L’australiano


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Dal romanzo The Shout (L’urlo) di Robert Graves trasposto in italiano come L’australiano, Jerzy Skolimowski, il più inglese dei registi polacchi trae nel 1978 un film fedele eppur al tempo stesso distante dal romanzo originale.
Un film straordinario, in cui si fondono mirabilmente tutte le suggestioni di Graves attraverso un linguaggio meta cinematografico fatto di sogno e realtà, di incubo e straordinari paesaggi assolutamente solitari; questo e naturalmente molto altro è L’australiano, un’opera indimenticabile premiata giustamente con il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 1978.
Una storia dal fascino ambiguo a lungo in bilico tra il presente e il passato, con brevi incursioni proprio del presente, che assume contorni indefiniti sottolineato dalle avvolgenti musiche di Anthony Banks e Michael Rutherford come temi del film e dalla splendida musica elettronica di Rupert Hine, un dualismo anche musicale tra sogno e reale, rappresentato proprio dall’uso dell’elettronica, che è poi l’hobby ma anche la professione di uno dei protagonisti del film Anthony.

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Film che inizia con una sequenza di cui si capirà il senso solo dopo la conclusione del film stesso; una donna corre per un corridoio (quello dell’obitorio) e raggiunge una stanza nella quale ci sono tre cadaveri allineati.La donna scopre il volto dell’uomo del terzo letto mentre il titolo del film dissolve la scena introducendo il film.
Nella campagna inglese sorge una clinica psichiatrica;al suo interno è in svolgimento una gara di cricket tra i ricoverati nell’istituto e il personale dello stesso.
Qui uno dei ricoverati, considerato dal direttore uomo di grande intelligenza e capacità, racconta a Robert, segnapunti della partita una storia che ha come protagonista un altro paziente dell’istituto, Anthony, musicista di professione finito nella clinica dopo la fine del suo legame d’amore con la moglie.
Cambio di scena:
una coppia è contemporaneamente vittima di uno strano sogno, nel quale vedono un uomo correre fra le dune mentre loro sono stesi tranquilli in riva ad un lago.
Un giorno, mentre è appena uscito dalla chiesa, Anthony viene avvicinato da uno strano tipo, che dice di chiamarsi Crossley;l ‘uomo in qualche modo riesce a farsi invitare a pranzo da Anthony, che soggiogato dalla strana personalità di Crossley lo porta a casa facendogli conoscere la moglie Rachel.
La donna all’inizio sembra molto contrariata dalla presenza dell’ospite, ma ben presto anch’essa subisce la forte personalità di Crossley che durante il pranzo racconta frammenti della sua vita prima dell’arrivo nella cittadina.

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Ha vissuto per ben 18 anni tra gli aborigeni australiani, imparando da loro arti magiche ancestrali e sopratutto la capacità di emettere un urlo in grado di arrivare ad uccidere un essere umano.Racconta ai suoi sconcertati anfitrioni di essersi allontanato dalla comunità aborigena dopo aver ucciso i suoi figli, come previsto dalle leggi ancestrali aborigene.La misteriosa aura che avvolge l’uomo,il suo fascino esotico non mancano di sortire un effetto inaspettato su Rachel, che dapprima diffidente alla fine subisce il potente magnetismo che l’uomo emana.
Con atteggiamenti espliciti,la donna tenta di sedurre “l’australiano”, riuscendoci, ma mantenendo contemporaneamente un atteggiamento affettuoso verso il marito.Nel frattempo Crossley,che sembra aver preso il controllo della donna, mostra a Anthony le sue capacità straordinarie, portandolo in una zona desertica e mostrandogli tutta la potenza terrificante del suo urlo. Anthony resterebbe ucciso se prima prudentemente Crossley non gli avesse fatto mettere dei tappi a protezione delle orecchie.
La relazione tra Anthony e Rachel entra i crisi quando Crossley annuncia all’uomo che intende andare a letto con Rachel;esterrefatto chiede spiegazioni alla moglie che però si limita a confermare la cosa.
Sotto la minaccia di Crossley di ucciderlo con un urlo, Anthony fugge dalla casa.
Guidato dal sogno fatto con la moglie sulla spiaggia si reca nel deserto e disseppellisce una pietra con strani simboli ;in quel preciso istante Crossley, che era a letto con Rachel e che si era alzato sentendosi in pericolo, scopre di essere circondato dalla polizia, venuta ad arrestarlo per l’omicidio di un prete.
E’ in trappola e sta per emettere il suo urlo assassino ma proprio in quel momento Anthony spezza in due la pietra e Crossley si accascia al suolo.

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La scena ritorna al presente; l’uomo che sta narrando la storia a Robert, il giovane segnapunti altri non è che Crossley,ricoverato nella struttura.
Si scatena un temporale sul campo da cricket e…
Lascio volutamente in sospeso il finale per non rovinare la scoperta dello spettatore di cosa accade nei minuti finali.
Enigmatico e magico, l’Australiano è un film che richiede almeno due visioni per poter apprezzare certi passaggi della storia, alcuni dettagli che ad una prima visione frettolosa si trascurano per ovvi motivi.
Eppure anche un’altra visione lascia irrisolti alcuni aspetti del film, che vaga come una fiaba oscura tra magia, riti ancestrali e realtà, quella realtà che Crossley stravolge insinuandosi nella tranquilla vita borghese di Anthony e Rachel.
Questa è già una prima chiave di lettura del film, una delle tante; l’irruzione di Crossley, uomo misterioso e a contatto con gli intimi segreti della natura e in definitiva della vita simboleggia la dissoluzione dell’ordine borghese, quello su cui si fonda il matrimonio di Rachel ed Anthony, travolto dalla presenza fuori dagli schemi di un essere umano vissuto viceversa a intimo contatto con la natura, dalla quale ha carpito segreti e armonia, restandone però evidentemente sconvolto.
Un’altra chiave di lettura è intimamente legata alla professione di Anthony e alla caratteristica peculiare di Crossley, l’urlo capace di uccidere.

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Mentre Anthony passa il suo tempo a comporre musica elettronica, cercando di carpire i suoni all’ambiente che lo circonda, arrivando per esempio a mettere un’ape in un bicchiere per registrarne il ronzio, Crossley appare quasi padrone del suono, intimamente connesso alla sua natura.
Lo dimostra quando a tavola riesce a rompere un bicchiere solo facendolo vibrare.
Un suono “prodotto” quindi e un suono istintivo, naturale.
Ancora una contrapposizione frontale fra due modi di essere antitetici.
L’analisi dei significati del film potrebbe continuare per ore, perchè Jerzy Skolimowski si diverte a legare intimamente molti argomenti senza però estrinsecarli in maniera visibile e sopratutto comprensibile.
Ragion per cui buona parte del film risulta di difficile lettura, magicamente sospeso nel tempo, quasi una favola crudele sospesa all’interno di una favola nera in cui i personaggi appaiono guidati dall’istinto e dalla magia che sembra governare le loro vite.

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Il finale è in linea con il racconto, una chiusura circolare che riprende l’inizio esatto del film, quasi volesse eternare il momento, ripetendo sempre la stessa storia e non aggiungendo il benchè minimo indizio sulla sorte dei due coniugi, a cui crossley sconvolge la vita, determinando un loro distacco che assomiglia sinistramente al dissolversi di uno dei valori pregnanti della vita sociale, il matrimonio.
Grazie a location assolutamente selvagge e estraneanti,ai riferimenti oscuri all’arte e al suo potere distruttivo (cos’è il suono se non musica?), all’andare a ritroso e in avanti nel tempo del racconto con incursioni nell’onirico (i deserti, le selvagge bellezze naturali dell’Australia) il film resta sospeso in un limbo dal quale è tratto solo per la rappresentazione della commedia umana che i protagonisti vivono interamente, senza mediazioni.
Davvero in stato di grazia gli attori,con particolare menzione per Alan Bates e Susannah York, che sprizza una sensualità talmente fisica da rasentare l’oltraggio al pudore, pur non mostrando (il film) alcuna inclinazione all’erotismo.

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Uno splendido esempio di cinema, quindi.
Chiunque voglia visionarlo può seguire il link http://www.nazioneindiana.com/2014/11/23/cinedimanche-06-jerzy-skolimowski-l-australiano/, qui troverà una splendida riduzione in divx con colori naturali, che restituisce appieno la magia del film stesso.
Ricordo che con l’apposita estensione di Chrome è possibile fare il download del film stesso, che suggerisco caldamente per poter risentire alcuni dialoghi del film stesso.

L’australiano

Un film di Jerzy Skolimowski. Con Susannah York, John Hurt, Tim Curry, Alan Bates, Robert Stephens, John Rees, Carol Drinkwater, Julian Hough, Nick Stringer Titolo originale The Shout. Drammatico, durata 87 min. – Gran Bretagna 1978.

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Regia Jerzy Skolimowski
Soggetto Robert Graves (racconto)
Sceneggiatura Michael Austin, Jerzy Skolimowski
Produttore Jeremy Thomas, Michael Austin (produttore associato)
Fotografia Mike Molloy
Montaggio Barrie Vince
Musiche Anthony Banks e Michael Rutherford, Rupert Hine
Scenografia Simon Holland
Trucco Wally Schneiderman

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Alan Bates: Charles Crossley
Susannah York: Rachel Fielding
John Hurt: Anthony Fielding
Robert Stephens: Direttore della clinica
Tim Curry: Robert Graves

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“La tua musica è nulla” Crossley a Anthony
“Riesce ad ascoltare e a tenere il conteggio allo stesso tempo?” Crossley a Robert
“Ho sempre trovato diffiicle immaginare che l’anima sia legata al corpo finchè non giunge la morte a liberarla.Lei non crede che in tempi di carestia spirutale l’anima possa trovare rifugio in un albero o in un sasso?” Crossley a Anthony
“L’uccisione dei propri figli nella società aborigena è l’unica morte naturale.Per loro ogni altra morte è il risultato di una violenza” Crossley

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L’opinione di Emanuele Sacchi dal sito http://www.mymovies.it
(…) Scrigno di significati quasi inespugnabile nel suo ermetismo, The Shout di Jerzy Skolimowski, noto in Italia come L’australiano, è uno dei capitoli più potenti della filmografia del regista polacco. Basato sul testo di Robert Graves, L’australiano è un’indagine nella natura primordiale dell’istinto, nel potere misterioso della carnalità più ancestrale; un regno dimenticato in cui la magia, oscura e terribile, esiste e in cui le posticce convenzioni sociali non hanno alcun significato. Come nel successivo L’ultima onda di Weir l’entroterra australiano è l’habitat ideale perché l’insondabile e l’inesprimibile abbiano luogo; per concretizzarsi nella potenza dell’Urlo, capace di trarre alimento da abissi di disperazione per vomitare la propria furia sulla natura circostante, annientando qualunque forma di vita. Dalla contrapposizione tra l’urlo dello sciamano Crossley e la ricerca sul suono, figlia di esperimenti e studi, effettuata da Anthony prende spunto la lettura più comune di un film chiuso a (facili) interpretazioni: la purezza dell’arte, libera dalle tagliole della società, che sovrasta con la sua potenza la ricerca della creatività attraverso test scientifici. L’artista-mostro, nella sua forma più incontaminata, è terrificante e onnipotente, tale da soggiogare le creature – Susannah York che diviene oggetto sessuale del dominus Crossley – piegandone le volontà. Ciò di cui è capace è qualcosa che non si cela in alcun libro, ma solo nei misteri del creato.
Nemmeno l’amore ha più significato, se non come unica forma di risposta possibile dell’uomo comune a una comunicazione che proviene da un altro livello di percezione rispetto a quello consueto. I colpi di scena e la vendetta di Anthony sono giocati attraverso meccanismi narrativi che possono apparire confusi, ma che rispecchiano la libertà di un linguaggio, assai vicino al free cinema inglese, legato alla sua epoca ma di indubbio fascino. Una visione impressionante e suggestiva, quella de L’australiano, a prescindere dagli anni trascorsi.

L’opinione di pzuzu dal sito http://www.filmtv.it

(…) Tutto ruota attorno a due individui palesemente antitetici, entrambi attratti dalle illimitate potenzialità del Suono, dalla sua origine e dai suoi effetti, ma spinti da interessi e scopi quantomai distanti tra loro: Charles ha messo a punto il suo urlo tonante ed assassino apprendendo una tecnica che gli permette di trasformare la rabbia e le pulsioni più recondite e violente in un estremo atto di furia animalesca, mentre Anthony genera musica campionando i rumori più disparati (il battito d’ali di un’ape chiusa in un barattolo di vetro, un contenitore di latta rotto strofinato dall’archetto di un violino) ed utilizzando un metronomo per dargli un ritmo, disciplinarli, normalizzarli.
Fantasia contro razionalità, istinto contro ragione, sono le architravi su cui monta la guerra psicologica che Charles Crossley muove al suo negativo, e trovano sublimazione nella scelta dell’autore di accogliere per sé la medesima sfida (e la medesima follia), producendo un crescendo di situazioni assurde ed affidando al piglio evocativo e delirante delle immagini fotografate da Mike Molloy, al gran lavoro sul sonoro di Alan Bell (unito al commento musicale atmosferico e spettrale di Anthony Banks e Michael Rutherford, rispettivamente organista e chitarrista dei Genesis), e ai sapienti incastri del montaggio di Barrie Vince, il compito di mescolare indizi e depistaggi oltre che di imporre un costante senso di minaccia incombente, creando un’opera sinceramente anarchica e orgogliosamente imperfetta, un’opera urgente ed eccessiva, che suggerisce metafore e pulsa cinema, un’opera irruenta passionale ed ambigua che sfida la logica, che al calcolo preferisce l’azzardo, e alle certezze l’immaginazione.

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Opinioni dal sito http://www.davinotti.com

Caesars

Bel film, sorretto da una sceneggiatura intelligente e da una buona prova di tutti gli interpreti. Jerzy Skolimowski è regista non molto conosciuto ma sicuramente di un certo valore. Girato con un ritmo molto lento il film ci porta, creando la giusta atmosfera di attesa, verso un finale creato con grande intelligenza. Una pellicola di difficile reperibilità che merita almeno una visione in quanto sicuramente mai banale.

Rebis

Oggetto ibrido e misterioso, il film di Skolimowski potrebbe trovare adozione nelle schiere del cinema surrealista così come tra le sperimentazioni più ardite del free cinema inglese, senza poi disdegnare la menzione nei più speciosi annali horror. Al suo centro, lo spalancarsi delle forze occulte – dette irrazionali – in un monotono menage di coppia, inseguendo un’idea del suono che trova nel mito omerico delle sirene la sua più ampia ed esatta esplicazione. L’innovazione stilistica è perlopiù affidata alla rappresentazione dei presagi. Non tanto coinvolgente quanto evocativo. Straniante.

Daniela

Uno straniero si introduce nella casa di un musicista, lo plagia, me seduce la moglie. Dice di essere vissuto per molti anni fra gli aborigeni australiani e di averne appreso le arti magiche, compresa la capacità di emettere un urlo dagli effetti letali… Racconto in flashback di un folle, lascia perplessi per certi ellissi narrative poco comprensibili, che ne fanno più un film-abbozzo che un’opera compiuta, ma riesce comunque ad affascinare per la suggestione panica dei paesaggi sabbiosi ed il magnetismo di Alan Bates, seducente come un cobra

Pigro

L’irruzione del sacro nella razionale routine quotidiana ha la forma di uno straniero che può uccidere con un urlo e che si insinua in un modesto ménage famigliare, travolgendolo. Viene da un luogo “mitico” e approda a un luogo-soglia: un villaggio sperduto affacciato su un deserto, in cui un uomo cataloga suoni. Strano film, visionario non nelle immagini (pure ricercate) ma nello spirito che lo anima e che inietta inquietudini paniche per un’altra realtà. Polanskiano senza ritmo: magico e folle, come la cornice manicomiale suggerisce.

Cotola

Interessante film che colpisce soprattutto per lo stile libero e imprevedibile, tipico del cinema degli anni Settanta. Skolimowski mostra, ancora una volta, di avere un talento visivo (si pensi alla splendida messa in scena della partita di cricket) e narrativo non comune, riuscendo a costruire una storia dai ritmi un po’ dilatati che, sebbene non perfettamente sorretta dalla sceneggiatura, avvince e affascina non poco lo spettatore.

L’opinione di Numenoreano dal sito http://www.filmscoop.it

Sullo sfondo di una partita di cricket giocata all’interno di un manicomio, un misterioso paziente racconta ad un ragazzo, ospite dell’istituto, una storia apparentemente inverosimile. Narra di Anthony, un topo da laboratorio che passa intere giornate a studiare-registrare-copiare qualsiasi tipo di suono, e di come si imbatta per caso in un misterioso viandante il quale ha appreso una singolare conoscenza dagli aborigeni dell’Australia. La conoscenza di un suono, più precisamente un urlo, che l’uomo comune non può sopportare. Pena la morte.
Il concetto di base è chiaro: la natura delle cose è inespugnabile per l’uomo comune. Le sue limitate capacità gli consentono solo di provare a studiare “scientificamente” gli echi di verità che gli arrivano un pò per intuito un pò per casualità, ma egli non può sopportare la reale grandezza degli elementi naturali. Può solo morire o diventare pazzo nel tentativo di sfidarli.
In questo modo “l’urlo terrifico”, magico potere di morte del viandante Crowsley, dà corpo all’inespugnabile, alla verità. Al concetto romantico del sublime. Secondo cui la natura, nei suoi aspetti più terrificanti, produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire, ma anche la consapevolezza della distanza insuperabile che separa il soggetto dall’oggetto. La curiosità unitamente all’arroganza possono portare un uomo come Anthony a pensare, per esperienza presunta, di conoscere la natura delle cose (in questo caso il suono). Ma, a quanto pare, solo chi ha un rapporto più diretto con la natura (gli aborigeni, e Crowsley) può aspirare ad afferrarne i suoi segreti.
Il racconto prende vita come un vortice di suoni atti a scandire e spesso enfatizzare degli episodi raccontati con un vago piglio ermetico, magico, nero. Jerzy Skolimowski non segue uno schema fisso nella narrazione, non offre nessun appiglio sicuro allo spettatore. E lo fa per trasmettergli quello stesso senso di impotenza che è proprio del malcapitato Anthony, solo ed inerme davanti all’ignoto.
Un film potente e coraggioso in tutte le sue parti: storia, colonna sonora, fotografia.

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