Lei non beve,lei non fuma ma…

Dopo una vita passata come prostituta,Germaine decide di cambiare vita e trova lavoro come domestica presso una famiglia facoltosa di Montecarlo.
All’inizio fila tutto liscio,ma ben presto Germaine si rende conto che dietro un’apparente patina di rispettabilità,la famiglia stessa nasconde vizi e depravazioni;Liethard,il capo famiglia,ha diverse perversioni sessuali e per mantenere una tresca che ha con una giovane amante non esita a derubare la banca per la quale lavora.
Francine,la moglie,è una presentatrice televisiva con un passato anch’essa di prostituzione e infine Phalempin,che abita con la coppia,di giorno è un irreprensibile educatore in un orfanotrofio e la sera si traveste da donna e si esibisce preso un locale notturno come
drag queen.


Germaine è però una lingua lunga e inizia a pettegolare sulla doppia vita dei suoi datori di lavoro con il risultato che ben presto
ognuno dei componenti della famiglia apprende i particolari della vita scabrosa dell’altro,il che origina una serie di ricatti e in ultimo anche due omicidi.
Accade infatti che Liethard elimina Phalempin e a sua volta viene ucciso da Francine.
Ne approfitta Germaine,che in segreto ha manipolato tutti e al corrente dell’omicidio (oltre che della vecchia vita) di Francine la ricatta,assicurandosi
così un futuro economicamente tranquillo…
Lei non beve,lei non fuma ma… titolo italiano dell’originale francese Elle boit pas, elle fume pas, elle drague pas, mais… elle cause ! è una commedia in bilico tra un taglio comico con intenti moralistici e un giallo sui generis,dove però le morti sono funzionali alle intenzioni del regista,quelle cioè di smascherare vecchie abitudini della borghesia francese pronta a nascondere dietro la rispettabilità
abitudini innominabili.

Il film esce nelle sale nel 1970 e,limitatamente al territorio francese,ottiene un lusinghiero successo di pubblico e accoglienze discrete anche dalla critica.
In Italia,invece,il film viene ben presto dimenticato e i motivi sono abbastanza semplici da elencare.Lo humour francese non ha mai veramente sfondato in Italia,sopratutto per la presenza,nel nostro cinema,di diversi filoni della commedia all’italiana,ben più caustica e divertente di quella francese,almeno per il palato del nostro pubblico.
Del resto la regia di Michel Audiard,prolifico scrittore e sceneggiatore ma regista col contagocce,non da il tocco in più di cui la pellicola avrebbe avuto bisogno,nonostante il buon cast impegato,che include la bravissima Annie Girardot,Bernard Blier e Mireille Darc.


Sono proprio i tre attori protagonisti a rapresentare la parte migliore del film,con una recitazione brillante e senza sbavature.
Il film invece naviga in acque piatte,senza picchi e senza scossoni,salvata solo dall’istionismo di Blier e dalla simpatia straripante della Girardot,che interpreta la furbissima ex prostituta che approfitta delle debolezze (principalmente sessuali) della famiglia presso la quale lavora per costruirsi un futuro tranquillo.
Un film di fattura sufficiente,ma anche poco coinvolgente,sopratutto nella fase critica sulla borghesia,svolto come un compitino di scuola media,al quale alla fine si assegna una sufficienza stiracchiata.

Lei non beve, lei non fuma ma…
Un film di Michel Audiard. Con Sheila Sim, Mireille Darc, Bernard Blier, Annie Girardot, Micheline Luccioni, Jean Le Poulain Titolo originale Elle boit pas, elle fume pas, elle drague pas, mais… elle cause.
Commedia, durata 80 min. – Francia 1969

Annie Girardot … Germaine
Bernard Blier … Alexandre Liéthard
Mireille Darc … Francine Marquette
Sheila Sim … Phalempin
Catherine Samie … Jannou Mareuil
Jean-Pierre Darras … Georges de La Motte Brébière
Jean Le Poulain … Monsieur Gruson
Jean Carmet … Marcel, il barman
Micheline Luccioni … Lucette, detta “Lulu”, amica di Francine
Jean-Marie Rivière … Fernand
Anicée Alvina … Monique
Monique Morisi … Juliette
Daniel Lecourtois … Monsieur Brimeux
Robert Dalban … Delpuech

Regia: Michel Audiard
Sceneggiatura:Michel Audiard,Michel Lebrun,Jean-Marie PoiréFred Kassak
Produzione: Alain Poiré
Fotografia: Pierre Petit
Montaggio: Monique Isnardon,Robert Isnardon
Music by Georges Van Parys

Il ragazzo di campagna

Debole come inventiva nel prospettare le difficoltà e gli imprevisti della vita nei cosiddetti agglomerati urbani il raccontino si adagia pigramente
nel ricalco di situazioni stantie,rispettanti il disagio del villico inurbato:situazioni che solo un copione vivace e una regia estrosa e pungente potevano rinfrescare e riscattare.Pozzetto è in fase di stanca…
Questo il commento del critico del giornale La Stampa l’indomani dell’uscita nelle sale di Il ragazzo di campagna (1984) per la regia del duo Castellano e Pipolo.
Una recensione che ha del sorprendente,fatta con evidente malanimo, sicuramente non obiettiva e,cosa peggiore,culminante con la chiosa “Bella prova dell’attrice  Donna Osterbuhr“,commento che mostra un’imbarazzante idea del cinema e sopratutto della recitazione.
Quando Pozzetto interpreta Il ragazzo di campagna, è reduce da ottime prove,anche con sfumature drammatiche rese in film come Porca vacca o tragicomiche come in Un povero ricco, quindi,tutt’altro che una fase di stanca.


Si tratta semplicemente di scelte artistiche differenti condizionate dalla pesantissima crisi del cinema italiano che proprio dal 1984 farà sentire la sua morsa riducendo a meno della metà le produzioni italiane.
Va analizzato anche il contesto storico delle pellicole;siamo agli inizi degli anni effimeri del nuovo boom italiano,del craxismo,del benessere generalizzato;dopo la stagione degli spari e degli omicidi,della violenza politica quotidiana gli italiani hanno voglia di ridere e dimenticare oltre un decennio di violenza.
Il ragazzo di campagna assolve allo scopo con leggerezza,donando sorrisi e soprattutto facendo finalmente piazza pulita di commedie sexy senza costrutto,di banali film beceri e volgari,di soldatesse e procaci studentesse,ovvero, del trito campionario cinematografico che si era imposto sulle ceneri del cinema anni sessanta e settanta,ormai irrimediabilmente passato nell’archivio dei ricordi.
Il film della premiata ditta Castellano e Pipolo (al secolo Castellano e Moccia) presenta nuovamente uno dei loro attori totem,Pozzetto,da loro già diretto (decisamente bene) in Mia moglie è una strega e, con risultati molto più scadenti,in Grand Hotel Excelsior.


Il duo,da sempre impegnato in commedie leggere e divertenti,centra il bersaglio con un film che ha uno sfondo proto ecologista e che anticipa una delle tematiche degli anni 80,ovvero il rimpianto per la tranquilla vita campagnola da parte di tutti quelli che avevano sognato le luci della città.
Com’è bella la città,com’è grande la città,com’è viva la città,com’è allegra la città.Vieni, vieni in città che stai a fare in campagna?
Se tu vuoi farti una vita devi venire in città.
Così cantava Gaber,milanese Doc,nel 1969,con tanta sottile ironia,anticipando uno dei temi che nei decenni futuri sarà il fulcro dell’inquietudine sociale,l’abbandono della campagna in favore della vita frenetica e disumanizzante della metropoli.
Nel film Il ragazzo di campagna questo è un tema centrale,anche se affrontato con disimpegno e comicità,a tutto favore della istintiva simpatia del personaggio Pozzetto,qui assolutamente irresistibile con quel suo volto da “bamba” con alle spalle,però,una sorta di istintiva diffidenza mista a ingenuità,che era poi il marchio di fabbrica dell’attore milanese.
Il film narra le vicissitudini di Artemio,candido contadino della periferia milanese,stanco della vita agreste fatta di cose semplici ma anche monotone,come il letame da spalare,la mancanza assoluta di distrazioni (l’unica è guardare ammirato il treno che corre sui binari),il gallo scassa scatole che implacabilmente lo sveglia ogni mattina,l’anziana madre che non sogna altro che vederlo accasato con Maria Rosa.


Artemio il giorno del suo compleanno molla tutto e preso il trattore si reca in città;da qui l’inizio delle sue tragicomiche vicissitudini che lo porteranno a ritornare a casa,non dopo aver imparato a proprie spese che la tentacolare città è molto lontana da come l’aveva immaginata e che in fondo la campagna,forse noiosa ma sicuramente più tranquilla è la sua vita,il suo nido e il suo rifugio.
Una commedia spassosa,con momenti di irresistibile comicità,come il lancio della scarpa al gallo (“La devi smettere di rompere le scatole tutte le mattine all’alba,ti avevo avvisato.Gallo avvisato mezzo accoppato!“) o i surreali dialoghi con la madre (“Ma è possibile che tutte le volte che muore un gatto tu mi cucini il coniglio?!?“).
Pozzetto aveva già interpretato un ruolo definibile come “ecologista” nel serioso Oh Serafina di Lattuada,nel quale il personaggio Augusto Valle assomiglia per candore e ingenuità ad Artemio. Il film è disponibile in streaming all’indirizzo http://www.tantifilm.uno/guarda/il-ragazzo-di-campagna-1984-streaming/


Se le ambizioni dei due film sono chiaramente differenti,quelle di Pozzetto sono le solite:interpretare al meglio il personaggio,dandogli le caratteristiche di se stesso,di quell’attore/uomo forse come già detto “bamba” ma umano,autentico,vero.
A differenza di quanto esposto dal solone di cui ho anticipato la recensione,se il film è esile ottiene al tempo stesso quello che voleva ottenere: sano divertimento.
In quanto al resto del cast,assolutamente inguardabile Donna Osterbuhr,carina ma lontanissima da una recitazione almeno apprezzabile;del resto la sua carriera effimera nel cinema si concluse l’anno successivo con l’inguardabile Yado,al fianco di due non attori,
due autentiche negazioni della recitazione,Sylvester Stallone e l’allora sua compagna Brigitte Nielsen.
Discreto Boldi,il cugino “scoreggione” e brava Clara Colosimo;brevi parti per Enzo Cannavale,Enzo Garinei,Massimo Serato.
Un film da recuperare,per una sana e spensierata serata di allegria.

Il ragazzo di campagna
Regia di Pipolo, Franco Castellano. Un film con Renato Pozzetto, Massimo Serato, Massimo Boldi, Enzo Cannavale, Clara Colosimo, Franco Diogene. Genere Comico – Italia, 1984, durata 93 minuti.

Renato Pozzetto: Artemio
Massimo Boldi: Severino Cicerchia
Donna Osterbuhr: Angela Corsi
Clara Colosimo: signora Giovanna
Sandra Ambrosini: Maria Rosa
Renato D’Amore: il fabbro
Franco Diogene: il direttore d’assicurazione
Enzo Cannavale: il non vedente
Enzo De Toma: il paziente dell’ospedale
Enzo Garinei: il direttore del residence
Elio Veller: Margherita, l’omosessuale
Guido Spadea: il collega del direttore d’assicurazione
Massimo Serato: lo spacciatore di droga
Pongo: il dottore al centro prelievi
Dino Cassio: il commissario di Polizia “pirata”
Jimmy il Fenomeno: contadino
Armando Celso: Erpidio
Lucia Vasini: la cassiera della mensa
Daniela Piperno: la nipote del cieco
Andrea Montuschi: il tassista

Regia Castellano e Pipolo
Soggetto Castellano e Pipolo
Sceneggiatura Castellano e Pipolo
Produttore Achille Manzotti
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Mariano Detto
Scenografia Bruno Amalfitano

“La devi smettere di rompere le scatole tutte le mattine all’alba,ti avevo avvisato.Gallo avvisato mezzo accoppato!”

“Il buongiorno si vede dal mattino.
Infatti io sto caricando letame…”

“Eh beh insomma,il treno è sempre il treno…”

“Ma è possibile che tutte le volte che muore un gatto tu mi cucini il coniglio?!?”

“Ma come? Lei non mi ha lasciato morire nell’acqua, per affogarmi nella merda???”

“La Mariarosa è bella! Ecco, allora se è bella te la sposi te…”

“Sei contento che ti do una chance?
Eh beh si eh! Solo che non saprei dove metterla, ho la casa piccola. È ingombrante?”

” Mamma è una brava ragazza, è diplomata!
Allora l’è un putanun!”

“Ah sì mi ricordo, sei quello biondo che c’ha la faccia da pirla?
Ma io non sono biondo!
Allora mi ricordo fortemente la faccia.”

“40 anni…. E proprio come il castagno sono rimasto qui, e loro fanno la torta fanno la festa per festeggiare
quarant’anni passati qui in mezzo agli zulu a consumare la mia giovinezza, ma andate affanculo!”

– Quanto lo pagate il sangue al litro?
– Quaranta mila.
– Me ne tolga tre litri.

– Ma come, lei non mi ha lasciato morire nell’acqua, per affogarmi nella merda?!

Il casolare privato dove venne girato il film

 

Dimmi che fai tutto per me

Gotta Get Rich Quick”, “devi diventare ricco in fretta” canta Lally Stott e viene subito voglia di cantare con lui.
Quanti di noi non l’hanno già fatto questo pensiero almeno una volta?! Certo che sentirlo cantato, quindi, espresso ad alta voce, porta forse un po’ di redenzione sia per le anime che si sono arricchite a discapito di tutto e di tutti sia per quelle che pur avendo ambito al benessere economico non hanno dato sfogo all’istinto predatorio.
Nella storia che si dipana sullo schermo la ricchezza arriva dagli Stati Uniti d’America, con quel parente benestante di cui molti aspetterebbero volentieri l’arrivo anche in una giornata torrida, afosa, nel clima estivo caratteristico della Laguna veneziana.
Atterra, infatti, a Venezia, l’aereo che ricongiunge ai suoi cari Dodo Spinacroce (Jacques Dufilho), d’ora innanzi “il nonno”. Con lui, in una bara, giunge anche la salma della defunta madre il cui ultimo desiderio, a detta del nonno, è stato quello di essere sepolta all’interno della casa ove da giovane aveva svolto servizio.


Ad attenderli sono: la figlia, Miriam (Andréa Ferréol), il genero, dottor Francesco Salmarani (Johnny Dorelli) e il nipote, Mimo (Stefano Amato). Ma i sentimenti che animano l’attesa e il ricongiungimento familiare non sono tra quelli più nobili. Infatti, Francesco Salmarani esprime vive preoccupazioni circa il ritorno del suocero e l’investimento di tutti i risparmi per l’anticipo versato per la “Villa degli oleandri”, luogo destinato alla cerimonia funebre.
A differenza di Francesco, Mimo, ragazzo sensibile e ingenuo, è sinceramente contento di fare la conoscenza del nonno. Anche Miriam, nonostante il lutto, è lieta di accogliere il padre nella città ove tutti conoscono e rispettano la famiglia Salmarani: Treviso.
Infatti, Miriam riferisce al nonno che Francesco è uno tra i più stimati medici del paese veneto.
Dall’aeroporto, si dirigono tutti in macchina seguendo il carro funebre sul Terraglio. Raggiungono, quindi, un’imponente villa palladiana a Piazzola sul Brenta.
Il nonno pare soddisfatto della sistemazione funebre. E chi non lo sarebbe?! Il luogo destinato all’eterno riposo per la defunta rimpatriata è la Villa Contarini.


Molti sono i conoscenti della famiglia che si sono premurati a porgere le condoglianze agli addolorati. Tra questi anche l’amante di Francesco, Paola Signorini (Maria Grazia Spina).
Ma è proprio il funerale l’occasione che getta le prime ombre sulla persona del nonno. Francesco viene a scoprire che il patrimonio dell’anziano sarebbe proveniente da attività di stampo mafioso poste in essere nel paese oltre oceano, patrimonio che, inoltre, sarebbe stato bruciato in un incidente. Lo stimato professionista vede nella sciagura la sua morte economica.
Pur avendo il beneficio di un cospicuo introito garantito dalla professione medica, il pagamento effettuato per la villa rappresenta una spesa insostenibile.
In questo scenario confuso fa la sua comparsa un angelo della salvezza: Mary (Pamela Villoresi), giovane giunta dall’America come governante e amante del nonno. Con la sua freschezza e spontaneità la ragazza conquista l’animo di Francesco il quale si dichiara disposto perfino a una rapina pur di reperire il denaro che gli permetterebbe di condurre una nuova esistenza, lontano dall’accomodante realtà trevigiana.


I piani, però, si complicano poiché i milioni del nonno fanno gola a tutti.
Conviene arrestare qui il racconto della trama per dare la possibilità a chi avrà la curiosità della visione di scoprire da sé il giallo in questa storia.
Infatti, il film, pur sviluppandosi come una commedia dell’azione e della parola, sorprende lo spettatore con una misurata dose di poliziesco. In seguito, ci sarà spazio per la figura del commissario di polizia, interpretato con abilità e simpatia da Pino Caruso.
La vicenda portata sullo schermo da Pasquale Festa Campanile non è tra le più originali ma la sceneggiatura (Castellano e Pipolo) è veramente ben congegnata. Sorprendentemente, la pellicola mantiene un ritmo di buon livello dalle prime alle ultime battute. A questa qualità aggiunta contribuisce indubbiamente la bravura degli attori: l’irresistibile Johnny Dorelli è quasi sempre in scena; l’intrigante Pamela Villoresi
stuzzica i sensi di tutti e l’affascinante Maria Grazia Spina pone equilibrio anche alle situazioni surreali.
La trama trova origine nel racconto di Piero Chiara, “Parlami d’amore Mariú”.


Pasquale Festa Campanile si iscrive nella lunga lista dei registi italiani che hanno portato sullo schermo racconti o romanzi di Chiara: nel 1970, Alberto Lattuada ha diretto “Venga a prendere il caffè da noi” tratto da “La spartizione”; nel 1971, Marco Vicario si è occupato di “Homo Eroticus”; nel 1974, Paolo Nuzzi ha diretto “Il piatto piange”; Francesco Massaro si è ispirato a all’omonimo racconto per “La banca di Monate”(1976); nel 1977, Dino Risi ha diretto “La stanza del vescovo”, e molti altri ancora fino al contemporaneo “Il pretore”(2014) tratto dal romanzo “Il pretore di Cuvio”, diretto da Giulio Base.
Dimmi che fai tutto per me” è un film in cui va apprezzata la suggestiva ambientazione veneta, con la splendida villa palladiana all’interno della quale si sviluppa buona parte della vicenda.
Meno apprezzabile risulta il vocabolario dialettale sfoggiato dagli attori che, in più di un’occasione, sarà percepito come una forzatura.

Dimmi che fai tutto per me
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Johnny Dorelli, Andréa Ferréol, Jacques Dufilho, Pamela Villoresi, Enzo Robutti, Pino Caruso, Nanni Svampa, Stefano Amato Commedia, durata 100 min. – Italia 1976

Johnny Dorelli: Francesco Salmarani
Pamela Villoresi: Mary Mancini
Andréa Ferréol: Miriam Salmarani
Pino Caruso: il commissario
Jacques Dufilho: Spinacroce
Grazia Maria Spina: Paola
Nanni Svampa: il “biondino”
Ferdinando Murolo: Roberto Mancuso detto Robbie
Stefano Amato: Mino
Enzo Robutti: Felegatti

Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Piero Chiara (racconto), Suso Cecchi d’Amico
Sceneggiatura Castellano e Pipolo
Produttore Leonardo Pescarolo
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Antonio Siciliano
Effetti speciali Marcello Fuga / Riccardo Vernier
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Guido Josia

 

– Papà, tu lo conosci il nonno?

– No, non l’ho mai visto.

– Ma la mamma lo conosce il nonno?

– Mino, non dire stupidaggini, vuoi che non conosca il suo padre?!

– Beh, domandavo… .

 

– Nonno, tua mamma com’è morta?

– Ah, un colpo… .

– Eh, naturale, alla sua età.

– Ma no! Un colpo de rivoltella.

 

– Cinque milioni di dollari aveva e si sono bruciati tutti nel fiume col motoscafo dell’irlandese, quello delle bombe! E io dovrei stare calmo, con i gangsters che vanno e vengono scassinando le bare?! Ma chi è tuo padre?! Un boss, Al Capone, Dillinger?!

– Adesso basta, Francesco, tu hai visto troppi film gialli, spegni la luce,vieni a dormire.

 

– Ma sai che sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita?! Sarebbe proprio fantastico fuggire insieme. Pensa poter dire a tutti arrivederci e grazie. No, anzi, niente arrivederci e niente grazie. Ma chi devo ringraziare?! Ma che vita è stata la mia? Una continua faticata. Ho faticato a prendere la laurea, ho faticato per crearmi una clientela e ho faticato ancor di più per far capire alla gente che non avevo sposato mia moglie per i soldi. Intanto il tempo è passato, ho visto il mondo e non ho fatto pazzie. Adesso il momento è arrivato, Mary. La facciamo una pazzia insieme? Fuggiamo. Partiamo subito.

– Se è per questo, stiamo già partendo.

– Porco Giuda… .

 

 

Sono fotogenico

A trent’anni Antonio Barozzi è stufo della sua vita nella pacifica Laveno,sul lago Maggiore.
Ha un solo sogno,diventare attore come i divi che imita,John Wayne,Marlon Brando…
Decide quindi di andare nella fabbrica delle illusioni,Roma,alla ricerca di un provino cinematografico vincente.
Ma qui,più che rischiare di sperperare il patrimonio di suo padre non ottiene;unica nota positiva è l’amicizia con la bella Cinzia,che però
tenterà di appioppargli i due gemelli che attende da un maneggione.
Alla fine,dopo un incidente che lo menoma nel fisico,Antonio torna mestamente a casa dove alla fine sposa la paziente Marisa che lo ha atteso,adotta
i due figli di Cinzia che nel frattempo li ha mollati volentieri per inseguire il sogno di diventare attrice e accetta il posto di bancario…
Sono fotogenico,diretto da Dino Risi nel 1980 è una garbata satira sul mondo del cinema,quasi tutta sotto le righe;il mondo della celluloide ne esce con la schiena spezzata ma Risi non usa la frusta,bensi uno scudiscio foderato di velluto.


La sottile ironia affiora quasi sempre ma resta comunque sotto la superficie;spazio ad uno scatenato,irresistibile Renato Pozzetto che tira fuori il meglio del suo repertorio
dominando la scena con battute,ammiccamenti e sopratutto con la sua presenza fisica,che riesce a rendere “fisica” l’ingenuità del personaggio interpretato,Antonio detto Tony
perso dietro i sogni di una carriera hollywoodiana,vissuta all’ombra dei suoi miti attraverso citazioni,poster,stile di vita.
Finirà malinconicamente,un ammonimento a tutti quelli che inseguono il miraggio di un mondo infido e pericoloso come quello del cinema.
Risi,dopo l’amaro Caro papà e prima del bellissimo e malinconico Fantasma d’amore si concede quasi una vacanza con un film in tono leggero,nel quale


lascia le briglie sciolte a Renato Pozzetto,attore sulla cresta dell’onda e reduce da grandi successi al box office come La patata bollente,Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective e Tesoromio.
Il risultato è un gran successo di pubblico e una generale stroncatura della critica,poco avvezza al disimpegno e ai diertissement,quasi
che un regista “impegnato” come Risi fosse costretto a dover girare soporifere “corazzate Potiomkin”
Viceersa Sono fotogenico ha diverse buone trovate,ritmo e non è affatto una prova minore.
E’ una commedia,tutto quà.Semplice,lineare,ben recitata e a tratti spassosa.Quindi oro che cola,alla luce di prodotti ben più scadenti del periodo.
A parte Pozzetto,davvero irresistibile (memorabile la faccia sempre uguale davanti al fotografo che lo esorta a espressioni differenti) c’è una bellissima Fenech,il solito simpaticissimo Maccione


e i camei di Monicelli,Tognazzi,Gassman e Barbara Bouchet.
Il film è disponibile in streaming all’indirizzo http://www.raiplay.it/video/2017/04/Sono-fotogenico-2c010d8c-762f-45e4-9253-9361f821b59d.html in una versione praticamente perfetta.

Sono fotogenico

Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Renato Pozzetto, Ugo Tognazzi, Massimo Boldi, Barbara Bouchet, Edwige Fenech, Michel Galabru, Aldo Maccione, Mario Monicelli, Attilio Dottesio, Eolo Capritti, Gino Santercole, Julien Guiomar, Guido Mariotti, Salvatore Campochiaro, Paolo Baroni, Annunziata Pozzaglia, Paolo De Manincor, Roberta Lerici, Livia Ermolli, Luigi Di Sales, Bruna Cealti Commedia, durata 98 min. – Italia 1980

 

Renato Pozzetto: Antonio Barozzi
Edwige Fenech: Cinzia Pancaldi
Aldo Maccione: avv. Pedretti
Massimo Boldi: Sandro Rubizzi
Michel Galabru: produttore Del Giudice
Julien Guiomar: Carlo Simoni
Gino Santercole: Sergio
Attilio Dottesio: Attilio Turchese
Livia Ermolli: Laura Barozzi
Paolo Baroni: Paolino
Salvatore Campochiaro: nonno Augusto
Guido Mariotti: Arcibaldo Barozzi
Bruna Cealti: Luigina Barozzi
Eolo Capritti: indiano “Nuvola Bianca”
Paolo de Manincor: fotografo
Roberta Lerici: Marisa
Annunziata Pozzaglia: Annunziata
Ugo Tognazzi: se stesso
Vittorio Gassman: se stesso
Mario Monicelli: se stesso
Barbara Bouchet: se stessa
Jimmy il Fenomeno: reclutatore di zoppi
Margherita Horowitz: signora del treno
Lina Franchi: donna al funerale
Ennio Antonelli: assistente di Monicelli
Giulio Rinaldi (non accreditato): controfigura per la scena sostitutiva di Monica Vitti
Lory Del Santo: se stessa
Maria Tedeschi: se stessa
Tonino Delli Colli: se stesso

Regia Dino Risi
Soggetto Massimo Franciosa,Marco Risi,Dino Risi
Sceneggiatura Massimo Franciosa,Marco Risi,Dino Risi
Produttore Pio Angeletti,Adriano De Micheli
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri

“Lavorare fa incazzare.”

“Gallina vecchia fa… gallina vecchia fa… fa schifo!”

“A te ti hanno battezzato coll’acqua dei ravioli!”

“Nudo te! Ma se fai schifo anche vestito. Vai vai…”

“Scusate il ritardo ragazzi, ma io, caschi il mondo, alle 9:30 in punto devo cagare”

“Povero nonno!È morto mentre guardava”Com’è bella la bernarda tutta nera tutta calda”

“Eh, uno così deve fare l’attore: testa piccola a forma di noce. Avete notato che tutti i grandi attori hanno la testa piccola a forma di noce?”

 

Il giudizio universale

In una qualsiasi mattinata napoletana,con la gente impegnata nel quotidiano,una voce inquietante rimbomba nel cielo annunciando,per le 18.00,il giudizio universale.
All’inizio la cosa viene presa sotto gamba da tutti;ma con il passare delle ore,sopratutto con l’intervento della tv che amplifica l’avvenimento e con la voce che sempre più regolarmente annuncia il giudizio il comportamento della gente inizia a passare dalla superficialità allo sgomento e alla paura.
Le reazioni sono variegate;qualcuno inizia a pentirsi dei propri peccati,altri cadono in uno stato di prostrazione,altri fanno finta di nulla e cercano di proseguire la loro vita regolarmente.
In città c’è il ballo del Duca,avvenimento mondano di grande importanza,alcuni sono impegnati nella ricerca di un abito adatto per l’occasione,un avvocato maneggione cerca di difendere e mostrare come innocente un poveraccio che ha usurpato un titolo nobiliare,un losco figuro si muove sordidamente per acquistare bambini poveri da rivendere in America a copie senza figli,un marito scopre la moglie adultera con il suo miglior amico mentre la gente è occupata nelle quotidiane fatiche,sempre con l’orecchio alla voce roboante che ricorda il fatidico evento delle 18.00…


Vittorio De Sica,subito dopo il grandissimo successo di La ciociara del 1960,dirige l’anno successivo Il giudizio universale,ricostituendo con Cesare Zavattini il sodalizio dell’anno precedente e che alla fine porterà la celebre coppia a creare assieme ben venti film.
Il giudizio universale è un film senza una trama precisa,costituito com’è da una miriade di piccoli avvenimenti che,visto che siamo Napoli,potremmo chiamare “fattarielli“.
Un caleidoscopio di personaggi,ognuno preso nel suo quotidiano,ognuno alle prese con piccoli e grandi problemi,ma anche visto nell’appartenenza ad una collettività fragile e indaffarata,un formicaio impazzito nel quale l’individualità è legata,nel film, ad una serie di personaggi visti con bonarietà mista a irriverenza.
La paura del “giudizio universale” scatena reazioni dissimili,che vanno dal pentimento alla paura passando per emozioni variegate che si stampano sui volti dei protagonisti,nelle loro azioni e in fin dei conti in un quotidiano che non ha più un futuro.
Tante piccole storie,dicevo.


Che però alla fine formano un quadro incompleto proprio per la superficialità delle storie affrontate;quello che conta,per De Sica,sono le reazioni istintive e il frammento del quotidiano vissuto dai vari protagonisti.
Nel finale della pellicola,con la roboante voce che comincia a giudicare l’umanità mentre si scatena un violento temporale c’è spazio per la consueta e garbata ironia di De Sica;tutte le promesse fatte si dileguano con il sole,come la voce che all’improvviso scompare mentre la varia umanità,dimenticati i buoni propositi e la paura,riprende a vivere come se nulla fosse accaduto.L’imminente tragedia si trasforma in farsa.
Film diseguale per forza di cose,Il giudizio universale alla fine è poco più di un esercizio di stile e una passerella della scuderia De Laurentiis;un cast stellare che va da Gassman a Manfredi e Sordi (il più convincente di tutti nel ruolo del losco trafficante di bambini) alla Mangano
affolla un film che commercialmente fu un fiasco clamoroso.
Anche la critica storse in naso e va detto,con qualche ragione.
Troppa carne al fuoco,troppi personaggi e poca omogeinità delle situazioni alcune delle quali aldilà del macchiettismo,anche come resa,non solo come regia.


De Sica alterna cose buone ad altre meno buone a cose pessime.
Molto belli i personaggi del mediatore di bambini (Sordi),dei due popolani alla ricerca del posto di guardiaportone del san Carlo di Napoli (Franchi e Ingrassia) e quello dell’uomo che scopre come la moglie lo abbia cornificato con il suo miglior amico (Paolo Stoppa).
Molto meno riusciti i siparietti con la Mangano e Palance e quello di Lino Ventura,padre alle prese con una figlia poco più che adolescente viziata e capricciosa.
Una sfilata di grandi nomi per un film riuscito in parte e frettolosamente dimenticato,sicuramente un mezzo passo falso (totalmente economicamente) nella carriera di De Sica.

Il giudizio universale

Un film di Vittorio De Sica. Con Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Fernandel, Alberto Sordi, Melina Mercouri, Renato Rascel, Maria Pia Casilio, Giacomo Furia, Silvana Mangano, Alberto Bonucci, Andreina Pagnani,Giuseppe Porelli, Elisa Cegani, Agostino Salvietti, Regina Bianchi, Marisa Merlini, Mario Passante, Lamberto Maggiorani, Ugo D’Alessio, Nino Manfredi, Nando Angelini, Domenico Modugno, Carlo Taranto, Akim Tamiroff,Luigi Bonos, Pasquale Cennamo, Franco Franchi, Jimmy Durante, Ernest Borgnine, Jack Palance, Georges Rivière, Lino Ventura, Anouk Aimée, Ciccio Ingrassia, Eleonora Brown, Lilly Lembo, Mike Bongiorno
Commedia, b/n durata 95 min. – Italia 1961.

Paolo Stoppa: Giorgio
Vittorio Gassman: Cimino
Anouk Aimee: Irene
Melina Mercouri: la forestiera
Silvana Mangano: signora Matteoni
Jack Palance: signor Matteoni
Fernandel: il vedovo
Ernest Borgnine: il borseggiatore
Eleonora Brown: Giovanna
Elisa Cegani: la madre di Giovanna
Lino Ventura: il padre di Giovanna
Jimmy Durante: l’uomo dal grande naso
Vittorio De Sica: l’avvocato
Renato Rascel: Coppola
Alberto Sordi: il mediatore di bambini
Nino Manfredi: cameriere nell’hotel dell’ambasciatore
Ciccio Ingrassia e Franco Franchi: i disoccupati
Andreina Pagnani: ospite in casa Matteoni
Domenico Modugno: il cantante
Marisa Merlini: una madre
Mike Bongiorno: se stesso
Akim Tamiroff: il regista
Lamberto Maggiorani: un povero
Lilli Lembo: annunciatrice Tv
Maria Pia Casilio: cameriera
Alberto Bonucci: ospite in casa Matteoni
Don Jaime de Mora y Aragón: l’ambasciatore
Giuseppe Porelli: l’accompagnatore delle personalità
Ugo D’Alessio: un Pulcinella
Pietro De Vico: venditore ambulante
Gigi Reder: il pazzariello

Regia Vittorio De Sica
Soggetto Cesare Zavattini
Sceneggiatura Cesare Zavattini
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Adriana Novelli
Effetti speciali Giuseppe Metalli
Musiche Alessandro Cicognini
Scenografia Pasquale Romano

 

Pane e tulipani

La felicità è nelle piccole cose,quelle piccole cose che possono cambiarti la vita da un momento all’altro;basta un incidente di percorso,esemplarmente semplice,banalissimo,che però ti trasporta lontano dal quotidiano e ti costringe a fare i conti con te stessa,a reinventarti,a interrogarti.
E sopratutto a ricominciare,con la voglia pazza di lasciare alle spalle un quotidiano fatto di gesti ripetuti fino alla noia.
E’ il sunto iniziale,ma anche finale,di Pane e tulipani,primo grande successo cinematografico di Silvio Soldini.
Un film fresco e delizioso,girato quasi in stile favolistico,con un finale in esemplare continuum con la storia di Rosalba,anonima e inappagata casalinga pescarese,moglie di un piccolo imprenditore di successo nel campo dell’idraulica dal quale la donna è trattata poco meglio di una domestica e madre di due figli adulti che la considerano allo stesso modo.


Durante una vacanza in pullman a Paestum,Rosalba viene completamente “dimenticata” in un autogrill.
Con un improvviso “coup de tete“,Rosalba decide di andare a Venezia,uno dei suoi sogni nel cassetto,  lasciando per qualche giorno la routine quotidiana dei panni da lavare e della casa da rassettare.
Qui trova un impiego temporaneo presso Fermo, un fioraio anarchico e poeta,un alloggio in una piccola pensione e sopratutto stringe amicizia con una stravagante massaggiatrice,Grazia e un cameriere di una trattoria,Fernando.
Saranno incontri decisivi sia per lei che per loro;la vita cambierà,travolta dall’inaspettata entrata di freschezza,di allegria,di spontaneità che Rosalba porterà nelle loro esistenze e di riflesso nella sua.
Così come involontariamente cambierà la vita di Costantino,un dipendente di suo marito Mimmo costretto dallo stesso a improvvisarsi investigatore per rintracciare la fuggiasca Rosalba.


Pane e tulipani ha nella sua semplicità,nella sua freschezza la vera forza intrinseca.
Su un soggetto  esile,Soldini costruisce un film davvero intrigante,che dietro l’aspetto leggero impartisce bonarie lezioni sul saper vivere,sopratutto sul saper vivere bene.
La metamorfosi della frustrata Rosalba è mostrata per tutto il film con cadenze leggere,quasi impalpabili;perchè in fondo Rosalba altro non è che una crisalide in attesa di diventare una farfalla, una donna con un mondo interiore luminoso in attesa di uno squarcio di luce.
In una Venezia finalmente non da cartolina,ma vista nella sua quotidianità delle piccole piazze,cosi lontane dai fasti di Piazza San Marco o di Rialto,del canal Grande e della massa di turisti che,informi, popolano la città lagunare,Venezia dicevo appare finalmente in una luce “umana”.
Una lezione di buon cinema,quella di Soldini.
Agevolata anche da un cast assolutamente ideale;una bravissima,quasi soave Licia Maglietta,irresistibile nella sua iniziale goffaggine e via via sempre più conscia del suo nuovo ruolo a Bruno Ganz,umanissimo nel personaggio malinconico e dolce di Fernando passando per una splendida Marina Massironi,che è Grazia,strampalata massaggiatrice al tempo stesso candida sognatrice in attesa dell’amore.


E ancora un ottimo Felice Andreasi,all’apparenza burbero fioraio-poeta passando per Antonio Catania,il meschino e fedifrago marito di Rosalba.
Infine l’ottimo Giuseppe Battiston,impagabile nel ruolo dell’improvvisato investigatore Costantino.
Un film tutto da gustare,un ritorno alla commedia italiana gloriosa degli anni sessanta,quella realizzata con pochi soldi ma tante idee.
E sentimenti.Quelli giusti.
Premiato con 9 David di Donatello,5 nastri d’Argento,Globo d’oro e 7 Ciak d’oro;disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=uyEC0imYm_0
Il film è in lingua italiana.

Pane e tulipani

Un film di Silvio Soldini. Con Licia Maglietta, Bruno Ganz, Giuseppe Battiston, Marina Massironi, Antonio Catania,
Felice Andreasi, Don Backy, Silvana Bosi, Mauro Marino, Manrico Gammarota Commedia,durata 105 min. – Italia 2000

Licia Maglietta: Rosalba Barletta
Bruno Ganz: Fernando Girasole
Giuseppe Battiston: Costantino Caponangeli
Antonio Catania: Mimmo Barletta
Marina Massironi: Grazia Reginella
Felice Andreasi: Fermo
Don Backy: il cantante
Vitalba Andrea: Ketty
Tatiana Lepore: Adele
Tiziano Cucchiarelli: Nic
Matteo Febo: Salvo
Lina Bernardi: Nancy
Mauro Marino: Lello
Antonia Miccoli: Sami
Ludovico Paladin: Eliseo
Silvana Bosi: La madre di Costantino
Manrico Gammarota: uomo alla stazione
Massimiliano Speziani: Goran
Fausto Russo Alesi: l’Uomo dell’auto
Paola Brolati: cliente del negozio dei fiori
Giselda Volodi: cameriera della pensione
Nunzio Daniele: guida di Paestum (sé stesso)
Pierantonio Micciarelli: il venditore di pentole
Daniela Piperno: donna dell’auto

Regia Silvio Soldini
Soggetto Doriana Leondeff, Silvio Soldini
Sceneggiatura Doriana Leondeff, Silvio Soldini
Casa di produzione Mogatari, Istituto Luce, RAI
Distribuzione (Italia) Istituto Luce
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Carlotta Cristiani
Musiche Giovanni Venosta
Scenografia Paola Bizzarri, Alessandra Mura, Stafania Pasinato

“Non mi aveva detto che lei aveva fatto un corso di grafologia? Poi ho parlato col commesso di una merceria che sostiene che l’altro ieri
sua moglie stava a fianco di sua madre sotto il casco di un parrucchiere a Chioggia. Questo mi fa dedurre che con ogni probabilità la signora Rosalba non si trova più a Venezia.
E questo spiegherebbe anche il motivo per cui non l’ho ancora rinvenuta…”

“Caponangeli, le dico solo una cosa: se fra tre giorni “n’è escito” (non è uscito fuori) niente, non solo ha chiuso con la Barletta Saniplus, ma con tutte le ditte di sanitari della costa adriatica!”

“Intendo calare negli Abruzzi e ricondurre qui Rosalba. Due compagni mi seguiranno nell’impresa.”

“Apparteneva al nonno di mia moglie, l’ultima volta ha sparato a Caporetto, ma come può notare è stato accuratamente preservato dalle insidie della ruggine e dall’usura del tempo; al suo posto eviterei qualsiasi azione che possa indurmi
a mostrare l’efficienza della sua meccanica.”

“Non vorrei sembrarle precipitosa, ma… se ci dessimo del tu?”

“Grazia guardami: ho passato con te i momenti più belli della mia vita, io sapevo che c’eri ma non sapevo dov’eri;
adesso ti ho trovata e adesso so cos’è la felicità, devi credermi, ti scongiuro.”

“Ancora una volta la felicità ha battuto invano alla mia porta.”

“Rosalba, da quando lei è partita la vita è una palude
la notte mi tormenta e il giorno mi delude
se ho fatto questo viaggio vi è un’unica cagione
che lei torni ad illuminar la mia magione.”

“Le canne non so’ droga, so’ canne.”

“Ma tu lo conosci l’Orlando furioso?-
-Ma chi è, quello che impazzisce e gli schizza il cervello sulla luna?”

Licia Maglietta

Felice Andreasi

Giuseppe Battiston

Bruno Ganz

Marina Massironi

Antonio Catania

Maccheroni

Scorrendo la lista dei film diretti da Ettore Scola, mi sono imbattuta in questo titolo che, a prima lettura, credevo fosse una pellicola a tema culinario, pensata e realizzata intorno alla tavola. Giacché sfuggo ai programmi televisivi che promuovono con insistenza talenti e anti talenti, poeti e macellai, amici e nemici della “tecia“, mi sarebbe dispiaciuto trascorrere la serata visionando un film a tema gastronomico. Quindi, al fine di evitare una delusione, ho effettuato una veloce ricerca per consultare qualche parere in rete. Premetto che non è mia abitudine condizionare la curiosità all’opinione altrui. Ciò non di meno, le informazioni in merito ai protagonisti e ai comprimari, alla colonna sonora o ai riconoscimenti ottenuti, possono rafforzare il mio interesse per la visione di un film. Ho scoperto, quindi, che se avessi optato per “Maccheroni” avrei dilettato i miei sensi con le presenze di Jack Lemmon, Marcello Mastroianni e Daria Nicolodi, e con le musiche del maestro Trovajoli, premesse che mi hanno invogliato ad assaporare la pellicola.
Anche se ad opinione di alcuni critici e recensori, “Maccheroni” non è “tra i memorabili di Ettore Scola“, farò del mio meglio per evidenziare quello che “Maccheroni” è o potrebbe essere nel caso uno scegliesse di visionarlo. Quanto alle valutazioni negative, preferisco lasciarle lievitare nell’immaginario sconfinato dei critici Saccharomyces Cerevisiae.

Siamo a Napoli, città in cui De Sica girò “Matrimonio all’italiana” (1964), Dino Risi collocò “Operazione San Gennaro” (1966) , Pasolini ambientò “Il Decameron” (1971) e Lenzi dirisse “Napoli violenta” (1976).
Ed è qui, a Napoli, che Scola fa arrivare Mr. Robert Traven (Jack Lemmon), manager di successo dell’industria aeronautica americana nonché veterano della Seconda Guerra Mondiale. Mr. Traven appare sin da subito stanco e svogliato dalle riunioni di lavoro, disinteressato all’ambiente che lo circonda, restio al contatto con il mondo napoletano. In preda a uno stato d’animo triste, sofferente per il mal di testa che lo tormenta, Mr. Traven si rifugia nell’alcool, rinchiudendosi in un’anonima stanza dell’Excelsior. Capita, però, che alla sua porta bussi con insistenza Antonio Jasiello (Marcello Mastroianni) il quale avendo assistito a una intervista televisiva del manager, è venuto a sapere della sua presenza in città. Antonio sventola con nostalgia una fotografia che ritrae il giovanissimo Mr. Traven, d’ora innanzi Bob, abbracciato a Maria Jasiello, sorella minore di Antonio, nel cortile della Chiesa di Santa Chiara, a Napoli, al termine della guerra. Antonio, entusiasta di ritrovare l’amico americano, si lascia andare a manifestazioni d’affetto che non trovano riscontro nel comportamento di Bob. Infatti, in preda alla rabbia, Bob reagisce malamente perfino alla scola (cura per il mal di testa) applicata da Antonio, scacciandolo con parole brusche.

Ma, come spesso accade, il bene passato vince il male presente e Bob parte alla ricerca di Antonio con l’intenzione di restituirgli la fotografia e di porgergli le scuse per l’accaduto. Scopre, quindi, che Antonio è sposato con Carmelina (Isa Danieli) e che lavora come impiegato presso l’archivio storico del Banco di Napoli. Bob lo rintraccia e, da quell’istante, i due ritrovano la cordialità e la complicità dei tempi della giovinezza. Sembra quasi che l’intera città gioisca assieme a loro: dalla portinaia ai vicini di casa, ai parenti e agli amici di Antonio, tutti si rallegrano a vista di Bob. Come si verrà a scoprire in seguito, la calorosa accoglienza è dovuta alla costante corrispondenza che Bob avrebbe intrattenuto con Maria (Giovanna Sanfilippo). In verità, Antonio, in quarantanni, aveva scritto numerose lettere alla sorella, apponendo però la firma di Bob e facendole credere che l’americano girava il mondo come giornalista alle prese con missioni estreme in paesi lontani.

Gli incontri si susseguono inarrestabili: dapprima, il nipote di Maria, il “monaciello” energico sconvolge l’animo stanco di Bob; poi, i familiari di Maria, dal marito, ai figli e ai nipoti, tutti gli manifestano affetto e ammirazione. Infine, il figlio di Antonio, Giulio (Bruno Esposito), giovanissimo “figlio d’arte“, convince Bob a esibirsi al pianoforte.
Bob si lascia guidare da Antonio alla scoperta dei luoghi di una volta, in una Napoli ottimista, vestita per le tradizionali festività natalizie. I due percorrono la Galleria Umberto I con la sua scalinata imponente e condividono i deliziosi babà tridimensionali. Passeggiano, poi, sul lungomare di via Caracciolo illuminato dalla tenue luce dicembrina.

Bob è assorto dalla bontà e dalla genuinità dei sentimenti di Antonio. Dichiara che potrebbe trasformarsi in uno di quei reporter coraggiosi descritti nelle sue missive. Vorrebbe salvare la dott.ssa Di Falco (Daria Nicolodi) dalle grinfie dell’amante “feriale“. Vorrebbe contribuire alle finanze del teatro popolare per il quale Antonio lavora come sceneggiatore. Nel finale, Bob diventa l’eroe di Antonio salvando in extremis l’incolumità del figlio Giulio, coinvolto negli affari loschi della malavita napoletana.
In preda alla stanchezza, fortemente scosso dagli avvenimenti, Antonio trova la sua fine sulla spiaggia, accanto all’amico Bob.
A casa Jasiello la famiglia si è riunita per il pranzo funebre. Vengono serviti maccheroni col ragù per tutti i parenti, per Bob e perfino per il defunto Antonio Jasiello, disteso sul letto addobbato, con il filo di una campanella deposto tra le mani nell’eventualità di una miracolosa resurrezione, pensiero non del tutto infondato, visto che Antonio raccontava di essere risorto ben due volte in passato.
Napoli stessa spera nel compimento del miracolo, mentre la telecamera si sposta lentamente all’esterno sopra i terrazzi affacciati sul Cavone e sul golfo di Napoli animato dal suono di una campanella. Forse il prodigio è avvenuto veramente: Antonio Jasiello è risorto a Natale?!

Non c’è chi non possa intuire che “Maccheroni” sia stato girato con l’intenzione di conquistare anche il pubblico oltreoceano. Tuttavia, la pellicola non ebbe grossi riconoscimenti né in Italia né in America. Forse il titolo “Un americano a Napoli” avrebbe suscitato maggior interesse nello spettatore statunitense. Gli americani, paradossalmente, apprezzeranno il successivo “La Famiglia“, film che racconta una storia italiana al cento per cento.

Maccheroni” è un omaggio all’amicizia, un inno alla speranza, un incoraggiamento alla vita sopra e oltre la morte. Bellissimo il pensiero di Scola verso il collega Monicelli: il film che passa in tv a casa Jasiello è “La grande guerra“, più precisamente, la scena che rappresenta l’atto di coraggio dei soldati che improvvisamente diventano salvatori della patria. Scarpelli, Maccari e Scola ci insegnano che c’è sempre qualcuno o qualcosa valevole di salvezza.
Impeccabili le prove dei protagonisti, ottime le prestazioni dei comprimari, commoventi le musiche di Trovajoli. Una menzione particolare va fatta alla costumista, Nanà Cecchi, per l’eleganza informale, rilassata, dei completi da uomo e, sopratutto, per l’abbinamento delle cravatte Marinella.

Maccheroni

Un film di Ettore Scola. Con Jack Lemmon, Marcello Mastroianni, Daria Nicolodi, Marta Bifano, Franco Angrisano, Isa Danieli, Marc Berman, Giovanni Mauriello, Ernesto Mahieux, Orsetta Gregoretti, Jean-François Perrier, Maria Luisa Santella, Clotilde De Spirito, Patrizia Sacchi, Bruno Esposito, Giovanna Sanfilippo, Fabio Tenore, Aldo De Martino, Vincenza Gioioso, Alfredo Mingione, Daniela Novak, Umberto Principe, Giovanni Riccardi, Corrado Taranto, Carlotta Ercolino Commedia, durata 107 min. – Italia 1985.

Jack Lemmon: Robert Traven
Marcello Mastroianni: Antonio Jasiello
Daria Nicolodi: Laura Di Falco
Isa Danieli: Carmelina Jasiello
Maria Luisa Santella: portiera
Patrizia Sacchi: Virginia
Bruno Esposito: Giulio Jasiello
Orsetta Gregoretti: giovane attrice nel teatro
Marc Berman: 1° produttore discografico francese
Jean-François Perrier: 2° produttore discografico francese
Giovanna Sanfilippo: Maria
Fabio Tenore: Pasqualino
Marta Bifano: Luisella
Aldo De Martino: Cottone (manager del teatro)
Clotilde De Spirito: la donna del cattivo nella commedia teatrale
Carlotta Ercolino: giornalista TV
Vincenza Gioioso: Donna Amalia
Ernesto Mahieux: giovane attore nel teatro
Giovanni Mauriello: Severino
Alfredo Mingione: manager Aeritalia
Daniela Novak: Daniela Cecere, la fidanzata di Giulio
Umberto Principe: Michele Vitale
Giovanni Riccardi: Eugenio
Corrado Taranto: Alberto
Franco Angrisano: Palla di riso, strozzino

Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Produttore Franco Committeri, Aurelio De Laurentiis, Luigi De Laurentiis
Casa di produzione Filmauro
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Carla Simoncelli
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Nanà Cecchi
Trucco Francesco Freda

“- Io non ricordo granché del periodo di guerra, per fortuna. E ho una pessima memoria anche per fatti più recenti. Comunque, mi dica in che cosa posso aiutarla, insomma, in che cosa posso esserle utile?
– Utile?
– Sì, sì, utile. Ha capito benissimo. Ci sarà bene una ragione se è venuto qui. Se mi dice che accidenti vuole, eh?! Cristo, io sto cercando di capire che cosa diavolo posso fare per lei, ha capito?!
– Lei non può fare niente per me. Forse può fare qualche cosa per se stesso.
– Sarebbe a dire?
– Sospettare sempre che gli altri siano mossi da uno scopo o da un interesse, invece che da un sentimento, è un brutto segno. È segno di aridità.”

“Cara Maria, volevo finalmente fare un salto a Napoli per riabbracciarti ma debbo invece precipitarmi in Amazzonia, al seguito di una spedizione umanitaria che recherà soccorso ad una tribù in estinzione. In quelle plaghe tutto è immobile tranne le sabbie che, notoriamente, ingogliano un bisonte in pochi secondi.”

“- Un uomo non vale per quello che è ma per quello che potrebbe essere.
– Bella frase, schiaffala in una tua commedia.
– Già fatto.”

“Mamma dice che la vita è una cosa che ti devi guadagnare, meritare. È così che si sconfigge la morte. Questo è il concetto. Perché la morte in se stessa, Robe’, non esiste. Cancella forse quello che un uomo ha fatto in vita? No. Annulla i suoi meriti, la memoria? No. E allora, morte, ma chi sei, ma chi ti conosce?! Cosa conti? Tu non conti niente. Tu vorresti essere importante, presa in considerazione come la vita, eh? Ma la vita dura una vita, cara mia, invece tu, morte, tu duri solo un momento, l’istante in cui ti presenti. Insomma, bisogna essere seri, alla morte non si deve dare spago.”

“Ah, com’è bello perdere tempo!”

“Ho comprato una dozzina di cartoline per spedirle agli amici ma non mi viene in mente nessuno. Me le porto in America e le spedisco tutte a te… .”

“- E non poteva chiederli a me [i soldi]?
– Eh, io gliel’ho pure suggerito. “Mai, mai!” mi ha gridato. E io gli ho detto: “Ma allora l’amicizia a che serve?”. E lui mi ha risposto: “A non rompere i coglioni agli amici.”