L’arcano incantatore


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La vicenda ha luogo in un’epoca imprecisata ma, presumibilmente, alla fine del settecento. Per sfuggire al tribunale ecclesiastico, che lo cerca per aver sedotto e costretta all’aborto una ragazza, un giovane seminarista, Giacomo Vigetti, stipula un misterioso patto con una megera, che si vuole in grado, attraverso i suoi poteri, di risolvere fatti incresciosi come quello che lo riguarda. Questa vive nella stanza di una villa lugubre, nascosta dietro un paravento da cui mostra solo un occhio ed una mano guantata di pizzo nero, con l’unghia della quale segnerà il novizio, stabilendo con esso un legame inscindibile. Di lì a poco si imbatterà in eventi inspiegabili, dirà la donna, tutti da ricondurre al loro accordo.
Dopo averle consegnato in pegno il cilicio della madre morta, la dama lo indirizza presso il monsignore: un prete a cui la chiesa ha revocato i voti per via del suo interesse verso gli studi esoterici.

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Così, svolgendo l’incarico di assistente per il vecchio parroco, potrà estinguere il debito con la fattucchiera, avendo in cambio risolte le sue contrarietà.

Una volta sul luogo avrà modo di conoscere, per bocca di Aoledo, che lo accompagnerà dal suo nuovo padrone, le dicerie che ruotano attorno all’uomo, noto nel circondario come arcano incantatore per via dei misterici esperimenti, sul limitare tra la vita e la morte, che compie all’interno del suo maniero, antico e fatiscente. Non meno inquietanti sono le storie che interessano Nerio, il suo predecessore, morto in circostanze oscure, in odore di patto satanico.
Vox populi che sembra trovare conferma proprio nel diario di Nerio, dove questi annotava i suoi tentativi di evocare il demonio. Anche tutto ciò che interessa lo spretato sembra rispondere al vero, sebbene nei suoi esperimenti metempirici, risieda invece un’inestinguibile sete di conoscenza:

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lo studio sulla telecinesi e sull’esperienza extracorporea, condotto in parallelo con un fantomatico corrispondente. Il compito del seminarista, sarà proprio quello di trascrivere i messaggi cifrati che il monsignore detta lui, traendoli da un piccolo libro che porta sempre con sé. I messaggi vengono spediti poi da una delle converse che vivono in un casolare, ai bordi di un lago, nei pressi della magione dell’uomo.
Ma dopo aver assistito ad inquietanti manifestazioni, bicchieri che si librano nell’aria, pipistrelli a suggere sangue di salassi necessari per la trance, inspiegabili luci spettrali, e, soprattutto, due ragazzine in abito da conversa che appaiono e scompaiono tra le mura della casa, il novizio si convincerà che il maligno evocato da Nerio è davvero in quel luogo e sta tentando di impossessarsi di monsignore.
La verità, però, è ben diversa.

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Quando gira L’arcano Incantatore, Avati, è lontano dal gotico ormai da diverso tempo, tornerà a batterlo più di dieci anni dopo con Il nascondiglio ma in realtà, non ha mai abbandonato del tutto il “nero”, lavorando a thriller come La stanza accanto e Dove comincia la notte, in qualità di sceneggiatore e produttore, e a L’amico d’infanzia, di cui fu anche regista. Poco prima, oltretutto, fu autore, e sostanzialmente supervisore, del culto televisivo Voci notturne, diretto poi da Fabrizio Laurenti (La casa 4). Ad ogni modo, anche in un capolavoro come Regalo di Natale, ad esempio, il regista dipana il tessuto narrativo in un’ottica da giallo, sfruttando i tempi del tavolo da poker, per sviluppare una vicenda che trasfigura da commedia a dramma, lambendo poi, appunto, il mistery.

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E va detto che elementi più precisamente gotici non erano estranei neanche a Magnificat ed al più antico Tutti defunti… tranne i morti (che però è piuttosto un autoironico sberleffo del genere, essendo una commedia nera uscita a ridosso de La casa dalle finestre che ridono). L’ultimo horror, vero e proprio, prima di questo, fu Zeder di ben tredici anni prima.
A ben vedere, Avati, realizza con L’arcano incantatore la sua opera gotica più classica. Pur se calata nell’atmosfera provinciale del cosiddetto gotico padano, di stretta invenzione sua e del fratello Antonio col quale collabora da sempre, che aveva caratterizzato i suoi esordi (Balsamus e Thomas e gli indemoniati), la vicenda assume qui valore più universale; nonostante ciò, non perde la propria connotazione prettamente italica. Tanto più che il film è stato girato prevalentemente in Umbria, tra Todi e le splendide campagne intorno (un bel reportage sui luoghi del film può vedersi su http://www.davinotti.com).

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L’ambiente, anche se non apertamente nominato e non di pretto padano, gioca un ruolo fondamentale nell’economia della messa in scena. Ad ogni modo un’iscrizione in testa ai titoli vuole che quella narrata sia: una fola esoterica delle nostre campagne, dando una collocazione logistica di massima.

L’autore emiliano opera per contrasto, girando in luoghi che comunicano un senso apparente di calma e quiete come il lago di Corbara ed i boschi e le radure limitrofe, utilizzando due registri distinti per rimarcare le differenze contestuali: illuminando gli interni, scarsamente, con luci naturali o candele, e al contrario sovresponendo le luci degli esterni, enfatizzando, cioè, le stesse peculiarità luministiche degli ambienti. L’eccezionale fotografia di Cesare Bastelli fa il resto, pur rischiando, per certe soluzioni e per l’estrema pulizia frutto dell’uso del digitale in luogo della pellicola (o almeno così parrebbe), di risultare a volte un po’ stucchevole.

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Le sequenze notturne, comunque, sono d’intensità esemplare, ridonando quei contrasti chiaroscurali che, dai tempi della prima Hammer, hanno sempre identificato il genere. In particolare i momenti all’interno della biblioteca sono tra i più riusciti, sul piano della suggestione visiva.

Ne risulta un lavoro d’eleganza formale fuori dall’ordinario. Una storia malevola, inquietante, dai toni rarefatti, dai dialoghi misurati al millimetro, in cui la paura è sostituita da un’inquietudine angosciosa e profonda, claustrofobica, che non cala mai un secondo fin dalla prima sequenza e lo spaesamento costante, tratto distintivo della recitazione di Dionisi, altrove tendenzialmente legnosa, qui viene in forza proprio alle intenzioni primarie del racconto.
Ma vero catalizzatore del film è l’immenso Carlo Cecchi, che sembra portarsi letteralmente addosso il Renato Caccioppoli di Morte di un matematico napoletano.

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L’aura sulfurea che lo accompagna ad ogni ingresso in scena, rende magistralmente il principio della ricerca del sapere, e come fonte assoluta del male e come travaglio interiore e fisico. Principio che sottendeva anche al capolavoro di Martone. Il viraggio fantastico non ne diminuisce il senso; al contrario, l’ombra demoniaca contribuisce ad amplificarlo oltremodo.

Ne L’arcano incantatore, Avati recupera e sovrascrive tutti i paradigmi del suo cinema orrorifico, compreso lo sguardo, tra il partecipe e l’impietoso, sulle credenze e sulle pratiche arcaiche legate alle superstizioni popolari del mondo rurale, ad esempio. O, anche, l’accento anticlericale molto presente nella grammatica del primo Avati, che pone la religione, proprio alla stregua di una qualsiasi altra superstizione, caricando i simboli cattolici di valori sinistri e morbosi. Salvo poi tratteggiare figure di prelati bonarie o tendenzialmente positive, qui l’esorcista a cui viene narrato l’episodio in analessi.
Quella di monsignore, invece, aldilà delle rivelazioni finali, è una figura dolente, segnata dalle proprie scelte; un uomo che in nome della conoscenza è pronto ad immolare se stesso, la sua fede; che affronta i suoi studi, come attraversando una via crucis luciferina, alla fine della quale, la salvezza è l’erudizione pura ad onta d’ogni costrizione dogmatica.

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Il film è carico di fascinazioni e citazioni da Bava, Murnau o dallo stesso Kubrick di Shining che si palesa negli spettri delle due converse che appaiono sempre in coppia come le gemelle Grady e nel prefinale, che rompe con la linearità soffusa del racconto, movimentando erroneamente una pellicola che ha nella stasi irretita del terrore tutta la sua ragion d’essere. L’accetta, lo squarcio sulla porta a mo’ di finestra, sono citazioni un po’ troppo plateali che si sarebbero dovute evitare; non fosse che la fine, vera e propria, cancella d’un colpo (di scena) ogni ingenuità e ridona a L’arcano incantatore il fascino sinistro e misterioso di una leggenda nera contadina; una di quelle storie ascoltate dalle voci dei vecchi di paese, infarcite di preghiere e novene e nomi di santi, che non si sa mai quale origine abbiano e dalle conclusioni sempre amare e stranianti.

Con quest’opera può anche dirsi concluso un ciclo nella vita artistica di Avati, che da allora ha condotto il suo cinema, malgrado momenti vagamente più brillanti, come certuni de Gli amici del Bar Margherita, su territori poco comprensibili per chi ne ha apprezzato il percorso, tortuoso, certo, e anche contraddittorio, ma a cui non era mai venuto meno uno sguardo poetico subito riconoscibile, immancabilmente vitale e profondo; sia nei toni del nero, come s’è detto, sia in quelli del grottesco (La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone), sia quando a questi si è sostituita la malinconia garbata di Una gita scolastica o Noi tre o Storia di ragazzi e di ragazze.

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In film come Il figlio più piccolo, si manifesta un malaugurato declino autoriale, rintracciabile, oltre che nell’esilità dei soggetti e nella pochezza della messinscena, soprattutto nella mancata occasione di ottimizzare, e gratificare, una magnifica presenza come quella di Christian De Sica, riducendo la prestazione di questi ad un inseguimento impietoso di tic e movenze dell’inarrivabile papà Vittorio (o forse non ho afferrato il gioco metafilmico). E meglio è sottacere sui volti televisivi che continuano ad intasare i suoi fotogrammi o sul Cesare Cremonini de Il cuore grande delle ragazze che grida pietà al cielo. Una sconfinata giovinezza, però, aveva in se qualche traccia sparuta che potrebbe far sperare in una rinascita futura (e poi c’erano i grandi Capolicchio e Crocitti, che da soli basterebbero a dire di un autore che quando vuole sa ancora pensare cinema). Rinascita che ci si augura possa comprendere anche il gotico, padano o meno che sia, che il nostro ha dichiarato anni fa di voler abbandonare, salvo poi dirigere il succitato Il nascondiglio (discreto ma non esaltante).
Probabilmente ne L’arcano incantatore il regista aderisce a moduli più codificati, meno personali che in Zeder o Balsamus; questo, però, non va a detrimento di un film che è e rimane uno dei suoi migliori in assoluto ed uno dei massimi vertici del cinema horror italiano e non solo; tanto che è ormai destinato a divenire un classico moderno, una pietra d’angolo, del cinema gotico e tanto che Guillermo Del Toro (Il labirinto del fauno) lo dice addirittura superiore anche ad un qualsiasi film di Tarantino.

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Alla riuscita finale non poco contribuiscono le musiche eteree e dai toni misterici di Pino Donaggio: l’inquietante motivetto Rosa di rose, che ritorna più volte durante la visione, è raggelante almeno quanto le canzoncine di Rosemary’s baby e Profondo rosso o il coro infantile di Chi l’ha vista morire?
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Un film di Pupi Avati. Con Carlo Cecchi, Stefano Dionisi, Arnaldo Ninchi, Andrea Scorzoni, Patrizia Sacchi,Vittorio Duse, Massimo Sarchielli, Renzo Rinaldi, Consuelo Ferrara, Eliana Miglio, Clelia Bernacchi Fantastico, durata 96 min. – Italia 1996.

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L'arcano incantatore banner personaggi

Stefano Dionisi: Giacomo Vigetti
Carlo Cecchi: Nerio / arcano incantatore
Arnaldo Ninchi: Aoledo
Andrea Scorzoni: don Zanini
Mario Erpichini: padre Tommaso
Vittorio Duse: padre Medelana
Patrizia Sacchi: Vielma
Eliana Miglio: prostituta malata
Consuelo Ferrara: Severina
Massimo Sarchielli: sacerdote

L'arcano incantatore banner cast

Regia Pupi Avati
Soggetto Pupi Avati
Sceneggiatura Pupi Avati
Produttore Aurelio De Laurentiis, Antonio Avati
Casa di produzione Filmauro, Duea Film
Fotografia Cesare Bastelli
Montaggio Amedeo Salfa
Effetti speciali Francesco Paolocci, Gaetano Paolocci
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Giuseppe Pirrotta
Costumi Vittoria Guaita
Trucco Franco Rufini

Una Risposta

  1. ricordo vagamente il film, ma il trailer (ed ero piccolino) lo ricordo benissimo, l’ambientazione gotica la si respirava subito da quei 20 secondi di pubblicità

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