visconti sembra abbattersi,ma riprende a lavorare con tenacia.
Nel 1973 torna al teatro con Tanto tempo fa di Harold Pinter e sopratutto all’altra sua grande passione,la lirica,curando
la più memorabile delle versioni dell’opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini.
Forse un eccesso di attività per un uomo che,nel 1974,ha già 68 anni.
Eppure ha ancora tanto da dire.


Visconti consegna al pubblico cinematografico uno dei suoi capolavori,Gruppo di famiglia in un interno, il suo film più autobiografico,
intriso di un pessimismo e di una disillusione verso le umane cose tanto da renderlo un film disperato,quasi nichilista.
A essere messi in discussione sono i pilastri della società,la famiglia,la religione,il rapporto interpersonale,l’amore e la socialità nella sua interezza;
nella figura principale,quella del professore che vive quasi come un’eremita tra i suoi libri,disinteressandosi completamente dell’umanità e della vita
che scorre fuori dalle mura nelle quali si è rinchiuso, c’è l’alter ego di Visconti,un uomo ormai avanti negli anni e in cui i sogni hanno lasciato il posto
all’amara considerazione che molti valori sono andati completamente persi,che il dialogo generazionale è complicato dall’evoluzione della società,non necessariamente in senso positivo.


Uno strano discorso,quello di un’evoluzione negativa.
Evolversi significa passare da uno stadio inferiore ad un altro.
Invece fuori dall’appartamento c’è una profonda crisi sociale,l’individuo sembra preda di una forte crisi di identità che ovviamente coinvolge poi il collettivo,rendendo lo stesso ostaggio di totem che non sono più quelli del passato,ma che appaiono ben più subdoli e letali.
Arrivismo,realizzazione dell’io attraverso il potere personale o l’appagamento dei sensi con il sesso,le droghe ,il possesso dei nuovi feticci hanno di fatto scavato un solco generazionale,traghettando coloro che c’erano in una nuova dimensione alla quale le nuove leve sentono di non appartenere,che vogliono modificare,cambiare.
Queste contraddizioni di termini sono vissute dal professore in maniera dirompente nell’attimo stesso in cui si lascia coinvolgere nelle vite della famiglia che viene ad abitare nel suo palazzo, riportandolo ad una realtà che il professore stesso aveva abbandonato,rintanandosi fra i vecchi libri che lo circondano,simulacro di un passato polveroso e inattivo,inerte.
Uno stato quasi vegetativo,in cui c’è spazio solo per il ricordo e lo studio,uno studio apparentemente inutile alla ricerca di un’araba fenice;in fondo il professore sembra un’anacoreta che ha lasciato la civiltà per dedicarsi a Dio.
Solo che il Dio del professore lascia l’amaro in bocca;cosa farne della cultura,della ricerca se non la si condivide?
Tutto diventa fine a se stesso,l’appagamento personale in ultima analisi è solo egoismo,quella del professore appare come una fuga vile in attesa dell’ultimo respiro,destino comune che mette sullo stesso piano ogni singolo elemento della società.
Ecco,il professore sembra uno di quegli animali feriti che sentita arrivare l’ultima ora si staccano dal branco per andare a morire in solitudine.
In questo caso la solitudine è mitigata dai libri,magra consolazione di un uomo che non ha saputo vivere realmente rifugiandosi in maniera codarda nella sicurezza del piccolo,angusto mondo della quiete domestica.


La trama:
in un lussuoso appartamento vive un professore,amante di libri e grande collezionista di essi, in particolar modo anche di quadri che illustrano vite di famiglie.
A sconvolgere la sua monotona,inutile vita solitaria ed egoistica arriva un giorno Bianca Brumonti,volgare e vulcanica donna della buona borghesia.
La donna chiede al professore di affittarle l’appartamento del piano superiore,per se e per il suo nucleo di famiglia e amici.
Un nucleo ristretto,visto che l’unica congiunta è la figlia Lietta e il fidanzato di quest’ultima,Stefano.
Il professore,narcotizzato dal suo eremitaggio volontario,avulso dalla realtà del quotidiano,non vorrebbe cedere alle insistenze della donna,intuendo il potenziale distruttivo del nuovo che viene dall’esterno che essa rappresenta,tuttavia sente oscuramente un’attrazione fatale proprio per quel mondo che egli ha ripudiato.
Così alla fine cede.
La donna porta nell’appartamento anche il giovane Konrad, che è l’amante della ricca Bianca.
Un giovane che non appartiene al mondo del gruppo,anzi.Ha idee politiche estremiste,vive senza lavorare come un saprofita,facendosi mantenere dalla matura amante.
Le dinamiche del gruppo,i loro rapporti interpersonali,la dialettica che si sviluppa tra Konrad e il professore,affascinato da quella figura anticonformista e ribelle che pure cede alle lusinghe del potere borghese accettando di farsi mantenere dalla ricca amante pretendendo però allo stesso tempo di conservare la liberà individuale coinvolgono il maturo studioso.


Con stupore l’uomo assisterà al progressivo deteriorarsi dei loro rapporti,causati anche dall’insofferenza di Konrad che vive in modo schizofrenico le sue contraddizioni.
Come un entomologo studia un insetto,il professore osserva la volgarità di Bianca e il rapporto affettivo/carnale che si sviluppa,in un triangolo imprevisto,tra Lietta,Stefano e Konrad.
E’ una dimensione della realtà che il professore non conosce e che lo porterà ad assistere inerme al drammatico finale…
Gruppo di famiglia in un interno appartiene al cinema marginalmente;è solo perchè la vicenda è ripresa con l’ausilio della macchima da presa che possiamo parlare di opera cinematografica.
In realtà siamo di fronte ad un’opera strutturata come una piece teatrale,statica per la maggior parte del tempo,in cui i dialoghi,i silenzi hanno una valenza ben maggiore rispetto al movimento.
L’esperienza teatrale di Visconti si tramuta quindi in un resoconto intimamente doloroso di un’esperienza di vita vista quasi come un fallimento:il nuovo avanza e seppellisce il vecchio,un pò come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.Ma in questo caso il riferimento letterario è nullo,l’opera appare quasi un testamento di Visconti,disilluso e completamente amareggiato dal vedere che le sue idee,politiche e morali non hanno in pratica alcuna applicazione reale.
Ci sarebbe ancora moltissimo da dire,ma è bene che lo spettatore trovi una chiave di analisi del tutto personale,riflessiva o estetica semplicemente.
In tutti e due i casi c’è davvero tanto da assaporare.
L’opera non è considerata la migliore di Visconti.
Non c’è per esempio empatia tra il pubblico e la famiglia le cui vicende sono narrate,il personaggio del professore appare troppo aulico
e distante per suscitare simpatia o condivisione.


Ma in fondo è quello che probabilmente Visconti voleva.
Tutti bravi gli attori,da Burt Lancaster che torna alla regia di Visconti dopo il Gattopardo e Silvana Mangano,sicuramente efficace in un ruolo molto difficile,quello di una donna volgare e moralmente riprovevole,tipica esponente di un mondo decadente e in dissoluzione come quello della borghesia arricchita.
Benissimo l’attore simbolo delle ultime opera di Visconti,un grande Helmut Berger che dà contorni vivi e umanamente di spessore al personaggio contraddittorio di Konard.Memorabili gli scambi di opinione fra lui e Lancaster,
veri e propri gioielli inseriti nel film.
Bene anche Claudia Marsani,che in seguito non avrà più spazi per esprimersi nel cinema compiutamente e Stefano Patrizi.
Poco più che camei le partecipazioni di Romolo Valli,Claudia Cardinale (la moglie del professore) e Dominique Sanda (la madre) che appaiono per poche sequenze in flashback.


Gruppo di famiglia in un interno

Un film di Luchino Visconti. Con Helmut Berger, Burt Lancaster, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Enzo Fiermonte,
Philippe Hersent, Claudia Cardinale, Umberto Raho, Romolo Valli, Valentino Macchi, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni,
Dominique Sanda, Stefano Patrizi, Guy Tréjan, Elvira Cortese, Jean Pierre Zola, George Clatot, Margherita Horowitz
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974

Burt Lancaster: il professore
Helmut Berger: Konrad Huebel
Silvana Mangano: marchesa Bianca Brumonti
Claudia Marsani: Lietta Brumonti
Stefano Patrizi: Stefano
Elvira Cortese: Erminia
Claudia Cardinale: moglie del professore (nei flashbacks)
Dominique Sanda: madre del professore (nei flashbacks)
Philippe Hersent: portiere
Guy Tréjean: antiquario
Jean-Pierre Zola: Blanchard
Umberto Raho: maresciallo di Polizia Bernai
Enzo Fiermonte: commissario di Polizia
Romolo Valli: Michelli
Margherita Horowitz: cameriera

Regia Luchino Visconti
Soggetto Enrico Medioli
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico,
Enrico Medioli,
Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rusconi Film S.p.A.
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Franco Mannino,
temi musicali tratti da Sinfonia Concertante di Wolfgang Amadeus Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Costumi Piero Tosi
Trucco Alberto De Rossi

Bianca Brumonti: Professore, la verità. Che mistero c’è nella sua vita? Per me lei è stato un uomo bellissimo davvero, e lo è ancora, io la trovo affascinante. Come mai? Perché ha scelto di fare questo genere di vita?
Professore: Be’, vivendo tra gli uomini si è costretti a pensare agli uomini, invece che alle loro opere, a soffrire per loro, a occuparsi di loro, e poi qualcuno ha scritto: “I corvi vanno a schiere, l’aquila vola sola”.

 

Il professore : Io spero che Konrad non perdonerà nessuno, me per primo. Il giorno in cui la signora Brumonti venne da me a chiedermi di affittarle l’appartamento, io rifiutai.
Avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi. Tutto invece è stato… molto peggio di quanto potessi immaginare. Se mai sono esistiti inquilini impossibili io credo…che siano toccati a me. Ma poi mi sono trovato a pensare – come diceva Lietta – che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo, e siccome amo questa sciagurata famiglia,
vorrei fare qualcosa per lei, come lei – senza rendersene conto – ha fatto per me. C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente, racconta di un inquilino che un giorno si insedia nell’appartamento sopra il suo,
lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi, poi tutt’a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna, in seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte.

 

Konrad: Non è a causa delle mie origini, è la mia vita piuttosto, non è così? Mantenuto, traffici illeciti, è questo che conta.
Bianca Brumonti: Sì caro, è questo che conta.
Konrad: Conta perché non sono riuscito, perché sono ancora il cagnolino che una signora importante può portare anche nei posti dove l’ingresso ai cani è severamente vietato.
Gli altri lo sopporteranno per forza, quando ruba in cucina, quando insudicia o prende tutti a morsi.”-
Lietta: Che cosa farebbe se io volessi baciarla?
Professore: Ah, non l’invidierei! Perché se mi mettessi un attimo al suo posto, vedrei avvicinarsi il viso di un uomo che… non è più giovane da tanto tempo.”

 

Lietta: Povero professore, ancora mezzo addormentato. Andiamo via subito. Vede, in fondo è un gioco anche questo, non c’è niente di male, sul serio! È stato giovane anche lei, no? Non era come noi?
Professore: No, assolutamente no.
Lietta: Peccato, ha perduto qualcosa. Ma in qualche modo si sarà divertito, era ricco, bello, che cosa faceva?
Professore: Cosa facevo?
Lietta: Sì.
Professore: Ho studiato, ho viaggiato, ho fatto la guerra, mi sono sposato… è andata male. E poi quando ho avuto tempo di guardarmi intorno mi sono trovato in mezzo… in mezzo a gente che non capivo più.
Stefano: Avanti professore, non è che siamo poi così diversi.”

 

Stefano: Oh Bianca non gli dare spago! Non vedi che sta per sferrare l’attacco contro la società “corrotta, capitalistica, borghese”? Siamo ancora a questo? Quella società neanche esiste oggi, e se c’è ancora ringrazia Dio, tu sei stato uno degli ultimi a beneficiarne!
Professore: Se è per questo esiste, esiste eccome, è molto più pericolosa oggi di sempre, perché mimetizzata.
Stefano: Oh no, anche lei professore!
Professore: Non sono un reazionario credevo l’avesse capito.
Stefano: Non l’avevo capito, anche lei è mimetizzato. Non ho ancora conosciuto un intellettuale che non si proclami di sinistra! Affermazione che per fortuna, quasi mai trova riscontro nella loro vita o nelle loro opere.
Professore: Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile.”

 

marzo 16, 2017 Posted by | Capolavori | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Amarcord

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Amarcord, io mi ricordo.
Per dirla all’emiliana o alla riminese,a m’arcord.
Un passato che rivive tra nostalgia e rimpianto,tipici sentimenti di chi sa che il passato irrimediabilmente non c’è più che si fonde
magicamente,liricamente,con immagini di rara bellezza.
Tutte in galleria,come un percorso ideale intrapreso nei meandri della memoria,alla ricerca di sensazioni visive,da risvegliare.
Quelle sensazioni che ti fanno pulsare il cuore e ritornare ad un passato irripetibile,come tutto quello che appartiene
alla vita e alla storia.
Che è personale ma che si fonde mirabilmente con la storia collettiva,attraverso volti e personaggi,più o meno sfumati,più o meno importanti
ma tutti impressi come una ruga sul volto nei ricordi.
Amarcord è il film più autobiografico,più sentito di Federico Fellini.
E non poteva essere altrimenti.
Perchè quando metti mano alla tua storia personale vai a smuovere qualcosa che credi di aver messo da parte,che ti accompagna ma che
man mano esplode proprio nel momento in cui li riporti alla vita,o meglio,a nuova vita.
Così il film si trasforma in una serie ininterrotta di emozioni visive sull’onda del passato vissuto nella natia Rimini,quella degli anni trenta.
Così diversa dalla Rimini degli anni settanta proprio come è differente il grande Federico nella maturità,com’è ovvio che sia.

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Amarcord è un percorso a ritroso,ideale.
Un viaggio nella Rimini degli anni 30,probabilmente il 1933,visto che ci sono sequenze con la Mille Miglia e il passaggio del Rex,atteso dalla folla con ansia spasmodica;un percorso di un anno,di primavera in primavera,che però segna profondamente la vita del protagonista del film e lo trasporta nell’età adulta.
Una carrellata di personaggi si susseguono sullo schermo;tristi,allegri,goliardici,meschini.
Tutte le categorie umane sfilano senza soluzione di continuità,tanto che in ognuno di essi lo spettatore sembra riconoscere qualcuno deja vu.
Infatti Fellini disse “« Mi sembra che i personaggi di Amarcord, i personaggi di questo piccolo borgo, proprio perché sono così, limitati a quel borgo,
e quel borgo è un borgo che io ho conosciuto molto bene, e quei personaggi, inventati o conosciuti, in ogni caso li ho conosciuti o inventati molto bene, diventano improvvisamente non più tuoi, ma anche degli altri »
Acuta l’osservazione di Valter Veltroni:”Basterebbe il Rex,, la sequenza dell’arrivo del Rex per vedere Amarcord di Fellini. Viaggio e conquista, speranza e realizzazione, povertà e riscatto sono nel sogno di quella nave, scura e maestosa.
Il film è il Rex della memoria. È una traversata in un mondo di poesia, di frammenti di reale, di schiette furbizie dei ricordi di un tempo. Con Fellini, e con lo stupore di Tonino Guerra, guardiamo, in quella Romagna fascista, una terra carnosa e irriverente, surreale e sognatrice. Lo zio matto che dalla cima di un albero grida: «Voglio una donna» e viene salvato da una monaca nana, il volto di lince della Gradisca,
le «bombardone» della tabaccaia che inizia al sesso gli adolescenti, l’apparire del mito delle Mille Miglia, la neve che scende copiosa, il vecchietto che non smette più di fischiare e muovere il braccio per testimoniare la virilità difesa.”

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Protagonista del film è Titta Benzi,storico amico d’infanzia del regista,così come l’altra protagonista è la Rimini tanto amata e detestata;una Rimini ricostruita negli studios di Cinecittà e ad Ostia,una cittadina pigra e indolente,goliardica e provinciale.
Lo sfondo è quello dell’Italia fascista,preda di un regime menzognero e prevaricatore,un’Italia quasi infantile che subisce le angherie del regime,dalle divise dei balilla alle adunate oceaniche,dalla retorica del Duce ha sempre ragione alle sue magniloquenti quanto effimere manifestazioni di grandezza.
Titta è figlio di Aurelio e Miranda;il primo è un piccolo costruttore,la seconda una tranquilla donna di casa.
I due sono perennemente preda di bisticci familiari,mentre nella famiglia ci sono anche zio Teo,dalla salute mentale precaria e spesso ricoverato in manicomio e zio Pataca,dalla vocazione parassitaria,che vegeta alle spalle della famiglia.
Il microcosmo esterno pullula di personaggi di ogni genere;quello femminile,che provoca in Titta i primi pruriti adolescenziali ha in Gradisca la figura più potente.
La donna è una procace parrucchiera,protagonista dei sogni erotici del giovane e dei suoi amici;c’è la tabaccaia dai seni monumentali,che in qualche modo “svezzerà” Titta e Volpina,che ad onta del suo nome è una scemacchiotta ai limiti della ninfomania.
Il piccolo universo si popola anche di grottesche o tenere figure maschili,come Giudizio il matto o Biscein,il patologico bugiardo,il suonatore cieco di Cantarel e tanti,tanti altri volti che costuiscono l’humus nel quale il giovane Titta forma il suo carattere e sperimenta delusioni e alimenta speranze.
Amarcord quindi vive di questo perenne ricordo di una stagione,forse la più importante nella vita di ognuno,quella che ti strappa dalla condizione di adolescente e ti trasporta nel mondo contraddittorio,pericoloso e schizofrenico degli adulti.

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Fellini va alla ricerca delle sue radici,con nostalgia ed evidente rimpianto.
Il suo percorso negli archivi della memoria riporta a galla un periodo storico irrimediabilmente cancellato dalla storia,non certo dai ricordi personali.
Come dimenticare tuo padre antifascista costretto a bere l’olio di ricino?
Ricordi impressi come un marchio di fuoco,in cui si risveglia la tenerezza per le prime pulsioni sessuali e per le esperienze maturate con il gruppo di amici con cui ha condiviso una stagione importante della vita.
Un’esperienza visiva potente,tutta da gustare.
Che vive anche si una sonorità assolutamente straordinaria,sottolineata dalle splendide musiche di Nino Rota che accompagnano il film.
Due ore di cinema di altissimo livello.
Popolato da una galleria di attori straordinari.
Dalla sempre intensa Pupella Maggio,che interpreta la madre di Titta a Armando Brancia che interpreta il padre a Magali Noel,la conturbante Gradisca a Ciccio Ingrassia che è Teo,fino a Bruno Zanin che interpreta Titta,gli attori guidati dalla maniacale mano di Fellini danno il meglio di se.
Tra le molte sequenze memorabili del film,cito il volo del pavone nella neve,il passaggio del transatlantico Rex,la giunonica tabaccaia che soffoca Titta con i seni,Teo sull’albero,la morte della madre di Titta,episodio chiave per la crescita e l’ingresso nell’età adulta.

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L’accoglienza ad Amarcord,uscito nelle sale italiane il 18 dicembre 1973 fu da subito unanimemente entusiasta;per la prima volta un film di Fellini sbancò il botteghino e ben presto il film venne candidato agli Oscar,con la vittoria del 1975 come miglior film straniero,dopo una strenua lotta con un altro splendido film,Cognome e nome: Lacombe Lucien (Lacombe Lucien), regia di Louis Malle.
In definitiva,un film che coniuga in maniera pressochè perfetta la poesia con l’immagine;uno dei capolavori assoluti del cinema,capace di portare nel linguaggio comune un altro termine diventato un neologismo nazionale,mutuato dal titolo del film,Amarcord,come Dolce vita per indicare un’epoca storica della vita sociale italiana.
Vi segnalo la presenza su You tube di un rarissimo dietro le quinte del film,con scene riprese durante le riprese del film;https://www.youtube.com/watch?v=ptXUjMNNALc
Per quanto riguarda lo streaming (e il download del film) una bella versione è presente a questo indirizzo:https://openload.co/f/bGVOD01axmw/Federico_Fellini-Amarcord__1973.mp4

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Amarcord

Un film di Federico Fellini. Con Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Giuseppe Ianigro, Gianfilippo Carcano, Ciccio Ingrassia, Magali Noël, Nandino Orfei, Alvaro Vitali, Josiane Tanzili, Mario Liberate, Maria Antonietta Beluzzi, Antonino Faa Di Bruno, Francesco Maselli, Lino Patruno, Nando Orfei, Aristide Caporale Commedia, , durata 127 min. – Italia 1973.

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Bruno Zanin: Titta
Armando Brancia: Aurelio, il padre di Titta
Pupella Maggio: Miranda, la madre di Titta
Giuseppe Ianigro: Il nonno di Titta
Nando Orfei: Lallo, detto “Il Pataca”, lo zio di Titta
Stefano Proietti: Oliva, il fratello di Titta
Magali Noël (con il nome Magali’ Noel): Ninola “La Gradisca”
Donatella Gambini: Aldina Cordini
Gianfranco Marrocco: Il figlio del conte
Antonino Faà di Bruno: Il conte di Lovignano
Fernando De Felice: Cicco
Bruno Lenzi: Gigliozzi
Bruno Scagnetti: Ovo
Alvaro Vitali: Naso
Ciccio Ingrassia: Teo, lo zio matto
Francesco Vona: Candela
Aristide Caporale: Giudizio
Luigi Rossi: L’avvocato
Gennaro Ombra: Biscein
Domenico Pertica: Il cieco di Cantarel
Ferruccio Brembilla: Il leader fascista
Marcella Di Folco (con il nome Marcello Di Falco): Il Principe
Antonio Spaccatini: Il federale
Maria Antonietta Beluzzi: La tabaccaia
Josiane Tanzilli: La Volpina
Gianfilippo Carcano: Don Balosa
Mauro Misul: Il professore di filosofia
Armando Villella: Fighetta, il professore di greco
Mario Liberati: Ronald Coleman, proprietario del teatro Fulgor

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Piero Tiberi: Titta Biondi
Corrado Gaipa: Aurelio, il padre di Titta; Oste
Ave Ninchi: Miranda, la madre di Titta
Fausto Tommei: Il nonno di Titta
Romolo Valli: Lallo, lo zio di Titta
Paola Dapino: Gina, la cameriera
Enzo Robutti: Teo, lo zio matto
Adriana Asti: La Gradisca; La Volpina
Oreste Lionello: Giudizio; Il federale; Fighetta, il professore di greco; Muratore poeta
Solvejg D’Assunta: La tabaccaia
Enzo Robutti: Il cieco di Cantarel
Renato Cortesi: Fascista pelato dal barbiere; Uomo in strada; Ragazzo con le occhiaie; Il fascista dell’olio di ricino
Isa Bellini: Prof.ssa di matematica
Carlo Baccarini: Il fotografo; Il barbiere; Uomo che corteggia Gradisca; Operaio al cantiere; Uomo con paglietta
Gigi Reder: Prof. di scienze; Fascista sulla sedia a rotelle
Pietro Biondi: Il carabiniere Matteo, marito di Gradisca; Padrone del caffè commercio
Roberto Bertea: Madonna, il vetturino
Marcello Tusco: Il proprietario del Fulgor
Mario Feliciani: Zeus, il preside
Mario Maranzana: Un cliente del barbiere; Fascista che urla nel buio
Silvio Spaccesi: il vecchio preso in giro
Enrico Lazzareschi: Il fascista toscano
Mario Maldesi: L’emiro nano; L’infermiere del manicomio; Parole sussurrate
Enzo Liberti: Medico dell’ospedale
Laura Carli: La monaca nana
Moira Orfei: Donna sulla barca
Federico Fellini: Le pernacchie

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Regia Federico Fellini
Soggetto Federico Fellini, Tonino Guerra
Sceneggiatura Federico Fellini, Tonino Guerra
Produttore Franco Cristaldi
Casa di produzione F.C. Produzioni
Distribuzione (Italia) Dear International
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Ruggero Mastroianni
Effetti speciali Adriano Pischiutta
Musiche Nino Rota
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati
Trucco Rino Carboni

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1 Amarcord 2:07
2 La fogaraccia 2:14
3 Le Manine di Primavera 3:10
4 Lo Struscio: Quel Motivetto che mi piace tanto / Stormy Weather / La cucaracha 3:54
5 L’emiro e le sue odalische: Solomè abat jour 2:30
6 Gary Cooper 1:23
7 La gradisca e il principe 2:29
8 Siboney 2:09
9 Danzando nella nebbia 1:49
10 Tutti a vedere il rex 2:27
11 Quanto mi piace la gradisca 3:08
12 La Gradisca si Sposa e se ne và 2:16

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“Mio nonno fava i mattoni, mio babbo fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me’, ma la casa mia n’dov’è?”

“Le manine scoincidono nel nostro paese con la primavera. Sono delle manine di cui che girano, vagano qua e vagano anche là.
Sorvolano il cimitero di cui tutti riposano in pace. Sorvolano il lungomare come i tedeschi… datesi che il freddo non lo sentono loro.
Ai… Al… Vagano, vagano. Girolanz… Gironzano… Gironzalon… Vagano, vagano, vagano!”

“Commetti atti impuri? Ti tocchi? Lo sai che San Luigi piange quando ti tocchi? “

Guarda quante ce ne sono, oh. Milioni di milioni di milioni di stelle. Ostia ragazzi, io mi domando come cavolo fa a reggersi tutta sta baracca.
Perché per noi, così per dire, in fondo è abbastanza facile, devo fare un palazzo: tot mattoni, tot quintali di calce, ma lassù, viva la Madonna,
dove le metto le fondamenta, eh? Non son mica coriandoli.”

“Qual gentil donzella, tu mi appari Aldina bella, e in tutto il tuo folgore (DANG!), mi fai battere forte il cuore (DANG, DANG!).”

“E bà de mi bà diceva così: Per campè sèn bsegna pisé spes com’i chen. Per campar sano bisogna pisciar spesso come il cano.”

“Un babbo fa per cento figlioli e cento figlioli non fanno per un babbo, questa è la verità.”

“È l’inverno che muore, sai, e arriva la primavera. Me la sento già addosso io, la primavera!”

“Eh, sono ancora qui che aspetto! Vorrei un incontro di quelli lunghi, che durano tutta una vita… Vorrei avere una famiglia, io: dei bambini, un marito per scambiare due parole la sera…
magari bevendo il caffelatte… e poi qualche volta fare anche l’amore, perché quando ci vuole ci vuole! Ma più che l’amore contano i sentimenti, e io ne ho tanto di sentimento dentro di me…
Ma a chi lo do? Chi è che lo vuole?”

“Camerati, hanno detto pane e lavoro; ma non è meglio pane e un bicchiere di vino?”

“Ma come si fa a non toccarsi quando si vede la tabaccala con tutta quella roba, che ti dice “Esportazione?”!? E la professoressa di matematica che sembra un leone…
Madonna, ma come si fa a non toccarsi quando ti guarda così?”

“Le manine coincidono nel nostro paese con la primavera. Sono delle manine di cui che girano, vagano qua e vagano anche là. Sorvolano il cimitero di cui tutti riposano in pace.
Sorvolano il lungomare come i tedeschi… datesi che il freddo non lo sentono loro. Ai… Al… Vagano, vagano. Girolanz… Gironzano… Gironzalon… Vagano, vagano, vagano!”

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Oscar 1975 per il miglior film straniero
David di Donatello 1974 per il miglior film a Federico Fellini e Franco Cristaldi
per la miglior regia a Federico Fellini
Nastro d’argento 1974 per il miglior regista del miglior film a Federico Fellini
Miglior soggetto originale a Federico Fellini
Miglior sceneggiatura a Federico Fellini e Tonino Guerra
Miglior attore esordiente a Gianfilippo Carcano
Globo d’oro 1975 per il miglior film a Federico Fellini e Franco Cristaldi
National Board of Review Awards 1974 per il miglior film straniero

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febbraio 14, 2017 Posted by | Capolavori, Commedia | , , , , , , , , , , | 1 commento

Qualcuno volò sul nido del cuculo

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One Flew Over the Cuckoo’s NestQualcuno volò sul nido del cuculo è un romanzo importante scritto da Ken Kesey e pubblicato solo tre anni più tardi,un’opera che si inserisce autonomamente nell’ampio movimento culturale della “beat generation“.
Un romanzo che parla di psichiatria e manicomi,di malattie psichiche e condizioni di degenza, un tema scomodo,quasi sempre affrontato di straforo
per l’incapacità di trattare con cognizione di causa il grave problema delle malattie mentali.
Con una scrittura diretta,senza fronzoli,Kesey ambienta la sua storia all’interno di un manicomio,parola ormai in disuso ma che all’epoca era l’unica disponibile per indicare quello che era a tutti gli effetti un carcere per i sofferenti di malattie psichiche.
Nel 1975 il regista ceco Milos Forman riprende il testo di Kesey,modificandolo in parte ma lasciando intatto il titolo,Qualcuno volò sul nido del cuculo,locuzione gergale americana ripresa da una filastrocca che recita “”Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest” ad indicare proprio i manicomi riferendosi alle oche che volano in oriente e in occidente,mentre qualcuna vola sul nido del cuculo.
Forman ne fà una storia autonoma,incisiva,drammatica e sicuramente claustrofobica,mantenendo quello che era lo spirito di Kesey,che però non apprezzò affatto la riduzione cinematografica tanto da fare causa alla produzione.
Il che francamente fu decisione discutibile,alla luce della splendida e autonoma storia diretta da Forman e che,per inciso,si trasformò in un formidabile battage pubblicitario per il romanzo.

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Forman preparò con cura maniacale il film,come del resto nel suo stile;volle che gli attori entrassero in un istiuto di igiene mentale e vedessero con i propri occhi le loro condizioni di vita,arrivò ad usare per il film le partecipazioni di autentici sofferenti mentali,proiettando agli attori un documentario,Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman per calarli ancor più nelle loro parti.
Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta la storia di Randle Patrick McMurphy,un disadattato all’apparenza,ma in realtà solo un ribelle contro una società che considera opprimente.
McMurphy diventa un caso per il dottor Spivey,che deve valutarne le reali capacità mentali;l’uomo infatti ben presto si mostra insofferente verso la rigida disciplina dell’istituto psichiatrico;lo scontro diventa aperto tra infermiera Mildred Ratched e McMurphy stesso,visto che la prima rappresenta il “potere interno” dell’ospedale.
Ben presto la ribellione di McMurphy diventa totale;l’uomo si rende conto delle assurde regole che vengono imposte ai degenti,non ultima quella che vede la rigida divisione fra gli stessi,costretti in gruppi discriminati dalla gravità della patologia dalla quale sono affetti.
McMurphy diventa un elemento destabilizzante per l’ospedale;il suo rapporto con gli altri degenti diventa sempre più stretto man mano che l’uomo riesce a strapparli all’apatia di cui sembrano ormai prede irrecuperabili.
I migliori successi McMurphy li ottiene con Billy Bibit,un giovane che come si scoprirà non soffre di particolari patologie se non quelle legate alla balbuzie,conseguenza di una personalità ancora in formazione.
Nel frattempo stabilisce un’amicizia profonda con un gigantesco nativo,”Grande Capo” Bromden,che si finge sordo muto principalmente per l’incapacità di affrontare il mondo esterno,quello che invece McMurphy ben conosce.
Con il passare del tempo i gesti di ribellione di McMurphy si trasformano,per i dirigenti della struttura,in una guerra aperta molto pericolosa per l’establishment.

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Ad essere attaccata è la logica stessa della struttura.
McMurphy ottiene,in breve tempo,risultati eccezionali usando semplicemente la logica del reinserimento dei malati nella vita quotidiana;li fa viaggiare in autobus,li porta a fare una gita in barca,porta all’interno della struttura donnine allegre e alcool.
La normalità però è l’unica vera grande nemica del potere:il potere stesso vive e vegeta sulla paura,sulla costrizione,sui farmaci insomma su un coacervo di costrizioni che rendono i malati stessi facili prede.
La reazione del potere non si fa attendere;quando McMurphy vede morire suicida il giovane Billy e in conseguenza di ciò aggredisce la rigida e spietata infermiera Mildred,tentando di strangolarla, viene messo in condizione di non creare più problemi.
Viene lobotomizzato,ridotto ad un vegetale,lui che era uno spirito libero,indomito.
Ad avere pietà è il suo amico “Grande Capo” Bromden:con un cuscino il nativo lo soffoca,poi sradica un lavabo e lo scaglia contro una finestra e fugge.
La vita va affrontata,non puoi nasconderti da essa…
Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei film più importanti nella storia del cinema.

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A parte l’innovativo linguaggio usato da Forman,il tema scabroso e poco noto o quanto meno spesso trascurato ed occultato da registi e scrittori,
la grandissima abilità con cui il regista affronta i momenti topici del film,che è ambientato quasi tutto nell’oppressiva struttura ospedaliera,oppressiva anche come location, a parte tutto questo dicevo Forman sceglie un interprete assolutamente perfetto per il ruolo di McMurphy,quel Jack Nicholson che fornirà una prova da primo della classe,gigioneggiando,esprimendo attraverso mille espressioni facciali gli stati d’animo del ribelle McMurphy.
Altro merito di Forman è quello di fornire svariate chiavi di lettura complementari,ovvero un’analisi spietata della struttura che si universalizza in una condanna del potere anche politico con più di un riferimento alle vicende storiche americane,incluse una suggerita rilettura del movimento dei figli dei fiori e più in generale di tutti quei movimenti alternativi che fiorirono in America negli anni sessanta fino ai giorni in cui venne girato il film.
C’è anche un espediente che va sottolineato (ed applaudito),quello dell’improvvisazione.
Molte battute e scene vennero letteralmente create al momento,rendendo tutto il film una specie di happening creativo collettivo,il che influuì anche profondamente sulla recitazione di tutto il gruppo,che strapa a tratti applausi a scena aperta.
La gestazione del film fu molto elaborata.

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A produrre la pellicola fu Michael Douglas che subentrò a suo padre,che deteneva i diritti cinematografici,il che alla fine valse al giovane figlio d’arte un Oscar;per il ruolo del protagonista vennero contattati dapprima Marlon Brando, Burt Reynolds e Gene Hackman e infine James Caan,che rifiutarono il ruolo;alla fine venne scelto Nicholson,che da soluzione di riserva si trasformò in uno straordinario valore aggiunto per il film stesso.
Altro personaggio importante è quello di “Grande Capo” Bromden,interpretato da Will Sampson,che da oscuro ranger di un parco si trovò trasformato in un divo.
Il nativo,scelto per le sue caratteristiche fisiche,alla fine si trasforma in un autentico mito,con quella espressione granitica che rende impenetrabile il volto e sopratutto per la grande interpretazione nelle scene finali,autentica perla del film.
L’accoglienza da parte di pubblico e critica fu quasi universalmente trionfale;una valanga di riconoscimenti si riversò sul film,dagli Oscar ai Golden Globe passando per i prestigiosi BAFTA
Uno dei più importanti resta l’inserimento del film nei primi 100 di tutti i tempi.

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Giusto e sacrosanto.
Per chi voglia vedere in streaming questo capolavoro imprescindibile c’è una splendida versione all’indirizzo https://openload.co/f/wx4rNL-8bmw/CB01.EU-1v4lcvn0.v0l0.svl.n1d0.d3l.cvcvl0.BR.mkv
oppure http://www.nowvideo.li/video/7402c73c02e54

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un film di Milos Forman. Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, William Redfield, Will Sampson, Brad Dourif,Christopher Lloyd, Danny DeVito, Sydney Lassick, Dean R. Brooks, Scatman Crothers, Vincent Schiavelli, William Duell, Mwako Cumbuka, Nathan George, Alonzo Brown, Peter Brocco, Josip Elic, Lan Fendors, Mimi Sarkisian, Mews Small, Louisa Moritz, Michael Berryman, Ken Kenny, Dwight Marfield, Ted Markland, Philip Roth, Delos V. Smith Jr., Tin Welch, Mel Lambert, Kay Lee, Anjelica Huston
Titolo originale One Flew over the Cuckoo’s Nest. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 133 min. – USA 1975.

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qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-protagonisti

Jack Nicholson: Randle Patrick McMurphy
Louise Fletcher: infermiera Mildred Ratched
Will Sampson: “Grande Capo” Bromden
Brad Dourif: Billy Bibit
Christopher Lloyd: Taber
William Redfield: Harding
Sydney Lassick: Charlie Cheswick
Danny DeVito: Martini
Peter Brocco: colonnello Matterson
Dean R. Brooks: Dr. John Spivey
Alonzo Brown: Miller
Scatman Crothers: Turkle
Mwako Cumbuka: Attendant Warren
William Duell: Jim Sefelt
Michael Berryman: Ellis
Josip Elic: Bancini
Lan Fendors: infermiera Itsu
Nathan George: agente Washington
Ken Kenny: Beans Garfield
Mel Lambert: Harbormaster
Kay Lee: infermiera notturna
Dwight Marfield: Ellsworth
Ted Markland: Hap Arlich
Louisa Moritz: Rose
Philip Roth: Woolsey
Mimi Sarkisian: infermiera Pilbow
Vincent Schiavelli: Frederickson
Marya Small: Candy
Delos V. Smith Jr.: Scanlon
Tin Welch: Ruckley

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Regia Miloš Forman

Soggetto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey
Sceneggiatura Bo Goldman, Lawrence Hauben
Produttore Michael Douglas, Saul Zaentz
Casa di produzione United Artists, Fantasy Films
Distribuzione (Italia) Mikado Film
Fotografia Haskell Wexler
Montaggio Sheldon Kahn, Lynzee Klingman
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert, Edwin O’Donovan

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Adalberto Maria Merli: Randle Patrick McMurphy
Benita Martini: infermiera Ratched
Massimo Foschi: “Grande Capo” Bromden
Paolo Turco: Billy Bibit
Enzo Robutti: Taber
Pietro Biondi: Harding
Gianni Bonagura: Charlie Cheswick
Nino Scardina: Martini
Mario Milita: Turkle
Enzo Garinei: Jim Sefelt
Mario Mastria: paziente del gruppo d’ascolto

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“Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?
Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!”

“L’ultima volta che l’ho visto era ubriaco fradicio, gli occhi bruciati dall’alcool. Ogni volta che portava la bottiglia alla bocca, non era lui che la beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.”

” La prima donna che mi faccio la accendo tutta come un flipper e alla prima botta quella mi fa tilt ci puoi scommettere!”

“Continuiamo come se fosse un giorno qualsiasi”; “Carta a me! “.

“Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro!”

Ha mai sentito il detto: ” Chi non sta fermo non pianta radici”?

“Non mi piace affatto l’idea d’ingoiare qualcosa quando non so che roba è!”

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One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Opening Theme)
Medication Valse
Bus Ride To Paradise
Cruising
Trolling
Aloha Los Pescadores
Charmaine
Play The Game
Last Dance
Act Of Love
Jingle Bells
One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Closing Theme)

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-riconoscimenti

Oscar 1976

Miglior film a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler e Bill Butler
Nomination Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Miglior colonna sonora a Jack Nitzsche

Golden Globe 1976

Miglior film drammatico a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson
Miglior attrice in un film drammatico a Louise Fletcher
Miglior attore debuttante a Brad Dourif
Migliore sceneggiatura a Lawrence Hauben e Bo Goldman

Premio BAFTA 1976

Miglior film a Michael Douglas, Saul Zaentz e Milos Forman
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler, Bill Butler e William A. Fraker
Nomination Miglior colonna sonora originale a Jack Nitzsche
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Mary McGlone, Robert R. Rutledge, Veronica Selver, Larry Jost e Mark Berger

Inoltre:
Premio 1977 Kansas City Film Critics Circle Award per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Board of Review Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Premi David di Donatello 1976 per il migliore regista straniero a Miloš Forman e per il miglior attore straniero a Jack Nicholson
Nastro d’argento 1976 per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Society of Film Critics Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson

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Ken Kesey

Sono laggiù.
Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti
sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.
Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni
d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo in cui si trovano, la gente per la
quale devono lavorare. Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano.
Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli
hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti
insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo
sfavillio duro delle valvole nella parte posteriore di una vecchia radio.
«Ecco il Capo. Il “suuu-per” Capo, compari. Il vecchio Capo Ramazza. Dove te
ne vai, Capo Ramazza…» Mi mettono uno straccio in mano, mi indicano il punto che
vogliono farmi pulire oggi, e io vado. Uno di loro mi sferra un colpo con il manico
della scopa sui polpacci affinché mi affretti a passare.
«Ehilà, lo vedi come scappa? È alto abbastanza per mangiarmi mele sulla testa e
ha paura di me come un bambino.»
Ridono, poi li sento farfugliare

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febbraio 10, 2017 Posted by | Capolavori, Drammatico | , , | 2 commenti

I duellanti

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Fencing is a science. Loving is a passion. Duelling is an obsession”, ovvero: “La scherma è una scienza. L’amore, una passione. Il duello, un’ossessione” – è il sagace annuncio stampato sulla locandina del film “I duellanti” (“The Duellists”), debutto cinematografico del regista Ridley Scott, che uscì nelle sale francesi e britanniche nel 1977.
Il primo film della fruttuosa carriera di Scott, valse al regista di “Alien”, “Blade Runner”, “1492 – Conquest of Paradise”, “Gladiator”, “Kingdom of Heaven”, un episodio del “All the Invisible Children”, il premio per la miglior opera prima a Cannes (1977) ed il David di Donatello (1978) per la migliore regia ed il miglior film straniero .
Avendo alle spalle una ricca esperienza nel settore pubblicitario e dei cortometraggi (ben 1.500 annunci) e dopo aver studiato arte e design, Ridley Scott sfidò se stesso nel film “I Duellanti”, mettendo in atto una mirabile e virtuosa esercitazione di stile, soprattutto come immagine (fotografia : Frank Tidy), scenografia (Bryan Graves, Peter J. Hampton) e musica (Howard Blake).
Come anticipato dal titolo, la pellicola di Scott è incentrata sul combattimento formalizzato tra due personaggi.
La particolarità del film è rappresentata dal fatto che ciascun duello si svolge in modo distinto. In questo senso, il regista prestò una cura quasi maniacale alla scenografia (ispirandosi al premiato “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick), a scapito di un miglior sviluppo della trama (sceneggiatura : Gerald Vaughan – Hughes, basata sul racconto di Joseph Conrad ).

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Nonostante si dica che il regista avesse avuto a disposizione modeste risorse economiche, ciò non traspare nelle scene, le quali appaiono di altissima qualità.
Testimonianze raccontano come le spade impiegate nel film siano state collegate a batterie elettriche per produrre scintille spettacolari, tanto che gli attori vennero persino scossi un paio di volte durante le riprese.

La pellicola ambientata nell’epoca napoleonica racconta la storia di due ufficiali ussari agli antipodi – l’impulsivo Gabriel Feraud (Harvey Keitel) ed il razionale Armand D’ Hubert (Keith Carradine) – che acquisteranno popolarità grazie alla loro ossessione per il duello. Il motivo degli scontri: uno di essi, Feraud, si ritrova (pretestuosamente) ferito nell’orgoglio.
Al fine di una migliore comprensione del soggetto, è opportuno ricordare che, nelle modalità in cui veniva praticato dal XV secolo in poi, un duello ricadeva sotto precise regole: era un combattimento consensuale e prestabilito che scaturiva per la difesa dell’onore, della giustizia e della rispettabilità, e che si svolgeva secondo regole accettate in modo esplicito o implicito tra uomini di medesimo ceto sociale e armati nel medesimo modo. Solitamente, il duello era estraneo alla legge ufficiale, che lo vietava o al più lo tollerava, e veniva vagliato dai contendenti come un’azione sostitutiva della legge stessa – assente o ritenuta insoddisfacente ai fini della giustizia.

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Nel film di Scott, la contesa dell’onore si estende per più di quindici anni, periodo assai lungo durante il quale le vicende di vita privata degli protagonisti si intrecciano con gli affari bellici di Napoleone.
La pellicola segue e cattura le peregrinazioni degli ufficiali partendo da Strasburgo (1800), passando per Augusta (1801) e Lubbeca (1806), e persino in Russia (1812), dove il duello non venne impedito dal rigido clima invernale, bensì da un attacco a sorpresa dei cosacchi.

Dopo il ritorno in Francia, il cambiamento di regime comportò l’arresto per tradimento di Feraud, ma D’ Hubert, ora ufficiale superiore, intervenne salvando la vita al suo avversario.
Una precisazione in merito agli eventi storici: Scott collocò l’ultimo duello nel 1816, dopo la sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte.
Orbene, in verità, questi avvenimenti ebbero luogo tra la fine del 1813 e la primavera del 1814.
Nell’autunno del 1815 Napoleone fu mandato in esilio sull’Isola Sant Elena, ove si spense, poi, nel 1821.
Tornando alla pellicola, nel 1816, a Tours, i duellanti affrontano l’ultima sfida, che si concluderà con un ironico armistizio.
Infatti, il ponderato D’ Hubert, promotore del fair play, sconfiggerà con un monologo memorabile il collerico Feraud:
You have kept me at Your beck and call for fifteen years. I shall never again do what You demand of me. By every rule of single combat, from this moment Your life belongs to me. Is that not correct? Then I shall simply declare You dead. In all of Your dealings with me, You’ll do me the courtesy to conduct Yourself as a dead man. I have submitted to Your notions of honor long enough. You will now submit to mine.”
Mi avete tenuto alla Vostra mercè per quindici anni. Non farò più ciò che Voi pretendete da me. Per il codice cavalleresco, la Vostra vita da questo momento mi appartiene. Ne convenite, vero? E io semplicemente Vi dichiaro morto. In tutti i vostri rapporti con me mi farete il piacere di comportarvi come foste defunto. Ho subito troppo al lungo il Vostro concetto dell’onore. Ora Voi subirete il mio.

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Ad un prima visione, la storia valorizzata da Scott potrebbe sembrare abbastanza comune, senza grosse pretese.
Tuttavia, il regista britannico, abile indagatore della psicologia umana, incita il pubblico ad approfondire il suo concetto dipanando una seconda chiave di lettura piena di significati inquietanti.
Scott invita lo spettatore alla riflessione su argomenti malagevoli come l’impiego della violenza fisica con il pretesto della salvaguardia di una moralità fasulla.
Inoltre, il regista punta il dito contro la meschinità dell’essere umano, il quale non disdegna l’impiego di svariati mezzi- e qui entrano nello scenario sia le armi da taglio, che quelle da fuoco – per stroncare l’avversario.
Da ultimo, Scott conclude la pellicola con il miraggio della luce (dell’intelligenza e del buon senso) che spunta e si diffonde contrastando e beffando l’animo buio dell’uomo.

Essenziale ed azzeccato il parere di Gordon Gow (Films and Filming) del 1978: “Un tema insolito, che paragona ironicamente la bellezza della natura all’assurdità della bruttezza umana, entrambe favorevoli promotrici dell’esordio regisorale di Ridley Scott. Il film esamina con sarcasmo e con malinconia l’antagonismo presente nell’essere umano, schiavo di stolti concetti sulla condotta onorevole. Con una perseveranza moderata e razionale, la pellicola biasima gli impulsi aggressivi e la natura ingannevole dei valori.”
Un film sicuramente da vedere ed apprezzare pure per la bellezza dei paesaggi naturali, animati da oche rumorose e da cavalli galanti, oppure, avvolti da nebbia e rugiada, offuscati da vapore e fumo, illuminati dalla luce dell’alba, del tramonto o del sole dei giorni nuvolosi… .
Al successo del film contribuirono, senza ombra di dubbio, le prestazioni degli attori protagonisti.
Keitel, con ogni muscolo del suo corpo teso, con gli occhi che sviluppano ombre, compare in scene che investono il pubblico con la tensione di una molla spirale.

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Keith Carradine conferisce al personaggio D’ Hubert una splendida grazia virile; con le sue trecce militari, oppure con i capelli sciolti in una criniera d’oro, sembra un “hippie Apollo”.
E pensare che Carradine aveva ripetutamente rifiutato il ruolo! L’attore, ammise, addirittura, di averlo accettato in quanto tentato dalla cucina e dai vini della Borgogna, ove si sono svolte parte delle riprese.
Quanto alle apparizioni femminili, esse sono strumentali al fine di dipingere al meglio il personaggio D’Hubert. Difatti, Scott riservò ruoli secondari a Cristina Raines (Adele de Valmassic) e Diane Quick (Laura).
Oltre agli attori sopra menzionati, compaiono in ruoli secondari: Tom Conti (“Merry Christmas Mr. Lawrence”), Albert Finney (“Tom Jones”, “Erin Brockovich”), Robert Stephens (“Empire of the Sun”), Pete Postlethwaite (“The Usual Suspects”) ed Edward Fox (“Gandhi”).
In lingua originale, la storia veniva narrata da Stacy Keach (“American History X”).
La voce narrante nell’edizione italiana è quella dell’attore Romolo Valli, il quale aveva avuto lo stesso compito tre anni prima in “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick.
Fortunatamente, la pellicola passa spesso in tv e penso sia di facile reperibilità.

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I duellanti
Un film di Ridley Scott. Con Harvey Keitel, Keith Carradine, Robert Stephens, Edward Fox, John McEnery,Albert Finney, Jenny Runacre, Tom Conti, Alan Webb, Diana Quick, Arthur Dignam, Alun Armstrong, Liz Smith, Hugh Fraser, Pete Postlethwaite, Dave Hill, Gay Hamilton, Maurice Colbourne, Meg Wynn Owen, William Morgan Sheppard, Patricia Healy, William Hobbs, Christina Raines, Matthew Guinness, Neville Jason, Timothy Penrose, Anthony Douse, Richard Graydon, Tim Hardy, Michael Irving, Tony Matthew, Jason Scott, Luke Scott, Mary McLeod Titolo originale The Duellist. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 101 min. – Gran Bretagna 1977.

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Keith Carradine: Armand D’Hubert
Harvey Keitel: Gabriel Feraud
Albert Finney: Joseph Fouché
Edward Fox: Colonnello
Cristina Raines: Adele de Valmassic
Robert Stephens: Generale Treillard
Tom Conti: Dott. Joaquin
John McEnery: Cavaliere
Diana Quick: Laura
Alun Armstrong: Lacourbe
Maurice Colbourne: Tall Second
Gay Hamilton: Maid
Meg Wynn Owen: Léonie D’Hubert
Jenny Runacre: Madame de Lionne
Alan Webb: Cavaliere
Arthur Dignam: Capitano
William Morgan Sheppard: Maestro d’armi
Pete Postlethwaite: Barbiere
Liz Smith: Cartomante

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Regia Ridley Scott
Soggetto Joseph Conrad
Sceneggiatura Gerald Vaughan-Hughes
Produttore Ivor Powell, David Puttnam
Fotografia Frank Tidy
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali John Burgess
Musiche Howard Blake
Scenografia Peter J. Hampton
Costumi Tom Rand
Trucco Susan Barradell

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L’opinione di Snaporaz68 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Scott tralascia moralismi e sentimentalismi e si concentra sul modo di raccontare questa follia (dal racconto di Joseph Conrad “Il Duello”): i suoi giochi con la luce sono veramente magistrali (la sovraesposizione alla luce che fa da contrasto con le zone d’ombra, i punti di vista ribaltati) e gran parte delle scene del film sembrano quadri Caravvaggeschi. Alcuni esempi: le scene d’amore con i visi che emergono dal buio e il duello nel granaio con i fasci di luce che penetrano dalle aperture ai lati della scena. Da manuale di regia la scena del duello nella nebbia con Scott che si incaponisce (contro sceneggiatore e contro tutti) e ci mostra un Carradine tremante con i flashback della sua vita che scorrono quasi come un presagio. Altro colpo da maestro è il finale con questa napoleonica figura che si staglia in una visione dal’alto della grande vasta immensa stupidità umana e della grande vasta immensa caducità delle cose terrene. Il sole che a tratti fa capolino tra le nuvole su questa neonata consapevolezza non è un effetto digitale ma una tremenda botta di culo del regista britannico che si imbatte nel momento e nella giornata adatti per girare la scena conclusiva.

L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it

Il primo Ridley Scott viene da lontano, siamo negli anni settanta, la sua prima produzione è di matrice storica. Matrice che ritroveremo spesso e volentieri con questo cineasta.
“I duellanti” è quindi la prima firma su pellicola di un regista molto capace e assolutamente poliedrico, lo stile de “I duellanti” sembrerà essere, comunque, un po’ distante da ciò che saranno le altre produzioni, ma ci sono tutte le ragioni del mondo.
Scott con questo debutto non demerita però il prodotto del 1977 sembra essere una specie di ricordo storico della regia, una sorta di souvenir autentico. Oggigiorno assistere a “I duellanti” potrebbe appesantire chi guarda il tutto; ossia i ritmi sono bassissimi e la storia è una vera e propria forzatura, gli episodi si basano su un duello ripetitivo e quasi malato, ma al contempo abbastanza insensato.
Le grandi macchinazioni sono riservate per altre cose; tipo la scenografia e le ambientazioni che richiamano un mondo misterioso e di altri tempi, quasi fra il fiabesco e il gotico. La fotografia invece deve tutto alla sua scarsa nitidezza e alla suo sviluppo quasi artigianale, essendo alle volte quasi seppiata offre allo spettatore un ritratto d’autore. Diventa importante grazie alla sua miseria.
Per il resto è difficile oggi valutare in modo eccelso e sbalorditivo tale prodotto, come detto i tempi dell’azione viaggiano a velocità ridottissime e la costruzione della trama ha del teatro, cioè tutte le sequenze nascono e muoiono in funzione di questi fatidici duelli, ne sono sette. “I duellanti” in fondo avrebbe anche un’altra lettura, vuole essere una metafora e un richiamo, attraverso l’icona di Keitel di Napoleone Bonaparte, cioè l’ostinata ricerca della gloria che finisce in intermezzi e finali amari.

l’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per essere all’epoca un debuttante, Scott è regista sorprendentemente maturo: non solo arreda gli ambienti, cesella le scenografie e varia i fasci di luce senza degenerare nel preziosismo, ma prediligendo sintesi ed ellissi ad inutili verbosità sa anche come sfuggire ai possibili rischi di monotonia indotti dalla scansione diacronica di uno stesso evento (il duello interminabile tra i due ufficiali). Nel confronto tra l’orgoglio pervicace di Keitel e la padronanza di sé e la ragionevolezza di Carradine si onora il pensiero di Conrad su storia, destino ed antagonismo umano.
L’opinione di Tarabas dal sito http://www.davinotti.com
“Napoleone, la cui vita fu un duello con tutta l’Europa, non vedeva di buon grado i duelli nel suo esercito”. Inizia così il racconto di Conrad. Come il racconto, il film è un esercizio di ambientazione storica perfetto, una versione avventurosa di Barry Lyndon alla cui estetica è ispirato. L’ironia di Conrad si perde, resta la potente raffigurazione di un’epoca e una storia che consente più di una lettura (allegoria della guerra, del dissidio tra ragione e istinto). Splendido cast, splendido finale con Keitel “trasfigurato” nell’esiliato Bonaparte.

L’opinione del sito http://www.cinemastino.wordpress.com

(…) Nessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. (…)

L’opinione del sito http://www.scrivenny-dennyb.blogspot.it/

I duellanti è il primo film di Ridley Scott – regista di pellicole di culto quali Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise o del bellissimo American Gangster – che si aggiudicò il premio speciale della critica al Festival di Cannes quando presiedeva Roberto Rossellini (tanto per ricordare quanto i nostri grandi registi capiscano il talento di giovani e non ancora totalmente affermati colleghi, basti pensare anche a Bernardo Bertolucci che fu decisivo per l’assegnazione della Palma d’oro a Cuore selvaggio di David Lynch). Ciò che ho notato in questo film è l’attenzione particolare ai dettagli che ha avuto il regista nei confronti delle scene (che diventerà maniacale in Blade Runner), ispirate, a detta di Ridley Scott, a Barry Lindon. Quella che più mi viene in mente ritrae un uomo in una stanza seduto con la schiena sul letto, un flauto in una mano e uno spartito sul viso. Accanto a quest’ultimo un tavolinetto con delle pere in un vassoio e alcuni libri. Scommetto che i fogli sparsi sul pavimento, come tutto il resto della scenografia, sia stato posizionato dal regista stesso. Attenzione, eleganza, caparbietà fanno sì che questo film sia uno dei migliori esordi cinematografici di sempre.

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«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali».

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febbraio 5, 2017 Posted by | Capolavori, Drammatico | , , | 2 commenti

Philadelphia

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Los Angeles,21 marzo 1994.
Presso il Dorothy Chandler Pavilion si tiene la 66a edizione degli Academy Awards,gli Oscar del cinema.
Una emozionata Emma Thompson annuncia le nomination per gli Oscar al Miglior attore protagonista;è annunciata una lotta a due,quella tra Liam Neeson per l’interpretazione di Oskar Schindler nel film Schindler List di S.Spielberg e quella di Tom Hanks per quella di Andrew “Andy” Beckett nel film Philadelphia di Jonathan Demme.
Un’autentica ovazione accoglie la vittoria di Hanks;un risarcimento,in qualche modo,attribuito ad un grande attore e ad un film,Philadelphia,che si è dovuto inchinare solo uno dei capolavori del cinema,Schindler list.
Ma c’è anche un’altra prestigiosa statuetta a premiare il film;la miglior canzone,Oscar 1994 è Streets of Philadelphia di Bruce Springsteen,una delle cose più belle degli ultimi trent’anni in campo musicale.
A ben vedere,aldilà dell’improponibile confronto tra i due film protagonisti della serata degli Oscar,Philadelphia avrebbe meritato
comunque il massimo premio.

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Per essere un film sulla discriminazione,contro l’odio omofobico,sull’intolleranza,sula paura di quella che veniva definita la peste del ventesimo secolo.
E per la regia asciutta,senza tentennamenti,vigorosa di Jonathan Demme,capace di evitare il facile “dolore” di una storia a suo modo scomoda,
dai temi complessi e che affronta in modo sobrio una malattia terribile e la sua inevitabile conclusione.
Tanti temi,quindi.
Un film che sfida i pregiudizi o che almeno prova ad usare un’ottica differente da quella della ghettizzazione dei “finocchi“,come li chiama l’altro protagonista del film Joseph “Joe” Miller,l’avvocato che difenderà Andy (un grande Denzell Washington) che da subito non nasconde la sua posizione sui gay:
Voglio dirti una cosa, Andrew. Quando ti educano come hanno educato me e la maggior parte della gente in questo paese ti assicuro che nessuno ti viene a parlare di omosessualità oppure come dite voi stile di vita alternativo. Da bambino ti insegnano che i finocchi sono strani, i finocchi sono buffi, i finocchi si vestono come la madre, che hanno paura di battersi, che sono… sono un pericolo per i bambini, e che vogliono solamente entrarti nei pantaloni. Questo riassume più o meno il pensiero generale, se vuoi proprio sapere la verità.

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Il problema dell’omosessualità può sembrare oggi un affare superato;in realtà nel 1993,epoca in cui fu girato il film,l’essere gay o lesbica era una discriminante formidabile anche alla luce delle malattie trasmissibili che poteva comportare.
Il problema principale restava comunque la morale pubblica essenzialmente puritana;nella patria della democrazia essere gay significava non poter entrare nell’esercito,essere discriminato sul posto di lavoro o comunque nella vita sociale.
A tal pro si pensi anche alla difficoltà di portare sullo schermo storie che riguardassero l’omosessualità;fino a due decenni prima il famigerato Codice Hays impediva di fatto sceneggiature cinematografiche che affrontassero il tema.
Questo il quadro,quindi.
Philadelphia racconta la storia di due personaggi quasi antitetici.
Andrew Beckett,Andy,è un brillante avvocato,fiore all’occhiello del suo studio il Wyant & Wheeler mentre Joseph Miller,Joe è un avvocato di basso livello,che vivacchia con cause di poco conto.
Mentre Andy è omosessuale e vive la sua natura sessuale con qualche senso di colpa e nascondendo il suo orientamento sessuale,Joe ha una moglie e una figlia piccola.
Bianco il primo,di colore il secondo.

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Quasi un paradigma della divisione sociale americana.
Ma sarà Andy a dover affrontare i problemi più gravi,il giorno in cui un collega nota una lesione sul volto del giovane avvocato,divulgando così la notizia che Andy ha l’Aids.
Per Andy è l’inizio del calvario;viene licenziato dallo studio e si trova a dover affrontare i sintomi devastanti della malattia.
Ma non si arrende e grazie all’aiuto di Joe,intenta causa allo studio per discriminazione.
Joe,dapprima titubante,si getta a capo fitto nella difesa di Andy,col quale finirà per stabilire un profondo legame di amicizia.
Grazie alla sua famiglia,che non gli volta le spalle,Andy arriva fino in fondo nella sua causa contro lo studio.
Non vivrà abbastanza per vedere riconosciute le sue ragioni e l’indennizzo milionario a cui sarà condannato lo studio,ma morirà
serenamente circondato dai suoi parenti,dai suoi amici.

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Philadelphia ha grandi meriti,difetti trascurabili e sopratutto è un formidabile atto d’accusa contro l’intolleranza e la discriminazione.
Un film con attori bravissimi,come il citato Hanks e Washington,che avrebbe meritato l’Oscar anche lui,oltre a Banderas (bravo) e ad un eccezionale Jason Robards.
Poi,la colonna sonora,che oltre alla citata Streets of Philadelphia (della quale ripropongo la sintesi di shewolf ripresa da Note di cinema)vede la presenza dello splendido Philadelphia di Neil Young,di Ibo Lele dei REM e Have You Ever Seen the Rain? in una inusuale versione dei Spin Doctors,quasi a livello della celebrata versione originale dei Creedence Clearwater Revival.
Su Demme davvero poco da aggiungere a quanto di buono decantato dalla critica;dopo Il silenzio degli innocenti sfiora il bis nella notte degli Oscar,anche se il suo film non entra nella cinquina dei finalisti.Ma,si sa,Hollywood raramente premia il coraggio.
Uno dei film più belli degli anni 90…

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Philadelphia

Un film di Jonathan Demme. Con Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas, Joanne Woodward, Mary Steenburgen, Roberta Maxwell, Buzz Kilman, Charles Napier, Karen Finley, Daniel Chapman, Mark Sorensen Jr, Jeffrey Williamson, Charles Glenn, Ron Vawter, Anna Deavere Smith, Stephanie Roth Haberle, Lisa Talerico, Robert Ridgely, Chandra Wilson, Ford Wheeler, David Drake,
Peter Jacobs, Paul Lazar, Bradley Whitford, Lisa Summerour, Warren Miller, Lauren Roselli, Jane Moore, Joey Perillo, Bill Rowe, Dennis Radesky, Ann Dowd, Katie Lintner, Peg French, Ann Howard, Meghan Tepas, John Bedford Lloyd, Robert Castle, Molly Hickok, Dan Olmstead, Elizabeth Roby, Adam LeFevre, Gary Goetzman, Daniel Von Bargen Drammatico,  durata 120 min. – USA 1993.

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Tom Hanks: Andrew “Andy” Beckett
Denzel Washington: Joseph “Joe” Miller
Antonio Banderas: Miguel Alvarez
Jason Robards: Charles Wheeler
Lisa Summerour: Lisa Miller
Robert Ridgely: Walter Kenton
Anna Deavere Smith: Anthea Burton
Mary Steenburgen: Belinda Conine
Charles Napier: Giudice Garnett
Ron Vawter: Bob Seidman
Joanne Woodward: Sarah Beckett
Bradley Whitford: Jamey Collins
Lisa Talerico: Shelby
Bill Rowe: dottor Ambruster
Obba Babatundé: avvocato Jerome Green
Roberta Maxwell: Giudice Tate
Buzz Kilman: Crutches
Karen Finley: Dr. Gillman
Charles Glenn: Kenneth Killcoyne
Stephanie Roth Haberle: Rachel Smilow
Julius Erving: sé stesso
Roger Corman: Mr. Laird
Paul Lazar: dottor Klenstein
Tracey Walter: Bibliotecario
Ann Dowd: Jill Beckett
Kathryn Witt: Melissa Benedict
Peter Jacobs: Peter / Monnalisa
Robert W. Castle: Budd Beckett
Daniel von Bargen: capo della giuria
Andre B. Blake: ragazzo in farmacia

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Roberto Chevalier: Andrew “Andy” Beckett
Francesco Pannofino: Joseph “Joe” Miller
Massimo De Ambrosis: Miguel Alvarez
Renato Mori: Charles Wheeler
Cristina Boraschi: Lisa Miller
Alessandro Rossi: Walter Kenton
Serena Verdirosi: Anthea Burton
Maria Pia Di Meo: Belinda Conine
Michele Gammino: Giudice Garnett
Sandro Iovino: Bob Seidman
Miranda Bonansea: Sarah Beckett
Antonio Sanna: Jamey Collins
Anna Rita Pasanisi: Shelby
Paolo Lombardi: dottor Ambruster
Nino Prester: avvocato Jerome Green
Saverio Indrio: Kenneth Killcoyne
Vittorio De Angelis: dottor Klenstein
Dario Penne: Peter / Monnalisa
Mario Milita: Budd Beckett
Claudio Fattoretto: capo della giuria
Simone Mori: ragazzo in farmacia

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Regia Jonathan Demme
Soggetto Ron Nyswaner
Sceneggiatura Ron Nyswaner
Produttore Jonathan Demme, Edward Saxon
Fotografia Tak Fujimoto
Montaggio Craig McKay
Musiche Howard Shore
Scenografia Kristi Zea
Costumi Colleen Atwood

Streets of Philadelphia visto da shewolf

Nel 1994 Bruce Springsteen era pericolosamente vicino ad apparire come un “relitto” degli anni Ottanta. Born in the USA, brano che lo aveva reso celebre, era ormai parte del passato e le sue vendite record erano diminuite in modo esponenziale da allora. Inoltre, nel 1992, furono in pochi ad apprezzare i suoi album Human Touch e Lucky Town. Dopo aver preso una pausa per leccarsi le ferite, Springsteen si recò in studio con i membri della banda del suo tour per incidere una canzone per il film di Jonathan Demme, Philadelphia. Nacque, così, Streets Of Philadelphia. L’opera di Demme rappresentava il primo film di Hollywood sulla crisi dell’AIDS.
È cosa nota, poi, che la pellicola fu un grande successo di critica e di pubblico. La canzone divenne anche un tormentone radiofonico, guadagnando a Springsteen quella svolta tanto necessaria per proseguire la carriera ed un meritatissimo Academy Award.
Una particolarità del video girato è rappresentata dal fatto che la traccia vocale è stata ri-registrata dal vivo durante le riprese, utilizzando un microfono nascosto, su una traccia strumentale preregistrata.
Questa tecnica è stata scelta per rendere più intensa la carica emotiva del brano. Streets Of Philadelphia segnò il primo passo nella sua lenta rimonta, anche se ci sarebbero voluti altri otto anni prima che Springsteen registrasse un album commerciale importante.

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Streets of Philadelphia – 3:56 – Bruce Springsteen
Lovetown – 5:29 – Peter Gabriel
It’s in Your Eyes – 3:46 – Pauletta Washington
Ibo Lele (Dreams Come True) – 4:15 – RAM
Please Send Me Someone to Love – 3:44 – Sade
Have You Ever Seen the Rain? – 2:41 – Spin Doctors
I Don’t Wanna Talk About It – 3:41 – Indigo Girls
La mamma morta (From the Opera Andrea Chénier) – 4:53 – Maria Callas
Philadelphia – 4:06 – Neil Young
Precedent – 4:03 – Howard Shore

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“Aver fede significa credere in qualcosa che non siamo in grado di provare.”

“Spiegamelo come se avessi soltanto quattro anni.”

“Cosa sono mille avvocati incatenati al fondo dell’oceano? Un buon inizio…”

“Cos’è che le piace di più del diritto?
-Il fatto che una volta ogni tanto, non sempre, ma a volte, diventi parte della giustizia. La giustizia applicata alla vita.

“Lei è omosessuale?
-Come, scusi?
Lei è omosessuale? Su, avanti, risponda alla domanda… Lei è una checca? Lei è un finocchio, un pederasta, un invertito, un piglia-in-culo? Lei è un apri-chiappe, un ossobuco? Avanti, risponda alla domanda… Lei è o non è un gay?!?”

“Tengo a precisare che in questa corte non conta assolutamente né il colore della pelle, né il credo politico o religioso, né tanto le tendenze sessuali delle persone, conta solo la legge.
-Sì vostro onore, ma questa aula non è il paese.”

“Dimenticate quello che avete visto in televisione e al cinema: non ci sarà nessun testimone a sorpresa, nessuno crollerà qui sul banco con una pietosa confessione. Vi verrà presentato un semplice fatto. Andrew Beckett fu licenziato. Il comportamento dei superiori di Andrew Beckett può sembrarvi comprensibile, ma non importa come giudicherete Charles Willer e i suoi soci dal punto di vista etico, morale ed umano; l’unico fatto che conta è che quando licenziarono Andrew Beckett perché aveva l’AIDS, essi infransero la legge.”

“Questa è l’essenza della discriminazione: il formulare opinioni sugli altri non basate sui loro meriti individuali, quanto alla loro appartenenza ad un gruppo con presunte caratteristiche.”

“L’AIDS è considerato un handicap ai sensi di legge non solo per le limitazioni fisiche che impone, ma anche perché il pregiudizio che circonda l’AIDS esige la morte sociale che precede… che precede… e a volte accelera, la morte fisica.
-Questa è l’essenza della discriminazione: il formulare opinioni sugli altri non basate sui loro meriti individuali, ma piuttosto sulla loro appartenenza ad un gruppo con presunte caratteristiche.”

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L’opinione di The gaunt dal sito http://www.filmscoop.it

L’Aids come morte sociale prima ancora di quella fisica. Colpisce tutti senza nessuna eccezione, da chi ha contratto la malattia senza apparente colpa ma meritevole di un’ipocrita pietà, fino a chi l’ha contratta da comportamenti sessuali “discutibili” secondo un bigotto modo di vedere le cose e quindi da ghettizzare. Philadelphia è anche il percorso formativo di un uomo, che può essere il classico uomo comune, di fronte ad una tematica così forte e delicata, di provare empatia e cambiare atteggiamento di fronte ad una discriminazione così profonda. Toccante e ottimo Demme nell’attenzione a non cadere facile preda della retorica. E di trappole questo film ne presentava tante.

L’opinione di Projectpat dal sito http://www.filmscoop.it

Un tema dalle perenni gravita e attualità, un manipolo d’attoroni, un regista che sappia il fatto suo ed il film è fatto.
Con ciò non voglio sminuire l’opera di Demme, sto semplicemente dicendo che “Philadelphia” è una di quelle pellicole appartenenti alla schiera delle vincitrici facili, un po’ come lo era in tutto e per tutto pure “Dead Man Walking” di Tim Robbins, tanto per fare un esempio.
Dal momento che questa è la mia opinione, il mio otto è unicamente per Tom Hanks, per me questo film rimane circoscritto alla sua formidabile interpretazione.
Ah, quasi dimenticavo: chi vergognosamente si fosse perso il tema principale, “Streets of Philadelphia” di Springsteen, corra subito a sentirselo.

L’opinione di Cesare Antonio Borgia dal sito http://www.mymovies.it

Un uomo,omosessuale,colpito dall’AIDS.Un grande avvocato,licenziato perchè malato e omosessuale.Tutto concentrato nella prova superlativa di Tom Hanks che lascia senza fiato.Il suo,quello del personaggio che magistralmente interpreta (Andrew Beckett),è un grido d’aiuto tanto vero e importante da rendere coloro che guardano il fim protagonisti o meglio testimoni di una vicenda terribile,quella di un uomo pian piano ammazzato,consumato dalla malattia e che fino all’ultimo combatte in un’aula di tribunale e soffre sperando nella vittoria della verità.La giustizia che trionfa poco prima della morte del protagonista.Un televisore infine e sulle note della splendida e malinconica “Philadelphia” di Neil Young un vecchio filmino che ritrae Andrew da piccolo.
Tom Hanks è straordinario.Soffre per tutta la durata del processo e commuove quando,interrogato dal suo avvocato,spiega che il diritto conta solo se utilizzato per la vittoria della giustizia.Si batte contro nemici falsi e calcolatori e infine vince la causa ma perde la battaglia più grande,morendo sotto gli occhi dei più cari dopo il saluto finale in ospedale.
Un film che invita a riflettere,da far vedere nelle scuole.Un capolavoro

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settembre 5, 2016 Posted by | Capolavori | , , , , , | 1 commento

Oltre il giardino

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Trentasei anni dopo,Oltre il giardino di Hal Ashby mantiene ancora intatto il suo fascino,la sua poesia,la sua critica corrosiva
multi direzionale,rivolta contro la società del benessere divisa in classi,contro l’eterno dualismo tra l’avere e l’essere e infine contro
la società mediatica che costruisce fenomeni dal nulla,senza il minimo rispetto per il loro reale background o il loro reale ruolo nella società.
Un film quasi perfetto,straordinario,anche se girato con ritmi lentissimi,quasi un’opera ipnotica e potentemente visiva,un quadro impressionista e al tempo stesso realista che un immaginario pittore ha dipinto fondendo stili quasi inconciliabili fra loro.
Il primo tema,la divisione tra classi sociali,è quello a cui forse tiene di più Ashby,regista fine e intelligente,attento a problematiche sociali spesso dimenticate se non osteggiate dalla potente lobby cinematografica americana,più attenta a proporre temi leggeri e dai facili introiti che prodotti complessi, in grado di abbracciare tematiche profonde.
Ashby,dopo aver affrontato lo scottante tema del rientro dei reduci dal Vietnam,con il pluri premiato Tornando a casa,sterza violentemente e mette in scena una storia che ha del surreale nel suo svolgimento,con un personaggio che assomiglia al Candido di Voltaire almeno come ingenuità e che appare un agnello in mezzo ai lupi destinato al sacrificio.

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Ma questa volta il regista di Ogden sceglie un profilo basso;niente sciabola,ma fioretto.
Troppa la carne al fuoco per usare un linguaggio incendiario o per scatenare una guerra santa cinematografica.
E allora via al sarcasmo,quello nobile e all’ironia pungente.
Chance il giardiniere (Chance the gardener nell’originale americano) è un uomo qualsiasi,senza storia e senza futuro.
Ashby,che utilizza come struttura del film il romanzo Presenze dello scrittore polacco Jerzy Kosinski,manda il suo agnello in un mondo
che Chance non conosce,un universo assolutamente alieno per un uomo che ha vissuto tutta la sua vita nell’ovattato rifugio di una anonima casa di Washington.
L’unico suo legame con il mondo reale è la tv,che Chance ha seguito per tutta la vita affascinato,che però non gli ha mai mostrato la vita reale ma un suo simulacro,edulcorato dalla violenza e dalla competitività,dai tanti falsi miti della società del progresso,dai totem che essa ha costruito e che impone,spietatamente,ai componenti stessi della società.
Un mostro multi teste,un’idra che omologa,digerisce tutto e che distrugge senza pietà coloro che osano uscire dagli schemi.
Chance ha la fortuna di non essere inglobato nello schema stesso.
Lui è un ingenuo,è analfabeta,ignora tutto.
E’ come un Robinson Crusoe assolutamente ignorante sbalzato non su un’isola solitaria,ma tra una comunità che non ha bisogno di lui,che distrugge anzi coloro che non hanno le capacità di adattamento alla società stessa.
Ma per una legge del contrappasso assolutamente casuale Chance finisce per diventare un personaggio pubblico,che dispensa la sua filosofia da giardiniere a piene mani a gente che le scambia per massime profonde.

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Grazie alla tv e grazie a massime come ” Fintanto che le radici non sono recise, va tutto bene, e andrà tutto bene, nel giardino” o “In un giardino c’è una stagione per la crescita. Prima vengono la primavera e l’estate, e poi abbiamo l’autunno e l’inverno. Ma poi ritorna la primavera e l’estate.“,prese dall’osservazione giornaliera del piccolo universo in cui è vissuto tutta la vita,Chance diventa un personaggio popolarissimo.
Parla come mangia,Chance.
E la gente lo adora da subito,perchè in fondo dice cose semplici e sembra racchiudere nelle sue massime tutta la filosofia della vita.
E’ il potere della tv,che crea all’improvviso un personaggio,senza indagare su chi o cosa sia in realtà.
Così Chance finisce per diventare un politico , sembra l’unico a mostrare ottimismo con le sue parabole sulla natura.
Perchè da alla gente qualcosa che la gente vuole;non l’astruso,incomprensibile o ipocrita linguaggio dei politici ma quello
preso dalla natura.
Ora chi non ha visto il film non si aspetti assolutamente discorsi complicati o figurativamente complessi.
Tutt’altro.
Il film è girato come una commedia leggera,garbata.
Come Chance,in fin dei conti.
L’uomo che percorre in lungo e in largo un mondo esterno che non capisce e che in fondo non vuol capire.
A qualsiasi domanda lui risponde inevitabilmente con frasi che riconducono al mondo semplice in cui ha vissuto.
La natura è stata madre,per lui;da giardiniere ha imparato ad osservare l’alternanza delle stagioni e a capire quando piantare e
quando potare.

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E simbiotico con la natura,Chance.
E di tutto il resto si disinteressa.
Se guarda la tv è perchè nella sua mente candida e semplice tutto quello che vede sfugge alla sua logica elementare.
E alla fine,in una straordinaria sequenza che appartiene al grande cinema come un quadro di Leonardo alla grande pittura,
Chance passeggia sulle acque del laghetto del parco,straordinario,lirico simbolismo della sua leggerezza e della sua intima
appartenenza ad un mondo che il resto dell’umanità ha disimparato ad amare.

Straordinario.
Ecco l’aggettivo più qualificante per un film che è profondissimo anche se mimetizzato da una veste ingannevole;
è lo spettatore che deve districarsi attraverso le immagini,attraverso la lentezza delle scene,dei dialoghi.
Come un improvvisato turista che di fronte ad un quadro cerchi dapprima qualcosa di oggettivamente visivo immediatamente e poi,
attratto inesorabilmente dalla bellezza del quadro stesso vada a scavare alla ricerca dell’essenza più intima del dipinto stesso.
Grandissimo,eccelso Peter Sellers,qui alla sua ultima apparizione cinematografica.
La sua faccia esprime un candore,una semplicità,uno stupore che nessuno in passato aveva mostrato con tanta padronanza e capacità.
Una performance da grandissimo del cinema.
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E Oltre il giardino è una delle opere che ti fa amare il cinema.
Una trasposizione da romanzo che eguaglia,anzi supera l’opera stessa da cui è tratta.
Romanzo che consiglio comunque vivamente di leggere e che nella prefazione e presentazione del volume da indicazioni importanti per la lettura dello stesso:
Chance, venuto al mondo per caso e orfano dalla nascita, vive un’esistenza modesta e appartata curando il giardino di un anziano signore che lo ha accolto in casa.
Il suo unico contatto con l’esterno è rappresentato dalla TV, che guarda senza sosta, imitando passivamente ciò che vede sullo schermo.
Costretto ad abbandonare la casa dopo la morte del vecchio, Chance conosce il magnate Benjamin Rand, direttore di un istituto finanziario collegato al governo.
L’ingenuità di Chance, che sa esprimersi soltanto con immagini tratte dal giardinaggio, viene scambiata per saggezza filosofica; e quando il presidente degli Stati Uniti cita il suo nome pubblicamente,
Chance acquista un’improvvisa notorietà: ricercato dalla stampa come commentatore politico, da semplice giardiniere assurge al ruolo di guru della nazione...”
Grande Ashby,grande Sellers.Da ascoltare la bellissima colonna sonora a cui partecipa Eumir Deodato.Da vedere,assolutamente.

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Oltre il giardino

Un film di Hal Ashby. Con Shirley MacLaine, Melvyn Douglas, Peter Sellers, Jack Warden, John Harkins, Richard Basehart, Ruth Attaway, James Noble, Elya Baskin, Richard Dysart, Sandy Ward, Than Wyenn, Katherine De Hetre, Ned Wilson, Richard McKenzie, Gwen Humble, Arthur Rosenberg, Fredric Lehne, Jerome Hellman, Alice Mirson, Richard Seff, Arthur Grundy, Villa Mae P. Barkley, Nell P. Leaman, Henry B. Dawkins, William Larsen, Fran Brill, Mitch Kreindel, Laurie Jefferson, Paul Marin, Dana Hansen, Janet Meshad, Hanna Hertelendy, Melendy Britt, Sam Weisman, Allen Williams Titolo originale Being There. Commedia, durata 130 min. – USA 1979

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Peter Sellers: Chance Giardiniere
Shirley MacLaine: Eve Rand
Melvyn Douglas: Benjamin Rand
Jack Warden: il Presidente
Richard Dysart: Dr. Robert Allenby
Fran Brill: Sally Hayes
Richard Basehart: Vladimir Skrapinov

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Giuseppe Rinaldi: Chance Giardiniere
Maria Pia Di Meo: Eve Rand
Carlo Alighiero: Benjamin Rand
Antonio Guidi: il Presidente
Luciano De Ambrosis: Dr. Robert Allenby

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Regia Hal Ashby
Soggetto Jerzy Kosinski (romanzo Presenze)
Sceneggiatura Jerzy Kosinski
Fotografia Caleb Deschanel
Montaggio Don Zimmerman
Musiche Johnny Mandel, Buffy Sainte-Marie, Eumir Deodato
Serena Verdirosi: Sally Hayes

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L’opinione di Peppe Comune dal sito http://www.filmtv.it

(…) Ma l’inconsapevole gentilezza d’animo di Change “Giardiniere” è incorruttibile, ed è incorruttibile proprio perchè inconsapevole,
è nata oltre il giardino e segue ancora la sua primordiale armonia con le cose della natura. E’ l’ingenuità rivoluzionaria di un uomo che con la sua “apparente”
ottusità ha smascherato la desolante insensatezza di tanta farsa al potere. A lui si può opporre solo la triste abitudine di congetturare attorno a
un passato che non esiste il fantomatico profilo di un nuovo, illustre, fenomeno mediatico.
Cose di questo mondo per un uomo che non è mai appartenuto a questo mondo, un uomo che si scopre capace di poter fare tutto con la sola forza della sua verginità di spirito,
anche di camminare sull’acqua. Un immenso Peter Sellers per un grande film.

L’opinione di Galaverna dal sito http://www.filmtv.it

Un autentico spasso questo giardiniere finto tonto che di diritto è entrato nella storia del cinema, grazie anche ad un’ottima interpretazione di Peter Sellers
anche in una parte dalla mimica ridotta ai minimi termini. Alcune parti sono esilaranti (tra tutte metterei la scena dell’incontro con il Presidente)
ma del film emerge soprattutto una feroce critica alla creduloneria di massa, accentuata dalla dipendenza da Nostra Signora TV che nel protagonista ha praticamente fatto da mamma in un’esistenza
priva di ogni altro stimolo. Tutto ruota intorno a massime di carattere botanico di una semplicità disarmante, eppure nessuno riesce a cogliere la vera natura del personaggio che così diventa un vero
e proprio fenomeno mediatico con tutte le conseguenze del caso. Film tutto da gustare come una bevanda fresca in una sera d’estate.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B. Legnani

Ottimo film, di ineguagliabile finezza (quasi europea, oserei dire), che regala, nella sua ferocissima satira, momenti di umorismo indimenticabile e di gran classe.
Si pensi al Presidente degli Stati Uniti che ascolta le “scoperte” fatte sul misterioso Giardiniere o al maggiordomo che in ascensore ride PRIMA che Peter Sellers
apra bocca o all’incontro con l’ambasciatore sovietico eccetera eccetera eccetera… Assolutamente imperdibile.
Galbo

Film poco americano nel senso classico del termine, Oltre il giardino parte da una raffinatissima opera letteraria (“Presenze” di Kosinski) adattata al meglio per il cinema dallo stesso autore che ne rispetta
lo spirito originario e ne fa una amara parabola delle scalate al potere e una raffinata satira della politica americana (tanto attuale adesso all’epoca dell’impero Bush).
Il giardiniere analfabeta che diventa fonte di ispirazione per un ancora più idiota presidente americano è il risultato di una geniale interpretazione del grande Peter Sellers.

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agosto 22, 2016 Posted by | Capolavori | , , , , | 1 commento

Effetto notte

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“La lavorazione di un film somiglia al percorso di una diligenza nel Far West: all’inizio uno spera di fare un bel viaggio,
poi comincia a domandarsi se arriverà a destinazione.
Questa citazione,scovata da shewolf nel film,in qualche modo esprime compiutamente parte della filosofia di Truffaut che in questa pellicola appare
finalmente non più mimetizzata o in chiaro scuro,bensi quasi solare,finalmente a portata di mano.
Un film nel film,si è detto fino alla nausea.
E in realtà non c’è una definizione migliore per Effetto notte,o La nuite americaine,splendido titolo originale che ha portato questo prodotto
della piena maturità del maestro della nouvelle vague ad essere considerato uno dei primi cento film di tutti i tempi,
a vincere un meritatissimo Oscar come miglior film straniero,il premio BAFTA e una marea di riconoscimenti internazionali.
Effetto notte,ovvero la tecnica fotografica usata anche in cinematografia che permette,tramite un filtro speciale di ottenere da un’immagine diurna
un’immagine notturna,virata al blu scuro.
Film nel film,storia nelle storie;il regista Ferrand che si appresta a dirigere il film Vi presento Pamela negli studi Nizza in realtà
potrebbe benissimo essere l’alter ego di Truffaut,intento a mettere assieme non solo un cast molto variegato,ma anche a muoversi nelle paludi delle tante storie personali dei vari protagonisti,che sono realmente nella vita alle prese con i tipici problemi dell’umanità,fra miserie e gesti nobili,
meschinità e atti di bontà.

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Il film diretto da Ferrand racconta la storia di una giovane moglie inglese,appena maritata,che ha una relazione con il suocero,
conclusasi drammaticamente con l’omicidio da parte del giovane figlio tradito del padre fedifrago.
A interpretare il ruolo della sposina una giovane attrice che non ha completato il suo lavoro precedente,causa un forte esaurimento nervoso che le è costato la mancanza della copertura assicurativa per Vi presento Pamela.
Ancora una volta la giovane è costretta a interrompere la lavorazione di un film,con conseguenti disastrose ricadute economiche sulla produzione seguite anche da altri problemi legati al cast,come quelli causati da Severine,alcolizzata che ormai dimentica tutte le battute,costringendo il regista a girare più volte le stesse scene,da Alphonse,che nel film è lo sposo tradito che a sua volta in una nemesi paradossale si trova a sua volta ad essere tradita dalla fidanzata,che scappa con uno stunt men.
O ancora dall’improvvisa morte di Alexandre,il suocero fedifrago del film che ha un infarto mentre va ad incontrare suo figlio,cosa che porta altri problemi alla produzione che deve ridurre la sua presenza nel film e modificare altre scene.
Eppure,nonostante le interminabili traversie Ferrand e Bertrand,produttore esecutivo del film,riescono a portare a termine il lavoro,grazie anche al moltiplicarsi degli sforzi di tutte le componenti del cast,dagli attori agli scenografi,costumisti ecc.
I problemi,le difficoltà hanno cementato una specie di amicizia spontanea nata nel film;ma la troupe ha finito il suo lavoro
e per ognuno è arrivato il momento di tornare alla vita di sempre,in attesa di un nuovo lavoro.
La vita è un film,un film è la vita;la cartina di tornasole di realtà e finzione che si mescolano per raccontare il reale nella finzione e la finzione che finisce per diventare realtà,
in un’inestricabile gioco delle parti che porta due cose che dovrebbero essere antitetiche ad essere quasi simbiotiche.
Un film deve raccontare quello che la vita propone ogni santo giorno e al tempo stesso essere fedele specchio delle realtà personali,del vissuto dei protagonisti.

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Ed è quello che accade in Effetto notte,dove alla fine l’aver contribuito pur fra mille difficoltà a creare un prodotto di finzione,l’aver lavorato per un progetto comune finisce per rinsaldare o creare ex novo rapporti umani che forse nel quotidiano non ci sarebbero stati.
Perchè sono proprio le difficoltà che possono mettere assieme esseri eterogenei di diversa cultura ed estrazione,con formazioni personali a lottare per lo stesso risultato.
Ma se questa è una delle chiavi di lettura di Effetto notte,non si può omettere una notazione;
Truffaut non si limita a fare quanto descritto.
Va molto più in la,mostrando sia le dinamiche di costruzione di un film,sia mostrando con garbo e tantissima ironia quanto di falso eppure tanto somigliante al vero c’è nel cinema,sia attingendo a piene mani al suo enorme bagaglio di cultura cinematografica ( e non solo),con citazioni colte,omaggi come quello al suo maestro Orson Wells.
Pure,chi non ha visto il film,non si aspetti un’opera colta alla portata solo dei soliti noti,dei pochi eletti con tanto di letture dotte alle spalle.
Effetto notte è un film per tutti,quasi giocoso nella sua lineare semplicità.
Tanto semplice che alcuni critici storcono il naso.
Sono quelli che il grande poeta italiano De Andrè chiamava “intellettuali d’oggi idioti di domani
Un grande come Godard cadde nella trappola,giudicando il film una discesa di Truffaut verso il cinema borghese e commerciale.
Un errore quasi ridicolo,perchè si può creare un prodotto di gran classe senza necessariamente essere criptici e incomprensibili.
Ognuno deve poter fruire dell’opera cinematografica nella misura in cui è in grado di percepire la naturale bellezza di quello che vede.
Non è usando il simbolismo che si fa sperimentazione;la si fa anche raccontando l’umano nelle sue infinite variazioni,nella sua complessità attraverso
un linguaggio che non esclude la grande platea,anzi,la rende partecipe.
Questo è il grande merito di un Truffaut strepitoso,maestro di tutte le componenti del film.
Incluso un cast che sembra un’orchestra perfettamente affiatata e nel quale è assolutamente inutile citare un componente.
Sono tutti bravi e tanto deve bastare.
Guardate Effetto notte,se lo avete perso.
E se non amate molto il cinema,troverete un nuovo stimolo per incuriosirvi e guadagnare il tempo perduto.

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Effetto notte
Un film di François Truffaut. Con Jacqueline Bisset, François Truffaut, Valentina Cortese, Jean-Pierre Aumont, Alexandra Stewart Titolo originale La nuit américaine.
Commedia, durata 115 min. – Francia 1973.

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Regia François Truffaut
Soggetto François Truffaut
Sceneggiatura François Truffaut, Jean-Louis Richard, Suzanne Schiffman
Produttore Les Films du Carrosse, PECF, PIC
Fotografia Pierre-William Glenn
Montaggio Yann Dedet
Musiche Georges Delerue
Scenografia Damien Lanfranchi
Costumi Monique Dury
Trucco Fernande Hugi e Thi-Loan Nguyen

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Rita Savagnone: Jacqueline Bisset
Massimo Turci: Jean-Pierre Léaud
Giuseppe Rinaldi: Jean-Pierre Aumont
Cesare Barbetti: François Truffaut
Vittoria Febbi: Dani
Carlo Romano: Jean Champion
Gianfranco Bellini: Bernard Menez
Manlio De Angelis: Jean-François Stévenin

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Regia François Truffaut
Soggetto François Truffaut
Sceneggiatura François Truffaut, Jean-Louis Richard, Suzanne Schiffman
Produttore Les Films du Carrosse, PECF, PIC
Fotografia Pierre-William Glenn
Montaggio Yann Dedet
Musiche Georges Delerue
Scenografia Damien Lanfranchi
Costumi Monique Dury
Trucco Fernande Hugi e Thi-Loan Nguyen

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“Allora, quell’attore che ha sognato per tutta la vita di recitare Amleto
… Finalmente riesce a farsi mettere su lo spettacolo, ma era talmente cane, talmente cane, che tutte le sere si faceva fischiare. Allora una sera ne ha avuto abbastanza, e cosa fa? Si ferma nel bel mezzo del monologo “To be or not to be”,
volta la faccia verso il pubblico e dice: “I didn’t write that shit”, non sono io che ho scritto questa merda!”

“-Divinamente bella.
E tu, vecchia puttana, come hai fatto a conservarti così bene?”

“E poi, se uno ha avuto un’infanzia difficile, non deve mica farla pagare a tutti.”

“- Strano come gli attori siano vulnerabili.
– No, invece è normale. Tutti quanti hanno paura di essere giudicati. Nel vostro mestiere, il giudizio fa parte della vita, sia nel lavoro che fuori dal lavoro.
– Eh, già… Quando incontriamo qualcuno ci domandiamo: cosa pensa di me? Chissà se mi ama… Ma io penso che sia la stessa cosa per tutti gli artisti. Quando Mozart era bambino, e gli chiedevano di suonare, rispondeva: “Ora ti suonerò tutto quello che vuoi, ma prima dimmi che mi ami”.
– E poi… è il mestiere in cui ci si bacia di più.
– Lei lo ha notato, vero? Sì, non facciamo che baciarci: pare che la stretta di mano fu inventata per dimostrare che non si era armati, che non si era nemici, ma per noi questo non basta… Bisogna dimostrare che ci si ama: mio tesoro, my darling, my love, sei magnifica… Se ne ha bisogno.”

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L’opinione di Walter Veltroni

È una grande prova d’amore. Quella di François Truffaut, l’uomo più innamorato di cinema che sia mai esistito al mondo. Questo film è l’apoteosi di un legame che dà un senso a una vita,
non solo a un lavoro. Persino il geniale titolo, in francese La nuit americaine, rimanda a un trucco magnifico del cinema, quello che, attraverso l’effetto notte, trasforma una ripresa fatta in piena luce
nella magnifica oscurità di un giorno che finisce. La storia è quella di un film nel film. Il primo è del tutto insignificante, persino rimosso dal ricordo, una storia dolcissima e volutamente futile.
L’opinione di Pier Paolo Pasolini

Per poterne parlare con quella precisione analitica che desidererei, dovrei «leggere» La nuit américaine di Truffaut in moviola. Ho visto al cinema qualcosa come la grande riproduzione di un quadro,
non il quadro. Il critico deve osservare il quadro da vicino, guardando e riguardando dettagli e particolari, passando e ripassando cento volte col naso sulla superficie dipinta.
Il «segno» della pennellata è uno dei caratteri essenziali della pittura; e così gli eventuali contorni, le velature, le campiture ecc.
L’opinione di dounia dal sito http://www.mymovies.it

Il film racconta le storie vissute e le personalità dei protagonisti e del regista durante la realizzazione del film “Vi presento Pamela”. Gli attori acquistano un’immagine particolare durante la regia del film e dimostrano un loro carattere e un loro modo di vivere che il regista vuole presentare. E’ vivo nel film l’ascolto, da parte del regista, degli attori e dell’aiuto regia. Appare l’immagine di libri scritti su cineasti famosi con la presenza del regista.
François Truffaut, in questo modo, sembra voler ringraziare il cinema a cui ha sempre rivelato un profomndo e costante interesse. La scena, oltre a tante altre, arricchisce il film che, anche se è del 1973, rimane attuale e sempre significativo da vedere.
Il titolo del film “Effetto notte” risulta per la realizzazione nel film “Vi presento Pamela” di una scena notturna che si svolge durante il giorno. La musica classica presente nel film è molto bella e incisiva.

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agosto 7, 2016 Posted by | Capolavori | , , , , | 3 commenti

Easy rider

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Il condizionamento fortissimo del denaro,la voglia di scappare da esso,la fuga verso un ideale di libertà fortissimamente agognato,il mito americano e il sogno americano,la dove tutto è possibile ma anche le contraddizioni dell’America,il grande limite della libertà che non può in alcun modo essere dissociata dal denaro,il vero totem della civiltà a stelle e strisce.

Un road movie antesignano di tutti i successivi,un inno alla libera scelta e alla libertà personale;questo e molto altro è Easy rider, opera fondamentale del 1969 per capire gli aneliti,le ansie di una generazione di giovani che non accettavano lo status quo imposto dalla società capitalistica e che cercavano di sfuggirle usando però proprio i mezzi che la società aveva loro imposto,incluso il demone denaro.In mezzo una lunga corsa nella provincia americana,quella più autenticamente vicina al sogno americano,con i suoi valori pregnanti costruiti attorno a Dio,patria e famiglia,la rassicurante e ipocrita provincia,dove tutto è immutabile e immutato,dove l’uniformità è la regola e la trasgressione un crimine.

Un’America post beat generation e non più hippy,un ibrido che porterà attraverso un lungo cammino ai giorni nostri,con il sogno americano infranto e trasformato in un culto ossessivo del dio denaro,appena mitigato dalla grande crisi degli anni 2000,dall’undici settembre e dalla scoperta dolorosa delle proprie contraddizioni,da quella ancor più dolorosa di non essere affatto il centro del mondo e la guida di esso.

C’è la guerra del Vietnam e ci sono ancora i figli dei fiori, in Easy rider.C’è ancora la voglia di fuga dal dio denaro,ma c’è di mezzo una nazione cresciuta troppo in fretta e sempre comunque all’ombra di un totem assoluto,il denaro,la molla che sembra spingere irresistibilmente ogni americano che si rispetti.All’ombra delle case linde e pinte,dei macchinoni e dei grattacieli,dei mille simboli della società capitalistica si muovono i giovani,oscuramente alla ricerca di una dimensione diversa e più genuina eppure pesantemente condizionati proprio dai miti di riferimento della civiltà in cui vivono,prigionieri più di quanto possano ammettere di quei simboli che cercano di combattere,confusamente.

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Sullo sfondo,paesaggi selvaggi e deserti,in forte stridore proprio con il capitalismo,una terra da conquistare ancora vergine sullo sfondo della quale si muovono i due protagonisti di Easy rider,ovvero libertà e paura,sottotitolo una volta tanto adattissimo alle atmosfere e alle inquietudini del film.Libertà e paura,ovvero il massimo anelito di ogni individuo e paura,quella personale e quella della collettività,chiusa ermeticamente in difesa dei propri privilegi,della propria individualità e dei totem che la società ha imposto e che sono parte essenziale della vita del cittadino americano.

Wyatt detto Capitan America e Billy sono figli del capitalismo che sognano un mondo diverso e eppure sono praticamente prigionieri di quel mondo dal quale sognano di fuggire;Wyatt ha sul suo chopper la Stars and stripes,ce l’ha sul casco e sembra quasi esserne fiero.E’ figlio di quell’America eppure vuol evadere.Come Billy.Insieme attraverseranno la frontiera,quella terra fiera e selvaggia che però riserverà loro solo amarezze e delusioni oltre ad una fine che contraddice un altro simbolo americano,l’happy end che immancabilmente è assegnato ad una storia che veda protagonista un abitante degli States.Perchè America significa libertà,sogno,perchè America significa poter realizzare quello che si vuole e quello in cui si crede.Non è così,nella realtà delle cose e Wyatt e Billy,dolorosamente,lo scopriranno sulla propria pelle,constatando che la libertà è solo un mito propagandato dal sogno americano;si è liberi solo in angusti confini,quelli tracciati da una società che segue e insegue solo il dio denaro.

Get your motor runnin’ – Fai correre il tuo motore
Head out on the highway – A testa bassa sull’autostrada
Lookin’ for adventure – cercando l’avventura
And whatever comes our way – E qualunque cosa capiti sulla nostra strada

Yeah Darlin’ go make it happen – Sì Cara fai che succeda
Take the world in a love embrace – Prendi il mondo in un abbraccio d’amore
Fire all of your guns at once – Spara con tutte le tue pistole insieme
And explode into space – ed esplodi in cielo

I like smoke and lightning – mi piacciono il fumo e il lampo
Heavy metal thunder – Il rombo del metallo (della marmitta)
Racin’ with the wind – Gareggiando col vento
And the feelin’ that I’m under – e sentendo che sono sotto

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Born to be wild,ovvero Nato per essere selvaggio;la canzone degli Steppenwolf,ai confini di un primordiale heavy metal,è la base portante del film.Wyatt e Billy in realtà sono cosi,liberi e selvaggi.Ma la provincia americana è tale in tutti i sensi;La gente non ama perchè sono liberi,perchè sono diversi,perchè non si adeguano.E la loro libertà,che altro non è che una fuga in avanti rispetto ai tempi finirà per essere soffocata proprio da quella provincia inquadrata e irrigimentata nei valori americani.

Veniamo alla trama

Wyatt e Billy hanno trasportato un carico di cocaina e con il ricavato hanno comprato due moto;vogliono girare liberi gli States,raggiungere New Orleans per vedere il carnevale.Lungo la strada avranno modo di conoscere a proprie spese i pregiudizi e l’intolleranza di chi li giudica dei disaddati.Incontreranno anche altri hippy e ragazze libere,ma l’incontro più importante lo avranno in prigione con George,avvocato alcolizzato figlio però di un pezzo grosso.Sarà grazie a lui che i due usciranno di prigione, ma lacompagnia del giovane durerà poco .George verrà ucciso,i due amici continueranno ancora il loro viaggio cambiando destinazione,ma ancora una volta saranno accolti ovunque con ostilità e disprezzo,fino alla tragica conclusione.Easy rider,come detto all’inizio,spazza via un po tutto,dal mito della frontiera fino al tradizionale happy end che chiudeva le produzioni hollywoodiane. Dennis Hopper,regista e attore nel film va giù con mano pesante,spazzando via perbenismo e moralità e puntando l’indice proprio sul sogno americano,che durante il viaggio fatto di esperienze trasgressive dei due amici (marijuana,acido ecc.) appare tanto più simile ad un incubo piuttosto che ad un sogno tout court.

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Gran bella regia,quella di Hopper.per altro la sua prima delle otto totali.Una regia che gli valse molti riconoscimenti,come la Palma d’oro come miglior opera prima a Cannes,due nomination agli Oscar per la sceneggiatura e a Nicholson come miglior attore non protagonista,più altre nomination e premi minori. Grandissima prova degli attori,con Hopper in testa nel ruolo di Billy,Jack Nicholson efficace e drammatico nel ruolo di George e Peter Fonda in quella di Wyatt. Grandissima la colonna sonora,con in testa la leggendaria Born to be wild degli Steppenwolf seguita da altre perle come The weight degli Smith,Wasn’t Born to Follow  dei Byrds ecc.Un film davvero bello,un inno alla libertà in un periodo confuso e pieno di spinte come il finire degli anni sessanta,uno dei punti di svolta della nostra storia recente.Da segnalare come gli attori fumassero realmente erba durante le riprese del film.

Il film è disponibile in streaming all’indirizzo http://www.tantifilm.net/guarda/easy-rider-1969-streaming/

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Easy Rider

Un film di Dennis Hopper. Con Peter Fonda, Jack Nicholson, Karen Black, Dennis Hopper, Luana Anders,Antonio Mendoza, Phil Spector, Mac Mashourian, Warren Finnerty, Tita Colorado, Luke Askew, Sabrina Scharf, Sandy Brown Wyeth, Robert Walker jr, Robert Ball, Carmen Phillips, Ellie Wood Walker Titolo originale . Drammatico, durata 94 min. – USA 1969

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Peter Fonda:Wyatt Capitan America

Dennis Hopper: Billy

Jack Nicholson: George Hanson

Phil Spector: Il contatto

Warren Finnerty: Rancher della Comune

Tita Colorado: Moglie del rancher

Luke Askew: Hippy sulla Highway

Luana Anders: Lisa

Sabrina Scharf: Sarah

Robert Walker Jr.: Jack

Sandy Brown Wyeth: Joanne

Antonio Mendoza: Jesus

Karen Black: Karen

Toni Basil: Mary

Robert Ball: Mimo 1

Carmen Phillips: Mimo 2

Ellie Wood Walker: Mimo 3

Mac Mashourian: Guardia

Keith Green: Sceriffo

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Pier Angelo Civera: Wyatt “Capitan America”

Giancarlo Maestri: Billy

Luciano Melani: George Hanson

Giuseppe Fortis: Rancher della Comune

Alvise Battain: Hippy sulla Highway

Francesco Vairano: Jack

Michele Kalamera: Mimo 1

Glauco Onorato: Sceriffo

Regia Dennis Hopper

Soggetto Peter Fonda, Dennis Hopper, Terry Southern

Sceneggiatura Peter Fonda, Dennis Hopper, Terry Southern

Produttore Peter Fonda

Fotografia László Kovács

Montaggio Donn Cambern

Effetti speciali Steve Karkus

Musiche

The Byrds

Hoyt Axton

Steppenwolf

Bob Dylan

Jimi Hendrix

John Keene

The Band

Scenografia Robert O’Neil

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The Pusher (Hoyt Axton) – Steppenwolf

Born to Be Wild (Mars Bonfire) – Steppenwolf

The Weight (Robbie Robertson) – Smith

Wasn’t Born to Follow (Carole King/Gerry Goffin) – The Byrds

If You Want to Be a Bird (Bird Song) (Antonia Duren) – Holy Modal Rounders

Don’t Bogart Me (Elliot Ingber/Larry Wagner) – Fraternity of Man

If 6 Was 9 (Jimi Hendrix) – The Jimi Hendrix Experience

Kyrie Eleison/Mardi Gras (When the Saints) The Electric Prunes

It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) (Bob Dylan) – Roger McGuinn

Ballad of Easy Rider (Roger McGuinn/Bob Dylan) – Roger McGuinn

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Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.

Non si rivelano a noi perchè, se si rivelassero a noi, ci sarebbe subito un panico generale! Voglio dire, noi abbiamo ancora dei capi dai quali dipendiamo per la diffusione di queste notizie, e questi capi hanno deciso di impedire la diffusione di queste notizie per il tremendo shock che subirebbe il nostro sistema antiquato! Ora: il risultato di questa situazione è che i Venusiani hanno preso contatto con tutti gli strati sociali. Con tutti gli strati sociali! Sarebbe davvero un colpo mortale per i nostri sistemi antiquati, quindi adesso i venusiani si incontrano con gente di tutti gli strati sociali, in qualità di consulenti, si capisce. E una buona volta l’uomo avrà il controllo direi… divino del proprio destino. Potrà finalmente trascendere ed evolversi conquistando l’eguaglianza.

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L’opinione di LC dal sito www.mymovies.com

Intenso e trascinante film sulla ottusità mentale della politica degli stati sud-statunitensi degli anni 60 e sugli ideali di un curioso movimento di fine decennio.Fonda e Hopper(anche regista del film) partono a bordo dei loro chopper(carichi tra l’altro di marijuana) alla ricerca della totale libertà,con New Orleans come destinazione finale.Inizia un odissea di musiche ed immagini meravigliose,emblematiche per le generazioni di quegli anni.Il tutto impreziosito da un eccellente fotografia.Curiosi incontri ed esperienze ravvicinate con diverse culture di vita caratterizzano la prima parte del film. Con l’entrata in scena di un bizzarro avvocato alcolizzato(splendidamente interpretato da un nicholson ancora agli inizi)il film imbocca il suo viaggio conclusivo,dopo aver meravigliato ed illuminato lo spettatore,mostra con freddezza il cancro più profondo della socità americana. I due hippie e l’innocuo nicholson incontreranno una morte repressa e provocatoria, lontana dalle loro radici,in un ambiente ostile e programmato da rozzi ideali di fondo. E proprio nelle battute finali,nelle atmosfere e nelle immagini malinconiche,il film dimostra la sua vera genialità;ovvero trascina lentamente lo spettatore nelle vesti di un uomo libero ed innocuo,privato della vita per la paura del diverso. Una rara esperienza cinematografica;per la sua unità, la compattezza dei suoi temi,e il suo crudo realismo. Capolavoro senza tempo, che nel suo genere deve ancora trovare una pellicola alla sua altezza.

L’opinione di death cross dal sito www.filmtv.it

Strabiliante Manifesto che mostra in modo spudorato le profonde incongruenze degli usa (fine anni ’60): la Libertà rappresentata dalla bandiera presente su moto, casco e giacca di Capitan America è tradita dalla bandiera ufficiale e identica degli states, simbolo invece di repressione e oppressione in nome di una falsa libertà dominata dal denaro che teme e odia la Vera Libertà.Questa Libertà, con la L maiuscola (che coincide, ma è una considerazione personale, con l’Anarchia), si regge sull’Eguaglianza Sociale che solo l’assenza di denaro e di istituzioni può garantire. Possiamo vederne degli imperfetti ma splendidi esempi nella prima metà del film, lontani dalle città, nella Famiglia mista dedita all’agricoltura, nella Comune hippie immersa nella Natura, nella comunità aliena fittizia evocata da George Hansen.

Quando i nostri non-eroi giungeranno in città e, soprattutto, quando inizieranno a ‘godersi’ il denaro guadagnato con la coca, inizierà un incubo dove la Libertà viene sostituita dall’illusione di essa, dall’eccesso, dalla distrazione auto-distruttiva e delirante, che trova il suo Culmine nella Sequenza Antologica, contraddistinta da un Montaggio squisitamente onirico e ripetitivo (ma anche anticipatore) del cimitero. Oramai i due, come ammette cpt.America, sono fottuti.E infatti subito dopo arriverà, brutale e secca ma prevista (la clip dell’esplosione della moto di America viene difatti mostrata nella sopra citata sequenza onirica nel cimitero) la tragica Fine: la mdp si allontana in silenzio dai corpi dei due protagonisti e, sempre allontanandosi (mostrando un mkagnifico paesaggio fluviale), partono i titoli di coda accompagnati da “Ballad of Easy Rider” cantata da Roger McGuinn.La città da cui si allontanava l’hippie è il Cimitero del Sogno di Libertà incarnato (come dice Hansen nel suo ultimo magnifico discorso) dai due motociclisti, e purtroppo il Tempo mostrerà come la Libertà che si iniziava a respirare all’Epoca sia stata uccisa, non con un fucile come accade a Billy e America, ma col denaro, appunto.

Opinioni tratte dal sito www.davinotti.com

Homesick

Il manifesto di una libertà irraggiungibile perché minacciata dal conformismo e dalla paura. Hopper conferma la sua sensibilità di uomo ed autore, dirigendo con passione ed inventiva un film amaro, profondamente calato nella società americana del tempo, ma con un messaggio che giunge intatto anche a quella di oggi. La figura da lui interpretata è ingenua ed esuberante, quella di Fonda jr enigmatica e disillusa, mentre l’acutissimo discorso su libertà e paura che pronuncia lo straordinario avvocato-filosofo Nicholson è da imparare a memoria e vale l’intera visione. Grandi musiche.

Cotola

Film diventato un vero e proprio mito più per essere stato il manifesto di una generazione che si è riconosciuta in esso e nei suoi “contenuti” che per il suo vero valore, che è sicuramente indubbio ma forse eccessivamente sovrastimato. Profondamente legato ai tempi in cui fu girato, oggi può apparire un po’ datato ma a tratti conserva intatta la sua bellezza. Grande interpretazione di Jack Nicholson e strepitosa colonna sonora fatta di brani ormai indimenticabili. Finale violento e molto amaro.

Tarabas

Gli idoli non si giudicano, si venerano o si abbattono. Easy Rider è un mito, la cui influenza culturale, immagini e musica, va tanto al di là del contenuto che è impossibile fermarsi alle facilonerie hippy un po’ invecchiate, alla contrapposizione manichea (ma nel ’69 chissà) tra capelloni e rednecks intolleranti e violenti. Una conquista del west al contrario, virata in LSD, verso un Mardi Gras vuoto e funereo, un compianto dell’America madre libertaria precocemente morta (il delirio di Fonda nel cimitero). Da vedere e sentire, tuttora.

Herrkinski 1

È un film rozzo, talvolta sperimentale, che è riuscito ad imporsi come film di culto per una serie di motivi. Innazitutto la colonna sonora è splendida e ben amalgamata con le immagini, tanto da caratterizzare addirittura svariate sequenze e renderle memorabili. C’è davvero tanta musica in questa pellicola. Tuttavia quando subentrano i dialoghi, si nota pure il realismo dei “fattissimi” interpreti (su tutti Jack Nicholson) e le “facce giuste” dei personaggi di contorno. Bellissime le location, d’effetto il montaggio psichedelico.

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Film “da sballo” di fine anni ’60, con personaggi giusti, comprimari azzeccati e ambientazioni uniche. Certo devono aver avuto un gran coraggio i produttori a soprannominare il protagonista Capitan America, visto che Peter Fonda è più un byker che un simbolo del sogno americano, o un supereroe. Dennis Hopper firma, comunque, il suo film più riuscito, lanciando, nel firmamento americano, la stella di Jack Nicholson, che crescerà negli anni e nei film (prima era solo un attore di horror low budget di Roger Corman). Grandi musiche!

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Passano gli anni e questo film resta in testa tra i manifesti della cultura hippy del tempo, della controtendenza ed evasione agli schemi borghesi; perché? Probabilmente perché non rappresenta o ricrea; easy rider è di quegli anni! Si godono molto le riprese on the road, che hanno una patina quasi di amatorialità (specie le scene sulle strade del carnevale); le musiche rock-country ben selezionate e le interpretazioni naturali con dialoghi non eccellenti (si sostiene che molti siano improvvisati) in particolare Jack Nicholson giovanissimo.

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ottobre 4, 2015 Posted by | Capolavori | , , , , | Lascia un commento

Blow up

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Una macchina fotografica e una pellicola, l’ingrandimento di un fotogramma (il cosiddetto Blow up) possono diventare una rappresentazione della realtà, di quanto visto oppure possono diventare manipolabili? E’ attendibile una sequenza di foto? Oppure comunque tutto dipende dall’osservazione? E poi, la realtà cos’è e in cosa consiste? Guardando Blow up di Michelangelo Antonioni ci si pone queste e molte altre domande; del resto si tratta di uno dei film più analizzati e commentati della storia del cinema, che offre molte interpretazioni e molti spunti di riflessione.

Il grande regista italiano utilizza un racconto di Julio Cortazar,La bava del diavolo che fa parte di un gruppo di 5 racconti inseriti in un libro uscito in libreria con il titolo Las armas segretas modificandolo a modo suo per creare un film assolutamente unico, di difficile interpretazione univoca.I temi affrontati ( e affrontabili dallo spettatore) passano indifferentemente dal tenue confine tra sogno e realtà, mescolato all’incomunicabilità e all’isolamento dell’individuo nello specifico nella opulenta e contraddittoria società inglese. Affrontare quindi la trama del film è impresa improba,proprio per la difficoltà di distinguere le reali azioni del protagonista,uno straordinario David Hemmings, da quell’immaginario che lui vede o crede di vedere. Un rapporto con il reale che il protagonista media con la sua macchina fotografica, occhio meccanico che coadiuva,sostituisce integra quello umano,creando di fatto una vita parallela con quella quotidiana.

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David Hemmings,uno tra i volti più anglosassoni immaginabili per la parte (come del resto Caine o Moore) si muove in uno scenario quasi onirico,sospeso tra un mondo che appare reale solo a tratti;è uno stimato ed apprezzato fotografo,forse un po frivolo ma in realtà il mondo nel quale si muove,la swinging london lo è altrettanto.Un mondo fatuo, in cui i rapporti umani contano poco.Disumano e disumanizzato,alienato per certi versi.

Thomas (questo il suo nome) è diventato anche lui un elemento inerte di quel mondo; eppure ha sentimenti,è un fotografo molto attento a ciò che avviene sotto i suoi occhi.Ma è anestetizzato, è figlio parzialmente incolpevole e inconsapevole della società inglese della metà degli anni sessanta;sta per realizzare un investimento,l’acquisto di una bottega antiquaria.Tuttavia non è affatto contento di se stesso e della sua vita; pur non avendo problemi con il lavoro e con le donne è inquieto e sfoga questa sua inquietudine girando ossessivamente alla ricerca di uno scatto,di qualcosa che lo ispiri davvero.

Durante una passeggiata davanti ad un parco Thomas nota due persone intente a scambiarsi effusioni;preso da un’istintiva curiosità,scatta alcune foto cercando di non farsi notare.

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Ma una donna si accorge della sua presenza e lo insegue;Thomas si allontana e si rifugia nel suo studio dove viene raggiunto dalla misteriosa Jane,la donna del parco che gli chiede insistentemente il rullino. Con una mossa a sorpresa, Thomas consegna a Jane un rullino non sviluppato e una volta che la stessa si è allontanata decide di esaminare gli scatti fatti.La sorpresa e lo sconcerto sono evidenti:nella foto a Thomas sembra di vedere qualcuno che ha commesso un omicidio.Così il fotografo decide di investigare personalmente; recatosi al parco trova il corpo inanimato dell’amante di Jane.

Tornato in studio, scopre che tutto il materiale riguardante Jane,il parco e il presunto omicidio è stato portato via.Una corsa al parco,dopo una notte a base di droga,rivela a Thomas una verità sconcertante:non c’è alcuna traccia del corpo dell’uomo…

Blow up si conclude quindi in modo enigmatico,lasciando molte più domande e poche risposte rispetto all’assunto iniziale.A cosa abbiamo davvero assistito?Spazio all’immaginazione.

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Dopo aver letto la trama,dopo aver visto il film, ci si interroga.Fatalmente,inevitabilmente.Ad una prima visione ed analisi alcune cose sembrano oscure,con una seconda visione appare qualche sprazzo di luce.Ma non è abbastanza.Tuttavia si può azzardare qualche ipotesi semplicemente analizzando l’opera del grande maestro.Il 1966 è un anno del tutto particolare;Londra è la capitale della cultura europea con Parigi,sembra esplodere con tutti i suoi fermenti,con la musica rock e pop che impazzano tra i giovani,con gli echi della contestazione giovanile,con le mode dei giovani che sembrano fare a brandelli un mondo che era immobile da tanto troppo tempo.

Antonioni si muove in silenzio su questo sfondo,cercando di mediare il personale del protagonista con il reale della vita londinese.Thomas sembra non capire bene il mondo in cui si muove.Un mondo moderno ma anche alienante;tutta la sua arte sembra perdersi nell’estraneante vita che lo circonda.E’ un fotografo,ma quello che vede sembra non conciliarsi con quello che la fotografia,mezzo meccanico infallibile e che non ha problemi di percezioni diverse da quello che impressiona in effetti gli produce.La realtà dei dormitori sulla quale inizialmente Thomas punta l’obiettivo è una delle facce della swinging london;una realtà pesante,oggettivamente.

Poi per Thomas arriva il momento fatidico,quello in cui deve confrontarsi inevitabilmente con quello che la sua macchina vede e quello che vede lui.Una realtà che non gli piace,ma anche una realtà che ha dei limiti:dove inizia e dove finisce quello che lui vede o crede di vedere?

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E allora eccolo studiare un fotogramma,con il blow up,la tecnica che permette di ingrandire un particolare,per cercare una spiegazione reale (perchè tale è un fotogramma) a quello che lui ha visto o che forse crede di aver visto.Nel fotogramma Thomas “crede” di scorgere un omicidio,ma è realmente così? Quanto la sua mente sta sostituendo la realtà del fotogramma con l’immaginazione?Siamo già di fronte ad un bivio.

Nulla può essere reale,neanche quello che sembrerebbe per leggi naturali doverlo essere per forza;come può una pellicola ingannare?Eppure…A questo punto ci si perde:se nulla è reale,cosa è irreale?Domande su domande.

Antonioni arriva a Blow up dopo L’avventura, La notte,L’eclisse e Deserto rosso e poco prima (quattro anni) di Zabriskie Point.

Il suo percorso sull’umano arriva ad un punto fermo,determinante.Il viaggio sembra compiuto,ma non ci sono risposte,solo altre domande.E come Diogene che cercava l’uomo con la lanterna senza riuscirci,Antonioni vaga alla ricerca dell’impossibile spiegazione del reale.

Blow up è un film criptico in alcuni momenti,chiaro come un’alba in altri.

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In mezzo c’è un viaggio lunghissimo,affascinante.Una storia che storia non è,quanto piuttosto un assieme di fotogrammi con una logica ferrea eppure a tratti sfuggente.Un viaggio senza fine,come testimoniano le sequenze finali,con la partita di tennis immaginaria giocata senza palline,con quei mimi che guardano statuari e con Thomas che guarda smarrito l’immenso campo verde ripreso dall’alto,sconsolato.Bello,affascinante,difficile.

Alcune delle qualità (per alcuni critici difetti) di un film che contrariamente a quanto pensato dal solito solone che lo definisce datato è invece uno straordinario viaggio senza meta e senza fine sull’uomo.Ottimo il cast,belle le musiche,bella la fotografia,affascinante la location londinese.Splendide e bravissime Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin e la modella Veruschka

Un film impeccabile.Blow up è una delle cose più belle del cinema italiano, e ben se ne accorsero i francesi che l’anno successivo lo premiarono con la Palma d’oro,riconoscimento venuto dall’estero perchè i critici nostrani,si sa, hanno sempre amato i film afgani e coreani,mozambicani o di Timbuctu.

Irresistibile leggerezza dell’essere,quella dei critici.

Il film è in versione malauguratamente (scelleratamente) priva del finale su You tube,per cui non vale la pena segnalarla.Chi vuole però può visionare il film stesso in streaming all’indirizzo http://www.nowvideo.li/video/442e2ec849d6d

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Blow-up

Un film di Michelangelo Antonioni. Con David Hemmings, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin, Peter Bowles, John Castle, Gillian Hills, Tsai Chin, Veruschka von Lehndorff, Julian Chagrin, Claude Chagrin, Jeff Beck, Susan Broderick, Chris Dreja, Melanie Hampshire, Harry Hutchinson, Jill Kennington, Mary Khal, Chas Lawther, Jim McCarthy, Peggy Moffitt, Jimmy Page, Ronan O’Casey, Rosaleen Murray, Ann Norman, Keith Relf, Janet Street-Porter, Reg Wilkins Commedia, durata 108 min. – Gran Bretagna, Italia 1966.

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Blowup banner protagonisti

David Hemmings: Thomas

Vanessa Redgrave: Jane

Sarah Miles: Patricia

John Castle: Bill, il pittore

Jane Birkin: una ragazza bionda

Gillian Hills: una ragazza bionda

Peter Bowles: Ron

Veruschka: modella

Julian Chagrin: mimo

Claude Chagrin: mimo

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Regia Michelangelo Antonioni

Soggetto Michelangelo Antonioni, Julio Cortázar

Sceneggiatura Michelangelo Antonioni, Edward Bond, Tonino Guerra

Produttore Carlo Ponti, Pierre Rouve

Casa di produzione Bridge Films

Fotografia Carlo Di Palma

Montaggio Frank Clarke

Musiche Herbie Hancock

Scenografia Assheton Gorton

Costumi Jocelyn Rickards

Trucco Stephanie Kaye, Paul Rabiger

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Le bave del diavolo

Non si saprà mai come raccontarlo, se in prima persona o in seconda, usando la terza del plurale o inventando continuamente forme che non serviranno a niente. Se si potesse dire: io videro salire la luna, oppure: ci mi duole il fondo degli occhi, e soprattutto così: tu la donna boinda erano le nubi che continuano a correre davanti ai miei tuoi suoi nostri vostri visi. Che diavolo.

Una volta cominciato a raccontare se fosse possibile andare a prendere una birra da qualche parte e che la macchina andasse avanti da sola (perchè scrivo a macchina), sarebbe la perfezione. E non è un modo di dire. La perfezione, si, perchè qui il buco che si deve raccontare è anch’esso una macchina (d’altro genere, una Contax I.I.2), e potrebbe darsi che una macchina ne sappia a proposito di un’altra macchina più di me, di te, di lei-la donna bionda- e delle nuvole. Ma dello scemo ho soltanto la fortuna, e so che se me ne vado questa Remington resterà pietrificata sopra il tavolo con quell’aspetto di doppiamente immobili che hanno le cose che si muovono quando non si muovono. Allora devo scrivere. Uno di noi tutti deve scrivere, se tutto ciò deve essere raccontato. Meglio che lo faccia io che sono morto, che sono meno compromesso del resto; io che non vedo altro che le nubi e posso pensare senza distrarmi, scrivere senza distrarmi (ecco, ne passa un’altra con un orlo grigio), e ricordarmi senza distrarmi, io che sono morto (e vivo, non si tratta di ingannare nessuno, lo si vedrà quando verrà il momento opportuno, perchè in qualche modo devo pur procedere e ho cominciato da questa punta, quella posteriore, quella dell’inizio, che dopotutto è la migliore delle punte, quando si vuole raccontare qualcosa).

All’improvviso mi domando perchè mai devo raccontrlo, ma se uno cominciasse a domandarsi perchè fa tutto quello che fa, (…) Che io sappia, nessuno ha spiegato il perchè di questo, sicchè la cosa migliore è piantarla con i pudori e mettersi a raccontare, perchè dopotutto nessuno si vergogna di respirare o di mettersi le scarpe; sono cose che si fanno, e quando succede qualcosa di strano, quando dentro la scarpa troviamo un ragno o al respirare si sente come un vetro rotto, allora bisogna raccontare quello che succede, raccontarlo ai ragazzi dell’ufficio oppure al medico. Ahi, dottore, ogni volta che respiro…Raccontarlo sempre, sempre togliersi quel noioso stuzzichio allo stomaco. E già che stiamo per raccontarlo, mettiamo le cose un pò in ordine, scendiamo le scale di questa casa fino alla domenica 7 di novembre, giusto un mese fa. Si scendono cinque piani e ci si ritrova nella domenica, con un sole inaspettato, per un novembre a Parigi, con moltissima voglia di andarsene un pò in giro, a vedere cose, a fare fotografie (perchè eravamo fotografi, siamo fotografo). So bene che la cosa più difficfile sarà trovare il modo di raccontarlo, e non ho timore di ripetermi. (…..)

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“La mia vita privata è già un tale pasticcio: sarebbe un disastro se…
E allora? Un disastro è quello che ci vuole, per vedere chiaro nelle cose.”

“Non ne posso più di Londra questa settimana
-Perché?
Perché non fa nulla per me…”

“Non è colpa mia se non c’è pace. C’è chi fa il torero, il deputato. Io faccio il fotografo…”

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L’opinione di Fabio 1979 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Blow-up costituisce una delle opere più celebri del regista ferrarese, fonte d’ispirazione dichiarata, nelle sue metafisiche ed enigmatiche speculazioni sulla percezione della realtà, sulle possibilità del cinema di coglierne ogni sfumatura, sulla sconfitta dello sguardo e il trionfo dell’illusione e dell’immaginazione, di opere come La conversazione di Coppola o Blow out di De Palma: la realtà è inconoscibile, conclude Antonioni, profetico nel sancire il dominio assoluto dell’immagine nella cultura del tempo, perchè a forza di scomporla, frammentarla e sezionarla l’occhio umano ne smarrisce la comprensione, perdendo di vista l’oggetto della sua indagine e illudendosi di riuscire ad interpretarla. Pur con alcune forzature eccessivamente compiaciute, la controversa materia è governata da Antonioni con ambiziosa e brillante ispirazione, sorretta dalla raffinatezza delle scelte stilistiche ed immersa nelle suggestive locations londinesi dei mid-Sixties, spumeggiante cornice ambientale di un thriller metafisico risolto, per assurdo, proprio nella desolante consapevolezza dell’impossibilità di un’investigazione. Fotografia, magnifica, di Carlo Di Palma, colonna sonora, strepitosa, di Herbie Hancock e Palma d’Oro al festival di Cannes.

L’opinione di Alessandro dal sito www.mymovies.com

C’è una frase di Proust che recita “Il vero viaggio, il vero bagno di giovinezza sarebbe poter guardare il mondo con gli occhi di un altro”. Credo che in questa frase si possa racchiudere il senso di questo film di Antonioni. Hemmings alla fine si arrende. Lui abituato a fotografare, a rubare immagini, volti, sentimenti si rende conto che nè lui nè il suo strumento sono necessari per guardare e capire la realtà. La realtà è ciò che vedo? Ciò che registra la mia macchina fotografica? La fotografia di ciò che ho fotografato? No la realtà è altro, e saper guardare oltre, è imparare a veder l’invisibile, ad ascoltare l’inudibile. Ecco quindi l’altro, il mimo, e la scelta di Hemmings che raccoglie la palla da tennis. Non vedo ma credo ugualmente a questa realtà, accetto il tuo gioco, consapevole della mia finitezza e della mia transitorietà. Assuefatti ad una società strabordante di immagini dovremmo riflettere su questa lezione e fermarci. Forse semplicemente per ascoltare il vento

L’opinione di Albert dal sito www.mymovies.com

Blow-up è uno dei migliori – se non il migliore – film di Antonioni, poichè il tema che sviluppa, cioè il rapporto tra la realtà e l’apparenza e il ruolo preponderante dell’immagine nella nostra epoca, è attualissimo e di straordinaria importanza nella nostra civiltà telematica e della comunicazione “virtuale”. Per questo motivo, a differenza di quanto ha scritto un altro critico (Mereghetti), il film non è affatto “datato”, ma è attualissimo. Rispetto al 1967, noi ora sappiamo quanto la manipolazione televisiva, il ruolo della pubblicità, il potere subdolo dei media nell’orientare l’opinione pubblica e le sue preferenze politiche e nelle scelte di consumatore, siano determinanti e pervasivi oggi. Nel film si parla di un delitto occulto, avvenuto sotto gli occhi del fotografo protagonista (Thomas), ma ricostruito solo attraverso le tecnologie e gli ingrandimenti fotografici, e della sfiducia di Thomas di poter arrivare alla verità, una volta che le foto sono state rubate, e il cadavere è stato fatto sparire. Come non pensare, ad esempio, al “delitto del secolo”, all’assassinio di John Kennedy, qualche anno prima del film, che ha drammaticamente dimostrato come, perfino in un omicidio avvenuto in pubblico, filmato e fotografato da più persone, dopo oltre 40 anni ci si chieda ancora come siano andati i fatti, e se gli omicidi siano stati più di uno, contro la verità “ufficiale” e manipolata del governo e della commissione Warren, dell'”assassino solitario”. Il tema “filosofico” della realtà e dell’apparenza, e delle manipolazioni tecnologiche della verità, rendono quindi questo film ancor più bello e attuale, dopo 40 anni. Significativo il fatto che Thomas, nel suo spirito anarcoide e nella sua sfiducia nelle istituzioni, esiti a rivolgersi alla polizia, ma cerchi una soluzione personale, emblema del problema endemico del distacco tra cittadini e istituzioni, e dello scetticismo nella possibilità di arrivare alla verità e ottenere giustizia rivolgendosi al potere. L’unico appunto che si può muovere al film, riguarda la tipica “antonioniana” lunghezza e lentezza delle inquadrature, la mancanza di dialoghi, ma in considerazione del tema proposto, questa scelta espressiva tutto sommato accentua la tensione psicologica e il dramma personale del protagonista. Sarebbe invece sbagliato criticare la relativa “lentezza” del film inquadrandolo nella categoria dei “gialli”. Blow-up non è un thriller, è una riflessione filosofica ed esistenziale sull’isolamento dell’individuo nella società di oggi, e sulla sua impotenza di fronte alla manipolazione della realtà da parte della tecnologia e del potere.

Opinioni dal sito www.davinotti.com

L’opinione di Galbo

Profonda riflessione sul potere dell’immagine in uno dei film più riusciti del complesso percorso artistico di Michelangelo Antonioni. Il film vale anche come testimonianza del periodo in cui si svolge (1968) e soprattutto dell’ambiente (Londra) splendidamente e realisticamente fotografato, tanto che l’estetica delle immagini supera il potere concettuale dell’opera. Il film si segnala anche per la colonna sonora, assolutamente funzionale alle riprese.

Undying

Un pezzo, un brandello, uno spaccato di realtà, visto attraverso l’obiettivo d’una macchina fotografica. Londra è immersa nel clima del ’68, con giovani praticanti nuove ritualità (dalla droga ai nuovi temi musicali, senza trascurare la moda sinonimo d’eccentricità e modernismo). Tocca a Thomas (David Hemmings), cercare di decifrare – partento da piccoli dettagli, via via di enorme singolarità grazie all’uso dell’ingrandimento – indizi nascosti (e al tempo stesso raccolti) dall’occhio indiscreto di un macchina fotosensibile. Antonioni punta alla fallibilità dell’immagine e del suo replicarsi.

Il Gobbo

Feticcio del Gobbo, che confessa quindi subito la sua assoluta parzialità, e che a Londra è andato a scovare (all’estrema, squallidissima periferia, sbagliando treno e beccandosi una fraccata di pioggia) il Maryon Park, dove sono state girate le scene clou, e che è ancora identico a com’era nel film! Film capitale e fondativo di un’estetica, riuscita riflessione teorica ma – quel che più conta al cinema – catalogo di immagini indimenticabili, con uno dei più grandi finali di sempre. Prima colonna sonora di Herbie Hancock, eccellente. Altare

Pigro

Analizzando i suoi scatti un fotografo crede di scoprire un delitto. Nella ruggente ambientazione inglese dei favolosi Anni Sessanta, Antonioni costruisce una favola allucinata, onirica, sensuale e pop, che ci risucchia nel gorgo delle illusioni della società moderna. Bella l’atmosfera, sottile la storia raccontata, saccente l’intellettualismo. Un film ambivalente, insomma, che attrae e respinge. Un classico che rischia, oggi, di essere visto più perché entrato nei libri di storia del cinema che non per la sua reale capacità di convinzione.

Homesick

Titolo epocale, sia in quanto emblema cinematografico della Swinging London – gli artisti che coabitano in periferie degradate, i giovani contestatori, i complessi beat, le modelle – sia come sintesi dell’universo cinematografico di Antonioni: le tesi sull’incomunicabilità sono condotte agli eccessi con la scissione tra realtà oggettiva e percezione illusoria e la solitudine dell’uomo che ne è corollario, mentre l’erotismo è aggraziato e gentilmente penetrante come sempre sarà. Hemmings scorrazza frenetico, tirannico e stordito in armonia con una sceneggiatura eccentrica e a tratti surreale.

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77 Pottery Lane, Notting Hill, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Clevely Close, Greenwich, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Consort Road, Peckham, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Economist Plaza – 25 St James’s Street, Londra, Inghilterra, Regno Unito
El Blason Restaurant – 8-9 Blacklands Terrace, Chelsea, Londra, Inghilterra, Regno Unito
MGM British Studios, Borehamwood, Hertfordshire, Inghilterra, Regno Unito
Maryon Park, Woolwich Road, Charlton, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Notting Hill, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Regent Street, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Stockwell, Londra, Inghilterra, Regno Unito

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settembre 24, 2015 Posted by | Capolavori | , , , , | 2 commenti

Barry Lyndon

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Barry Lyndon esce nel 1975, quattro anni dopo Arancia meccanica e sette dopo 2001 Odissea nello spazio; Stanley Kubrick, regista del film ha 45 anni ed è ormai diventato una leggenda del cinema, uno dei registi più ammirati e osannati del cinema.
Parlando ancora di date, sono passati 22 anni dall’esordio (folgorante) fatto con Paura e desiderio del 1953: Kubrick ha alle spalle pochi film, in realtà.
Non è mai stato un regista prolifico, perchè i suoi progetti nascono sempre da storie e sceneggiature curate in maniera maniacale,così come i suoi film ed è proprio con Barry Lyndon che la sua ossessione per i dettagli raggiungerà il culmine, con un film che alla sua uscita spiazzerà pubblico e critica sia per il soggetto sia per la realizzazione cinematografica.

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In Barry Lyndon apparentemente non sembra esserci spazio per il Kubrick raggelante di Stranamore, quello violentemente antimilitarista di Orizzonti di gloria, quello quasi mistico e metafisico di 2001 Odissea nello spazio o per quello cinico e impietosamente visionario e anticipatore del mondo violento del futuro (il nostro presente) di Arancia meccanica: c’è un Kubrick diverso, c’è spazio per il regista esteta dal tocco raffinato e inimitabile eppure al tempo stesso c’è spazio per l’uomo cinico e rassegnato all’ineluttabilità del destino umano, che si concretizza nel personaggio di Barry Lyndon, un uomo che tenta di sfuggire al suo destino emergendo in una società classista e rinchiusa dietro le mura della differenza sociale per poi realizzare i suoi sogni e ritrovarsi, impietosamente, al punto di partenza.

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Ancora una volta Kubrick sceglie un soggetto letterario come base di partenza per un suo film come era già accaduto con Rapina a mano armata del 1956 tratto dal romanzo omonimo di Lionel White, con Orizzonti di gloria (1957), dal romanzo omonimo di Humphrey Cobb,con Spartacus (1960), tratto dal omonimo romanzo di Howard Fast, poi con Lolita (1962) ancora una volta dall’omonimo romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov, con Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964) tratto dal romanzo Red alert di Peter George, con 2001 Odissea nello spazio dal romanzo omonimo di Arthur Clarke e con Arancia meccanica (1971) dal romanzo omonimo di Anthony Burges.
Un rapporto, quello tra Kubrick e la letteratura, assolutamente simbiotico e che proseguirà anche nei film successivi del regista.
In Barry Lyndon il regista cerca di mantenersi quanto più fedele allo spirito del libro, senza aggiungervi elementi di novità tali da stravolgerne l’intreccio narrativo,anzi.

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Per cercare di rendere la storia quanto più verosimile e naturale Kubrick sceglie di adottare una nuova tecnica di riprese utilizzando per esempio delle luci non artificiali, inserendo nelle riprese l’utilizzo di lampade ad olio e di candele, in modo da rendere quanto più realistica possibile la storia che in realtà è ambientata nel settecento.
Alla fine il risultato è quello di aver creato un gigantesco affresco in movimento, un quadro quasi dalle sfumature tipiche del realismo, morbido e vellutato nell’immagine e nelle scenografie, un’espressione in definitiva reale e somigliante all’epoca che intende raffigurare, quasi si assistesse ad un documentario moderno sull’Irlanda del tempo narrato.
Centottantaquattro minuti.
Tanto dura l’affresco di Kubrick che per tutta la durata del film utilizza le tecniche più innovative per le fonti luminose dalle lenti più particolari e speciali che vanno dal grandangolo agli zoom più spinti, i costumi più ricercati e le tradizionali inquadrature tipiche del regista studiate nei minimi dettagli per trasmettere il senso di immediatezza dell’opera, un essere presenti ad un fatto del passato quasi ci si fosse immersi all’interno, in piena simbiosi con i protagonisti del racconto.

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Sono minuti di grande cinema e di grande pittura: può sembrare un azzardo, il paragone, ma in realtà è difficile scindere l’opera in movimento, lo scorrere della pellicola dalla straordinaria resa visiva di infiniti fotogrammi che assomigliano a quadri di Turner, di Constable o altri valenti pittori che esplorarono a loro modo la splendida naturalezza degli scenari naturali inglesi, irlandesi e scozzesi.
La trama in breve:
Redmond Barry è un giovane irlandese, di bell’aspetto ma di scarse consistenze economiche.
E’ da sempre innamorato di sua cugina Nora e il giorno che scopre che un capitano dell’esercito ha chiesto la bella giovane in moglie lo sfida a duello.
Credendo di aver ucciso l’uomo, Barry decide di fuggire verso Dublino, ma il destino vuole che venga derubato dei suoi pochi averi motivo per il quale sceglie di arruolarsi nell’esercito inglese che combatte contro i francesi.
Qui affronta alcune avventure, come la morte di un capitano con il quale aveva stretto amicizia e ben presto, stufo della brutalità della guerra stessa sceglie di disertare ma finisce per arruolarsi nell’esercito prussiano.

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Questa seconda esperienza lo porta a farsi onore sul campo di battaglia e il ministro prussiano lo incarica di seguire e spiare uno straniero, un uomo che vive facendo il gambler professionista e che è sospettato di nascondere segretamente la sua vera identità di spia.
Barry, affascinato dall’uomo, finisce per diventarne amico e per seguirlo in giro per l’Europa frequentando la buona società.
In questo mondo esclusivo conosce la bellissima Lady Lyndon, moglie di un aristocratico avanti negli anni e cagionevole di salute.
Alla morte di quest’ultimo Barry corteggia la donna, che ha un figlio e alla fine la sposa; dall’unione nasce Bryan Patrick Lyndon ma Barry ha problemi con il primo figlio della moglie, Bullington, che lo disprezza considerandolo un avventuriero.
Con il passare del tempo Barry scoprirà che l’amore verso sua moglie si è esaurito mentre nel frattempo i contrasti con il figliastro si acuiscono.
Un grave accadimento sconvolgerà la vita di Barry e di sua moglie e ….
La trama del film è complessa ma lineare nel suo svolgimento; Kubrick segue le vicende di Barry, mostrandoci la sua ascesa e infine la sua caduta in un mondo che lo rifugge, a partire dal figliastro che tenterà inutilmente di amare e che invece lo tratterà come uno spregevole arrivista,seguendo la storia d’amore con Lady Lyndon, destinata ad esaurirsi e infine l’amara conclusione della vicenda che esplicita in fondo il teorema di Kubrick sull’ineluttabilità delle cose umane.
Il tutto sottolineato da una musica avvolgente, che ancora una volta è di stampo puramente classico.
Kubrick infatti sceglie, come nei suoi due precedenti lavori ossia 2001 Odissea nello spazio e Arancia meccanica, un tema portante preso direttamente dalla tradizione classica.

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Se in 2001 odissea nello spazio a scandire la meraviglia del viaggio verso il mistero cosmico dell’esistenza c’era stata la stupenda musica di Richard Strauss “Così parlò Zarathustra” accompagnata da “Sul bel Danubio blu” o dai brani di György Liget e di Aram Kachaturian,in Arancia meccanica la colonna sonora aveva contemplato Rossini e il suo Gugliemo Tell oltre alla Gazza ladra e Beethoven con il suo secondo movimento oltre all’Inno alla gioia e alla composizione originale di Wendy Carlos (all’epoca ancora Walter).
Con Barry Lyndon Kubrick passa a Haendel e Bach;del primo utilizza la Sarabanda dalla Suite num. 4 in re minore HWV 437,oi la scelta cade anche su Schubert e su Paisiello, del quale utilizza la cavatina del Barbiere di Siviglia.

Come protagonista principale del film, Kubrick sceglie di affidarsi a Ryan O’Neal per il ruolo di Barry Lyndon; l’attore di Los Angeles era reduce dal grande successo di Paper Moon mentre la parte femminile viene affidata alla splendida modella (allora trentenne) Marisa Berenson che aveva partecipato a due grandi successi negli anni precedenti, Morte a Venezia e Cabaret.
La scelta di Kubrick è fortunata perchè di due attori restituiscono due personaggi perfettamente in simbiosi con il film: sobrio ed elegante O’Neal, intensa e bellissima la Berenson.
Come dicevo all’inizio, il film di Kubrick venne accolto in modo difforme dal pubblico e dalla critica.
L’inaspettata scelta da parte del regista di abbandonare almeno all’apparenza i temi cari della violenza, del sesso,della politica lasciò spaesati sopratutto i critici che almeno inizialmente non considerarono il film come un capolavoro.
Fu in seguito che in molti dovettero ricredersi di fronte alla stupefacente abilità di Kubrick di regalare emozioni grazie al  grandioso quadro d’assieme formato dalle innumerevoli inquadrature studiate una per una e alle avvolgenti atmosfere del film.

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Che finirà per ispirare altre opere importanti con riferimenti al mondo messo in scena da Kubrick a partire da quel I duellanti che sarà l’opera prima folgorante di Ridley Scott.
Barry Lyndon ottenne 6 candidature agli Oscar, ma ancora una volta a Kubrick sfuggì quella per il miglior film e per la miglior regia.
Il film ne vinse quattro di Oscar; quello meritatissimo per la Migliore fotografia a John Alcott,quello per la Migliore scenografia a Ken Adam, Roy Walker e Vernon Dixon, per i Migliori costumi a Ulla-Britt Soderlund e Milena Canonero e infine per la Miglior colonna sonora a Leonard Rosenman.
Purtroppo per Kubrick, Barry Lyndon si trovò di fronte, nella serata degli Academy awards quel Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman che era un capolavoro di eguale portata e così al regista non rimase altro da fare che rimandare l’appuntamento con la statuetta all’uscita del suo capolavoro successivo Shining.
Sappiamo come andò a finire, nel senso che Kubrick non vide mai riconosciuto il suo talento con il massimo riconoscimento hollywoodiano; un dettaglio trascurabile alla luce della quantità di capolavori che riuscì a creare nel corso della sua carriera.
Barry Lyndon è un film di facile reperibilità;tuttavia consiglio a coloro che non l’abbiano visto di procurarsi la versione Blue ray dello stesso per apprezzare fino in fondo le maestose scenografie, la fotografia e tutti i dettagli di questo capolavoro della storia del cinema.

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Barry Lyndon

Un film di Stanley Kubrick. Con Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger, Steven Berkoff,Gay Hamilton, Marie Kean, Diana Körner, Pat Roach, Murray Melvin, Frank Middlemass, André Morell, Arthur O’Sullivan, Godfrey Quigley, Leonard Rossiter, Philip Stone, Michael Hordern Drammatico, durata 184 min. – Gran Bretagna 1975

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Barry Lindon banner protagonisti

Ryan O’Neal: Redmond Barry Lyndon
Marisa Berenson: Lady Lyndon
Patrick Magee: Chevalier de Balibari
Hardy Krüger: capitano Potzdorf
Steven Berkoff: Lord Ludd
Gay Hamilton: Nora Brady
Marie Kean: madre di Barry
Diana Körner: Lischen
Murray Melvin: reverendo Samuel Runt
Frank Middlemass: sir Charles Reginald Lyndon
André Morell: Lord Gustavos Adolphus Wendover
Arthur O’Sullivan: capitano Feeny
Godfrey Quigley: capitano Grogan
Leonard Rossiter: capitano John Quin
Philip Stone: Graham
Leon Vitali: Lord Bullington
Billy Boyle: Seamus Feeny
Geoffrey Chater: dottor Broughton
David Morley: Bryan Patrick Lyndon
Roger Booth: re Giorgio III
Pat Roach: Toole

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Barry Lindon banner doppiatori
Giancarlo Giannini: Redmond Barry Lyndon
Melina Martello: Lady Lyndon
Alberto Lionello: Chevalier di Balibari
Renato Cortesi: Lord Ludd, Mick, il principe di Tubingen, John Fakenhan
Alida Cappellini: Nora Brady
Gianna Piaz: madre di Barry
Oreste Lionello: reverendo Samuel Runt
Gianni Bonagura: Charles Lyndon, Graham
Mario Feliciani: Lord Wendover
Corrado Gaipa: Capitano Grogan
Mario Maranzana: capitano John Quin
Rodolfo Traversa: Lord Bullingdon
Carlo Baccarini: dottor Broughton
Luciano Melani: Re Giorgio III
Vittorio Di Prima: Toole
Romolo Valli: narratore
Marcello Tusco: venditore di tessuti
Roberto Bertea: padre di Nora, un ministro di polizia
Marco Guadagno: Lord Bullington da giovane
Vittorio Congia: recluta
Giampiero Albertini: padrino di Barry al duello
Massimo Foschi: Ulik, Re Giorgio III
Pietro Biondi: Frederick
Silvio Spaccesi: capitano Feeney

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Barry Lindon banner cast

Regia Stanley Kubrick
Soggetto William Makepeace Thackeray (romanzo)
Sceneggiatura Stanley Kubrick
Produttore Stanley Kubrick
Produttore esecutivo Jan Harlan, Bernard Williams
Casa di produzione Hawk Films Ltd., Peregrine, Warner Bros.
Distribuzione (Italia) Warner Bros. Italia
Fotografia John Alcott
Montaggio Tony Lawson
Musiche Leonard Rosenman
Tema musicale Sarabande Main Title (National Philharmonic Orchestra)
Scenografia Ken Adam
Costumi Milena Canonero
Trucco Alan Boyle

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Barry Lindon banner citazioni

-Barry era una di quelle persone abbastanza furbe da impadronirsi di una fortuna ma incapaci di conservarla. Infatti, le qualità e le energie che portano un uomo a conquistare una fortuna sono spesso le stesse che lo portano poi a perderla.(Voce narrante)
-Ho tolto il nastro che avevo intorno al collo, e l’ho nascosto sulla mia persona. Se lo trovi, puoi tenerlo. Ti permetto di cercarlo dovunque tu voglia: sarò molto delusa di te se non lo troverai. (Nora Brady)
-I gentiluomini possono parlare dell’era della cavalleria. Ma pensate ai contadini, ai ladri di bestiame, ai furfanti che essi comandavano… È con questi strumenti che i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo. (Barry Lyndon)
-Buonasera, signor Barry, ve la siete fatta la mia signora?”Mi scusi, ma non capisco.”Suvvia, signore, preferisco di gran lunga aver fama di cornuto che di imbecille!- (Sir Charles Reginald Lyndon e Barry Lyndon
-Una donna che ha un debole per le uniformi deve essere preparata a cambiare amante molto alla svelta o la sua sarà una vita molto triste.(voce narrante)
-Furono chiamati i dottori. Ma cosa può fare un dottore contro lo spietato e invincibile nemico. Tutti coloro che lo visitarono dovettero constatare che le condizioni del ragazzo erano disperate. Rimase ancora con i suoi genitori per due giorni e fu ben triste conforto il sapere che non soffriva.- (Voce narrante)
-“Non sono pentito! E non chiedo affatto scusa! E inoltre piuttosto che Dublino vado all’ inferno…”(Barry Lyndon)

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Barry Lindon banner incipit

I miei avi e la mia famiglia. Subisco l’influenza dell’amore.
Dai tempi di Adamo, in questo mondo, non è stato commesso un danno senza che alla mia origine non ci fosse una donna. Sin dalle origini della nostra famiglia (in tempi che dovevano essere molto vicini a quelli di Adamo, tanto nobili, antichi, illustri sono i Barry, come ognuno sa), le donne hanno avuto una parte estremamente importante nei destini della stirpe. Penso che non ci sia persona in Europa che non abbia sentito parlare dei Barryogue, del regno di Irlanda: un più famoso nome si potrà trovare in Gwillim o D’Hozier; e, sebbene da uomo di mondo io abbia imparato a disprezzare con tutta l’anima le rivendicazioni di molti pretendenti ad un casato illustre, che non hanno genealogia più antica del servo che mi lucida le scarpe, e sebbene derida sprezzantemente le vanterie di molti miei compatrioti che si vorrebbero tutti discendenti dai re d’Irlanda, e che parlano di un loro fondo a stento sufficiente a nutrire un maiale, come se si trattasse di un principato, tuttavia l’amore della verità mi impone di affermare che la mia famiglia era la più nobile dell’isola, e, forse, di tutto il mondo; e che i suoi possedimenti, ora insignificanti, perduti in seguito alla guerra, al tradimento, all’andar degli anni, alla stravaganza dei miei maggiori, alla nostra fedeltà all’antica fede degli avi e al sovrano, erano anticamente di vastità inimmaginabile, e comprendevano molte contee, in un tempo in cui l’Irlanda era molto più ricca di ora.

Barry Lindon banner recensioni

L’opinione di Adriano De Carlo dal sito http://www.mymovies.it

Barry è un giovane di bell’aspetto ma dalle origini modeste. Rifiutato dalla donna che ama, intraprende la carriera militare dopo un duello con l’avversario in amore. Stanco della vita militare, con un espediente entra nell’esercito prussiano, divenendo il beniamino del capitano Potzdorf. Ma anche questa volta la fortuna gli volta le spalle e, costretto a fuggire, diventa il compare di un raffinato avventuriero. Con la spada e la pistola si fa largo nella bella società. Ormai è un uomo appagato. Gli manca solo il blasone. Sposando la contessa di Lyndon e assumendone il cognome colma la lacuna. Ma sarà un matrimonio infelice. Il figlio della contessa, nato da un altro matrimonio, lo odia e per molti anni progetterà una vendetta, che si compirà quando affronterà il patrigno in duello. Barry Lyndon perderà una gamba e i suoi averi. Un malinconico esilio segna il suo definitivo destino. Tratto dal noto romanzo settecentesco di William Makepeace Thackeray, Barry Lyndon si può definire un film anomalo nella produzione del grande Stanley Kubrik. Film di difficile collocazione e che ha spaventato la critica al suo apparire a causa della mancanza di una chiave di lettura che conducesse alle origini del progetto. Il misterioso Kubrik non ha mai chiarito le sue intenzioni. Ma ciò non impedisce di giudicare il film una splendida anomalia. Usando una tecnica d’illuminazione naturalistica, tutta a base di candele, che il grande direttore della fotografia John Alcott realizza genialmente, il film è immerso in una atmosfera che restituisce il clima del tempo. Kubrik si è avvalso di lenti speciali, fornite dalla Carl Zeiss e adattate da Ed Di Giulio. Un film freddo e crudele. Ironico e mastodontico. Solenne e malinconico. La bella voce narrante di Romolo Valli accompagna il racconto con tono suadente e beffardo. Altro contributo memorabile al film sono le musiche assemblate da Leonard Rosenmann. Fra tutte spicca il trio per piano in mi bemolle di Schubert. Gli interpreti sono usati da Kubrik come pedine di un’invisibile scacchiera, che egli percorre seguendo un imperscrutabile disegno metafisico. Le leggi cosmiche e l’ineluttabilità del destino avvicinano Barry Lyndon a2001, Odissea nello spazio. L’astronauta affronta i misteri del cosmo e ne è vittima, così come Lyndon entra in un mondo che non gli appartiene, subendone la consueta glacialità. Il film ha ricevuto quattro Oscar: per i costumi, la fotografia, la scenografia e la musica.

L’opinione di TheWarOfEcho dal sito http://www.filmtv.it

Trasposizione del romanzo di Thackeray, il film racconta la parabola di Redmond Barry che, da un piccolo villaggio, diventerà un nobiluomo e successivamente dovrà scontare le conseguenze delle sue malefatte. Kubrick gira forse la sua opera visivamente più imponente in cui spiccano ovviamente le maestose scenografie, che (sia quelle interne che quelle esterne) sono ispirate a quadri esistenti e che il regista riprende con campi molto lunghi perché ce ne faccia ammirare la magnificenza, e le luci utilizzate, che vengono soltanto da candele e fonti naturali. Definito uno dei film meno “impegnati” nel sociale, possiede in realtà spunti riflessivi sull’arrivismo umano e sulle follie che possono essere realizzate quando si ottiene il potere. Quattro meritatissimi premi Oscar per quello che può essere considerato il miglior film in costume della storia del cinema.

L’opinione del sito http://www.cinefilos.it

(…) Al di là dei meriti tecnici, Barry Lyndon è un film che propone varie tematiche, alcune anche molto attuali. Quella di Redmond è una storia asimmetrica racchiusa in una lunga parabola che gli farà conoscere grandi fortune in mezzo ad un inizio ed una fine tragica. L’arrivismo sociale del protagonista e dell’anziana madre sono debolezze comuni e molto diffuse anche nella società moderna; nel film l’inesorabile quanto rapida scalata sociale del giovane ed innocente ragazzo di campagna cammina a braccetto con il suo imbruttimento morale, con la sua degenerazione spirituale. Kubrick rimase convinto sempre della scelta di O’Neal nel ruolo del protagonista certo delle sue qualità, poco espresse nei suoi film precedenti (Love Story per citarne uno); noi troviamo l’interpretazione di Ryan alquanto piatta e monocorde, non particolarmente espressiva. Nonostante questo e nonostante i suoi difetti e le sue mancanze, lo spettatore, in genere, si affeziona al personaggio di Redmond forse perchè lo trova tanto umano, sia nel bene che nel male. Barry Lyndon, film che non trovò un immediato riscontro di critica e pubblico, è un film non facile, un film da osservare oltre che guardare ed ascoltare, ammirare prima che interpretare, e forse solo dopo essere entrati nel mondo tanto perfettamente ricreato dal maestro, si potrà instaurare quel rapporto di intimità con i personaggi che vi farà apprezzare il tutto nella sua magnifica completezza.(…)
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Daniela

Capolavoro di inarrivabile bellezza formale, opera d’arte in movimento in cui Kubrick riesce a comporre alla perfezione ogni elemento – fotografia (sublimi le riprese al lume di candela), musica d’epoca, costumi, scene. Funzionale la recitazione raggelata degli attori, figure di un tempo lontano: “I protagonisti di questa vicenda vissero le loro storie sotto il regno di re Giorgio III; buoni o cattivi, di bell’aspetto o no, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali”. Uno dei film che amo di più, piacere che si rinnova ad ogni visione: stupendo.

Caesars

Un altro grandissimo film di Kubrick, che omaggia questa volta il genere storico. A rendere eccezionale questa pellicola concorre una fotografia a dir poco stupenda (ogni singolo fotogramma pare un quadro) di John Alcott, ma i meriti non si fermano certo lì: la ricostruzione storica di Kubrick è perfetta e la sua cura per ogni più piccolo particolare si fa apprezzare. Il film è lungo e con un ritmo decisamente lento, e per questi motivi può non essere apprezzato da tutti. Bellissimo.

Cotola

Capolavoro assoluto “in costume” di Stanley Kubrick che dirige una delle sue pellicole più belle. Attraverso la storia del protagonista, il regista affronta i soliti temi del suo cinema e lo fa con grande maestria e con tecnica sopraffina. Tutto è perfetto, compresa una confezione a dir poco scintillante. Semplicemente prodigiosa e stupefacente la fotografia per la quale sono stati creati appositi obiettivi. Meravigliosa anche la fusione tra immagini e musica, che è del tutto riuscita. Gioia per occhi e orecchie, da vedere e rivedere.

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Documento inestimabile, è una visione profonda e realistica del Secolo dei Lumi secondo le intenzioni evidenti del regista. A tratti quindi risulta amorale, prolisso, sfarzoso ma anche commovente, geniale, penetrante. Per tutti valgano i commenti entusiastici di Federico Zeri, che arrivò ad asserire che nessuno prima di Kubrick avesse così grandemente compreso l’arte di Gainsborough e come le scelte musicali siano assolutamente ineccepibili. Unico e, per molti versi, irripetibile.

B.Legnani

Formidabile pellicola di Kubrick, che prende il romanzo di Thackeray, vi impianta modifiche comunque armoniose e sforna un’opera indimenticabile, della quale è impossibile scrivere qualcosa di non già detto. Diciamo allora che è stata eccezionale, come sovente accaduto con Kubrick, la scelta delle musiche, al punto che l’esecuzione filmica della “Sarabanda” di Händel viene oggi ritenuta quella “autentica” e che il suo utilizzo nelle cerimonie funerarie ha avuto, dall’uscita del film fino ad oggi, un’incredibile diffusione. Capolavoro.

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Barry Lindon banner soundtrack

Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per i titoli di testa) National Philharmonic Orchestra
Women of Ireland (Seán Ó Riada) The Chieftains
Piper’s Maggot Jig (Paddy Moloney e Sean Potts) The Chieftains
The Sea-Maiden (Paddy Moloney e Sean Potts) The Chieftains
Tin Whistles (Seán Ó Riada) Paddy Moloney And Sean Potts
British Grenadiers (tradizionale) Fifes And Drums
Hohenfriedberger March (Federico II di Prussia)
Lilliburlero (tradizionale) Fifes And Drums
Women Of Ireland (Seán Ó Riada) Derek Bell
Marcia da Idomeneo, re di Creta, opera, KV 366 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per il duello) National Philharmonic Orchestra
Lilliburlero (tradizionale) arrangiata e diretta da Leslie Pearson
Danza tedesca n. 1 in do maggiore (Franz Schubert) National Philharmonic Orchestra
Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per il duello) National Philharmonic Orchestra
Cavatina dal Barbiere di Siviglia (Giovanni Paisiello) National Philharmonic Orchestra
Terzo movimento dal Concerto in mi minore (trascrizione della Sonata per violoncello RV 40) (Antonio Vivaldi) Pierre Fournier, Festival Strings Lucerne diretti da Rudolf Baumgartner
Concerto in do minore per due clavicembali, BWV 1060 (Johann Sebastian Bach) Karl Richter, Hedwig Bilgram, Münchener Bach-Orchester
Andante con moto dal Trio in mi bemolle maggiore n. 2 op. 100, D 929 (Franz Schubert) Ralph Holmes, Moray Welsh, Anthony Goldstone
Sarabanda Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per i titoli di coda) National Philharmonic Orchestra

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gennaio 4, 2015 Posted by | Capolavori | , , | 2 commenti