La femme publique


La femme publique locandina

Andrzej Zulawski dirige, nel 1984, Femme publique, opera complessa a tal punto da risultare indigesta ai più. Ma non ai critici, che generalmente stravedono per i film quasi incomprensibili, e che etichettano come parti geniali opere che francamente lasciano perplessi i poveri spettatori, spiazzati da continui capovolgimenti di situazioni, con immagini che si inseguono senza un filo conduttore, quasi un film nel film.

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Femme publique è opera eccessiva; contorta, principalmente.
Ethel, una bellissima modella che spesso posa nuda per guadagnarsi la pagnotta, viene scritturata da un regista per una parte in un film liberamente ispirato ai Demoni, opera letteraria di Dostojevski. Lucas, il regista, si trasforma in una specie di pigmalione, e tenta di modificare sia il carattere che la personalità di Ethel, portandola attraverso un percorso fatto di parole e atti, a quella che lui ritiene la maturazione di un’artista, ovvero la trasformazione della persona in un attore slegato dalla persona stessa, che a questo punto deve annientarsi per lasciare libero sfogo proprio all’artista.

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Fin qui la trama sembrerebbe semplice; in realtà tutto si ingarbuglia, perchè compaiono sulla scena un inserviente, profugo cecoslovacco Milan, la cui moglie è stata tempo addietro l’amante di Lucas. Sia la donna, sia Milan che Lucas moriranno in vari modi, così come morirà uno strano cardinale lituano in visita a Parigi: la cosa la apprendiamo dalla tv.
Lo so che riassunta in questo modo la trama sembra surreale; tuttavia il film lo è, surreale, anzi, direi strambo. l’unica cosa davvero comprensibile, almeno nella sua dinamica, è il finale, in cui Lucas improvvisamente sceglie di impiccarsi durante le riprese, quasi a simboleggiare uno dei personaggi dei Demoni.

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A questo punto, quando stanno scorrendo i titoli di coda, lo spettatore viene preso dal dubbio: che sia stato preso per i fondelli?
Propendo per una risposta affermativa.
Molti critici, che osannano registi come lo Zulawski di Femme publique, si esaltano davanti a quella che sembra complessità, ma che spesso è solo delirio onanistico. Quello che il regista mostra in questo film sconclusionato e inconcludente, fatta salva la magnifica prestazione di Valerie Kapriskj, che da sola illumina lo schermo. Non tanto per le sue doti interpretative, peraltro eccellenti, quanto per le sue scene di nudo, che sono l’unico vero motivo per sorbirsi due ore di cinema che massacra le parti intime; scene di nudo che fanno venir voglia di cambiare titolo al film trasformandolo in un più consono Femme pubique.

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La femme publique, un film di Andrzej Zulawski. Con Lambert Wilson, Valerie Kaprisky, Francis Huster   Drammatico,  durata 113 min. – Francia  1984.

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La femme publique banner protagonisti

 Valérie Kaprisky … Ethel
Francis Huster … Lucas Kessling
Lambert Wilson … Milan Mliska
Patrick Bauchau …Il padre di Ethel
Giselle Pascal … Gertrude
Roger Dumas … André, il fotografo
Diane Delor … Elena Mliska
Jean-Paul Farré … Pierre
Olivier Achard …primo assistente
Yveline Ailhaud … Rachel
Michel Albertini … Maurice
Marianne Basler … Una giovane anarchica
Lucas Belvaux … François

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Regia: Andrzej Zulawski
Sceneggiatura:Dominique Garnier.Andrzej Zulawski
Produzione:René Cleitman
Musiche:Alain Wisniak
Fotografia:Sacha Vierny
Montaggio:Marie-Sophie Dubus
Production Design :Bohdan Paczowski

5 Risposte

  1. questo film di Zulawski non l’ho mai visto…ma non so se fidarmi del tuo giudizio…”La sciamana”, “Possession” e “On the silver globe” mi sono piaciuti molto, “The Diabel” meno…
    Mi piace molto la frase di Ferreri “Credo che chi fa una seggiola è contento della seggiola che fa, e se l’ha fatta bene ci si siedono per cinquanta anni, sono molte persone… più di quante recepiscono un film.” Credo possa calzare a pennello per questa recensione, ma forse mi sbaglio…

    • Su questo blog sono recensiti, al momento, oltre 400 film; ci può stare anche una o più opinioni divergenti.
      Ti trascrivo un’opinione tratta dal Davinotti, che trovo pertinente:
      Un regista dispotico e con tendenze (riuscite) ad atti di terrorismo s’innamora della bella e disinibita Ethel (Valérie Kaprisky), aspirante attrice che non disdegna, per raggruzzolare una manciata di soldi, di posare nuda per un morboso fotografo. Umiliata sul set dal regista, la ragazza s’affeziona ad un lavapiatti, ma… Noiosissimo e lento film diretto da un Zulawski che sembra sputare sul piatto nel quale mangia, gettando merda sul settore cinematografico e dintorni. Tolta una (nudissima e dal fòlto pelo pùbico) Kaprisky quel che rimane è la di lei ripresa fotogra(n)fica in fase di ballo.

  2. certo che deve essere veramente orribile…complimenti per il blog…veramente un’impresa titanica! Ti aggiungo al mio blogroll e ti seguirò…amo i film che dividono gli spettatori…appena lo vedo questo “femme publique” ti dico la mia…almeno lei vale la pena…ciao a presto

  3. Mai lapsus freudiano fu più azzeccato di “Femme pubique” in luogo di “femme publique”! Battute ironiche a parte, non denigrerei il film di Zulawski in favore di certe pellicole italiane trash del filone erotico. Pur concordando sul fatto che lo svolgimento della trama è perlomeno confuso (e il richiamo a “I demoni” di Dostojevski lascia il tempo che trova), suggerisco un’altra chiaave di lettura. Precisamente, il film narra di una donna pubblica (“Femme publique” appunto), propriamente di tutti in quanto si concede sessualmente sia ad un fotografo (poi infartuato), sia a due uomini (un regista ed un profugo cecoslovacco) accomunati da un tragico e mortale destino. Pertanto, il regista vuole comunicarci, in modo francamente arruffato, che a cavarsela nelle varie traversie esistenziali è sempre la donna, l’eterno femminino che sfugge e vince. Sarebbe quindi a dire che il futuro è donna (e questo lo si sapeva). Certamente, quello che resta maggiormente pregnante nella pellicola è la recitazione di Valerie Kaprisky, la quale letteralmente si dona anima e corpo al film, calandosi perfettamente nei panni (scarsi e spesso e volentieri inesistenti) della protagonista, una ragazza confusa dei giorni nostri, in balia erotica di ansimanti uomini desiderosi solo di possederla sessualmente, senza poter dire di aver soggiogato la sfuggente fanciulla Ethel. Un film, quindi, che si giudica positivamente solo in virtù della prestazione di Valerie Kaprisky, ma non per il resto.

  4. Il saluto che chiude il film e precede i titoli di coda la dice lunga sulla pretesa teatrale della pellicola, ed è in questi termini a mio avviso che va affrontata: un’opera limite. Sinceramente non saprei dire quanto i limiti siano del linguaggio in se o dipendano invece dal particolare registro di Zulawski. A onor del vero va detto che alcune sequenze sono dirette con ottima mano, la fotografia è eccellente (considerando oltretutto che il film è dell’84), e la Kaprisky è infilata a dovere per riempire con la sua ingombrante nudità i tanti vuoti della sceneggiatura.
    Ho visto di peggio.

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