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Room in Rome

Dopo una serata passata in un locale notturno Alba e Natasha, che si sono incontrate casualmente mentre bevevano tornano verso i rispettivi alberghi.
Alba invita Natasha a bere un ultimo bicchiere e dopo una iniziale esitazione quest’ultima accetta; nella stanza è Alba a tentare un primo approccio verso Natasha, che cerca di resistere ad un istinto che evidentemente le dice il contrario, ma al momento di consumare l’atto sessuale Alba, vinta anche dall’alcool si addormenta.
Natasha va via dall’albergo, mentre Alba viene svegliata dall’insistito trillare di un cellulare; è quello della prima donna, che lo ha perso poco prima di andar via.
Pochi minuti dopo Natasha bussa alla porta della stanza.


E questa volta la voglia di provare qualcosa di diverso, l’eccitazione per la novità, l’isitintiva attrazione che prova per Alba sfociano in un rapporto saffico tra due donne che, come scopriremo,vengono da paesi diversi,da esperienze dissimili. Non potrebbero essere più differenti fra loro,le due amanti: Alba, spagnola e dal temperamento latino è bruna e di altezza standard, Natasha è russa, alta e slanciata, bionda.
E anche sessualmente le preferenze delle due donne sono agli antipodi.
Mentre Alba è attratta solo da persone dello stesso sesso, Natasha è eterosessuale; ma oltre il sesso le due donne cercano evidentemente altro e iniziano a confidarsi particolari sulle rispettive vite, pur promettendosi che quella serata rimarrà un unicum. Le due donne infatti devono rientrare nei rispettivi paesi, ma nonostante ciò la promessa di non rivedersi più nessuna delle due intende rivelare particolari veritieri della propria vita.
Così Alba inventa una improbabile relazione con uno sceicco arabo mentre Natasha racconta di essere un’attrice laureata in storia dell’arte.
Ma attraverso la cortina fumogena alzata ad arte dalle due donne iniziano ad affiorare mezze verità che dipanano poco alla volta
sia le personalità delle due donne sia le loro condizioni reali di esistenza.


Così si apprende che Alba è legata ad un’altra donna che ha due figli, uno dei quali è morto tragicamente mentre Natasha è una tennista e in realtà si chiama Dasha, che ha una sorella gemella alla quale sono accadute cose terribili, cosa che inizialmente Natasha stessa ha raccontato
come se fossero accadute a lei e sopratutto che è in procinto di sposarsi. Tutto ciò è intervallato da momenti di sesso e di dolcezza che poco alla volta sembrano incrinare la rigida promessa di uscire dall’albergo e di tornare alle proprie vite senza rimpianto…
Film di impianto teatrale, Room in Rome (Habitation in Rome) del regista spagnolo Julio Medem diretto nel 2010 è caratterizzato da elementi tipici delle piece teatrali riportate sullo schermo; dialoghi lunghi e chiarificatori, esplicativi dei reali stati d’animo delle protagoniste, silenzi, passione.
Una passione che si tramuta in una presenza delle due donne praticamente nude in scena per la quasi totalità del film, fatta salva la parte iniziale del corteggiamento e la parte finale, quando Alba e Natasha devono fatalmente lasciarsi, fedeli ad un patto stabilito da subito.
In mezzo c’è il sesso, l’unico strumento che hanno per dar sfogo ad un istinto primordiale, che però con il passare dei minuti si ammanta di sentimento, evoluzione naturale di una storia che acquista sempre più la natura di estremo bisogno di affetto. Le vite delle due donne evidentemente sono monche, prive di qualcosa che invece Alba e Natasha trovano reciprocamente l’una nell’altra.


Così dalle mezze bugie e dalle mezze verità si passa ad un dettaglio della verità, della realtà, che le due donne vivono con sensi di colpa, problemi, paure.
Se Alba è legata in una specie di matrimonio con un’altra donna, Natasha sta per sposarsi ma nessuna delle due è realmente felice nella propria realtà quotidiana.
Ed è questo che troveranno in se stesse. Così, dopo il sesso che pure ha molta importanza in questa fase embrionale di rapporto eccoci assistere all’evoluzione di qualcosa di strutturalmente diverso,che originerà un finale aperto.
Se in fase di analisi del film occorre tener conto della difficoltà di reggere un racconto cinematografico con due soli personaggi non si può non guardare con sospetto all’espediente di mostrare sempre nude Alba e Natasha, anche se una giustificazione è data proprio
dalla natura del rapporto che si stabilisce fra le due donne. Purtroppo ci sono anche peccati mortali, nella pellicola; qualche dialogo fumoso e astruso di troppo inficia il suo interesse,così come appare ben più grave l’inserimento del personaggio di Max, un cameriere
che assume più una portanza caricaturale che funzionale alla storia. Basti pensare alla proposta di portare loro un cetriolo sterilizzato,cosa della quale lo spettatore può immaginare l’utilizzo, originato da una richiesta bislacca di Alba, che chiede per telefono allo stesso Max
un vibratore,cosa che generalmente gli alberghi non hanno in dotazione per i loro clienti.


Qualche caduta di stile però non deve sviare il giudizio finale,che può dirsi orientato ad una sufficienza quanto meno per la mancanza nel film stesso di scene di sesso spinte allo stremo; tutto è mostrato con delicatezza, manca l’atto sessuale esplicito che in qualche modo
funziona come deterrente per un pubblico fatto solo da voyeur.
Certo, non è un film che si possa definire totalmente espresso, un po per i difetti che ho elencato prima un po per una narrazione che si aggira come un viandante in una nebbia fitta.
Ma alla fine il giudizio non è di stroncatura,la stessa adottata da buona parte della critica e del pubblico,probabilmente sviati proprio dalla costante presenza di due protagoniste sempre nude e intente a discorsi alle volte cerebrali.
In quanto a Elena Anaya (Alba) e Natasha Yarovenko (Natasha) va elogiata la loro capacità di rendere credibili i loro personaggi e la storia d’amore fra loro; inguardabile viceversa Lo Verso,penalizzato da un personaggio ridicolo di cui francamente si poteva fare a meno.
Va elogiata la fotografia patinata, raffinata per un film con molti limiti e qualche pregio.

Room in Rome
un film di Julio Medem,con Elena Anaya, Natasha Yarovenko, Enrico Lo Verso, Najwa Nimri. Titolo originale: Habitación en Roma. Genere Drammatico – Spagna, 2010, durata 109 minuti.

Elena Anaya: Alba
Natasha Yarovenko: Natacha
Enrico Lo Verso: Max

Regia Julio Medem
Soggetto Julio Medem
Sceneggiatura Julio Medem
Produttore Julio Medem,
Alvaro Longoria
Casa di produzione Morena Films in associazione con Alicia Produce, Intervenciones Novo Film 2006, Wild Bunch, con la partecipazione di TVE, Canal+
Fotografia Alex Catalán
Montaggio Julio Medem
Musiche Jocelyn Pook
Scenografia Montse Sanz
Costumi Carlos Díez
Trucco Susana Sánchez

marzo 26, 2020 Posted by | Drammatico, Erotico | , , | Lascia un commento

La pelle che abito

Robert Ledgard è un chirurgo plastico di successo.
All’inteno della sua grande villa, trasformata in una clinica privata, Robert si dedica a esperimenti di transgenesi con la pelle umana alla ricerca di
un tessuto in grado di replicare,migliorandola, la pelle.
In una stanza sotterranea della casa, guardata a vista da telecamere monitorate dalla sua domestica Marilia c’è una ragazza vestita solo di un body
e con uniche compagnie la tv che peraltro trasmette solo pochi canali e alcuni libri.
E’ su di essa che Robert ossessivamente compie esperimenti; le motivazioni hanno radici ne passato, quando Robert, sposato con la bella Gal ha assistito al tradimento della moglie con un prestante ma anche psicopatico uomo, Zeca, con il quale aveva tentato la fuga. Ma un incidente d’auto aveva bloccato il tentativo, la macchina aveva preso fuoco e la donna era rimasta orribilmente ustionata.

Robert le aveva salvato la vita, ma non era riuscito a curare l’aspetto fisico e la donna un giorno, guardandosi allo specchio, inorridita si era tolta la vita
proprio sotto gli occhi della piccola Norma, la figlia della coppia, con conseguente trauma profondo della stessa.
Mentre Robert è assente, nella villa arriva Zeca, vestito da tigre, alla ricerca di un luogo sicuro nel quale rifugiarsi dopo una rapina; l’uomo è figlio della domestica Marilia,che per sua sfortuna lo fa entrare in casa.
Qui Zeca, guardando i monitor, vede Vera intenta nei quotidiani, ossessivi esercizi di yoga e in lei riconosce le fattezze di Gal, della quale ignora la tragica morte.
Scende nella camera sotterranea e violenta Vera, convinto che si tratti della sua ex amante, ma l’arrivo provvidenziale di Robert salva la ragazza; il chirurgo uccide il violentatore.


Robert riprende il suo paziente lavoro di ricostruzione corporea di Vera e poco alla volta apprendiamo anche la storia della misteriosa ragazza.
Che in realtà in passato era un uomo.
Vicente, uesto il suo nome, ad una festa sotto l’effetto di droghe aveva abusato della giovane Norma, alla sua prima uscita dalla clinica psichiatrica nella quale era confinata per le cure richieste dalla sua grave malattia psicologica. L’effetto della violenza aveva minato ancor più la psiche della giovane, sconvolgendola del tutto:a ragazza aveva scelto di morire.
La vendetta di Robert è spietata e al tempo stesso orribile; sequestrato il giovane lo evira e lo trasforma in una donna con molte operazioni di plastica per poi trasformarlo nella copia della defunta moglie.
Il finale sarà drammatico.
La pelle che abito, diretto da Pedro Almodovar nel 2011 e tratto da un romanzo nero di Thierry Jonquet, Tarantola, è una contaminazione di più generi che vanno dal fantascientifico al thriller con forti connotazioni horror.
E’ anche l’Almodovar che non ti aspetti.


Graffiante, surreale, il regista spagnolo con uno humour nerissimo crea un film sconcertante che se da un lato è assolutamente poco credibile, dall’altro propone un’opera affascinante per l’intreccio di storie umane che caratterizzano la pellicola stessa.
Opera raffinata e elegante, La pelle che abito sfiora solo superficialmente il tema della follia, anche se tre dei protagonisti mostrano tutti i segni della stessa: Robert,ossessionato dalla morte di sua moglie prima e di sua figlia poi, varca il confine etico fra la morale accettabile e quella no,in questo caso rappresentata dalla transegenesi. Che nelle sue mani si trasforma in un’arma terribile, sperimentata su un essere umano non volontario anche se in qualche modo colpevole.
Così come colpevoli appaiono Zeca, pazzo oltre ogni dubbio lecito, psicopatico e sua madre Marilia, colpevole anche lei di osservare la lucida follia di Robert senza alzare un dito per contrastarlo.
I temi come la transgenesi, il confine tra lecito e illecito, la umana follia sono in qualche modo ignorati da Almodovar che preferisce mostrare gli effetti che essi partoriscono.


Un divertissement, non completamente compreso dalla critica; che tuttavia non ha potuto non elogiarne l’elegantissima confezione, la lucida “oscurità”, voluta da un Almodovar che rimane cineasta di primo livello.
Tutti concordi invece nel sottolineare la bravura di Antonio Banderas (Robert), capace di dare alla sua espressione quella luce di follia necessaria a rendere il personaggio interpretato un Lucifero con sembianze umane e quella di Elena Anaya, abilissima nel mostrare i cambi di volto,che vanno dalla noia alla paura, dall’impassibilità attraverso tutte le gamme richieste dalla pellicola stessa.
Bene tutti gli altri attori.
L’ambientazione claustrofobica è anche resa preziosa dalle pareti di un bianco abbacinante in contrasto con la luce azzurrina e l’atmosfera asettica della camera operatoria, nella quale la sventurata Vera affronterà operazioni che la renderanno una donna come involucro esterno ma con la mente, i pensieri di un uomo.
Gran bel film,del quale consiglio vivamente la visione.

La pelle che abito
un film di Pedro Almodóvar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Álamo. Titolo originale: La piel que habito. Genere Drammatico, – Spagna, 2011, durata 120 minuti,distribuito da Warner Bros Italia

Antonio Banderas: Robert Ledgard
Elena Anaya: Vera
Marisa Paredes: Marilia
Jan Cornet: Vicente
Roberto Álamo: Zeca
Eduard Fernández: Fulgencio
José Luis Gómez: presidente dell’istituto di biotecnologia
Blanca Suárez: Norma
Susi Sánchez: madre di Vicente
Bárbara Lennie: Cristina
Fernando Cayo: psichiatra

Antonio Sanna: Robert Ledgard
Federica De Bortoli: Vera
Serena Verdirosi: Marilia
Emiliano Coltorti: Vicente
Alessandro Messina: Zeca
Angelo Nicotra: presidente dell’istituto di biotecnologia
Veronica Puccio: Norma
Alessandra Cassioli: madre di Vicente
Eleonora De Angelis: Cristina
Massimo De Ambrosis: psichiatra

Regia Pedro Almodóvar
Soggetto Thierry Jonquet (romanzo Tarantola)
Sceneggiatura Pedro Almodóvar, Agustín Almodóvar
Produttore Agustín Almodóvar, Esther García, Bárbara Peiró (produttrice associata)
Casa di produzione El Deseo
Distribuzione in italiano Warner Bros.
Fotografia José Luis Alcaine
Montaggio José Salcedo
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Antxón Gómez

Costumi Paco Delgado (collaborazione di Jean-Paul Gaultier)
Trucco Karmele Soler

marzo 5, 2020 Posted by | Drammatico | , , | 2 commenti