Domenica maledetta domenica


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Bob Elkin, giovane, affascinante, di professione designer e scultore;Daniel Hirsh, maturo dottore di origine ebrea, elegante e raffinato oltre che colto e infine Alex Greville, bella e seducente consulente finanziaria divorziata.
Hanno in comune una relazione “scandalosa”, perchè Bob Elkin, il più giovane dei tre, ha una relazione sia con il dottore sia con la donna.
Ma Bob non si lega fino in fondo ne al suo maturi amante e nemmeno alla donna; Daniel e Alex soffrono della situazione ma non hanno altra alternativa che accettare gli scampoli d’affetto che l’uomo da loro.
Ma arriva il giorno in cui Bob decide di andar via dalla città, verso New York, dove ha la possibilità di far conoscere le proprie doti.Incurante dei danni profondi che rischia di infliggere alle due persone che loro malgrado amano quel giovane un po vanesio, Bob sceglie di non scegliere e abbandona al loro destino Daniel e Alex.

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Da un soggetto di Penelope Gilliatt che ne cura anche la sceneggiatura, John Schlesinger reduce dai fasti e dai successi di Un uomo da marciapiede ricava Domenica maledetta domenica (Sunday bloody sunday) e fa centro ancora una volta, dirigendo un film tenero e struggente, un autentico gioiello che entra di diritto nella leggendaria Hall of fame dei Cento film britannici pù belli di tutti i tempi, la BFI 100 che la British Film Institute nel 1999 stilò con un grande sondaggio fra esperti ed appassionati.
Domenica maledetta domenica racconta in modo intimista un insolito triangolo amoroso tra due uomini e una donna; capovolgendo gli stilemi classici dei due uomini innamorati di una donna, Schlesinger propone un triangolo che vede invece protagonista un giovane e superficiale scultore alle prese con la passione che suscita nei suoi due maturi amanti, portando sullo schermo la passione proibita che travolge Daniel per Bob, con la celebre scena del bacio gay tra i due che suscitò scandalo.
Eppure il film non ha un solo momento di morbosità:tutto è giocato sul filo dei sentimenti, quelli che portano i due maturi amanti di Bob a cercare in ogni modo di legare a loro il giovane, in un tentativo impossibile di recuperare, con i sentimenti, parte della loro giovinezza perduta.
Bob, per Alex e Daniel, rappresenta in qualche modo proprio questo, la primavera dei sentimenti, che i due protagonisti vivono in maniera assolutamente differente.

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Daniel è assolutamente convinto che Bob sia l’ultima chance ma è anche altrettanto convinto che non potrà tenerlo legato a se ancora molto, mentre Alex tenta di lottare in tutti i modi per difendere quel legame che l’età anagrafica sembra condannare irreversibilmente.
In un gioco di frasi non dette, di espressioni, di sguardi e di sentimenti contrastanti, l’impossibile triangolo evolve fatalmente verso il finale inevitabile, dove l’addio di Bob assume le caratteristiche di un addio ai due amanti ma anche la fine di una stagione delle loro vite, la fine di molti sogni effimeri e sopratutto la fine delle illusioni.
A nulla vale il tentativo estremo dei due di dividersi il frivolo Bob, una rinuncia triste al senso di appartenenza che è una delle basi di un rapporto d’amore:anche questo estremo sacrificio sarà inutile e i due maturi amanti del giovane dovranno tornare malinconicamente alle loro vite, lasciando da parte per sempre quella breve stagione intensa che il giovane Bob ha illuminato per breve tempo.
Il tutto sullo sfondo di famiglie ormai in profondo mutamento, un’indagine su quello che ormai le famiglie stesse non condividono più e che invece anelano a cambiare.
Lo sguardo di Schlesinger si posa, infatti,sulla famiglia borghese a cui appartiene Alex e quella ben più tradizionale a cui appartiene il dottore, mostrandone i comportamenti, le regole di vita e passioni, ormai al capolinea:la società cambia e con essa cambiano i valori, cambia la morale.

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Cosa pensare infatti di un legame gay tra un giovane ed un uomo ormai di terza età? E cosa pensare del legame tra una donna avanti negli anni e lo stesso giovane?
Non sono nuove sfide che la società propone a se stessa?
Il costume evolve irrimediabilmente e con esso cadono anche tabù e principi.
Un unione omosessuale, all’epoca assolutamente proibita, esce allo scoperto e diventa naturale; se tutto si conclude è perchè uno dei due partner non ha profondità di sentimenti, non certo perchè la passione è proibita e da vivere nei conflitti di colpa.
Così Schlesinger sdogana in largo anticipo uno dei temi odierni della vita sociale, il diritto alla sessualità indipendentemente dal sesso di appartenenza; l’orientamento sessuale non è più un tabù così come un legame tra una donna molto più in avanti del partner non lo è più da un pezzo.
Con delicatezza e malinconia, il regista disegna tre figure assolutamente diverse tra loro, mostrandone le diverse sfumature di carattere, di sentimenti, di cultura.
Lo fa con un linguaggio in cui la malinconia alla fine prevale su tutto il resto, con un senso di abbandono e di rimpianto che coinvolge non solo i personaggi, ma anche le loro anime.
Grandissimi i due interpreti maggiori, Peter Fynch e Glenda Jackson, due attori che avrebbero meritato l’Oscar per l’intensità con la quale riescono a rendere i loro personaggi.
Molto bene anche Murray Head, mentre nel film compare anche Daniel Day Lewis in una parte microscopica, quella di un giovane teppista.
Valanga di premi pr il film:il Golden Globe 1972 per miglior film straniero in lingua inglese,i 5 Premi BAFTA 1972 per miglior film, miglior regista, miglior attore (Peter Finch), migliore attrice (Glenda Jackson), miglior montaggio e infine anche il david di Donatello per il miglior regista straniero sono il degno riconoscimento ad un film assolutamente da vedere per ricordare un’epoca che, lentamente, ci ha traghettato verso quella moderna attraverso mille contraddizioni.

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Un film di John Schlesinger. Con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Bessie Love, Peggy Ashcroft,Tony Britton, Maurice Denham, Vivian Pickles, Frank Windsor, Thomas Baptiste, Richard Pearson, June Brown, Hannah Norbert, Harold Goldblatt, Marie Burke, Daniel Day-Lewis Titolo originale Sunday, Bloody Sunday. Drammatico, durata 110′ min. – Gran Bretagna 1971.

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Domenica maledetta domenica banner protagonisti

Peter Finch: Dr. Daniel Hirsh
Glenda Jackson: Alex Greville
Murray Head: Bob Elkin
Peggy Ashcroft: Mrs. Greville
Tony Britton: George Harding
Maurice Denham: Mr. Greville

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Regia John Schlesinger
Soggetto Penelope Gilliatt
Sceneggiatura Penelope Gilliatt
Fotografia Billy Williams
Montaggio Richard Marden
Musiche Ron Geesin
Scenografia Luciana Arrighi, Norman Dorme

Domenica maledetta domenica banner recensioni

L’opinione del sito http://www.cinematesionline.it

(…) Tre cavie, un tempo, un luogo: ovvero un esperimento. Si assiste ad una rappresentazione sotto il vetrino lucido di un microscopio, o tra le pareti di un terrario. C’è un po’ del neorealismo, del cinema di Cassavetes, un po’ del Free Cinema al quale Schlesinger ha sempre negato di appartenere, e molto di vero. Perché il regista coglie, all’interno di una realtà sociale, una realtà mentale, un clima. La critica ha parlato di tre sguardi, tre punti di vista (si veda il bel saggio di Salizzato).
In realtà, forse, sarebbe più giusto parlare di un solo essere a tre occhi, tanto le focali si compenetrano, e comunque tutte concorrono a delineare il generale e lento trascorrere del tutto. Daniel è il più anziano dei tre. L’età, il ruolo sociale (è medico, e proprio da una visita medica la vicenda prende inizio), lo fanno equilibrato e quasi stoico, nella sopportazione, mitemente rassegnata, di un non-destino, che è solo il lasciarsi trascorrere, e attraversare, dal tempo. Si prenda la sua omosessualità: è vissuta con rigore, ma senza eccessi, e nel rispetto. Il ritorno di fantasmi – si veda la scena in cui incontra un suo ex amante – lo trova preparato. Ma quanta tristezza si cela dietro la sua scorza di forza. Alex è il perno sul quale ruota il dubbio esistenziale. Ha forse scelto, o forse si è fatta scegliere, e condizionare dalla vita, ma è già alla seconda possibilità: dopo un divorzio, dopo le dimissioni dal proprio lavoro, che rassegna nel primo rullo del film, vive conscia solo del suo essere ad limine. Questo spiega il suo rapporto con Bob, e la storia di sesso, con un barlume illusorio di affetto, con un suo cliente. Un confine che separa l’ansia e la rabbia con uno strato di sola carta velina. (…)

L’opinione di Steno 79 dal sito http://www.filmtv.it

Raffinato film intimista diretto dal regista John Schlesinger dopo il grande successo commerciale e gli Oscar vinti con “Un uomo da marciapiede”. Si tratta di un insolito triangolo sentimentale mantenuto da un giovane artista insoddisfatto con due relazioni in parallelo, una con una divorziata quarantenne incapace di accontentarsi della precarietà del loro rapporto, l’altra con un maturo medico ebreo, ormai rassegnato a perderlo. E’ un film più incentrato sui personaggi e lo studio delle loro relazioni che non su una trama particolarmente sviluppata: Schlesinger gioca spesso sul non-detto, sulle emozioni trattenute, su sguardi carichi di significati nascosti, dove il ruolo degli attori risulta di estrema importanza. A questo proposito, sia Glenda Jackson che Peter Finch offrono interpretazioni di grande ricchezza nel disegno psicologico dei personaggi, misurate e molto credibili, mentre il giovane Murray Head, che mi risulta fosse soprattutto un cantante, non regge il confronto coi due mostri sacri della scena inglese ed appare, nel complesso, piuttosto limitato come attore. A livello di regia, il montaggio ellittico e alcuni flashback quasi subliminali li ho trovati generalmente interessanti; solo a tratti risultano leggermente superflui, come nel flashback innescato dal mancato incidente della bambina, in cui la Jackson si ricorda del pericolo delle bombe sperimentato durante la sua infanzia, e che ho trovato un pò didascalico. Tuttavia, in generale la mano di Schlesinger è molto felice, sa dare il giusto ritmo interno alle sequenze, sa conferire un adeguato risalto figurativo a molte situazioni, ad esempio nella lunga scena del rito ebraico del Bar Mitzvah. La veterana caratterista del cinema inglese Peggy Ashcroft appare come madre della Jackson in una sola scena, con un discorso all’insegna della necessità di un certo compromesso in campo sentimentale che mi ha abbastanza colpito (dice alla figlia amareggiata: “Tesoro, tu ti affretti sempre a rinunciare perchè non riesci ad ottenere tutto… ma il “tutto” non esiste… bisogna accontentarsi!) Curiosa l’idea di accompagnare molte scene a livello sonoro con un brano del “Così fan tutte” di Mozart, ripetuto molte volte, che si rivela singolarmente in accordo con le atmosfere della storia. Un ringraziamento all’amico Maso che mi ha ricordato il valore di questa pellicola con un suo intervento in una mia play: l’ho rivisto con piacere.

L’opinione di amterme63 dal sito http://www.filmscoop.it

Una parte del film è comprensibile solo se rapportata all’anno di uscita (1971), un’altra invece appartiene ai sentimenti universali di ogni esistenza umana. Le due cose si amalgano benissimo e formano un piccolo gioiello visivo che ancora a 40 di distanza incanta e lascia il segno.
La parte che appartiene all’epoca di uscita è quella che ritrae in maniera quasi distaccata e oggettiva (senza prendere diretta posizione) un mondo completamente cambiato e radicalmente differente dal passato. A questo tema appartiene il ritratto di una famiglia aperta e anticonvenzionale, dove non esiste disciplina, ordine o misura e dove tutti fanno quello che gli pare, con i bambini che crescono “liberi” e che addirittura “fumano” e svolgono ruoli da grandi. C’è certamente una certa dose di ironia e quasi di satira in questa visione un po’ paradossale, uno sguardo un po’ scettico e distaccato, non certo “approvante”.
Del resto anche l’immagine della famiglia “tradizionale” non fa bella figura. I genitori di Glenda Jackson hanno ormai solo l’apparenza della solidità e rettitudine di principi che individuava l’istituto della famiglia borghese fino agli anni 60. Svelano adesso la verità di una vita arida e senza amore, anche se l’abitudine ancora li tiene insieme e forse è diventata una specie di necessità irrinunciabile. La famiglia ebraica del dottore è invece legata da cerimonie e convenzioni, certamente vuote e inutili ma che rimangono come ossatura e punto di riferimento (i ricordi e la nostalgia dell’infanzia).
Tutto è visto come bianco e nero allo stesso tempo. Le istituzioni tradizionali falsificavano e imprigionavano ma almeno riempivano, esistevano e impedivano di esaminare a fondo la verità dietro l’apparenza: l’immanenza della solitudine.
Ed è quello che devono affrontare quelli che hanno scelto la “nuova” via della libertà completa dell’individuo. Si vuole essere quello che si è, seguire il proprio mutevole istinto? Ok, ma allora bisogna cedere a compromessi, rinunciare a possedere una persona e a disporne come uno vuole. Bisogna accontentarsi e non disperarsi se in agguato c’è la solitudine e il vuoto. La realtà è questa e se si è deciso di prenderla per quello che è va affrontata con dignità e coraggio, anche se è difficile, tanto difficile rimanere soli.
Schlesinger ci offre uno splendido e elegante ritratto di vita borghese e una disamina interiore molto sincera e profonda sull’amore, che ancora tocca profondamente l’animo di chi guarda.
Ciò che all’epoca fece scandalo (la confidenza amorosa fra due uomini) oggi appare in tutta la sua naturalezza e “normalità” e questo è il grande merito del film, quello di saper ritrarre l’epoca del film con l’occhio di chi vede l’essenza e non la superficie esterna.
E’ questa la parte più viva del film, quella che fa dimenticare la mancanza di trucchi filmici come suspence, azione, tensione, ecc… La “pazienza” viene decisamente ripagata.

L’opinione di stefania dal sito http://www.davinotti.com

Non è la bisessualità il tema di questo film: qui si parla soprattutto di fragilità mascherate da anticonformismo, di persone così affamate d’amore da accontentarsi delle briciole, persone che vogliono credersi indipendenti, e sono soltanto smarrite. Ma forse possono ancora cambiare qualcosa, magari approfittando di una delle loro tante maledette domeniche… Una Londra crepuscolare, non più swinging da un pezzo, che ripete stancamente i suoi rituali a base di “pot parties”, che vive senza più gioia i suoi liberi, ma difficili, amori. Da recuperare.

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