Un uomo chiamato cavallo


A caccia nel West con tre suoi dipendenti, il lord inglese John Morgan viene attaccato nel suo accampamento mentre fa il bagno nel fiume.
A sferrare l’attacco è un gruppo di Sioux del capo Mano gialla, che dopo aver ucciso i tre collaboratori di Morgan legano quest’ultimo con un giogo e lo trascinano, nudo com’è verso il loro accampamento.
Qui Morgan viene affidato alla anziana moglie di Mano gialla e da quest’ultima deriso e destinato a lavori pesanti e umilianti.
Lo choc per l’aristocratico è fortissimo; abituato a comandare e ad essere servito si trova ora a dover fare cose che non si è mai sognato di far prima, mentre la tribù non perde occasione per deriderlo.

I Sioux deridono l’uomo bianco

“Io sono un uomo”

Per fortuna di Morgan all’interno del villaggio Sioux vive Batise, un mezzosangue figlio di un francese e di una Sioux, che sembra pazzo da legare; in realtà Batise è tutt’altro che matto e ha solo finto di esserlo, conoscendo il profondo rispetto che i nativi hanno per i malati di mente, considerati sacri a Manito.
Con l’aiuto di Batise Morgan, che ora è diventato Shunka Wakan, ovvero cavallo in lingua Sioux, inizia a capire quel mondo così alieno dalla sua cultura che rappresenta l’universo Sioux.
Dopo aver compreso che tutti i tentativi di fuga sono completamente inutili, Morgan inizia ad apprendere la lingua nativa e a sognare di poter finalmente essere considerato non più Shunka Wakan, il cavallo destinato solo a lavori pesanti, ma un uomo.
Dopo un lungo periodo in cui John Morgan si integra quanto può nel mondo Sioux arriva il giorno in cui finalmente può dare prova di essere un uomo; l’occasione capita quando riesce ad uccidere due ladri di cavalli Shoshone e a scalparli.
Guadagnatosi così un minimo di rispetto, Morgan decide di fare il passo successivo, diventare a tutti gli effetti un Sioux per poter sposare anche la bella Tortora bianca, figlia del capotribù.

Morgan osserva di nascosto il bagno di Tortora bianca

Viene così sottoposto alla terribile prova del dolore, quella che i nativi fanno per dimostrare di essere passati nell’età adulta; appeso a due ganci conficcati nella pelle del petto e sollevato per qualche metro da terra, Morgan riesce in qualche modo a sopportare il terribile dolore e da quel momento diventa un Sioux, essendosi guadagnato la stima della tribù.
Sposa quindi la sua amata Tortora bianca e per qualche anno vive con lei un matrimonio felice, allietato anche dalla nascita di due figli. L’orgoglioso e sprezzante lord inglese si è tramutato in un Sioux vero e proprio, che vive secondo le leggi della natura e collabora con quella che è a tutti gli effetti una grande famiglia.
Un giorno però una banda Shoshone attacca il villaggio per razziarlo; nonostante la tattica militare di Morgan e la terribile battaglia vittoriosa contro i predoni, pur vincendo i Sioux scoprono di aver pagato un prezzo altissimo in vite umane.
Il prezzo più pesante lo paga proprio John Morgan che piange la morte dei due esseri a cui voleva più bene, Batise e Tortora bianca, che era incinta.

Morgan e Tortora bianca sono marito e moglie

Con la morte nel cuore, John Morgan seppellisce amico e moglie e mestamente, raccolte alcune cose, fa ritorno in Inghilterra.
Un uomo chiamato cavallo (A Man Called Horse) per la regia di Elliot Silverstein è un film di capitale importanza tra quelli dedicati ai pellerossa e quindi, in senso più generico, all’intera cinematografia della frontiera e del selvaggio West.
Con Il Piccolo grande uomo di Arthur Penn e Soldato blu di Ralph Nelson il film di Silverstein racconta in modo totalmente differente la storia dei nativi americani, i pellerossa, quasi sempre dipinti nei film del passato (fatte salve onorevoli eccezioni) come selvaggi e brutali, crudeli e sterminatori.
La verità storica sulla cultura nativa viene ripresa da questi tre film in maniera profondamente differente; nel caso di Il Piccolo grande uomo si assiste finalmente al tramonto del mito dell’epopea del West, mostrato in tutte le angolazioni. La molla del guadagno ad ogni costo, della violenza come strumento di conquista ha finalmente la giusta collocazione mostrando come i pionieri non si fecero alcuno scrupolo nel distruggere la cultura nativa, sterminando i pellerossa e attribuendo loro misfatti che in realtà erano solo una forma di autodifesa.

Richard Harris

Soldato blu di Nelson va oltre, raccontando tramite la descrizione del vergognoso massacro di Sand Creek la vera morale dei bianchi conquistatori, pronti al massacro per i loro loschi interessi.

Prove d’amore tra Morgan e Tortora bianca

Un uomo chiamato cavallo si pone in qualche modo a metà strada tra i due film citati, che gli sono superiori per spessore anche se non per efficacia e capacità di raccontare una storia dalla parte dei pellerossa.
Il film è decisamente un ottimo prodotto, confezionato splendidamente sopratutto nella parte che riguarda la ricostruzione storica della vita di un villaggio Sioux, riportata con molt fedeltà e dovizia di particolari assolutamente aderenti a quella che era la vita dei Sioux stessi.
Ma manca di profondità, accentrato com’è attorno alle vicende di John Morgan, che finisce per attirare l’attenzione e distogliere invece la stessa da un discorso più profondo sui nativi.
Che vivevano in profonda simbiosi con la natura, rispettandone gli equilibri; basti ricordare la storia di Buffalo Bill, grande uccisore di bufali all’inizio della sua carriera e convertitosi in seguito. I Sioux e gli altri nativi uccidevano solo il quantitativo di animali minimo per la sussistenza mentre i bianchi si rendevano responsabili di orribili massacri, assolutamente ingiustificati con migliaia di carcasse di bufali e bisonti lasciate a marcire senza scopo alcuno se non quello del divertimento puro.

Il consiglio dei Sioux

Tutto questo è presente in Il piccolo grande uomo e in parte in Soldato blu, mentre in Un uomo chiamato cavallo predomina l’interesse per la vicenda umana di John Morgan; va anche detto che il film è tratto da un racconto e che quind la sceneggiatura ha dovuto muoversi su binari obbligati.
Probabilmente il romanzo di Dorothy M. Johnson da cui è tratto il film si dispiegava nel modo in cui poi Silverstein ha tradotto in linguaggio cinematografico le parole della Johnson; dico probabilmente perchè non ho letto il romanzo della stessa.

L’attacco dei predoni Shoshone

Tuttavia, nonostante questa pecca di profondità poco evidente il film ha il grosso merito di essere ben girato, di affascinare con una location selvaggia e di essere interpretato benissimo.
Bisognerà aspettare Balla coi lupi per ritrovare un film così attento ai dettagli; l’altro grosso merito del film è l’aver valorizzato l’elemento storico, come accennavo prima.
Il villaggio Sioux, i loro canti e i loro balli, le loro attività mostrano un’attività di documentazione molto ampia e sicuramente resa visivamene con indubbie capacità da Elliot Silverstein, l’oggi ottantacinquenne regista di Boston autore di Cat Ballou.
Grande interpretazione del personaggio di John Morgan da parte di Richard Harris, il compianto attore scomparso nel 2002 autore di una performance indimenticabile.
Harris passa, nella sua recitazione, attraverso i vari stadi dell’avventura che vive da aristocratico con la puzza al naso a parte integrante della tribù Sioux; il completamento e la maturazione di Morgan sono mostrati con bravura e capacità, tanto da diventare un caso di perfetta identificazione attore/ personaggio.
Il successo di Un uomo chiamato cavallo spinse l’attore inglese, nel 1976, a interpretare nuovamente John Morgan nel primo dei due sequel dedicati a quella che divenne una mini saga che includeva La vendetta dell’uomo chiamato cavallo e nel 1983 Shunka Wakan. Sia La vendetta dell’uomo chiamato cavallo di Irvin Kershner che Shunka Wakan di John Hough non ebbero un grosso riscontro ai botteghini; la storia di Silverstein mal si prestava ad un sequel, essendo scomparsi nel film tutti i principali protagonisti della storia, ovvero Batice e Tortora bianca.
Da segnalare nel film anche le ottime prove dei due principali comprimari, ovvero Batice interpretato molto bene da Jean Gascon e Tortora bianca interpretata dalla bellissima Corinna Tsopei, che se da un lato è una pellerossa davvero anomala, dall’altro riesce a dare credibilità ad un personaggio che lei, troppo raffinata, sembrava incapace di poter incarnare.

Corinna Tsopei, Tortora bianca

I Sioux piangono i loro morti dopo la battaglia

Uno dei film più interessanti della cinematografia dedicata ai pellerossa, quindi; con Un uomo chiamato cavallo per un attimo spariscono gli stereotipi dei “bianchi buoni e indiani cattivi“, dell'”arrivano i nostri” per lasciare posto ad una visione più attenta e storicamente valida delle vicende dei nativi stessi.
Un film che vale sicuramente una visione anche alla luce del buon ritmo e del fascino che il film riveste.

 

 Un uomo chiamato cavallo

Un film di Elliot Silverstein. Con Richard Harris, Judith Anderson, Jean Gascon, Manu Tupou, James Gammon, Corinna Tsopei, Dub Taylor, William Jordan, Eddie Little Sky, Michael Baseleon, Lina Marin, Tamara Garina, Terry Leonard Titolo originale A Man Called Horse. Western, durata 114′ min. – USA 1970.

Un aristocratico inglese nel selvaggio West

Morgan fa il bagno nel fiume prima di essere catturato

La prova del dolore

Ultimi momenti di felicità e tranquillità

L’addio a Tortora bianca

Richard Harris … John Morgan
Judith Anderson … Buffalo Cow Head
Jean Gascon … Batise
Manu Tupou … Mano gialla
Corinna Tsopei …Tortora bianca
Dub Taylor … Joe
James Gammon … Ed
William Jordan … Bent
Eddie Little Sky … Aquila nera
Michael Baseleon …Lungo piede
Lina Marín … Thorn Rose
Tamara Garina … Donna alce
Iron Eyes Cody …Uno stregone
Tom Tyon …L’uomo della medicina

Regia Elliot Silverstein
Soggetto Dorothy M. Johnson
Sceneggiatura Jack DeWitt
Montaggio Philip W. Anderson, Michael Kahn
Musiche Lloyd One Star, Leonard Rosenman

Copertina della soundtrack del film

Locandina del primo sequel

Lobby card del film

La bellissima Corinna Tsopei

Il celebre fotogramma della prova del dolore

Foto pubblicitaria del film

Foto di scena

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