Le cinque giornate


Le cinque giornate locandina

Cainazzo è un ladruncolo, in prigione per reati comuni; siamo nel 1848, a Milano, alla vigilia delle famose 5 giornate.
Una cannonata sfonda il muro del carcere, così Cainazzo ha la possibilità di fuggire.
Dopo aver incontrato i suoi vecchi compari di ruberie, l’uomo si imbatte in Romolo, un giovane romano a cui una cannonata distrugge invece il laboratorio di panetteria in cui lavora.

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Cainazzo (Adriano Celentano) in carcere

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Salvatore Baccaro è Garafino

I due così prendono a vagare per la città, mentre infuriano i moti popolari di ribellione contro gli austriaci.
Romolo e Cainazzo si imbattono in un’umanità variegata, fatta di cialtroni, nobili ansiosi di cavalcare la ribellione popolare, approfittatori, ladri,avventurieri, sinceri patrioti e doppiogiochisti.

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Un involontario capo popolo

Dopo aver aiutato a partorire una giovane donna, si imbattono in una contessa libertina che costruisce una barricata con i mobili del suo palazzo, in un nobile debosciato che vive in un palazzo depredato dai rivoltosi (solo i libri sono rimasti al loro posto, simbolo di una ottusa concezione della ricchezza), poi in un barone che guida un gruppo di poveri ignoranti e altro ancora.

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Enzo Cerusico è Romolo

Cainazzo e Romolo riescono a passare indenni, pur tra molte peripezie, tra i disordini, la reazione austriaca, i processi sommari; ma il giovane romano pagherà con la vita la ribellione ad uno stupro perpetrato ai danni di una ragazza milanese sorpresa a letto con un austriaco.
Con gli occhi gonfi di pianto, Cainazzo sale sul palco degli effimeri vincitori della battaglia, e davanti ai milanesi radunati in piazza, ridendo grida loro “Ci hanno fregati!”
Unico lavoro di Dario Argento che non presenti una trama thriller, Le cinque giornate, diretto dal regista romano nel 1973 ebbe un’accoglienza tiepida sia a livello di critica sia a livello di pubblico.

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Marilù Tolo, una contessa davvero speciale

Un vero peccato, perchè il film è di ottima fattura, pur risentendo di una trama spesso avviluppata e contorta, con troppi personaggi e troppi incontri dei due protagonisti con gente di ogni risma, il tutto condensato in soli 5 giorni di battaglia, quanto durarono i moti antiaustriaci del 1848
Un film che si regge sopratutto sulle figure ben caratterizzate dei due protagonisti, Cainazzo interpretato da Adriano Celentano e Romolo, interpretato dal compianto Enzo Cerusico.
I due si muovono in una Milano irreale, popolata da gente di ogni risma; la loro saggezza popolare li porta a diffidare dei vari personaggi che incontrano, tant’è vero che man mano che la loro amicizia si sviluppa e conslida, sembrano quasi diventare due corpi estranei in quella rivoluzione che non solo sentono lontana da loro, ma che vedono come velleitaria e spronata da gente con interessi luridi da difendere.

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La visione del regista, che a tratti usa l’arma della comicità con buona mano, come nel caso del surreale parto che vede protagonisti i due amici, è sicuramente ironica e amara; non sembrano esserci personaggi degni di stima, nella storia.
Dalla contessa che appoggia la rivoluzione e che si comporta quasi fosse ad un pranzo di gala, passando per il barone rivoluzionario che stuprerà la povera ragazza colpevole di amare un austriaco, passando per Libertà, uno dei compagni di ruberie di cainazzo, che da un lato è il capo dei rivoluzionari, dall’altro un venduto agli austriaci, tutte le figure che compaiono nel film sono miserabili e arriviste.

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La rivoluzione, per loro, è fonte di arricchimento, di conquista di potere mentre il popolo, quello che ci lascia la pelle sulle barricate, è carne da macello, sacrificabile in nome del proprio abietto obiettivo.
Questa visione pessimistica è stemperata in molti casi dalla sarcastica ironia che Dario Argento fa affiorare nel film; che diventa però, in alcuni casi, abbastanza irritante.
Comunque il film rimane di buon livello; sicuramente preziosa è l’opera dei due attori principali, ai quali va aggiunta la bellissima Marilu Tolo, che all’epoca del film era la compagna del regista romano e che tratteggia perfettamente il ruolo della contessa un tantino ninfomane.

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La morte di Romolo

Buona la fotografia e la ricostruzione storica di un film che avrebbe meritato ben altra sorte, che resta un buon esercizio di un regista che ha dimostrato di avere un’ottima conoscenza del mezzo cinematografico.

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Le cinque giornate, un film di Dario Argento. Con Marilù Tolo, Adriano Celentano, Glauco Onorato, Enzo Cerusico, Luisa De Santis, Carla Tatò, Emilio Marchesini, Stefano Oppedisano, Fulvio Mingozzi, Loredana Martinez, Sergio Graziani, Ivana Monti, Ugo Bologna, Renato Paracchi, Luca Bonicalzi, Salvatore Baccaro, Guerrino Crivello
Commedia, durata 124 min. – Italia 1974.

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Le cinque giornate banner personaggi

Adriano Celentano – Cainazzo
Enzo Cerusico – Romolo Marcelli
Marilù Tolo – La contessa
Luisa De Santis – Donna Incinta
Glauco Onorato – Zampino
Carla Tatò – La Vedova
Sergio Graziani – Barone Tranzunto
Salvatore Baccaro – Garafino
Ugo Bologna – Ufficiale
Tom Felleghy – Mariano
Emilio Marchesini – Prigioniero
Fulvio Mingozzi –
Ivana Monti – La donna stuprata
Stefano Oppedisano –
Dante Maggio – Vecchio

Le cinque giornate banner cast

Dario Argento – Regista
Dario Argento – Sceneggiatore
Nanni Balestrini – Sceneggiatore
Luigi Cozzi – Sceneggiatore
Enzo Ungari – Sceneggiatore
Salvatore Argento – Produttore
Claudio Argento – Produttore
Giorgio Gaslini – Compositore Della Musica
Luigi Kuveiller – Direttore Della Fotografia
Franco Fraticelli – Montatore
Elena Mannini – Costumista

Infelicissima escursione argentiana fuori dai suoi territori, benché generose dosi di violenza certifichino che anche in vacanza Darione pensava comunque al core business. Sceneggiatura di Balestrini confusa e velleitaria, attori non all’altezza, cattivo o nullo governo dei registri (con prevalenza di un grottesco un po’ troppo conclamato), insomma un ciofecone che si può tranquillamente accantonare, o guardare solo per documentazione.

Per capire il senso del film, basta fare riferimento alla frase di Celentano, rivolto al compare: “E ora andiamo a vedere che cazzo è ‘sta rivoluzione”. Trattasi infatti della rivolta contro gli austriaci vista dagli occhi di due poveracci ignoranti (da piegarsi la scena dell’esplosione della panetteria, col fornaio illeso). Ne vedranno un po’ di tutti i colori, anche se Argento (qui decisamente fuori dai suoi abituali binari) la butta anche sul ridere, pur distribuendo sangue e violenza. Troppo lungo e pasticciato (misto-generi), ma vedibile.

Unica escursione di Dario Argento al di fuori del genere giallo/horror. Dopo la trilogia degli animali (che gli fruttò successo e notorietà mondiali), il regista romano provò a cambiare decisamente rotta ma il pubblico non premiò questa scelta e così torno rapidamente sui suoi passi (il film successivo fu il capolavoro Profondo rosso). Argento comunque sforna un prodotto più che dignitoso (anche se indubbiamente il thriller gli è molto più congeniale), in cui abbondano scene di notevole violenza. Buona l’interpretazione di Celentano e Cerusico.

Comunemente definito come un incidente di percorso o dun’opera minore nella filmografia di Dario Argento, è invece un singolare film storico pieno di ironia, realizzato con una regia deliziosa. Fra i suoi pregi maggiori si evidenzia una funzione ritmica del montaggio, il rigore cromatico e le inquadrature di alcune scene girate a 18 fotogrammi al secondo, la stessa velocità usata dalle macchine da presa nel cinema muto (un chiaro omaggio del maestro a Charlie Chaplin). Rivisto oggi da chi non guarda solo horror lo rivaluto grandemente.

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